Petrolio russo, prove di contrabbando tra Baltico e Mar Nero

Petrolio russo, prove di contrabbando tra Baltico e Mar Nero

Lorenzo Bagnoli
Giulio Rubino

L’incerta guerra delle sanzioni passa, inevitabilmente, dal mare. A giugno 2022 l’Unione europea ha introdotto il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, quello che vieterà l’importazione via mare di prodotti petroliferi russi. La misura entrerà pienamente in vigore dopo una fase transitoria: l’import di greggio sarà bloccato completamente da gennaio 2023, quello dei prodotti raffinati da marzo. Intanto, però, lungo le rotte che dai porti russi conducono ai terminal europei si vedono già in atto strategie per nascondere la provenienza del prodotto. Sono le prime mosse del manuale del contrabbando: operazioni che ancora non sono necessarie a coprire un illecito, ma che potrebbero prestarsi allo scopo dal momento in cui le sanzioni diventeranno pienamente effettive.

Nel grande gioco dei traffici marittimi ci sono meccanismi e manovre diversive note agli analisti – che abbiamo per esempio già tracciato tra Libia, Italia e Malta, nella secca di Hurd’s Bank, a limitare delle acque contigue maltesi – che permettono ai commerci di prosperare nonostante il quadro geopolitico incerto. Né la Russia, né i Paesi europei infatti vogliono fare davvero a meno del commercio di greggio e gasolio. È ancora da scrivere la fine della dipendenza europea dalle forniture russe. E gli spedizionieri d’Europa che trasportano i prodotti continuano a trarre benefici dal mercato, a dispetto della scadenza stabilita dal Consiglio europeo, l’organismo presieduto da Charles Michel che decide in materia di sanzioni.

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Dato che un carico su quattro di prodotti petroliferi in partenza dalla Russia via mare arriva in Ue, stimano a Bruxelles, le restrizioni «copriranno quasi il 90% delle importazioni di petrolio russo in Europa entro la fine dell’anno. Ciò consentirà una significativa riduzione dei profitti commerciali della Russia». L’efficacia o meno della misura è legata anche ai tempi: il conflitto in Ucraina vive di successi alterni, le perdite economiche alla Russia andrebbero inflitte il più presto possibile. Invece dopo le delibere europee, servono sempre lunghe fasi di assestamento e di transizione perché, oltre agli interessi nazionali, ci sono commesse pregresse, stipulate dai grossi gruppi energetici del continente prima che la guerra scoppiasse. Mettere in atto la strategia richiede tempo.

La prima mossa

Durante l’attesa, il mercato prende le sue contromisure per fare in modo che perduri il business as usual. Secondo i dati di Refinitiv, agenzia anglo-americana di analisi dei mercati finanziari, rielaborati dal giornale giapponese Asia Nikkei, tra febbraio e agosto 2022 a largo delle coste del Peloponneso ci sono stati 175 trasferimenti di prodotti petroliferi da tanker provenienti dalla Russia – operazioni ship-to-ship (STS) – per un volume di circa 23,86 milioni di barili (un barile equivale a poco più di 119 litri, ndr). Nello stesso periodo di tempo, lo scorso anno, il valore era circa un quinto, 4,34 milioni. Le agenzie di intelligence indicano che hub di questo genere ne sono nati anche a largo di Ceuta, di Malta e di fronte al piccolo porto di Kavkaz, nella Russia meridionale.

I trasferimenti di merci STS sono operazioni piuttosto complesse anche quando vengono effettuate nei porti. Affiancare migliaia di tonnellate di ferro galleggiante sull’instabile superficie del mare per tutto il tempo necessario al trasferimento (spesso diverse ore) è una manovra che in genere si avvale di rimorchiatori d’appoggio – giganteschi parabordo costellati di copertoni – e tantissima attenzione. Anche quando viene effettuata nelle calme acque dei porti o delle rade richiede un preciso protocollo di sicurezza, e in mare aperto i rischi sono moltiplicati dal fattore meteorologico.

È per questo che l’improvviso e grande aumento di operazioni di questo tipo condotte da petroliere e navi cisterna che trasportano prodotti di origine russa preoccupa gli analisti. In altre occasioni infatti, i passaggi da nave a nave sono stati utilizzati per nascondere la provenienza del prodotto, come elemento fondamentale delle operazioni di contrabbando, come accadeva per esempio vicino Malta negli anni del boom del contrabbando di gasolio libico.

L’hub a 860 miglia a ovest del Portogallo

A partire dall’inizio di giugno, Lloyd’s List, il più antico e importante giornale di informazioni e intelligence marittima, ha identificato almeno una dozzina di petroliere, del tipo VLCC e Suezmax (le più grandi che possano passare per il canale di Suez), impegnate in trasferimenti ship-to-ship nel cuore dell’Atlantico, vicino alle isole Azzorre.

Molte delle navi tracciate, in particolare delle vecchie VLCC (acronimo per Very Large Crude Carrier, portagreggio molto grandi) cinesi, erano state comprate la scorsa primavera dallo stesso acquirente, anonimo.

La maggior parte delle petroliere di questo tipo in partenza dalla Russia erano state affittate da Gazprom e da Lukoil. Gli analisti di Lloyd’s sospettano che molte altre petroliere abbiano preso parte a queste operazioni, ma è difficile esserne certi, visto che molto spesso tali navi spengono i loro sistemi di tracciamento satellitare quando devono compiere operazioni illegali.

Operazioni STS nel cuore dell’oceano sono decisamente una novità. Alex Glykas, dell’azienda di consulenza marittima Dynamarine, ha detto a Lloyd’s che «armatori che sono disposti a correre grossi rischi in questo momento possono fare grossi profitti, e ci sono trader pronti ad aiutarli», sottolineando che non ci sono aziende specializzate ad assistere con operazioni STS che operino nella zona delle Azzorre.

Secondo l’analisi di Lloyd’s, queste operazioni ad alto rischio in mare aperto sono principalmente a favore del mercato cinese.

Non è ancora chiara l’importanza di queste operazioni. Ad oggi infatti, e ancora per alcuni mesi, i prodotti petroliferi russi possono entrare in Europa senza nessun bisogno di occultarne l’origine. Eppure le operazioni sospette si moltiplicano. È possibile ricavare il dato analizzando i risultati forniti da un bot di Twitter, un programma che pubblica automaticamente informazioni ogni volta che si verificano delle specifiche condizioni, costruito da Greenpeace UK. Il bot segnala ogni volta che parte una petroliera da uno dei porti russi di esportazione di petrolio, e indica il porto previsto di destinazione, spesso europeo, ma ormai anche cinese, indiano o egiziano, latitudini finora sconosciute per questi prodotti.

Le rotte del petrolio russo verso l’Europa sono sostanzialmente due.

La prima comincia dai porti russi a nord della Georgia, in particolare da quello di Novorossiysk, e dal Mar Nero conduce alla Grecia e all’Italia attraverso il Bosforo. Secondo BlackSeaNews e il Black Sea Institute of Strategic Studies, tra aprile e luglio 2022 la Grecia è stata la principale destinazione di prodotti petroliferi russi (nel conteggio è escluso il greggio) provenienti dal Mar Nero (42,8%), seguita dalla Turchia (30,9%) e, a molta distanza, dall’Italia (4,1%).

La seconda rotta invece, più lunga e sconveniente per il mercato italiano, parte dai porti russi sul Baltico – da San Pietroburgo a Ust-Luga – oltrepassa la Danimarca e scende verso le acque tempestose del Golfo di Biscaglia, e da lì prende due possibili vie, o verso l’Atlantico aperto, le Americhe e l’hub di trasferimenti da nave a nave 860 miglia a largo del Portogallo (vedi box), oppure verso Gibilterra e da lì di nuovo dentro il Mediterraneo, diretta a uno qualsiasi dei grandi porti del sud-europa. Per l’Italia i principali porti d’arrivo più rilevanti sono Augusta e Trieste.

Come si alimenta la raffineria Isab di Augusta

Proprio ad Augusta, lo scorso 24 luglio, è arrivata in porto la RN Tuapse, nave cisterna di prodotti petroliferi (e quindi fatta per trasportare prodotti già raffinati) battente bandiera russa. La Tuapse è di proprietà del gruppo SVL Maritime, un gruppo di aziende russe raccolte sotto l’ombrello di una holding cipriota, la Sommet Finance Limited, a sua volta controllata da interessi russi. Il socio di maggioranza, con il 51%, è Leonid Ivanovych Shcherbatyuk, un imprenditore con altri interessi in Europa, visto che è anche direttore del SVL Group GMBH, un’altra holding questa volta dedita alla gestione di capitali, di base a Vienna, in Austria. La SVL group è a sua volta proprietaria di un’azienda di trading di prodotti chimici (la TransChemie GmbH) e di un’azienda immobiliare (la SVL Hausbesitz GmbH).

La Tuapse era partita, il 15 luglio, da Kavkaz, un piccolo porto sullo stretto di Kerč’, che separa il Mare di Azov dal Mar Nero.

L’area è sotto il controllo russo fin dal 2014, quando la Crimea è stata annessa da Putin alla fine della prima invasione dell’Ucraina. Oggi il piccolo porto, che nonostante fosse al centro di piani di sviluppo firmati da Dmitry Medvedev nel 2014, ancora non ha significative strutture industriali, è recentemente apparso in un’inchiesta di Associated Press e del programma Frontline della PBS come punto di “riciclaggio” di cereali sottratti illegalmente all’Ucraina. Diecimila tonnellate di farina di grano e orzo per un valore di almeno 530 milioni di dollari erano infatti state portate via dalla città occupata di Melitopol, e poi trasportate in Libano via nave, con un manifesto di carico apparentemente falsificato che dichiarava Kavkaz come punto d’origine del carico di «orzo e farina russi».

La RN Tuapse, una “giovane” nave di appena 11 anni, lunga 140 metri e con una capacità di carico di oltre settemila tonnellate, non aveva certo caricato a Kavkaz il suo carico di prodotti petroliferi, dato che non ci sono strutture adatte né raffinerie lì, eppure non fa soste intermedie prima di arrivare ad Augusta.

Due giorni dopo però, la notte fra il 16 e il 17 luglio, la Tuapse rallenta di colpo in mare aperto, 120 chilometri a sud-est di Yalta. Si trova in acque contese, i database marittimi le definiscono «acque russe e ucraine del Mar Nero», una zona in cui opera la marina militare russa, che tiene sotto assedio la costa ucraina.

Per tutto il giorno aveva tirato vento forte, ma con la sera il mare si era riappacificato, condizioni perfette per l’incontro che l’aspettava. Dal porto di Novorossiysk infatti, alcuni giorni prima (l’11 luglio, per la precisione) era partita la “gemella” della Tuapse, una nave identica, con la stessa età, e di proprietà dello stesso gruppo: la SVL Pride.

La petroliera SVL Pride - Foto: Viacheslav/MarineTraffic
La petroliera SVL Pride – Foto: Viacheslav/MarineTraffic
Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia
La petroliera RN Tuapse – Foto: Yevgeniy B./MarineTraffic

La Pride era stata per alcuni giorni al terminal petrolifero di Sheskharis, nel porto di Novorossiysk, dove secondo le informazioni di database navali aveva caricato le sue stive fino ad aumentare il suo pescaggio (la parte di nave che rimane sott’acqua, ndr) da 3,3 a 4,5 metri. A mezzanotte e mezza del 17 luglio le due navi si affiancano, iniziano subito le operazioni di trasbordo del carico. Tutto avviene molto rapidamente, dopo solo 57 minuti si separano: la Tuapse si riavvia per il Bosforo, e la SVL Pride torna a Novorossiysk, a caricare nuovi prodotti petroliferi.

La RN Tuapse non ha tempo da perdere, passa lo stretto del Bosforo e costeggia la Grecia diretta verso la Sicilia. Alle 15:25 del 24 luglio arriva al porto di Augusta, si ormeggia al molo della Maxcom, dove scarica più o meno, a giudicare dai dati di Marinetraffic, la stessa quantità di prodotto che la Pride aveva caricato a Novorossiysk. Il suo pescaggio infatti passa da 4,6 a 3,4 metri: trattandosi di navi gemelle è facile stimare che le quantità siano le stesse.

La Tuapse poi lascerà Augusta la mattina del 27 luglio, per avviarsi di nuovo verso il Mar Nero. Da allora né lei, né la SVL Pride hanno più visitato il Mediterraneo, continuando a navigare fra i porti russi e quello bulgaro di Burgas.

La Maxcom, che ha ricevuto il carico della Tuapse, è un azienda già nota ai lettori di IrpiMedia. Si trattava infatti del principale acquirente di gasolio di contrabbando proveniente dalla Libia gestito dai trafficanti maltesi Darren Debono e Gordon Debono. L’inchiesta, era uscita in collaborazione con Repubblica nell’ambito del Daphne Project, coordinato da Forbidden Stories.

A ricevere il petrolio russo al porto di Augusta però non c’è solo Maxcom. Nella baia di Augusta si trova infatti anche la raffineria della Isab, di proprietà della russa Lukoil. Dall’inizio dell’estate in Sicilia si vocifera di un rischio chiusura dell’impianto, a causa delle sanzioni che stanno condizionando la presenza sul mercato dell’azienda russa. L’ex parlamentare di Forza Italia Stefania Prestigiacomo, rimasta fuori dalle ultime elezioni, lo scorso luglio ha depositato un emendamento al DL Aiuti, poi approvato in aula, che è stato soprannominato “salva-Isab” con il quale è stato aperto un tavolo di trattative al Ministero dello Sviluppo economico per impedire la chiusura dello stabilimento.

«A seguito delle sanzioni scattate per l’aggressione all’Ucraina – scrive l’ex parlamentare in una nota riportata da Siracusa Oggi – gli istituti di credito hanno rifiutato l’emissione delle lettere di credito all’Isab del gruppo Lukoil costringendo l’azienda a raffinare solo il petrolio che giunge via mare dalla Russia». La Isab cioè, senza il sostegno delle banche, non può che affidarsi a forniture “interne” al suo stesso gruppo, provenienti quindi dalla Lukoil stessa, infatti quest’anno le navi russe in arrivo alla raffineria sono aumentate moltissimo, più 622% rispetto allo scorso anno.

L’emendamento prevede una garanzia pubblica fino al massimo di 1,2 miliardi di euro con la quale Isab dovrebbe poter fare acquisti da altri fornitori, per continuare a lavorare. Scrive Prestigiacomo che grazie alla garanzia pubblica «potrebbe tornare a operare sul mercato libero del greggio e assicurare la produzione e i livelli occupazionali diretti, dell’indotto e delle imprese a vario titolo collegate alla raffineria».

Le strane morti della Lukoil

La Lukoil è la seconda società petrolifera e primo gruppo privato della Russia. Il suo consiglio di amministrazione, a pochi giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, aveva espresso «profonde preoccupazioni per i tragici eventi in Ucraina». In seguito ci sono stati dei misteriosi decessi fra i top manager dell’azienda che alimentano i sospetti di una vendetta del Cremlino nei confronti di Lukoil.

Il primo settembre, il presidente di Lukoil Ravil Maganov è caduto dalla finestra di un ospedale, secondo quanto ricostruito da diversi media (il sito della compagnia riporta il decesso «a causa di una grave malattia»). Il 9 maggio un altro ex manager, Aleksandr Subbotin, è stato trovato morto nella sua casa di Mytishchi, nei sobborghi di Mosca. Il fratello Valery è a tutt’oggi un manager di primo piano dell’azienda. Diversi giornali italiani hanno indicato Valery Subbotin come uno dei possibili successori di Vagit Alekperov, per trent’anni capo di Lukoil, poi costretto alle dimissioni in aprile a seguito delle sanzioni imposte a suo carico dal Regno Unito, dove Lukoil è quotata in Borsa.

Gli affari dell’oligarca e l’armatore nemico per l’Ucraina

A largo dell’area di ancoraggio di Skagen, nella parte settentrionale della penisola dello Jutland (Danimarca), il 19 agosto alle 14:36 la petroliera Rina inizia a scaricare greggio sulla Minerva Baltica. L’operazione terminerà dopo oltre tre ore. Minerva Baltica prosegue poi il viaggio fino al terminal del porto di Trieste acquistato nel dicembre 2020 dalla Seastock, società del gruppo Walter Tosto Spa. Il conglomerato con sede a Chieti si occupa di tutta la filiera dell’oil&gas oltre che di componentistica per impianti del nucleare. Da azienda familiare, si è trasformata in sessant’anni in una multinazionale a cui anche la politica, specialmente in Abruzzo, dà una certa attenzione.

Nel luglio 2014, quattro mesi dopo l’invasione russa della Crimea, la Walter Tosto ha fondato una sua controllata a San Pietroburgo e nel 2017 ha lavorato per completare alcuni componenti di un impianto della Gazprom. Nel 2021 l’azienda si è aggiudicata due commesse per un totale di 61 milioni di euro per realizzare dieci apparecchi per il trattamento del gas naturale e un impianto chimico nella zona di Ust-Luga, regione di Leningrado, nel golfo di Finlandia. Quattro giorni dopo l’inizio della guerra l’amministratore delegato dell’azienda Luca Tosto aveva spiegato al quotidiano abruzzese il Centro che le commesse in Russia «vanno avanti» ma «la situazione che viviamo è complessa» a causa del rischio sanzioni.

Uno yacht al largo della Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia
La petroliera Rina – Foto: Stuart Fenty/MarineTraffic
Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia
La petroliera Minerva Baltica – Foto: Krisztian Balla/MarineTraffic

Almeno nel caso dell’operazione tra la Rina e la Minerva Baltica, il prodotto arrivato a Trieste è stato fornito da un’azienda navale nota in Estonia per lavorare con Nikolay Vorobey (traslitterato a volte Mikalai Varabei), un oligarca bielorusso dal dicembre 2020 sotto sanzione nell’Unione europea e in altri Paesi per i suoi legami con Aleksandr Lukashenko, il dittatore bilorusso alleato di Vladimir Putin. Il Dipartimento del Tesoro americano ha soprannominato Vorobey «il portafoglio dell’energia di Lukashenko»: in Bielorussia ha infatti ottenuto il monopolio sul trasporto del carbone, è a capo del più grosso gruppo petrolifero del Paese, detiene l’unica concessione privata per esportare prodotti petroliferi provenienti dalle raffinerie pubbliche ed è il gestore, per decreto presidenziale di una zona economica speciale.

Secondo un’inchiesta di Re:Baltica, centro di giornalismo che appartiene al network di Occrp, l’anno dopo le sanzioni dell’Ue l’Estonia ha triplicato le importazioni di petrolio dalla Bielorussia. È accaduto grazie a un trucco per catalogare con un codice di esportazione diverso alcuni prodotti, rendendoli immuni al bando europeo. Per gestire l’operazione, l’oligarca bielorusso si è appoggiato a due imprenditori dei Paesi baltici che gestivano la catena dell’import. Uno di questi, Aleksei Tšulets, è anche l’armatore di Baltic Sea Bunkering, gruppo di società al quale appartengono sia l’azienda proprietaria, sia l’azienda operatrice della nave Rina.

Minerva Baltica, invece, appartiene alla Minerva Marine Inc dell’armatore greco Andreas Martinos. Come hanno analizzato i colleghi di Reporters United, la famiglia Martinos è fra le più importanti coinvolte nelle operazioni per portare in Europa prodotti petroliferi russi. Tutti i membri della famiglia sono armatori, e sono tre gli imprenditori della famiglia che lavorano molto con il prodotto russo.

L’Agenzia nazionale per la prevenzione della corruzione in Ucraina ha incluso la Minerva Marine Inc nella lista dei «sostenitori internazionali della guerra», una lista di enti compilata dall’agenzia per tenere traccia chi continua a importare risorse provenienti dalla Russia.

Della famiglia Martinos ha parlato anche il deputato ucraino Dmytro Natalukha in una thread su Twitter. Riporta Natalukha che il fratello di Andreas, Thanasis Martinos, che al summit economico di Delfi si è apertamente schierato contro le sanzioni alla Russia, oltre che armatore (terzo nella classifica familiare per importazioni di prodotti dalla Russia) dal 2019 è anche governatore della Regione del Monte Athos, zona sacra per la chiesa Ortodossa. Martinos avrebbe ospitato al Monte Athos diversi alti ufficiali russi, incluso il patriarca (sotto sanzione) Kirill e la fidanzata di Putin Alina Kabaeka (con un visto falso, secondo media russi). «Questi pellegrinaggi religiosi sarebbero una copertura per mantenere le comunicazioni tra ufficiali corrotti russi, ucraini ed europei che sostengono la guerra o ne traggono profitto», scrive Natalukha.

Il costo delle sanzioni

Petrolio, gas e carbone acquistati dall’Unione europea hanno portato alla Russia introiti per circa 400 miliardi di euro nel 2021. Dopo i Paesi Bassi, che hanno importato 20,71 milioni di tonnellate di prodotti, l’Italia è stata il maggiore contributore. Italia, Grecia e Danimarca – riporta l’inchiesta collaborativa dei colleghi di Investigate Europe e Reporters United – sono gli unici tre Paesi europei che hanno aumentato gli ingressi di prodotti petroliferi dall’inizio del 2022, anche dopo l’invasione.

I dati che si leggono in merito alla fotografia degli acquisti di prodotti petroliferi dalla Russia sono però contraddittori. Un esempio è la fotografia scattata da Unione Energie per la Mobilità (Unem), l’associazione di Confindustria a cui appartengono i principali attori del mercato dell’energia. La tipologia di greggio che è arrivata maggiormente in Italia nel primo semestre del 2022 è stata l’Urals, una variante esportata dalla Russia: 3,89 milioni di tonnellate, con un aumento del 142,9% rispetto all’anno precedente. Unem specifica che il motivo è la condizione dell’Isab di Augusta, raffineria che si è trovata a dover importare solo greggio di sua proprietà. Però al decimo e al ventiquattresimo posto, per un totale di 1,47 milioni di tonnellate, ci sono altre due varianti russe, Variendej e Siberian Light. Entrambe, secondo i dati Unem sono in aumento, la prima del 142,8% sull’anno precedente, la seconda addirittura del 198,5%.

Eppure, commenta l’associazione appartenente a Confindustria, «il greggio russo arrivato in Italia sarebbe in forte calo rispetto allo stesso periodo 2021». Paradossi dei numeri, oppure del quadro internazionale, dove i prodotti possono diventare tossici all’improvviso.

CREDITI

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Lorenzo Bagnoli
Giulio Rubino

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Lorenzo Bodrero

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Lorenzo Bodrero

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L’incendio e il naufragio della petroliera Haven davanti a Genova l’11 aprile 1991 che ha causato un disastro ambientale e la morte di cinque membri dell’equipaggio
(Romano Cagnoni/Getty)

L’Ucraina, gli anarchici e la guerra

19 Agosto 2022 | di Dario Nincheri

Il primo marzo del 2022, un contatto straniero mi ha messo a conoscenza via Telegram dell’attivazione di una rete di reclutamento per anarchici europei disposti ad andare a combattere in Ucraina. L’ultima volta che degli anarchici presero parte a una guerra sul suolo europeo fu nel 1936: quell’estate i primi anarchici italiani arrivarono a Barcellona, per aiutare gli spagnoli a proteggere la Repubblica e i suoi valori dall’assalto dei fascisti di Franco. Quei volontari diedero vita a un’esperienza tanto importante quanto evocativa, a cui parteciparono personaggi iconici della cultura europea del Novecento, da George Orwell a Ernest Hemingway, passando per i fotografi Robert Capa e Gerda Taro (che durante quella guerra morì).

La storia non si fa attraverso paragoni azzardati, l’Ucraina del 2022 non è la Spagna del 1936. Ciononostante una componente antiautoritaria e dichiaratamente anarchica è indubbiamente presente nella vasta compagine dell’autodifesa del Paese (in inglese Territorial Defense Forces, Tdf, ndr). Per quanto non si conoscano esattamente i modi di reclutamento e le stime parlino di circa 150 volontari effettivamente partiti, il solo fatto che, nel cuore dell’Europa, ci sia qualcuno disposto ad arruolarsi sotto le insegne rosse e nere dell’anarchia, costituisce un fatto di indubbio interesse.

Di vita e di guerra, il podcast sulla guerra in Ucraina di IrpiMedia

Dal 12 agosto è disponibile il podcast di Eleonora Vio sul conflitto in Ucraina, Di vita e di guerra. Nelle due puntate del 19 agosto ci si concentra sulle forze territoriali di difesa, in particolare esplorando i loro collegamenti con l’estrema destra.

Gli anarchici alla guerra, una storia riluttante

Anarchismo e difesa dei confini e dello status quo democratico sono compatibili? Secondo il pensiero anarchico, il concetto di patria da difendere è inaccettabile, l’ordinamento democratico capitalista è indifendibile e l’antimilitarismo è una pratica fondante. Tuttavia la Guerra civile spagnola ha segnato un precedente nella storia dell’anarchismo, anche se novant’anni fa la situazione al di là dei Pirenei era decisamente inconsueta: «Sono stato settantacinque giorni in trincea con gli anarchici. Li ammiro. Gli anarchici catalani sono una delle avanguardie eroiche della rivoluzione occidentale. È nato con essi un nuovo mondo che è bello servire», scriveva Carlo Rosselli in una corrispondenza per Giustizia e Libertà il 6 novembre 1936, descrivendo una situazione politicamente inedita per l’Europa continentale.

Un bot (da robot, in questo contesto inteso come un programma che esegue azioni automatiche e ripetitive) su Telegram per il reclutamento di anarchici nel conflitto in Ucraina.

Un bot (da robot, in questo contesto inteso come un programma che esegue azioni automatiche e ripetitive) su Telegram per il reclutamento di anarchici nel conflitto in Ucraina

Dopo la temporanea sconfitta delle forze golpiste di Franco, infatti, la Confederazione nazionale del lavoro (l’organizzazione anarco-sindacalista, Cnt) e la Federazione anarchica iberica rifiutarono di assumere il potere che il presidente della Generalitat, il governo catalano, gli offrì, preferendo organizzare un fronte antifascista popolare incaricato di svolgere le funzioni di polizia ed esercito. I lavoratori, inoltre, requisirono spontaneamente le imprese e, influenzati dalle idee libertarie, procedettero alla collettivizzazione e alla gestione diretta delle fabbriche, dando vita a quello che George Orwell definì «uno stato di cose che mi appariva di colpo come qualcosa per cui valesse la pena combattere».

Fu per difendere quel sogno che partirono molti degli anarchici europei, un sogno lontano nel tempo e nello spazio che, al giorno d’oggi, non pare materializzarsi in nessun luogo d’Europa.

Il contributo anarchico alla guerra civile spagnola

Durante le prime fasi della guerra civile spagnola, a Barcellona, furono i militanti anarchici ad avere ragione della ribellione militare franchista. Organizzati nel loro sindacato, la Cnt (Confederacion National del Trabajo), diedero in quel frangente vita a un vasto movimento tendente alla collettivizzazione dei mezzi di produzione e all’edificazione, su quella base, di una nuova economia e di una nuova società.
Allo scoppio della guerra la Catalogna era una delle zone più industrializzate della Spagna e, tra i suoi lavoratori, erano forti le idee di ispirazione libertaria, trapiantate dai contadini dell’Andalusia e della Murcia che lì si erano spostati per lavorare, tanto che la stragrande maggioranza degli operai sindacalizzati aderiva alla Cnt.

Dopo aver cacciato i franchisti, forti della vittoria, gli anarchici occuparono in breve tempo la maggioranza delle fabbriche (18 mila in tutto il Paese di cui tremila solo a Barcellona), senza che le autorità fossero in grado di opporsi. Tra i loro obiettivi c’era anche quello di dimostrare l’efficienza e la funzionalità del sistema libertario di organizzazione del lavoro, perciò, anche per difendere ciò che avevano ottenuto, parteciparono al governo autonomo Catalano con una larga rappresentanza.

Nel frattempo, nelle campagne, la collettivizzazione delle terre procedeva a ritmo anche più serrato. Persino i contadini, che in massa si erano opposti al golpe sostenuto qui anche dalla Guardia civil, erano infatti per la maggioranza inquadrati nella Cnt.
In Catalogna era quindi in atto una vera e propria rivoluzione, calamita per gli anarchici di tutta Europa. Un’esperienza che però fallì e non soltanto per la vittoria finale della guerra civile che fu di Franco, ma anche, o forse soprattutto, per i contrasti interni al Fronte popolare spagnolo. I Repubblicani democratici e i comunisti, che erano appoggiati dall’Unione sovietica, si opponevano, infatti, all’unificazione tra la lotta di resistenza a Franco e una rivoluzione sociale che non volevano. Con il progredire della guerra, il governo e i comunisti furono in grado di fare leva sul loro accesso alle armi sovietiche per ripristinare il controllo politico e per tentare di obbligare le milizie anarchiche a inquadrarsi all’interno dell’esercito regolare. I contrasti esplosero durante le giornate di maggio del 1937, quando i comunisti cercano di conquistare militarmente il controllo degli edifici pubblici di Barcellona, difesi dagli anarchici, arrestandone e fucilandone i dirigenti.

Per questo la galassia antagonista europea si domanda come fanno gli anarchici a muoversi in un contesto dove ci sono altre milizie irregolari, anche con simpatie fasciste come il Battaglione di Azov. La domanda è frutto della tendenza contemporanea all’uniformazione del tutto a una sua parte, pratica tossica madre di ogni luogo comune. Per eluderla bisogna partire da alcuni fatti. Come in tutti gli Stati europei, gruppi di estrema destra sono presenti nel panorama politico ucraino e, nonostante una scarsa rappresentanza parlamentare, essi hanno avuto un ruolo importante durante le rivolte di Euromaidan.

Alcuni di questi gruppi si sono trasformati in milizie paramilitari più o meno tollerate dalle istituzioni, con tutto il bagaglio di responsabilità politiche che questo comporta. Sono responsabilità che ricadono sul governo e sulla contingenza, non sulla generalità del Paese: combattere in Ucraina non vuol dire combattere a fianco dei fascisti. Inoltre, l’eco sproporzionato che si continua a dare a queste bande rischia di essere niente di più che una grossa cassa di risonanza per gruppi marginali che, solitamente, fanno della propria sovra rappresentazione un cardine importante di propaganda.

Il legame storico tra gli anarchici e l’Ucraina

Quando si affronta l’importanza del passato nella formazione di parte del moderno pensiero politico ucraino – sia in patria che all’estero – si fa un gran parlare di Stepan Bandera e dei suoi partigiani filonazisti. Pochi però ricordano che Huljajpole’, cittadina non lontano da Mariupol, è il luogo del mondo che, nel 1889, ha dato i natali a Nestor Makhno, figura storica dell’anarchismo mondiale e padre della Machnovščina, primo tentativo d’applicazione su larga scala dei principi dell’autogoverno anarchico.

L’Ucraina era allora un Paese a maggioranza contadina, con una abnorme sproporzione nella concentrazione del potere. In quel contesto Makhno espropriò i latifondi ai grandi proprietari terrieri e li diede in autogestione ai braccianti, organizzandoli secondo i principi dell’anarco-comunismo. Il sistema, avverso a qualsiasi forma di autorità costituita, ebbe una forte eco internazionale, prima di essere percepito come una minaccia dai bolscevichi che ebbero un ruolo importante nella sua distruzione.

La storia della Machnovščina, la storia di Stepan Bandera

L’area controllata dalle bande rivoluzionarie anarchiche della Machnovščina tra il 1918 e il 1921 copriva una regione popolata da sette milioni di abitanti in un’area di 280 km di profondità per 250 di larghezza. L’estremità meridionale toccava il mare di Azov, raggiungendo il porto di Berdiansk e la sua capitale era Gulyai-Polyé, un grosso borgo di 20-30 mila abitanti.

Per la prima volta nella storia, in Ucraina, i principi del comunismo libertario furono applicati sul terreno. Le terre disputate agli antichi proprietari terrieri furono coltivate in comune dai contadini, raggruppati in comuni o liberi soviet di lavoro dove i principi di fratellanza e di uguaglianza dovevano essere rispettati. Tutti, uomini e donne, dovevano lavorare secondo le loro forze e i cittadini eletti alle funzioni di gestione amministrativa agivano a titolo temporaneo e poi riprendevano il loro lavoro abituale a fianco degli altri membri della comunità.

Quando i partigiani machnovisti penetravano in una località, affiggevano dei manifesti, in cui si poteva leggere: «La libertà dei contadini e degli operai appartiene a loro stessi e non può subire restrizione alcuna. Tocca ai contadini e agli operai stessi agire, organizzarsi, intendersi fra di loro, in tutti i campi della loro vita, come essi stessi ritengono e desiderano (…). I machnovisti possono solo aiutarli dando loro questo o quel parere o consiglio (…). Ma non possono, e non vogliono, in nessun caso, governarli».

Machno rifiutò sempre di porre la sua armata sotto il comando supremo di Lev Trotsky, capo dell’Armata Rossa, dopo la fusione in quest’ultima delle unità di guardie rosse. I contrasti con i sovietici aumentarono fino a che, alla fine di novembre del 1920, gli ufficiali dell’esercito machnovista di Crimea furono invitati dai bolscevichi a partecipare a un consiglio militare che, in realtà, era un agguato. Mentre loro venivano arrestati dalla polizia politica e fucilati un’offensiva in piena regola veniva lanciata contro Gulyai-Polyé, che cadde dopo nove mesi.

Stepan Bandera è considerato in Ucraina un patriota della Seconda guerra mondiale, ma è anche un criminale di guerra accusato di essere filonazista e corresponsabile dello sterminio di polacchi ed ebrei.

A capo del movimento nazionalista ucraino Oun, Bandera combatté prima contro i polacchi, poi contro l’Armata rossa al fianco dei nazisti e, alla fine, contro gli stessi tedeschi finendo anche nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Ma come poteva combattere contro i tedeschi se era un filonazista? chiedono in maniera retorica i suoi difensori a oltranza.

Il personaggio, in realtà, era più che controverso. Il nazionalismo fu il suo faro più potente, alleato con i tedeschi per combattere l’Armata rossa non esitò a rivoltarsi contro i nazisti quando questi divennero un ostacolo per l’indipendenza della nazione, così come i suoi uomini non esitarono a portare avanti una pianificata pulizia etnica in Galizia e Volinia uccidendo più di 50 mila polacchi. Accecati dall’unico obiettivo della causa nazionale lui e i suoi partigiani non ebbero remore ad accondiscendere l’alleato di turno, tanto che sono accusati di aver contribuito allo sterminio della popolazione ebraica di quelle zone durante la loro alleanza con i nazisti.

Liberato dai tedeschi nel 1944 perché conducesse azioni di sabotaggio contro l’Armata rossa, Stepan Bandera, a guerra finita, riparò in Germania Ovest e morì assassinato a Monaco di Baviera nel 1959 in circostanze mai del tutto chiarite.

All’interno dell’esperienza makhnovista si trovavano, però, già alcune delle criticità ascrivibili all’interventismo anarchico odierno. Quando un secolo fa l’impero Austro-ungarico e la Germania invasero l’Ucraina, infatti, Makhno e i suoi si lanciarono in un’accanita guerriglia per opporsi all’invasione, ma la loro organizzazione militare continuò ad avere una natura gerarchica che, in quanto tale, era difficile da conciliare con gli ideali anarchici. Inoltre, allora come oggi, rivendicazioni etniche e culturali giocarono un ruolo importante accendendo, nel campo libertario, accesi dibattiti sulla loro opportunità.

L’internazionalismo moderno

Ai giorni nostri le cose sono ancora meno chiare, per il contesto politico che è anni luce lontano da un orizzonte rivoluzionario ma, soprattutto, per via dell’indeterminatezza che si accompagna all’approcciarsi alle problematiche degli uomini attraverso canali virtuali. Un bot di Telegram, infatti, non è un compagno che condivide informazioni ed esperienze, ma uno strumento freddo e dalla limitata attendibilità. Seguendo un link presente nel messaggio che avevo ricevuto, infatti, sono stato catapultato in un mondo parallelo dove ragazzi da tutto il mondo chiedono informazioni su come arruolarsi e su come raggiungere il teatro di guerra. A rispondergli ci sono più voci – supposte dal campo – che non mancano di fornire tutti i dettagli, assieme a manuali di guerriglia. Secondo la Croce nera di Dresda, un collettivo anarchico tedesco, sono oltre 150 i combattenti internazionali sul fronte ucraino riconducibili all’area anarchica o genericamente antiautoritaria.

Un gruppo di anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram
Un gruppo di anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram

Il Black head quarter è l’aggregativo on line delle iniziative del Resistance Committee, che in rete si presenta così: «Il Comitato di resistenza è uno spazio di dialogo e di coordinamento per iniziative anarchiche, libertarie e antiautoritarie. Crediamo che l’Ucraina e tutta l’Europa orientale debbano essere libere dalla dittatura». L’obiettivo dichiarato è chiaro ed esplicito: «Il nostro compito è quello di unire gli sforzi dei combattenti contro l’autoritarismo. Aspiriamo a influenzare il futuro dell’Ucraina e dell’intera regione, a proteggere le libertà già esistenti e a contribuire alla loro estensione. Siamo nemici del dominio imperialista, che è adesso presente nel paese per tramite del brutale esercito putinista». È manifesta anche la loro discontinuità con l’apparato statale: «Se lo stato ucraino oggi partecipa a questa lotta non significa che noi siamo diventati dei suoi sostenitori», viene più volte ribadito.

Secondo il Black head quarter oggi, in Ucraina, varie componenti antiautoritarie partecipano attivamente alle principali sfere di resistenza contro l’aggressione, sia nel teatro della guerra che nell’ambito del volontariato civile e dei media. Uno dei compiti principali del Comitato di resistenza è assicurare la comunicazione e il coordinamento fra i diversi gruppi e gli individui coinvolti nel conflitto. Tra le molteplici funzioni che mettono a disposizione c’è il loro canale Telegram, attraverso il quale utenti anonimi si sono occupati (soprattutto nelle fasi iniziali dell’invasione) anche del reclutamento e della formazione di nuovi volontari.

Il libro che mi viene inviato quando chiedo chiarimenti sulla preparazione è un volume di 300 pagine piene zeppe di tattica militare e tecniche di guerriglia urbana. Proviene dall’esercito americano, è ben fatto e chiaro in ogni sua parte. Un po’ meno chiari sono invece gli obiettivi politici di chi me lo manda, per questo forse sono così tante le domande degli utenti. «Non vogliamo difendere nessuno stato. Siamo anarchici e siamo contrari a qualsiasi confine tra nazioni. Ma siamo contrari a questa annessione, perché stabilisce solo nuovi confini e la decisione in merito è presa esclusivamente dal leader autoritario Vladimir Putin», scrive Bohdan, un anarchico ucraino impegnato sul fronte.

Le perplessità tra chi si approccia alla questione non sono poche e, a fronte degli intenti politici dichiarati e delle azioni rivendicate dai gruppi, che mappano i loro interventi e i loro sabotaggi con tanto di immagini geolocalizzate, la risposta dei comitati anarchici europei è poco compatta, se non addirittura critica. Nonostante raccolte di fondi da destinare alle brigate anarchiche appaiono un po’ dappertutto nel network libertario europeo (217.400 euro raccolti soltanto dalla Anarchist Black Cross Dresden), non manca, infatti, chi solleva dubbi circa l’opportunità di tutta quanta l’operazione.

La copertina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram
La copertina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram
Una pagina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram
Una pagina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram

La Federazione anarchica italiana (Fai), per esempio, ha una posizione ben precisa a riguardo: «Manteniamo ferma la nostra posizione di rifiuto della guerra e ci riconosciamo nell’idea di disfattismo rivoluzionario, intendendo per disfattismo una posizione rivoluzionaria di fronte alla guerra, quella di coloro che lottano per la disfatta del governo e della classe dominante del proprio paese», recita il manifesto antimilitarista che mi mandano dal comitato centrale quando chiedo di commentare la scelta dei compagni volontari in Ucraina. La dirigenza della Fai si sente poi di precisare che «nonostante da alcuni singoli e gruppi che si dichiarano antiautoritari, libertari o anarchici giunge, già da prima dell’invasione russa dell’Ucraina, una forte critica al nostro tradizionale antimilitarismo, noi restiamo fermi sulle nostre posizioni e facciamo nostro l’International Anarchist Manifesto against the War del 1915: dobbiamo dichiarare ai soldati di tutti i Paesi, che credono di stare combattendo per libertà e giustizia, che il loro eroismo e il loro valore non serviranno che a perpetuare l’odio, la tirannia e la miseria».

Punti di contatto tra la Fai e gli anarchici ucraini si ravvisano nei giudizi sul governo Zelensky, anche se le conclusioni raggiunte sono diverse: «Rifiutiamo la narrazione di una guerra fra libertà e dittatura. Da questo punto di vista, l’Ucraina di Zelensky è veramente una piccola Russia, con un governo autoritario, una cerchia di oligarchi che saccheggia il paese, una repressione verso tutte le forme di protesta e verso le minoranze che la guerra ha reso più dura», dice la Federazione anarchica italiana, mentre una voce libertaria combattente sul fronte ha dichiarato alla stampa francese: «Lo stato ucraino è totalmente corrotto e potremmo stare qui a elencare i suoi fallimenti per giorni, ma al suo interno ci sono aree di libertà, perché gli oligarchi che si contendono il potere non possono controllare tutto».

Un gruppo di combattenti anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram
Un gruppo di combattenti anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram

Anche nell’area di movimento italiana il dibattito è serrato: «Qui la Fai non c’è – mi dice un amico vicino ad ambienti libertari del nord-est -, però ti posso dire che, per i compagni, la guerra in Ucraina è un argomento tanto divisivo quanto lo è stata la gestione della pandemia».

A prescindere dalle opportunità ideologiche, in questo contesto una domanda sembra essere la più stringente di tutte quante, e la pone un ragazzo tedesco in calce alle decine di commenti che accompagnano una foto con dei ragazzi armati sotto la bandiera rossa e nera: «Chi ci dice che siete davvero anarchici? O che siete davvero voi quelli della foto? Potrei stare parlando con chiunque, anche con un bot o con dei mercenari russi».

Una domanda questa a cui, purtroppo, si può rispondere solo con un atto di fede, pratica che, a quanto pare, è poco compatibile con l’anarchia.

Foto: Un gruppo di combattenti anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram
Editing: Lorenzo Bagnoli

Di Vita e Di Guerra: storie dal fronte ucraino

9 Agosto 2022 | di Eleonora Vio

Questo progetto nasce da un imprevisto. Sebbene la giornalista investigativa Eleonora Vio abbia una lunga esperienza in zone ostili e di conflitto, questa volta era diretta in Donbass, per provare a raccontare una storia diversa, particolare e di approfondimento. Per lei la guerra, non quella scoppiata il 24 febbraio ma quella che si prolunga in Ucraina dal 2014, andava analizzata non solo nei suoi sviluppi militari, ma anche in quanto causa scatenante di un imminente disastro ecologico nel bacino carbonifero del Don. L’inchiesta che Eleonora voleva scrivere su questo tema, avrebbe costituito un altro tassello di un progetto di IrpiMedia, che l’ha già vista impegnata in Bulgaria ed Estonia.

Improvvisamente l’emergenza ucraina cancella i piani costruiti da tempo da Eleonora – e dal suo collega fotografo e videomaker, Patrick Tombola. I due si trovano così catapultati dalla sera alla mattina sul filo del fronte. Tra i bombardamenti e l’avanzata delle truppe russe, i due giornalisti diventano testimoni oculari della capacità con cui la popolazione locale, pur incapace di dare un senso agli avvenimenti, si organizzi e reagisca con caparbietà e decisione.

Dal caso prende forma un reportage a puntate con testimonianze in presa diretta e interviste in studio o registrate da Eleonora sul campo, che racconta come, dopo la confusione e il panico delle prime 48-72 ore, un Paese europeo e moderno, al pari del nostro, sia stato costretto a cambiare volto repentinamente e assumere un assetto da guerra. La confusione è tanta, come pure le domande cui sembra impossibile, ancora oggi, dare risposta. Mettendo insieme i vari tasselli, cercheremo di dare un senso a un evento che ha sconvolto la vita di tutti, entrando già nella storia.

Ep. 11 – L’esodo

Dopo quasi un mese di lavoro sul campo, Eleonora decide che è arrivato il momento di tornare a casa. I racconti di chi ha impiegato giorni e giorni per fare rientro la preoccupano, ma per una serie di circostanze fortuite raggiunge l’Italia in poco più di 48 ore. Abbastanza per rendersi conto di come la guerra ha il potere di avvicinare le persone, da un lato, e di creare distanze incolmabili, dall’altro. Nel frattempo Eleonora ha conosciuto virtualmente Oksana, una signora ucraina residente in Italia e bloccata a Kherson, ovvero la prima città a cadere nelle mani russe nel corso di questa aggressione, durante quella che doveva essere una breve visita alla madre malata. Il racconto personale di Eleonora e quello di questa signora si intrecciano, mettendo in evidenza le analogie, ma soprattutto le differenze tra loro e i mondi a cui appartengono. In quella che è lecito definire una “missione suicida”, alla fine Oksana riesce a fuggire dall’Ucraina. Ma, anche a distanza di un migliaio di chilometri, mentre ha apparentemente ripreso la sua vita “normale”, non riesce a trovare pace.

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Ep. 10 – Kharkiv, la verità sotto attacco

Fino a qui Eleonora e Patrick hanno viaggiato ed esplorato l’Ucraina sotto attacco insieme. A metà marzo i due si separano. Eleonora se ne va (racconteremo il suo esodo nella prossima puntata, nd), mentre Patrick decide di rimanere e, nelle undici settimane e mezzo che trascorrerà nel Paese, racconterà le varie fasi del conflitto a Kharkiv tramite alcuni suoi emblematici personaggi. Questo reportage visivo è diventato un documentario prodotto da Channel 4 e PBS Frontline, intitolato Ukraine: Life Under Attack, a cui Patrick ha lavorato insieme al collega Yassir Mani Benchelah. In questa puntata Eleonora intervista Patrick e ripercorre con lui l’evoluzione di un polo importante sia dal punto di vista commerciale che intellettuale, diventato col passare del tempo una città fantasma, svuotata nelle strade come nello spirito. Il finale è amaro. Per chi ha vissuto la guerra a lungo e dal di dentro, come Patrick, ciò che al suo ritorno a casa più gli ha fatto male è stato realizzare come tante persone mettano in discussione non solo la realtà dei fatti ma, con essa, il suo stesso lavoro e quello dei giornalisti che ogni giorno rischiano la vita per documentarla.

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Ep. 9 – Kharkiv, la realtà capovolta dove i bambini fanno da esempio per tutti

Anche Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina, a soli 40 chilometri a sud del confine russo, è stata colpita all’alba del 25 febbraio. E non ha mai smesso di essere bombardata da allora, tanto da costringere la gente a fuggire, o a ritirarsi a vivere sottoterra per settimane, mesi. A Kharkiv, dove gran parte della popolazione parla russo, e ha parenti, figli e amici dall’altra parte del confine, l’aggressione è stata interpretata come una pugnalata fratricida. Il dovere di non soccombere alla paura e all’invasione nemica si manifestano giorno dopo giorno nelle situazioni più impensabili, come quella in cui Eleonora e Patrick si sono trovati immersi a inizio marzo. Una mattina hanno seguito il Dottor Juriy, oftalmologo al Centro Medico Prenatale di Kharkiv, durante il suo giro di visite quotidiane e hanno scoperto una realtà drammatica e surreale, dove i parametri normali erano stati capovolti, e i neonati indifesi facevano da esempio di resilienza per gli altri.

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Ep. 8 – L’ombra della catastrofe atomica

Uno dei rischi più grandi, per l’Ucraina come per il resto del mondo, connesso a questa guerra, è il rinnovato rischio rappresentato dalla minaccia nucleare. Non tanto quello rappresentato dall’uso di armi atomiche in guerra, quanto quello, ben più probabile, connesso alle centrali attive in Ucraina che rischiano di trovarsi in mezzo ai bombardamenti.
Per capire cosa questo e altri scenari potrebbero significare, parliamo oggi con qualcuno che queste conseguenze le ha in mente ogni giorno: Olga Kosharna, esperta di energia nucleare. Dopo aver lavorato molti anni presso l’Autorità Nazionale dei Regolamenti per la Sicurezza Nucleare in Ucraina e all’Istituto di Ricerca Strategica sulla Sicurezza Nucleare, oggi Olga è una ricercatrice indipendente e svolge consulenze per vari enti sia statali che indipendenti.

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Ep. 7 – La storia che rischia di ripetersi

Il popolo ucraino conosce meglio di ogni altro in Europa quali possano essere le conseguenze di un incidente nucleare. L’ombra di Chernobyl ha infatti pesato su questo conflitto fin dall’inizio, e la sicurezza delle centrali attive, come dei depositi delle scorie che ancora risalgono all’incidente di quasi quarant’anni fa, rappresentano una delle principali preoccupazioni delle forze di difesa ucraine.
Eleonora questa realtà ce l’ha presente da prima dell’inizio della guerra, ed è per questo che aveva già programmato di intervistare Yakovlev Yevgeniy Alexandrovich, l’ormai ultraottantenne idrogeologo che nel lontano 1986 lanciò l’allarme prima della catastrofe di Chernobyl.
Dopo aver parlato con lui, seguiremo il viaggio di Eleonora e Patrick verso Zaporizhzhya, dove si trova la più grande centrale nucleare d’Europa, mentre il fronte si avvicinava sempre più pericolosamente.

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Ep. 6 – Cittadini, volontari, estremisti. Chi combatte per l’Ucraina?

Per la Carta delle Nazioni Unite l’Ucraina – come ogni altro Paese che abbia aderito al protocollo – ha il diritto di utilizzare tutte le armi a sua disposizione per auto-difendersi. Per quanto la forza militare ucraina si sia irrobustita molto dall’umiliazione subita in Crimea nel 2014 in poi, il 24 febbraio si è trovata impreparata di fronte all’esercito russo, uno dei più potenti al mondo, che contava, già allora, quasi due milioni di uomini. Così, oltre a mettere in campo l’intero esercito, composto da 200mila soldati attivi e almeno 300 mila riservisti, le autorità Ucraine, da subito, hanno voluto allargare le loro forze volontarie e paramilitari. Cercheremo di capire chi sono, da dove arrivano e in cosa credono le Forze Territoriali di Difesa, che in poco più di un mese sono riuscite a reclutare oltre 37 mila membri attivi e 130 mila volontari. E, grazie a un ospite di rilievo, faremo anche un po’ di chiarezza sulle sorti del tanto discusso Battaglione Azov, il cui orientamento resta uno dei punti più efficaci della propaganda filorussa.

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Ep. 5 – Dnipro si mobilita

Lo shock iniziale lascia spazio alla voglia di darsi da fare e di resistere. Incoraggiati dalle parole del Presidente ucraino Zelensky, che li invita a difendere in massa il proprio Paese dall’aggressore, i cittadini ucraini si mobilitano come possono. C’è chi si registra tra le Forze Territoriali di Difesa, un corpo volontario diventato parte dell’esercito ufficiale da gennaio di quest’anno; chi raccoglie beni di prima necessità per le forze armate e le famiglia in difficoltà, e chi passa le giornate ad assemblare e testare bombe molotov. Eleonora osserva sbalordita come una città di (allora) un milione di abitanti, in seguito svuotata di almeno un terzo della sua popolazione, e simile in tutto e per tutto a qualunque moderno centro europeo, non si sia fatta abbattere della paura, ma abbia, invece, sfruttato la rabbia condivisa per reagire, dimostrando ammirabile unità e compattezza.

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Ep. 4 – Vita da fixer, tra impegno morale e professionale

Allontanarsi da Mariupol per Eleonora significa anche rinunciare all’unica persona cui pensava di poter fare affidamento, la sua fixer, Diana. Ma, arrivata a Dnipro, s’imbatte subito e fortuitamente in Catherine Leonova, giornalista, video-maker, ufficio stampa per l’esercito e tanto altro. Seppure esperienze di quel tipo non le manchino, con lo scoppio della nuova guerra Catherine non pensa a documentare l’accaduto ma a supportare il più possibile chi ha bisogno. Sono le persone vicine a lei a convincerla che il miglior modo per aiutare la sua gente e l’esercito è fare da “fixer” ai giornalisti stranieri che arrivano giorno dopo giorno, per raccontare il conflitto nelle sue tante sfaccettature. La propaganda esiste, da ambo le parti, ma come dice Catherine: “Solo uno stupido potrebbe negare che è la Russia il colpevole”.

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Ep. 3 – 48 ore per capire

Rendendosi conto che, se la situazione dovesse precipitare, rischierebbe di rimanere incastrata, senza possibilità di andarsene, nella città strategica e insidiosa di Mariupol, schiacciata tra il Mare di Azov e le repubbliche separatiste filorusse del Donbass, Eleonora decide di andarsene da lì. Nonostante le raccomandazioni dell’unità di crisi e dei governi a non muoversi, sfida il pericolo, trova un autista e si mette in macchina. Dopo 5 ore di viaggio trascorse in allerta e in silenzio, arriva a Dnipro, terza città per grandezza dell’Ucraina. Anche qui, la mattina del 24 febbraio, sono state registrate varie esplosioni. Intorno regna il caos. Non avendo ancora un’idea precisa di cosa potrebbe succedere, Eleonora si organizza e si prepara, come se, a breve, dovesse verificarsi il peggio.

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Ep. 2 – Perché andare, perché restare

Fare il giornalista significa prima di tutto immedesimarsi nei panni di chi legge, vede o, come in questo caso, ascolta, e fornirgli strumenti per capire la realtà che lo circonda. Ecco perché, dopo un attacco “frastornante”, nel vero senso della parola, dove siete stati trascinati, inconsapevolmente, da Eleonora nell’istante che per molto tempo farà da spartiacque alla nostra storia recente, qui la nostra protagonista non è più narratrice testimone ma ospite e intervistata. A posteriori Eleonora cerca di rispondere alle domande che avrebbe posto lei a chi si fosse trovato nei suoi panni e cerca di colmare alcuni vuoti e informazioni, cui non aveva avuto nemmeno il tempo di pensare durante quella notte e quel giorno, nella frenesia del lì e ora. A intervistarla, Giulio Rubino, editor di questo podcast, che ha seguito Eleonora dall’inizio, prima che la guerra stravolgesse tutto.

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Ep. 1 – La notte che cambiò tutto

Un conto è sapere che la guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro, un altro svegliarsi nel cuore della notte al suono delle esplosioni. La giornalista freelance Eleonora Vio (assieme al compagno fotografo e videomaker Patrick Tombola) si trovava a Mariupol – città del sud-est dell’Ucraina, diventata tristemente nota per il carico di violenze e devastazione crescente perpetrato nelle settimane seguenti dalle forze russe – quando è iniziato il conflitto. A distanza di pochi minuti da quell’attimo che ha cambiato la storia del mondo, Eleonora prova a raccontare in presa diretta cosa si prova a essere coinvolti in prima persona in un evento così grande, assurdo e spaventoso, tanto da non essere stato, realisticamente, considerato come possibile, finché non è avvenuto. Un evento che, senza bisogno di troppa analisi, da subito delinea un prima e un dopo nella storia di Eleonora, e di tutti.

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Di vita e di guerra – Trailer 2

Di vita e di guerra – Trailer 1

Di Vita e Di Guerra è un podcast di Irpimedia
Autori: Eleonora Vio
Diretto da: Giulio Rubino
Prodotto, montato e sonorizzato da: Riccardo Cocozza
Doppiaggio: Stefano Starna, Vanina Marini
Fotografie: Patrick Tombola
Musiche originali: Riccardo Cocozza

Colonna Sonora:

XLR:840 – Replicant. Part 2
TIMOFIY STARENKOV – AI Access Denied
ДУХОВКА – Время
HRCRX – Mineral

Costa Smeralda, per servirla

#RussianAssetTracker

Costa Smeralda, per servirla

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Yacht, camerieri e secchielli di Champagne. Spariscono dalla Costa Smeralda, in Sardegna, i simboli del potere russo che qui, per oltre un decennio, ha stabilito il suo quartier generale con vista sul mare. Dopo l’invasione dell’Ucraina e l’emissione delle sanzioni contro la Russia, tutto l’Occidente si è dato da fare per stanare i beni seminati in giro dai potenti oligarchi: uomini funzionali alla tenuta dello zar Vladimir Putin, che negli anni si sono arricchiti smantellando e appropriandosi di quel che restava dell’Unione Sovietica. Da mesi sulle loro tracce è la Guardia di finanza che, una dopo l’altra, ne ha individuato e congelato ville, yacht, automobili e conti correnti.

Affiora così, da questo sistematico lavoro di sottrazione, il sistema economico e amministrativo che ha finora permesso agli oligarchi di stabilire qui la propria base sul Mediterraneo. Non solo un luogo di vacanza, feste o agi, ma la versione in salsa multimiliardaria dello smart working, permesso da uno Stato nello Stato fatto di consiglieri, amministratori, commercialisti e fornitori di servizi che hanno garantito all’intera area di diventare il punto di riferimento di Mosca in Europa. Il tutto raggiungibile con tre ore di aereo dopo colazione e in tempo per pranzo.

Il progetto Russian Asset Tracker
I 22 anni di governo di Vladimir Putin hanno prodotto enormi fortune per oligarchi, politici, funzionari della sicurezza e altri beneficiari del suo regime corrotto e clientelare. All’inizio del suo governo, Putin venne lodato per aver messo alle strette i magnati che avevano saccheggiato l’economia russa negli anni Novanta. Alcuni gli hanno giurato lealtà, assicurandosi così un posto nel nuovo ordine. Durante il suo governo è poi sorta una nuova generazione di ricchi magnati: sono i suoi alleati, amici, finanziatori.

Sulla scia del brutale assalto della Russia all’Ucraina, i governi di tutto il mondo hanno imposto sanzioni a molti sostenitori di Putin. Come gli altri oligarchi del mondo, però, questi ultimi hanno imparato a tenere nascosta la loro ricchezza in conti bancari segreti e strutture societarie offshore. Capire chi possiede cosa è difficile anche per gli investigatori più esperti.

Insieme a OCCRP e agli altri partner del progetto, IrpiMedia ha partecipato alla creazione di un database delle loro proprietà tracciabili: terreni, ville, aziende, barche, aerei. Il valore complessivo del patrimonio degli uomini di Putin scoperto finora da #RussianAssetTracker è di 17,5 miliardi di dollari.

Gli oligarchi cominciavano ormai a sentirsi “di casa” in Costa Smeralda: dopo avere utilizzato per anni società di comodo per acquistare proprietà, da qualche tempo hanno iniziato a usare i loro veri nomi su atti e utenze.

Alexei Mordashov – presidente del colosso siderurgico Severstal – tra il 2011 e il 2017 acquista a nome proprio 2.400 metri quadri di proprietà, per un valore di almeno 35 milioni di euro, con un cantiere partito nel 2016 per creare un complesso a “basso impatto visivo”. Oggi il “villaggio” di Mordashov è quasi invisibile se non si sa dove cercare.

C’è poi Petr Aven, decimo uomo più ricco della Russia, proprietario di Villa Maureena a Porto Rafael. «Prima la casa era intestata a una società», spiegano persone informate sui fatti, ma da qualche anno figura il cognome di Aven nei documenti e sulle utenze che IrpiMedia ha potuto consultare.

E infine Usmanov, che nel 2020 acquista un’ennesima villa a nome proprio, dopo avere utilizzato per anni società offshore.

L’enclave russa

Chiamata in origine Monti di Mola (nome che darà il titolo anche a una canzone di De André), la Costa Smeralda nasce negli anni ‘60 dalla visione di Karim Aga Khan, allora venticinquenne imam degli ismailiti nizariti, che intende creare in Gallura un’oasi di lusso per i ricchi del pianeta. Gite in barca e partite a golf hanno da allora scandito le giornate di magnati e imprenditori arabi, britannici e svizzeri, che per primi hanno stabilito tra Olbia e Porto Cervo il proprio buen retiro.

È da qui che, a inizio stagione, i villa manager mandano i galoppini fino alla Svizzera o alla Germania per recuperare le auto da corsa dei ricchi magnati. Edizioni limitate di Lamborghini e Ferrari – che i fidati lavoratori stagionali vanno a prendere per guidarle per un lungo viaggio stradale e che da luglio iniziano a popolare la Costa Smeralda, raccontano. Così appare tutt’oggi a chi la visita, con siepi curatissime e cancelli in legni lavorati, creando uno stile alieno che nel tempo ha finito per influenzare l’architettura costiera dell’intera isola.

Ben diversa dal resto della Sardegna è la qualità di strade e servizi. Quasi tutto fa capo al Consorzio Costa Smeralda, fondato proprio dall’Aga Khan per garantire ai ricchi abitanti di godere del maggiore comfort possibile. Sull’intero territorio di 3.114 ettari, con 55 chilometri di coste, solo il 3,7% del territorio è occupato da costruzioni private o opere infrastrutturali, così da garantire il noto aspetto selvaggio. Guardianie, servizi medici privati e addirittura tredici unità operative antincendio (con due autobotti e un elicottero) sopperiscono a tutti i bisogni che nel resto dell’isola non sono invece altrettanto garantiti.

Come in un lussuoso ristorante – dove a ogni sigaretta spenta arriva pronto un cameriere a cambiare il posacenere – in Costa Smeralda IrpiMedia ha visto gli operatori ecologici del consorzio sfidare il maestrale e la pioggia sferzante per cambiare la busta di un cestino praticamente vuoto su una spiaggia deserta. Una cura che testimonia il retaggio di lusso diluito negli anni ma ancora presente in questa enclave sul territorio di Sardegna, che di sardo non ha nulla.

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Ad aggiungere pregio all’intero sistema, in particolare per i russi, è la presenza del vicino aeroporto di Olbia, dove atterrano i jet privati dei ricchi inquilini della Costa Smeralda.

Grazie a tabulati di volo ottenuti in esclusiva in collaborazione con OCCRP, IrpiMedia è in grado di ricostruire l’assidua presenza di aerei appartenenti a oligarchi russi che da Mosca, ma anche dall’Austria e dalla Germania, atterrano a Olbia, dove spesso ad attenderli c’è un elicottero per portarli fino alle ville.

E proprio da questa lista emerge il via vai dei cortigiani di Putin, dal magnate della vodka Roustam Tariko – ormai cittadino onorario di Olbia – ad Alexei Ananyev, imprenditore del mondo IT che nel 2017 figurava tra i duemila uomini più ricchi del mondo secondo Forbes.

Gli aerei di entrambi i magnati hanno effettuato numerose sortite nel nord Sardegna tra la primavera del 2017 (i dati più vecchi di cui siamo in possesso) e l’ottobre del 2021.

Ma ad attirare maggiormente l’attenzione è un aereo che, a quanto risulta a IrpiMedia, ha compiuto un solo volo registrato. Si tratta di un Tupolev di fabbricazione russa intestato al Fsb, i servizi segreti eredi del Kgb, che atterra a Olbia il 5 luglio 2017 alle 6:36 del mattino ora locale, la cui ripartenza non è registrata. Gli spostamenti dei servizi segreti russi sono generalmente collegati agli spostamenti del presidente russo, dal quale dipendono direttamente.

Appena due giorni prima, il 3 luglio, atterrava nello stesso scalo l’aereo del magnate ucraino Rinat Akhmetov, originario di Donetsk, recentemente al centro delle polemiche in quanto indicato dall’auto proclamato governatore della repubblica separatista, Pavel Gubarev, quale finanziatore dei movimenti filorussi dell’area.
A 1.300 chilometri da lì, ad Amburgo, il 7 luglio Putin incontrerà per la prima volta l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per discutere di «Ucraina, Siria e altre questioni», riportava all’epoca Associated Press.

Un ufficio sul mare

Fra le trame della politica e del commercio internazionali, in Costa Smeralda è normale trovare anche misure di sicurezza eccezionali, a protezione della privacy dei suoi facoltosi inquilini e dei loro affari.

Qui ha le sue residenze il magnate russo che più di tutti ha investito nell’area e che da molti è considerato alla stregua di un “re”. È Alisher Usmanov, imprenditore di origine uzbeka, naturalizzato russo, fondatore di USM Holdings, gruppo che controlla diverse aziende di rilievo, tra cui Metalloinvest, produttore di acciaio; Baikal Mining, che si occupa di estrazione di rame, e Mail.ru, il principale operatore russo di servizi internet. Usmanov è anche il proprietario di Kommersant, il più noto giornale economico-finanziario russo. Secondo l’Unione europea – che ha sanzionato l’oligarca lo scorso febbraio – «da quando Usmanov ne ha assunto il controllo la libertà della redazione è stata limitata e il giornale ha assunto una posizione manifestamente favorevole al Cremlino».

Proprio Usmanov ricorre a misure di sicurezza straordinarie, sia in tempo di vacanza – Usmanov ha passato in Costa Smeralda gran parte della pandemia – sia quando lavora da uno dei suoi complessi immobiliari tra Punta Capaccia e Piccolo Pevero: villa Capaccia, villa L’Aldiola, villa Mimosa, Li Nibani e ancora villa Cormorano, Villa Sa Piantesa, Villa Sa Pedra.

Le ville di Alisher Usmanov e Dmitri Mazepin a Capo Capaccia, Romazzino, comune di Arzachena, Sassari, per particelle catastali
Le ville di Alisher Usmanov e Dmitri Mazepin a Capo Capaccia, Romazzino, comune di Arzachena, Sassari, per particelle catastali

L’intero ecosistema delle ville di Punta Capaccia infatti è interconnesso da una rete interna in fibra ottica, sulla quale si collegano sia internet sia gli impianti di videosorveglianza. Un’informazione in esclusiva ottenuta da IrpiMedia grazie a fonti confidenziali. È così che le immagini di ogni angolo del giardino e di tutti gli ingressi vengono trasmesse a una sala di controllo degna di una base militare, con decine di monitor che riportano qualsiasi attività sotto l’occhio attento della vigilanza.

A protezione del traffico internet del complesso, specifiche configurazioni generano tutto l’anno traffico internet casuale creando un “rumore bianco” che rende impossibile a un’analisi esterna di capire se e quando qualcuno sia in casa.

Un capitolo a parte lo meritano le auto: la Guardia di Finanza ne ha sequestrate almeno una, blindata. Si tratta di una Mercedes-Benz S650 Maybach a prova di bombe e assalti armati del valore di oltre 1.2 milioni di euro simile a quella acquistata pochi mesi fa dal primo ministro indiano, Narendra Modi. Intestata a una società di “noleggio auto”, Machina srl, che risulta domiciliata in una stradina alle porte di Arzachena – il paese dell’entroterra nel cui vastissimo comune ricade buona parte della Costa Smeralda.

È una strada dismessa, nella quale si trovano un meccanico di auto e officine di rimessaggio barche. “Via del Rimessaggio” si chiama, d’altronde. Ma di Machina srl o di auto blindate neppure l’ombra: qui non l’ha sentita nominare nessuno.

Uno yacht al largo della Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia
Uno yacht al largo della Costa Smeralda – Foto: IrpiMedia
Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia
Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena – Foto: IrpiMedia

Anche se la società non è conosciuta, lo è il suo proprietario: Usmanov. L’oligarca la possiede attraverso un trust delle Bermuda, la Pauillac Property Ltd, che controlla anche altre due società italiane proprietarie delle sue di Punta Capaccia. Tutte queste società sono amministrate da un avvocato cipriota e dal commercialista Ruggero Tusacciu.

Fornitori di servizi

Sebbene non sia stato possibile parlare con Tusacciu direttamente, IrpiMedia ha incontrato chi ha aperto a Tusacciu la porta del regno di Usmanov: Antonio Brigaglia. Brigaglia è un commercialista di Calangianus e titolare dello studio di riferimento per quelli che hanno proprietà nella parte più ricca della Gallura. Era stato proprio Brigaglia a creare la struttura di società italiane che curano l’ultimo miglio di gestione degli asset di Usmanov: Sardegna Servizi, Machina nonché Delemar e Punta Capaccia. Società che ormai non gestisce più lui, avendole passate al socio Tusacciu.

Da tutti indicato come “il commercialista della Costa Smeralda”, Brigaglia eredita l’attività dal padre – racconta – che fu tra i primi a intuire il potenziale del nord della Sardegna. Il suo studio, affacciato sulla provinciale 59 tra un ristorantino dove mangiano gli operai e un negozio di prodotti per piscine, è di soli due locali. Il professionista, con i modi gentili tipici della zona, riceve nella sua stanza: un divano, due poltroncine, neanche un pc sulla scrivania.

«Quando mio padre ha aperto lo studio, il mercato della Costa Smeralda ancora non esisteva», ricorda: «Parliamo di sessant’anni fa, quando sono iniziate le lottizzazioni e contestualmente la costruzione di servizi». In quegli anni gli stranieri che volevano acquistare degli immobili dovevano per forza aprire una società in Italia, e acquistare il bene tramite quella.

Tra i servizi che ha offerto la Brigaglia Service agli acquirenti stranieri c’è anche quello di rappresentante tributario: di fatto un codice fiscale con cui l’Agenzia delle entrate può interfacciarsi. Ma è evidente che per gli oligarchi russi Brigaglia è stato soprattutto il punto di riferimento per le questioni fiscali ed economiche che riguardavano le ville, dal momento dell’acquisto fino alla gestione negli anni. Parlando con lui emerge chiaramente: gli ultraricchi russi non vogliono problemi, e il sistema ville deve funzionare perfettamente e senza intoppi. E quindi si è rafforzata la figura del “fornitore di servizi”, perché lo studio Brigaglia si è dovuto occupare di costituire “società interinali” che potessero assumere e gestire il personale delle ville, le auto di lusso, nonché seguire i lavori di ristrutturazione o manutenzione.

Certo, ci spiega Brigaglia stesso, se l’oligarca assumesse il personale direttamente risparmierebbe molto. Ma non tutti lo vogliono fare. «Da anni suggerisco che le società che gestiscono i dipendenti vengano sciolte: parliamo di domestici, giardinieri e in generale persone che svolgono il ruolo di collaboratori domestici – precisa. Se venissero assunti direttamente come tali dal padrone di casa, anziché come dipendenti di una società, costerebbero molto meno e si pagherebbero meno tasse», spiega.

Un murale lungo la statale che collega Arzachena alla Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia
Un murale lungo la statale che collega Arzachena alla Costa Smeralda – Foto: IrpiMedia

Parliamo di dieci o quindici dipendenti per villa, tra giardinieri, manutentori e il villa manager, che lavorano tutto l’anno e ai quali si aggiunge il personale assunto stagionalmente, quando le ville sono in piena operatività. Ed effettivamente, girando tra le proprietà, neanche nei mesi più freddi si ha la sensazione di essere in una località turistica deserta. Furgoni e piccole utilitarie fanno avanti e indietro senza sosta, aprendo e chiudendo cancelli di legno il cui valore è probabilmente equiparabile a quello delle stesse auto che li varcano. È il sottobosco di dipendenti che curano le ville, in attesa che il proprietario o i suoi ospiti si manifestino.

Risalire la china

Brigaglia incalza: converrebbe chiudere le società di comodo, e non solo assumere direttamente i dipendenti ma anche intestare le ville direttamente ai proprietari reali, anche nel caso degli oligarchi. Spiega che negli anni il Fisco ha cambiato strategia, oggi si può acquistare come persona fisica e anzi, conviene, perchè si risparmia in tasse. Ma acquistare beni come società ha un vantaggio: schermare la proprietà dell’asset.

Secondo Brigaglia però, la schermatura è comunque parziale, perché al rappresentante tributario di una società di comodo è richiesto per legge di depositare all’Agenzia delle entrate il nome dell’amministratore delegato con fotocopia del documento di identità. «Quindi alla fine trovi il passaporto di Petr Aven o chi per lui», dice Brigaglia.

«L’Agenzia delle entrate dovrebbe poter dire agevolmente chi sono i reali beneficiari di ogni proprietà, perché noi siamo obbligati a comunicarli per le norme antiriciclaggio», sostiene.

Nella pratica però, le cose non funzionano esattamente come racconta Brigaglia. Infatti per alcuni oligarchi – compreso Usmanov – poter tutelare la propria riservatezza è la priorità numero uno. E quindi si preferisce creare complesse strutture di scatole cinesi offshore che gestiscono asset in tutto il mondo, comprese le ville in Costa Smeralda. Non tanto per evadere il fisco italiano, quanto per proteggersi da eventuali indagini del proprio Paese d’origine, o da misure straordinarie come le sanzioni attuali.

All’Agenzia delle entrate italiana infatti, alla fine della catena di società, spesso non c’è depositato il documento di identità dell’oligarca proprietario della villa, bensì quello dell’amministratore delegato, di fatto un prestanome, o del trust manager della società di comodo creata in qualche paradiso fiscale.

Nel caso di Usmanov, il sistema di schermatura non ha funzionato e le ville e i beni sono stati congelati. Ma solo grazie alla collaborazione di Cipro, che è un’eccezione portata dalla gravità dei tempi, più che una regola. Infatti Oleg Deripaska, magnate dell’alluminio, è per ora riuscito a salvare dal congelamento la sua magione a Porto Cervo – Villa Walkirie – pur essendo sotto sanzioni dal 10 marzo 2022. Questo perché ha costituito una complessa rete di società offshore, costi quel che costi in termini di tasse e commercialisti, che le autorità italiane hanno difficoltà a comprovare.

L’ingresso di Villa Walkirie nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia
L’ingresso di Villa Walkirie nel comune di Arzachena – Foto: IrpiMedia

Villa Walkirie, ha scoperto IrpiMedia, è infatti intestata a una società delle Isole Vergini Britanniche, che è controllata da un’azienda cipriota, la Advante Management Corp. In un documento ottenuto tramite un leak, è messo nero su bianco che il beneficiario finale della Advante e di tutte le sue controllate è, appunto, Oleg Deripaska. Un dato ormai noto, che resta però insufficiente a congelare il bene da parte delle autorità italiane, alle quali serve che i paradisi fiscali collaborino e consegnino la documentazione comprovante. E Deripaska resta così intoccato nel suo fortino sul mare.

Brigaglia – che tiene a precisare che Deripaska non è un suo cliente – invece paga pegno nel suo ruolo di “service provider”. Infatti, dopo aver segnalato spontaneamente due conti riconducibili a clienti sanzionati, si è visto chiudere dalla banca ben dieci conti correnti intestati alla sua azienda di consulenza: quelli da cui passa il denaro corrente legato alla gestione delle varie ville e società, anche non di russi, dove i clienti versavano il denaro per le spese.

Insomma, a questa torrida estate la Costa Smeralda si affaccia con la previsione di una stagione più “povera” e con meno ombra. Verrà a mancare sicuramente quella proiettata dal Dilbar, lo yacht di 156 metri di proprietà di Usmanov che già in passato ha causato lo scontento dei diportisti che gli si affiancano e che si sentono sminuiti dalla sua ingombrante presenza. L’imbarcazione è attualmente imprigionata in Germania, in attesa che la Corte europea di giustizia si esprima sul ricorso presentato dall’oligarca. La risposta è attesa a giorni.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

La villa Rocky Ram di Dmitry Mazepin a Punta Capaccia
(IrpiMedia)

L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

#OperazioneMatrioska

L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

Lorenzo Bagnoli

Nel 2020 i media spagnoli hanno pubblicato una notizia che sembrava assurda. Gli inquirenti spagnoli che indagano sui presunti finanziamenti illeciti al movimento separatista catalano hanno reso noto che l’ex presidente della Regione Autonoma e leader degli indipendentisti Carles Puigdemont (oggi eurodeputato che in Spagna rischia il carcere) nell’ottobre 2017 aveva ricevuto un’offerta di 500 miliardi di dollari per azzerare il debito pubblico catalano e 10 mila soldati per costituire un proprio esercito. Mittente della proposta un non precisato «gruppo di russi».

L’inchiesta collaborativa #RussianOffer – a cui IrpiMedia partecipa insieme a OCCRP, El Periódico, Bellingcat, Il Fatto quotidiano e iStories – è in grado di confermare che la strana offerta fu effettivamente fatta, e non solo. Possiamo svelare infatti che i contatti tra gli indipendentisti e i russi sono andati avanti anche dopo il rifiuto dell’offerta di Puigdemont e che il gruppo era composto da una squadra di negoziatori tra cui un ex diplomatico che ha collaborato a lungo con Sergey Lavrov. Il suo nome è Nikolay Sadovnikov e la sua carriera diplomatica si è svolta per buona parte in Italia.

I collegamenti con #OperazioneMatrioska

Non è la prima notizia di un tentativo dei russi di finanziare l’indipendentismo catalano: El Periódico nel 2019 e Occrp nel 2021 avevano già scoperto altre trattative, poi fallite, finalizzate a ottenere il riconoscimento della Catalogna indipendente da parte della Russia. Questo genere di operazioni si inseriscono nel contesto del tentativo di infiltrare la politica europea che in Italia è passato dagli accordi programmatici tra Lega e il partito di Vladimir Putin Russia Unita e dalle trattative dell’hotel Metropol; in Francia dai finanziamenti russi al Front National, l’allora partito di Marine Le Pen; in Austria con lo scandalo Ibiza che ha travolto l’FPO (ne abbiamo scritto in #OperazioneMatrioska)

Nikolay Sadovnikov ha lavorato all’ambasciata di Roma tra il 1984 e il 1987, poi è stato vice console a Milano tra il 1991 e almeno il 1995, a cavallo del crollo dell’Unione sovietica. Poi è tornato in Russia, dove ha continuato a lavorare per il ministero degli affari esteri. Dal 2012 il suo nome è apparso nei fascicoli di diverse agenzie di intelligence europee, che però è da tempo che hanno smesso di fare attenzione al suo caso.

La foto della patente di guida di Nikolay Sadovnikov, ottenuta dai giornalisti

La foto della patente di guida di Nikolay Sadovnikov, ottenuta dai giornalisti

Una di queste lo descrive così: «È coinvolto nei dossier di Siria, Iran, Libia e più in generale nelle relazioni bilaterali con i Paesi del Golfo». Il suo scopo era «promuovere la convergenza di interessi tra Russia e Iran in particolare per ridurre l’influenza americana nella regione». Il report cita un viaggio in Iran nell’aprile 2012 e uno il mese seguente negli Emirati arabi uniti, nel quale Sadovnikov secondo le fonti dell’intelligence sarebbe stato al seguito del ministro degli esteri di Mosca, Sergei Lavrov, per prendere parte a degli incontri per lo sfruttamento di un bacino petrolifero. Secondo il report è «un’ipotesi credibile» che Sadovnikov sia un agente dei servizi segreti russi, per quanto riconosca di non poterlo stabilire con certezza.

«L’emissario di Putin è arrivato alle 5», si legge in uno dei messaggi scambiati tra i collaboratori di Puigdemont il 26 ottobre 2017. I messaggi sono stati raccolti dalla polizia spagnola sempre nell’ambito delle indagini sul finanziamento illecito del movimento separatista catalano, filone dal quale era emersa la notizia dell’offerta russa nel 2020. I registri di volo dimostrano che Nikolay Sadovnikov è effettivamente atterrato a Barcellona alle 15:44 di quel giorno sul volo Aeroflot 2514 da Mosca. Il nome Nikolay è stato confermato ai giornalisti anche da Victor Terradellas, indipendentista che è stato responsabile per le relazioni esterne di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC), l’ex partito di Puigdemont coinvolto in scandalo di finanziamento illecito che si è sciolto nel 2016. Terradellas è stato uno degli uomini di Puigdemont che ha preso parte all’incontro e che ha tenuto contatti con i russi anche dopo il rifiuto dell’offerta da parte del leader indipendentista.

L’operazione Volhov e il CatalanGate

A ottobre 2020 l’operazione Volhov della Guardia Civil spagnola ha portato in carcere 21 persone tra cui alcuni uomini chiave del sistema di potere di Carles Puigdemont. L’accusa è aver utilizzato denaro pubblico per finanziare il tentativo fallito di ottenere l’indipendenza nel 2017 e aver pagato l’auto-esilio di Puigdemont in Belgio. L’indagine si è anche occupata di Tsunami Democràtic, il movimento accusato delle violenze di strada scoppiate a Barcellona il primo ottobre 2017, il giorno del referendum per l’indipendenza.

Secondo l’accusa, per oltre sei anni, circa 2 milioni di euro destinati alla provincia autonoma di Barcellona sarebbero stati impiegati per attività politiche del movimento indipendentista. A fare da collettore dei fondi nel 2017 era Fundació CATmón, organizzazione culturale pro-indipendenza che era presieduta da Victor Terradellas.

Accanto alle indagini finanziarie, è però recentemente scoppiato un altro scandalo, il CatalanGate. Il centro di ricerca CitizenLab, noto per la collaborazione con attivisti che si battono contro la sorveglianza di oppositori politici e difensori dei diritti umani, ha scoperto che almeno 63 indipendentisti catalani – tra politici, giuristi e membri della società civile – sono stati spiati attraverso lo spyware israeliano di NSO Group Pegasus, già finito al centro dello scandalo Pegasus Project. Il rapporto di CitizenLab non è in grado di identificare con certezza gli autori degli attacchi nei confronti degli indipendentisti, «ma forti prove circostanziali suggeriscono un legame con le autorità spagnole», si legge nel sommario.

A inizio maggio, però, è emerso che nemmeno il governo di Madrid è stato immune a Pegasus: sarebbero finiti sotto tiro dello spyware anche i telefoni del primo ministro Pedro Sanchez e della ministra della Difesa Margarita Robles. Queste ultime sarebbero avvenute tra maggio e giugno 2021 secondo il Centro Criptológico Nacional, il dipartimento dell’intelligence spagnola che si occupa di cybersicurezza. La magistratura spagnola ha aperto un’indagine per «intrusione esterna», ovvero utilizzo di sistemi di intercettazione e sorveglianza che non sono stati autorizzati dall’autorità giudiziaria spagnola.

Uno strano meeting

A Barcellona, l’incontro fra Sadovnikov e Carles Puigdemont è avvenuto il 26 ottobre 2017 alla residenza ufficiale del presidente catalano (Puigdemont non ha risposto alle domande dei giornalisti). Il giorno dopo il Parlamento catalano avrebbe approvato con voto segreto l’indipendenza della Catalogna, dopo il contestato referendum che si è tenuto il primo ottobre di quell’anno. Secondo il governo di Madrid, è stata «una messinscena»; secondo gli indipendentisti, è stato il voto con cui legittimare la separazione dalla Spagna.

Erano ore di trattative frenetiche per Puigdemont. Tra queste, c’è stata anche quella con la delegazione russa guidata da Nikolay Sadovnikov. Lo accompagnava un altro cittadino russo e un interprete, Jordi Sardà Bonvehí, un faccendiere con un passato controverso. Reuters lo definisce «un maestro di sci che è diventato uomo d’affari». È stato protagonista di un tentativo di frode nel 2012: aveva cominciato a negoziare con le autorità dell’Ucraina la costruzione di un deposito di gln, gas liquido naturale, lungo la costa del Mar Nero, fingendo di essere il rappresentante della Gas Natural, una società spagnola. Rispondendo al telefono a Reuters in occasione di quell’inchiesta aveva riconosciuto di non avere alcuna autorizzazione da Gas Natural ma aveva aggiunto: «Pensavo di poter firmare e poi trovare un accordo con la società». Non ha invece risposto alle domande dei giornalisti di #TheRussianOffer.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire dai messaggi e dalle testimonianze, l’unica richiesta della delegazione russa in cambio del sostegno economico e militare della Catalogna indipendente era una legislazione favorevole alle criptovalute. L’intento sarebbe stato trasformare la Catalogna in un centro finanziario per le monete virtuali paragonabile a quello che è la Svizzera per le banche internazionali.

Occrp ha contattato Christopher Nehring, docente di storia dell’intelligence all’università di Potsdam, per cercare di capire quale possa essere lo scopo di quella assurda offerta della delegazione russa. Da un lato, spiega il docente, i catalani stavano parlando con persone che «ovviamente avevano un’affiliazione con i servizi segreti russi». Dall’altro, però, «la presunta richiesta di trasformare la Catalogna nella “Svizzera delle cryptovalute” suona come una truffa». «Mettendo insieme le due parti – prosegue – sembra che stiamo guardando a un’operazione segreta, sostenuta dall’intelligence, che ha lo scopo di dare supporto a un movimento separatista, con di contorno una componente di truffa o di frode».

Keir Giles, esperto di Russia del think tank britannico Chatham House, ritiene che si tratti di «un’operazione ibrida tra interferenza politica e ricerca di profitto». «La stretta e intima connessione tra il potere politico e il crimine organizzato … è una caratteristica che definisce gran parte dei mezzi di proiezione del potere della Russia moderna», precisa.

I contatti del 2018

Nonostante il rifiuto dell’offerta e i sospetti sui protagonisti della delegazione, gli indipendentisti catalani hanno mantenuto aperti i loro contatti con i russi. Attraverso 200 pagine di messaggi intercettati dalla polizia nell’ambito del processo sui finanziamenti a sostegno degli indipendentisti catalani, alcuni dei quali pubblicati da Occrp, è possibile dimostrare come il 10 marzo 2018 il partner di Puigdemont Victor Terradellas e l’interprete del meeting con Sadovnikov Jordi Sardà abbiano parlato del possibile trasferimento di 56 bitcoin a favore degli indipendentisti, il corrispettivo di 525 mila dollari, all’epoca. Nei documenti c’è anche il numero di portafoglio online che Terradellas ha condiviso con Sardà. I giornalisti sono stati in grado di rintracciarlo e di individuare il pagamento di un singolo bitcoin.

Tra i messaggi scambiati tra i due protagonisti dell’incontro con Sadovnikov, c’è anche una foto in cui Tarradellas tiene in mano quello che sembra un un certificato di deposito della banca svizzera UBS. Il valore che si legge è di 500 miliardi di dollari. Tre esperti hanno confermato ai reporter che si tratta di un falso: «Falsi di questo genere sono spesso utilizzati da truffatori che vogliono dimostrare di essere in possesso di somme del genere. E il falso è fatto in modo molto maldestro», commenta Daniel Thelesklaf, ex capo dell’Ufficio di segnalazione del riciclaggio di denaro del governo svizzero.

Victor Terradellas mostra il certificato dei 500 miliardi di dollari di UBS. Credits: messaggi di Terradellas
Victor Terradellas mostra il certificato dei 500 miliardi di dollari di UBS. Credits: messaggi di Terradellas

Raggiunto al telefono per un commento, Sadovnikov ha negato sia ogni tipo di coinvolgimento con il governo o i servizi segreti russi, sia di aver offerto agli indipendentisti denaro e un esercito. Ha confermato però di aver viaggiato a Barcellona nella seconda metà di ottobre 2017 e di essere stato portato a un incontro «da un amico». Incontro del quale Sadovnikov dice di sapere poco, perché non parla spagnolo. «Volevo solo che la piantasse – racconta al telefono in merito all’incontro – e che (il mio amico, ndr) mi portasse al mare». «Sapete cosa sono 500 miliardi di dollari? – ha domandato Sadovnikov ai giornalisti che gli hanno chiesto spiegazioni in merito alla cifra proposta per il finanziamento del debito pubblico catalano – È praticamente il bilancio dello stato russo. E qualcuno darà il bilancio dello stato russo alla Catalogna? Beh, sapete, non è nemmeno assurdo, è solo, sapete, folle».

I legami con l’Italia

Dopo l’esperienza diplomatica a Roma e Milano, Sadovnikov ha mantenuto aperti i suoi canali con l’Italia. Fonti diplomatiche hanno spiegato a Il Fatto quotidiano che Savodnikov nel gennaio 2016 ha ottenuto un visto turistico per l’Italia attraverso una società, Pgb Group, di cui titolare è Piergiorgio Bassi. La società si occupa di consulenza e lobbying in vari settori, dall’innovazione tecnologica, alle risorse petrolifere, fino al settore finanziario e bancario e Piergiorgio Bassi è un nome noto tra i lobbisti che in passato hanno permesso a società russe di investire in Italia. Secondo quanto spiega Bassi, ogni volta che un cittadino russo viene in Italia, anche solo per turismo, deve avere un invito per poter ottenere il visto. Questo invito può anche essere sostituto da un’agenzia di viaggi che svolge le pratiche per ottenere le autorizzazioni burocratiche per l’ottenimento del lasciapassare.

Bassi ricorda che in quegli anni capitava che Sadovnikov venisse in Italia per turismo e che lo conosceva per i suoi incarichi al ministero degli Esteri di Mosca: «Era il consigliere politico di Lavrov per la politica strategica estera», aggiunge, contattato al telefono da Il Fatto quotidiano. Non aveva particolari progetti in Italia, però «andando a memoria – prosegue Bassi – mi sembra che in quel periodo in Spagna stesse analizzando tutta la situazione della Catalogna».

Carles Puigdemont durante la sua permanenza in Germania dove è stato arrestato, e poi scarcerato, a seguito di un mandato di arresto internazionale nell'aprile 2018 - Foto: Carsten Koall/Getty

Carles Puigdemont durante la sua permanenza in Germania dove è stato arrestato a seguito di un mandato di arresto internazionale nell’aprile 2018 – Foto: Carsten Koall/Getty

Altre tracce di Sadovnikov in Italia compaiono anche nelle visure camerali delle aziende di cui è stato socio. Per esempio all’interno dei documenti della panamense Onava Energy International, società aperta nel marzo 2005 di cui però non si trova alcuna attività, l’indirizzo di riferimento di Sadovnikov è a Pedivigliano, in provincia di Cosenza. Per lui e per tutti gli altri soci: un cittadino russo e due italo-americani, Ottavio Antonio e Antonio Mario Angotti, padre e figlio, il primo nativo proprio di Pedivigliano.

Ottavio Angotti è deceduto nel 2009. Il suo nome compare nel fascicolo giudiziario che riguarda la caccia al tesoro di don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa negli anni Novanta. Il figlio Massimo negli anni Duemila aveva cominciato a investire il suo patrimonio in diverse operazioni in tutto il mondo. Secondo quanto è stato scoperto dalla Procura di Palermo, stava cercando di dedicarsi anche a operazioni di trading di gas. Aveva incontrato uomini di Gazprom e nel 2004 aveva chiuso un contratto per una fornitura di gas dal Kazakistan, sempre gestito da una joint venture di cui faceva parte Gazprom. Il tramite di questo accordo, ricorda ancora oggi Massimo Ciancimino, era il professor Ottavio Angotti: «Era il consigliere economico di Nazarbayev», ossia l’allora presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev, dimessosi nel 2019 dopo 29 anni di governo incontrastato a seguito delle proteste di piazza.

Una manifestazione a favore dell'indipendenza della Catalonia presso la stazione ferroviaria di Barcellona il 28 ottobre 2019 - Foto: Guy Smallman/Getty

Una manifestazione a favore dell’indipendenza della Catalonia presso la stazione ferroviaria di Barcellona il 28 ottobre 2019 – Foto: Guy Smallman/Getty

Secondo le dichiarazioni di Ciancimino, Angotti sarebbe stato tra i consulenti che lo hanno aiutato a ottenere anche altre concessioni pubbliche in Kazakistan, ad esempio «due sorgenti d’acqua al confine tra Kazakistan e Cina, a Urumqi», ha detto Ciancimino a processo. Una GPA Foundation è stata registrata nel 2007 anche a Macao, l’isola a largo di Hong Kong. Uno dei soci è Antonio Mario Angotti, il figlio di Ottavio, che secondo il suo profilo LinkedIn lavora in una società energetica proprio a Hong Kong. Angotti non ha risposto alle domande dei giornalisti di #RussianOffer via LinkedIn.

Entrambi gli Angotti sono finiti nelle cronache giudiziarie degli Stati Uniti per il fallimento di un istituto di risparmio all’inizio degli anni Novanta. Secondo la stampa statunitense, Ottavio Angotti è scappato nel 1993, prima che fosse pronunciata la sentenza nei suoi confronti, dopo essere stato portato in una clinica oncologica. Tre anni dopo è stato arrestato nuovamente a Hong Kong. Nel 1995 Antonio Mario Angotti è stato condannato a 41 mesi di reclusione per frode e riciclaggio negli Usa. Sei anni dopo è andato in Estonia, dove si faceva chiamare Tony Massei: ha partecipato a una truffa per aggiudicarsi la gestione delle ferrovie estoni durante il processo di privatizzazione.

Oltre all’Onava Energy International panamense, Sadovnikov nel marzo 2005 appare tra i soci di una Onava Energyia registrata in Russia. Insieme a lui nel capitale sociale ci sono ancora una volta i due Angotti e un altro cittadino russo. Di questa società è importante l’indirizzo: il civico 5 della Piazza Rossa di Mosca. Corrisponde al Middle Trading Rows, palazzo di fine Ottocento che era di proprietà del Ministero della Difesa. Qui hanno sede anche altre quattro società di cui Sadovnikov risulta socio. In una di queste, Alfa-Ros, insieme a lui ci sono un certo Liberato Scollato e una certa Larissa Conti. Il primo è un salentino residente a Milano che in passato è stato condannato due volte in via definitiva per truffa; Conti è invece un’imprenditrice residente in Svizzera nativa del Donbass che oggi è portavoce della Repubblica popolare di Donetsk. I due hanno avuto società insieme in Svizzera, in passato. Entrambi smentiscono categoricamente di essere stati soci di Sadovnikov.

«Mi aiutò a ottenere il visto, ma non sono mai stato azionista di una società in Russia», ricorda Scollato. Conti invece dice non aver mai sentito il nome Sadovnikov e sostiene che si tratti di un caso di omonimia. «Scollato non lo vedo probabilmente da dieci anni», conclude.

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Autori

Lorenzo Bagnoli

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Giulio Rubino

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