Dubai svelata

#DubaiUncovered

Dubai svelata
Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Edoardo Anziano
Francesca Cicculli
Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Grattacieli spettacolari, lusso sfrenato, dune e spiagge assolate. Ecco i tre tratti distintivi di Dubai, centro finanziario mediorientale noto come parco giochi per i ricchi del mondo.

Ma l’elegante Emirato ha anche un’altra faccia: quella del riciclaggio di fondi neri, spesso tramite investimenti immobiliari. Ora un leak di dati ottenuto da OCCRP e condiviso con oltre 20 partner internazionali, tra cui IrpiMedia per l’Italia, tratteggia per la prima volta una panoramica completa di quanti abbiano acquistato proprietà a Dubai. Molti sono investitori legittimi, alcuni sono invece personaggi coinvolti in scandali giudiziari, criminali, oligarchi e politici sotto sanzione. Tra questi, anche vari membri dell’élite russa: legislatori, senatori, leader regionali e uomini d’affari vicini al presidente Vladimir Putin.

A Dubai non è difficile ottenere una residenza ufficiale, che a sua volta garantisce importanti vantaggi fiscali oltre che, almeno per i ricchi, un’alta qualità della vita e una notevole privacy, anche di fronte a indagini ufficiali. È anche per questo che la città è diventata uno degli approdi preferiti per persone politicamente esposte e latitanti in cerca di un porto sicuro. Tra chi ha scelto le dune come luogo per investire vi sono due oligarchi russi: Ruslan Baisarov, considerato vicino al dittatore ceceno sanzionato Ramzan Kadyrov, e Roman Lyabikhov, parlamentare della Duma. Al loro fianco, Alexander Boroday – l’autodichiarato “primo ministro” della Repubblica Popolare di Donetsk durante l’invasione dell’Ucraina del 2014. E poi due latitanti, il presunto narcotrafficante irlandese Daniel Joseph Kinahan che ha costruito un impero a Dubai come ricostruito da ICIJ, e Miroslav Vyboh, uno slovacco accusato di corruzione che si ritiene nascosto proprio a Dubai.

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I partner del progetto #DubaiUncovered
Questo progetto è stato coordinato dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) grazie alla condivisione del leak da parte del giornale norvegese E24 e dal Center for Advanced Defense Studies (C4ADS), un’organizzazione non profit che indaga sul crimine internazionale e conflitti, con sede a Washington. Il leak analizzato da OCCRP e dai partner, è una lista di 274mila persone e aziende da 197 Paesi per un totale di 883mila proprietà a Dubai.

Sulla lista degli italiani proprietari di immobili a Dubai, circa tremila, pur non essendoci profili rilevanti sul piano politico, spuntano una serie di nomi e vicende che sollevano dei punti di domanda rispetto all’origine dei capitali investiti. Molti sono perfetti sconosciuti, altri sono dirigenti di aziende del settore energetico, capitali quindi giustificati, anche se alcuni di loro sono rimasti coinvolti in scandali di corruzione. Non solo dirigenti, a possedere moltissimi immobili è anche la mega azienda di costruzioni Impregilo, a sottolineare quanto possa essere strategico avere un piede nel mercato immobiliare dell’impero delle dune. A vederla nello stesso modo sono stati, negli anni, una serie di imprenditori saliti all’onore delle cronache per casi di corruzione o per riciclaggio (anche in odore di mafia), faccendieri in cerca di terre vergini o imprenditori coinvolti in scandali di criptovalute in cerca di un luogo tranquillo in cui ricostruire una carriera.

Tra tutti gli italiani, spicca il caso di Francesco Giordano, imprenditore pugliese del settore commercializzazione carni che stando alle accuse della Direzione distrettuale antimafia di Bari avrebbe messo in piedi un milionario giro di evasione fiscale e riciclaggio con il supporto del clan Parisi. Grazie al leak, IrpiMedia ha tracciato cinque immobili a Dubai riconducibili a Giordano, e sconosciuti alle autorità italiane.

Lo skyline di Dubai, dove si stagliano i grattacieli e le costruzioni di maggior valore – Foto: Laszlo Szirtesi/Getty Images

Punto cieco del settore immobiliare

Dubai è parte degli Emirati Arabi Uniti ma gode di autonomia interna. Ha costruito identità ed economia attorno al concetto di “casa per gli espatriati”. Negli anni ‘90 le entrate petrolifere sono crollate e così, chi governava Dubai, ha voluto attrarre capitali stranieri edificando decine di nuovi complessi residenziali, l’edificio più alto del mondo e due penisole artificiali a forma di palma (una mai completata a causa della crisi finanziaria del 2008, quando molti progetti immobiliari si sono bloccati per effetto della mancanza di credito).

Da allora, il settore immobiliare è stato una significativa fonte di reddito per l’UAE: oggi Dubai ha tre milioni di residenti, di cui solo mezzo milione sono di nazionalità UAE. Qui i residenti non pagano tasse sul reddito o sulle plusvalenze; questo lo rende un luogo ideale per riciclare o per nascondersi al fisco europeo.

«Il settore immobiliare è perfetto quando si deve riciclare denaro perché, a differenza di qualsiasi altra forma di riciclaggio, si può allo stesso tempo fare affari e vivere nel posto in cui si ricicla il denaro», afferma Jodi Vittori, ricercatrice presso il Carnegie Endowment for International Peace.

«Il settore immobiliare è perfetto quando si deve riciclare denaro perché, a differenza di qualsiasi altra forma di riciclaggio, si può allo stesso tempo fare affari e vivere nel posto in cui si ricicla il denaro», afferma Jodi Vittori, ricercatrice presso il Carnegie Endowment for International Peace

Dubai è una delle giurisdizioni con più segretezza al mondo, principalmente a causa della mancanza di trasparenza finanziaria.

«Fino ad ora, nessuno aveva avuto questo tipo di informazioni sul mercato immobiliare in un paradiso fiscale così noto», spiega Annette Alstadsæter, professoressa di economia fiscale presso l’Università norvegese di Scienze della Vita (NMBU). Alstadsæter guida un gruppo internazionale di accademici che sta analizzando il materiale trapelato da Dubai, e presto pubblicheranno i risultati. Sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili sui prezzi degli immobili, i ricercatori stimano che gli individui e le aziende straniere abbiano investito oltre 145 miliardi di dollari nel mercato immobiliare dell’Emirato.

«La proprietà investita in immobili è stata a lungo un punto cieco, con pochi o nessun dato reale sul valore degli immobili nei paradisi fiscali. Questa è la prima volta che abbiamo una somma effettiva del valore netto delle proprietà possedute da stranieri e da nativi in un paradiso fiscale», ha spiegato Gabriel Zucman, professore associato presso l’Università di Berkeley a San Francisco.

Zucman è uno dei maggiori esperti mondiali di paradisi fiscali. Dirige l’osservatorio fiscale dell’UE ospitato dalla Paris School of Economics e ha seguito la ricerca sui dati trapelati con il leak. «Fino a poco tempo fa non potevamo analizzare questo tipo di ricchezza nascosta con numeri concreti, ma questa fuga di notizie cambia le cose. Questo progetto è un primo passo per far luce sull’aumento degli investimenti immobiliari nei paradisi fiscali come parte della più ampia globalizzazione», conclude Zucman.
Stimare il valore degli immobili di Dubai

I valori degli immobili citati in questo articolo sono stati calcolati in due modi. Da una parte c’è l’analisi dei ricercatori dell’Università norvegese di Scienze della Vita (NMBU). Gli studiosi hanno stimato il valore netto di ogni immobile prendendo le transazioni d’acquisto registrate in modo anonimo nel 2020 e incrociandole ai dati delle località e ai metri quadri. Dall’altra, IrpiMedia ha ottenuto il valore a metro quadro per ogni quartiere di Dubai, e lo ha moltiplicato per i metri quadri. Questo conteggio, non considera il piano dell’immobile che chiaramente può incidere sul valore finale della proprietà. Inoltre, dal 2020 i prezzi del mercato a Dubai sono molto aumentati. Questo fa sì che i numeri qui pubblicati siano sottostimati rispetto al reale valore delle proprietà.

Mosca sul Golfo

Più di 3.500 nomi del leak sono connessi alla Russia e risultano proprietari di oltre 9.700 immobili, rendendo i russi il più grande gruppo di stranieri investitori nel mercato immobiliare di Dubai. Una moltitudine di sconosciuti, tra cui però spiccano pochi ma importanti politici, ufficiali e oligarchi.

Il legislatore russo Alexander Boroday possiede un appartamento di 104 metri quadrati – valore stimato almeno 400mila euro – nel complesso Grandeur Residences-Maurya a Palm Jumeirah, una delle due famose isole artificiali a forma di palma. Il passaporto che Boroday ha usato per registrare la proprietà suggerisce che lo abbia acquistato tra il 2012 e il 2017, un tempo che coincide con la sua rapida ascesa nella politica russa. All’inizio del 2014, dopo che i manifestanti rovesciarono il presidente ucraino Viktor Yanukovych, la Russia ha annesso la penisola di Crimea e ha organizzato una rivolta separatista nella regione orientale del Donbass. Pochi mesi dopo, a maggio, Boroday si è auto-proclamato “primo ministro” della Repubblica Popolare di Donetsk, uno staterello non riconosciuto a livello internazionale al confine tra Ucraina e Russia di cui tanto sentiamo parlare in questi giorni di guerra. Boroday ha mantenuto la posizione per circa quattro mesi, prima di cederla a un nativo di Donetsk e diventare il suo vice. Ma guidare uno pseudo-stato sostenuto dalla Russia può essere pericoloso: nel 2018 il successore di Boroday è stato assassinato insieme ad altri leader separatisti. Boroday è sfuggito a un simile destino, tornando in Russia dove, nel 2021, è stato eletto alla Duma di Stato. Attualmente è sotto sanzioni statunitensi, europee, britanniche, svizzere, canadesi e australiane.

Mappa di Dubai – Foto: OpenStreetMap
L’oligarca russo Dmitry Rybolovlev possiede invece una villa su uno dei rami della palma, la lingua di terra di Al Khisab. Valore stimato almeno tre milioni di euro. Cittadino europeo con passaporto cipriota, vive in Europa dal 2010, dopo essersi trovato costretto a vendere la quota di maggioranza di Uralkali, azienda russa leader nella produzione di fertilizzanti minerali. Alla fine dell’anno successivo diventa proprietario e presidente della squadra di calcio AS Monaco, dell’omonimo principato, che gioca nel campionato francese. Dall’altra parte dell’Oceano invece, in Florida, ha acquistato per 95 milioni di dollari nel 2008 la magione di Palm Beach dall’ex presidente USA Donald Trump. Finendo così sotto scrutinio per il sospetto che ci fosse sostegno e quindi influenza russa nella campagna elettorale dell’ex inquilino della Casa Bianca.
Il presidente dell’AS Monaco Dmitri Rybolovlev assiste alla finale della Serie A francese nel 2018, quando la sua squadra ha sfidato il Paris Saint-Germain – Foto: Xavier Laine/Getty Images

Ruslan Baisarov possiede invece cinque appartamenti nel Tiara Residences, un gruppo di grattacieli di lusso situati sul “tronco” di Palm Jumeirah, e una villa poco distante. In totale, le sei proprietà valgono circa otto milioni di euro. Baisarov è un oligarca molto legato al leader ceceno Ramzan Kadyrov, personaggio tristemente noto per le violazioni dei diritti umani e per avere sostenuto l’attuale invasione russa dell’Ucraina con soldati ed equipaggiamento bellico. Ancora, l’oligarca ha finanziato varie iniziative di Kadyrov, e l’amicizia tra i due è stata coronata dalla sponsorizzazione, da parte dell’oligarca, della prestigiosa stazione sciistica di Veduchi, costruita appena fuori la capitale cecena Grozny. Un regalo che ha assicurato a Baisarov un soprannome di tutto rispetto: “il portafoglio di Kadyrov”.

Il leader ceceno Ramzan Kadyrov mostra la sua estesa collezione di armi dal suo ufficio di Gudermes, nel 2005 – Foto: Oleg Nikishin/Pressphotos/Getty Images

Dal Belpaese a Dubai

Francesco Giordano, nato a Bitonto nel 1963 ma residente a Nerviano, provincia di Milano, vanta investimenti a Dubai almeno dal 2015. A luglio di quell’anno, Giordano viene fermato dalle dogane dell’aeroporto di Malpensa in partenza per gli Emirati Arabi Uniti con 33mila euro in contanti – per lo più in banconote da 500 – e tre assegni per un valore totale di 200mila euro. Parte una segnalazione di “operazioni sospette” e Giordano finisce sotto la lente degli inquirenti. Glielo spiega in una intercettazione un finanziere infedele, amico di Giordano: «però ti dico che qualcuno le fa le segnalazioni operazioni sospette su di te […] dove cazzo vai a Dubai con 30mila euro, ti beccano». Aggiungendo che la prossima volta lo avrebbe dovuto avvisare e lui si sarebbe prodigato per fargli passare i controlli aeroportuali senza problemi.

Nel 2018 però, Giordano viene arrestato dai finanzieri di Rho nell’indagine “The Butcher” (il macellaio) con l’accusa di avere architettato una frode milionaria, almeno 300 milioni di euro, con un consorzio di società operanti nel settore della macellazione delle carni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il consorzio riceveva in appalto dalle società del settore i servizi di lavorazione delle carni. Servizi che poi dava in subappalto alle consorziate che mettevano a disposizione i lavoratori. Da queste partiva la frode, ottenuta mediante l’indicazione di crediti di IVA fittizi, scaturiti da operazioni inesistenti.

Come ha poi scoperto l’inchiesta “Levante” della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Guardia di Finanza di Bari, i proventi dell’evasione – circa 170 milioni di euro – venivano auto riciclati da Giordano in un “accordo commerciale” con Emanuele Sicolo, membro del clan dei Parisi della Sacra Corona Unita. Infatti i guadagni illeciti venivano trasferiti dal consorzio milanese a delle aziende pugliesi riconducibili a Sicolo, e poi prelevati in contanti una parte ad uso di Giordano e una parte ad uso di Sicolo.

Le fasi del sequestro dei capitali di Giordano, trovati all’interno di una parete – Foto: GDF/DIA

La parte del clan Parisi veniva reinvestita in traffico di droga e contrabbando di carburante. La parte di Giordano invece, l’imprenditore la reinvestiva in attività per lo più all’estero: in Romania, Paese d’origine della compagna Larisa Andreea Hangiu, e a Dubai. Qui stando alle intercettazioni aveva anche avviato dei ristoranti [l’unico ristorante che IrpiMedia ha potuto identificare era però ai Parioli, a Roma] e investito nell’immobiliare, come confermano i dati del leak. Ben cinque appartamenti, tre posseduti assieme alla compagna Hangiu e uno da solo. Un quinto, invece, solo a nome Hangiu. Tutti gli appartamenti sono presso il complesso Golf Vita sulle dune di Damac Hills, due grattacieli circondati da campi da golf.
Secondo le indagini, è proprio a Dubai che Giordano voleva trasferirsi per operare indisturbato. Ma non ha fatto in tempo. A febbraio 2022 viene arrestato dall’antimafia di Bari ed è ora in attesa di processo. Il legale di Giordano non ha risposto a una richiesta di commento.

Tra gli italiani, due dei maggiori proprietari di immobili a Dubai sono due fratelli di Guidonia, periferia romana. Andrea Valelli ha intestati nove appartamenti al lussuoso grattacielo Pershing Luxury Beach, quaranta piani sul waterfront, costruito da un’alleanza tra ACI Real Estate e il noto gruppo Ferretti, leader nella costruzione di motor yacht di lusso. Andrea Valelli risulta proprietario anche di un appartamento nel grattacielo di 83 piani chiamato Ocean Heights sulla marina di Dubai. Fabiano Valelli risulta invece intestatario di 19 immobili, di cui nove al Pershing posseduti assiema al fratello, uno a Ocean Heights e il resto sempre alla marina, nell’Elite Residence, un grattacielo di 86 piani di fronte ad una delle due famose isole artificiali a forma di palma, la Palm Jumeirah.

I Valelli erano saliti all’onore delle cronache nel 2017 quando l’Antimafia di Roma aveva lanciato l’operazione Babylonia colpendo un imprenditore e riciclatore della Camorra, Gaetano Vitagliano, e il suo partner d’affari a Roma, l’imprenditore delle videolottery Andrea Scanzani. Tra i beni sequestrati, e poi definitivamente confiscati nel 2020, c’è anche il Dubai Palace Cafè in Via Tiburtina – una enorme sala giochi in stile Emirati inaugurata proprio dai Valelli.

Il Dubai Palace Cafè a Roma, sequestrato e poi confiscato dalla Guardia di Finanza – Foto: Gdf

Era il due marzo 2013 quando Andrea e Fabiano Valelli avevano tagliato il nastro della gigantesca sala bingo, decorata con divani swarovski e altri lussi, presentandola come loro. In realtà, risultavano proprietari di facciata. Le società proprietarie del Dubai Palace risultano essere degli Scanzani e così, con l’operazione Babylonia, è finito tutto sequestrato. 

I Valelli hanno cambiato aria, trasferendosi in Ticino, Svizzera, dove hanno aperto quattro società che commercializzano articoli di abbigliamento. Nel frattempo, i profili social suggeriscono affari ancora in corso anche a Dubai. Resta solo un sogno irrealizzato, quello della politica: Fabiano Valelli era candidato sindaco di Guidonia con il PD, ma Babylonia aveva fermato la sua corsa. I Valelli, raggiunti via email, non hanno risposto a una richiesta di commento.

Allo skyline Burj Khalifa invece c’è odore di tangenti Mose. Secondo una puntata di Report di maggio 2018, alcuni imprenditori veneti avrebbero comprato otto appartamenti di mega lusso lì, per un valore totale di 8,5 milioni di euro, e una parte dei soldi sarebbero state anche le tangenti del Mose ricevute da Giancarlo Galan, il quale ha però negato: «A Dubai ci sono stato solo una volta». Come riporta il Corriere del Veneto, dietro all’operazione ci sarebbe Paolo Venuti, il commercialista padovano che fu arrestato proprio nell’inchiesta Mose con l’accusa di essere il prestanome di alcuni investimenti di Galan all’estero e che ne uscì patteggiando una pena di due anni, e il suo socio Guido Penso. Nel 2019 si scopre che Penso avrebbe aiutato anche l’imprenditore delle calzature Damiano Pipinato a fare investimenti immobiliari a Dubai, impiegando milioni di euro nascosti al fisco. Secondo ll Gazzettino, Pipinato avrebbe investito 33 milioni di euro in immobili a Dubai, senza però apparire formalmente. Il prestanome era Franco Casale Romei (mai indagato), un operatore del settore residente negli Emirati Arabi e parente del commercialista Penso (la moglie è sua cugina). Il leak oggi ci dice che Casale Romei è intestatario di sette immobili nel grattacielo di uffici chiamato “HQ” e posizionato nel Jumeirah Village Circle – il più esclusivo quartiere di “casette” di Dubai, costruito come un anfiteatro. Alcuni degli appartamenti di Casale Romei all’HQ sono di grande metratura, tra i 100 e i 200 metri quadri, per un valore tra i 400mila e gli oltre 700mila euro l’uno. Casale Romei risulta poi avere anche un appartamento di 100 metri quadrati a Ocean Heights, per almeno 300mila euro di valore, e un altro nel grattacielo The Pad, con vista canale nella Business Bay. Casale Romei, a cui IrpiMedia ha chiesto se le proprietà fossero sue o di Pipinato, non ha risposto.

Tra i più giovani proprietari immobiliari italiani a Dubai c’è invece Stephan Steinkeller, Italiano originario di Bressanone, in Sudtirolo, che con due fratelli ha un’agenzia di consulenza di sostenibilità ambientale, stando al loro sito web.

I tre Steinkeller sono finiti indagati per la presunta frode della criptovalute OneCoin. A settembre 2021, il Tribunale di Bolzano ha rinviato a giudizio 14 persone, sudtirolesi e venete, accusate di frode e intermediazione finanziaria illegale. Fra loro ci sono Steinkeller e i suoi due fratelli. Gli accusati avrebbero reclutato altre persone affinché investissero i loro soldi in OneCoin. Secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza di Brunico, 3.700 Sudtirolesi hanno investito un totale di cinque milioni di euro in OneCoin. Il danno causato dalla truffa a livello globale oscillerebbe fra gli 1.8 e i quattro miliardi di dollari. Ad architettare la frode sarebbe stata la bulgara Ruja Ignatova, che ha fondato OneCoin nel 2014, dopo essere stata condannata per frode in Germania nel 2012. Ignatova risulta irreperibile. Steinkeller non ha risposto alla richiesta di commento di IrpiMedia. A Dubai, secondo il leak, Steinkeller ha acquistato due appartamenti, per un valore di quasi due milioni di euro.

I “rami” di una delle due penisole a forma di palma, Palm Jumeirah, a Dubai – Foto: Stefan Tomic / Getty Images

E infine c’è Filippo Braghieri, coinvolto in un vecchio scandalo di corruzione legato all’ONU, seppure mai formalmente indagato. Negli anni ‘90, Braghieri operava con la Corimec Italiana, di proprietà del padre Leopoldo, e successivamente nella Cogim spa di cui è stato amministratore unico dal 2000 e presidente del consiglio amministrativo dal 2006 al 2009.

Entrambe le società si occupavano della costruzione di prefabbricati ed erano elencate nella lista dei fornitori ufficiali redatta dall’ONU. Nel 2005 La Task Force delle Nazioni Unite ha avviato un’indagine contro la Cogim e la Corimec con l’accusa di avere corrotto, tramite una serie di tangenti dal 1999 al 2002, il capo dell’Ufficio approvvigionamenti delle Nazioni unite Alexander Yakovlev. Sfruttando il periodo in cui era attivo il programma ONU Oil for Food nell’Iraq di Saddam Hussein vessato dall’embargo, Braghieri padre avrebbe contattato Yakovlev per farsi attribuire l’appalto dal valore di 27,5 mln per la fornitura di prefabbricati e aiuti umanitari. Dalle lettere intercettate e caricate su Wikileaks risulta che Leopoldo Braghieri avrebbe di fatto inviato oltre 700mila dollari ad un’azienda riconducibile a Yakovlev.

L’unico indagato è Braghieri senior, tuttavia nell’interrogatorio l’ex ufficiale dell’ONU ha ammesso che padre e figlio gestissero le società insieme, e che il figlio era a conoscenza delle illegalità commesse. Da allora Filippo Braghieri ha fatto carriera nel settore petrolifero, ha società nel Bahrain, vive a Dubai e ha sposato l’ex coniglietta di Playboy Italia, Gloria Patrizi. Braghieri, raggiunto da IrpiMedia per un commento sui suoi due immobili a Dubai, ha risposto al nostro giornalista dicendo «ti sei sbagliato, sono dodici» per poi bloccarlo su Whatsapp dopo avere ricevuto una domanda sul caso di corruzione all’Onu.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Edoardo Anziano
Francesca Cicculli
Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Editing

Cecilia Anesi
Giulio Rubino

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I segreti di Imperiale, l’uomo che ha consegnato Scampia agli scissionisti

26 Novembre 2021 | di Lorenzo Bodrero

Raffele Imperiale, broker della cocaina al servizio della camorra, ha deciso le sorti di una delle più cruente guerre di camorra: la faida di Scampia del 2004. Questa verità storica è stata taciuta fino al 2015, quando il giudice per le indagini preliminari Mario Morra ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare con la quale ordina la carcerazione e il sequestro dei beni di Raffaele Imperiale. Il broker è stato abile a sfuggire all’attenzione degli inquirenti per oltre vent’anni. E a darsi alla fuga da quel momento fino all’estate del 2021. Quell’ordinanza copre un lasso temporale che va dai primi anni Novanta alla metà dei Duemila, tempo nel quale il futuro superlatitante è passato dall’essere un anonimo venditore ambulante di acque minerali al vestire i panni del più grande trafficante di cocaina della mafia campana.

Prima di lui, e per tutti gli anni Novanta, i Di Lauro hanno dominato incontrastati nel settore del traffico di droga nell’area nord di Napoli, i quartieri di Scampia e Secondigliano, la “piazza di spaccio più grande d’Europa”, come riportano gli storici del narcotraffico. Metanfetamine, marijuana e cocaina fruttavano a uno dei più potenti clan camorristici miliardi di lire ogni anno, prima, e milioni di euro, poi. Il giro d’affari era tale che non solo ai Di Lauro ma anche alle numerose famiglie alleate, e a loro subalterne, erano garantiti introiti astronomici. Tra queste, gli Amato, considerati gruppo di spicco dell’alleanza, e i Pagano, a questi ultimi imparentati e che contavano su legami particolarmente solidi con grossi trafficanti in Sud America, Olanda e Spagna.

Una condizione imprescindibile era però alla base di questo ricco quanto fragile equilibrio: il flusso di droga doveva rimanere invariato, indirizzato alla cosca allora guidata da Paolo Di Lauro, detto Ciruzzo ‘o milionario, così da garantire al boss la supremazia verso gli altri temibili clan. Sarà un giovane e ambizioso ragazzo originario di Castellamare di Stabia a far saltare il banco e a sovvertire gli equilibri dell’underworld criminale in tutta la Campania.

Dal coffee shop alla cocaina

Mentre i Di Lauro dettano legge a Scampia e oltre, un giovanissimo Raffaele Imperiale neanche ventenne si trasferisce ad Amsterdam nei primi anni ‘90 per subentrare al fratello deceduto nella gestione di un coffee shop nella capitale olandese. È qui che conosce Raffaele Amato, membro di spicco dell’omonima famiglia e come molte altre affiliata ai Di Lauro. Tra i due nasce ben presto un’intesa professionale e insieme avviano un primo canale di traffico tra l’Olanda e il capoluogo campano. Ecstasy, prima, disponibile in grandi quantità nel Paese che in quegli anni è tra i principali produttori in Europa. Ma anche marijuana, «nell’ordine di 60-80 chili al mese», ammetterà lo stesso Imperiale quasi vent’anni più tardi. Il flusso è continuo, agevolato anche dalle capacità imprenditoriali di Imperiale il quale nel frattempo in terra olandese aveva avviato un’attività di import-export di prodotti floreali come copertura di facciata.

Per approfondire

L’impero globale di Raffaele Imperiale, il broker della camorra arrestato a Dubai

Dalla provincia di Napoli agli Emirati, passando per Amsterdam. Storia di un criminale collegato alla mocromafia, la nuova criminalità emergente dei Paesi Bassi

L’Olanda offre numerose opportunità. Da un lato, il porto di Rotterdam e quello non lontano di Anversa in Belgio erano e sono i principali attracchi europei della cocaina in arrivo dal Sud America; dall’altro, in quanto porta d’ingresso della polvere bianca in Europa, in Benelux gravitano tra i più importanti trafficanti europei e sudamericani che, se sfruttati al meglio, consentono di mettere in piedi una propria linea di approvvigionamento, scalzando onerosi intermediari. Raffaele Imperiale coglie questa opportunità e ben presto all’amico Amato è in grado di garantire i primi redditizi carichi di cocaina. La logistica è la stessa: insospettabili camion dalle insegne floreali percorrono ogni mese la tratta Amsterdam-Napoli, ciascuno con a bordo 200-300 chili di cocaina proveniente dalla Colombia.

Il clan Amato, allora alleato con quello dei Pagano, grazie a Imperiale è in grado di mettere in piedi un mercato parallelo all’insaputa del potente clan dei Di Lauro. Tutti dettagli messi nero su bianco in quell’ordinanza del 2015, dieci anni dopo dai fatti descritti, grazie alla collaborazione di una dozzina di collaboratori di giustizia.

Nuovi boss e nuovi equilibri: la faida di Scampia

Intanto, nei primi anni Duemila a Paolo Di Lauro subentrano i figli Cosimo, Ciro e Marco. I giovani boss avviano una campagna di repulisti, sostituendo vecchi capi-piazza con nuove leve. È il preludio alla guerra intestina che scoppierà da lì a poco. Dalla Spagna era rientrato infatti Raffaele Amato, fedelissimo dell’ex capoclan, eppure messo da parte come tanti altri dirigenti del clan. Intorno ad Amato si raggruppano così gli “scissionisti”, detti altrimenti “gli spagnoli”.

Il distacco tra i Di Lauro e gli Amato-Pagano è lento ma progressivo. Inevitabile è infine la rottura, guidata dalle ambizioni di indipendenza di Raffaele Amato e alimentata dagli imponenti traffici gestiti da Imperiale, che si schiera insieme agli “scissionisti”. La faida di Scampia deflagra nel 2004. Tra affiliati, fiancheggiatori e persone innocenti, lo scontro a fuoco ha causato almeno 70 morti in poco più di un anno. Ne scoppierà una seconda nel 2010, ed infine una terza nel 2012 tra gli stessi clan scissionisti.

Alla prima faida Raffaele Imperiale non rappresentava soltanto «la principale fonte economica degli Amato-Pagano» ma anche un fornitore di uomini e armi. Secondo i pentiti dell’epoca, infatti, «fu proprio lui [Imperiale, nda] nel 2004 a rifornire di armi gli Amato-Pagano quando scoppiò la faida».

Imperiale è imprescindibile per le ambizioni degli Amato, al punto che «il gruppo è nato e si è sviluppato grazie al suo decisivo contributo», scrivevano i pm. Tradotto: senza Raffaele Imperiale gli “scissionisti” non avrebbero mai avuto la forza sufficiente per affrontare la guerra con i Di Lauro. Guerra dalla quale, almeno in un prima fase, usciranno vincitori.

Le faide di Scampia

Prendono il nome dal quartiere napoletano di Scampia ma le faide hanno coinvolto numerose zone di Napoli e altre periferiche della parte nord del capoluogo campano. La prima scoppia nel 2004 ma le avvisaglie di una imminente spaccatura all’interno dell’ampio sottobosco criminale di Napoli si registrano almeno da due anni prima. Nel 2002, infatti, rientra dalla Spagna Raffaele Amato, reggente dell’omonimo clan da tempo fedele a quello dei Di Lauro. Paolo Di Lauro è un boss di portata internazionale ed è lui, di fatto, a controllare l’immensa area di spaccio che comprende un pezzo di Napoli nord, soprattutto i quartieri di Scampia e Secondigliano. Quell’anno gli inquirenti ottengono il riconoscimento dell’organizzazione mafiosa per il clan Di Lauro. Il boss si è dato alla macchia e si trova costretto a passare la mano ai suoi figli.

I giovani boss però non condividono il rispetto che il padre ha verso Raffaele Amato il quale, una volta rientrato a Napoli, è da loro accusato di tradimento. A sua volta, il boss in arrivo dalla Spagna accoglie sfavorevolmente l’idea dei figli di svecchiare il clan e ribaltare le vecchie gerarchie con nuove batterie di spacciatori e capipiazza. Il 28 ottobre 2004 è la data che apre una stagione di indicibile violenza, nel cuore di una delle capitali d’Europa. In poco più di un anno saranno 70 le vittime su entrambe le fazioni, da un lato quella dei Di Lauro, dall’altro i cosiddetti “scissionisti” capeggiati dagli Amato. Ne usciranno vincitori, momentaneamente, questi ultimi quando un bacio dato da Paolo Di Lauro all’interno di un’aula di tribunale a Vincenzo Pariante, uno dei capiclan degli “scissionisti”, sancisce la tregua.

La seconda faida si ritiene abbia inizio a fine 2010. Questa volta la frattura avviene tra gli “scissionisti” stessi. Ancora una volta da un lato rimangono gli Amato-Pagano, contrapposti ora alle “cinque famiglie”, dette anche i “girati” dal gergo napoletano che indica colui che tradisce. Il sangue riprende a scorrere a Scampia e Secondigliano, i quartieri roccaforte dei clan in guerra. Saranno circa 30 le vittime in poco più di un anno. Le uccisioni poi si interrompono, forse per la grande attenzione mediatica – nazionale e internazionale – che avevano causato. Gli scontri, tuttavia, riprendono agli inizi del 2012 poiché la seconda faida non aveva decretato un vero vincitore. Le fazioni avverse sono le medesime e la terza faida è di fatto la prosecuzione della seconda.

Durante l’intero protrarsi delle faide, Raffaele Imperiale riuscirà a tenersi a debita distanza dagli scontri armati, pur sostenendo in maniera cruciale il clan Amato-Pagano, sia garantendo loro un flusso costante di cocaina – e quindi di preziose risorse economiche – sia rifornendo gli scissionisti di armi e uomini. Averlo dalla propria parte voleva dire disporre di un vantaggio cruciale nei confronti del nemico.

In merito a Imperiale, un collaboratore di giustizia che ai tempi della faida era a capo di un gruppo criminale autonomo dirà agli inquirenti: «Era lui la chiave del problema [la faida, ndr] e che poteva determinare la svolta nei rapporti di forza. Portarlo dalla nostra parte significava acquisire il controllo della principale fonte di importazione della droga in Campania».

Attilio Repetti: la finanza, la Fiorentina e il Rotary Club di Genova

Alla base dello strapotere esercitato da Raffaele Imperiale non possono che esserci i soldi che i suoi traffici generavano. Gli inquirenti, grazie a intercettazioni ambientali, sequestri e alle dichiarazioni di pentiti dell’epoca, stimavano in 16-17 milioni di euro il fatturato annuo generato dal traffico di cocaina. Tutto messo nero su bianco nell’ordine di custodia cautelare datato 2015 che gettava la prima, e a oggi unica, luce sulla rete messa in piedi da Imperiale.

Un solo carico andato a buon fine poteva fruttare 5-6 milioni di euro di profitto, sufficiente a saturare il mercato per circa sei mesi. «Se i fornitori [di Imperiale, nda] acquistavano dal Sud America erano di un quantitativo non inferiore ai 1.000 chili», ha dichiarato un collaboratore. In questi casi il prezzo al chilo era particolarmente allettante, inferiore ai 20.000 euro, a cui veniva applicata una maggiorazione nella vendita al dettaglio sulla piazza napoletana che raggiungeva i 35.000 euro al chilo. Se invece lo stupefacente transitava per la Spagna, il prezzo di acquisto era più alto: 25.000 euro al chilogrammo.

Il traffico internazionale di stupefacenti riconducibile a Imperiale era «in grado di determinare introiti impressionanti» – scrivevano gli inquirenti – la cui rete rappresentava il livello più alto della catena di importazione e che occupava «una posizione quasi monopolistica per l’importazione della cocaina nella provincia di Napoli e, dunque, della Campania».

Ma come reimpiegare somme tanto elevate? Come investire gli introiti in maniera – almeno in parvenza – lecita? Per farlo, si affidava ad Attilio Repetti. Originario di Genova, con un trascorso in Ferrovie Nord Torino nonché una breve parentesi nel Cda della Fiorentina, membro del Rotary genovese, Repetti era considerato un “finanziere d’assalto” in Liguria. Le strade tra il broker ligure e la camorra si erano incrociate già nei primi anni ‘90 quando un’indagine della Direzione investigativa antimafia di Genova portò all’arresto di 36 persone, accusate di riciclare denaro attraverso «l’acquisizione di attività imprenditoriali e l’acquisto di partecipazioni in società per azioni, di beni immobili, di attività turistiche e di pubblici servizi», scriveva La Stampa. Era il 1993 e la camorra dimostrava già di saper sfruttare al meglio i colletti bianchi e la finanza internazionale per riciclare i propri proventi. Tra gli arrestati in quell’operazione, battezzata Mare Verde, figuravano infatti, tra gli altri, due ex direttori del Banco di Napoli in Liguria.

Repetti fu accusato di un tentativo poi fallito di riciclare i soldi per gli allora boss Michele Zaza e Carmine Alfieri attraverso la finanziaria Finligure di cui era presidente. Allora era stato assolto pienamente, ma nel 2016 lo hanno arrestato a Genova con l’accusa di aver riciclato il denaro sporco di Raffaele Imperiale e del clan Amato-Pagano.

Secondo l’accusa, il broker avrebbe progettato un sofisticato sistema con il quale il contante, che a lungo Imperiale aveva tenuto al sicuro in Olanda, sarebbe transitato verso una società appositamente creata sull’Isola di Man e di cui Repetti, per conto di Imperiale, era il legale rappresentante. Dal paradiso fiscale sull’isola tra Irlanda del Nord e Regno Unito, il denaro avrebbe dovuto essere trasferito in una società di diritto spagnolo intestata alla madre di Imperiale. Per aggirare gli eventuali problemi con il fisco iberico che avrebbe segnalato l’arrivo di fondi da un noto paradiso fiscale, Repetti in una mail suggeriva di registrare una società a Londra da dove bypassare il denaro diretto in Spagna.

Qui, sarebbe stato utilizzato in due modi: per aumentare il capitale sociale della società spagnola e per acquistare beni mobili e immobili. Durante le indagini, gli inquirenti avevano contato almeno 15 appartamenti, 10 ville, 17 box auto a Madrid e dintorni, e un’imbarcazione, riconducibili a Imperiale. Il coinvolgimento di Repetti era giudicato dai pm della procura di Napoli come un «quadro indiziario gravissimo».

Lo shopping dei passaporti

17 maggio 2013: Attilio Repetti scrive un’email urgente a un suo contatto, Raffaele Maiorano, all’epoca «ambasciatore presso il Presidente della Repubblica di Guinea», si legge nell’ordinanza. O meglio, «ambasciatore itinerante» come si legge invece nel profilo di Linkedin; una carica sempre di natura diplomatica che è assegnata però in questo caso dalla Presidenza della Repubblica della Guinea Conakry, per meriti particolari.

«All’imprenditore – scrive il commercialista Repetti a Maiorano, riferendosi al suo cliente Raffaele Imperiale – interessa avere – CON URGENZA per motivi d’affari un passaporto, al momento di un paese Centro e Sud America, dove il cognome sia solo quello della madre». Al momento ne ha già due, uno italiano e uno spagnolo, e forse si prepara già alla latitanza con un terzo documento. Repetti e Maiorano tenteranno di procurare un passaporto, meglio se «diplomatico» – così da consentire una più libera circolazione al suo datore di lavoro tra Europa e Medio oriente – della Costa Rica, del Messico e di Trinidad e Tobago. Costo dell’operazione per quest’ultimo: 150 mila euro, da consegnare in due tranche.

«Per questo caso ci dobbiamo vedere e parlare da vicino», diceva Maiorano, il quale, consapevole della complessità della richiesta, faceva pressioni su Repetti perché velocizzasse l’invio delle generalità del suo assistito con cui avviare la pratica: «Io ho messo a posto la situazione lì per te e il tuo amico» ma «mi devi capire Attilio», diceva Maiorano al telefono, «la gente è molto importante, non posso giocare con loro», altrimenti «lo devono dare a un altro [il passaporto, nda], mica aspettano noi!».

Raggiunto telefonicamente da IrpiMedia, il legale di Repetti, l’avvocato Giovanni Ricco, ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

Gli investimenti immobiliari del duo Imperiale-Repetti coinvolgevano anche Dubai. L’emirato era stato scelto da Imperiale quale sede per l’apertura di un’altra società (tra i cui soci, quasi per scherno, figurava “Rafael Empire Zara” laddove quest’ultimo era il cognome della madre) con cui, nelle intenzioni e a riprova delle disponibilità economiche del broker campano, intendeva avviare la costruzione di dieci ville dal valore di 20 milioni di dollari ciascuna. Quella società sarebbe poi servita come schermo per i futuri investimenti mentre Dubai, a partire almeno dal Natale del 2013, sarebbe diventato il nascondiglio dorato di Imperiale per il resto della sua latitanza, terminata con l’arresto della scorsa estate.

Si è chiusa infatti il 4 agosto la carriera criminale di quello che è forse stato il broker più rilevante nella storia della camorra, capace di determinarne la storia per quasi un quarto di secolo. Tanto quanto la durata della sua latitanza. Significativo della sua abilità è che in quel lasso di tempo, a suo carico, risulti ad oggi soltanto quell’ordinanza del 2015 firmata dal gip di Napoli. In quelle pagine, quasi a concedere un inconfessabile onore delle armi, si legge: «L’assenza di precedenti penali da parte di Imperiale Raffaele […] è un dato che appare persino beffardo».

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: una “vela” di Scampia, a lungo simbolo del quartiere a nord di Napoli – Elaborazione IrpiMedia su immagine di Ivan Romano/Getty Images

Una mappa dell’opacità societaria in Europa

12 Ottobre 2021 | a cura di Transcrime – Università Cattolica di Milano

Un’impresa su cento, in Europa, ha soci provenienti da Paesi inclusi in una blacklist o grey list in ambito antiriciclaggio e cooperazione fiscale. Un valore ben più alto si osserva in Paesi come il Lussemburgo (8,7% delle imprese), Cipro (8,5%) e Malta (5,1%). In molti casi, queste imprese presentano anche una struttura proprietaria particolarmente complessa, magari con la presenza di trust, fiduciarie o fondazioni che rendono ulteriormente difficile l’identificazione del titolare effettivo. Ma perché è importante studiare l’opacità societaria delle imprese? È presto detto: l’evidenza empirica dimostra che le imprese con queste caratteristiche hanno una probabilità oltre dieci volte maggiore di essere coinvolte in reati o di essere colpite da sanzioni.

Questi sono alcuni dei risultati che emergono da Datacros, un progetto europeo che ha studiato l’opacità societaria di 56 milioni di aziende in 29 Paesi europei, e sviluppato il primo software per le autorità pubbliche capace di identificare le aziende a rischio di coinvolgimento in casi di corruzione o riciclaggio di denaro.

Il progetto Datacros è stato coordinato dal centro di ricerca Transcrime – Università Cattolica del Sacro Cuore, co-finanziato dall’ Internal Security Fund – Police dell’Unione Europea, e realizzato con la partecipazione dei giornalisti di IrpiMedia, dell’Autorità anticorruzione francese (Agence Française Anticorruption), e della Polizia Spagnola (Cuerpo Nacional de la Policia). Il report con i risultati finali del progetto è disponibile sul sito di Transcrime.

Le imprese: un ruolo chiave nel crimine finanziario

Negli ultimi anni, diverse indagini su reati finanziari hanno dimostrato che sempre più spesso i gruppi criminali utilizzano imprese regolarmente registrate per nascondere schemi di riciclaggio, corruzione o frode fiscale. Le imprese vengono utilizzate per creare uno “schermo” che renda particolarmente difficile risalire alla reale identità degli individui che le controllano in ultima istanza – i cosiddetti titolari effettivi, o beneficial owner.

A livello europeo, si sta cercando di facilitare l’identificazione dei beneficial owner con la costituzione dei registri dei titolari effettivi, introdotti dalla quarta (e poi quinta) Direttiva antiriciclaggio. Ma per avere una panoramica completa dei possibili rischi, spesso non basta sapere chi controlla un’impresa: serve anche capire come avviene il controllo. Quale assetto di azionariato è utilizzato, quali veicoli societari sono coinvolti, quali giurisdizioni sono attraversate e con quale grado di complessità.

Nonostante gli sforzi in questo ambito, le autorità pubbliche faticano ancora a tenere il passo dei criminali: secondo le stime di Europol, in UE sono confiscati annualmente solo l’1,1% dei profitti illeciti. In particolare, le autorità pubbliche sembrano patire la mancanza di strumenti di screening del rischio delle imprese che siano specificamente progettati per il settore pubblico. Datacros ha rivelato che il 60% delle autorità pubbliche nell’UE non utilizza software per le indagini finanziarie, ma il 78% di esse vorrebbe disporre di strumenti per tracciare e valutare il rischio delle imprese.

Lo scarso utilizzo di strumenti per la valutazione dei rischi

Risultati di sintesi della survey sull’uso di software per il risk assessment di imprese da parte di autorità pubbliche. Rispondenti: 37 autorità in 19 Paesi europei

Per supportare le autorità pubbliche in questo ambito, Transcrime ha sviluppato una metodologia innovativa per misurare l’opacità societaria, sfruttando le informazioni fornite dai registri delle imprese e da altri fornitori di dati camerali (come la banca dati Orbis di Bureau van Dijk). Gli algoritmi sviluppati consentono di ricostruire l’intera catena azionaria di un’impresa (anche quando attraversa più volte i confini nazionali), individuando la presenza di potenziali red-flags o anomalie che possono segnalare il collegamento dell’impresa con schemi illeciti.

In Lussemburgo i maggiori legami con Paesi a rischio

Per esempio, aziende registrate in territori con bassi livelli di trasparenza finanziaria e societaria possono essere utilizzate per nascondere i proventi di reati finanziari. Per i criminali è conveniente – e spesso relativamente facile – registrare aziende in queste giurisdizioni, o fare uso di prestanome formalmente residenti in questi territori, per nascondere più agevolmente la loro reale identità.

Inchieste come Panama Papers, Paradise Papers e OpenLux hanno portato alla luce innumerevoli esempi di questo tipo.

I risultati di Datacros mostrano che l’1% delle imprese in 29 Paesi europei (UE27, Regno Unito e Svizzera) ha legami azionari con altre aziende o individui provenienti da Paesi inclusi in una blacklist o grey list in ambito antiriciclaggio o fiscale (dell’Unione Europea o del FATF/GAFI). Le più alte percentuali di imprese con soci da Paesi a rischio si osservano in Lussemburgo (8,7%), Cipro (8,5%), e Malta (5,1%). Concentrazioni significative si osservano poi in aree specifiche del Belgio (Bruxelles e Liegi), dei Paesi Bassi (Olanda settentrionale e Utrecht) e del Regno Unito (Londra).

Un software per identificare le aziende a rischio

Le analisi del progetto Datacros hanno posto la base per lo sviluppo di un prototipo di software che consente di identificare in tempo reale le aziende ad alto rischio di corruzione o riciclaggio. Lo strumento, che è stato progettato da Transcrime insieme alle autorità pubbliche coinvolte e ai giornalisti di IrpiMedia, combina informazioni da diverse banche dati per calcolare in tempo reale diversi indicatori di rischio a livello di impresa. Inoltre, il prototipo include visualizzazioni di rete che consentono agli utenti di ricostruire collegamenti azionari complessi ed identificare gruppi di imprese sospette.

Nei test effettuati, lo strumento si è dimostrato in grado di identificare correttamente oltre l’83% delle aziende soggette a sanzioni e fino all’ 88% delle aziende controllate da individui colpiti da sanzioni o provvedimenti giudiziari.

Ma non è che un punto di partenza: è essenziale far progredire le conoscenze sul tema dell’opacità societaria e aumentare l’efficacia degli strumenti analitici sviluppati, anche alla luce dei nuovi schemi fraudolenti emersi in seguito alla pandemia di Covid-19. La crisi economica generata dall’emergenza sanitaria ha infatti messo a dura prova la sopravvivenza di molte imprese su tutto il territorio europeo (e non solo), fornendo molte occasioni alla criminalità organizzata per investire i propri capitali in aziende in difficoltà, o mettere le mani sulle risorse pubbliche destinate alla ripresa economica.

Nella seconda fase del progetto (Datacros II), che inizierà a gennaio 2022, il software verrà potenziato e testato sul campo da oltre 15 autorità europee in 7 paesi europei, tra cui Europol ed ANAC, oltre a diverse forze di polizia, unità di informazione finanziaria, agenzie anticorruzione, e autorità garanti della concorrenza.

Questi progetti si inseriscono nella linea ricerca di TOM-The Ownership Monitor, l’iniziativa congiunta recentemente lanciata da Transcrime in collaborazione con il proprio spin-off Crime&tech. TOM è l’osservatorio di riferimento per lo studio della struttura proprietaria delle imprese, e si pone l’obiettivo di ampliare la conoscenza su chi controlla le aziende, come questo controllo si realizza ed evolve, e come si relaziona con le forme e gli attori criminali.

In Italia i valori osservati sono al di sotto della media europea (0,3%), ma alcune province come Modena (0,9%) Milano e Trieste (0,8%) presentano concentrazioni significative, soprattutto in alcuni settori come l’immobiliare, la ristorazione e il gioco d’azzardo. Inoltre, nel nostro Paese questo fattore di rischio è in aumento in seguito alla pandemia di Covid-19. Uno studio di Transcrime pubblicato a maggio 2021 aveva mostrato che le aziende che hanno registrato un cambio di titolare effettivo nei 6 mesi successivi al primo lockdown (aprile-settembre 2020), hanno anche molti più legami con giurisdizioni a rischio (oltre 5 volte superiori ai valori pre-pandemia), soprattutto attraverso soci registrati alle Isole Cayman e Panama.

I rapporti delle aziende con Paesi a rischio

Percentuale di aziende domestiche aventi legami con giurisdizioni a rischio in EU27, UK e Svizzera (2019)

Legami con veicoli societari opachi: spicca il caso dell’Olanda

Non sempre è possibile identificare un titolare effettivo (persona fisica) al vertice di una catena azionaria. Quando non si sa chi controlla un’impresa, diventa essenziale capire come è strutturata la catena di controllo. A volte, ripercorrendo i collegamenti azionari è possibile identificare un trust, una fiduciaria, una fondazione o un altro istituto giuridico che funge da “schermo” tra l’azienda e gli individui che la controllano. Nonostante questi veicoli societari siano generalmente utilizzati per scopi legittimi (come la protezione patrimoniale), numerose evidenze hanno dimostrato che possono anche essere utilizzati per nascondere attività sospette e schemi di corruzione e riciclaggio.

Reti di trust e fondazioni erano al centro dello scandalo finanziario 1MDB che ha visto coinvolto l’ex premier malese Najib Razak, condannato per corruzione, riciclaggio di denaro e appropriazione indebita dal fondo sovrano malese – dal quale sparirono 4,5 miliardi di dollari tra il 2009 e il 2015.

L’utilizzo di una serie di trust registrati alle Seychelles, alle Isole Vergini Britanniche e alle Bahamas permise invece al politico nigeriano Diepreye S. P. Alamieyeseigha di nascondere alle autorità decine di milioni di dollari ottenuti nel 2005 da aziende nigeriane in cambio di appalti pubblici.

Dai risultati di Datacros, emerge che in Europa l’1,2% delle imprese presenta come beneficiario ultimo un trust, una fiduciaria o una fondazione per il quale non è possibile risalire ad un individuo con titolarità effettiva. In alcuni Paesi, come Olanda (25,6%), Lussemburgo (8,7%), e Austria (7,2%), la percentuale è sensibilmente più alta della media europea. I valori anomali osservati in Olanda, in particolare, sono dovuti all’ampio uso domestico degli stichting, veicoli societari simili alle fondazioni che vengono utilizzati anche per controllare società di capitali. Come sottolineato in passato dall’OCSE (2019), gli stichting hanno caratteristiche che li rendono particolarmente appetibili per nascondere l’identità dei titolari effettivi a fini illeciti.

Aziende opache

Percentuale di aziende domestiche aventi legami con veicoli societari opachi che non permettono di identificare un titolare effettivo (2019)

I dati ci raccontano anche che in Italia anche il ricorso a trust, fiduciarie e fondi per il controllo di imprese è in aumento in seguito alla pandemia di Covid-19. L’1.3% delle aziende che hanno cambiato titolare effettivo in seguito alla prima ondata della pandemia presenta come beneficiario ultimo uno di questi veicoli societari – il doppio rispetto al periodo pre-pandemico.

Orientarsi nella complessità

Livelli multipli di partecipazione azionaria, “scatole cinesi” con più collegamenti ad incastro, schemi di azionariato circolare, quote azionarie appena al di sotto delle soglie di identificazione del titolare effettivo: questi sono alcuni degli espedienti utilizzati dai criminali per nascondere la propria identità come titolari di imprese.

Le “scatole cinesi” sono ampiamente utilizzate per una serie di schemi di frode realizzati tramite società cartiere. Per esempio, nel 2017 l’inchiesta Security della DDA di Milano ha rivelato l’infiltrazione di un clan di cosa nostra in alcune imprese in Sicilia e Piemonte utilizzate per emettere fatture false ed evadere l’IVA. Il clan si serviva di una complessa rete di prestanome e società cartiere, caratterizzate da legami azionari interconnessi, frequenti cambiamenti di forma legale, denominazione e sede.

Schemi azionari complessi possono anche essere usati per nascondere legami fra imprese e falsare la concorrenza in gare d’appalti. Per esempio, nel 2018 l’operazione Comune Accordo ha scoperto nel comune di Corigliano Calabro un cartello di imprese formalmente indipendenti ma di fatto facenti capo allo stesso individuo, in grado di manipolare sistematicamente appalti pubblici per un valore totale di circa 9 milioni di euro.

Anche qui, capire come avviene il controllo di un’azienda può diventare importante tanto quando capire chi esercita il controllo.
A questo scopo, Datacros ha ricostruito la struttura societaria di 56 milioni di imprese europee, e il record di complessità rilevato va ad una (piccola) impresa di costruzioni a Bucarest, controllata dal titolare effettivo attraverso 28 livelli intermedi di azionariato. In Italia, lo schema di azionariato più complesso si osserva per un’azienda registrata nel centro di Milano, che riporta 27 livelli di azionariato consecutivi in 4 Paesi diversi (Olanda, Francia, Stati Uniti e l’Isola di Jersey, paradiso fiscale del Regno Unito).

Foto: Only_NewPhoto/Shutterstock | Infografiche: Lorenzo Bodrero | Editing: Luca Rinaldi

Le nuove frontiere del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo

18 Agosto 2021 | di Simone Manda

Oltre alla pandemia, il 2020 ha portato nuove tendenze all’interno del fenomeno del riciclaggio di denaro e del finanziamento al terrorismo. Secondo il rapporto annuale dell’UIF, l’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, il contrasto a questo tipo di reati passa per la consapevolezza che chi compie questi crimini si serve sempre più di metodi “innovativi”. Le criptovalute, e il web più in generale, sono i nuovi mezzi attraverso cui poter riciclare denaro, compiere truffe ai danni dei cittadini, e anche permettere una maggiore ingerenza nei processi amministrativi pubblici.

112.651 sono state le Segnalazioni di Operazioni Sospette (SOS) ricevute dall’UIF nell’anno passato, e il rischio riguarda 85 miliardi di euro, contro i 91 dell’anno precedente. La Lombardia, vuoi per dimensioni, vuoi per il totale dei flussi finanziari, si conferma, anche nel 2020, la prima regione per segnalazioni di attività sospette (17,3% del totale delle SOS), seguita da Campania (13%) e Lazio (12,7%). Per la prima volta nella classificazione delle segnalazioni l’UIF ha incluso e conteggiato la categoria “Online”, che raccolto 934 segnalazioni di operazioni sospette.

Segnalazioni ricevute dall’Unita di Informazione Finanziaria (UIF) – Fonte: UIF-Bankitalia

La moneta digitale e chi la fornisce

Il valore di una delle criptovalute più conosciute, Bitcoin, al 14 agosto è di 39.296 euro. In sostanza per comprare un bitcoin occorrono oltre 39 mila euro. Per convertire euro in Bitcoin occorre passare attraverso intermediari finanziari che hanno un controllo diretto sulla valuta virtuale o possono accedere al mercato attraverso altri intermediari, detti exchangers. Nel decreto legislativo n. 125 del 4 ottobre 2019, in attuazione della V direttiva antiriciclaggio UE 2018/843, si definisce finalmente in modo chiaro il significato di valuta virtuale e si estende l’obbligo di prevenzione agli exchangers, colmando alcune lacune del nostro ordinamento in materia di criptovalute e illeciti a loro connessi.

Uno dei metodi più utilizzati per convertire valuta contante nel suo corrispettivo virtuale passa attraverso gli ATM indipendenti, cioè quegli sportelli automatici gestiti da operatori non bancari. La loro presenza sul territorio è sempre maggiore e per alcuni versi sono indistinguibili dai normali Bancomat: permettono prelievo e versamento di contanti, andando però a foraggiare il mercato delle valute virtuali e, in alcuni casi, frodi fiscali, riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Il tutto, anche grazie all’anonimato garantito a chi usufruisce del servizio. Analisi condotte dall’UIF hanno evidenziato numerosi rapporti non trasparenti tra proprietari di esercizi commerciali (in alcuni casi di semplice vendita al dettaglio) e i proprietari degli ATM indipendenti presenti all’interno dell’attività. Inoltre, nel 2020 si è registrato un incremento delle segnalazioni riguardanti truffe per il tramite di piattaforme estere attive nel trading online, che utilizzano criptovalute. La ragione di scegliere intermediari non fisici, e attivi in paesi terzi, è proprio la difficoltà nel tracciare i flussi di denaro alla radice.

Solo quattro di tutti gli operatori professionali VASP (Virtual Asset Service Provider) coprono il 75% delle quote italiane nel mercato delle valute virtuali. Tale concentrazione ha permesso sì alle autorità di finalizzare operazioni ispettive per il contrasto dei reati suddetti ma, nonostante ciò, il problema rimane l’estrema volatilità della valuta virtuale. Una volta messa in circolo, subisce numerose intermediazioni rendendo quasi impossibile determinarne l’origine. Secondo Elliptic, società di analisi blockchain con sede a Londra, almeno il 13% di tutti i soldi spesi in Bitcoin sono spesi in privacy wallets, portafogli digitali estremamente sicuri e di difficile tracciabilità. In questo modo, si tiene al sicuro il mercato delle criptovalute dai controlli delle autorità, che si fanno più serrati ma faticano a stare al passo con il fenomeno. Nel 2015, l’ente intergovernativo FATF (Financial Action Task Force), parlò per la prima volta di VASP e valute virtuali, già in ritardo rispetto alla creazione della prima criptovaluta nel lontano 2009.

Ripartizione delle segnalazioni ricevute dalla UIF nel 2020 – Fonte UIF-Bankitalia

Il riciclaggio nei videogiochi online

I cybercriminali hanno compreso che le micro-transazioni sono sempre meno tracciabili, soprattutto se riferite ad ambiti d’intervento in cui gli illeciti non sono mai stati la regola. È il caso dei videogiochi online. Era il 2013 quando l’analista Jean-Loup Richet scrisse, dopo una ricerca basata sui contenuti di svariati forum online, che «usando le valute virtuali all’interno dei giochi online, i criminali di un dato Paese possono spedire soldi in modo semplice e veloce ai loro associati in un altro Paese». Un’investigazione, portata avanti dal giornale inglese The Indipendent insieme all’agenzia di cyber-sicurezza Sixgill, ha scoperto che un’enorme quantità di denaro veniva riciclata all’interno del videogioco per pc Fortnite. Il gioco è free-to-play, gratuito per la maggior parte, ma è possibile acquistare degli oggetti utilizzabili all’interno del gioco, come armi e costumi. La moneta virtuale di Fortnite, i V-Bucks, era quindi utilizzata per riciclare valuta reale proveniente da carte di credito rubate. 

Frodi del genere si consumano da nni anche nel mondo videoludico classico, come quello delle scommesse online, un altro punto di analisi su cui l’UIF sta raccogliendo dati e segnalazioni sempre maggiori. In molteplici occasioni sono stati identificati conti di gioco (caricati in modo poco trasparente attraverso carte prepagate e criptovalute) intestati a diversi nominativi, meri prestanome legati da rapporti di parentela o societari al titolare del medesimo punto vendita, presso il quale i conti erano stati accesi. Il conto gioco non rientra tra i rapporti che devono essere dichiarati all’Anagrafe dei rapporti e, quindi, possono costituire un modo per sottrarsi a eventuali accertamenti fiscali o sequestri. In Europa, solo il governo olandese ha deciso di regolare il mercato delle scommesse online, legalizzandolo, con il Remote Gambling Act del 1° aprile 2021, ma anteponendo diversi gradi di controllo obbligatori da parte delle autorità olandesi.

Riciclaggio di denaro e pandemia

Il contesto della pandemia da Covid-19 ha creato spazi di manovra ulteriori per condotte illecite. Nel 2020, le segnalazioni all’UIF relative a questo ambito sono state 2277, per un valore complessivo di 8,3 miliardi di euro. Di questo, l’80% ha riguardato dapprima la compravendita di materiale sanitario e DPI, e solo successivamente l’erogazione e l’utilizzo incongruo di finanziamenti. Il 64% di queste segnalazioni ha ottenuto riscontro positivo da parte degli organi investigativi. Nei primi 5 mesi del 2021, ci sono state 1796 SOS riferibili a illeciti collegati all’emergenza sanitaria, per un giro di affari ipotetico di 1,86 miliardi di euro.

Un altro comparto di analisi dell’Uif è stato quello delle carte prepagate e dei money transfer, un metodo utilizzato soventemente da organizzazioni criminali attive da tempo in Italia, soprattutto di origine nigeriana. Tali associazioni riciclano in Africa occidentale (tra Benin, Togo, Costa d’Avorio, Ghana, Burkina Faso e Nigeria) ingenti quantità di denaro generati da illeciti quali frodi informatiche, contrabbando, sfruttamento della prostituzione, traffico di armi, droga ed esseri umani.

Il tutto, per il tramite di migliaia di carte prepagate. Il fenomeno è in continua crescita: il 24,8% dell’aggregato delle segnalazioni di operazioni sospette è riferito alle carte prepagate e alla moneta elettronica. Nei primi sei mesi del 2020 l’importo complessivo delle operazioni sospette riferite alle carte prepagate è stato di circa 10 milioni di euro. Il valore per l’intero 2019 è stato di circa 7 milioni. Per quanto riguarda le segnalazioni nell’ambito del contrasto al finanziamento delle attività terroristiche, le carte prepagate figurano nel 36,7% del totale.

La percezione del rischio, con riferimento a reti finanziarie anomale, riguarda anche il settore dei money transfer. Le segnalazioni provenienti dalle società attive nel trasferimento di denaro sono aumentate nel 2020, facendone uno dei primi intermediari finanziari per numero di SOS.

Per approfondire

Come i clan usano gli e-wallet per riciclare denaro sporco

Veloci e meno tracciabili dei conti correnti tradizionali, i servizi di portafoglio elettronico sono la frontiera più tecnologica del riciclaggio: come girano i proventi del gioco d’azzardo infiltrato dalle mafie

Livio Corselli, sul Journal of Financial Crime, analizza il ruolo dei trasferimenti di denaro nel nostro Paese. Per Corselli è importante notare come i money transfer siano maggiormente usati dalla comunità migrante del nostro Paese, e sono quindi soggetti a un alto rischio di incorrere in fenomeni di riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Questa modalità di trasferimento di denaro si serve degli istituti bancari delle aziende che si occupano di money transfer, ma non è necessario che chi invia o riceve denaro abbia a disposizione un conto in banca. È proprio su questi intermediari finanziari che le autorità si stanno concentrando, e nel rapporto UIF si evince che i canali legali, e controllati, aumentano di anno in anno.

Finanziamento al terrorismo tra “muli” e falsi acquisti

Sono molti altri i metodi che il finanziamento al terrorismo e il riciclaggio di denaro si verifica, nel nostro Paese e non solo. Un operatore dell’ISIS, nel 2017, dagli Stati Uniti ha inviato migliaia di dollari allo Stato Islamico attraverso delle false transazioni su Ebay, come racconta il Wall Street Journal. Ma le organizzazioni terroristiche hanno raccolto finanziamenti nei modi più disparati, che vanno dal crowdfunding alle raccolte fondi sui social media, anche se i settori più esposti restano ancora i money transfer e le carte prepagate.

Nel 2020, i casi di money muling sono aumentati a dismisura, soprattutto tra i più giovani. Attraverso annunci online, offerte di lavoro apparentemente normali, social media o contatti diretti, delle persone (spesso ignare) vengono reclutate da chi vuole riciclare denaro. Il più delle volte, queste persone sono in cerca di lavoro o in difficoltà economiche. I money mules offrono così la propria identità per l’apertura di nuovi conti correnti, sui quali viene versato il denaro ricavato dalle attività illecite. Dopo aver rimesso il denaro ai criminali, vengono remunerati con delle provvigioni per il lavoro svolto.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: CCParis/Shutterstock

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Svizzera, archiviata l’inchiesta sul caso Magnitsky

17 Agosto 2021 | di Lorenzo Bodrero, Federico Franchini

Dieci anni di indagine e un nulla di fatto. Lo scorso 27 luglio, la Procura generale svizzera ha annunciato l’archiviazione del procedimento penale sul “caso Magnitsky” in Svizzera, filone processuale dell’inchiesta internazionale sul riciclaggio di denaro operato dalla Russia. La procura elvetica ha stabilito che «non sono emerse prove che giustifichino accuse da muovere contro nessuno», si legge nel comunicato stampa. L’inchiesta era nata nel 2011 con l’obiettivo di fare luce su un presunto schema di società di comodo che dalla Russia aveva dirottato verso l’Europa almeno 230 milioni di euro, di cui la fetta più importante in Svizzera. Scopo delle movimentazioni di denaro, secondo le ipotesi delle diverse procure che indagano: riciclare denaro sporco e rimetterlo in circolo nell’economia legale.

Alla base dell’indagine internazionale ci sono le denunce portate da William Browder, uomo d’affari britannico a capo di Hermitage Capital Management, allora il fondo straniero più importante su territorio russo. In pratica, Mosca ha accusato il fondo di Browder di evasione fiscale e ha redistribuito almeno una parte di quelle che in realtà erano le tasse pagate da Hermitage a un giro di società offshore vicine ai vertici del Cremlino le quali a loro volta hanno investito questi soldi per spese di ogni genere (da beni di lusso a rette universitarie) in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia.

Le società offshore del primo anello del sistema negli anni sono state beneficiarie di moltissimi altri bonifici la cui origine è totalmente ignota.

Il processo sul presunto riciclaggio russo fatica a ottenere risultati sul piano giudiziario in Europa, ma l’archiviazione in Svizzera getta un’ulteriore ombra sul principale organo investigativo elvetico, crocevia di importanti indagini su corruzione e riciclaggio internazionale. Nello specifico, la procura svizzera – già bersaglio da due anni di pesanti critiche interne per l’inconcludenza delle sue inchieste e per gli scandali che hanno travolto l’ex procuratore generale – non è stata in grado di individuare nomi e cognomi di cittadini svizzeri o di altre nazionalità che avrebbero preso parte al presunto sistema di riciclaggio. Ha però «potuto dimostrare un legame tra una parte dei valori patrimoniali sotto sequestro in Svizzera e il reato preliminare commesso in Russia». Tradotto, il riciclaggio ci sarebbe anche stato ma è avvenuto al di fuori dei confini elvetici, ragion per cui i magistrati svizzeri hanno chiuso le indagini.

Dei 18 milioni di franchi svizzeri congelati durante l’inchiesta, la procura ha però deciso la confisca definitiva di 4 milioni come «risarcimento a favore della Confederazione».

Browder, da pupillo ad antagonista del Cremlino

Concludere le indagini senza un rinvio a giudizio «è una macchia indelebile per la Svizzera», ha dichiarato William Browder, che ha fatto della vicenda un affare personale. Il finanziere americano con passaporto britannico era tra gli uomini d’affari stranieri più in vista nella capitale russa nei primi anni Duemila. All’apice del successo, il suo fondo Hermitage Capital Management gestiva un patrimonio di 4,5 miliardi di dollari. Una buona fetta di questi era in mano a investitori russi, molti dei quali avevano accumulato una fortuna nei primi anni ’90 durante la privatizzazione dei colossi ex sovietici dell’energia.

Browder «contribuiva a rendere ancor più ricchi i suoi già ricchi clienti», con un obiettivo in più, però: «Rendere pubbliche le attività illecite delle società in cui i suoi clienti investivano, nella speranza di migliorarne il comportamente nonché il valore delle loro quotazioni», scriveva l’Economist. Nel 2005, però, qualcosa si è guastato ed è stato indicato come una minaccia per la sicurezza del Paese ed espulso dalla Russia. Pochi mesi più tardi gli uomini del Cremlino hanno fatto irruzione negli uffici russi di Hermitage, in quelli delle sue holding e dello studio legale, confiscando documenti e computer. Secondo Browder e i suoi legali, la documentazione confiscata è stata manipolata e poi utilizzata per muovere accuse pre-fabbricate contro le sue società.

Secondo i suoi legali, tra il 2008 e 2010 ignoti avrebbero «perpetrato una frode a danno delle autorità fiscali russe, la quale avrebbe condotto a un rimborso illecito di imposte per un importo equivalente a 230 milioni di dollari», scrive la procura elvetica. L’aveva scoperta Sergei Magnitsky, allora avvocato dell’hedge fund, che da Browder era stato incaricato di venire a capo del meccanismo di riciclaggio. Per le sue indagini, che indicavano diversi funzionari russi come i responsabili del colossale raggiro, Magnitsky fu arrestato e morì di incuria nel 2009 in un carcere moscovita. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nel 2019 ha stabilito che «privando Magnitsky di cure mediche adeguate» durante la detenzione «le autorità locali (russe, ndr) hanno messo a repentaglio la sua vita irragionevolmente».

Quella truffa, conosciuta oggi alle cronache come il Laundromat, e la conseguente campagna di sensibilizzazione portata avanti da William Browder a livello internazionale, hanno portato l’amministrazione Obama a emanare nel 2012 il Magnitsky Act, la prima serie di sanzioni economiche contro società e persone «che sono state responsabili o hanno beneficiato finanziariamente della detenzione, abuso o morte di Sergei Magnitsky; sono state coinvolte nell’attività criminale scoperta da Sergei Magnitsky; sono stati responsabili di esecuzioni extragiudiziali, tortura o altre gravi violazioni dei diritti umani commessi contro individui che cercavano di denunciare attività illegali svolte da funzionari del governo della Federazione Russa o di ottenere, esercitare, difendere o promuovere i diritti umani e le libertà internazionalmente riconosciuti in qualsiasi parte nel mondo».

Dalla Russia al Fifagate passando per la Trump Tower

Circa la metà dei fondi sequestrati dalla procura elvetica, depositati presso la banca Credit Suisse di Zurigo, appartengono a Vladen Stepanov, fino al 2010 marito di Olga Stepanova. Quest’ultima ha guidato l’ufficio 28 dell’Agenzia delle Entrate di Mosca ed è colei che avrebbe approvato i rimborsi fiscali attraverso cui l’erario russo ha camuffato la presunta redistribuzione dei soldi di Browder tra le società del “primo anello” del sistema Magnitsky. Il Tesoro americano ha inserito Stepanova nella lista dei bersagli di sanzioni dall’aprile 2013.

Altri nove milioni sono legati a Denis Katsyv e Dmitry Klyuev. Quest’ultimo, ex proprietario della banca Universal, è considerato una delle menti della presunta frode ed è uno dei personaggi più vicini ai coniugi Stepanov, con i quali ha trascorso del tempo in prossimità di alcuni importanti “rimborsi fiscali” sia a Ginevra sia a Dubai. Denis Katsyv, figlio dell’ex vicepresidente del governo regionale di Mosca, è invece il patron della cipriota Prevezon Holdings, una delle società ritenute destinatarie dei proventi della frode.

Nel 2017 la società ha pagato una transazione per riciclaggio e confisca di denaro civile al Dipartimento della Giustizia americana – un patteggiamento – dal valore di circa 6 milioni di dollari. Era stata accusata di aver riciclato nel mercato immobiliare di Manhattan il denaro proveniente dalla truffa svelata da Magnitsky. Come ha rivelato Occrp nell’ambito dell’inchiesta Fincen Files, tra le società che hanno pagato Prevezon Holdings ce n’è anche una segnalata per attività sospette dall’unità antiriciclaggio americana. Prevezon in Svizzera aveva due conti, presso le banche Edmond de Rothschild e UBS.

A difendere le sorti giuridiche della Prevezon Holdings a New York c’era Natalya Veselnitskaya, avvocata dalla carriera lampo balzata alle cronache nel giugno 2016. Erano gli ultimi frenetici mesi prima del voto che avrebbe portato gli americani a scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton quale inquilino della Casa Bianca. Una mail inviata a Donald Trump Jr, figlio dell’ex presidente, da un vecchio socio d’affari del padre prometteva documenti che «incriminerebbero Hillary (Clinton, ndr) e i suoi rapporti con la Russia e sarebbero molto utili per tuo padre». Pochi giorni dopo lo stesso collaboratore ha proposto un incontro con un misterioso «avvocato del governo russo».

Per approfondire

Natalya Veselnitskaya, l’avvocatessa russa contro il Magnitsky Act

Tra Svizzera e Stati Uniti, le vicende della legale che vuole l’abolizione delle sanzioni contro la Russia. Il suo nome compare nei principali procedimenti dei due Paesi: dal Russiagate fino allo scandalo Fifa all’inchiesta sul Laundromat

L’incontro ha avuto luogo il 9 giugno presso la Trump Tower e l’oscuro avvocato si scopre essere proprio la Veselnitskaya. La legale, però, era lì per tutt’altro motivo, le accuse contro la candidata Democratica sono state infatti deboli e la sua attenzione si concentra invece sul fare pressioni verso lo staff di Trump per alleggerire le sanzioni del Magnitsky Act. Un anno più tardi, le vere intenzioni di Veselnitskaya sono emerse grazie a uno scoop di Foreign Policy e per sua stessa ammissione: il suo intento era screditare William Browder per conto del Cremlino.

Quella riunione è poi finita al centro delle attenzioni dell’allora procuratore speciale Robert Muller incaricato negli Stati Uniti sui rapporti tra lo staff di Trump ed emissari del Cremlino, rapporti che avrebbero condizionato l’esito delle elezioni del 2016. Nel 2019 il Distretto meridionale di Manhattan, la stessa Corte presso la quale Prevezon Holdings ha patteggiato la sua transazione, ha imputato l’avvocato per ostruzione alla giustizia.

Le pressioni dell’avvocata contro il sistema di sanzioni alla Russia non si limitavano, però, ai soli Stati Uniti. È emerso infatti che insieme all’allora vice procuratore generale russo, Saak Karapetyan (deceduto in un incidente in elicottero nell’ottobre 2018), i due avevano messo in piedi una strategia per reclutare Vinzenz Schnell, un poliziotto svizzero di primo piano coinvolto nelle indagini di riciclaggio, le stesse archiviate lo scorso 27 luglio. L’investigatore elvetico, poi licenziato per comportamento «non autorizzato», era tra i più esperti investigatori nelle indagini legate alla Russia e ai Paesi dell’Est. Il duo Karapetyan-Veselnitskaya era riuscito a incontrarlo in Svizzera in almeno due occasioni e in Russia nel dicembre 2016 dove aveva partecipato a una battuta di caccia all’orso, una gita che gli era poi costata una condanna penale. Era uno dei più stretti collaboratori di Michael Lauber, allora alla guida della Procura generale elvetica e anche lui travolto da inchieste e scandali.

Come il suo collaboratore, Lauber aveva causato una crisi diplomatica a seguito della pubblicazione di una fotografia che lo immortalava – in ginocchio – insieme a Saak Karapetyan durante un’escursione sul lago Baikal, in Siberia. Dopo un anno di pressioni e un procedimento di impeachment, Lauber ha presentato le proprie dimissioni da Procuratore generale un anno fa a causa di due incontri segreti tra lui e l’attuale presidente della Fifa, Gianni Infantino, durante le indagini sulla corruzione nella stessa Fifa che Lauber coordinava.

Da sinistra: con la maglia numero 87, Patrick Lamon, ex procuratore svizzero andato da poco in pensione. Si è occupato dell’inchiesta Magnitsky ma non è stato lui ad archiviarla. Accanto, con il viso oscurato, il poliziotto Vinzenz Schnell, in seguito allontanato dalle forze dell’ordine elvetiche per comportamento scorretto. In giacca scura, alla destra di Schnell, c’è Saak Karapateyan, ex vicedirettore della procura generale russa, morto in un incidente con l’elicottero nel 2018. Secondo le autorità svizzere, avrebbe incontrato gli inquirenti elvetici più volte a Ginevra e Zurigo ed era in stretto contatto con Schnell. Il suo scopo sarebbe stato bloccare l’indagine sul riciclaggio russo in Svizzera. A terra, in ginocchio, Michael Lauber, ex procuratore generale della Svizzera, costretto nel luglio del 2020 a dimettersi a causa di altri incontri segreti, questa volta riconducibili all’inchiesta che stava conducendo sulla corruzione nella Fifa.

A un anno dall’allontanamento di Lauber, la sua posizione è ancora vacante e le critiche verso quello che in Svizzera è l’organo di indagine più importante del Paese non si placano, al punto che la Commissione giustizia del parlamento elvetico ha commissionato due report per una riforma sostanziale del sistema giudiziario.

Il meccanismo dei Laundromat

Il piacere proibito di Tizio è entrare nella proprietà privata di Caio per correre spensierato sul suo prato. Un giorno Tizio scivola malamente sui pantaloni. Una strisciata di verde evidente. Il prato, per altro, mostra i segni dell’incidente. Tizio lascia in fretta e furia la proprietà di Caio e cerca una lavanderia dove pulire i vestiti.

Viste le tracce sul prato, Caio si è messo in cerca del colpevole. Va alla lavanderia del paese per sapere chi ha portato dei pantaloni chiari e sporchi di erba. Sempronio, il gestore, collabora, ma la lista dei clienti di quel genere è lunga. Caio chiede per ognuno di loro di vedere il vestito sporco. Ma Tizio – e altri come lui – ha chiesto a Sempronio di portare il proprio vestito in un’altra lavanderia, con prodotti più forti per togliere le macchie. Tutto giustificato, quindi, anche se Sempronio, in cuor suo, sa che alcuni di quei vestiti in realtà erano già puliti. L’operazione, alla fine, serve solo a sviare le ricerche di Caio: il numero di lavanderie da visitare per trovare quei pantaloni diventa ingestibile. A ogni candeggio, per altro, diventa più difficile scovare segni della scivolata sul prato. Il sistema si compie quando i pantaloni tornano a Tizio, il proprietario, che può ricominciare a usarli come se niente fosse.

Sostituite i vestiti bianchi con i soldi, la macchia d’erba con un reato qualunque e la lavanderia con un fornitore di servizi bancari. Pensate che Tizio sia un criminale, Caio le forze dell’ordine e Sempronio un qualunque professionista. I Sempronio che si prestano a questi servizi sono consapevoli di come l’operazione sia finalizzata all’occultamento di soldi “macchiati”. I passaggi dei vestiti tra lavanderie sono le transazioni: legittime sulle carta, nelle ipotesi degli inquirenti servono solo a riutilizzare per l’acquisto di altro i soldi sporchi iniziali.

I paradossi della Procura svizzera

Per quanto archiviata, l’indagine sul presunto riciclaggio russo in Svizzera ha prodotto qualche risultato. Sui 18 milioni di franchi svizzeri inizialmente congelati, la procura generale ha annunciato la confisca di quattro come «risarcimento a favore della Confederazione». È ragionevole pensare che i rimanenti 14 milioni, che secondo diverse fonti apparterrebbero nella quasi totalità a Vladem Stepanov, saranno restituiti ai protagonisti della vicenda. Un dettaglio che la Procura elvetica si è guardata bene dal comunicare e che pone la questione su quali criteri la Svizzera abbia utilizzato per decidere quanti soldi erano da confiscare e quanti invece da liberare.

La spiegazione della parte da non sequestrare è legata a un problema di giurisdizione: prima di entrare in Svizzera, infatti, i soldi della presunta frode sono passati attraverso vari conti esteri, dove sono stati mescolati ad altri fondi, la cui origine non è chiara. Le modalità di confisca di questo tipo di denaro parzialmente contaminato non sono ancora state chiarite dalla giurisprudenza.

Per stimare le somme attribuibili alla presunta frode e quindi da confiscare, invece, la Procura federale ha applicato il cosiddetto metodo del calcolo proporzionale, una modalità controversa. Diversi esperti ritengono che tenda a favorire i riciclatori che dispongono di strutture capaci di diluire decine di volte il provento illecito. Tanto più che, in questo caso, i beni derivanti dalla frode sono transitati attraverso una moltitudine di società offshore non coinvolte in nessuna attività commerciale concreta. Inoltre, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, entrata in vigore in Svizzera nel novembre 2006, stabilisce che «se i proventi del crimine sono stati mescolati con beni acquisiti da una fonte legittima, tali beni possono, senza pregiudizio dei poteri di congelamento o di sequestro, essere confiscati fino al valore stimato dei proventi del crimine».

Insomma, la Svizzera ha utilizzato l’opzione più morbida e meno severa. Una scelta contro la quale Browder tenterà di opporsi. Anche se non si sa ancora se sarà possibile: i procuratori elvetici hanno infatti deciso di togliere a Hermitage lo statuto di «accusatore privato», cioè lo status di chi in Svizzera può rivalersi su un altro privato autore di una presunta infrazione nei suoi confronti. Una scelta che, se confermata dai giudici (un ricorso è già stato inoltrato), gli vieterebbe di ricorrere contro questa archiviazione.

Foto: William Browder/Wikipedia | Editing: Lorenzo Bagnoli

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