L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

#OperazioneMatrioska

L’“emissario di Putin” che prometteva bitcoin agli indipendentisti catalani

Lorenzo Bagnoli

Nel 2020 i media spagnoli hanno pubblicato una notizia che sembrava assurda. Gli inquirenti spagnoli che indagano sui presunti finanziamenti illeciti al movimento separatista catalano hanno reso noto che l’ex presidente della Regione Autonoma e leader degli indipendentisti Carles Puigdemont (oggi eurodeputato che in Spagna rischia il carcere) nell’ottobre 2017 aveva ricevuto un’offerta di 500 miliardi di dollari per azzerare il debito pubblico catalano e 10 mila soldati per costituire un proprio esercito. Mittente della proposta un non precisato «gruppo di russi».

L’inchiesta collaborativa #RussianOffer – a cui IrpiMedia partecipa insieme a OCCRP, El Periódico, Bellingcat, Il Fatto quotidiano e iStories – è in grado di confermare che la strana offerta fu effettivamente fatta, e non solo. Possiamo svelare infatti che i contatti tra gli indipendentisti e i russi sono andati avanti anche dopo il rifiuto dell’offerta di Puigdemont e che il gruppo era composto da una squadra di negoziatori tra cui un ex diplomatico che ha collaborato a lungo con Sergey Lavrov. Il suo nome è Nikolay Sadovnikov e la sua carriera diplomatica si è svolta per buona parte in Italia.

I collegamenti con #OperazioneMatrioska

Non è la prima notizia di un tentativo dei russi di finanziare l’indipendentismo catalano: El Periódico nel 2019 e Occrp nel 2021 avevano già scoperto altre trattative, poi fallite, finalizzate a ottenere il riconoscimento della Catalogna indipendente da parte della Russia. Questo genere di operazioni si inseriscono nel contesto del tentativo di infiltrare la politica europea che in Italia è passato dagli accordi programmatici tra Lega e il partito di Vladimir Putin Russia Unita e dalle trattative dell’hotel Metropol; in Francia dai finanziamenti russi al Front National, l’allora partito di Marine Le Pen; in Austria con lo scandalo Ibiza che ha travolto l’FPO (ne abbiamo scritto in #OperazioneMatrioska)

Nikolay Sadovnikov ha lavorato all’ambasciata di Roma tra il 1984 e il 1987, poi è stato vice console a Milano tra il 1991 e almeno il 1995, a cavallo del crollo dell’Unione sovietica. Poi è tornato in Russia, dove ha continuato a lavorare per il ministero degli affari esteri. Dal 2012 il suo nome è apparso nei fascicoli di diverse agenzie di intelligence europee, che però è da tempo che hanno smesso di fare attenzione al suo caso.

La foto della patente di guida di Nikolay Sadovnikov, ottenuta dai giornalisti

La foto della patente di guida di Nikolay Sadovnikov, ottenuta dai giornalisti

Una di queste lo descrive così: «È coinvolto nei dossier di Siria, Iran, Libia e più in generale nelle relazioni bilaterali con i Paesi del Golfo». Il suo scopo era «promuovere la convergenza di interessi tra Russia e Iran in particolare per ridurre l’influenza americana nella regione». Il report cita un viaggio in Iran nell’aprile 2012 e uno il mese seguente negli Emirati arabi uniti, nel quale Sadovnikov secondo le fonti dell’intelligence sarebbe stato al seguito del ministro degli esteri di Mosca, Sergei Lavrov, per prendere parte a degli incontri per lo sfruttamento di un bacino petrolifero. Secondo il report è «un’ipotesi credibile» che Sadovnikov sia un agente dei servizi segreti russi, per quanto riconosca di non poterlo stabilire con certezza.

«L’emissario di Putin è arrivato alle 5», si legge in uno dei messaggi scambiati tra i collaboratori di Puigdemont il 26 ottobre 2017. I messaggi sono stati raccolti dalla polizia spagnola sempre nell’ambito delle indagini sul finanziamento illecito del movimento separatista catalano, filone dal quale era emersa la notizia dell’offerta russa nel 2020. I registri di volo dimostrano che Nikolay Sadovnikov è effettivamente atterrato a Barcellona alle 15:44 di quel giorno sul volo Aeroflot 2514 da Mosca. Il nome Nikolay è stato confermato ai giornalisti anche da Victor Terradellas, indipendentista che è stato responsabile per le relazioni esterne di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC), l’ex partito di Puigdemont coinvolto in scandalo di finanziamento illecito che si è sciolto nel 2016. Terradellas è stato uno degli uomini di Puigdemont che ha preso parte all’incontro e che ha tenuto contatti con i russi anche dopo il rifiuto dell’offerta da parte del leader indipendentista.

L’operazione Volhov e il CatalanGate

A ottobre 2020 l’operazione Volhov della Guardia Civil spagnola ha portato in carcere 21 persone tra cui alcuni uomini chiave del sistema di potere di Carles Puigdemont. L’accusa è aver utilizzato denaro pubblico per finanziare il tentativo fallito di ottenere l’indipendenza nel 2017 e aver pagato l’auto-esilio di Puigdemont in Belgio. L’indagine si è anche occupata di Tsunami Democràtic, il movimento accusato delle violenze di strada scoppiate a Barcellona il primo ottobre 2017, il giorno del referendum per l’indipendenza.

Secondo l’accusa, per oltre sei anni, circa 2 milioni di euro destinati alla provincia autonoma di Barcellona sarebbero stati impiegati per attività politiche del movimento indipendentista. A fare da collettore dei fondi nel 2017 era Fundació CATmón, organizzazione culturale pro-indipendenza che era presieduta da Victor Terradellas.

Accanto alle indagini finanziarie, è però recentemente scoppiato un altro scandalo, il CatalanGate. Il centro di ricerca CitizenLab, noto per la collaborazione con attivisti che si battono contro la sorveglianza di oppositori politici e difensori dei diritti umani, ha scoperto che almeno 63 indipendentisti catalani – tra politici, giuristi e membri della società civile – sono stati spiati attraverso lo spyware israeliano di NSO Group Pegasus, già finito al centro dello scandalo Pegasus Project. Il rapporto di CitizenLab non è in grado di identificare con certezza gli autori degli attacchi nei confronti degli indipendentisti, «ma forti prove circostanziali suggeriscono un legame con le autorità spagnole», si legge nel sommario.

A inizio maggio, però, è emerso che nemmeno il governo di Madrid è stato immune a Pegasus: sarebbero finiti sotto tiro dello spyware anche i telefoni del primo ministro Pedro Sanchez e della ministra della Difesa Margarita Robles. Queste ultime sarebbero avvenute tra maggio e giugno 2021 secondo il Centro Criptológico Nacional, il dipartimento dell’intelligence spagnola che si occupa di cybersicurezza. La magistratura spagnola ha aperto un’indagine per «intrusione esterna», ovvero utilizzo di sistemi di intercettazione e sorveglianza che non sono stati autorizzati dall’autorità giudiziaria spagnola.

Uno strano meeting

A Barcellona, l’incontro fra Sadovnikov e Carles Puigdemont è avvenuto il 26 ottobre 2017 alla residenza ufficiale del presidente catalano (Puigdemont non ha risposto alle domande dei giornalisti). Il giorno dopo il Parlamento catalano avrebbe approvato con voto segreto l’indipendenza della Catalogna, dopo il contestato referendum che si è tenuto il primo ottobre di quell’anno. Secondo il governo di Madrid, è stata «una messinscena»; secondo gli indipendentisti, è stato il voto con cui legittimare la separazione dalla Spagna.

Erano ore di trattative frenetiche per Puigdemont. Tra queste, c’è stata anche quella con la delegazione russa guidata da Nikolay Sadovnikov. Lo accompagnava un altro cittadino russo e un interprete, Jordi Sardà Bonvehí, un faccendiere con un passato controverso. Reuters lo definisce «un maestro di sci che è diventato uomo d’affari». È stato protagonista di un tentativo di frode nel 2012: aveva cominciato a negoziare con le autorità dell’Ucraina la costruzione di un deposito di gln, gas liquido naturale, lungo la costa del Mar Nero, fingendo di essere il rappresentante della Gas Natural, una società spagnola. Rispondendo al telefono a Reuters in occasione di quell’inchiesta aveva riconosciuto di non avere alcuna autorizzazione da Gas Natural ma aveva aggiunto: «Pensavo di poter firmare e poi trovare un accordo con la società». Non ha invece risposto alle domande dei giornalisti di #TheRussianOffer.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire dai messaggi e dalle testimonianze, l’unica richiesta della delegazione russa in cambio del sostegno economico e militare della Catalogna indipendente era una legislazione favorevole alle criptovalute. L’intento sarebbe stato trasformare la Catalogna in un centro finanziario per le monete virtuali paragonabile a quello che è la Svizzera per le banche internazionali.

Occrp ha contattato Christopher Nehring, docente di storia dell’intelligence all’università di Potsdam, per cercare di capire quale possa essere lo scopo di quella assurda offerta della delegazione russa. Da un lato, spiega il docente, i catalani stavano parlando con persone che «ovviamente avevano un’affiliazione con i servizi segreti russi». Dall’altro, però, «la presunta richiesta di trasformare la Catalogna nella “Svizzera delle cryptovalute” suona come una truffa». «Mettendo insieme le due parti – prosegue – sembra che stiamo guardando a un’operazione segreta, sostenuta dall’intelligence, che ha lo scopo di dare supporto a un movimento separatista, con di contorno una componente di truffa o di frode».

Keir Giles, esperto di Russia del think tank britannico Chatham House, ritiene che si tratti di «un’operazione ibrida tra interferenza politica e ricerca di profitto». «La stretta e intima connessione tra il potere politico e il crimine organizzato … è una caratteristica che definisce gran parte dei mezzi di proiezione del potere della Russia moderna», precisa.

I contatti del 2018

Nonostante il rifiuto dell’offerta e i sospetti sui protagonisti della delegazione, gli indipendentisti catalani hanno mantenuto aperti i loro contatti con i russi. Attraverso 200 pagine di messaggi intercettati dalla polizia nell’ambito del processo sui finanziamenti a sostegno degli indipendentisti catalani, alcuni dei quali pubblicati da Occrp, è possibile dimostrare come il 10 marzo 2018 il partner di Puigdemont Victor Terradellas e l’interprete del meeting con Sadovnikov Jordi Sardà abbiano parlato del possibile trasferimento di 56 bitcoin a favore degli indipendentisti, il corrispettivo di 525 mila dollari, all’epoca. Nei documenti c’è anche il numero di portafoglio online che Terradellas ha condiviso con Sardà. I giornalisti sono stati in grado di rintracciarlo e di individuare il pagamento di un singolo bitcoin.

Tra i messaggi scambiati tra i due protagonisti dell’incontro con Sadovnikov, c’è anche una foto in cui Tarradellas tiene in mano quello che sembra un un certificato di deposito della banca svizzera UBS. Il valore che si legge è di 500 miliardi di dollari. Tre esperti hanno confermato ai reporter che si tratta di un falso: «Falsi di questo genere sono spesso utilizzati da truffatori che vogliono dimostrare di essere in possesso di somme del genere. E il falso è fatto in modo molto maldestro», commenta Daniel Thelesklaf, ex capo dell’Ufficio di segnalazione del riciclaggio di denaro del governo svizzero.

Victor Terradellas mostra il certificato dei 500 miliardi di dollari di UBS. Credits: messaggi di Terradellas
Victor Terradellas mostra il certificato dei 500 miliardi di dollari di UBS. Credits: messaggi di Terradellas

Raggiunto al telefono per un commento, Sadovnikov ha negato sia ogni tipo di coinvolgimento con il governo o i servizi segreti russi, sia di aver offerto agli indipendentisti denaro e un esercito. Ha confermato però di aver viaggiato a Barcellona nella seconda metà di ottobre 2017 e di essere stato portato a un incontro «da un amico». Incontro del quale Sadovnikov dice di sapere poco, perché non parla spagnolo. «Volevo solo che la piantasse – racconta al telefono in merito all’incontro – e che (il mio amico, ndr) mi portasse al mare». «Sapete cosa sono 500 miliardi di dollari? – ha domandato Sadovnikov ai giornalisti che gli hanno chiesto spiegazioni in merito alla cifra proposta per il finanziamento del debito pubblico catalano – È praticamente il bilancio dello stato russo. E qualcuno darà il bilancio dello stato russo alla Catalogna? Beh, sapete, non è nemmeno assurdo, è solo, sapete, folle».

I legami con l’Italia

Dopo l’esperienza diplomatica a Roma e Milano, Sadovnikov ha mantenuto aperti i suoi canali con l’Italia. Fonti diplomatiche hanno spiegato a Il Fatto quotidiano che Savodnikov nel gennaio 2016 ha ottenuto un visto turistico per l’Italia attraverso una società, Pgb Group, di cui titolare è Piergiorgio Bassi. La società si occupa di consulenza e lobbying in vari settori, dall’innovazione tecnologica, alle risorse petrolifere, fino al settore finanziario e bancario e Piergiorgio Bassi è un nome noto tra i lobbisti che in passato hanno permesso a società russe di investire in Italia. Secondo quanto spiega Bassi, ogni volta che un cittadino russo viene in Italia, anche solo per turismo, deve avere un invito per poter ottenere il visto. Questo invito può anche essere sostituto da un’agenzia di viaggi che svolge le pratiche per ottenere le autorizzazioni burocratiche per l’ottenimento del lasciapassare.

Bassi ricorda che in quegli anni capitava che Sadovnikov venisse in Italia per turismo e che lo conosceva per i suoi incarichi al ministero degli Esteri di Mosca: «Era il consigliere politico di Lavrov per la politica strategica estera», aggiunge, contattato al telefono da Il Fatto quotidiano. Non aveva particolari progetti in Italia, però «andando a memoria – prosegue Bassi – mi sembra che in quel periodo in Spagna stesse analizzando tutta la situazione della Catalogna».

Carles Puigdemont durante la sua permanenza in Germania dove è stato arrestato, e poi scarcerato, a seguito di un mandato di arresto internazionale nell'aprile 2018 - Foto: Carsten Koall/Getty

Carles Puigdemont durante la sua permanenza in Germania dove è stato arrestato a seguito di un mandato di arresto internazionale nell’aprile 2018 – Foto: Carsten Koall/Getty

Altre tracce di Sadovnikov in Italia compaiono anche nelle visure camerali delle aziende di cui è stato socio. Per esempio all’interno dei documenti della panamense Onava Energy International, società aperta nel marzo 2005 di cui però non si trova alcuna attività, l’indirizzo di riferimento di Sadovnikov è a Pedivigliano, in provincia di Cosenza. Per lui e per tutti gli altri soci: un cittadino russo e due italo-americani, Ottavio Antonio e Antonio Mario Angotti, padre e figlio, il primo nativo proprio di Pedivigliano.

Ottavio Angotti è deceduto nel 2009. Il suo nome compare nel fascicolo giudiziario che riguarda la caccia al tesoro di don Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo condannato per associazione mafiosa negli anni Novanta. Il figlio Massimo negli anni Duemila aveva cominciato a investire il suo patrimonio in diverse operazioni in tutto il mondo. Secondo quanto è stato scoperto dalla Procura di Palermo, stava cercando di dedicarsi anche a operazioni di trading di gas. Aveva incontrato uomini di Gazprom e nel 2004 aveva chiuso un contratto per una fornitura di gas dal Kazakistan, sempre gestito da una joint venture di cui faceva parte Gazprom. Il tramite di questo accordo, ricorda ancora oggi Massimo Ciancimino, era il professor Ottavio Angotti: «Era il consigliere economico di Nazarbayev», ossia l’allora presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev, dimessosi nel 2019 dopo 29 anni di governo incontrastato a seguito delle proteste di piazza.

Una manifestazione a favore dell'indipendenza della Catalonia presso la stazione ferroviaria di Barcellona il 28 ottobre 2019 - Foto: Guy Smallman/Getty

Una manifestazione a favore dell’indipendenza della Catalonia presso la stazione ferroviaria di Barcellona il 28 ottobre 2019 – Foto: Guy Smallman/Getty

Secondo le dichiarazioni di Ciancimino, Angotti sarebbe stato tra i consulenti che lo hanno aiutato a ottenere anche altre concessioni pubbliche in Kazakistan, ad esempio «due sorgenti d’acqua al confine tra Kazakistan e Cina, a Urumqi», ha detto Ciancimino a processo. Una GPA Foundation è stata registrata nel 2007 anche a Macao, l’isola a largo di Hong Kong. Uno dei soci è Antonio Mario Angotti, il figlio di Ottavio, che secondo il suo profilo LinkedIn lavora in una società energetica proprio a Hong Kong. Angotti non ha risposto alle domande dei giornalisti di #RussianOffer via LinkedIn.

Entrambi gli Angotti sono finiti nelle cronache giudiziarie degli Stati Uniti per il fallimento di un istituto di risparmio all’inizio degli anni Novanta. Secondo la stampa statunitense, Ottavio Angotti è scappato nel 1993, prima che fosse pronunciata la sentenza nei suoi confronti, dopo essere stato portato in una clinica oncologica. Tre anni dopo è stato arrestato nuovamente a Hong Kong. Nel 1995 Antonio Mario Angotti è stato condannato a 41 mesi di reclusione per frode e riciclaggio negli Usa. Sei anni dopo è andato in Estonia, dove si faceva chiamare Tony Massei: ha partecipato a una truffa per aggiudicarsi la gestione delle ferrovie estoni durante il processo di privatizzazione.

Oltre all’Onava Energy International panamense, Sadovnikov nel marzo 2005 appare tra i soci di una Onava Energyia registrata in Russia. Insieme a lui nel capitale sociale ci sono ancora una volta i due Angotti e un altro cittadino russo. Di questa società è importante l’indirizzo: il civico 5 della Piazza Rossa di Mosca. Corrisponde al Middle Trading Rows, palazzo di fine Ottocento che era di proprietà del Ministero della Difesa. Qui hanno sede anche altre quattro società di cui Sadovnikov risulta socio. In una di queste, Alfa-Ros, insieme a lui ci sono un certo Liberato Scollato e una certa Larissa Conti. Il primo è un salentino residente a Milano che in passato è stato condannato due volte in via definitiva per truffa; Conti è invece un’imprenditrice residente in Svizzera nativa del Donbass che oggi è portavoce della Repubblica popolare di Donetsk. I due hanno avuto società insieme in Svizzera, in passato. Entrambi smentiscono categoricamente di essere stati soci di Sadovnikov.

«Mi aiutò a ottenere il visto, ma non sono mai stato azionista di una società in Russia», ricorda Scollato. Conti invece dice non aver mai sentito il nome Sadovnikov e sostiene che si tratti di un caso di omonimia. «Scollato non lo vedo probabilmente da dieci anni», conclude.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli

In partnership con

OCCRP
El Periódico
Bellingcat
IStories
Il Fatto quotidiano

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

OCCRP

Dubai svelata

#DubaiUncovered

Dubai svelata
Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Edoardo Anziano
Francesca Cicculli
Carlotta Indiano
Fabio Papetti

Grattacieli spettacolari, lusso sfrenato, dune e spiagge assolate. Ecco i tre tratti distintivi di Dubai, centro finanziario mediorientale noto come parco giochi per i ricchi del mondo.

Ma l’elegante Emirato ha anche un’altra faccia: quella del riciclaggio di fondi neri, spesso tramite investimenti immobiliari. Ora un leak di dati ottenuto da OCCRP e condiviso con oltre 20 partner internazionali, tra cui IrpiMedia per l’Italia, tratteggia per la prima volta una panoramica completa di quanti abbiano acquistato proprietà a Dubai. Molti sono investitori legittimi, alcuni sono invece personaggi coinvolti in scandali giudiziari, criminali, oligarchi e politici sotto sanzione. Tra questi, anche vari membri dell’élite russa: legislatori, senatori, leader regionali e uomini d’affari vicini al presidente Vladimir Putin.

A Dubai non è difficile ottenere una residenza ufficiale, che a sua volta garantisce importanti vantaggi fiscali oltre che, almeno per i ricchi, un’alta qualità della vita e una notevole privacy, anche di fronte a indagini ufficiali. È anche per questo che la città è diventata uno degli approdi preferiti per persone politicamente esposte e latitanti in cerca di un porto sicuro. Tra chi ha scelto le dune come luogo per investire vi sono due oligarchi russi: Ruslan Baisarov, considerato vicino al dittatore ceceno sanzionato Ramzan Kadyrov, e Roman Lyabikhov, parlamentare della Duma. Al loro fianco, Alexander Boroday – l’autodichiarato “primo ministro” della Repubblica Popolare di Donetsk durante l’invasione dell’Ucraina del 2014. E poi due latitanti, il presunto narcotrafficante irlandese Daniel Joseph Kinahan che ha costruito un impero a Dubai come ricostruito da ICIJ, e Miroslav Vyboh, uno slovacco accusato di corruzione che si ritiene nascosto proprio a Dubai.

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I partner del progetto #DubaiUncovered
Questo progetto è stato coordinato dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) grazie alla condivisione del leak da parte del giornale norvegese E24 e dal Center for Advanced Defense Studies (C4ADS), un’organizzazione non profit che indaga sul crimine internazionale e conflitti, con sede a Washington. Il leak analizzato da OCCRP e dai partner, è una lista di 274mila persone e aziende da 197 Paesi per un totale di 883mila proprietà a Dubai.

Sulla lista degli italiani proprietari di immobili a Dubai, circa tremila, pur non essendoci profili rilevanti sul piano politico, spuntano una serie di nomi e vicende che sollevano dei punti di domanda rispetto all’origine dei capitali investiti. Molti sono perfetti sconosciuti, altri sono dirigenti di aziende del settore energetico, capitali quindi giustificati, anche se alcuni di loro sono rimasti coinvolti in scandali di corruzione. Non solo dirigenti, a possedere moltissimi immobili è anche la mega azienda di costruzioni Impregilo, a sottolineare quanto possa essere strategico avere un piede nel mercato immobiliare dell’impero delle dune. A vederla nello stesso modo sono stati, negli anni, una serie di imprenditori saliti all’onore delle cronache per casi di corruzione o per riciclaggio (anche in odore di mafia), faccendieri in cerca di terre vergini o imprenditori coinvolti in scandali di criptovalute in cerca di un luogo tranquillo in cui ricostruire una carriera.

Tra tutti gli italiani, spicca il caso di Francesco Giordano, imprenditore pugliese del settore commercializzazione carni che stando alle accuse della Direzione distrettuale antimafia di Bari avrebbe messo in piedi un milionario giro di evasione fiscale e riciclaggio con il supporto del clan Parisi. Grazie al leak, IrpiMedia ha tracciato cinque immobili a Dubai riconducibili a Giordano, e sconosciuti alle autorità italiane.

Lo skyline di Dubai, dove si stagliano i grattacieli e le costruzioni di maggior valore – Foto: Laszlo Szirtesi/Getty Images

Punto cieco del settore immobiliare

Dubai è parte degli Emirati Arabi Uniti ma gode di autonomia interna. Ha costruito identità ed economia attorno al concetto di “casa per gli espatriati”. Negli anni ‘90 le entrate petrolifere sono crollate e così, chi governava Dubai, ha voluto attrarre capitali stranieri edificando decine di nuovi complessi residenziali, l’edificio più alto del mondo e due penisole artificiali a forma di palma (una mai completata a causa della crisi finanziaria del 2008, quando molti progetti immobiliari si sono bloccati per effetto della mancanza di credito).

Da allora, il settore immobiliare è stato una significativa fonte di reddito per l’UAE: oggi Dubai ha tre milioni di residenti, di cui solo mezzo milione sono di nazionalità UAE. Qui i residenti non pagano tasse sul reddito o sulle plusvalenze; questo lo rende un luogo ideale per riciclare o per nascondersi al fisco europeo.

«Il settore immobiliare è perfetto quando si deve riciclare denaro perché, a differenza di qualsiasi altra forma di riciclaggio, si può allo stesso tempo fare affari e vivere nel posto in cui si ricicla il denaro», afferma Jodi Vittori, ricercatrice presso il Carnegie Endowment for International Peace.

«Il settore immobiliare è perfetto quando si deve riciclare denaro perché, a differenza di qualsiasi altra forma di riciclaggio, si può allo stesso tempo fare affari e vivere nel posto in cui si ricicla il denaro», afferma Jodi Vittori, ricercatrice presso il Carnegie Endowment for International Peace

Dubai è una delle giurisdizioni con più segretezza al mondo, principalmente a causa della mancanza di trasparenza finanziaria.

«Fino ad ora, nessuno aveva avuto questo tipo di informazioni sul mercato immobiliare in un paradiso fiscale così noto», spiega Annette Alstadsæter, professoressa di economia fiscale presso l’Università norvegese di Scienze della Vita (NMBU). Alstadsæter guida un gruppo internazionale di accademici che sta analizzando il materiale trapelato da Dubai, e presto pubblicheranno i risultati. Sulla base delle informazioni pubblicamente disponibili sui prezzi degli immobili, i ricercatori stimano che gli individui e le aziende straniere abbiano investito oltre 145 miliardi di dollari nel mercato immobiliare dell’Emirato.

«La proprietà investita in immobili è stata a lungo un punto cieco, con pochi o nessun dato reale sul valore degli immobili nei paradisi fiscali. Questa è la prima volta che abbiamo una somma effettiva del valore netto delle proprietà possedute da stranieri e da nativi in un paradiso fiscale», ha spiegato Gabriel Zucman, professore associato presso l’Università di Berkeley a San Francisco.

Zucman è uno dei maggiori esperti mondiali di paradisi fiscali. Dirige l’osservatorio fiscale dell’UE ospitato dalla Paris School of Economics e ha seguito la ricerca sui dati trapelati con il leak. «Fino a poco tempo fa non potevamo analizzare questo tipo di ricchezza nascosta con numeri concreti, ma questa fuga di notizie cambia le cose. Questo progetto è un primo passo per far luce sull’aumento degli investimenti immobiliari nei paradisi fiscali come parte della più ampia globalizzazione», conclude Zucman.
Stimare il valore degli immobili di Dubai

I valori degli immobili citati in questo articolo sono stati calcolati in due modi. Da una parte c’è l’analisi dei ricercatori dell’Università norvegese di Scienze della Vita (NMBU). Gli studiosi hanno stimato il valore netto di ogni immobile prendendo le transazioni d’acquisto registrate in modo anonimo nel 2020 e incrociandole ai dati delle località e ai metri quadri. Dall’altra, IrpiMedia ha ottenuto il valore a metro quadro per ogni quartiere di Dubai, e lo ha moltiplicato per i metri quadri. Questo conteggio, non considera il piano dell’immobile che chiaramente può incidere sul valore finale della proprietà. Inoltre, dal 2020 i prezzi del mercato a Dubai sono molto aumentati. Questo fa sì che i numeri qui pubblicati siano sottostimati rispetto al reale valore delle proprietà.

Mosca sul Golfo

Più di 3.500 nomi del leak sono connessi alla Russia e risultano proprietari di oltre 9.700 immobili, rendendo i russi il più grande gruppo di stranieri investitori nel mercato immobiliare di Dubai. Una moltitudine di sconosciuti, tra cui però spiccano pochi ma importanti politici, ufficiali e oligarchi.

Il legislatore russo Alexander Boroday possiede un appartamento di 104 metri quadrati – valore stimato almeno 400mila euro – nel complesso Grandeur Residences-Maurya a Palm Jumeirah, una delle due famose isole artificiali a forma di palma. Il passaporto che Boroday ha usato per registrare la proprietà suggerisce che lo abbia acquistato tra il 2012 e il 2017, un tempo che coincide con la sua rapida ascesa nella politica russa. All’inizio del 2014, dopo che i manifestanti rovesciarono il presidente ucraino Viktor Yanukovych, la Russia ha annesso la penisola di Crimea e ha organizzato una rivolta separatista nella regione orientale del Donbass. Pochi mesi dopo, a maggio, Boroday si è auto-proclamato “primo ministro” della Repubblica Popolare di Donetsk, uno staterello non riconosciuto a livello internazionale al confine tra Ucraina e Russia di cui tanto sentiamo parlare in questi giorni di guerra. Boroday ha mantenuto la posizione per circa quattro mesi, prima di cederla a un nativo di Donetsk e diventare il suo vice. Ma guidare uno pseudo-stato sostenuto dalla Russia può essere pericoloso: nel 2018 il successore di Boroday è stato assassinato insieme ad altri leader separatisti. Boroday è sfuggito a un simile destino, tornando in Russia dove, nel 2021, è stato eletto alla Duma di Stato. Attualmente è sotto sanzioni statunitensi, europee, britanniche, svizzere, canadesi e australiane.

Mappa di Dubai – Foto: OpenStreetMap
L’oligarca russo Dmitry Rybolovlev possiede invece una villa su uno dei rami della palma, la lingua di terra di Al Khisab. Valore stimato almeno tre milioni di euro. Cittadino europeo con passaporto cipriota, vive in Europa dal 2010, dopo essersi trovato costretto a vendere la quota di maggioranza di Uralkali, azienda russa leader nella produzione di fertilizzanti minerali. Alla fine dell’anno successivo diventa proprietario e presidente della squadra di calcio AS Monaco, dell’omonimo principato, che gioca nel campionato francese. Dall’altra parte dell’Oceano invece, in Florida, ha acquistato per 95 milioni di dollari nel 2008 la magione di Palm Beach dall’ex presidente USA Donald Trump. Finendo così sotto scrutinio per il sospetto che ci fosse sostegno e quindi influenza russa nella campagna elettorale dell’ex inquilino della Casa Bianca.
Il presidente dell’AS Monaco Dmitri Rybolovlev assiste alla finale della Serie A francese nel 2018, quando la sua squadra ha sfidato il Paris Saint-Germain – Foto: Xavier Laine/Getty Images

Ruslan Baisarov possiede invece cinque appartamenti nel Tiara Residences, un gruppo di grattacieli di lusso situati sul “tronco” di Palm Jumeirah, e una villa poco distante. In totale, le sei proprietà valgono circa otto milioni di euro. Baisarov è un oligarca molto legato al leader ceceno Ramzan Kadyrov, personaggio tristemente noto per le violazioni dei diritti umani e per avere sostenuto l’attuale invasione russa dell’Ucraina con soldati ed equipaggiamento bellico. Ancora, l’oligarca ha finanziato varie iniziative di Kadyrov, e l’amicizia tra i due è stata coronata dalla sponsorizzazione, da parte dell’oligarca, della prestigiosa stazione sciistica di Veduchi, costruita appena fuori la capitale cecena Grozny. Un regalo che ha assicurato a Baisarov un soprannome di tutto rispetto: “il portafoglio di Kadyrov”.

Il leader ceceno Ramzan Kadyrov mostra la sua estesa collezione di armi dal suo ufficio di Gudermes, nel 2005 – Foto: Oleg Nikishin/Pressphotos/Getty Images

Dal Belpaese a Dubai

Francesco Giordano, nato a Bitonto nel 1963 ma residente a Nerviano, provincia di Milano, vanta investimenti a Dubai almeno dal 2015. A luglio di quell’anno, Giordano viene fermato dalle dogane dell’aeroporto di Malpensa in partenza per gli Emirati Arabi Uniti con 33mila euro in contanti – per lo più in banconote da 500 – e tre assegni per un valore totale di 200mila euro. Parte una segnalazione di “operazioni sospette” e Giordano finisce sotto la lente degli inquirenti. Glielo spiega in una intercettazione un finanziere infedele, amico di Giordano: «però ti dico che qualcuno le fa le segnalazioni operazioni sospette su di te […] dove cazzo vai a Dubai con 30mila euro, ti beccano». Aggiungendo che la prossima volta lo avrebbe dovuto avvisare e lui si sarebbe prodigato per fargli passare i controlli aeroportuali senza problemi.

Nel 2018 però, Giordano viene arrestato dai finanzieri di Rho nell’indagine “The Butcher” (il macellaio) con l’accusa di avere architettato una frode milionaria, almeno 300 milioni di euro, con un consorzio di società operanti nel settore della macellazione delle carni. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il consorzio riceveva in appalto dalle società del settore i servizi di lavorazione delle carni. Servizi che poi dava in subappalto alle consorziate che mettevano a disposizione i lavoratori. Da queste partiva la frode, ottenuta mediante l’indicazione di crediti di IVA fittizi, scaturiti da operazioni inesistenti.

Come ha poi scoperto l’inchiesta “Levante” della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Guardia di Finanza di Bari, i proventi dell’evasione – circa 170 milioni di euro – venivano auto riciclati da Giordano in un “accordo commerciale” con Emanuele Sicolo, membro del clan dei Parisi della Sacra Corona Unita. Infatti i guadagni illeciti venivano trasferiti dal consorzio milanese a delle aziende pugliesi riconducibili a Sicolo, e poi prelevati in contanti una parte ad uso di Giordano e una parte ad uso di Sicolo.

Le fasi del sequestro dei capitali di Giordano, trovati all’interno di una parete – Foto: GDF/DIA

La parte del clan Parisi veniva reinvestita in traffico di droga e contrabbando di carburante. La parte di Giordano invece, l’imprenditore la reinvestiva in attività per lo più all’estero: in Romania, Paese d’origine della compagna Larisa Andreea Hangiu, e a Dubai. Qui stando alle intercettazioni aveva anche avviato dei ristoranti [l’unico ristorante che IrpiMedia ha potuto identificare era però ai Parioli, a Roma] e investito nell’immobiliare, come confermano i dati del leak. Ben cinque appartamenti, tre posseduti assieme alla compagna Hangiu e uno da solo. Un quinto, invece, solo a nome Hangiu. Tutti gli appartamenti sono presso il complesso Golf Vita sulle dune di Damac Hills, due grattacieli circondati da campi da golf.
Secondo le indagini, è proprio a Dubai che Giordano voleva trasferirsi per operare indisturbato. Ma non ha fatto in tempo. A febbraio 2022 viene arrestato dall’antimafia di Bari ed è ora in attesa di processo. Il legale di Giordano non ha risposto a una richiesta di commento.

Tra gli italiani, due dei maggiori proprietari di immobili a Dubai sono due fratelli di Guidonia, periferia romana. Andrea Valelli ha intestati nove appartamenti al lussuoso grattacielo Pershing Luxury Beach, quaranta piani sul waterfront, costruito da un’alleanza tra ACI Real Estate e il noto gruppo Ferretti, leader nella costruzione di motor yacht di lusso. Andrea Valelli risulta proprietario anche di un appartamento nel grattacielo di 83 piani chiamato Ocean Heights sulla marina di Dubai. Fabiano Valelli risulta invece intestatario di 19 immobili, di cui nove al Pershing posseduti assiema al fratello, uno a Ocean Heights e il resto sempre alla marina, nell’Elite Residence, un grattacielo di 86 piani di fronte ad una delle due famose isole artificiali a forma di palma, la Palm Jumeirah.

I Valelli erano saliti all’onore delle cronache nel 2017 quando l’Antimafia di Roma aveva lanciato l’operazione Babylonia colpendo un imprenditore e riciclatore della Camorra, Gaetano Vitagliano, e il suo partner d’affari a Roma, l’imprenditore delle videolottery Andrea Scanzani. Tra i beni sequestrati, e poi definitivamente confiscati nel 2020, c’è anche il Dubai Palace Cafè in Via Tiburtina – una enorme sala giochi in stile Emirati inaugurata proprio dai Valelli.

Il Dubai Palace Cafè a Roma, sequestrato e poi confiscato dalla Guardia di Finanza – Foto: Gdf

Era il due marzo 2013 quando Andrea e Fabiano Valelli avevano tagliato il nastro della gigantesca sala bingo, decorata con divani swarovski e altri lussi, presentandola come loro. In realtà, risultavano proprietari di facciata. Le società proprietarie del Dubai Palace risultano essere degli Scanzani e così, con l’operazione Babylonia, è finito tutto sequestrato. 

I Valelli hanno cambiato aria, trasferendosi in Ticino, Svizzera, dove hanno aperto quattro società che commercializzano articoli di abbigliamento. Nel frattempo, i profili social suggeriscono affari ancora in corso anche a Dubai. Resta solo un sogno irrealizzato, quello della politica: Fabiano Valelli era candidato sindaco di Guidonia con il PD, ma Babylonia aveva fermato la sua corsa. I Valelli, raggiunti via email, non hanno risposto a una richiesta di commento.

Allo skyline Burj Khalifa invece c’è odore di tangenti Mose. Secondo una puntata di Report di maggio 2018, alcuni imprenditori veneti avrebbero comprato otto appartamenti di mega lusso lì, per un valore totale di 8,5 milioni di euro, e una parte dei soldi sarebbero state anche le tangenti del Mose ricevute da Giancarlo Galan, il quale ha però negato: «A Dubai ci sono stato solo una volta». Come riporta il Corriere del Veneto, dietro all’operazione ci sarebbe Paolo Venuti, il commercialista padovano che fu arrestato proprio nell’inchiesta Mose con l’accusa di essere il prestanome di alcuni investimenti di Galan all’estero e che ne uscì patteggiando una pena di due anni, e il suo socio Guido Penso. Nel 2019 si scopre che Penso avrebbe aiutato anche l’imprenditore delle calzature Damiano Pipinato a fare investimenti immobiliari a Dubai, impiegando milioni di euro nascosti al fisco. Secondo ll Gazzettino, Pipinato avrebbe investito 33 milioni di euro in immobili a Dubai, senza però apparire formalmente. Il prestanome era Franco Casale Romei (mai indagato), un operatore del settore residente negli Emirati Arabi e parente del commercialista Penso (la moglie è sua cugina). Il leak oggi ci dice che Casale Romei è intestatario di sette immobili nel grattacielo di uffici chiamato “HQ” e posizionato nel Jumeirah Village Circle – il più esclusivo quartiere di “casette” di Dubai, costruito come un anfiteatro. Alcuni degli appartamenti di Casale Romei all’HQ sono di grande metratura, tra i 100 e i 200 metri quadri, per un valore tra i 400mila e gli oltre 700mila euro l’uno. Casale Romei risulta poi avere anche un appartamento di 100 metri quadrati a Ocean Heights, per almeno 300mila euro di valore, e un altro nel grattacielo The Pad, con vista canale nella Business Bay. Casale Romei, a cui IrpiMedia ha chiesto se le proprietà fossero sue o di Pipinato, non ha risposto.

Tra i più giovani proprietari immobiliari italiani a Dubai c’è invece Stephan Steinkeller, Italiano originario di Bressanone, in Sudtirolo, che con due fratelli ha un’agenzia di consulenza di sostenibilità ambientale, stando al loro sito web.

I tre Steinkeller sono finiti indagati per la presunta frode della criptovalute OneCoin. A settembre 2021, il Tribunale di Bolzano ha rinviato a giudizio 14 persone, sudtirolesi e venete, accusate di frode e intermediazione finanziaria illegale. Fra loro ci sono Steinkeller e i suoi due fratelli. Gli accusati avrebbero reclutato altre persone affinché investissero i loro soldi in OneCoin. Secondo quanto accertato dalla Guardia di Finanza di Brunico, 3.700 Sudtirolesi hanno investito un totale di cinque milioni di euro in OneCoin. Il danno causato dalla truffa a livello globale oscillerebbe fra gli 1.8 e i quattro miliardi di dollari. Ad architettare la frode sarebbe stata la bulgara Ruja Ignatova, che ha fondato OneCoin nel 2014, dopo essere stata condannata per frode in Germania nel 2012. Ignatova risulta irreperibile. Steinkeller non ha risposto alla richiesta di commento di IrpiMedia. A Dubai, secondo il leak, Steinkeller ha acquistato due appartamenti, per un valore di quasi due milioni di euro.

I “rami” di una delle due penisole a forma di palma, Palm Jumeirah, a Dubai – Foto: Stefan Tomic / Getty Images

E infine c’è Filippo Braghieri, coinvolto in un vecchio scandalo di corruzione legato all’ONU, seppure mai formalmente indagato. Negli anni ‘90, Braghieri operava con la Corimec Italiana, di proprietà del padre Leopoldo, e successivamente nella Cogim spa di cui è stato amministratore unico dal 2000 e presidente del consiglio amministrativo dal 2006 al 2009.

Entrambe le società si occupavano della costruzione di prefabbricati ed erano elencate nella lista dei fornitori ufficiali redatta dall’ONU. Nel 2005 La Task Force delle Nazioni Unite ha avviato un’indagine contro la Cogim e la Corimec con l’accusa di avere corrotto, tramite una serie di tangenti dal 1999 al 2002, il capo dell’Ufficio approvvigionamenti delle Nazioni unite Alexander Yakovlev. Sfruttando il periodo in cui era attivo il programma ONU Oil for Food nell’Iraq di Saddam Hussein vessato dall’embargo, Braghieri padre avrebbe contattato Yakovlev per farsi attribuire l’appalto dal valore di 27,5 mln per la fornitura di prefabbricati e aiuti umanitari. Dalle lettere intercettate e caricate su Wikileaks risulta che Leopoldo Braghieri avrebbe di fatto inviato oltre 700mila dollari ad un’azienda riconducibile a Yakovlev.

L’unico indagato è Braghieri senior, tuttavia nell’interrogatorio l’ex ufficiale dell’ONU ha ammesso che padre e figlio gestissero le società insieme, e che il figlio era a conoscenza delle illegalità commesse. Da allora Filippo Braghieri ha fatto carriera nel settore petrolifero, ha società nel Bahrain, vive a Dubai e ha sposato l’ex coniglietta di Playboy Italia, Gloria Patrizi. Braghieri, raggiunto da IrpiMedia per un commento sui suoi due immobili a Dubai, ha risposto al nostro giornalista dicendo «ti sei sbagliato, sono dodici» per poi bloccarlo su Whatsapp dopo avere ricevuto una domanda sul caso di corruzione all’Onu.

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Le armi tedesche alla Russia

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Le armi tedesche alla Russia
Frederik Richter

A lla fine del 2011, negli uffici di Dusseldorf di Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti, c’era di che festeggiare. Una tanto attesa commessa era finalmente arrivata da Mosca, ed era stata accolta con grande entusiasmo. Era la conferma dell’ordine per la costruzione di un centro di addestramento per l’esercito russo nella città di Mulino, a circa trecento chilometri a est di Mosca, del valore di cento milioni di euro.
Una volta ultimato, il centro avrebbe potuto ospitare fino a 30mila soldati ogni anno, che avrebbero potuto addestrarsi, fra le altre cose, alla guerriglia urbana casa per casa.

Secondo la stessa Rheinmetall, in un comunicato stampa del novembre 2011, la commessa era di «particolare importanza strategica» perché era il primo passo per entrare nel mercato russo, il primo di molti, speravano i dirigenti.

In quel periodo il governo federale tedesco era particolarmente focalizzato sul sostenere le esportazioni e le forze armate tedesche stavano ancora cercando di metter su una specie di partnership con quelle russe. Dieci anni dopo, nell’autunno del 2021, l’armata rossa si stava allenando proprio in quello stesso centro per preparare la brutale invasione dell’Ucraina e per apprendere le tattiche adatte al tipo di guerriglia urbana che ha preso forma in città come Mariupol.

Purtroppo per Rheinmetall, le cose non sono andate come speravano. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il gruppo di Dusseldorf ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni, ma fino ad allora l’ingresso nel mercato russo era talmente importante per l’azienda tedesca che, secondo le ricerche fatte da Correctiv e Welt, potrebbero aver preso in considerazione di facilitare la firma del contratto con delle tangenti.

Un’indagine ufficiale infatti, condotta dalla procura di Brema, aveva messo sotto inchiesta due manager del gruppo Rheinmetall per il pagamento, tramite un’azienda “di carta”, di 5,38 milioni di euro diretti verso soggetti russi non meglio identificati.
I due sono stati imputati per malversazione, o uso illecito di fondi dell’azienda, nel luglio 2019.

A Brema, Rheinmetall ha una presenza importante, e costruisce componenti elettroniche per i centri di addestramento, oltre che simulatori per equipaggi di sottomarini e molto altro.

Il procedimento penale però si è fermato l’anno successivo senza riuscire a provare l’effettivo pagamento di tangenti, e i due manager hanno patteggiato l’accusa di uso improprio di fondi, costretti al pagamento di un’ammenda da 12mila euro a testa.
Rheinmetall non ha risposto per ora alle domande di Correctiv, spiegando che troppi impiegati erano assenti per via delle vacanze di Pasqua.

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Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
In Italia, la costola di Rheinmetall più importante è la fabbrica RWM Italia di Domusnovas, in provincia di Cagliari, azienda con sede legale a Brescia. Fino alla revoca della licenza per le esportazioni avvenuta a gennaio 2021, RWM ha venduto munizioni che le forze aeree saudite hanno usato contro i ribelli Houthi in Yemen. La guerra, ormai in corso da otto anni, è diventata un affare personale per il controverso principe Mohammed Bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita. A guadagnare terreno però sono i suoi avversari, sostenuti dall’Iran.

RWM Italia è coinvolta in almeno due procedimenti penali. A Cagliari, il 25 marzo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di RWM Italia e dei tecnici che hanno lavorato a un piano di ampliamento della fabbrica che secondo le accuse sarebbe irregolare. L’indagine è scaturita da un esposto di diverse organizzazioni del mondo pacifista ed ecologista e il 29 giugno ci sarà l’udienza preliminare davanti al giudice Manuela Anzani. A Roma invece la Procura ha aperto da tempo un fascicolo a carico dei vertici di RWM Italia e dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama), unità che appartiene al Ministero degli Esteri. Secondo diverse organizzazioni non governative internazionali, ci sono elementi che farebbero ipotizzare l’uso di armi prodotte dalla fabbrica di Domusnovas nell’attacco aereo al villaggio di Deir al-Hajari, nel 2016. La Procura di Roma è stata incaricata di accertare le eventuali responsabilità dell’azienda in questo episodio ma poi per due volte ha chiesto l’archiviazione. La Giudice delle indagini preliminari Roberta Conforti a febbraio 2021 ha accolto il ricorso delle organizzazioni pacifiste a che entro sei mesi fossero raccolti gli elementi di prova per completare il rinvio a giudizio. A marzo 2022 però la Procura di Roma ha per una seconda volta chiesto che il procedimento venisse archiviato.

Il quadro sulle spese militare e i numeri di RWM Italia

Il fatturato di RWM Italia tra il 2019 e il 2020, secondo i dati dell’osservatorio Top Aziende del Quotidiano nazionale, è passato da 116 a 140,7 milioni di euro. Anche la produzione ha registrato un aumento. La tendenza del mercato degli armamenti è a livello globale in crescita. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il più importante centro di ricerca che si occupa di spese militari a livello globale, osserva che la spesa mondiale ha raggiunto nel 2021 la cifra complessiva di 2.113 miliardi, ossia lo 0,7% in più del 2021 e il 12% in più del 2011. Quindici paesi totalizzano l’81% delle spese militari. Tra questi compare anche l’Italia, che si trova all’undicesimo posto della classifica con 32 miliardi di euro (+4,6% contro una media dell’Europa occidentale del +3,1%).

Il 31 marzo è stato licenziato e convertito in legge quello che i giornali hanno chiamato “il Decreto Ucraina”, un pacchetto di misure attraverso cui il governo italiano incrementerà le spese militari fino al 2% del Pil allo scopo di aiutare l’Ucraina a opporsi all’invasione della Russia. «Il decreto legge prevede la partecipazione, fino al 30 settembre 2022, di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)», si legge nella scheda con le Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina pubblicata sul sito della Camera. «Si prevede, inoltre, fino al al 31 dicembre 2022 la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». Tra gli altri punti chiave del Decreto legge c’è «la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione».

Non è raro che in Germania, come anche in Italia, le indagini per corruzione internazionale arrivino a un punto morto, con conseguenze minime o nulle per i soggetti indagati. Lo conferma anche un’ulteriore analisi fatta da Correctiv, assieme Die Welt e Ippen Investigativ, su tutti i casi di questo tipo finiti nelle corti tedesche fra il 2015 e il 2020.

Mascherare il pagamento di tangenti nel caso di contratti internazionali è infatti una prassi molto ben “testata”, e dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi. È per questo che spesso i procuratori preferiscono procedere per uso improprio di fondi, per poter almeno sanzionare i flussi di denaro diretti verso destinatari non identificabili con chiarezza all’estero. Purtroppo molte di queste indagini finiscono archiviate con il pagamento di ammende relativamente basse.

I casi giudiziari analizzati contengono oltre 80 casi di sospetta corruzione internazionale, incluso quello di Brema contro Rheinmetall. Negli ultimi anni, la procura di Brema è infatti fra quelle che più di tutte le altre in Germania si è impegnata a indagare casi di questo tipo.

Dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi.

Sospetti di corruzione a Rheinmetall

Gli investigatori di Brema avevano avuto maggior successo in un altro caso, precedente, che non era arrivato all’attenzione della stampa: nel 2013 e nel 2014 impiegati di Rheinmetall nelle Filippine avrebbero corrotto il capo dell’accademia navale del paese per ottenere una commessa per un simulatore per il centro di addestramento degli equipaggi navali.
A dicembre 2018, Rheinmetall ha negoziato in merito un’ammenda di circa tre milioni di euro, più o meno equivalente all’intero profitto che avrebbe ottenuto illegalmente tramite questo accordo sottobanco.

Nel 2014, la procura di Brema aveva già multato il colosso degli armamenti tedesco per ben 37 milioni di euro, in connessione a una commessa da parte della Grecia, che nel 2000 aveva comprato da Rheinmetall 134 milioni di euro di armamenti antiaerei. Nonostante ci siano voluti ben 14 anni, alla fine i magistrati sono riusciti a dimostrare che l’azienda non aveva fatto abbastanza per prevenire la corruzione dei funzionari greci che hanno gestito il contratto.
All’epoca, l’azienda ha dovuto promettere di aggiornare il suo sistema di compliance interno e, in un’intervista di fine 2014, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger, aveva dichiarato che «infrazioni sistematiche non avverranno più in futuro»

Ma nonostante le promesse, Rheinmetall ha continuato a contare su transazioni opache nella gestione delle sue commesse, come Correctiv e Stern avevano già scoperto nel 2018. Il gruppo aveva infatti pagato al businessman libanese Ahmad El Husseini la sconcertante cifra di 15 milioni di dollari come “consulenza” per appianare un problema sorto riguardo il funzionamento dei cannoni per le navi della marina militare degli Emirati Arabi. El Husseini avrebbe usato i suoi agganci politici negli Emirati per trovare un accordo, e forse anche il denaro di Rheinmetall?
L’azienda nega con forza questa ricostruzione e anzi sostiene di essersi dotata di un moderno ed efficace sistema di “compliance”. Ogni sospetto è immediatamente analizzato, sostengono.

Un’industria bellica a rischio corruzione

Rheinmetall non è un caso isolato nel mondo dell’industria della difesa tedesca. Nel 2018 ad esempio, Airbus ha pagato 81,25 milioni di euro in connessione alla vendita di aerei da guerra Eurofighter all’Austria. Gli inquirenti di Monaco hanno a lungo indagato il caso, sospettando che si trattasse di una tangente, ma non sono riusciti a chiarire i movimenti precisi della somma di denaro in questione. Anche molti dei contratti del reparto navale di ThyssenKrupp sono stati indagati, fra cui una vendita di sottomarini a Israele e una di fregate all’Algeria.

Con la guerra in Ucraina inoltre, l’export di armi tedesche vedrà probabilmente un notevole incremento. I paesi dell’Est-Europa in particolare si stanno armando, e dovranno presto ricomprare quei materiali e mezzi che sono stati inviati in Ucraina. Anche prima della guerra in corso comunque, Rheinmetall aveva già ricevuto un ordine dall’Ungheria per mezzi di trasporto truppe “Lynx”, del valore di oltre due miliardi di euro. In futuro, questi stessi mezzi saranno prodotti direttamente in Ungheria, per altri clienti del gruppo tedesco.

In Germania, il governo federale riserva relativamente pochi fondi al suo stesso esercito, eppure ha sempre supportato con i suoi canali diplomatici l’esportazione di armamenti. L’allora ministro della difesa Thomas de Maizière nel 2011 andò a Mosca proprio per offrire all’esercito russo il know-how tedesco sugli armamenti. Poco più tardi, a Rheinmetall è arrivata la famosa commessa per il centro d’addestramento da 500 chilometri quadrati costruito a Mulino, che a sua volta è modellato su quello costruito per l’esercito tedesco in Sassonia.

«Abbiamo un interesse di sicurezza ad avere un esercito russo moderno e ben gestito» ha dichiarato De Maizière all’epoca. Raggiunto da Correctiv oggi, ha invece dichiarato che già allora era in realtà piuttosto scettico rispetto al contratto di Rheinmetall. «Il gruppo però voleva moltissimo quella commessa», ha dichiarato.

Nel 2013, cinque anni dopo l’invasione della Georgia da parte della Russia, a nove soldati russi era stato permesso di addestrarsi per alcuni mesi nel centro di addestramento Rheinmetall in Sassonia, a spese del Bundeswehr, l’esercito tedesco. Ufficialmente, la mossa doveva, secondo il ministero della difesa tedesco, rappresentare uno «scambio di esperienze e di valori». Come molte delle speranze un po’ ingenue di Berlino, anche questa sembra essere stata disattesa, almeno a guardare le immagini che arrivano da Bucha e da altri teatri di guerra in Ucraina.

Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
Anche le speranze di Rheinmetall però, che arrivassero molte altre commesse dal Cremlino, non si sono avverate. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il governo federale ha bloccato il contratto con la Russia, impedendo il continuamento della costruzione del centro di addestramento. Da allora, la Russia ha dovuto completarlo con le sue forze.

È molto probabile che le truppe di Vladimir Putin si siano addestrate all’invasione dell’Ucraina proprio in quel centro di addestramento, inizialmente venduto alla Russia dalla Germania. Lo scorso settembre, il presidente russo l’ha visitato di persona, per partecipare agli addestramenti congiunti degli eserciti russo e bielorusso. Un programma di addestramento chiamato “Zapad 2021”, cioè “Ovest 2021”, un nome che già allora indicava la direzione in cui Putin voleva spingersi.

E Rheinmetall, dal canto suo, ancora non ha del tutto interrotto i rapporti con la Russia. Secondo l’ultima relazione annuale del gruppo, una joint venture messa in piedi dall’azienda di Dusseldorf a Mosca per la gestione del centro di addestramento sarebbe ancora attiva, registrando un profitto di 35mila euro nel 2020.

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Autori

Frederik Richter

Traduzione ed editing

Giulio Rubino

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CORRECTIV, Welt am Sonntag

Una questione che brucia

#GreenWashing

Una questione che brucia

Eleonora Vio

L’Estonia non è mai stata una meta di punta del turismo globale. Anche la capitale Tallinn, unica tappa estone del tour nordeuropeo, con l’avvento della pandemia si è svuotata dei visitatori stranieri. Ma, com’è successo in gran parte degli altri paesi europei, la chiusura dei confini esteri ha innescato negli abitanti della più lontana tra le repubbliche baltiche ed ex sovietiche la voglia di esplorare a fondo la propria terra. Così, una regione remota, ai più sconosciuta e per lungo tempo invisa anche agli stessi estoni, come quella nord-orientale di Ida Virumaa (o Ida Viru), a stragrande maggioranza russa, ha cominciato ad aprirsi a un turismo insolito.

“Industriale”, lo definiscono in molti, tra cui l’attivista ambientale e membro del comitato del Movimento Verde, Madis Vasser. Il paesaggio di Ida Viru è in effetti quanto di più artificioso si possa immaginare. Le stesse montagne e lagune che interrompono la noiosa continuità pianeggiante estone nelle sue propaggini orientali, più prossime a San Pietroburgo che a Tallinn, sono il risultato della mano dell’uomo. Qui, infatti, è stata una risorsa particolare, che, pur facendo parlare poco di sé, ha garantito stabilità e indipendenza energetica al Paese per cent’’anni, ad aver dato forma al paesaggio. Si tratta dell’industria di scisto bituminoso, una roccia sedimentaria ad alto contenuto energetico.

Scalare, sciare, andare in canoa o fare un pic-nic… sono alcune delle attività promosse dalle municipalità di Kivioli, Jõhvi, Kohtla-Järve e Narva, per attirare soldi e investimenti in una terra che, un po’ per i legami con la Russia e un po’ perché deve la sua sopravvivenza a un combustibile fossile obsoleto e inefficiente, è stata abbandonata a sé stessa. «Questi promontori, diventati il simbolo della regione, sono, in realtà, montagne di cenere di scisto, mentre lì c’è una cava convertita in centro sportivo» spiega Vasser, divertito dalle nostre espressioni. «A parte la montagna che brucia, che genera fumi e preoccupazione, le altre attrazioni stanno lì da anni e sembrano innocue».

Chiamate indistintamente montagne di cenere, consistono per la maggior parte in colline di semi-coke, ovvero residui di impianti di scisto di vecchia generazione. Il fenomeno di combustione spontanea, cui accenna Vasser, era comune in passato ma, grazie a decenni di copiose precipitazioni, oggi sembra quasi del tutto superato. C’è, però, ancora un promontorio da cui fuoriescono gas tossici, derivanti dalla combustione spontanea, generata dalla penetrazione dello scisto nelle pareti rocciose e dalla conseguente acidificazione del solfuro di ferro, avvenuta negli anni ‘60 e ‘70. Sul perché questa montagna – nota come aherainemägi in estone e come “vulcano” in tutte le altre lingue – stia ancora bruciando dopo così tanto tempo, non è dato saperlo. Tanto più che, come sostiene Michel Khangur, a capo dell’Istituto di Ecologia dell’Università di Tartu, «nessuno osa vedere cosa c’è dentro o pensare a delle soluzioni. Per spegnere quel fuoco ci servirebbe moltissima acqua, che, a sua volta, verrebbe contaminata con gravi conseguenze per l’ambiente». 

Sebbene le riserve di scisto si nascondano in tante parti del mondo, anche in Italia, sono in pochi i paesi che vi si sono affidati completamente, come l’Estonia. «Lo scisto bituminoso non ha nulla ha a che vedere con lo shale derivato dalla fratturazione idraulica (o fracking), come in molti credono» spiega Vasser, «ma consiste in una roccia sedimentaria e millenaria (costituita da una materia organica ricca di idrogeno e da una inorganica fatta, principalmente di calcare, nda), situata sul fondo degli oceani e portata in superficie dall’uomo, per ricavare sia elettricità che petrolio». Nel primo caso, la pietra è lasciata bruciare direttamente con una grandissima dispersione di anidride carbonica nell’atmosfera, mentre, nel secondo, è riscaldata ad alte temperature, generando, almeno inizialmente, un’intensità di carbonio tre volte inferiore.

Non poter condividere questo primato con nessuno, a malapena con Brasile e Cina, fa sì che gli studi in merito siano pochi e scarsamente approfonditi. È indubbio, comunque, che «la cenere diventi tossica quando entra in contatto con l’acqua», aggiunge Vasser. Un fenomeno, questo, cui assistiamo durante la terza tappa del tour, che prevede una sosta alle “lagune blu”, ovvero le distese d’acqua cristallina che circondano i maggiori complessi energetici del Paese tramite un complesso sistema di tubature. «Queste piscine sono altamente alcaline. Guai a toccarle, si rischia l’ustione», afferma Vasser, mentre coppie di fidanzati e famiglie con bambini, noncuranti del pericolo, in bilico come sono a pochi centimetri da acque corrosive e prive di recinzione, ridono e scattano foto a raffica.

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Foto: Antonio Faccilongo

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Foto: Antonio Faccilongo

Ida Virumaa, una regione in bilico

È indirettamente, solo dopo essere venuti a conoscenza delle sue peculiarità paesaggistiche, che IrpiMedia ha scoperto come Ida Viru sia stata scelta come sola beneficiaria del Just Transition Fund (JTF) in Estonia, un fondo da 17.5 miliardi di euro complessivi, istituito nel 2020 come uno dei pilastri del Green Deal, cioè la strategia di leggi e investimenti con cui l’Unione Europea punta ad azzerare le proprie emissioni inquinanti entro il 2050. Se nel resto d’Europa al centro del dibattito sulla transizione ecologica è soprattutto il carbone con le sue tante varietà, qui è lo scisto bituminoso, ovvero un combustibile fossile ad altissima intensità di carbonio. 

Negli anni Venti, quando gli standard ambientali erano ancora una chimera, agli abitanti di questo staterello incastrato tra il Mar Baltico e il gigante russo, non era sembrato vero di poter raggiungere l’autosufficienza energetica e, addirittura, di poter produrre elettricità in esubero da vendere altrove. In seguito, con la crisi energetica degli anni Trenta risultata dalla Grande Guerra, i russi non hanno avuto altra scelta se non sfruttare l’esperienza accumulata dal vicino estone e farla propria. Finché negli anni Cinquanta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e ancora negli anni Sessanta e Settanta, l’industria di scisto non è diventata il cuore pulsante dell’Unione Sovietica. Se gli estoni venivano sradicati dalla loro terra e rieducati nei gulag siberiani, migliaia di cittadini russi prendevano il loro posto, contribuendo al sogno energetico e industriale di Ida Viru, ma cambiando, al contempo, il suo assetto demografico. Gli anni Ottanta hanno visto il boom della produzione, con 14mila impiegati e oltre 30 milioni di tonnellate di scisto estratte in un anno. Dai primi anni Novanta si è assistito, invece, a un costante tracollo, fino alle stime più recenti, risalenti al 2021, che contavano una forza lavoro di poco più di 4.700 dipendenti e circa 20 milioni di tonnellate di scisto in lavorazione in meno rispetto al passato.

Le deportazioni estoni

Il 23 agosto 1939, poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica e la Germania nazista strinsero il tristemente noto Patto di Molotov-Ribbentrop, con cui l’Europa centrale e orientale furono divise secondo aree di rispettiva influenza. Ecco perché, nonostante il governo estone avesse dichiarato la sua completa neutralità rispetto al conflitto, dopo ripetute minacce di aggressione all’Unione Sovietica non ci volle molto, per costringerlo a siglare un accordo di mutua assistenza militare e, così, a sparpagliare basi militari sul suo territorio. 

Da lì all’occupazione territoriale dell’Estonia, e delle vicine Lettonia e Lituania, fu un attimo. Il controllo sovietico su questa lingua di terra si tradusse in breve in uno dei capitoli più bui della recente storia europea. Con l’intento di seminare il terrore, di soffocare qualunque tentativo di resistenza interna e di minare per anni la società ed economia del Paese, l’Unione Sovietica organizzò almeno due massicce deportazioni, che videro migliaia di estoni abbandonare le proprie case e, solo in alcuni casi, farci ritorno alcuni decenni dopo. Si stima che al termine della Seconda Guerra Mondiale la popolazione estone fosse calata di quasi il 17.5%.

Il primo episodio di deportazione di cui si ha un riferimento scritto, grazie alle lettere del funzionario staliniano Andrei Zhdanov, risale alla notte tra il 13 e il 14 giugno 1941. Centinaia di famiglie furono svegliate di soprassalto al suono di urla e di ripetuti colpi alla porta. Un nuovo decreto li dichiarava in arresto o li costringeva all’espulsione immediata. Avevano a disposizione solo un’ora per fare le valigie, mentre tutte le proprietà venivano requisite all’istante. Nel giro di qualche ora il regime riempì almeno 490 carrozze ferroviarie e, da lì alla mattina del 16 giugno, gli storici stimano che quasi 10,000 persone furono allontanate senza motivo dalle loro case. Donne, bambini, anziani e malati inclusi.

Se questa deportazione di massa è la prima in ordine temporale, la più vasta e scioccante risale a qualche anno dopo, precisamente al 25 marzo 1949, quando 20,000 persone – quasi il 3% dell’intera popolazione estone dell’epoca – furono prelevate dalle loro case, caricate sui treni e spedite con la forza in alcune aree remote della Siberia.

Entrambi gli episodi oggi vengono ricordati e osservati come giorni di lutto nazionale.

Oggi Ida Viru, al pari di altre regioni carbonifere europee, porta i segni dell’incapacità del suo governo di proporre in tempo alternative e soluzioni a una necessità di transizione energetica, ma anche economica e sociale, che risale a molto prima che il Sistema di Scambio di quote di emissione dall’Unione Europea (ETS), volto a ridurre la produzione di gas serra responsabili del riscaldamento globale, si facesse sentire. 

Se è stato, infatti, solo nel 2019 che il prezzo dell’anidride carbonica è passato da 5 a 25 euro a tonnellata, sfiorando i 90 euro attuali, il divario tra le fabbriche, la dirigenza e le istituzioni era giunto a un punto di non ritorno ben prima di allora. «Con la proclamazione del nuovo stato nazione, molte persone non si sono più sentite benvolute, perché costrette a parlare un’altra lingua e a sposare una cultura diversa, e questo ha portato alla ghettizzazione dell’area», spiega il coordinatore locale del JTF, e impiegato del Ministero delle Finanze responsabile di questo, come degli altri fondi europei, Ivan Sergejev. «Nonostante il tentativo di integrazione successivo, Ida Viru è rimasta una realtà a sé. Sembra di essere in Russia, senza esserci davvero, con la consapevolezza di essere in Europa, ma con i dovuti distinguo». 

La signora Salme sull’uscio della sua serra. Suo marito, un ex operaio nella fabbrica di Kivioli, è allo stadio terminale di un cancro alla prostata. Per chi vive nei pressi di questi impianti c’è un’aspettativa di vita bassissima – Foto: Antonio Faccilongo

Nel caso estone c’è una questione di natura sociale, che accomuna Ida Viru alle altre regioni in transizione, ma anche aspetti che la rendono unica e speciale. Nell’area con il più alto tasso di disoccupazione (prima della pandemia di Covid-19 si aggirava attorno al 10,2% a dispetto del 5,3% della media nazionale, nda) e i salari più bassi del Paese (1.161 contro 1.448 euro, nda), l’industria di scisto rappresenta un’oasi a cui è difficile, nonostante tutto, rinunciare, dato che garantisce stipendi medi pari a 1.663 euro al mese e, con essi, uno standard di vita ben al di sopra della media. Ma c’è anche, e soprattutto, una motivazione politica dietro quest’apparente impasse istituzionale. «I politici hanno deciso di non toccare la questione il più a lungo possibile, perché la gran parte dei lavoratori è di provenienza russa, e fanno leva su un argomento banale: se tocchiamo l’industria di scisto rischiamo che queste persone si rivoltino e che magari la Russia ci invada», spiegava Vasser qualche mese fa, quando la minaccia russa era meno sentita rispetto a ora. «Questa inazione non ha fatto che alzare la tensione». Mentre gli impianti funzionano a capacità ridotta e fanno difficoltà a imporsi sul mercato, perché l’elettricità che producono è molto costosa, la forza lavoro viene lasciata a casa sempre più spesso, senza possibilità di ripiego.

Kivioli

Da nessuna parte il tracollo è così evidente come a Kivioli, termine che in lingua estone indica la roccia che brucia, ovvero la pietra di scisto, ma che identifica anche una cittadina sonnolenta, fondata ai primi del Novecento come pied-à-terre dei minatori e delle loro famiglie, trasferitesi lì per contribuire alla riuscita di quest’industria. I monologhi di chi ha superato la mezza età, e quegli anni di frenesia li ricorda bene, non trovano alcun corrispettivo nell’aria deprimente che vi si respira. Se non fosse per le montagne e le cave di scisto, così lontane ormai dalla quotidianità degli abitanti da essere diventate grottesche attrazioni turistiche, sarebbe impossibile associare quella realtà agreste, priva di brio e socialità, a un centro di progresso e avanguardia. 

Di proprietà dell’azienda privata Alexela dal 2013, la centrale e raffineria di Kivioli è un simulacro del suo glorioso passato. Anche se fuori piove a dirotto, i pochissimi operai che si intravedono nel palazzo a più piani che ospita generatori e fornaci, un luogo cupo, frastornante e puzzolente, preferiscono inzupparsi a turno sui davanzali, piuttosto che esporsi di continuo a quel tormento. Poco più in là, seguendo all’inverso la lavorazione dello scisto, c’è uno stabile alto una decina di metri, dove le pietre sono lasciate scivolare sopra un rullo che sale lentamente dal basso verso l’alto e, al termine, fatte cadere all’interno di un tubo, che le conduce ai forni. 

Non c’è nessuno in giro, a parte il caporeparto assegnatoci come guida dall’azienda, che non sembra molto invogliato a parlare. Effettivamente, c’è poco da dire. Una polvere fina e compatta si appiccica sui vestiti, sulla faccia, sulle scarpe. L’atmosfera è da tempesta di sabbia, pur trovandosi ai rigidi margini settentrionali d’Europa. È appena fuori di lì, dove i camion scaricano lo scisto trasportato dalle cave poco distanti, che Leho Tinas, impiegato alla fabbrica di Kivioli da 34 anni, riassume tutto in un’unica frase: «Mi stanno facendo impazzire».

Kivioli, Estonia. Veduta notturna dell’impianto di Kivioli. Il fumo di scarico viene da uno dei tubi connessi alle fornaci della centrale elettrica – Foto: Antonio Faccilongo

Macchinario per la raccolta delle rocce di scisto usate nell’impianto di Kivioli. Ampie aree della regione sono state deforestate per permettere la raccolta di queste rocce – Foto: Antonio Faccilongo

Se l’operaio russo si riferisce alla distanza che si è creata tra lavoratori e dirigenza rispetto al passato, quando si lavorava per un obiettivo comune, dall’esterno il primo pensiero va all’ambiente malsano, in cui lui e i suoi colleghi trascorrono gran parte del tempo. Oggi l’industria di scisto, concentrata interamente a Ida Viru, conta per il 50% della CO2 prodotta in Estonia. Pro capite, il Paese è al terzo posto in Europa per emissioni con 11.3 tonnellate (contro le circa 26 tonnellate degli anni Novanta, nd), pur contribuendo appena allo 0.06% delle emissioni globali.

Sono quattro le compagnie che estraggono scisto bituminoso in Estonia. In ordine di grandezza, la più importante è la statale Eesti Energia Kaevanduste AS, seguita con notevole distacco dalle private VKG Viru Keemia Grupp, Kiviõli Keemiatööstuse OÜ e AS Kunda Nordic Cement. Quest’ultima non utilizza lo scisto per scopi energetici, ma per la produzione di cemento, quindi non è oggetto di questa ricerca. Dal 2019, data spartiacque per il destino dei combustibili fossili in Europa, la fabbrica di Kivioli ha smesso di produrre elettricità, se non in piccolissime quantità, grazie al gas di scisto, ottenuto dalla raffineria al suo interno.

«Non abbiamo alcun supporto economico né dalle banche, che non vogliono neppure sentirci nominare, né dai proprietari, che non si fidano di mettere soldi, adesso che la situazione dal punto di vista ambientale è così imprevedibile», spiega con tono rassegnato Priit Oruma, il direttore esecutivo della raffineria, mentre giocherella nervosamente con una pepita di scisto. «Significa che il destino di 500 lavoratori, di cui 300 residenti nella nostra zona, è in bilico. Così, anche il futuro della nostra cittadina». Per ora, Kivioli sta dedicando l’intera estrazione – più o meno il 10% dell’ammontare nazionale, pari a un milione di tonnellate l’anno – alla produzione di olio di scisto. Eesti Energia, e in misura sensibilmente inferiore anche VKG, continua a ricavare elettricità dallo scisto, per garantire stabilità energetica durante i momenti di necessità, come quando il mercato schizza alle stelle durante l’inverno, o durante la recente e prolungata crisi del gas mondiale. Il salto col passato è comunque evidente. Dal 2018 al 2020 la produzione è crollata di due terzi, con EE che è passata da garantire a ciascuna abitazione da 9TW a 3.8TW, a estrarre 6.4 milioni di tonnellate di scisto contro i 16 milioni di prima, e a ridurre la forza lavoro da 4500 a 3000 unità. 

Un canale artificiale usato per una cava di estrazione dello scisto nell’impianto di Kivioli. La grande necessità di acqua per questa industria contribuisce ad aggravare l’inquinamento della zona – Foto: Antonio Faccilongo

«Come azienda guardiamo ai profitti e, per questo, abbiamo deciso di interrompere l’utilizzo dello scisto come fonte di elettricità cinque, forse dieci anni prima della scadenza imposta dalle autorità, per focalizzarci, invece, sull’olio di scisto», dichiara Priit Luts, addetto stampa dell’azienda. «Nel mercato c’è grande richiesta di questa risorsa. Se non la produciamo noi, chi? E con quale impatto ambientale?»

L’olio di scisto prodotto oggi in Estonia è venduto quasi per intero all’estero come combustibile per il trasporto marittimo internazionale. Sebbene anche a questo settore sia stato richiesto recentemente di conformarsi alle misure globali volte alla riduzione delle emissioni di CO2, il suo viaggio verso un reale cambiamento è ancora lungo. L’80% del commercio mondiale avviene, infatti, via mare, grazie a flotte di enormi navi cargo difficilmente rimpiazzabili in poco tempo. Per questo, nel trovare alternative sostenibili, non è facile mettere d’accordo tutti. Anche nella migliore delle ipotesi, il trasporto marittimo continuerà a rappresentare un business sicuro almeno fino al 2040, data auspicata per la fine della produzione di olio di scisto. Ed è in quest’ottica che va interpretata la costruzione di Enefit 280 ad Auvere (piccolo centro nell’estremo nord-est del Paese non lontano da Narva), un nuovo impianto di proprietà di Eesti Energia, azienda che già annovera nel suo arsenale, noto come Enefit Power, tre centrali termoelettriche, tre fabbriche di olio di scisto e due miniere, destinato ad aprire tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024.

Veduta di una delle montagne di cenere di Auvere formata dai residui della lavorazione dello scisto. La cenere delle fornaci viene miscelata ad acqua e trasportata da tubi in cima alla montagna. Le ceneri sedimentano in alto mentre le acque scendono a formare le “lagune blu”, estremamente alcaline e tossiche – Foto: Antonio Faccilongo

Auvere

All’entrata del gigantesco quartier generale della compagnia, che a breve ospiterà anche questo nuovo impianto, si prova una sensazione di inferiorità, mista a spaesamento. Dal palazzo di vetro a più piani dove si adoperano i vari dirigenti, tutti estoni, in giacca e cravatta, si passa all’enorme area di produzione, che in una mattinata IrpiMedia ha percorso solo in minima parte, e a bordo di un pulmino, data la sua vastità. Il sistema ferroviario è direttamente collegato alla stazione termoelettrica più nuova e all’avanguardia tra tutte, Auvere, che ha preso il nome dal vicino paesino e, oltre a bruciare olio di scisto, grazie a un sistema ibrido usa anche gas di scisto e biomassa. I tubi intrecciati sopra di noi che trasportano le pietre di scisto sono scintillanti, come se fossero stati appena lustrati; i macchinari e i generatori in funzione lavorano a pieno regime, pur senza avere l’aria minacciosa di quelli di Kivioli; e i pochi operai con cui ci è dato parlare, ne monitorano il funzionamento stando seduti davanti ai monitor nelle stanze di controllo. Andrey Zaitsev, capo del Sindacato dei Lavoratori, racconta che è “orgoglioso di lavorare lì e di fornire da 27 anni alla sua gente elettricità,” che per lui è l’essenza della vita stessa. «Non abbiamo fonti di energia alternativa e senza questo impianto, e senza lo scisto bituminoso, saremmo in costante black out», racconta con enfasi.

Se non stupisce che la dirigenza di Enefit faccia quel che può per attirare profitto, anche costruire un nuovo impianto, la posizione dello stato, proprietario di una compagnia che pur opera secondo leggi private, è meno ovvia. Nel 2020, mentre siglava accordi verdi con la Commissione Europea, il governo ha deciso di investire 125 milioni di euro in Enefit 280. «Fanno leva sul fatto che, così facendo, creeranno nuovi posti di lavoro e contribuiranno in qualche modo alla riduzione delle emissioni, ma per noi è molto grave», spiega Maris Pedaja, l’esperta di just transition del Movimento Verde. «Com’è possibile che la Commissione Europea investa soldi nella transizione a Ida Viru e, al contempo, chiuda un occhio rispetto al coinvolgimento di uno dei suoi membri in un impianto, che rischia di metterla a repentaglio?». Non è stato possibile porre questa o altre domande alla Commissione, perché ci è stato risposto che il dialogo con il Ministero delle Finanze estone – incaricato di gestire i fondi europei, tra cui quelli per la transizione – è ancora in fase preliminare.

Il caposquadra di un gruppo di minatori controlla la stabilità di uno dei tunnel – Foto: Antonio Faccilongo

Se non stupisce che la dirigenza di Enefit faccia quel che può per attirare profitto, anche costruire un nuovo impianto, la posizione dello stato, proprietario di una compagnia che pur opera secondo leggi private, è meno ovvia. Nel 2020, mentre siglava accordi verdi con la Commissione Europea, il governo ha deciso di investire 125 milioni di euro in Enefit 280.

«Com’è possibile che la Commissione Europea investa soldi nella transizione a Ida Viru e, al contempo, chiuda un occhio rispetto al coinvolgimento di uno dei suoi membri in un impianto, che rischia di metterla a repentaglio?»

«Fanno leva sul fatto che, così facendo, creeranno nuovi posti di lavoro e contribuiranno in qualche modo alla riduzione delle emissioni, ma per noi è molto grave», spiega Maris Pedaja, l’esperta di just transition del Movimento Verde. «Com’è possibile che la Commissione Europea investa soldi nella transizione a Ida Viru e, al contempo, chiuda un occhio rispetto al coinvolgimento di uno dei suoi membri in un impianto, che rischia di metterla a repentaglio?». Non è stato possibile porre questa o altre domande alla Commissione, perché ci è stato risposto che il dialogo con il Ministero delle Finanze estone – incaricato di gestire i fondi europei, tra cui quelli per la transizione – è ancora in fase preliminare.

Foto: Antonio Faccilongo

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Foto: Antonio Faccilongo

Se si guarda al suo intero ciclo vitale, e quindi alla questione dal punto di vista ambientale, l’olio di scisto genera dal 25 al 75% di CO2 in più rispetto agli altri carburanti liquidi. Michel Khangur, dell’Università di Tartu, sostiene, che «le emissioni sarebbero del 40% più alte di quelle prodotte per ricavare elettricità dallo scisto (che sappiamo essere già molto alte, nda), perché per ricavare l’olio dalla pietra si ha bisogno di energia, proveniente dallo scisto stesso. Successivamente, lo scisto deve essere raffinato per ottenere il carburante e questo processo richiede ulteriore energia, che, a sua volta, genera nuova CO2.»  Dato, però, che buona parte dell’anidride carbonica è rilasciata quando l’olio di scisto viene bruciato nei motori delle navi, in mare aperto e, quindi, fuori dall’Estonia, quella anidride carbonica non viene conteggiata tra quella prodotta dal paese baltico. Questo “scarico” di responsabilità aiuta la retorica dei promotori dello scisto, che sostengono che l’Estonia abbia già fatto fin troppo rispetto ai limiti posti dall’UE. Infatti, con la proclamazione dell’indipendenza, il paese ha dimezzato la produzione di scisto, per poi subire un’altra brusca frenata nel 2019, per un crollo complessivo di quasi il 70% delle emissioni (da 40 milioni a 15 milioni di tonnellate di carbonio), già ben più alto della riduzione del 55% rispetto al 1990 richiesta dall’Unione Europea. Se, però, si considera il target finale di 2.2 milioni di tonnellate di carbonio, la strada è ancora lunga.

Transizione più di nome che di fatto

Nonostante, come si è visto, vi siano ancora margini di profitto, le maglie europee si fanno sempre più strette attorno ai combustibili fossili. Ecco perché, già in tempi non sospetti, Eesti Energia ha pensato di diversificare il suo operato vendendo la sua expertise all’estero. Dopo un tentativo non riuscito in Utah, negli Stati Uniti, il colosso estone ha guidato un progetto di estrazione di olio di scisto in Giordania e, in questo momento, è coinvolto in un’operazione chiamata REM nel deserto del Negev, in Israele, a fianco di un imprenditore australiano, noto fino a poco prima solo per le sue aziende vinicole. Mentre Vasser, del MV, insinua che, «se le alternative dovessero venire meno», ad esempio nel caso in cui la Russia decidesse di chiudere i rubinetti di gas e petrolio, «alcuni paesi potrebbero prendere in considerazione di usare anche una fonte di energia sporca come lo scisto», l’intento dichiarato è di riciclare quanta più plastica possibile, mischiandola all’olio di scisto secondo un processo di pirolisi.

Senza entrare in dettagli eccessivamente tecnici, questo riutilizzo e trasformazione dello scisto, per il cui sviluppo l’Estonia non può chiedere fondi diretti a un’Europa dichiaratamente contraria ai combustibili fossili, è parte della strategia adottata dall’industria energetica, per accaparrarsi una fetta dei 340 milioni messi in palio dal Just Transition Fund. Sebbene ancora i finalisti non siano stati scelti, e tutto dipenda da quanti posti di lavoro ciascuna azienda sarà in grado di creare, IrpiMedia ha ricevuto direttamente dal Capo del Dipartimento Normativo di Eesti Energia, Andres Tropp, la lista dei progetti in lizza. Più di uno assomiglia a REM. Sia Kivioli e VKG, grazie a un esperimento congiunto chiamato Waste2Oil, che Enefit Power puntano sul riciclo di grandi quantità di plastica, facendo uso delle risorse esistenti e vantandosi di non dipendere dalla produzione di nuovi combustibili fossili. «Abbiamo macchine speciali in grado di risucchiare la plastica di tutta Europa», raccontava Oruma, direttore esecutivo della raffineria di Kivioli, l’estate scorsa, mentre tutto attorno a lui faceva pensare il contrario. «Possiamo produrre olio di scisto dai residui di olio e dalla plastica, mischiandoli con la cenere delle nostre montagne. È la luce in fondo al tunnel. Abbiamo solo bisogno di tempo per dimostrare che si tratta di un’industria pulita».

Il tempo non manca fino al 2040, ma c’è da capire se questi diciotto anni saranno utilizzati per creare valide alternative per l’ambiente e per la popolazione di Ida Viru, o ancora, come il governo ha fatto finora, serviranno a soddisfare solo le esigenze di pochi. Quello che salta all’occhio è che, «Questa non è una transizione che si lascia alle spalle i combustibili fossili», spiega Silver Sillak, ricercatore e membro del Movimento Verde, «ma una transizione dall’energia ottenuta tramite scisto», il più inquinante tra i combustibili, «verso sostanze chimiche basate a loro volta sullo scisto». Cosciente del ruolo centrale che svolge in un momento di tanta insicurezza come quello attuale, l’industria fossile è riuscita ad appropriarsi del concetto di energia circolare, sbarazzandosi quasi del tutto del tema della sostenibilità, per mettere ancora al centro soldi e profitto.

Per quanto orgoglioso del ruolo che ha svolto per così tanti anni, il sindacalista Zaitsev non vede il domani con ottimismo. «Non so cosa accadrà di qui al 2050 ma, di certo, non voglio assistere al momento in cui tutte queste persone verranno mandate via e l’intera regione collasserà per via della disoccupazione e della chiusura della fabbrica», afferma con un tono improvvisamente amareggiato, abbandonando il piglio risoluto di poco prima. 

Così, mentre a Kivioli l’era dello scisto come motore dell’economia locale sembra già lontana, nemmeno a Enefit Power è tutto oro quel che luccica.

CREDITI

Autori

Eleonora Vio

Editing

Giulio Rubino

Immagini

Antonio Faccilongo

Con il supporto di

Matteo Renzi entra nel board di una società russa di car sharing

11 Ottobre 2021 | di Lorenzo Bagnoli, Matteo Civillini

Una società lussemburghese di car sharing in Russia, fondata e guidata da un italiano, che si quota a New York. Con Matteo Renzi nel consiglio d’amministrazione e la banca statale russa Vtb nel capitale con il 15%. Si tratta di Delimobil, una delle società di Vincenzo Trani, l’imprenditore di cui IrpiMedia ha già scritto nei mesi precedenti per il tentativo di portare il vaccino Sputnik in Italia e per la scalata di una banca del Tajikistan con l’appoggio della Banca europea dello sviluppo. Delimobil si quoterà a Wall Street dove punta a raccogliere 350 milioni di dollari. La società di car sharing nel prospetto di quotazione dichiara di essere il primo operatore del settore in Russia, presente in 11 città e con una quota del 44% a Mosca. Ha fatturato circa 70 milioni di euro nel primo semestre del 2021, raddoppiando i ricavi rispetto all’anno precedente.

Secondo la documentazione depositata alla Security and Exchange Commission (SEC) da Delimobil, Matteo Renzi è amministratore dell’azienda lussemburghese dall’agosto scorso. Non è specificato il compenso di ogni amministratore, ma il prospetto indica in 1 milione di euro quello complessivo per tutto il board, più i rimborsi spese non quantificati. Lo stesso prospetto avverte delle indagini che coinvolgono l’ex presidente del Consiglio: quella sui finanziamenti della Fondazione Open, dell’ipotesi di false fatture per i compensi ricevuti per una conferenza ad Abu Dhabi e la vicenda del corrispettivo pagato dalla società di produzione del documentario Firenze secondo me, sulla quale indaga la procura di Roma.

Il prospetto avvisa che in caso di sviluppi negativi per Renzi da queste indagini, questi potrebbe essere costretto a lasciare il cda. Anche se, aggiunge, «Il signor Renzi e i suoi avvocati ritengono queste accuse infondate».

La replica di Renzi

In una nota circolata nella serata di ieri (domenica 10 ottobre), Renzi si dice «molto felice di collaborare all’attività della società Delimobil il cui socio di riferimento, Vincenzo Trani, è un imprenditore napoletano da me stimato». Delimobil è «leader nel car sharing a livello mondiale e in molte città tra cui Mosca». La quotazione a Wall Street «rappresenta una fase di internazionalizzazione importante a livello globale – si legge in una nota dell’ex premier -. Il senatore Renzi, da sempre convinto dell’importanza di valorizzare le competenze degli imprenditori italiani in tutto il mondo, sarà al fianco del dottor Trani in questa sfida. Ovviamente la presenza di Renzi nel board Delimobil rispetta tutte le regole della vigente legislazione italiana».

Il senatore entra nel consiglio d’amministrazione prendendo il posto dell’avvocato Pietro Maria Tantalo. L’avvocato è nominato insieme a Trani nell’indagine sulle operazioni in Vaticano di Pierluigi Torzi, il broker accusato di aver commesso reati finanziari di varia natura attraverso i fondi del Vaticano. Di Tantalo e Trani è Enrico Crasso, ex socio di Torzi, a parlarne. Secondo Crasso, Tantalo ad aprile 2017 «presentò un dossier per ottenere una sottoscrizione di 150 milioni di euro» a favore di Mikro Kapital, la società di Vincenzo Trani. L’investimento alla fine è avvenuto ma per un importo molto inferiore: circa 6 milioni di euro, con la sottoscrizione di due bond da parte del fondo Centurion Global – gestito dallo stesso Crasso e alimentato dai fondi della Segreteria di Stato – entrambi rimborsati nel corso del 2019.

Nel consiglio di vigilanza di Mikro Kapital, altro veicolo lussemburghese come Delimobil controllato da Trani, per circa sei mesi c’è stato Vincenzo Amendola, attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, che lasciò l’incarico in concomitanza col suo ingresso nel governo Conte II. Trani aveva spiegato di aver scelto Amendola per le sue competenze nel settore del microcredito.

Gli altri soci di Delimobil

A maggio 2021 è entrato nel board di Delimobil anche Andrea Farace, ex manager di Citigroup e discendente della famiglia nobiliare dei Farace di Villaforesta. Lo zio Ruggero fu il marito di Caterina Romanova, ultima principessa di Russia prima della Rivoluzione. Da marzo 2020 Farace è anche un manager di Wirecard, la società tedesca di pagamenti digitali finita in bancarotta in seguito a un enorme scandalo finanziario. Entrato quando erano già stati sollevati grossi dubbi sui conti di Wirecard, Farace era stato assunto per guidare la trasformazione della società tedesca da operatore di fintech puro a un gruppo bancario tradizionale. Dopo il crack del giugno 2020, Farace è rimasto all’interno di Wirecard come liquidatore con il compito di vendere la parti sane dell’azienda.

Nel board di Delimobil figura anche Artur Melikyan, che è anche socio con il 4,23% delle quote. È rappresentante della Federazione internazionale del Sambo a Losanna e a Mosca. Si tratta di una variante del judo praticata da Trani e molto popolare in Russia: è quella preferita da Vladimir Putin.

Altro membro di peso nel CdA è l’ingegnere Vincent Luc, “padre” della funzione Street View di Google Maps. Dopo aver passato circa un decennio a Mountain View, oggi Luc guida la divisione che studia progetti per la guida autonoma di Lyft, azienda di trasporto rivale di Uber negli USA.

Matteo Renzi a marzo era finito al centro delle polemiche per la sua partecipazione a un evento organizzato da un think tank controllato dal governo dell’Arabia Saudita. Nonostante a febbraio 2021 il presidente degli Stati Uniti Joe Biden avesse desecretato un rapporto in cui la Cia sosteneva che l’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi avvenuto nell’ambasciata saudita di Istanbul fosse stato autorizzato dal principe ereditario della famiglia Al-Saud Moohammed Bin Salman, Matteo Renzi ha dichiarato che «è un mio amico, lo conosco da anni. E non c’è nessuna certezza che sia il mandante dell’omicidio Kashoggi».

In partnership con: La Stampa | Foto: Matteo Renzi insieme a Vladimir Putin nel 2015 all’Expo di Milano – Marco Aprile/Shutterstock