Gli italiani spariti negli artigli del Condor

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Gli italiani spariti negli artigli del Condor

Elena Basso

C’è un processo italiano che riguarda un’intera generazione: decine di migliaia di ragazze e ragazzi eliminati, letteralmente fatti sparire da più di un regime militare. Giovani che credevano in un mondo diverso e che si sono opposti, a costo della loro vita, alla dittatura. Sono gli anni ’70 e il continente sudamericano è quasi interamente sotto il potere di regimi militari che promettono di portare ricchezza e di neutralizzare i “nemici interni”. Chiunque agisca per ribaltare le dittature o mostri ideali diversi è considerato un nemico dello Stato. E a chi va contro l’ordine prestabilito i militari riservano un piano preciso.

Prima catturano l’oppositore, distruggono i suoi beni e le sue foto, terrorizzano la sua famiglia e poi lo caricano su una vettura. Lo portano in un campo di tortura clandestino: ville, garage, caserme, sotterranei, appartamenti, possono essere ovunque e ufficialmente non esistono. Lì il dissidente deve essere disumanizzato: stupri di gruppo, pestaggi, scariche elettriche, figli torturati davanti ai genitori, pelle scorticata, violenze sessuali con animali, topi inseriti nella vagina.

Il sequestro può durare qualche giorno, mesi o anni. Poi il prigioniero viene liberato oppure, nella maggioranza dei casi, fatto sparire in una fossa comune, interrato nei campi di tortura o gettato ancora vivo in mare con i “voli della morte”. Un’intera generazione sparisce nel nulla: sono i desaparecidos.

Molte persone per sfuggire a queste barbarità si rifugiano in altri Paesi sudamericani, in Europa o negli Stati Uniti. Per catturarli, otto Stati (Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Ecuador e Perù) decidono di coordinarsi e collaborare per trovare gli esiliati e catturarli. Nasce quindi, con l’appoggio degli Stati Uniti, l’Operazione Condor.

Molti dei militanti catturati e assassinati durante questa operazione sono italiani e proprio di loro e delle loro storie si occupa il cosiddetto Processo Condor. Iniziato nel febbraio del 2015 e conclusosi nel luglio del 2021 a Roma, è un maxi-processo con 33 imputati, gerarchi e militari cileni, uruguaiani, boliviani e peruviani e 43 vittime. Ma quali sono le storie dei desaparecidos italiani?

Horacio Campiglia: l’italo-argentino dirigente dei Montoneros interrogato da Galtieri

12 marzo del 1980, Rio de Janeiro, Brasile. Una delle città più belle del continente: famosa per la spiaggia di Copacabana, per il gigantesco Cristo che abbraccia la metropoli e per il suo carnevale. Mentre la vita scorre tranquilla fra le palme e le vie impregnate di salsedine, una donna urla all’aeroporto internazionale. Si dimena con tutte le sue forze, un cordone di almeno 20 soldati blocca lei e l’uomo con cui sta viaggiando. I militari cercano di arrestarli con violenza ma quella giovane donna si oppone. Tira gomitate, stringe la borsetta e con quella picchia in pieno viso i commilitoni. Infine urla alla folla indifferente, con tutta la voce che ha in corpo: «Io mi chiamo Monica Pinus e lui è Horacio Campiglia. Siamo due cittadini argentini e questi uomini ci stanno arrestando illegalmente».

Monica e Horacio hanno 27 e 31 anni e sono militanti dei Montoneros, organizzazione guerrigliera argentina. Lui è uno dei quadri politici più importanti del movimento: dirige il sistema di intelligence. Entrambi vivono da anni in clandestinità e viaggiano con documenti falsi: Horacio con il nome di Jorge Pinero e Monica con quello di Maria Cristina Aguirre. I due stanno viaggiando a Rio de Janeiro per incontrare il marito di Monica. Partono da Panama con il volo Viaza 344 e fanno scalo a Caracas prima di atterrare in Brasile. Monica ha i capelli scuri e lisci, con la riga sul lato destro. Le lentiggini sul naso e occhi molto grandi a mandorla. Horacio ha i capelli scuri e uno sguardo penetrante e sicuro. Il suo nome di battaglia è “Petrus”.

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Grazie alla prontezza e al coraggio di Monica il loro sequestro non passa inosservato. Nei giorni successivi all’arresto ne scrivono due giornali brasiliani “Jornal do Brasil” e “Ostado de Sao Paulo e anche l’argentino “El Clarín”. I Montoneros rilasciano un comunicato che recita:
Città del Messico, 25 marzo – La scomparsa nelle città di Caracas o Rio de Janeiro, del dirigente peronista Montonero Horacio D. Campiglia e della militante Susana Pinus De Binstok è stata denunciata oggi nella capitale messicana dal Movimento Peronista Montonero (Mpm). La scomparsa è avvenuta nel tragitto Panama-Caracas-Rio de Janeiro, del volo Viaza 344, che è partito dalla città di Panama, martedì 11 marzo, alle ore 15.10, con arrivo a Caracas alle ore 18.10, proseguendo il viaggio a Rio de Janeiro alle ore 23.00 con arrivo previsto per mercoledì 12 marzo.

Horacio ha la cittadinanza italiana ed è una delle vittime del Processo Condor. Come è possibile ricostruire grazie a un documento desecretato dagli Stati Uniti, e depositato agli atti del processo, i due militanti vengono arrestati durante un’operazione coordinata fra la polizia argentina e quella brasiliana. Monica e Horacio vengono sequestrati dal temibile Battaglione 601 dell’intelligence argentina guidato dal tenente colonnello Roman, arrivato a Rio de Janeiro con un C130 delle forze armate argentine, lo stesso aereo con cui in seguito Horacio e Monica vengono portati in uno dei campi clandestini di detenzione e sterminio più letali del Paese: Campo de Mayo, nella provincia di Buenos Aires.

Campo de Mayo è una base militare che si trova a 30 chilometri dalla capitale argentina. Si estende su una superficie di più di ottomila ettari e durante gli anni della dittatura argentina è uno dei centri clandestini più oscuri e terrificanti: oltre cinquemila persone sono detenute qui. Ne sopravvivranno solo 43. Da lì partono i “voli della morte” per far sparire i prigionieri, ancora vivi, nel mare e all’interno dell’ospedale militare vengono fatti nascere i bambini delle prigioniere incinta, poi rubati e adottati illegalmente dai militari.

Proprio a Campo de Mayo vengono portati Horacio e Monica. Della prigionia del dirigente Montonero esistono diverse tracce, come riferisce Maria Campiglia, figlia di Horacio, durante la sua testimonianza rilasciata il 17 marzo del 2016 nell’aula bunker della Corte d’Assise di Roma. Come si legge in un reclamo ufficiale presentato da un tenente argentino che in quegli anni opera a Campo de Mayo, Eduardo Francisco Stigliano, Horacio viene interrogato personalmente da Leopoldo Fortunato Galtieri, capo dell’esercito e allora presidente della dittatura argentina. Non capita certo tutti i giorni di vedere il presidente dentro un campo di sterminio ma Horacio è il quadro politico dei Montoneros più importante che sia stato catturato.

Il 15 settembre del 2016 nell’aula bunker di Roma si ascolta la testimonianza di Silvia Tolchinsky. Capelli canuti a caschetto, sguardo serissimo e tratti decisi, Silvia, militante dei Montoneros durante gli anni della dittatura argentina, è una delle 43 persone sopravvissute a quell’inferno chiamato Campo de Mayo. Conosceva personalmente sia Horacio sia Monica, di cui era cugina. La voce rimbomba nell’aula quando racconta che, durante la sua prigionia, ha sentito un militare raccontare di aver partecipato al sequestro avvenuto in Brasile di due militanti Montoneros raccontando dettagli precisi dell’avvenimento: le urla della donna e il fatto che si sia difesa picchiando i militari con la propria borsetta e urlando i loro nomi. Qualche tempo dopo viene riferito a Silvia da un altro soldato che i militanti catturati durante quell’operazione sono stati assassinati.

La deposizione di Silvia Tolchinsky, 15 settembre 2016

Da 56’45” a 57’30”

L’archivio del terrore in Paraguay

In Paraguay c’è un archivio. Migliaia di fogli, facce di giovani che ti guardano prima di andare a morire. Firme e dati, riferimenti e descrizioni. Comunicazioni fra i Paesi del Plan Condor per catturare e far sparire i militanti esiliati o di passaggio in altri Stati del Cono Sur, Stati Uniti ed Europa. Sono migliaia le schede dei prigionieri detenuti: oggi sono quasi tutti scomparsi. Stiamo parlando dell’“Archivio del terrore”, trovato a Lambaré in Paraguay grazie al coraggio di un maestro e di un giudice. Un numero enorme di comunicazioni avvenute fra i Paesi dell’Operazione Condor, che hanno reso possibile provarne l’esistenza e ricostruirne la struttura.

Quante fra le schede dei prigionieri ritrovate nell’“Archivio del Terrore” sono di cittadini italiani? Fra quelle migliaia di pagine ce n’è una in particolare.

Colpisce la foto in bianco e nero pinzata alla carta di una ragazza giovanissima. Indossa un foulard di seta con un disegno geometrico, lo porta annodato dietro la nuca e dalla stoffa fanno capolino alcuni ciuffi di capelli scuri. Alle orecchie luccicano grandi orecchini ad anello. Ha tratti bellissimi, occhi grandi, labbra carnose. Potrebbe sembrare una pubblicità se non fosse per il suo sguardo. Gli occhi scuri sono rivolti a un punto dietro la macchina fotografica, le labbra schiuse in un’espressione di angoscia e terrore.

Le due fotografie segnaletiche sono circondate dalle impronte della giovane e sotto si può leggere la sua firma in corsivo: Dora Marta Landi. Nata a Tandil, Argentina, il 18 marzo del 1955, Marta è una delle vittime del Processo Condor insieme al suo fidanzato Alejandro Jose Logoluso, nato nel 1956 nella città argentina di La Plata. Entrambi hanno origini italiane. Marta si trasferisce da Tandil a La Plata per studiare all’accademia di Belle Arti mentre Alejandro studia Agraria all’università della città. Entrambi sono militanti Montoneros e nel 1977 hanno 21 e 20 anni.

Il 29 marzo del 1977 Marta e Alejandro si trovano ad Asunción, città paraguayana, insieme all’argentino José Nell e agli uruguaiani Gustavo Edison Insaurralde e Nelson Scotto. Stanno cercando di acquistare cinque passaporti falsi con cui raggiungere il Brasile per poi rifugiarsi in Europa, quando vengono circondati e arrestati. Vengono lungamente e barbaramente torturati dalla Polizia “tecnica” paraguaiana che, venuta a conoscenza della loro militanza politica, informa le autorità militari argentine che vengono a prenderli con un aereo della Marina Militare il 16 maggio del 1977.

I fascicoli dell’Archivio del terrore hanno quasi tutti una struttura simile: nella prima pagina si ha la foto del detenuto con una breve descrizione del soggetto e dell’arresto (dove è avvenuto, cosa stava facendo mentre è stato arrestato e quando) e nelle pagine successive è trascritta la testimonianza del detenuto estorta sotto tortura. Nel fascicolo riguardante Marta si legge che il 16 maggio del 1977 su un aereo bimotore delle forze armate della Marina argentina con matricola 5-70-30-0653 guidato dal capitano di corvetta Jose Abdala viaggiano con direzione Buenos Aires i detenuti Marta Landi, Alejandro Logoluso, José Nell, Gustavo Insaurralde e Nelson Scotto. I cinque prigionieri vengono consegnati alla presenza del colonello Benito Guales e del capitano di fregata Lazaro Sosa al tenente Jose Montenegro e Juan Manuel Berret, entrambi appartenenti al Side, il servizio di intelligence argentino.

Nel fascicolo riguardante Marta si legge:

È entrata nel Paese nella seconda metà del mese di gennaio del 1977. È stata detenuta in compagnia del suo concubino Alejandro Jose Logoluso, che ha un documento falso a nome di Guillermo Oscar Stagni e altri estremisti uruguaiani e argentini, alloggiati nella pensione di Fulgenvio, situata in via Moreno 884. Ha conosciuto il suo concubino nella città di Mar de Plata e arrivata in Paraguay, nella pensione indicata, ha conosciuto José Nell (Montoneros) che li ha sostituiti nella negoziazione per ottenere documenti paraguaiani falsi per militanti argentini scappati dal loro Paese. Appartiene alla Gioventù peronista.

I prigionieri sono portati all’Esma, il famigerato centro di tortura e sterminio di Buenos Aires. Situata nella capitale argentina la Escuela de Mecánica de la Armada funge da scuola per la formazione degli ufficiali della Marina argentina. Protetta da un alto recinto l’Esma è una struttura molto grande: i palazzi imponenti ed eleganti sono circondati da alberi e vie lastricate.

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È difficile immaginarlo ma su quelle vie lastricate, fra il 1976 e il 1983, i corpi di oltre 5.000 detenuti sono trascinati, inermi, grondanti di sangue e incappucciati. Qui operano militari tristemente noti per le atrocità commesse: Alfredo Astiz, conosciuto come l’”Angelo della morte”, che partecipa al sequestro e sparizione del gruppo originario delle Madres de Plaza de Mayo, le madri di desaparecidos che sfidando la dittatura marciano da oltre 40 anni davanti al palazzo governativo; Adolfo Scilingo, il primo militare argentino a confessare – durante un’intervista al giornalista Horacio Verbitsky – l’esistenza dei “voli della morte”; il cappellano militare don Alberto Ángel Zanchetta che confessa i militari tornati dai voli con cui gettano i prigionieri vivi nell’oceano. La stessa sorte che, per quanto indicano le ricostruzioni fatte fino ad ora, è toccata a Marta e Alejandro.

Il 24 settembre del 2015 arriva nell’aula bunker di Roma Martín Almada, l’ex maestro che ha trovato l’“Archivio del terrore”. Nato in Paraguay il 30 gennaio del 1973 da una famiglia di umili origini, lavora tutti i giorni come venditore ambulante ma eccelle nell’ambito scolastico e nel 1963 riesce a laurearsi in pedagogia e nel 1968 in legge. Inizia un’intensa battaglia per migliorare l’istruzione in Paraguay a cui unisce una strenua lotta sindacale. Come testimonia davanti ai giudici italiani, nel 1974 viene arrestato dagli uomini del dittatore del Paraguay Alfredo Stroessner insieme alla moglie Celestina Pérez.

I due subiscono atroci torture e Celestina muore. Martín sopravvive ed è rilasciato tre anni e mezzo dopo. Nel settembre del 1992 dopo anni di studio e ricerca richiede un habeas data (cioè il diritto di poter richiedere e ottenere i dati esistenti sulla propria persona) per ricercare documenti nella caserma di Lambaré. Quando nel dicembre dello stesso anno il giudice José Agustín Fernandez ordina la perquisizione della caserma si trova di fronte a un enorme mole di documenti senza cui sarebbe stato impossibile ricostruire quello che è stato il Plan Condor. Senza la perseveranza di Martín che ha permesso di scoprire l’Archivio del Terrore non ci sarebbe stato nessun Processo Condor a Roma e le storie dei giovani italiani fatti sparire dalle dittature sudamericane non sarebbero state raccontate. Ma fra gli italiani del maxi-processo non ci sono solo vittime, c’è anche un torturatore: Jorge Nestor Troccoli.

La stanno torturando: sapeva che sarebbe successo, è il “procedimento” per tutti. Iniziano malmenandola e dicendole quello che le avrebbero fatto. «Ti stupreremo, ti faremo sparire». Poi comincia il pestaggio e, dopo averla spogliata, iniziano le torture con le scariche elettriche. Il corpo si contorce, il dolore è insopportabile. Rosa Barreix vive a Montevideo, in Uruguay, è il 22 novembre del 1977 e lei è una giovane militante del GAU – Grupos de Acción Unificadora – movimento di sinistra rivoluzionario. Quel giorno di novembre sta tornando a casa quando nota due uomini fermi davanti alla porta. Sono vestiti in borghese, ma hanno dei fucili sotto braccio. Dicono di appartenere alla Marina uruguaiana: la stanno aspettando. Il marito di Rosa, anche lui militante del GAU, è stato arrestato ore prima. Prima di portarla nel centro di tortura i due uomini decidono di sequestrarla per due giorni all’interno della sua stessa abitazione. Dopo la giovane viene trasportata al Fusna, la base dei fucilieri navali nel porto di Montevideo, trasformata negli anni della dittatura in un campo clandestino di tortura. È stata rilasciata, insieme al marito, dopo 7 anni di prigionia e tortura selvaggia. Il 20 ottobre del 2015 Rosa Barreix arriva nell’aula bunker di Roma e la sua testimonianza durerà anche il giorno successivo. Quando viene sequestrata è incinta, mentre la torturano dice ai suoi aguzzini che aspetta un bambino. «Non è vero, dicono tutte così quando le torturiamo», esclama una voce roca. A parlare è un uomo robusto e dallo sguardo duro, si fa chiamare Federico. Rosa viene torturata ancora e ancora. Nei giorni e negli anni successivi ha modo di vedere molte volte il viso di Federico.

La deposizione di Rossa Barreix, 20 ottobre 2015

Da 1h42’08” a 1h42’56”

Rosa riesce a sopravvivere e viene rimessa in libertà, ma non si scorderà mai del suo aguzzino, del suo volto e di quella voce roca. Quasi vent’anni dopo il suo sequestro, nel 1996, la faccia di Federico è sulle copertine di tutti i giornali uruguaiani. Si chiama in realtà Jorge Nestor Troccoli e un’inchiesta della rivista PostData lo identifica come uno dei militari che ha partecipato alla repressione degli oppositori al regime.

Rosa sa bene che è così: qualche giorno dopo la pubblicazione dell’inchiesta Troccoli scrive una lunga lettera a El Pais. Dal titolo “Yo asumo…yo acuso” (Io ammetto…Io accuso) la lettera è sconvolgente perché per la prima volta un militare uruguaiano ammette pubblicamente le torture, i sequestri, gli assassini e la desapareción degli oppositori alla dittatura. Si definisce un “professionista della violenza” e dice di aver agito come compete a una persona che svolge quel “lavoro”: trattando inumanamente i proprio nemici, ma senza odiarli.

La lettera di Troccoli è un fatto senza precedenti e in tutto il Paese, e non solo, non si parla di altro. Il militare decide perfino di scrivere un libro L’Ira del Leviatano, pubblicato l’anno successivo e depositato agli atti del Processo Condor, in cui ripercorre gli anni della dittatura dal suo punto di vista.

Quando il dittatore uruguaiano Juan María Bordaberry prende il potere Troccoli è un giovane militare al comando dell’S2, l’intelligence della Marina uruguaiana che ha il compito di reprimere i dissidenti. Una figura di spicco che non si limita a eseguire il proprio compito in Uruguay: come è possibile ricostruire dal suo fascicolo militare, nel 1977 viene trasferito in Argentina nell’ambito dell’Operazione Condor.

Sono diversi i testimoni che dichiarano di averlo visto all’Esma di Buenos Aires e dal momento del trasferimento Troccoli si dedica alla cattura dei militanti uruguaiani esiliati o di passaggio in altri Paesi. Il militare decide di ritirarsi dalla ribalta e vive anni di relativo anonimato fino a quando, nel 2007, la procuratrice Mirtha Guianze Rodriguez decide di aprire un processo contro di lui. Ma, come testimonia nell’aula Bunker di Roma durante la sua lunga dichiarazione il 20 e il 30 ottobre del 2015, quando invia un mandato a Troccoli le viene riferito dall’avvocato del militare che il suo assistito si trova in Brasile per lavoro. Non è vero: infatti nell’ottobre del 2007 Troccoli scappa e si rifugia in Italia, Paese di cui ha la cittadinanza grazie alle origini dei suoi avi.

Unico degli imputati del Processo Condor a vivere in Italia, è la prima persona accusata di essere un torturatore delle dittature sudamericane che vive nel nostro Paese a subire un processo portato avanti dalla giustizia italiana. Sono molti i testimoni che – come Rosa Barreix – volano fino a Roma per dichiarare di essere stati torturati da Troccoli o di averlo visto durante i loro sequestri.

Il 13 ottobre del 2016 davanti ai giudici italiani l’ex fuciliere rilascia una testimonianza spontanea durante la quale si dichiara estraneo ai fatti riguardanti l’Operazione Condor. Il 9 luglio scorso a Roma, sette anni dopo l’inizio del processo, viene emessa una sentenza storica. I giudici della Corte di Cassazione condannano all’ergastolo tutti gli imputati, fra cui Jorge Nestor Troccoli, arrestato la mattina del 10 luglio dai Ros di Roma a Battipaglia e incarcerato a Salerno. A poco è valsa la difesa dell’avvocato Francesco Guzzo, legale dell’ex fuciliere, che l’8 luglio è l’ultimo a dibattere in aula e che definisce l’imputato un «bersaglio».

La presidente della Corte, Maria Stefania di Tommasi, prende la parola: «Gli unici bersagli sono state le vittime del processo che con le loro dichiarazioni hanno fatto piangere tutti noi, anche lei avvocato Guzzo, ne sono sicura».

CREDITI

Autori

Elena Basso

Illustrazioni

Editing

Luca Rinaldi

Da Cutro a Reggio Emilia: la colonizzazione della ‘ndrangheta in Emilia Romagna

#NdranghetaEmiliana

Da Cutro a Reggio Emilia: la colonizzazione della ‘ndrangheta in Emilia Romagna
Sofia Nardacchione

«Dove altri non volevano vedere bollarsi come territorio di ‘ndrangheta e negavano persino l’evidenza, non c’erano anticorpi, la storia lo sa. La spina dorsale non esisteva proprio, in tanti erano genuflessi, accondiscendenti, conniventi e contigui».

Il territorio definito «di ‘ndrangheta» è Reggio Emilia, le parole quelle di Antonio Valerio, collaboratore di giustizia con un passato non remoto nella criminalità organizzata calabrese alla sbarra nel processo Aemilia. C’è anche lui tra le 117 persone che il 28 gennaio 2015 vengono arrestate in Emilia-Romagna nella più importante maxi-operazione contro la ‘ndrangheta nel Nord Italia.

28 gennaio 2015

Emilia-Romagna, Lombardia, Calabria. Interi paesi nelle tre regioni italiane all’alba del 28 gennaio del 2015 si svegliano con i suoni di sirene, elicotteri, volanti delle forze dell’ordine. È l’inizio di tre operazioni congiunte: Aemilia, Pesci e Kyterion. Indizi, tappe, pedine di un sistema di ‘ndrangheta che parte da Cutro, diecimila anime in provincia di Crotone, e arriva a Reggio Emilia e poi, ancora, a Modena, Parma, Piacenza, Mantova.

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Sono 160 le persone arrestate in tutta Italia, 117 solo in Emilia-Romagna. Le sirene che svegliano paesi e città all’alba colpiscono soprattutto questa regione, che continuava a ritenersi immune dal radicamento mafioso. In Lombardia c’era già stata, cinque anni prima, l’indagine Infinito, in Calabria centinaia di operazioni più o meno grandi. La regione che geograficamente è al centro rispetto alle altre due colpite dai blitz, si trova ad essere crocevia di quest’ultima, ritenuta tra le più importanti della storia recente.

Questi i numeri del maxiprocesso alla ‘ndrangheta emiliana partito nel marzo 2016: 239 imputati complessivi – colpiti da misure cautelari anche in successivi blitz che proseguono fino al luglio del 2015 – poi divisi tra riti abbreviati (71), patteggiamenti, (19), proscioglimenti, (2), e i 147 che andranno a giudizio nel rito ordinario. 189 capi di imputazione: associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni, usure, furti, incendi, commercio di sostanze stupefacenti. Oltre agli altri, forse più inquietanti, che raccontano le modalità d’infiltrazione e radicamento della ‘ndrangheta in questa regione: come si legge nell’ordinanza dell’operazione, lo scopo dell’associazione era quello di “acquisire direttamente e indirettamente la gestione e/o controllo di attività economiche”.

Come si legge nell’ordinanza dell’operazione, lo scopo dell’associazione era quello di “acquisire direttamente e indirettamente la gestione e/o controllo di attività economiche”

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Quello che prenderà il via tra Bologna e Reggio Emilia è un processo di portata storica per l’Emilia-Romagna, che non è attrezzata per celebrare un procedimento di queste dimensioni: le udienze preliminari si svolgono in un padiglione della fiera del capoluogo emiliano, il rito ordinario nel cortile del Tribunale di Reggio Emilia. In entrambi i luoghi sono state costruite aule bunker per poter celebrare un processo del genere: spazio per le centinaia di imputati e i rispettivi avvocati, per i parenti, per i giornalisti e la cittadinanza, metal detector all’ingresso, celle per gli imputati in carcere, sistemi di videosorveglianza e videoconferenza.

«È un punto di non ritorno», afferma nella prima conferenza stampa a margine degli arresti il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. Così sarà, perché, da quella data, i blitz contro i clan di ‘ndrangheta nella regione non si sono più fermati, grazie a nuove rivelazioni di collaboratori di giustizia, nuove indagini e prove, fino a ricostruire un sistema che ha iniziato a radicarsi in Emilia-Romagna dagli anni Ottanta

1982: il soggiorno obbligato

È il 1982 quando Antonio Dragone, capo della locale di ‘ndrangheta di Cutro, viene mandato dalle autorità a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, attraverso lo strumento del soggiorno obbligato. Una misura cautelare di epoca fascista reintrodotta nel 1956 nei confronti di chi è ritenuto pericoloso per la pubblica sicurezza e, dal 1965, contro gli indiziati di associazione mafiosa. Una misura che nelle intenzioni del legislatore sarebbe servita ad allontanare i mafiosi dal loro territorio di origine, per spezzare i legami criminali che avevano creato. Così non è stato: i casi sono tanti, da Riina a Badalamenti.

Ma fermiamoci a Quattro Castella. Antonio Dragone riesce a far confluire sul territorio reggiano, soprattutto in alcuni piccoli centri della bassa e nel capoluogo, i familiari più stretti ed i fedelissimi con le rispettive famiglie. Inizia quindi a portare avanti alcune delle attività criminali tipicamente mafiose: il traffico di droga, che estende poi anche alla provincia di Modena, estorsioni e controllo degli appalti edili ed estorsioni. Tutte ai danni di chi, arrivando dalle zone del crotonese, era in grado di rendersi conto della pericolosità intimidatoria del gruppo mafioso. Affari che gestisce in prima persona per solo un anno: nel 1983, infatti, viene arrestato. Il controllo del gruppo passa allora al figlio, Raffaele, e rimarrà nelle mani della famiglia dei Dragone fino al 1993, quando anche lui finisce in carcere.

È il 1982 quando Antonio Dragone, capo della locale di ‘ndrangheta di Cutro, viene mandato dalle autorità a Quattro Castella, in provincia di Reggio Emilia, attraverso lo strumento del soggiorno obbligato

Il boss Nicola Grande Aracri detto “mano di gomma”

Mano di gomma

È a questo punto che il controllo della ‘ndrina viene preso da Nicolino Grande Aracri, affiliato di primo piano della ‘ndrangheta, detto “Mano di gomma”: un soprannome che risale al 1977 quando, a causa di un incidente, perse parzialmente l’utilizzo di una mano. La sua ascesa inizia in Calabria nei primi anni ‘80 quando i Dragone si spostano al nord, ma assume il comando del clan cutro-emiliano solo nel 1993, quando Antonio e Raffaele sono in carcere, sfruttando il fatto di essere rimasto l’unico dei capi ancora in libertà. Prende in mano la gestione del traffico di stupefacenti non solo in Emilia-Romagna ma anche in Lombardia, cercando di ampliare sempre più il suo potere: «Io – avrebbe detto Grande Aracri secondo le dichiarazione del collaboratore di giustizia Vittorio Foschini – sono un killer; io ci sto facendo il nome ai Dragone, io sto ammazzando la gente per i Dragone però loro si prendono i soldi ed io no. A questo punto mi sono stancato; la famiglia me la alzo io, non do più conto ai Dragone».

Le attività, intanto, vanno avanti: quello dei Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena è un clan che ha già attraversato una guerra di ‘ndrangheta contro la cosca Vasapollo-Ruggiero per il controllo del territorio reggiano nel 1992. Una faida che ha portato anche a due omicidi nella città emiliana, quelli emersi nel processo Aemilia 1992, e in cui Nicolino Grande Aracri ha avuto un ruolo di primo piano: è stato infatti condannato in primo grado all’ergastolo per uno dei due omicidi, quello dello ‘ndranghetista Giuseppe Ruggiero. Non solo, secondo quanto ha dichiarato Paolo Bellini, che oltre ad essere un ex estremista di destra era il killer al soldo della famiglia dei Vasapollo, contro di lui c’era un progetto di omicidio, che poi non venne portato a termine: ad avere la meglio è infatti il clan di cui faceva parte anche Grande Aracri.

Quello dei Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena è un clan che ha già attraversato una guerra di ‘ndrangheta contro la cosca Vasapollo-Ruggiero per il controllo del territorio reggiano nel 1992. Una faida che ha portato anche a due omicidi nella città emiliana

La cosca emiliana autonoma

La ‘ndrina emiliana non opera come quella calabrese. Si rimodella in base al territorio in cui si radica, profondamente diverso a livello sociale, economico e culturale. Se già ai tempi di Antonio Dragone le estorsioni erano ai danni delle sole persone di origine cutrese, meno intente a denunciare per paura di ritorsioni nei confronti dei familiari che ancora vivevano in Calabria, con la reggenza di Nicolino Grande Aracri le modalità cambiano. Il raggiungimento del profitto criminale, più che il controllo militare del territorio, diventa il punto centrale delle modalità di azione della cosca, che fa del mimetismo la sua forza per penetrare il tessuto economico e imprenditoriale emiliano-romagnolo, lasciando da parte le tradizionali cerimonie di affiliazione, i riti e i rituali.

Il tessuto economico dell’Emilia-Romagna è un tessuto florido e quindi, come scrivono i giudici della Corte di Cassazione – che tre anni dopo l’operazione Aemilia mettono un punto a una prima tranche del processo, quella dei riti abbreviati -, è «estremamente propizio all’affermazione degli organismi imprenditoriali in mano all’associazione, ovvero ad essa soggiogati, in pregiudizio alla libera concorrenza». Tra il 2004 e il 2015, infatti, l’associazione mafiosa costituisce un consorzio di imprese attive nel settore dell’edilizia e in quelli a questo connessi, come l’autotrasporto, per «consentire alla locale emiliana e alla casa madre cutrese di estendere la propria operatività nell’area di riferimento e di conseguire rilevantissimi profitti», che alimentavano una «vorticosa emissione di fatture false».

Operazione Scacco Matto
L’operazione Scacco Matto, portata avanti dagli inquirenti calabresi, ricostruì quello che accadde nella consorteria di Cutro tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, in particolare nel periodo in cui Antonio Dragone era in carcere e Nicolino Grande Aracri iniziò la sua ascesa che sfociò nella faida interna. L’operazione e il successivo processo comprovarono l’esistenza e l’operatività della cosca capeggiata da Nicolino Grande Aracri e la qualificarono, per la prima volta, come mafiosa. Il processo si è concluso con la condanna a 30 anni per Grande Aracri, accusato di essere coinvolto in cinque omicidi di mafia, tra cui quello di Raffaele Dragone. Da questa operazione partiranno poi le successive – Grande Drago e Edilpiovra – che, nei primi anni Duemila, hanno riconosciuto la presenza di ‘ndranghetisti in Emilia-Romagna, senza però mettere in luce l’esistenza di un vero e proprio clan emiliano.

Un vero e proprio sistema economico illegale che permetteva di operare nell’ombra, reinvestendo denaro e soggiogando così l’economia di un intero territorio. Il metodo rimane quello mafioso: dai reati più tipici a quelli economici, fino alle infiltrazioni nei lavori per il sisma in Emilia del 2012.Il tutto portato avanti da una ‘ndrina che era sì collegata alla locale di Cutro ma che agiva autonomamente rispetto ad essa, radicandosi profondamente in regione.

Il controllo del territorio

Il sistema tracciato dalle inchieste funzionava grazie a una vera e propria divisione del territorio. C’era Nicolino Sarcone, competente per la zona di Reggio Emilia; Michele Bolognino per Parma e la Bassa reggiana; Alfonso Diletto “capo promotore” della Bassa reggiana; Francesco Lamanna per Piacenza; Antonio Gualtieri, per Piacenza e Reggio; Romolo Villirillo, la figura di collegamento con tutte le zone. Ci sono poi gli organizzatori per il raccordo operativo, che fanno da collegamento tra le varie zone. Sono i capi promotori e gli organizzatori che decidono, pianificano, individuano le azioni e le strategia della consorteria, impartiscono direttive agli associati, gestiscono i rapporti interni ed esterni. E, sempre loro, curano i rapporti con Nicolino Grande Aracri e i suoi emissari. Un sistema che si articolava anche all’esterno, con una vasta zona grigia fatta di imprenditori, politici, professionisti, giornalisti, forze dell’ordine, a servizio dell’associazione. Soprattutto, grazie ai quali la ‘ndrina è riuscita a radicarsi in profondità, in nome di un profitto e di un potere che non potevano avere operando all’interno di un sistema economico, politico e imprenditoriale legale.

Il maxiprocesso

Dal 2015 ad oggi una parte del processo si è conclusa, un’altra è ancora in corso, mentre si sono aperti nuove indagini e nuovi procedimenti giudiziari che stanno svelando nuove modalità e affari della ‘ndrina emiliana. Nell’ottobre del 2018 si è concluso in via definitiva il rito abbreviato, con una sentenza della Corte di Cassazione che stabilisce la presenza di una cosca emiliana che operava autonomamente rispetto alla locale di Cutro e che condanna tutti i principali boss con pene fino a 14 anni di carcere, insieme ai professionisti condannati per concorso esterno in associazione mafiosa con pene fino a 10 anni. Nello stesso mese si è chiuso il primo grado del rito ordinario per 148 imputati di cui 34 accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso: sono 125 le condanne e più di 1200 gli anni di carcere comminati.

La pena più alta è quella di 38 anni a Michele Bolognino, l’unico dei boss a capo della ‘ndrina emiliana a non aver scelto fin da subito il rito abbreviato, procedimento che gli avrebbe permesso lo sconto di un terzo della pena. È più corretto parlare, per questa sentenza, di due procedimenti: con rito ordinario e un altro con rito abbreviato. Perché nel febbraio del 2018 l’accusa è cambiata e nuovi reati si sono aggiunti a quelli che già riempivano le carte giudiziarie: i nuovi reati arrivano non più al 28 gennaio 2015, giorno dell’operazione Aemilia, ma all’8 febbraio 2018. Secondo gli investigatori le attività criminali dei principali imputati non si sarebbero fermate nemmeno dopo gli arresti.

CREDITI

Autori

Sofia Nardacchione

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Foto

D-Visions/Shutterstock

Crimini in alto mare: indagine su un massacro

Crimini in alto mare: indagine su un massacro
Ian Urbina

Una voce, fuori dall’inquadratura, urla in mandarino: «Più avanti, a sinistra! Cosa stai facendo? Più avanti, a sinistra». Poi: «Spara, spara, spara!».

I proiettili fanno spruzzare l’acqua intorno a un uomo che si sbraccia. Uno lo colpisce. Il suo corpo rimane immobile. Il sangue punteggia nel blu dell’oceano. Più tardi, i marinai sghignazzano e si mettono in posa per le foto.

Il video sgranato delle uccisioni del 2012, che mostra il metodico massacro di almeno quattro uomini nell’Oceano Indiano, circola in qualche angolo buio di internet da più di sette anni. Ora, le autorità di Taiwan hanno arrestato un sospetto: un uomo cinese di 43 anni, che ritengono essere colui che ha dato l’ordine di sparare. Gli investigatori sperano li conduca agli altri uomini presenti sulla scena.

Il caso, ancora in corso, mostra le difficoltà di perseguire crimini in mare aperto. C’erano almeno quattro tonniere con palangari sulla scena di un crimine durato più di 10 minuti, in pieno giorno. Ma nessuna legge ha obbligato uno della dozzina di testimoni a denunciare le uccisioni – e nessuno l’ha fatto. L’applicazione della legge in mare aperto è poca, la giurisdizione è un tema complicato. Le autorità hanno appreso degli omicidi solo grazie al video apparso su un cellulare dimenticato su un taxi alle Fiji, nel 2014.

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Il video girato dal peschereccio Ping Shin 101 durante il massacro

Non è ancora chiaro chi siano le vittime o chi abbia aperto il fuoco. Ogni anno avviene un numero imprecisato di esecuzioni commesse nello stesso modo. I marinai a bordo della nave da cui è stato girato il filmato hanno detto prima a un investigatore privato e in seguito, in camera, a una troupe televisiva che stava girando un documentario, che una settimana prima hanno assistito a un’esecuzione simile.

Wang Feng Yu, ritenuto nel momento dell’attacco il comandante della nave battente bandiera taiwanese Ping Shin 101, è stato preso in custodia dalla Guardia costiera di Taiwan in agosto, dopo che la nave che comandava in quel momento ha attraccato al porto taiwanese di Kaohsiung. È trattenuto in carcere mentre i procuratori indagano.

«Ora che abbiamo il comandante abbiamo modo di interrogarlo sull’intera vicenda», ha dichiarato all’agenzia di stampa Central News Agency di Taiwan Tseng Ching-ya, la portavoce della Procura distrettuale di Kaohsiung.

Hsu Hung-ju, vice capo procuratore di Kaohsiung, ha detto al Washington Post che investigazioni del genere durano dai sei agli otto mesi: «Dipende dai casi – ha affermato – ma non ci vuole troppo tempo».

Hsu si è rifiutato di dire se il procuratore Hsu Hung-pin abbia interrogato i testimoni o meno. Sebbene si sia rifiutato di fornirne il nome, Hsu ha comunque detto che Wang è difeso da un avvocato.

La Ping Shin 101 – Foto: The Outlaw Ocean Project

Il video, girato dalla Ping Shin dopo quello che sembra essere un naufragio, è spaventoso. Un uomo in acqua solleva le braccia sopra la testa, con i palmi all’insù, in quello che appare come un gesto di resa. Un proiettile gli perfora la parte posteriore del capo, facendolo cadere a testa in giù. Il suo corpo galleggia, senza vita. Un uomo armato con un fucile semiautomatico sembra sparare almeno 40 colpi: «Ne ho colpiti cinque», grida uno in mandarino.

Trygg Mat Tracking, una società di ricerca norvegese che si occupa di criminalità marittima, ha identificato il Ping Shin 101 confrontando le riprese del video con immagini provenienti da un database marittimo. Gli ex marinai sono stati individuati tramite Facebook e altre piattaforme di social media in cui avevano discusso del tempo trascorso a bordo. Le interviste a questi ex marinai, alcuni dei quali hanno affermato di aver assistito alle uccisioni registrate nel video, hanno permesso di scoprire il nome del capitano e i dettagli della strage.

Sia gli ufficiali della Commissione per il Tonno dell’Oceano Indiano, ente che rilascia le licenze di pesca nella regione dove è avvenuto la strage, sia personale del registro navale di Taiwan, ente responsabile di far applicare le leggi a bordo dei pescherecci che battono bandiera taiwanese, si sono rifiutati di fornire informazioni riguardo agli equipaggi, ai comandanti presenti sulla scena, alle rotte seguite dalle navi o ai porti in cui hanno attraccato più recentemente.

L’area tra la Somalia e le Seychelles in cui è avvenuto il massacro

Le autorità di Taiwan, a cui sono stati mostrati i nomi di uomini e navi nel 2015 e nel 2016, hanno dichiarato che gli uomini assassinati fossero rimasti coinvolti in un attacco pirata andato storto. Tzu-yaw Tsay, l’allora direttore dell’agenzia di controllo della pesca di Taiwan, ha addirittura posto dubbi sul fatto che le uccisioni costituissero degli omicidi. «Non sappiamo cosa sia successo – ha detto Tsay -. Perciò non abbiamo modo di dire se è lecito o meno».

Gli esperti di sicurezza marittima, però, avvertono che la pirateria è stata usata come giustificazione di un vasto numero di presunti crimini, reali e non. Le vittime, dicono, potrebbero essere membri dell’equipaggio che si sono ammutinati oppure ladri colti sul fatto oppure semplicemente pescatori rivali.

«È quasi impossibile sorvegliare il mare aperto e a volte le persone prendono in mano di loro iniziativa certe situazioni, come in questo caso – dice Klaus Luhta, vice presidente della International Organization of Masters, Mates & Pilot, un sindacato dei marittimi. Nota che gli uomini uccisi appaiono disarmati e senza difese, non in grado di rappresentare una minaccia.

«Che sia un caso di giustizia privata oppure una strage a sangue freddo per ragioni che non conosciamo, resta il fatto che si tratta di omicidi in mare», aggiunge.

Stragi del genere proseguono incontrollati, continua Lutha, senza un maggiore tracciamento dei casi di violenza in mare aperto, senza maggiore trasparenza dei registri navali e delle compagnie di pescherecci e senza un maggiore sforzo dei governi di investigare chi perpetra questi reati.

La maggior parte dei Paesi non ha né la capacità finanziaria né l’interesse a sorvegliare acque internazionali di giurisdizione incerta.

Perseguire questi reati è importante, dichiara lo storico dell’Accademia navale americana Claude Berube, perché ciò che accade in mare tocca tutti. Secondo alcune stime, il 90% del commercio mondiale si sposta su navi e il pesce è la principale fonte di proteine per buona parte della popolazione mondiale.

Se crimini come la vendita sottocosto del petrolio, la pesca in acque vietate, lo sfruttamento degli equipaggi o l’uccisione di marinai ripresa da una telecamera restano impuniti, sostiene Berube, gli armatori che vogliono infrangere la legge ottengono un vantaggio competitivo. Berube dice che l’illegalità in mare rende inoltre consumatori e contribuenti tacitamente complici di abusi dei diritti umani e dell’ambiente.

«L’opinione pubblica dovrebbe essere preoccupata dei crimini in mare perché questi crimini non cominciano né si fermano lì – dice -. Hanno ripercussioni a terra che toccano le vite ed economie».

Ma la violazione delle leggi può essere contrastata solo quando è denunciata, il che accade raramente in acque internazionali. Le aziende mercantili e di pesca, gli assicuratori marittimi, le agenzie di sicurezza privata, le ambasciate e i registri navali tracciano vari gradi di violenza ma non c’è un database unico, esaustivo, centralizzato e disponibile al pubblico.

Il programma Stable Seas (Mari in equilibrio, ndr) della fondazione di base in Colorado One Earth Future (si occupa di ambiente, pace, sviluppo sostenibile, ndr) ha ottenuto accesso a buona parte di queste informazioni. L’ex ufficiale della Marina militare americana Jon Huggins, consulente esperto del programma, afferma che le informazioni raccolte includono diversi reati: furti di gasolio, dirottamenti, traffico di esseri umani, pirateria.

Quando gli ufficiali del programma hanno cercato di convincere i diversi gruppi che raccolgono le informazioni a renderle disponibili pubblicamente, sono stati respinti. Le aziende di gestione del rischio hanno chiesto per quale motivo dovessero condividere i dati con i potenziali compratori. Gli Stati rivieraschi hanno temuto che i dati potessero mostrare quanto le loro acque siano pericolose, spaventando così gli investitori. I registri navali sono stati riluttanti all’idea di poter essere poi obbligati ad agire contro questi crimini, cosa che hanno poca capacità e ancor meno intenzione di fare.

Le denunce di crimini accaduti in mare sono merce rara. Berube enumera i motivi: molte navi non sono coperte da assicurazioni per le quali fare rapporto varrebbe la pena. I comandanti si oppongono alle indagini che per ficcare il naso in ogni dettaglio possono provocare dei ritardi. La maggior parte dei Paesi non ha flotte d’alto mare o guardie costiere che pattuglino oltre le acque territoriali; non hanno né la capacità finanziaria, né l’interesse a sorvegliare acque internazionali di giurisdizione incerta.

«Abbiamo affrontato queste sfide con la pirateria somala una decina d’anni fa – dice Berube -. Alle navi mercantili era detto per lo più che erano da sole e hanno caricato a bordo squadre di agenti di sicurezza in assenza di supporto nazionale o internazionale».

Nonostante tutto ciò, conosciamo molto della strage del 2012. Aldrin e Maximo, due marinai filippini della Ping Shin 101 (come molti filippini, usano solo un nome) hanno dichiarato in camera a un investigatore privato di aver assistito alla strage. Maximo nel video sorrideva e dopo l’omicidio posava per fare dei selfie. Indossava una maglietta troppo grossa blue-navy con scritto “Hang 10” (modo di dire dei surfisti che cavalcano onde molto difficili, ndr). Anche un altro marinaio a bordo della Chun I 628, altra nave sulla scena, ha descritto la stessa scena.

La Ping Shin 101 nell’agosto del 2012 stava pescando da qualche parte tra la Somalia e le Seychelles, hanno detto Aldrin e Maximo all’investigatore privato Karsten Von Hoesslin in un’intervista registrata, quando hanno ricevuto un segnale radio che una nave vicina era stata attaccata dai pirati. Non è stato chiarito quale fosse; si sentivano grida dappertutto, hanno ricordato i testimoni. Pensavano che i pirati fossero disarmati.

Maximo, uno dei marinai filippini a bordo della Ping Shin 101 – Foto: The Outlaw Ocean Project

I marinai della Ping Shin 101 hanno aperto il fuoco e gli uomini nelle imbarcazioni più piccole sono saltati in acqua. Alcuni di loro hanno cominciato a gridare che non erano una minaccia. Uno dei marinai ricorda di averli sentiti gridare «no somali!», «no pirati».

Wang Feng Yu era il comandante della Ping Shin 101. Aveva una trentina d’anni, poco per un comandante. Aveva un drago tatuato sul braccio sinistro. I membri dell’equipaggio lo chiamavano «Captain Hoodlum», Comandante Delinquente. «Era un tipo rude – dice un marinaio, Aldrin, a Van Hoesslin, direttore dell’agenzia di sicurezza Remote Operations Agency -. Aggredisce la gente». Aldrin aggiunge che il capitano Wang aveva un temperamento feroce: «Quando commettevi un errore, ti tirava pugni e calci».

Secondo i documenti che geolocalizzano la nave, la Ping Shin 101, 50 metri di nave, era di proprietà di un dirigente d’azienda di Shanghai, Lee Chao Ping, proprietario della Ping Shin Fishery Co. Ltd. di Kaohsiung, Taiwan. Gli sforzi per contattare Lee sono stati inutili. I documenti online mostrano che l’attività è chiusa dal 2018. Un agente di sicurezza lo scorso settembre ha riferito che nel palazzo che si trova al precedente indirizzo della sua società alcuni anni fa c’era una Ping Shin o Ping Hsin Fishery, ma l’ufficio è chiuso da allora. Anche l’Interpol e le agenzie di investigatori privati specializzate in crimini marittimi non sono state in grade di rintracciare Lee.

Nel 2013 Duncan Kawino, il quale ha dichiarato di aver lavorato alla Ping Shin 101 quando ha attraccato al porto di Mombasa, Kenya, ha sostenuto che la nave trascorreva la maggior parte del tempo a pescare in acque somale, ma ha anche dichiarato che il pescato proveniva dalle acque delle Seychelles, dove diceva che l’imbarcazione avesse una licenza di pesca. La Ping Shin 101 e la Chun I 628 avevano ciascuna tre guardie armate a bordo, tutte pakistane, dicono i testimoni. Il video mostra almeno quattro uomini uccisi, ma Aldrin e Maximo dicono che è probabile che ce ne siano stati molti di più, tra i 10 e i 15.

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I testimoni affermano che le vittime probabilmente non erano pirati. «Non avevano armi a bordo, ma solo equipaggiamento per la pesca – dice Maximo -. Era sbagliato sparare a quelle persone. Ma non c’era nulla che potessi fare».

Non è nemmeno un evento isolato: scontri simili sono avvenuti una settimana prima, sostiene Aldrin. Le circostanze che ha descritto in camera per una serie di documentari sono le stesse: presunti pirati speronati, colpiti e uccisi, i corpi lasciati galleggiare in acqua. Un video che pare abbia ripreso l’attacco precedente è stato scoperto da Trygg Mat Tracking, la società di ricerca norvegese.

Alla fine, il Ping Shin 101 è finito sul fondo dell’oceano. La nave è affondata il 7 luglio 2014, meno di due anni dopo le sparatorie registrate nel video. Wang, ancora il capitano, ha trasmesso un segnale di soccorso citando un guasto meccanico. «È esploso qualcosa», dice un membro dell’equipaggio davanti alla telecamera.

Le autorità taiwanesi hanno emesso un mandato d’arresto per Wang solo nel dicembre 2018. Ad agosto, per i pubblici ministeri è arrivata la svolta. Un peschereccio con palangari di tonno chiamato Indian Star, di proprietà di una compagnia taiwanese e battente bandiera delle Seychelles, è arrivato a Kaohsiung, Taiwan. La nave da pesca aveva una storia di violazioni, incluso l’uso di licenze contraffatte e la pesca in aree proibite.

Più importante per le autorità, però, era l’uomo al comando. Non appena Wang Feng Yu è sceso a terra, lo hanno arrestato.

CREDITI

Autori

Ian Urbina

Editing

Lorenzo Bagnoli