Di Vita e Di Guerra: storie dal fronte ucraino

9 Agosto 2022 | di Eleonora Vio

Questo progetto nasce da un imprevisto. Sebbene la giornalista investigativa Eleonora Vio abbia una lunga esperienza in zone ostili e di conflitto, questa volta era diretta in Donbass, per provare a raccontare una storia diversa, particolare e di approfondimento. Per lei la guerra, non quella scoppiata il 24 febbraio ma quella che si prolunga in Ucraina dal 2014, andava analizzata non solo nei suoi sviluppi militari, ma anche in quanto causa scatenante di un imminente disastro ecologico nel bacino carbonifero del Don. L’inchiesta che Eleonora voleva scrivere su questo tema, avrebbe costituito un altro tassello di un progetto di IrpiMedia, che l’ha già vista impegnata in Bulgaria ed Estonia.

Improvvisamente l’emergenza ucraina cancella i piani costruiti da tempo da Eleonora – e dal suo collega fotografo e videomaker, Patrick Tombola. I due si trovano così catapultati dalla sera alla mattina sul filo del fronte. Tra i bombardamenti e l’avanzata delle truppe russe, i due giornalisti diventano testimoni oculari della capacità con cui la popolazione locale, pur incapace di dare un senso agli avvenimenti, si organizzi e reagisca con caparbietà e decisione.

Dal caso prende forma un reportage a puntate con testimonianze in presa diretta e interviste in studio o registrate da Eleonora sul campo, che racconta come, dopo la confusione e il panico delle prime 48-72 ore, un Paese europeo e moderno, al pari del nostro, sia stato costretto a cambiare volto repentinamente e assumere un assetto da guerra. La confusione è tanta, come pure le domande cui sembra impossibile, ancora oggi, dare risposta. Mettendo insieme i vari tasselli, cercheremo di dare un senso a un evento che ha sconvolto la vita di tutti, entrando già nella storia.

Di vita e di guerra – Perché andare, perché restare

Fare il giornalista significa prima di tutto immedesimarsi nei panni di chi legge, vede o, come in questo caso, ascolta, e fornirgli strumenti per capire la realtà che lo circonda. Ecco perché, dopo un attacco “frastornante”, nel vero senso della parola, dove siete stati trascinati, inconsapevolmente, da Eleonora nell’istante che per molto tempo farà da spartiacque alla nostra storia recente, qui la nostra protagonista non è più narratrice testimone ma ospite e intervistata. A posteriori Eleonora cerca di rispondere alle domande che avrebbe posto lei a chi si fosse trovato nei suoi panni e cerca di colmare alcuni vuoti e informazioni, cui non aveva avuto nemmeno il tempo di pensare durante quella notte e quel giorno, nella frenesia del lì e ora. A intervistarla, Giulio Rubino, editor di questo podcast, che ha seguito Eleonora dall’inizio, prima che la guerra stravolgesse tutto.

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Di vita e di guerra – La notte che cambiò tutto

Un conto è sapere che la guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro, un altro svegliarsi nel cuore della notte al suono delle esplosioni. La giornalista freelance Eleonora Vio (assieme al compagno fotografo e videomaker Patrick Tombola) si trovava a Mariupol – città del sud-est dell’Ucraina, diventata tristemente nota per il carico di violenze e devastazione crescente perpetrato nelle settimane seguenti dalle forze russe – quando è iniziato il conflitto. A distanza di pochi minuti da quell’attimo che ha cambiato la storia del mondo, Eleonora prova a raccontare in presa diretta cosa si prova a essere coinvolti in prima persona in un evento così grande, assurdo e spaventoso, tanto da non essere stato, realisticamente, considerato come possibile, finché non è avvenuto. Un evento che, senza bisogno di troppa analisi, da subito delinea un prima e un dopo nella storia di Eleonora, e di tutti.

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Di vita e di guerra – Trailer 1

Di vita e di guerra – Trailer 2

Di Vita e Di Guerra è un podcast di Irpimedia
Autori: Eleonora Vio
Diretto da: Giulio Rubino
Prodotto, montato e sonorizzato da: Riccardo Cocozza
Doppiaggio: Stefano Starna, Vanina Marini
Fotografie: Patrick Tombola
Musiche originali: Riccardo Cocozza

Colonna Sonora:

XLR:840 – Replicant. Part 2
TIMOFIY STARENKOV – AI Access Denied
ДУХОВКА – Время
HRCRX – Mineral

Costa Smeralda, per servirla

#RussianAssetTracker

Costa Smeralda, per servirla

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Yacht, camerieri e secchielli di Champagne. Spariscono dalla Costa Smeralda, in Sardegna, i simboli del potere russo che qui, per oltre un decennio, ha stabilito il suo quartier generale con vista sul mare. Dopo l’invasione dell’Ucraina e l’emissione delle sanzioni contro la Russia, tutto l’Occidente si è dato da fare per stanare i beni seminati in giro dai potenti oligarchi: uomini funzionali alla tenuta dello zar Vladimir Putin, che negli anni si sono arricchiti smantellando e appropriandosi di quel che restava dell’Unione Sovietica. Da mesi sulle loro tracce è la Guardia di finanza che, una dopo l’altra, ne ha individuato e congelato ville, yacht, automobili e conti correnti.

Affiora così, da questo sistematico lavoro di sottrazione, il sistema economico e amministrativo che ha finora permesso agli oligarchi di stabilire qui la propria base sul Mediterraneo. Non solo un luogo di vacanza, feste o agi, ma la versione in salsa multimiliardaria dello smart working, permesso da uno Stato nello Stato fatto di consiglieri, amministratori, commercialisti e fornitori di servizi che hanno garantito all’intera area di diventare il punto di riferimento di Mosca in Europa. Il tutto raggiungibile con tre ore di aereo dopo colazione e in tempo per pranzo.

Il progetto Russian Asset Tracker
I 22 anni di governo di Vladimir Putin hanno prodotto enormi fortune per oligarchi, politici, funzionari della sicurezza e altri beneficiari del suo regime corrotto e clientelare. All’inizio del suo governo, Putin venne lodato per aver messo alle strette i magnati che avevano saccheggiato l’economia russa negli anni Novanta. Alcuni gli hanno giurato lealtà, assicurandosi così un posto nel nuovo ordine. Durante il suo governo è poi sorta una nuova generazione di ricchi magnati: sono i suoi alleati, amici, finanziatori.

Sulla scia del brutale assalto della Russia all’Ucraina, i governi di tutto il mondo hanno imposto sanzioni a molti sostenitori di Putin. Come gli altri oligarchi del mondo, però, questi ultimi hanno imparato a tenere nascosta la loro ricchezza in conti bancari segreti e strutture societarie offshore. Capire chi possiede cosa è difficile anche per gli investigatori più esperti.

Insieme a OCCRP e agli altri partner del progetto, IrpiMedia ha partecipato alla creazione di un database delle loro proprietà tracciabili: terreni, ville, aziende, barche, aerei. Il valore complessivo del patrimonio degli uomini di Putin scoperto finora da #RussianAssetTracker è di 17,5 miliardi di dollari.

Gli oligarchi cominciavano ormai a sentirsi “di casa” in Costa Smeralda: dopo avere utilizzato per anni società di comodo per acquistare proprietà, da qualche tempo hanno iniziato a usare i loro veri nomi su atti e utenze.

Alexei Mordashov – presidente del colosso siderurgico Severstal – tra il 2011 e il 2017 acquista a nome proprio 2.400 metri quadri di proprietà, per un valore di almeno 35 milioni di euro, con un cantiere partito nel 2016 per creare un complesso a “basso impatto visivo”. Oggi il “villaggio” di Mordashov è quasi invisibile se non si sa dove cercare.

C’è poi Petr Aven, decimo uomo più ricco della Russia, proprietario di Villa Maureena a Porto Rafael. «Prima la casa era intestata a una società», spiegano persone informate sui fatti, ma da qualche anno figura il cognome di Aven nei documenti e sulle utenze che IrpiMedia ha potuto consultare.

E infine Usmanov, che nel 2020 acquista un’ennesima villa a nome proprio, dopo avere utilizzato per anni società offshore.

L’enclave russa

Chiamata in origine Monti di Mola (nome che darà il titolo anche a una canzone di De André), la Costa Smeralda nasce negli anni ‘60 dalla visione di Karim Aga Khan, allora venticinquenne imam degli ismailiti nizariti, che intende creare in Gallura un’oasi di lusso per i ricchi del pianeta. Gite in barca e partite a golf hanno da allora scandito le giornate di magnati e imprenditori arabi, britannici e svizzeri, che per primi hanno stabilito tra Olbia e Porto Cervo il proprio buen retiro.

È da qui che, a inizio stagione, i villa manager mandano i galoppini fino alla Svizzera o alla Germania per recuperare le auto da corsa dei ricchi magnati. Edizioni limitate di Lamborghini e Ferrari – che i fidati lavoratori stagionali vanno a prendere per guidarle per un lungo viaggio stradale e che da luglio iniziano a popolare la Costa Smeralda, raccontano. Così appare tutt’oggi a chi la visita, con siepi curatissime e cancelli in legni lavorati, creando uno stile alieno che nel tempo ha finito per influenzare l’architettura costiera dell’intera isola.

Ben diversa dal resto della Sardegna è la qualità di strade e servizi. Quasi tutto fa capo al Consorzio Costa Smeralda, fondato proprio dall’Aga Khan per garantire ai ricchi abitanti di godere del maggiore comfort possibile. Sull’intero territorio di 3.114 ettari, con 55 chilometri di coste, solo il 3,7% del territorio è occupato da costruzioni private o opere infrastrutturali, così da garantire il noto aspetto selvaggio. Guardianie, servizi medici privati e addirittura tredici unità operative antincendio (con due autobotti e un elicottero) sopperiscono a tutti i bisogni che nel resto dell’isola non sono invece altrettanto garantiti.

Come in un lussuoso ristorante – dove a ogni sigaretta spenta arriva pronto un cameriere a cambiare il posacenere – in Costa Smeralda IrpiMedia ha visto gli operatori ecologici del consorzio sfidare il maestrale e la pioggia sferzante per cambiare la busta di un cestino praticamente vuoto su una spiaggia deserta. Una cura che testimonia il retaggio di lusso diluito negli anni ma ancora presente in questa enclave sul territorio di Sardegna, che di sardo non ha nulla.

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Ad aggiungere pregio all’intero sistema, in particolare per i russi, è la presenza del vicino aeroporto di Olbia, dove atterrano i jet privati dei ricchi inquilini della Costa Smeralda.

Grazie a tabulati di volo ottenuti in esclusiva in collaborazione con OCCRP, IrpiMedia è in grado di ricostruire l’assidua presenza di aerei appartenenti a oligarchi russi che da Mosca, ma anche dall’Austria e dalla Germania, atterrano a Olbia, dove spesso ad attenderli c’è un elicottero per portarli fino alle ville.

E proprio da questa lista emerge il via vai dei cortigiani di Putin, dal magnate della vodka Roustam Tariko – ormai cittadino onorario di Olbia – ad Alexei Ananyev, imprenditore del mondo IT che nel 2017 figurava tra i duemila uomini più ricchi del mondo secondo Forbes.

Gli aerei di entrambi i magnati hanno effettuato numerose sortite nel nord Sardegna tra la primavera del 2017 (i dati più vecchi di cui siamo in possesso) e l’ottobre del 2021.

Ma ad attirare maggiormente l’attenzione è un aereo che, a quanto risulta a IrpiMedia, ha compiuto un solo volo registrato. Si tratta di un Tupolev di fabbricazione russa intestato al Fsb, i servizi segreti eredi del Kgb, che atterra a Olbia il 5 luglio 2017 alle 6:36 del mattino ora locale, la cui ripartenza non è registrata. Gli spostamenti dei servizi segreti russi sono generalmente collegati agli spostamenti del presidente russo, dal quale dipendono direttamente.

Appena due giorni prima, il 3 luglio, atterrava nello stesso scalo l’aereo del magnate ucraino Rinat Akhmetov, originario di Donetsk, recentemente al centro delle polemiche in quanto indicato dall’auto proclamato governatore della repubblica separatista, Pavel Gubarev, quale finanziatore dei movimenti filorussi dell’area.
A 1.300 chilometri da lì, ad Amburgo, il 7 luglio Putin incontrerà per la prima volta l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per discutere di «Ucraina, Siria e altre questioni», riportava all’epoca Associated Press.

Un ufficio sul mare

Fra le trame della politica e del commercio internazionali, in Costa Smeralda è normale trovare anche misure di sicurezza eccezionali, a protezione della privacy dei suoi facoltosi inquilini e dei loro affari.

Qui ha le sue residenze il magnate russo che più di tutti ha investito nell’area e che da molti è considerato alla stregua di un “re”. È Alisher Usmanov, imprenditore di origine uzbeka, naturalizzato russo, fondatore di USM Holdings, gruppo che controlla diverse aziende di rilievo, tra cui Metalloinvest, produttore di acciaio; Baikal Mining, che si occupa di estrazione di rame, e Mail.ru, il principale operatore russo di servizi internet. Usmanov è anche il proprietario di Kommersant, il più noto giornale economico-finanziario russo. Secondo l’Unione europea – che ha sanzionato l’oligarca lo scorso febbraio – «da quando Usmanov ne ha assunto il controllo la libertà della redazione è stata limitata e il giornale ha assunto una posizione manifestamente favorevole al Cremlino».

Proprio Usmanov ricorre a misure di sicurezza straordinarie, sia in tempo di vacanza – Usmanov ha passato in Costa Smeralda gran parte della pandemia – sia quando lavora da uno dei suoi complessi immobiliari tra Punta Capaccia e Piccolo Pevero: villa Capaccia, villa L’Aldiola, villa Mimosa, Li Nibani e ancora villa Cormorano, Villa Sa Piantesa, Villa Sa Pedra.

Le ville di Alisher Usmanov e Dmitri Mazepin a Capo Capaccia, Romazzino, comune di Arzachena, Sassari, per particelle catastali
Le ville di Alisher Usmanov e Dmitri Mazepin a Capo Capaccia, Romazzino, comune di Arzachena, Sassari, per particelle catastali

L’intero ecosistema delle ville di Punta Capaccia infatti è interconnesso da una rete interna in fibra ottica, sulla quale si collegano sia internet sia gli impianti di videosorveglianza. Un’informazione in esclusiva ottenuta da IrpiMedia grazie a fonti confidenziali. È così che le immagini di ogni angolo del giardino e di tutti gli ingressi vengono trasmesse a una sala di controllo degna di una base militare, con decine di monitor che riportano qualsiasi attività sotto l’occhio attento della vigilanza.

A protezione del traffico internet del complesso, specifiche configurazioni generano tutto l’anno traffico internet casuale creando un “rumore bianco” che rende impossibile a un’analisi esterna di capire se e quando qualcuno sia in casa.

Un capitolo a parte lo meritano le auto: la Guardia di Finanza ne ha sequestrate almeno una, blindata. Si tratta di una Mercedes-Benz S650 Maybach a prova di bombe e assalti armati del valore di oltre 1.2 milioni di euro simile a quella acquistata pochi mesi fa dal primo ministro indiano, Narendra Modi. Intestata a una società di “noleggio auto”, Machina srl, che risulta domiciliata in una stradina alle porte di Arzachena – il paese dell’entroterra nel cui vastissimo comune ricade buona parte della Costa Smeralda.

È una strada dismessa, nella quale si trovano un meccanico di auto e officine di rimessaggio barche. “Via del Rimessaggio” si chiama, d’altronde. Ma di Machina srl o di auto blindate neppure l’ombra: qui non l’ha sentita nominare nessuno.

Uno yacht al largo della Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia
Uno yacht al largo della Costa Smeralda – Foto: IrpiMedia
Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia
Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena – Foto: IrpiMedia

Anche se la società non è conosciuta, lo è il suo proprietario: Usmanov. L’oligarca la possiede attraverso un trust delle Bermuda, la Pauillac Property Ltd, che controlla anche altre due società italiane proprietarie delle sue di Punta Capaccia. Tutte queste società sono amministrate da un avvocato cipriota e dal commercialista Ruggero Tusacciu.

Fornitori di servizi

Sebbene non sia stato possibile parlare con Tusacciu direttamente, IrpiMedia ha incontrato chi ha aperto a Tusacciu la porta del regno di Usmanov: Antonio Brigaglia. Brigaglia è un commercialista di Calangianus e titolare dello studio di riferimento per quelli che hanno proprietà nella parte più ricca della Gallura. Era stato proprio Brigaglia a creare la struttura di società italiane che curano l’ultimo miglio di gestione degli asset di Usmanov: Sardegna Servizi, Machina nonché Delemar e Punta Capaccia. Società che ormai non gestisce più lui, avendole passate al socio Tusacciu.

Da tutti indicato come “il commercialista della Costa Smeralda”, Brigaglia eredita l’attività dal padre – racconta – che fu tra i primi a intuire il potenziale del nord della Sardegna. Il suo studio, affacciato sulla provinciale 59 tra un ristorantino dove mangiano gli operai e un negozio di prodotti per piscine, è di soli due locali. Il professionista, con i modi gentili tipici della zona, riceve nella sua stanza: un divano, due poltroncine, neanche un pc sulla scrivania.

«Quando mio padre ha aperto lo studio, il mercato della Costa Smeralda ancora non esisteva», ricorda: «Parliamo di sessant’anni fa, quando sono iniziate le lottizzazioni e contestualmente la costruzione di servizi». In quegli anni gli stranieri che volevano acquistare degli immobili dovevano per forza aprire una società in Italia, e acquistare il bene tramite quella.

Tra i servizi che ha offerto la Brigaglia Service agli acquirenti stranieri c’è anche quello di rappresentante tributario: di fatto un codice fiscale con cui l’Agenzia delle entrate può interfacciarsi. Ma è evidente che per gli oligarchi russi Brigaglia è stato soprattutto il punto di riferimento per le questioni fiscali ed economiche che riguardavano le ville, dal momento dell’acquisto fino alla gestione negli anni. Parlando con lui emerge chiaramente: gli ultraricchi russi non vogliono problemi, e il sistema ville deve funzionare perfettamente e senza intoppi. E quindi si è rafforzata la figura del “fornitore di servizi”, perché lo studio Brigaglia si è dovuto occupare di costituire “società interinali” che potessero assumere e gestire il personale delle ville, le auto di lusso, nonché seguire i lavori di ristrutturazione o manutenzione.

Certo, ci spiega Brigaglia stesso, se l’oligarca assumesse il personale direttamente risparmierebbe molto. Ma non tutti lo vogliono fare. «Da anni suggerisco che le società che gestiscono i dipendenti vengano sciolte: parliamo di domestici, giardinieri e in generale persone che svolgono il ruolo di collaboratori domestici – precisa. Se venissero assunti direttamente come tali dal padrone di casa, anziché come dipendenti di una società, costerebbero molto meno e si pagherebbero meno tasse», spiega.

Un murale lungo la statale che collega Arzachena alla Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia
Un murale lungo la statale che collega Arzachena alla Costa Smeralda – Foto: IrpiMedia

Parliamo di dieci o quindici dipendenti per villa, tra giardinieri, manutentori e il villa manager, che lavorano tutto l’anno e ai quali si aggiunge il personale assunto stagionalmente, quando le ville sono in piena operatività. Ed effettivamente, girando tra le proprietà, neanche nei mesi più freddi si ha la sensazione di essere in una località turistica deserta. Furgoni e piccole utilitarie fanno avanti e indietro senza sosta, aprendo e chiudendo cancelli di legno il cui valore è probabilmente equiparabile a quello delle stesse auto che li varcano. È il sottobosco di dipendenti che curano le ville, in attesa che il proprietario o i suoi ospiti si manifestino.

Risalire la china

Brigaglia incalza: converrebbe chiudere le società di comodo, e non solo assumere direttamente i dipendenti ma anche intestare le ville direttamente ai proprietari reali, anche nel caso degli oligarchi. Spiega che negli anni il Fisco ha cambiato strategia, oggi si può acquistare come persona fisica e anzi, conviene, perchè si risparmia in tasse. Ma acquistare beni come società ha un vantaggio: schermare la proprietà dell’asset.

Secondo Brigaglia però, la schermatura è comunque parziale, perché al rappresentante tributario di una società di comodo è richiesto per legge di depositare all’Agenzia delle entrate il nome dell’amministratore delegato con fotocopia del documento di identità. «Quindi alla fine trovi il passaporto di Petr Aven o chi per lui», dice Brigaglia.

«L’Agenzia delle entrate dovrebbe poter dire agevolmente chi sono i reali beneficiari di ogni proprietà, perché noi siamo obbligati a comunicarli per le norme antiriciclaggio», sostiene.

Nella pratica però, le cose non funzionano esattamente come racconta Brigaglia. Infatti per alcuni oligarchi – compreso Usmanov – poter tutelare la propria riservatezza è la priorità numero uno. E quindi si preferisce creare complesse strutture di scatole cinesi offshore che gestiscono asset in tutto il mondo, comprese le ville in Costa Smeralda. Non tanto per evadere il fisco italiano, quanto per proteggersi da eventuali indagini del proprio Paese d’origine, o da misure straordinarie come le sanzioni attuali.

All’Agenzia delle entrate italiana infatti, alla fine della catena di società, spesso non c’è depositato il documento di identità dell’oligarca proprietario della villa, bensì quello dell’amministratore delegato, di fatto un prestanome, o del trust manager della società di comodo creata in qualche paradiso fiscale.

Nel caso di Usmanov, il sistema di schermatura non ha funzionato e le ville e i beni sono stati congelati. Ma solo grazie alla collaborazione di Cipro, che è un’eccezione portata dalla gravità dei tempi, più che una regola. Infatti Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio, è per ora riuscito a salvare dal congelamento la sua magione a Porto Cervo – Villa Walkirie – pur essendo sotto sanzioni dal 10 marzo 2022. Questo perché ha costituito una complessa rete di società offshore, costi quel che costi in termini di tasse e commercialisti, che le autorità italiane hanno difficoltà a comprovare.

L’ingresso di Villa Walkirie nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia
L’ingresso di Villa Walkirie nel comune di Arzachena – Foto: IrpiMedia

Villa Walkirie, ha scoperto IrpiMedia, è infatti intestata a una società delle Isole Vergini Britanniche, che è controllata da un’azienda cipriota, la Advante Management Corp. In un documento ottenuto tramite un leak, è messo nero su bianco che il beneficiario finale della Advante e di tutte le sue controllate è, appunto, Oleg Deripaska. Un dato ormai noto, che resta però insufficiente a congelare il bene da parte delle autorità italiane, alle quali serve che i paradisi fiscali collaborino e consegnino la documentazione comprovante. E Deripaska resta così intoccato nel suo fortino sul mare.

Brigaglia – che tiene a precisare che Deripaska non è un suo cliente – invece paga pegno nel suo ruolo di “service provider”. Infatti, dopo aver segnalato spontaneamente due conti riconducibili a clienti sanzionati, si è visto chiudere dalla banca ben dieci conti correnti intestati alla sua azienda di consulenza: quelli da cui passa il denaro corrente legato alla gestione delle varie ville e società, anche non di russi, dove i clienti versavano il denaro per le spese.

Insomma, a questa torrida estate la Costa Smeralda si affaccia con la previsione di una stagione più “povera” e con meno ombra. Verrà a mancare sicuramente quella proiettata dal Dilbar, lo yacht di 156 metri di proprietà di Usmanov che già in passato ha causato lo scontento dei diportisti che gli si affiancano e che si sentono sminuiti dalla sua ingombrante presenza. L’imbarcazione è attualmente imprigionata in Germania, in attesa che la Corte europea di giustizia si esprima sul ricorso presentato dall’oligarca. La risposta è attesa a giorni.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

La villa Rocky Ram di Dmitry Mazepin a Punta Capaccia
(IrpiMedia)

La villa Rocky Ram di Dmitry Mazepin a Punta Capaccia - Foto_ IrpiMedia

L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

#OperazioneMatrioska

L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

Lorenzo Bagnoli

Nel 2020 i media spagnoli hanno pubblicato una notizia che sembrava assurda. Gli inquirenti spagnoli che indagano sui presunti finanziamenti illeciti al movimento separatista catalano hanno reso noto che l’ex presidente della Regione Autonoma e leader degli indipendentisti Carles Puigdemont (oggi eurodeputato che in Spagna rischia il carcere) nell’ottobre 2017 aveva ricevuto un’offerta di 500 miliardi di dollari per azzerare il debito pubblico catalano e 10 mila soldati per costituire un proprio esercito. Mittente della proposta un non precisato «gruppo di russi».

L’inchiesta collaborativa #RussianOffer – a cui IrpiMedia partecipa insieme a OCCRP, El Periódico, Bellingcat, Il Fatto quotidiano e iStories – è in grado di confermare che la strana offerta fu effettivamente fatta, e non solo. Possiamo svelare infatti che i contatti tra gli indipendentisti e i russi sono andati avanti anche dopo il rifiuto dell’offerta di Puigdemont e che il gruppo era composto da una squadra di negoziatori tra cui un ex diplomatico che ha collaborato a lungo con Sergey Lavrov. Il suo nome è Nikolay Sadovnikov e la sua carriera diplomatica si è svolta per buona parte in Italia.

I collegamenti con #OperazioneMatrioska

Non è la prima notizia di un tentativo dei russi di finanziare l’indipendentismo catalano: El Periódico nel 2019 e Occrp nel 2021 avevano già scoperto altre trattative, poi fallite, finalizzate a ottenere il riconoscimento della Catalogna indipendente da parte della Russia. Questo genere di operazioni si inseriscono nel contesto del tentativo di infiltrare la politica europea che in Italia è passato dagli accordi programmatici tra Lega e il partito di Vladimir Putin Russia Unita e dalle trattative dell’hotel Metropol; in Francia dai finanziamenti russi al Front National, l’allora partito di Marine Le Pen; in Austria con lo scandalo Ibiza che ha travolto l’FPO (ne abbiamo scritto in #OperazioneMatrioska)

Nikolay Sadovnikov ha lavorato all’ambasciata di Roma tra il 1984 e il 1987, poi è stato vice console a Milano tra il 1991 e almeno il 1995, a cavallo del crollo dell’Unione sovietica. Poi è tornato in Russia, dove ha continuato a lavorare per il ministero degli affari esteri. Dal 2012 il suo nome è apparso nei fascicoli di diverse agenzie di intelligence europee, che però è da tempo che hanno smesso di fare attenzione al suo caso.

La foto della patente di guida di Nikolay Sadovnikov, ottenuta dai giornalisti

La foto della patente di guida di Nikolay Sadovnikov, ottenuta dai giornalisti

Una di queste lo descrive così: «È coinvolto nei dossier di Siria, Iran, Libia e più in generale nelle relazioni bilaterali con i Paesi del Golfo». Il suo scopo era «promuovere la convergenza di interessi tra Russia e Iran in particolare per ridurre l’influenza americana nella regione». Il report cita un viaggio in Iran nell’aprile 2012 e uno il mese seguente negli Emirati arabi uniti, nel quale Sadovnikov secondo le fonti dell’intelligence sarebbe stato al seguito del ministro degli esteri di Mosca, Sergei Lavrov, per prendere parte a degli incontri per lo sfruttamento di un bacino petrolifero. Secondo il report è «un’ipotesi credibile» che Sadovnikov sia un agente dei servizi segreti russi, per quanto riconosca di non poterlo stabilire con certezza.

«L’emissario di Putin è arrivato alle 5», si legge in uno dei messaggi scambiati tra i collaboratori di Puigdemont il 26 ottobre 2017. I messaggi sono stati raccolti dalla polizia spagnola sempre nell’ambito delle indagini sul finanziamento illecito del movimento separatista catalano, filone dal quale era emersa la notizia dell’offerta russa nel 2020. I registri di volo dimostrano che Nikolay Sadovnikov è effettivamente atterrato a Barcellona alle 15:44 di quel giorno sul volo Aeroflot 2514 da Mosca. Il nome Nikolay è stato confermato ai giornalisti anche da Victor Terradellas, indipendentista che è stato responsabile per le relazioni esterne di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC), l’ex partito di Puigdemont coinvolto in scandalo di finanziamento illecito che si è sciolto nel 2016. Terradellas è stato uno degli uomini di Puigdemont che ha preso parte all’incontro e che ha tenuto contatti con i russi anche dopo il rifiuto dell’offerta da parte del leader indipendentista.

L’operazione Volhov e il CatalanGate

A ottobre 2020 l’operazione Volhov della Guardia Civil spagnola ha portato in carcere 21 persone tra cui alcuni uomini chiave del sistema di potere di Carles Puigdemont. L’accusa è aver utilizzato denaro pubblico per finanziare il tentativo fallito di ottenere l’indipendenza nel 2017 e aver pagato l’auto-esilio di Puigdemont in Belgio. L’indagine si è anche occupata di Tsunami Democràtic, il movimento accusato delle violenze di strada scoppiate a Barcellona il primo ottobre 2017, il giorno del referendum per l’indipendenza.

Secondo l’accusa, per oltre sei anni, circa 2 milioni di euro destinati alla provincia autonoma di Barcellona sarebbero stati impiegati per attività politiche del movimento indipendentista. A fare da collettore dei fondi nel 2017 era Fundació CATmón, organizzazione culturale pro-indipendenza che era presieduta da Victor Terradellas.

Accanto alle indagini finanziarie, è però recentemente scoppiato un altro scandalo, il CatalanGate. Il centro di ricerca CitizenLab, noto per la collaborazione con attivisti che si battono contro la sorveglianza di oppositori politici e difensori dei diritti umani, ha scoperto che almeno 63 indipendentisti catalani – tra politici, giuristi e membri della società civile – sono stati spiati attraverso lo spyware israeliano di NSO Group Pegasus, già finito al centro dello scandalo Pegasus Project. Il rapporto di CitizenLab non è in grado di identificare con certezza gli autori degli attacchi nei confronti degli indipendentisti, «ma forti prove circostanziali suggeriscono un legame con le autorità spagnole», si legge nel sommario.

A inizio maggio, però, è emerso che nemmeno il governo di Madrid è stato immune a Pegasus: sarebbero finiti sotto tiro dello spyware anche i telefoni del primo ministro Pedro Sanchez e della ministra della Difesa Margarita Robles. Queste ultime sarebbero avvenute tra maggio e giugno 2021 secondo il Centro Criptológico Nacional, il dipartimento dell’intelligence spagnola che si occupa di cybersicurezza. La magistratura spagnola ha aperto un’indagine per «intrusione esterna», ovvero utilizzo di sistemi di intercettazione e sorveglianza che non sono stati autorizzati dall’autorità giudiziaria spagnola.

Uno strano meeting

A Barcellona, l’incontro fra Sadovnikov e Carles Puigdemont è avvenuto il 26 ottobre 2017 alla residenza ufficiale del presidente catalano (Puigdemont non ha risposto alle domande dei giornalisti). Il giorno dopo il Parlamento catalano avrebbe approvato con voto segreto l’indipendenza della Catalogna, dopo il contestato referendum che si è tenuto il primo ottobre di quell’anno. Secondo il governo di Madrid, è stata «una messinscena»; secondo gli indipendentisti, è stato il voto con cui legittimare la separazione dalla Spagna.

Erano ore di trattative frenetiche per Puigdemont. Tra queste, c’è stata anche quella con la delegazione russa guidata da Nikolay Sadovnikov. Lo accompagnava un altro cittadino russo e un interprete, Jordi Sardà Bonvehí, un faccendiere con un passato controverso. Reuters lo definisce «un maestro di sci che è diventato uomo d’affari». È stato protagonista di un tentativo di frode nel 2012: aveva cominciato a negoziare con le autorità dell’Ucraina la costruzione di un deposito di gln, gas liquido naturale, lungo la costa del Mar Nero, fingendo di essere il rappresentante della Gas Natural, una società spagnola. Rispondendo al telefono a Reuters in occasione di quell’inchiesta aveva riconosciuto di non avere alcuna autorizzazione da Gas Natural ma aveva aggiunto: «Pensavo di poter firmare e poi trovare un accordo con la società». Non ha invece risposto alle domande dei giornalisti di #TheRussianOffer.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire dai messaggi e dalle testimonianze, l’unica richiesta della delegazione russa in cambio del sostegno economico e militare della Catalogna indipendente era una legislazione favorevole alle criptovalute. L’intento sarebbe stato trasformare la Catalogna in un centro finanziario per le monete virtuali paragonabile a quello che è la Svizzera per le banche internazionali.

Occrp ha contattato Christopher Nehring, docente di storia dell’intelligence all’università di Potsdam, per cercare di capire quale possa essere lo scopo di quella assurda offerta della delegazione russa. Da un lato, spiega il docente, i catalani stavano parlando con persone che «ovviamente avevano un’affiliazione con i servizi segreti russi». Dall’altro, però, «la presunta richiesta di trasformare la Catalogna nella “Svizzera delle cryptovalute” suona come una truffa». «Mettendo insieme le due parti – prosegue – sembra che stiamo guardando a un’operazione segreta, sostenuta dall’intelligence, che ha lo scopo di dare supporto a un movimento separatista, con di contorno una componente di truffa o di frode».

Keir Giles, esperto di Russia del think tank britannico Chatham House, ritiene che si tratti di «un’operazione ibrida tra interferenza politica e ricerca di profitto». «La stretta e intima connessione tra il potere politico e il crimine organizzato … è una caratteristica che definisce gran parte dei mezzi di proiezione del potere della Russia moderna», precisa.

I contatti del 2018

Nonostante il rifiuto dell’offerta e i sospetti sui protagonisti della delegazione, gli indipendentisti catalani hanno mantenuto aperti i loro contatti con i russi. Attraverso 200 pagine di messaggi intercettati dalla polizia nell’ambito del processo sui finanziamenti a sostegno degli indipendentisti catalani, alcuni dei quali pubblicati da Occrp, è possibile dimostrare come il 10 marzo 2018 il partner di Puigdemont Victor Terradellas e l’interprete del meeting con Sadovnikov Jordi Sardà abbiano parlato del possibile trasferimento di 56 bitcoin a favore degli indipendentisti, il corrispettivo di 525 mila dollari, all’epoca. Nei documenti c’è anche il numero di portafoglio online che Terradellas ha condiviso con Sardà. I giornalisti sono stati in grado di rintracciarlo e di individuare il pagamento di un singolo bitcoin.

Tra i messaggi scambiati tra i due protagonisti dell’incontro con Sadovnikov, c’è anche una foto in cui Tarradellas tiene in mano quello che sembra un un certificato di deposito della banca svizzera UBS. Il valore che si legge è di 500 miliardi di dollari. Tre esperti hanno confermato ai reporter che si tratta di un falso: «Falsi di questo genere sono spesso utilizzati da truffatori che vogliono dimostrare di essere in possesso di somme del genere. E il falso è fatto in modo molto maldestro», commenta Daniel Thelesklaf, ex capo dell’Ufficio di segnalazione del riciclaggio di denaro del governo svizzero.

Victor Terradellas mostra il certificato dei 500 miliardi di dollari di UBS. Credits: messaggi di Terradellas
Victor Terradellas mostra il certificato dei 500 miliardi di dollari di UBS. Credits: messaggi di Terradellas

Raggiunto al telefono per un commento, Sadovnikov ha negato sia ogni tipo di coinvolgimento con il governo o i servizi segreti russi, sia di aver offerto agli indipendentisti denaro e un esercito. Ha confermato però di aver viaggiato a Barcellona nella seconda metà di ottobre 2017 e di essere stato portato a un incontro «da un amico». Incontro del quale Sadovnikov dice di sapere poco, perché non parla spagnolo. «Volevo solo che la piantasse – racconta al telefono in merito all’incontro – e che (il mio amico, ndr) mi portasse al mare». «Sapete cosa sono 500 miliardi di dollari? – ha domandato Sadovnikov ai giornalisti che gli hanno chiesto spiegazioni in merito alla cifra proposta per il finanziamento del debito pubblico catalano – È praticamente il bilancio dello stato russo. E qualcuno darà il bilancio dello stato russo alla Catalogna? Beh, sapete, non è nemmeno assurdo, è solo, sapete, folle».

I legami con l’Italia

Dopo l’esperienza diplomatica a Roma e Milano, Sadovnikov ha mantenuto aperti i suoi canali con l’Italia. Fonti diplomatiche hanno spiegato a Il Fatto quotidiano che Savodnikov nel gennaio 2016 ha ottenuto un visto turistico per l’Italia attraverso una società, Pgb Group, di cui titolare è Piergiorgio Bassi. La società si occupa di consulenza e lobbying in vari settori, dall’innovazione tecnologica, alle risorse petrolifere, fino al settore finanziario e bancario e Piergiorgio Bassi è un nome noto tra i lobbisti che in passato hanno permesso a società russe di investire in Italia. Secondo quanto spiega Bassi, ogni volta che un cittadino russo viene in Italia, anche solo per turismo, deve avere un invito per poter ottenere il visto. Questo invito può anche essere sostituto da un’agenzia di viaggi che svolge le pratiche per ottenere le autorizzazioni burocratiche per l’ottenimento del lasciapassare.

Bassi ricorda che in quegli anni capitava che Sadovnikov venisse in Italia per turismo e che lo conosceva per i suoi incarichi al ministero degli Esteri di Mosca: «Era il consigliere politico di Lavrov per la politica strategica estera», aggiunge, contattato al telefono da Il Fatto quotidiano. Non aveva particolari progetti in Italia, però «andando a memoria – prosegue Bassi – mi sembra che in quel periodo in Spagna stesse analizzando tutta la situazione della Catalogna».

Carles Puigdemont durante la sua permanenza in Germania dove è stato arrestato, e poi scarcerato, a seguito di un mandato di arresto internazionale nell'aprile 2018 - Foto: Carsten Koall/Getty

Carles Puigdemont durante la sua permanenza in Germania dove è stato arrestato a seguito di un mandato di arresto internazionale nell’aprile 2018 – Foto: Carsten Koall/Getty

Altre tracce di Sadovnikov in Italia compaiono anche nelle visure camerali delle aziende di cui è stato socio. Per esempio all’interno dei documenti della panamense Onava Energy International, società aperta nel marzo 2005 di cui però non si trova alcuna attività, l’indirizzo di riferimento di Sadovnikov è a Pedivigliano, in provincia di Cosenza. Per lui e per tutti gli altri soci: un cittadino russo e due italo-americani, Ottavio Antonio e Antonio Mario Angotti, padre e figlio, il primo nativo proprio di Pedivigliano.

Ottavio Angotti è deceduto nel 2009. Il suo nome compare nel fascicolo giudiziario che riguarda la caccia al tesoro di don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa negli anni Novanta. Il figlio Massimo negli anni Duemila aveva cominciato a investire il suo patrimonio in diverse operazioni in tutto il mondo. Secondo quanto è stato scoperto dalla Procura di Palermo, stava cercando di dedicarsi anche a operazioni di trading di gas. Aveva incontrato uomini di Gazprom e nel 2004 aveva chiuso un contratto per una fornitura di gas dal Kazakistan, sempre gestito da una joint venture di cui faceva parte Gazprom. Il tramite di questo accordo, ricorda ancora oggi Massimo Ciancimino, era il professor Ottavio Angotti: «Era il consigliere economico di Nazarbayev», ossia l’allora presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev, dimessosi nel 2019 dopo 29 anni di governo incontrastato a seguito delle proteste di piazza.

Una manifestazione a favore dell'indipendenza della Catalonia presso la stazione ferroviaria di Barcellona il 28 ottobre 2019 - Foto: Guy Smallman/Getty

Una manifestazione a favore dell’indipendenza della Catalonia presso la stazione ferroviaria di Barcellona il 28 ottobre 2019 – Foto: Guy Smallman/Getty

Secondo le dichiarazioni di Ciancimino, Angotti sarebbe stato tra i consulenti che lo hanno aiutato a ottenere anche altre concessioni pubbliche in Kazakistan, ad esempio «due sorgenti d’acqua al confine tra Kazakistan e Cina, a Urumqi», ha detto Ciancimino a processo. Una GPA Foundation è stata registrata nel 2007 anche a Macao, l’isola a largo di Hong Kong. Uno dei soci è Antonio Mario Angotti, il figlio di Ottavio, che secondo il suo profilo LinkedIn lavora in una società energetica proprio a Hong Kong. Angotti non ha risposto alle domande dei giornalisti di #RussianOffer via LinkedIn.

Entrambi gli Angotti sono finiti nelle cronache giudiziarie degli Stati Uniti per il fallimento di un istituto di risparmio all’inizio degli anni Novanta. Secondo la stampa statunitense, Ottavio Angotti è scappato nel 1993, prima che fosse pronunciata la sentenza nei suoi confronti, dopo essere stato portato in una clinica oncologica. Tre anni dopo è stato arrestato nuovamente a Hong Kong. Nel 1995 Antonio Mario Angotti è stato condannato a 41 mesi di reclusione per frode e riciclaggio negli Usa. Sei anni dopo è andato in Estonia, dove si faceva chiamare Tony Massei: ha partecipato a una truffa per aggiudicarsi la gestione delle ferrovie estoni durante il processo di privatizzazione.

Oltre all’Onava Energy International panamense, Sadovnikov nel marzo 2005 appare tra i soci di una Onava Energyia registrata in Russia. Insieme a lui nel capitale sociale ci sono ancora una volta i due Angotti e un altro cittadino russo. Di questa società è importante l’indirizzo: il civico 5 della Piazza Rossa di Mosca. Corrisponde al Middle Trading Rows, palazzo di fine Ottocento che era di proprietà del Ministero della Difesa. Qui hanno sede anche altre quattro società di cui Sadovnikov risulta socio. In una di queste, Alfa-Ros, insieme a lui ci sono un certo Liberato Scollato e una certa Larissa Conti. Il primo è un salentino residente a Milano che in passato è stato condannato due volte in via definitiva per truffa; Conti è invece un’imprenditrice residente in Svizzera nativa del Donbass che oggi è portavoce della Repubblica popolare di Donetsk. I due hanno avuto società insieme in Svizzera, in passato. Entrambi smentiscono categoricamente di essere stati soci di Sadovnikov.

«Mi aiutò a ottenere il visto, ma non sono mai stato azionista di una società in Russia», ricorda Scollato. Conti invece dice non aver mai sentito il nome Sadovnikov e sostiene che si tratti di un caso di omonimia. «Scollato non lo vedo probabilmente da dieci anni», conclude.

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Grattacieli spettacolari, lusso sfrenato, dune e spiagge assolate. Ecco i tre tratti distintivi di Dubai, centro finanziario mediorientale noto come parco giochi per i ricchi del mondo.

Ma l’elegante Emirato ha anche un’altra faccia: quella del riciclaggio di fondi neri, spesso tramite investimenti immobiliari. Ora un leak di dati ottenuto da OCCRP e condiviso con oltre 20 partner internazionali, tra cui IrpiMedia per l’Italia, tratteggia per la prima volta una panoramica completa di quanti abbiano acquistato proprietà a Dubai. Molti sono investitori legittimi, alcuni sono invece personaggi coinvolti in scandali giudiziari, criminali, oligarchi e politici sotto sanzione. Tra questi, anche vari membri dell’élite russa: legislatori, senatori, leader regionali e uomini d’affari vicini al presidente Vladimir Putin.

A Dubai non è difficile ottenere una residenza ufficiale, che a sua volta garantisce importanti vantaggi fiscali oltre che, almeno per i ricchi, un’alta qualità della vita e una notevole privacy, anche di fronte a indagini ufficiali. È anche per questo che la città è diventata uno degli approdi preferiti per persone politicamente esposte e latitanti in cerca di un porto sicuro. Tra chi ha scelto le dune come luogo per investire vi sono due oligarchi russi: Ruslan Baisarov, considerato vicino al dittatore ceceno sanzionato Ramzan Kadyrov, e Roman Lyabikhov, parlamentare della Duma. Al loro fianco, Alexander Boroday – l’autodichiarato “primo ministro” della Repubblica Popolare di Donetsk durante l’invasione dell’Ucraina del 2014. E poi due latitanti, il presunto narcotrafficante irlandese Daniel Joseph Kinahan che ha costruito un impero a Dubai come ricostruito da ICIJ, e Miroslav Vyboh, uno slovacco accusato di corruzione che si ritiene nascosto proprio a Dubai.

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I partner del progetto #DubaiUncovered
Questo progetto è stato coordinato dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) grazie alla condivisione del leak da parte del giornale norvegese E24 e dal Center for Advanced Defense Studies (C4ADS), un’organizzazione non profit che indaga sul crimine internazionale e conflitti, con sede a Washington. Il leak analizzato da OCCRP e dai partner, è una lista di 274mila persone e aziende da 197 Paesi per un totale di 883mila proprietà a Dubai.

Sulla lista degli italiani proprietari di immobili a Dubai, circa tremila, pur non essendoci profili rilevanti sul piano politico, spuntano una serie di nomi e vicende che sollevano dei punti di domanda rispetto all’origine dei capitali investiti. Molti sono perfetti sconosciuti, altri sono dirigenti di aziende del settore energetico, capitali quindi giustificati, anche se alcuni di loro sono rimasti coinvolti in scandali di corruzione. Non solo dirigenti, a possedere moltissimi immobili è anche la mega azienda di costruzioni Impregilo, a sottolineare quanto possa essere strategico avere un piede nel mercato immobiliare dell’impero delle dune. A vederla nello stesso modo sono stati, negli anni, una serie di imprenditori saliti all’onore delle cronache per casi di corruzione o per riciclaggio (anche in odore di mafia), faccendieri in cerca di terre vergini o imprenditori coinvolti in scandali di criptovalute in cerca di un luogo tranquillo in cui ricostruire una carriera.

Tra tutti gli italiani, spicca il caso di Francesco Giordano, imprenditore pugliese del settore commercializzazione carni che stando alle accuse della Direzione distrettuale antimafia di Bari avrebbe messo in piedi un milionario giro di evasione fiscale e riciclaggio con il supporto del clan Parisi. Grazie al leak, IrpiMedia ha tracciato cinque immobili a Dubai riconducibili a Giordano, e sconosciuti alle autorità italiane.

Lo skyline di Dubai, dove si stagliano i grattacieli e le costruzioni di maggior valore – Foto: Laszlo Szirtesi/Getty Images

Punto cieco del settore immobiliare

Dubai è parte degli Emirati Arabi Uniti ma gode di autonomia interna. Ha costruito identità ed economia attorno al concetto di “casa per gli espatriati”. Negli anni ‘90 le entrate petrolifere sono crollate e così, chi governava Dubai, ha voluto attrarre capitali stranieri edificando decine di nuovi complessi residenziali, l’edificio più alto del mondo e due penisole artificiali a forma di palma (una mai completata a causa della crisi finanziaria del 2008, quando molti progetti immobiliari si sono bloccati per effetto della mancanza di credito).

Da allora, il settore immobiliare è stato una significativa fonte di reddito per l’UAE: oggi Dubai ha tre milioni di residenti, di cui solo mezzo milione sono di nazionalità UAE. Qui i residenti non pagano tasse sul reddito o sulle plusvalenze; questo lo rende un luogo ideale per riciclare o per nascondersi al fisco europeo.

«Il settore immobiliare è perfetto quando si deve riciclare denaro perché, a differenza di qualsiasi altra forma di riciclaggio, si può allo stesso tempo fare affari e vivere nel posto in cui si ricicla il denaro», afferma Jodi Vittori, ricercatrice presso il Carnegie Endowment for International Peace.

«Il settore immobiliare è perfetto quando si deve riciclare denaro perché, a differenza di qualsiasi altra forma di riciclaggio, si può allo stesso tempo fare affari e vivere nel posto in cui si ricicla il denaro», afferma Jodi Vittori, ricercatrice presso il Carnegie Endowment for International Peace

Dubai è una delle giurisdizioni con più segretezza al mondo, principalmente a causa della mancanza di trasparenza finanziaria.

«Fino ad ora, nessuno aveva avuto questo tipo di informazioni sul mercato immobiliare in un paradiso fiscale così noto», spiega Annette Alstadsæter, professoressa di economia fiscale presso l’Università norvegese di Scienze della Vita (NMBU). Alstadsæter guida un gruppo internazionale di accademici che sta analizzando il materiale trapelato da Dubai, e presto pubblicheranno i risultati. Sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili sui prezzi degli immobili, i ricercatori stimano che gli individui e le aziende straniere abbiano investito oltre 145 miliardi di dollari nel mercato immobiliare dell’Emirato.

«La proprietà investita in immobili è stata a lungo un punto cieco, con pochi o nessun dato reale sul valore degli immobili nei paradisi fiscali. Questa è la prima volta che abbiamo una somma effettiva del valore netto delle proprietà possedute da stranieri e da nativi in un paradiso fiscale», ha spiegato Gabriel Zucman, professore associato presso l’Università di Berkeley a San Francisco.

Zucman è uno dei maggiori esperti mondiali di paradisi fiscali. Dirige l’osservatorio fiscale dell’UE ospitato dalla Paris School of Economics e ha seguito la ricerca sui dati trapelati con il leak. «Fino a poco tempo fa non potevamo analizzare questo tipo di ricchezza nascosta con numeri concreti, ma questa fuga di notizie cambia le cose. Questo progetto è un primo passo per far luce sull’aumento degli investimenti immobiliari nei paradisi fiscali come parte della più ampia globalizzazione», conclude Zucman.
Stimare il valore degli immobili di Dubai

I valori degli immobili citati in questo articolo sono stati calcolati in due modi. Da una parte c’è l’analisi dei ricercatori dell’Università norvegese di Scienze della Vita (NMBU). Gli studiosi hanno stimato il valore netto di ogni immobile prendendo le transazioni d’acquisto registrate in modo anonimo nel 2020 e incrociandole ai dati delle località e ai metri quadri. Dall’altra, IrpiMedia ha ottenuto il valore a metro quadro per ogni quartiere di Dubai, e lo ha moltiplicato per i metri quadri. Questo conteggio, non considera il piano dell’immobile che chiaramente può incidere sul valore finale della proprietà. Inoltre, dal 2020 i prezzi del mercato a Dubai sono molto aumentati. Questo fa sì che i numeri qui pubblicati siano sottostimati rispetto al reale valore delle proprietà.

Mosca sul Golfo

Più di 3.500 nomi del leak sono connessi alla Russia e risultano proprietari di oltre 9.700 immobili, rendendo i russi il più grande gruppo di stranieri investitori nel mercato immobiliare di Dubai. Una moltitudine di sconosciuti, tra cui però spiccano pochi ma importanti politici, ufficiali e oligarchi.

Il legislatore russo Alexander Boroday possiede un appartamento di 104 metri quadrati – valore stimato almeno 400mila euro – nel complesso Grandeur Residences-Maurya a Palm Jumeirah, una delle due famose isole artificiali a forma di palma. Il passaporto che Boroday ha usato per registrare la proprietà suggerisce che lo abbia acquistato tra il 2012 e il 2017, un tempo che coincide con la sua rapida ascesa nella politica russa. All’inizio del 2014, dopo che i manifestanti rovesciarono il presidente ucraino Viktor Yanukovych, la Russia ha annesso la penisola di Crimea e ha organizzato una rivolta separatista nella regione orientale del Donbass. Pochi mesi dopo, a maggio, Boroday si è auto-proclamato “primo ministro” della Repubblica Popolare di Donetsk, uno staterello non riconosciuto a livello internazionale al confine tra Ucraina e Russia di cui tanto sentiamo parlare in questi giorni di guerra. Boroday ha mantenuto la posizione per circa quattro mesi, prima di cederla a un nativo di Donetsk e diventare il suo vice. Ma guidare uno pseudo-stato sostenuto dalla Russia può essere pericoloso: nel 2018 il successore di Boroday è stato assassinato insieme ad altri leader separatisti. Boroday è sfuggito a un simile destino, tornando in Russia dove, nel 2021, è stato eletto alla Duma di Stato. Attualmente è sotto sanzioni statunitensi, europee, britanniche, svizzere, canadesi e australiane.

Mappa di Dubai – Foto: OpenStreetMap
L’oligarca russo Dmitry Rybolovlev possiede invece una villa su uno dei rami della palma, la lingua di terra di Al Khisab. Valore stimato almeno tre milioni di euro. Cittadino europeo con passaporto cipriota, vive in Europa dal 2010, dopo essersi trovato costretto a vendere la quota di maggioranza di Uralkali, azienda russa leader nella produzione di fertilizzanti minerali. Alla fine dell’anno successivo diventa proprietario e presidente della squadra di calcio AS Monaco, dell’omonimo principato, che gioca nel campionato francese. Dall’altra parte dell’Oceano invece, in Florida, ha acquistato per 95 milioni di dollari nel 2008 la magione di Palm Beach dall’ex presidente USA Donald Trump. Finendo così sotto scrutinio per il sospetto che ci fosse sostegno e quindi influenza russa nella campagna elettorale dell’ex inquilino della Casa Bianca.
Il presidente dell’AS Monaco Dmitri Rybolovlev assiste alla finale della Serie A francese nel 2018, quando la sua squadra ha sfidato il Paris Saint-Germain – Foto: Xavier Laine/Getty Images

Ruslan Baisarov possiede invece cinque appartamenti nel Tiara Residences, un gruppo di grattacieli di lusso situati sul “tronco” di Palm Jumeirah, e una villa poco distante. In totale, le sei proprietà valgono circa otto milioni di euro. Baisarov è un oligarca molto legato al leader ceceno Ramzan Kadyrov, personaggio tristemente noto per le violazioni dei diritti umani e per avere sostenuto l’attuale invasione russa dell’Ucraina con soldati ed equipaggiamento bellico. Ancora, l’oligarca ha finanziato varie iniziative di Kadyrov, e l’amicizia tra i due è stata coronata dalla sponsorizzazione, da parte dell’oligarca, della prestigiosa stazione sciistica di Veduchi, costruita appena fuori la capitale cecena Grozny. Un regalo che ha assicurato a Baisarov un soprannome di tutto rispetto: “il portafoglio di Kadyrov”.

Il leader ceceno Ramzan Kadyrov mostra la sua estesa collezione di armi dal suo ufficio di Gudermes, nel 2005 – Foto: Oleg Nikishin/Pressphotos/Getty Images

Dal Belpaese a Dubai

Francesco Giordano, nato a Bitonto nel 1963 ma residente a Nerviano, provincia di Milano, vanta investimenti a Dubai almeno dal 2015. A luglio di quell’anno, Giordano viene fermato dalle dogane dell’aeroporto di Malpensa in partenza per gli Emirati Arabi Uniti con 33mila euro in contanti – per lo più in banconote da 500 – e tre assegni per un valore totale di 200mila euro. Parte una segnalazione di “operazioni sospette” e Giordano finisce sotto la lente degli inquirenti. Glielo spiega in una intercettazione un finanziere infedele, amico di Giordano: «però ti dico che qualcuno le fa le segnalazioni operazioni sospette su di te […] dove cazzo vai a Dubai con 30mila euro, ti beccano». Aggiungendo che la prossima volta lo avrebbe dovuto avvisare e lui si sarebbe prodigato per fargli passare i controlli aeroportuali senza problemi.

Nel 2018 però, Giordano viene arrestato dai finanzieri di Rho nell’indagine “The Butcher” (il macellaio) con l’accusa di avere architettato una frode milionaria, almeno 300 milioni di euro, con un consorzio di società operanti nel settore della macellazione delle carni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il consorzio riceveva in appalto dalle società del settore i servizi di lavorazione delle carni. Servizi che poi dava in subappalto alle consorziate che mettevano a disposizione i lavoratori. Da queste partiva la frode, ottenuta mediante l’indicazione di crediti di IVA fittizi, scaturiti da operazioni inesistenti.

Come ha poi scoperto l’inchiesta “Levante” della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Guardia di Finanza di Bari, i proventi dell’evasione – circa 170 milioni di euro – venivano auto riciclati da Giordano in un “accordo commerciale” con Emanuele Sicolo, membro del clan dei Parisi della Sacra Corona Unita. Infatti i guadagni illeciti venivano trasferiti dal consorzio milanese a delle aziende pugliesi riconducibili a Sicolo, e poi prelevati in contanti una parte ad uso di Giordano e una parte ad uso di Sicolo.

Le fasi del sequestro dei capitali di Giordano, trovati all’interno di una parete – Foto: GDF/DIA

La parte del clan Parisi veniva reinvestita in traffico di droga e contrabbando di carburante. La parte di Giordano invece, l’imprenditore la reinvestiva in attività per lo più all’estero: in Romania, Paese d’origine della compagna Larisa Andreea Hangiu, e a Dubai. Qui stando alle intercettazioni aveva anche avviato dei ristoranti [l’unico ristorante che IrpiMedia ha potuto identificare era però ai Parioli, a Roma] e investito nell’immobiliare, come confermano i dati del leak. Ben cinque appartamenti, tre posseduti assieme alla compagna Hangiu e uno da solo. Un quinto, invece, solo a nome Hangiu. Tutti gli appartamenti sono presso il complesso Golf Vita sulle dune di Damac Hills, due grattacieli circondati da campi da golf.
Secondo le indagini, è proprio a Dubai che Giordano voleva trasferirsi per operare indisturbato. Ma non ha fatto in tempo. A febbraio 2022 viene arrestato dall’antimafia di Bari ed è ora in attesa di processo. Il legale di Giordano non ha risposto a una richiesta di commento.

Tra gli italiani, due dei maggiori proprietari di immobili a Dubai sono due fratelli di Guidonia, periferia romana. Andrea Valelli ha intestati nove appartamenti al lussuoso grattacielo Pershing Luxury Beach, quaranta piani sul waterfront, costruito da un’alleanza tra ACI Real Estate e il noto gruppo Ferretti, leader nella costruzione di motor yacht di lusso. Andrea Valelli risulta proprietario anche di un appartamento nel grattacielo di 83 piani chiamato Ocean Heights sulla marina di Dubai. Fabiano Valelli risulta invece intestatario di 19 immobili, di cui nove al Pershing posseduti assiema al fratello, uno a Ocean Heights e il resto sempre alla marina, nell’Elite Residence, un grattacielo di 86 piani di fronte ad una delle due famose isole artificiali a forma di palma, la Palm Jumeirah.

I Valelli erano saliti all’onore delle cronache nel 2017 quando l’Antimafia di Roma aveva lanciato l’operazione Babylonia colpendo un imprenditore e riciclatore della Camorra, Gaetano Vitagliano, e il suo partner d’affari a Roma, l’imprenditore delle videolottery Andrea Scanzani. Tra i beni sequestrati, e poi definitivamente confiscati nel 2020, c’è anche il Dubai Palace Cafè in Via Tiburtina – una enorme sala giochi in stile Emirati inaugurata proprio dai Valelli.

Il Dubai Palace Cafè a Roma, sequestrato e poi confiscato dalla Guardia di Finanza – Foto: Gdf

Era il due marzo 2013 quando Andrea e Fabiano Valelli avevano tagliato il nastro della gigantesca sala bingo, decorata con divani swarovski e altri lussi, presentandola come loro. In realtà, risultavano proprietari di facciata. Le società proprietarie del Dubai Palace risultano essere degli Scanzani e così, con l’operazione Babylonia, è finito tutto sequestrato. 

I Valelli hanno cambiato aria, trasferendosi in Ticino, Svizzera, dove hanno aperto quattro società che commercializzano articoli di abbigliamento. Nel frattempo, i profili social suggeriscono affari ancora in corso anche a Dubai. Resta solo un sogno irrealizzato, quello della politica: Fabiano Valelli era candidato sindaco di Guidonia con il PD, ma Babylonia aveva fermato la sua corsa. I Valelli, raggiunti via email, non hanno risposto a una richiesta di commento.

Allo skyline Burj Khalifa invece c’è odore di tangenti Mose. Secondo una puntata di Report di maggio 2018, alcuni imprenditori veneti avrebbero comprato otto appartamenti di mega lusso lì, per un valore totale di 8,5 milioni di euro, e una parte dei soldi sarebbero state anche le tangenti del Mose ricevute da Giancarlo Galan, il quale ha però negato: «A Dubai ci sono stato solo una volta». Come riporta il Corriere del Veneto, dietro all’operazione ci sarebbe Paolo Venuti, il commercialista padovano che fu arrestato proprio nell’inchiesta Mose con l’accusa di essere il prestanome di alcuni investimenti di Galan all’estero e che ne uscì patteggiando una pena di due anni, e il suo socio Guido Penso. Nel 2019 si scopre che Penso avrebbe aiutato anche l’imprenditore delle calzature Damiano Pipinato a fare investimenti immobiliari a Dubai, impiegando milioni di euro nascosti al fisco. Secondo ll Gazzettino, Pipinato avrebbe investito 33 milioni di euro in immobili a Dubai, senza però apparire formalmente. Il prestanome era Franco Casale Romei (mai indagato), un operatore del settore residente negli Emirati Arabi e parente del commercialista Penso (la moglie è sua cugina). Il leak oggi ci dice che Casale Romei è intestatario di sette immobili nel grattacielo di uffici chiamato “HQ” e posizionato nel Jumeirah Village Circle – il più esclusivo quartiere di “casette” di Dubai, costruito come un anfiteatro. Alcuni degli appartamenti di Casale Romei all’HQ sono di grande metratura, tra i 100 e i 200 metri quadri, per un valore tra i 400mila e gli oltre 700mila euro l’uno. Casale Romei risulta poi avere anche un appartamento di 100 metri quadrati a Ocean Heights, per almeno 300mila euro di valore, e un altro nel grattacielo The Pad, con vista canale nella Business Bay. Casale Romei, a cui IrpiMedia ha chiesto se le proprietà fossero sue o di Pipinato, non ha risposto.

Tra i più giovani proprietari immobiliari italiani a Dubai c’è invece Stephan Steinkeller, Italiano originario di Bressanone, in Sudtirolo, che con due fratelli ha un’agenzia di consulenza di sostenibilità ambientale, stando al loro sito web.

I tre Steinkeller sono finiti indagati per la presunta frode della criptovalute OneCoin. A settembre 2021, il Tribunale di Bolzano ha rinviato a giudizio 14 persone, sudtirolesi e venete, accusate di frode e intermediazione finanziaria illegale. Fra loro ci sono Steinkeller e i suoi due fratelli. Gli accusati avrebbero reclutato altre persone affinché investissero i loro soldi in OneCoin. Secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza di Brunico, 3.700 Sudtirolesi hanno investito un totale di cinque milioni di euro in OneCoin. Il danno causato dalla truffa a livello globale oscillerebbe fra gli 1.8 e i quattro miliardi di dollari. Ad architettare la frode sarebbe stata la bulgara Ruja Ignatova, che ha fondato OneCoin nel 2014, dopo essere stata condannata per frode in Germania nel 2012. Ignatova risulta irreperibile. Steinkeller non ha risposto alla richiesta di commento di IrpiMedia. A Dubai, secondo il leak, Steinkeller ha acquistato due appartamenti, per un valore di quasi due milioni di euro.

I “rami” di una delle due penisole a forma di palma, Palm Jumeirah, a Dubai – Foto: Stefan Tomic / Getty Images

E infine c’è Filippo Braghieri, coinvolto in un vecchio scandalo di corruzione legato all’ONU, seppure mai formalmente indagato. Negli anni ‘90, Braghieri operava con la Corimec Italiana, di proprietà del padre Leopoldo, e successivamente nella Cogim spa di cui è stato amministratore unico dal 2000 e presidente del consiglio amministrativo dal 2006 al 2009.

Entrambe le società si occupavano della costruzione di prefabbricati ed erano elencate nella lista dei fornitori ufficiali redatta dall’ONU. Nel 2005 La Task Force delle Nazioni Unite ha avviato un’indagine contro la Cogim e la Corimec con l’accusa di avere corrotto, tramite una serie di tangenti dal 1999 al 2002, il capo dell’Ufficio approvvigionamenti delle Nazioni unite Alexander Yakovlev. Sfruttando il periodo in cui era attivo il programma ONU Oil for Food nell’Iraq di Saddam Hussein vessato dall’embargo, Braghieri padre avrebbe contattato Yakovlev per farsi attribuire l’appalto dal valore di 27,5 mln per la fornitura di prefabbricati e aiuti umanitari. Dalle lettere intercettate e caricate su Wikileaks risulta che Leopoldo Braghieri avrebbe di fatto inviato oltre 700mila dollari ad un’azienda riconducibile a Yakovlev.

L’unico indagato è Braghieri senior, tuttavia nell’interrogatorio l’ex ufficiale dell’ONU ha ammesso che padre e figlio gestissero le società insieme, e che il figlio era a conoscenza delle illegalità commesse. Da allora Filippo Braghieri ha fatto carriera nel settore petrolifero, ha società nel Bahrain, vive a Dubai e ha sposato l’ex coniglietta di Playboy Italia, Gloria Patrizi. Braghieri, raggiunto da IrpiMedia per un commento sui suoi due immobili a Dubai, ha risposto al nostro giornalista dicendo «ti sei sbagliato, sono dodici» per poi bloccarlo su Whatsapp dopo avere ricevuto una domanda sul caso di corruzione all’Onu.

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Le armi tedesche alla Russia

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Le armi tedesche alla Russia
Frederik Richter

A lla fine del 2011, negli uffici di Dusseldorf di Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti, c’era di che festeggiare. Una tanto attesa commessa era finalmente arrivata da Mosca, ed era stata accolta con grande entusiasmo. Era la conferma dell’ordine per la costruzione di un centro di addestramento per l’esercito russo nella città di Mulino, a circa trecento chilometri a est di Mosca, del valore di cento milioni di euro.
Una volta ultimato, il centro avrebbe potuto ospitare fino a 30mila soldati ogni anno, che avrebbero potuto addestrarsi, fra le altre cose, alla guerriglia urbana casa per casa.

Secondo la stessa Rheinmetall, in un comunicato stampa del novembre 2011, la commessa era di «particolare importanza strategica» perché era il primo passo per entrare nel mercato russo, il primo di molti, speravano i dirigenti.

In quel periodo il governo federale tedesco era particolarmente focalizzato sul sostenere le esportazioni e le forze armate tedesche stavano ancora cercando di metter su una specie di partnership con quelle russe. Dieci anni dopo, nell’autunno del 2021, l’armata rossa si stava allenando proprio in quello stesso centro per preparare la brutale invasione dell’Ucraina e per apprendere le tattiche adatte al tipo di guerriglia urbana che ha preso forma in città come Mariupol.

Purtroppo per Rheinmetall, le cose non sono andate come speravano. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il gruppo di Dusseldorf ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni, ma fino ad allora l’ingresso nel mercato russo era talmente importante per l’azienda tedesca che, secondo le ricerche fatte da Correctiv e Welt, potrebbero aver preso in considerazione di facilitare la firma del contratto con delle tangenti.

Un’indagine ufficiale infatti, condotta dalla procura di Brema, aveva messo sotto inchiesta due manager del gruppo Rheinmetall per il pagamento, tramite un’azienda “di carta”, di 5,38 milioni di euro diretti verso soggetti russi non meglio identificati.
I due sono stati imputati per malversazione, o uso illecito di fondi dell’azienda, nel luglio 2019.

A Brema, Rheinmetall ha una presenza importante, e costruisce componenti elettroniche per i centri di addestramento, oltre che simulatori per equipaggi di sottomarini e molto altro.

Il procedimento penale però si è fermato l’anno successivo senza riuscire a provare l’effettivo pagamento di tangenti, e i due manager hanno patteggiato l’accusa di uso improprio di fondi, costretti al pagamento di un’ammenda da 12mila euro a testa.
Rheinmetall non ha risposto per ora alle domande di Correctiv, spiegando che troppi impiegati erano assenti per via delle vacanze di Pasqua.

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Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
In Italia, la costola di Rheinmetall più importante è la fabbrica RWM Italia di Domusnovas, in provincia di Cagliari, azienda con sede legale a Brescia. Fino alla revoca della licenza per le esportazioni avvenuta a gennaio 2021, RWM ha venduto munizioni che le forze aeree saudite hanno usato contro i ribelli Houthi in Yemen. La guerra, ormai in corso da otto anni, è diventata un affare personale per il controverso principe Mohammed Bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita. A guadagnare terreno però sono i suoi avversari, sostenuti dall’Iran.

RWM Italia è coinvolta in almeno due procedimenti penali. A Cagliari, il 25 marzo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di RWM Italia e dei tecnici che hanno lavorato a un piano di ampliamento della fabbrica che secondo le accuse sarebbe irregolare. L’indagine è scaturita da un esposto di diverse organizzazioni del mondo pacifista ed ecologista e il 29 giugno ci sarà l’udienza preliminare davanti al giudice Manuela Anzani. A Roma invece la Procura ha aperto da tempo un fascicolo a carico dei vertici di RWM Italia e dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama), unità che appartiene al Ministero degli Esteri. Secondo diverse organizzazioni non governative internazionali, ci sono elementi che farebbero ipotizzare l’uso di armi prodotte dalla fabbrica di Domusnovas nell’attacco aereo al villaggio di Deir al-Hajari, nel 2016. La Procura di Roma è stata incaricata di accertare le eventuali responsabilità dell’azienda in questo episodio ma poi per due volte ha chiesto l’archiviazione. La Giudice delle indagini preliminari Roberta Conforti a febbraio 2021 ha accolto il ricorso delle organizzazioni pacifiste a che entro sei mesi fossero raccolti gli elementi di prova per completare il rinvio a giudizio. A marzo 2022 però la Procura di Roma ha per una seconda volta chiesto che il procedimento venisse archiviato.

Il quadro sulle spese militare e i numeri di RWM Italia

Il fatturato di RWM Italia tra il 2019 e il 2020, secondo i dati dell’osservatorio Top Aziende del Quotidiano nazionale, è passato da 116 a 140,7 milioni di euro. Anche la produzione ha registrato un aumento. La tendenza del mercato degli armamenti è a livello globale in crescita. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il più importante centro di ricerca che si occupa di spese militari a livello globale, osserva che la spesa mondiale ha raggiunto nel 2021 la cifra complessiva di 2.113 miliardi, ossia lo 0,7% in più del 2021 e il 12% in più del 2011. Quindici paesi totalizzano l’81% delle spese militari. Tra questi compare anche l’Italia, che si trova all’undicesimo posto della classifica con 32 miliardi di euro (+4,6% contro una media dell’Europa occidentale del +3,1%).

Il 31 marzo è stato licenziato e convertito in legge quello che i giornali hanno chiamato “il Decreto Ucraina”, un pacchetto di misure attraverso cui il governo italiano incrementerà le spese militari fino al 2% del Pil allo scopo di aiutare l’Ucraina a opporsi all’invasione della Russia. «Il decreto legge prevede la partecipazione, fino al 30 settembre 2022, di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)», si legge nella scheda con le Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina pubblicata sul sito della Camera. «Si prevede, inoltre, fino al al 31 dicembre 2022 la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». Tra gli altri punti chiave del Decreto legge c’è «la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione».

Non è raro che in Germania, come anche in Italia, le indagini per corruzione internazionale arrivino a un punto morto, con conseguenze minime o nulle per i soggetti indagati. Lo conferma anche un’ulteriore analisi fatta da Correctiv, assieme Die Welt e Ippen Investigativ, su tutti i casi di questo tipo finiti nelle corti tedesche fra il 2015 e il 2020.

Mascherare il pagamento di tangenti nel caso di contratti internazionali è infatti una prassi molto ben “testata”, e dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi. È per questo che spesso i procuratori preferiscono procedere per uso improprio di fondi, per poter almeno sanzionare i flussi di denaro diretti verso destinatari non identificabili con chiarezza all’estero. Purtroppo molte di queste indagini finiscono archiviate con il pagamento di ammende relativamente basse.

I casi giudiziari analizzati contengono oltre 80 casi di sospetta corruzione internazionale, incluso quello di Brema contro Rheinmetall. Negli ultimi anni, la procura di Brema è infatti fra quelle che più di tutte le altre in Germania si è impegnata a indagare casi di questo tipo.

Dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi.

Sospetti di corruzione a Rheinmetall

Gli investigatori di Brema avevano avuto maggior successo in un altro caso, precedente, che non era arrivato all’attenzione della stampa: nel 2013 e nel 2014 impiegati di Rheinmetall nelle Filippine avrebbero corrotto il capo dell’accademia navale del paese per ottenere una commessa per un simulatore per il centro di addestramento degli equipaggi navali.
A dicembre 2018, Rheinmetall ha negoziato in merito un’ammenda di circa tre milioni di euro, più o meno equivalente all’intero profitto che avrebbe ottenuto illegalmente tramite questo accordo sottobanco.

Nel 2014, la procura di Brema aveva già multato il colosso degli armamenti tedesco per ben 37 milioni di euro, in connessione a una commessa da parte della Grecia, che nel 2000 aveva comprato da Rheinmetall 134 milioni di euro di armamenti antiaerei. Nonostante ci siano voluti ben 14 anni, alla fine i magistrati sono riusciti a dimostrare che l’azienda non aveva fatto abbastanza per prevenire la corruzione dei funzionari greci che hanno gestito il contratto.
All’epoca, l’azienda ha dovuto promettere di aggiornare il suo sistema di compliance interno e, in un’intervista di fine 2014, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger, aveva dichiarato che «infrazioni sistematiche non avverranno più in futuro»

Ma nonostante le promesse, Rheinmetall ha continuato a contare su transazioni opache nella gestione delle sue commesse, come Correctiv e Stern avevano già scoperto nel 2018. Il gruppo aveva infatti pagato al businessman libanese Ahmad El Husseini la sconcertante cifra di 15 milioni di dollari come “consulenza” per appianare un problema sorto riguardo il funzionamento dei cannoni per le navi della marina militare degli Emirati Arabi. El Husseini avrebbe usato i suoi agganci politici negli Emirati per trovare un accordo, e forse anche il denaro di Rheinmetall?
L’azienda nega con forza questa ricostruzione e anzi sostiene di essersi dotata di un moderno ed efficace sistema di “compliance”. Ogni sospetto è immediatamente analizzato, sostengono.

Un’industria bellica a rischio corruzione

Rheinmetall non è un caso isolato nel mondo dell’industria della difesa tedesca. Nel 2018 ad esempio, Airbus ha pagato 81,25 milioni di euro in connessione alla vendita di aerei da guerra Eurofighter all’Austria. Gli inquirenti di Monaco hanno a lungo indagato il caso, sospettando che si trattasse di una tangente, ma non sono riusciti a chiarire i movimenti precisi della somma di denaro in questione. Anche molti dei contratti del reparto navale di ThyssenKrupp sono stati indagati, fra cui una vendita di sottomarini a Israele e una di fregate all’Algeria.

Con la guerra in Ucraina inoltre, l’export di armi tedesche vedrà probabilmente un notevole incremento. I paesi dell’Est-Europa in particolare si stanno armando, e dovranno presto ricomprare quei materiali e mezzi che sono stati inviati in Ucraina. Anche prima della guerra in corso comunque, Rheinmetall aveva già ricevuto un ordine dall’Ungheria per mezzi di trasporto truppe “Lynx”, del valore di oltre due miliardi di euro. In futuro, questi stessi mezzi saranno prodotti direttamente in Ungheria, per altri clienti del gruppo tedesco.

In Germania, il governo federale riserva relativamente pochi fondi al suo stesso esercito, eppure ha sempre supportato con i suoi canali diplomatici l’esportazione di armamenti. L’allora ministro della difesa Thomas de Maizière nel 2011 andò a Mosca proprio per offrire all’esercito russo il know-how tedesco sugli armamenti. Poco più tardi, a Rheinmetall è arrivata la famosa commessa per il centro d’addestramento da 500 chilometri quadrati costruito a Mulino, che a sua volta è modellato su quello costruito per l’esercito tedesco in Sassonia.

«Abbiamo un interesse di sicurezza ad avere un esercito russo moderno e ben gestito» ha dichiarato De Maizière all’epoca. Raggiunto da Correctiv oggi, ha invece dichiarato che già allora era in realtà piuttosto scettico rispetto al contratto di Rheinmetall. «Il gruppo però voleva moltissimo quella commessa», ha dichiarato.

Nel 2013, cinque anni dopo l’invasione della Georgia da parte della Russia, a nove soldati russi era stato permesso di addestrarsi per alcuni mesi nel centro di addestramento Rheinmetall in Sassonia, a spese del Bundeswehr, l’esercito tedesco. Ufficialmente, la mossa doveva, secondo il ministero della difesa tedesco, rappresentare uno «scambio di esperienze e di valori». Come molte delle speranze un po’ ingenue di Berlino, anche questa sembra essere stata disattesa, almeno a guardare le immagini che arrivano da Bucha e da altri teatri di guerra in Ucraina.

Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
Anche le speranze di Rheinmetall però, che arrivassero molte altre commesse dal Cremlino, non si sono avverate. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il governo federale ha bloccato il contratto con la Russia, impedendo il continuamento della costruzione del centro di addestramento. Da allora, la Russia ha dovuto completarlo con le sue forze.

È molto probabile che le truppe di Vladimir Putin si siano addestrate all’invasione dell’Ucraina proprio in quel centro di addestramento, inizialmente venduto alla Russia dalla Germania. Lo scorso settembre, il presidente russo l’ha visitato di persona, per partecipare agli addestramenti congiunti degli eserciti russo e bielorusso. Un programma di addestramento chiamato “Zapad 2021”, cioè “Ovest 2021”, un nome che già allora indicava la direzione in cui Putin voleva spingersi.

E Rheinmetall, dal canto suo, ancora non ha del tutto interrotto i rapporti con la Russia. Secondo l’ultima relazione annuale del gruppo, una joint venture messa in piedi dall’azienda di Dusseldorf a Mosca per la gestione del centro di addestramento sarebbe ancora attiva, registrando un profitto di 35mila euro nel 2020.

CREDITI

Autori

Frederik Richter

Traduzione ed editing

Giulio Rubino

In partnership con

CORRECTIV, Welt am Sonntag