Da Wikileaks i documenti sull’internazionale dell’estremismo cattolico

10 Agosto 2021 | di Matias Gadaleta

Sono oltre 17 mila i documenti pubblicati il 5 agosto scorso da Wikileaks sotto il nome di “The Intolerance Network”. Si tratta di documenti interni e confidenziali appartenenti alle organizzazioni cattoliche spagnole ultraconservatrici Hazte Oir e CitizenGo.

Entrambe fanno parte della coalizione di associazioni che organizzano il Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families) che nel 2019 si è tenuto a Verona.

Il WCF riunisce organizzazioni di destra che promuovono l’opposizione ai diritti LGBTQI+ e combattono l’aborto e l’eutanasia, è stato etichettato come un gruppo di odio dal Southern Poverty Law Center e un rapporto del 2014 di Human Rights Campaign ha dichiarato che “Il Congresso Mondiale delle Famiglie (WCF) è una delle più influenti organizzazioni americane coinvolte nell’esportazione dell’odio”.

I documenti risalgono al periodo 2001-2017 e riguardano la fondazione di CitizenGo e le prime attività di entrambe le organizzazioni. Tutto il materiale proviene dai loro sistemi interni e sono per lo più fogli elettronici dei donatori e dei membri, documenti di strategia e pianificazione, lettere, grafici finanziari e documenti legali.

Hazte Oír è stata fondata nel 2001 da Ignacio Arsuaga, amico intimo del leader del partito dell’estrema destra spagnola Vox, Santiago Abascal, che fonderà poi anche CitizenGO con l’intento di creare una piattaforma più internazionale della sua organizzazione estendendo le sue operazioni fino ad arrivare a una cinquantina di Paesi con sedi permanenti in 15 città.

IrpiMedia dal 2019 ha pubblicato svariate inchieste all’interno del progetto #OperazioneMatrioska in cui ha ricostruito le miriadi di organizzazioni Pro Life che ruotano intorno al WCF. Partendo dalle varie organizzazioni pro vita e ai rappresentanti dell’ultra destra che gravitano intorno alla Lega Nord e alla svolta cattolica del suo leader Matteo Salvini.  Su tutti Toni Brandi, elemento chiave e collante tra interessi dei paesi dell’Europa Orientale e Occidentale.

Per approfondire

Operazione Matrioska

Una serie di inchieste su come Putin sia diventato una figura di riferimento per le destre di tutto il mondo. Un’operazione in tre fasi: economica (il Laundromat), culturale (l’ascesa degli identitari) e politica (il Russiagate)

Si è poi analizzato il legame tra Stati Uniti ed Europa alla ricerca dei finanziatori e dei flussi di denaro che sostengono questa Lobby, una trama che va dalla Cei a vari esponenti del fronte sovranista oltre che a personaggi chiave come Ignacio Arsuaga, elemento di spicco di One of Us – Federation For Life and Human Dignity. Per lui i dieci anni di vita passati negli Stati Uniti sono fondamentali per venire a contatto con MoveOn.org, Christian Coalition, Americans United for Life e le altre organizzazioni statunitensi per il «diritto alla vita». Tornato in Europa diventerà uno dei diplomatici più determinanti dell’Internazionale sovranista.

Gregory Puppinck è invece l’avvocato pro-life “in missione” a Strasburgo, sede della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Dirigente della European Center for Law and Justice (Ecjl), organizzazione che difende in Tribunale le cause provita. Infine un ruolo delicato è ricoperto da Alexey Komov, Ambasciatore alle Nazioni Unite per Hazte Oir che è al contempo anche membro del direttivo della spagnola CitizenGo e presidente onorario dell’Associazione Lombardia-Russa. Lo studio si è spostato poi sullo stratagemma delle ‘terze parti’ che organizzazioni come ECLJ utilizzano per portare i loro interessi e influenzare addirittura le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Infine il capitolo sulla Russia che conduce a personaggi come Konstantin Malofeev, al finanziamento  di molte delle destre europee, al legame russo lombardo del leghista Savoini e dell’affaire Metropol.

Editing: Luca Rinaldi | Foto:Wikileaks

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L’ideologia della matrioska

#OperazioneMatrioska

L’ideologia della matrioska

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

«Putin è un uomo senza ideologie, non può avere ideologi». Milano, 20 giugno 2018, hotel Ramada Plaza. Sul palco c’è il filosofo russo Aleksandr Dugin, l’uomo che sulla stampa italiana viene spesso etichettato come “l’ideologo di Putin”. Barba lunga e folta, capelli venati di grigio che arrivano fino alle spalle. Sguardo fiero, un po’ torvo: affabile e visionario come un predicatore. Un Rasputin moderno.

È in tour per presentare un libro che si chiama Putin contro Putin, pubblicato con la casa editrice di estrema destra Altaforte. Il volume è una disamina delle due anime del leader della Russia: da un lato quella “solare”, quella forte, autoritaria, cristiano-ortodossa. Dall’altro quella “lunare”, imperfetta, titubante, distante dal popolo.

La prima è l’anima identitaria, l’altra quella europeista.

Putin sarà anche non ideologico, ma Dugin in questi anni ha saputo trasformarlo in un feticcio: l’incarnazione di un’ideologia politica da esportare in tutto il mondo. Sotto la stella del Putin identitario, in parte seguendo quanto teorizzato da Dugin e in parte secondo un’emulazione spontanea, senza regia, si è forgiata una rete internazionale di alleati, in Europa e non solo, che guardano a Mosca come un esempio di “democrazia autoritaria”, un sistema politico più funzionale delle attuali democrazie europee.

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È ciò che più si avvicina a un’ideologia, in tempi come i nostri.

Nazionalismo e tradizione opposti al globalismo, il «pensiero unico» che secondo Dugin appiattisce ogni distinzione nazionale, alimenta l’immigrazione di massa, cancella le radici cristiane dell’Europa. È la battaglia politica del secolo, lo scontro che più rassomiglia alla guerra delle idee che ha caratterizzato il Novecento. È la costruzione di un nuovo asse attraverso cui classificare idee e partiti: non più solo destra e sinistra, ma globale contro identitario.

La sublimazione del globalismo, nell’ottica di Dugin, è l’Unione europea, il più importante organismo sovranazionale mai concepito. Una parte del fronte che vede in Putin il proprio eroe si pone il dichiarato obiettivo di annientare quel simbolo. Il presidente russo, ovviamente, no. Almeno non in pubblico.

L’uomo più potente di Russia, però, porta avanti la sua guerra a Montesquieu, il barone che teorizzò la suddivisione democratica dei poteri. Dispone di oligarchi fedeli che lavorano per la sua causa politica, a volte come parlamentari (in Russia e non solo), a volte imprenditori, altre volte come mercenari.

Al momento, non sono state ancora accertate precise responsabilità penali degli attori in campo. Non è nemmeno possibile attribuire una vera regia unitaria alle varie fasi dello scontro senza cadere nel complottismo.

#InterferenzeRusse
Oligarca, cos'è?
“Oligarchia” è una parola greca che letteralmente significa “governo dei pochi”. In Russia un oligarca è un uomo d’affari che si è arricchito durante la convulsa fase delle privatizzazioni avvenuta dopo la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. In senso lato, è usato (impropriamente) per indicare politici e affaristi che godono di importanti legami politici in Russia. Quest’uso della parola ingenera un errore: si tende a immaginare il Paese, in particolare sotto Vladimir Putin, come un monolite, dove non esiste opposizione al governo incontrastato del nuovo zar. Niente di più falso.

Per approfondire:

Oligarca non significa necessariamente vicino al governo. È una metafora di “potente”, sia in termini economici, sia in termini politici. Alcuni degli scontri più feroci per ottenere il governo in Russia e nei Paesi sotto l’influenza russa (primo fra tutti l’Ucraina) sono proprio tra oligarchi che appartengono a diverse fazioni. Gli schieramenti sono quindi fluidi e mutevoli nel tempo.

A ripercorrere i fili disseminati nelle cronache di questi ultimi due anni, però, si ritrovano strategie comuni, appartenenze, affinità d’intenti tra un’ampia rete di personaggi. È l’operazione Matrioska: guerriglia politica più che scontro tra eserciti; inquinamento del discorso pubblico più che preciso dossieraggio; spaesamento collettivo più che rivoluzione. È la più grossa infiltrazione del tessuto economico, politico e culturale dalla fine della Guerra fredda, una guerra di dati asimmetrica che ha per vittime i cittadini/elettori di qualsivoglia Paese e per risultato la dissoluzione delle categorie di vero e falso.

Ogni personaggio di questa vicenda all’esterno appare in un modo, ma all’interno nasconde altre vesti, altri legami, un’altra agenda.

Operazione Matrioska è il racconto della loro infiltrazione, anche in Italia.

L’annessione della Crimea e la guerra in Donbass

L’inizio della crisi in Ucraina ha coinciso con la fine di Viktor Yanukovich, il presidente ucraino tra i beneficiari di diversi conti delle società delle lavanderie, costretto a lasciare il Paese a seguito della contestazione di piazza Maidan del febbraio 2014. I manifestanti filo-europeisti lo accusavano di corruzione. A seguito della sua cacciata, le regioni meridionali e orientali a maggioranza russa hanno smesso di riconoscere i nuovi governati a Kiev.

In Crimea, pensiola a maggioranza russa (58%), la popolazione ha iniziato una sommossa. Approfittando del caos, si è mosso anche l’esercito russo, che a Sebastopoli, grazie a un accordo stipulato ai tempi di Yanukovich, ha un’importante base navale, occupando militarmente la regione. Nel frattempo, il governo regionale ha indetto un referendum per chiedere l’indipendenza e l’annessione alla Russia. Dichiarato incostituzionale da Kiev, Nazioni Unite e Unione europea, ha ottenuto il 97% dei consensi.

Un mese dopo, ad aprile 2014, una situazione si è registrata anche nella regione orientale dell’Ucraina, il Donbass, nelle regioni di Lugansk e Donetsk. Entrambe hanno dichiarato un governo indipendente, filo-russo. In questo caso, però, l’esercito ucraino ha reagito, con una controffensiva. Stati Uniti e Unione europea considerano alcuni uomini d’affari russi responsabili del finanziamento delle organizzazioni indipendentiste filorusse in Ucraina.

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Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

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Sofia Chiarini/DataTalk
Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

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Giulio Rubino

Lavanderia Italia, il sistema finanziario parallelo in mano agli oligarchi – Il fronte finanziario

#OperazioneMatrioska

Lavanderia Italia, il sistema finanziario parallelo in mano agli oligarchi – Il fronte finanziario
Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

Yacht, ville, vestiti d’alta moda, mobili di pregio, macchinari per l’industria, viaggi, noleggio aerei. Alla lista si aggiungono bonifici dalla causale molto più vaga: “fee”, un generico “pagamento”. In tutto si tratta di circa due miliardi di euro di transazioni, dal 2007 alla fine del 2017, tutti destinati all’Italia. Sono i soldi entrati da tre istituti di credito dei Paesi baltici, ai quali arrivano dopo un lungo e tortuoso viaggio che parte dalla Russia.

Il meccanismo è stato ribattezzato dai giornalisti di tutto il mondo “laundromat”, lavatrice, ed è stato possibile ricostruirlo grazie a tre leak attraverso cui fonti interne hanno rivelato la natura dei bonifici arrivati alla Danske Bank di Riga, in Lettonia, alla Troika Diaolog, la più importante banca privata russa, e alla Ukio Bankas, la banca lituana a cui si appoggiava Troika.

Il meccanismo è una lavatrice perché “ripulisce” l’origine del denaro, di transazione in transazione, di garanzia bancaria in garanzia bancaria. I soldi delle banche baltiche infatti arrivano da una moltitudine di società-veicolo offshore: semplici caselle postali, vuote, aperte in aree del mondo dove il regime finanziario è agevolato, dove i soci possono nascondersi dietro trust e restare anonimi, oppure arrivano da sconosciuti istituti bancari la cui unica operazione tracciabile pare essere quella di aver concesso un prestito a qualche società appartenente alla lavanderia. Più aumentano i passaggi di denaro, più diventa complicato risalire all’origine.

Il mondo offshore

Una società offshore ha la caratteristica di essere registrata in un Paese diverso da quello in cui svolge la sua attività. Di solito i Paesi scelti hanno un sistema fiscale particolarmente vantaggioso (come ad esempio Panama, le Isole Vergini Britanniche, le Bahamas, oppure Malta o la Gran Bretagna). Di per sé non è un crimine, ma ricorrere all’apertura di società offshore spesso è un comportamento-spia di qualche reato.

I Paesi dove si registrano le società offshore sono come delle isole del tesoro per i pirati del Settecento: sono luoghi dove è semplice restare anonimi, nascondere il bottino, spesso in posti difficili da raggiungere con rogatorie internazionali. Maggiori sono i passaggi offshore, più è complesso risalire all’origine dei soldi e alla proprietà. Quando una società è anonima solitamente viene gestita attraverso un trust (o una fiduciaria). In pratica si chiede a una società terza di gestire la propria società.

Questa nuova entità avrà i suoi amministratori, che però non sono i veri beneficiari dei proventi della società. Questi, infatti, “di lavoro” amministrano la società per conto terzi. Tale meccanismo è particolarmente diffuso in Paesi dove il diritto societario è di stampo anglosassone.

Un labirinto così tortuoso può servire a nascondere tangenti, riciclare denaro sporco, finanziare partiti in modo illecito o anche solo a eludere i dazi doganali della Russia e aggirare le sanzioni (in minima parte e solo i pagamenti post 2014). È una manifestazione del più alto potere finanziario: accedervi significa essere praticamente intoccabile per le autorità antiriciclaggio, che ancora non sono riuscite a capire davvero cosa sia passato per questi canali in questi anni. Quello che è certo è che alcune società della lavanderia in precedenza sono state coinvolte in una frode che in Europa, ormai, si crede sia stata congegnata proprio da uomini del Cremlino.

L’ha scoperta un avvocato russo, Sergei Magnitsky, lasciato morire in un carcere moscovita nel 2009. Lavorava per William Browder, cittadino americano che in Russia dal 1996 guidava l’hedge fund Hermitage Capital Management. Patrimonio gestito: 4,5 miliardi di dollari.

Sta di fatto che nel 2005 la sua attività inizia a diventare indigesta al Cremlino: il finanziere si sposta a Londra, mentre il suo avvocato Magnitsky resta a Mosca. Nel 2007, dopo vari blitz della polizia negli uffici di Hermitage, il fisco russo pretende da Hermitage 230 milioni di dollari. Il giorno stesso in cui la somma viene versata, i soldi vengono girati dall’erario russo ad altre società, prevalentemente offshore.

#InterferenzeRusse

È la prima operazione del Laundromat. Un meccanismo che si ripeterà all’infinito lasciando intuire il modo in cui i potenti del mondo sono riusciti a disegnare un sistema economico internazionale che li ha resi immuni da ogni giurisdizione fiscale. La banca che ha avuto il ruolo più importante nel meccanismo della lavanderia è la Danske Bank. In tutto, la banca danese avrebbe movimentato soldi di origine sospetta per circa 200 miliardi di euro.

Chi è Bill Browder

Americano di nascita, britannico di passaporto, Bill Browder a partire dal 1998 ha costruito una fortuna da Londra, città dove si è trasferito, grazie a operazioni finanziarie altamente speculative con la Russia. Oggi è tra i principali nemici di Mosca, ma un tempo è stato tra i suoi principali alleati, in veste di lobbista per visti facili in Gran Bretagna e Stati Uniti, come spiega The Guardian.

La sua strategia in Russia era la seguente, secondo il quotidiano britannico: diventare azionista di aziende controverse, mettere i manager all’angolo muovendo i media e infine capitalizzare riscuotendo a prezzi stracciati azioni di colossi dell’impresa russa. L’investitore sostiene di aver rinunciato alla cittadinanza statunitense perché suo padre Felix, leader del partito comunista negli anni Cinquanta, è stato uno dei bersagli delle campagne antisovietiche del famoso senatore repubblicano Joseph McCarthy. La nuova residenza inglese negli anni in cui la capitale britannica si trasformava in “Londongrad”, il paradiso degli oligarchi dell’alta finanza, gli ha permesso anche notevoli vantaggi sul piano fiscale, come sostiene il The Independent.

È entrato nella lista dei nemici da quando il suo avvocato Sergei Magnitsky ha cominciato a indagare il Laundromat e quando, in prima persona, si è speso come lobbista per introdurre sanzioni contro gli oligarchi di Mosca e da allora è stato fermato dalle autorità russe diverse volte.

Nel 2008 Sergei Magnitsky era riuscito a ricostruire il modo in cui il Cremlino aveva favorito oligarchi vicini a Putin con il denaro pagato dalla Hermitage. Non ci sono sentenze a comprovarlo, ma solo ipotesi investigative ora nelle mani degli inquirenti di mezza Europa.

Investigare a fondo questo tipo di movimenti è però molto difficile, non tanto per la complessità dei meccanismi finanziari, che in fondo sono solo sequenze di trasferimenti bancari di cui esistono tracce relativamente semplici da seguire, quanto per l’enorme livello di privacy concessa da troppe legislazioni in tutto il mondo.

Facendo transitare opportunamente i soldi per giurisdizioni dove i diritti dei capitali sono più forti di quelli delle persone (e ce ne sono molte anche in Europa) si creano degli “schermi” che spesso neppure le forze dell’ordine possono squarciare. Fondi di investimento, società “al portatore”, fiduciarie e fondazioni possono legalmente nascondere a chiunque l’identità delle persone dietro le transazioni. Il risultato è che senza un whistleblower, o una fuga di informazioni dall’interno di uno di questi istituti, questo tipo di casi non verrebbe mai alla luce.

Combattere questi meccanismi però significa aggredire alla radice i privilegi non solo degli oligarchi russi, ma dei super-ricchi di tutto il mondo, che hanno lobby molto potenti a “consigliare” all’orecchio dei governi di lasciar stare il can che dorme.

Facendo transitare opportunamente i soldi per giurisdizioni dove i diritti dei capitali sono più forti di quelli delle persone (e ce ne sono molte anche in Europa) si creano degli “schermi” che spesso neppure le forze dell’ordine possono squarciare

Per la lavanderia russa, naturalmente, queste reticenze si sommano a quelle di natura più prettamente politica e, fino al 2017, nessuno ha voluto davvero fronteggiare la Russia su questo tema.

Mosca dal canto suo, invece che aprire un’inchiesta, nel 2008 ha sbattuto Magnitsky in carcere con l’accusa di frode fiscale, fino al giorno in cui è stato trovato morto, senza mai affrontare un processo (fu arresto cardiaco per le autorità russe).

Nel 2012 l’amministrazione Obama ha emanato il primo Magnitsky Act globale, una serie di sanzioni che hanno congelato i beni e vietato l’ingresso negli Stati Uniti a una serie di oligarchi ritenuti tra i possibili responsabili dell’omicidio dell’avvocato.

Nel 2014 le contromisure nei confronti della Russia sono state rafforzate a seguito dell’invasione della Crimea, territorio ucraino occupato militarmente da Mosca: non solo il Magnitsky Act sugli oligarchi, ma delle sanzioni complessive per indebolire l’economia russa. Da quel momento in avanti, l’ipotesi degli investigatori è che il meccanismo del Laundromat sia servito anche per aggirare le sanzioni.

Nell’agosto 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che né la durata della carcerazione, né il trattamento, né la mancanza di cure riservate a Magnitsky rispettano la Convenzione dei diritti umani. Motivo per il quale la Russia è stata condannata a pagare la cifra simbolica di 34mila euro di risarcimento alla moglie e alla madre dell’avvocato morto in carcere. Secondo Bill Browder, dal 2012 sono 15 i Paesi nel mondo in cui si è cominciato a investigare il Laundromat.

Per la magistratura russa la storia è molto diversa: nessun trattamento inumano, Magnitsky è stato avvelenato da membri di una “gang internazionale” guidata dallo stesso Browder, che da novembre 2018 è sotto accusa a Mosca. Avrebbe ucciso il suo avvocato per difendere se stesso.

La matrioska

Ruben Vardanyan è la matrioska-simbolo della lavanderia italiana. Filantropo, studioso, banchiere, imprenditore, le sue vesti sono infinite. In Italia possiede vigne e ville e ha fatto acquisti di beni di lusso. Sembra che a muovere Vardanyan siano sempre e solo i soldi. Però tra le attività di cui è membro del Supervisory Board e sostenitore c’è il Dialogue of Civilizations Research Institute (Doc), organizzazione molto vicino al Congresso mondiale delle famiglie (Wcf).

Creatore dell’istituzione è Vladimir Yakunin, presidente della società ferroviaria russa dal 2005 al 2015, legato a doppio filo con l’universo pro-life. Non ha mai fatto mistero della sua vicinanza con il presidente russo Vladimir Putin (sottolineata anche dal provvedimento del Tesoro americano con cui è stato messo sotto sanzioni).

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L’internazionale identitaria, dal Congresso della famiglia a Gianluca Savoini – Il fronte culturale

#OperazioneMatrioska

L’internazionale identitaria, dal Congresso della famiglia a Gianluca Savoini – Il fronte culturale

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L’estrema destra europea, ma anche quella globale, ha trovato negli ultimi anni una formula estremamente efficace per rinnovare il suo linguaggio e “vestire di nuovo” i vecchi concetti di nazionalismo e razzismo: l’ideologia identitaria, ispirata, ma non direttamente promossa, proprio da Putin e dalla Russia odierna. In passato il consenso a questa fazione politica è stato marginale alle urne, invece negli ultimi anni, i partiti che hanno adottato questa retorica sono cresciuti enormemente.

In Italia la testimonianza è la Lega di Matteo Salvini, partito che a partire dal 2015 ha cambiato pelle, staccandosi dalle logiche nordiste dell’epoca di Umberto Bossi, per cercare invece nella dinamica “identitario” contro “globale”, in particolare attraverso la presunta lotta all’immigrazione di massa, la sua nuova cifra.

L’internazionale sovranista è un pacchetto ideologico, quasi un franchise della politica, che i partiti possono adottare a loro piacimento. La Russia di Putin ne è riferimento culturale per via della linea dura in politica estera, della difesa dei valori tradizionali, della reputazione di forza autocratica che gode di enorme consenso popolare.

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I partiti di estrema destra che hanno seguito le strategie identitarie hanno guadagnato il consenso di vecchi “moderati” spaventati da migranti e minoranze che pretendono il riconoscimento dei loro diritti civili e hanno ridato linfa in questo modo al vecchio nazionalismo.

In questa trasformazione le idee di estrema destra hanno assunto delle caratteristiche che le fanno sembrare più moderate e accettabili, quando al contrario sono fedeli alla linea e all’idea politica che le ha generate inizialmente, come in una forma di infiltrazione culturale che pesca in egual misura tra anti-globalisti a destra e sinistra. Il cavallo di Troia con cui penetrare lo schieramento della destra liberale sono stati i movimenti pro-life, che già al loro interno contenevano entrambe le anime, cristiano-democratica e tradizionalista.

Cristianesimo tradizionalista

I tradizionalisti cattolici sono una corrente minoritaria che contesta la modernizzazione dell’istituzione ecclesiastica a partire dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Ha rappresentanti all’interno delle stessa Chiesa e propone un ritorno a un cattolicesimo meno «terreno», meno «ecumenico», meno «soggettivista» (e di contro più «comunitario») e meno dialogante con gli altri culti.

L’eccessiva libertà, secondo i tradizionalisti, ha cominciato a inquinare la fede, portando a imbarbarimenti, crisi d’identità, eccessivo individualismo. Un esempio di dottrina anti-modernista è quella professata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 dall’arcivescovo cattolico Marcel François Lefebvre. Scomunicato nel 1988 da Papa Giovanni Paolo II, ha partecipato a Cité Catholique, movimento tradizionalista e antimarxista di cui hanno fatto parte monarchici e nazionalisti francesi.

La Fraternità è intitolata a Papa Pio X in quanto autore della lettera apostolica Il nostro mandato apostolico in cui si legge: «I veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti». I lefebvriani sono fra le voci più critiche al papato di Francesco, mentre hanno avuto molte affinità con la visione teologica di Benedetto XVI.

Riabilitati nel 2009, in termini di diritti civili sono contro l’aborto, i matrimoni omosessuali e ogni visione della famiglia “laica”. Sul piano politico, hanno da sempre avuto credenti vicini all’estrema destra. Nel 2013 sono stati gli unici a voler celebrare il funerale di Erich Priebke, ex SS morto a Roma. In un’intervista rilasciata al sito di notizie della Fraternità, a settembre 2019, il presbitero generale, don Davide Pagliarini, afferma: «L’impressione che molti cattolici hanno attualmente è quella di una Chiesa sull’orlo di una nuova catastrofe». Aggiunge: «Amoris Laetitia [esortazione apostolica sull’amore nella famiglia di Papa Francesco, ndr] rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili».

#OperazioneMatrioska

Tra i movimenti pro-life mondiali, i più importanti sono quelli di base in Russia e Stati Uniti. La loro collaborazione va oltre la semplice condivisione dell’idea di famiglia già dal crepuscolo della Guerra fredda. Era l’ottobre 1974, quando il dissidente politico Aleksandr Ogorodnikov ha fondato Christian Seminar, un movimento cristiano che cercava di ravvivare la fiamma della fede nell’atea Unione sovietica.

Il Comitato permanente sull’intelligence della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti nel 1980 scrive che in due anni il movimento è arrivato ad avere oltre 2 mila militanti e nel 1978 Ogorodnikov è finito in carcere per «parassitismo». Nelle sue dissertazioni sul rapporto tra politica e religione, Ogorodnikov citava i sermoni di Billy Graham, il pastore battista americano che per primo, in piena Guerra fredda, si è recato in Russia. Il figlio Franklin è membro dal 2016 dell’Evangelical Executive Advisory Board, un comitato di consulenti che ha l’obiettivo di «aiutare Mr Trump su temi importanti come gli evangelici e le persone di fede in America».

Alle accuse provenienti da diverse associazioni, che sostengono che tale comitato violi le leggi federali della suddivisione tra Stato e Chiesa, gli stessi membri rispondono seraficamente che in fondo il Board, formalmente, non esiste. Eppure Graham nel 2019 ha incontrato il presidente della Duma Vyacheslav Volodin, sotto sanzione negli Stati Uniti dal 2014, in un incontro ufficiale caldeggiato da uomini dell’amministrazione Trump allo scopo di discutere le relazioni bilaterali tra i due Paesi.

Tracce dello stesso slittamento della religione nella sfera politica si trovano anche in Russia.

Il 4 marzo Vladimir Putin con un colpo di mano ha fatto approvare alla Duma una nuova Costituzione che potrà mantenerlo al potere fino al 2036. Nel suo discorso di preambolo alla votazione, Putin ha messo in discussione il principio di laicità dello Stato: «La Federazione russa, unita da una storia millenaria, preservando la memoria degli antenati che ci hanno trasmesso ideali e fede in Dio, così come la continuità nello sviluppo dello stato russo, riconosce l’unità statale stabilita storicamente».

Per lo Stato c’è solo la fede in Dio. Questa posizione istituzionale è frutto della vicinanza dell’arcivescovo di Mosca Kirill I al presidente russo. È la guida spirituale che invocano i più tradizionalisti al posto del “modernista” Francesco, il punto di riferimento di una teoria che secondo cui Mosca è la terza Roma, quella che non cadrà mai. Non farà la stessa fine di Roma e Costantinopoli, le due capitali della cristianità d’Occidente e d’Oriente. Parola di Filofej, monaco del XVI secolo che per primo coniò questa formula.

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Sembrano nozioni di storia, invece sono dottrina politica.

Mentre Putin il 6 gennaio, giorno del Natale ortodosso, andava in visita a Damasco ad annunciare ai suoi leali alleati che la capitale della Siria rifiorirà, la Chiesa di Mosca tagliava i ponti con i patriarcati di Alessandria d’Egitto e Costantinopoli, rei di aver riconosciuto alla Chiesa ucraina, un tempo sotto la Russia, una sua indipendenza (autocefalia).

Chiesa e Stato sono strumenti della stessa entità superiore: la Grande Russia. Diversi entrambi dalle loro reciproche espressioni in Oriente e Occidente, sono una forza terza, indipendente, che sta facendo proseliti sia sul fronte politico, sia su quello spirituale. È il sogno del Movimento Internazionale Eurasiatista, forza politica fondata da Dugin.

Torniamo alle alleanze dei movimenti religiosi tra Russia e Stati Uniti.

Il terreno comune è la difesa delle famiglie tradizionali, baluardo contro ciò che non è conforme alla parola di Dio. La causa in cui si riconoscono è quella della “vita”: famiglie numerose, no aborto, no unioni omosessuali, no emancipazioni che infrangono le secolari regole della società. Anche nel caso dei movimenti pro-life i pilastri sono in Russia e negli Stati Uniti. L’architrave che reggono è l’Organizzazione mondiale delle famiglie (Iof), sigla che tiene insieme formazioni simili in tutto il mondo. Ogni anno la Iof presiede il Congresso mondiale delle famiglie (Wcf), che nel marzo 2019 si è tenuto a Verona.

Presidente di Iof è Brian Brown, tessitore delle relazioni tra politica e mondo pro-life. Grande sostenitore di Donald Trump, l’attivista ha raccolto attraverso la piattaforma americana ActNow.com oltre 7 milioni di dollari da destinare alle politiche dei conservatori. La sua rete diplomatica si modella sull’esempio di personaggi a cavallo tra chiesa e politica. Insieme a Billy Graham, il pioniere è l’ex candidato alle primarie repubblicane nel 2012 Newt Gingrich, la cui moglie Callista, dal 2017 è ambasciatrice Usa in Vaticano.

Le accuse di finanziamenti russi ai partiti identitari

Francia

L’allora Front National, partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen, nel 2014 ha ottenuto un prestito da una banca russa.

Ungheria

Nel 2017 viene assunto a lavorare per il governo il lobbista tedesco Klaus Mangold, “Mr Russia” per i media di Germania e Ungheria. Secondo quanto emerge nei Panama Papers, ha una società nell’Isola di Man insieme all’oligarca Boris Abesirov Berezovsky.

Austria

L’Fpo, partito alleato della Lega, nel 2017 ha firmato un contratto con Russia Unita, il partito di Putin, simile a quello firmato dal partito di Matteo Salvini. In Austria a maggio 2019 l’Fpo è finita coinvolta in un quello che è stato definito lo “scandalo Ibiza”: due politici di primo piano in un video girato nell’isola spagnola hanno accettato la proposta di una finta donna d’affari russa che diceva di essere figlia di un potente oligarca per sostenere il partito.

Tra i finanziatori del mondo pro-life in Russia ci sono oligarchi che troviamo nell’entourage di Putin riconducibili al sistema della “lavatrice”.

Il nome più importante è quello di Vladimir Yakunin, ex membro del Kgb, ex presidente delle ferrovie russe, cofondatore del Dialogue of Civilization (Doc) di Ruben Vardanyan è finanziatore e membro del Comitato di sorveglianza. Sua moglie Natalia Yakunina è uno dei trustee dell’organizzazione internazionale. Yakunin oggi è sotto sanzioni in Europa e Stati Uniti per il suo ruolo di finanziatore dei separatisti filorussi in Ucraina. È ritenuto molto vicino al presidente Putin.

Nel 2014 il Wcf doveva svolgersi a Mosca, ma sono sopraggiunte le sanzioni per la Crimea a rendere impossibile sia finanziare che partecipare all’iniziativa per i cittadini statunitensi. L’evento si è svolto ugualmente proprio grazie al patrocinio di alcuni personaggi di spicco come Yakunin e Konstantin Malofeev, all’epoca ritenuto astro nascente degli oligarchi vicini alla Chiesa ortodossa di Mosca.

Intorno al mondo pro-vita ci sono organizzazioni che più stabilmente cercano di influenzare la politica e non solo con il denaro. Non sono sigle molto note, eppure innervano le principali battaglie pro-life che si consumano nei Parlamenti di tutto il mondo

Filantropo e imprenditore, Malofeev dal 2014 non può più entrare in area Schengen in quanto finanziatore dei filo separatisti russi in Crimea. È proprietario di una “televisione patriottica”, Tsargad TV, di cui Aleksandr Dugin è commentatore di punta. Tra le amicizie di Malofeev ci sono Matteo Salvini e soprattutto Gianluca Savoini, ex portavoce del leader della Lega, strettissimo collaboratore che ha permesso di allacciare rapporti con il mondo degli uomini d’affari vicini a Putin.

Con l’Associazione culturale Lombardia-Russia e quelle simili disseminate tra il Nord e il Centro Italia, Savoini ha costituito un gruppo d’interesse composto da imprenditori contro le sanzioni alla Russia e desiderosi di fare affari con Mosca. Al momento, Savoini è indagato dalla procura di Milano per corruzione internazionale per l’affaire Metropol: il 18 ottobre 2018 ha contrattato quella che per gli investigatori appare un finanziamento illecito alla Lega da 65 milioni di euro, nascoste in una finta compravendita di petrolio, a cui avrebbero dovuto partecipare Eni e l’azienda russa Rosneft.

L’affaire Metropol

Il 18 ottobre 2018 all’hotel Metropol di Mosca si svolge una strana trattativa. Da un lato del tavolo, ci sono tre italiani: il leghista Gianluca Savoini, l’avvocato Gianluca Meranda e il suo collaboratore Francesco Vannucci. Dall’altro, tre russi: Andrey Yuryevich Kharchenko e Ilya Andreevich (nessuna relazione con Vladimir), più un terzo uomo, ancora sconosciuto.

Meranda, conclamato passato tra le file della massoneria, rappresenta una banca d’affari inglese, Euro-lb, che poi lo scaricherà. Yakunin è un collaboratore di Vladimir Nicolaevich Pligin, sotto sanzioni a seguito dell’invasione della Crimea: all’epoca era presidente della Duma, il parlamento russo. Ex deputato dal 2003 al 2016, Pligin attualmente ricopre la carica di consigliere del presidente della Duma Viaceslav Volodin e di vice presidente della Commissione per gli affari internazionali nel Consiglio generale del partito di Vladimir Putin, Russia Unita. Kharchenko, invece, è un membro del partito di Aleksandr Dugin.

Secondo l’ipotesi su cui sta indagando la procura di Milano, la trattativa per una presunta partita di petrolio sarebbe stata intavolata allo scopo di far pervenire alla Lega una stecca da 5,5 milioni di dollari, tramite Gianluca Savoini. I nomi dei protagonisti della trattativa emergono dalla registrazione dell’incontro, resa disponibile online dal sito di BuzzFeed, della quale i giornalisti Giovanni Tizian e Stefano Vergine hanno dato conto in una serie di articoli pubblicati da l’Espresso e in un volume dal titolo Il libro nero della Lega. Proprio Stefano Vergine, su richiesta della procura, ha consegnato agli inquirenti il file audio.

Intorno al mondo pro-vita ci sono organizzazioni che più stabilmente cercano di influenzare la politica e non solo con il denaro. Non sono sigle molto note, eppure innervano le principali battaglie pro-life che si consumano nei Parlamenti di tutto il mondo. Scelgono temi, strategie, parole d’ordine.

La Political network of values (Pnv), piattaforma di politici e attivisti che si incontra una volta all’anno per promuovere dibattiti e proposte di legge comuni pro-life. One of Us, altra organizzazione-ombrello in cui si riconoscono tutte le sigle che partecipano alle marce per la vita di tutto il mondo, che si propone come soggetto in grado di produrre proposte di legge, petizioni, campagne da oltre di milioni di sostenitori in tutta Europa. Una in 28 Paesi dell’Unione europea «per la tutela dell’embrione» ha prodotto 1,6 milioni di firme , di cui un terzo raccolte in Italia.

Sul fronte dei contenziosi giudiziari, il movimento conta sull’American center for law and justice (Aclj) e sul suo centro europeo, lo European centre for law and justice (Eclj): le due organizzazioni sfidano Stati membri di Usa e Unione europea alla Corte federale oppure alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

In Italia Gregor Puppinck, avvocato che guida il centro europeo, è colui che ha condotto la battaglia per reintrodurre il crocifisso nelle classi nel 2010 e 2011. Nel nel 2012 è stato scelto da Luca Volonté, allora eurodeputato, per realizzare uno studio sui «prigionieri politici». Quel documento ha permesso la bocciatura in seno al Consiglio d’Europa del rapporto Strasser, documento che avrebbe dovuto indagare sulla detenzione arbitraria degli oppositori politici in Azerbaijan. Questa vicenda ha innescato il caso giudiziario in cui è coinvolto l’allora eurodeputato italiano.

Volontè, che per la Pnv è un consulente storico, è oggi a processo per corruzione internazionale a Milano. In primo grado è stato assolto dall’accusa di riciclaggio ma secondo la procura, la sua fondazione Novae Terrae avrebbe incassato 2 milioni e 390 mila euro da quattro società riconducibili alla famiglia Aliyev, dittatori azeri che avevano tutto l’interesse alla bocciatura (così come poi effettivamente avvenne) del rapporto per evitare sanzioni di tipo economico da parte dell’Ue. Denari che hanno portato Volontè al centro dello scandalo Laundromat.

Presidente e fondatore di entrambi i centri è Jay Alan Sekulow: un nome di primo piano nella destra conservatrice cristiana d’America. Dal 2017 fa parte del team di avvocati del presidente americano Donald Trump, a parcella per gestire il caso Russiagate.

La matrioska

Alexey Komov è ambasciatore all’Onu del Congresso mondiale delle famiglie e al contempo presidente onorario dell’associazione Lombardia-Russia, di cui fanno parte politici della Lega molto vicini a Matteo Salvini, come Gianluca Savoini.

Cerimoniere onnipresente nelle occasioni diplomatiche dell’internazionale identitaria, dal 2013 è presenza fissa anche alle convention della Lega, partito che ha sempre dichiaratamente espresso le sue simpatie per la Russia. È una sorta di assistente di Konstantin Malofeev, oligarca ormai un po’ in disgrazia che sostiene le tesi di Alexander Dugin. Komov è il trait d’union tra universo pro-life e politica, sia in Russia, sia negli Stati Uniti, sia in Italia.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

Illustrazioni

Editing

Giulio Rubino

Il Russiagate e le sue propaggini – Il fronte politico

#OperazioneMatrioska

Il Russiagate e le sue propaggini – Il fronte politico

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

«Il governo russo ha interferito nelle elezioni presidenziali americane del 2016 in modo radicale e sistematico. Prove delle operazioni del governo russo sono emerse a partire da metà 2016. A giugno, il Comitato nazionale democratico e il suo team di contrattacco informatico hanno annunciato che gli hacker russi avevano compromesso la loro rete di computer. Lo stesso mese sono cominciati a circolare online i materiali hackerati – materiali che presto i fonti aperte hanno attribuito al governo russo. A luglio l’organizzazione WikiLeaks ha fatto uscire altri materiali hackerati, con ulteriori uscite in ottobre e novembre».

Ad aprile 2019 il procuratore speciale degli Stati Uniti Robert Mueller ha reso pubblico il suo report sull’interferenza russa alle elezioni americane del 2016. Sono 448 pagine piene di omissis.

Il rapporto è diviso in due volumi: il primo riguarda l’accusa di cospirazione tra agenti russi e coordinamento della campagna elettorale di Donald Trump per favorire l’elezione di quest’ultimo alla Casa Bianca; il secondo riguarda l’accusa rivolta sempre all’entourage del presidente americano di aver ostacolato l’andamento delle indagini.

I risultati dell’indagine sono ambivalenti.

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Condanne e patteggiamenti del Russiagate

Sul piano dell’«associazione a delinquere» per dirottare il voto viene stabilito che l’interferenza c’è stata, così come ci sono stati oltre 100 contatti tra lo staff di Trump e agenti russi. Quello che però manca è la prova che renda tangibile l’esistenza di una regia e di uno scopo preciso, ossia fare in modo che Donald Trump fosse eletto. Il fatto c’è, ma per costituire davvero reato ha bisogno di un mandante.

Come in tutta l’operazione Matrioska, un mastermind vero esiste solo nelle teorie cospirazioniste, non nei dati di fatto. In termini di «ostruzione alla giustizia», che poi in pratica è falsa testimonianza, l’indagine ha prodotto patteggiamenti e condanne di diversi uomini dello staff di Donald Trump.

Il procuratore speciale Robert Mueller ha chiuso l’indagine il 24 luglio 2019, data in cui si è presentato di fronte al Congresso per rendere conto dei risultati ottenuti e della decisione di non indagare il presidente Donald Trump.

Il giorno dopo, il 25 luglio 2019, il presidente degli Stati Uniti ha alzato il telefono per chiamare il presidente appena eletto in Ucraina: Volodymyr Zelensky. Oltre a congratularsi per il risultato ottenuto, Donald Trump ha accennato a una vicenda che riguarda l’azienda ucraina del figlio di Joe Biden, Hunter. Biden già all’epoca appariva, insieme a Bernie Sanders, il principale sfidante democratico per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. L’azienda in questione, Burisma Holdings, è stata hackerata dai russi secondo Area1, una società di cybersecurity americana.

I troll e le campagne di disinformazione

«Nel gergo della Rete, chi interviene all’interno di una comunità virtuale in modo provocatorio, offensivo o insensato, al solo scopo di disturbare le normali interazioni tra gli utenti», definisce i troll l’Enciclopedia Treccani. Sono la versione contemporanea degli “agenti provocatori” che si infiltravano nelle comunità dei militanti di destra e di sinistra durante gli anni di piombo. Oggi le piazze sono quelle virtuali dei social network.

Nei media internazionali, si è parlato in particolare di una di queste “fabbriche di troll”, la Internet research agency (Ira) di San Pietroburgo.

L’organizzazione ha cominciato come organo di propaganda filo-russo durante i primi mesi della guerra in Ucraina, poi è stata coinvolta nella campagna di discredito dei democratici e di Hillary Clinton durante la campagna elettorale americana del 2016 ed è finita nell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il primo finanziatore di Ira è stato Yevgeny Prigozhin, uomo d’affari soprannominato “lo chef del Cremlino”. Il think tank di orientamento democratico New America lo ha definito «il burattinaio» del Wagner Group, esercito di mercenari ritenuto molto vicino a Putin. Ne è stato il fondatore.

«Si parla un sacco del figlio di Biden – ha detto Trump – di come Biden abbia fermato l’indagine (su di lui, ndr) e a molte persone piacerebbe sapere quello che potresti fare con il nuovo procuratore generale, sarebbe grandioso».

«Visto che abbiamo vinto con la maggioranza assoluta in Parlamento – è stata la risposta di Zelensky – il prossimo procuratore generale sarà 100% un mio uomo, un mio mio candidato, che sarà validato dal Parlamento e comincerà a lavorare».

Cohen è inoltre al centro di un misterioso piano di pace segreto tra Ucraina e Russia allo scopo di legittimare una cessione «temporanea»della Crimea alla Russia proprio per eliminare le sanzioni statunitensi.

Di questo piano non si sa più nulla ma dimostra l’interesse degli uomini più vicini a Trump per eliminare le sanzioni alla Russia e ai suoi oligarchi

Questa telefonata è stata l’innesco che è deflagrato, a dicembre 2019, nell’impeachment di Donald Trump, accusato di abuso di potere e ostruzione alla giustizia. In febbraio, il Senato ha poi scagionato il presidente da ogni accusa.

L’Ucraina è elemento ricorrente sia dell’impeachment, sia dell’inchiesta sull’influenza russa nelle elezioni, due procedimenti indipendenti che tuttavia s’intersecano più volte.

Le sanzioni alla Russia cominciano dall’invasione del territorio ucraino della Crimea, la rete dei fedelissimi di Putin si costruisce sul finanziamento dei separatisti filorussi in Donbass e parte dei prestanome coinvolti nelle lavanderie scoperte da Occrp, in particolare in quella russa (che ha mosso tra il 2010 e il 2014 oltre 20 miliardi di dollari) sono cittadini ucraini.

Anche i collaboratori che Trump si è scelto nel recente passato hanno vicende personali che li legano all’Ucraina.

Rudolph Giuliani, attuale avvocato di Trump ed ex sindaco di New York, è stato spedito per conto del presidente a Kiev nell’estate del 2019 per incontrare un suo ex cliente, Vitali Klitschko, attuale primo cittadino della capitale ucraina. Ex pugile, Klitschko rischiava di essere costretto alle dimissioni dal neoeletto presidente Zelensky per aver gravato le casse pubbliche con 2 miliardi di dollari di spese, una cifra insostenibile. Alla fine Klitschko ha mantenuto il posto e in cambio, questa la ricostruzione del New York Times, avrebbe perorato la causa di un’indagine contro di Biden in Ucraina e avrebbe rivolto a Zelensky un invito ufficiale per una visita alla Casa Bianca.

Riporta Rolling Stone, smentito poi dall’interessato, che Micheal Cohen, l’ex avvocato e tuttofare di Trump, divenuto tra i grandi accusatori del presidente nel Russiagate, per il quale Cohen ha patteggiato, ha conosciuto il suo futuro datore di lavoro attraverso il genero, Fima Shusterman, nel 1993 condannato per riciclaggio, ucraino di nascita, arrivato negli Stati Uniti nel 1975 e in seguito naturalizzato americano.

Ucraino è stato anche il primo socio di Cohen in un’azienda di taxi. Rolling Stone arriva a sostenere che l’assunzione dell’ex avvocato del presidente americano nella Trump Organization nel 2006 entrerebbe proprio in uno scambio di favori tra Trump e Shusterman. In più, secondo Glenn Simpson, ex giornalista e investigatore privato che è stato chiamato a testimoniare davanti al Congresso nell’ambito del Russiagate a luglio e novembre 2017, Cohen «ha molti legami con l’ex Unione Sovietica e in passato è parso fosse socio di uomini della criminalità organizzata russa a New York e in Florida».

Cohen, insieme a un politico ucraino, Andrii Artemenko, è inoltre al centro di un misterioso piano di pace segreto tra Ucraina e Russia allo scopo di legittimare una cessione «temporanea» (per 50 o 100 anni) della Crimea alla Russia proprio per eliminare le sanzioni statunitensi.

Di questo piano non si sa più nulla, ma dimostra l’interesse degli uomini più vicini a Trump per eliminare le sanzioni alla Russia e ai suoi oligarchi.

Uno che avrebbe giocato un ruolo importante prima nel finanziare la campagna di annessione della Crimea e poi nel costruire buone relazioni tra Mosca e l’attuale inquilino della Casa Bianca risponde al nome di Viktor Vekselberg. Secondo il New York Times, è stato sentito dal procuratore speciale Mueller nel 2018, in quanto persona informata sulle presunte interferenze di Mosca durante la campagna elettorale americana del 2016.

Vekselberg è un uomo d’affari con interessi in vari settori, di cui il principale è l’energia rinnovabile. Renova Group è il suo principale gruppo industriale con interessi, riporta il sito, che variano dal settore metallurgico a quello petrolifero, dall’energia pulita alla telecomunicazioni e la chimica. Dal 2007, riporta sempre il sito di Renova, il fatturato del Gruppo è cresciuto di 17,5 miliardi di dollari. Vekselberg è inoltre tra gli oligarchi che hanno sfruttato appieno il meccanismo del Laundromat. Solo tra il 2007 e il 2009 ha alimentato la lavatrice mettendo in circolo almeno 5,5 milioni di euro versati da banche e società finanziarie all’epoca riconducibili al suo impero finanziario.

A questo si aggiunge la sua attività benefica. La Renova Foundation, fondazione legata al gruppo industriale, tra il 2008 e il 2018 ha realizzato «investimenti sociali» negli Stati Uniti per 34,5 milioni di dollari . Beneficiari sono stati anche i Clinton attraverso la loro Clinton Foundation, che ha ricevuto tra i 50 e i 100mila dollari, non è chiaro in quale periodo .

Al di là della beneficenza, ci sono altre transazioni verso gli States che riguardano la galassia imprenditoriale di Vekselberg. Nel 2017, in sette mesi, il suo fondo newyorkese Columbus Nova ha versato oltre 500 mila dollari allo studio legale di Cohen. In una nota i legali del fondo hanno spiegato che si trattava di una “consulenza”.

L’oligarca ha incontrato il 9 gennaio 2017 lo stesso avvocato americano al 26esimo piano della Trump Tower, il vero quartier generale del presidente, a New York. Argomento dell’incontro: le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Il tutto è documentato da un video che ritrae anche una terza persona, Andrew Intrater, formale proprietario di Columbus Nova e cugino dello stesso Vekselberg. È stato lui il biglietto d’ingresso alla cena d’insediamento di Trump, a Washington: Intrater ha contribuito alla campagna elettorale del presidente americano con 250 mila dollari. I beni di Vekselberg negli Usa, circa 250 milioni, sono stati congelati dal Tesoro americano dopo il suo inserimento nella lista dei tycoon russi sotto sanzione.

La Matrioska

Cittadino russo con passaporto ucraino e cipriota, undicesimo uomo più ricco di Russia, con un patrimonio stimato da Forbes in 9,4 miliardi di dollari, Vekselberg è un uomo influente in particolare in due settori: quello bancario/finanziario e quello dell’energia. In quest’ultimo, dispone di una una fitta rete di relazioni anche in Italia.

L’anno chiave per i suoi rapporti con il Belpaese è il 2007, quando tramite la sua controllata Avelar Energy investe 1 miliardo in cinque anni nel settore del fotovoltaico. I suoi appoggi sono bipartisan: da una parte Roberto De Santis, vecchio amico di Massimo D’Alema (è lui che gli vende la barca a vela Icarus), che gli fa da consulente per la realizzazione di parchi fotovoltaici tra Puglia e Basilicata. Dall’Altra Massimo De Caro, orvietano di origini baresi, prima militante di estrema sinistra, poi consulente di Giancarlo Galan al ministero dell’agricoltura e ai beni Culturali.

In solidi rapporti con Marcello Dell’Utri, De Caro è stato condannato per il furto di migliaia di libri di pregio alla biblioteca dei Girolamini di Napoli avvenuto nell’aprile del 2012.

L’esperienza nel settore delle rinnovabili in Italia parte nel 2010, per sviluppare le sue attività nel campo dell’energia solare. Avelar è una società svizzera controllata da Renova. Ed è proprio passando da Avelar che si incrocia l’uomo di Vekselberg in Italia.

Si tratta di Igor Akhmerov che con la controllata di Vekselberg fonda la lussemburghese Aveleos creata ad hoc per costruire e vendere parchi fotovoltaici in Italia. La società di Akhmerov, controllava direttamente e indirettamente 16 società italiane proprietarie di impianti situati principalmente in Puglia e Basilicata. Secondo i magistrati milanesi Luca Poniz e Maurizio Ascione però tali società hanno indebitamente beneficiato, tra fine 2010 e aprile 2013, di ingenti contributi in conto energia erogati dal Gse, un’accusa che è costata ad Akhmerov e ad altri quattro imputati condanne tra un anno e mezzo e quattro anni e mezzo di carcere in primo grado e una confisca di quasi 30 milioni di euro a carico dei condannati stessi.

Per la Procura queste società avrebbero utilizzato pannelli solari prodotti in Cina ma presentati al Gse, falsificandone la documentazione e i marchi, come se fossero stati costruiti in Italia da Helios Technology, azienda veneta del gruppo. La stessa Helios che porta a vicende più recenti che hanno coinvolto personaggi della Lega Nord, cioè le indagini sul «re dell’eolico» e prestanome di Matteo Messina Denaro, Vito Nicastri e l’ex consulente per l’energia di Matteo Salvini, Paolo Arata.

La Helios che compare nell’inchiesta su Avelar è la stessa che viene sfiorata in uno dei sequestri che hanno toccato Nicastri nel 2013. Vekselberg in questi anni non ha smesso di frequentare l’Italia: lo scorso settembre il magnate ha puntato la Sardegna spostandosi con un jet a lui riconducibile in quel di Arzachena. Una destinazione comune tra gli amici di Vladimir Putin.

Tra i più noti, Arkadij Rotenberg, con il quale il presidente russo era solito allenarsi a judo, a cui proprio nella località sarda fu sequestrata una villa dalla Guardia di Finanza, dopo le sanzioni degli Stati Uniti alla Russia nel 2014. I militari congelarono beni e società di Rotenberg tra cui due società cipriote. Una di queste aveva in pancia l’hotel Berg Luxury di Roma, nel frattempo passato di mano, forse per aggirare le sanzioni, a un cittadino italiano di origine russe e residente a Lugano, ritenuto vicino a Rotenberg.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi
Giulio Rubino

Illustrazioni

Sofia Chiarini/DataTalk
Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

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