Dalla Barbagia alla provincia lombarda, le fughe di “Gratzianeddu” Mesina

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Dalla Barbagia alla provincia lombarda, le fughe di “Gratzianeddu” Mesina

Andrea Ballone

Un campanello che suona nella notte. Pierina Gusella, portiera del condominio 59 di via D’Avalos a Vigevano, sessantamila abitanti in provincia di Pavia, guarda dalla finestra e vede delle facce poco raccomandabili. «Non gli avrei mai aperto». Confesserà poi ai giornalisti. Poco male. Quelli sfondano la porta e cominciano a salire le scale. Si sente uno scalpiccio e qualche rumore. Un’altra porta sfondata. Poi il silenzio.

Nell’appartamentino poco distante da Piazza Ducale, la principale attrazione della cittadina lombarda, c’è un uomo in mutande con la sua fidanzata. Almeno così racconteranno poi. Ha 43 anni ed è il più importante ricercato d’Italia. Si chiama Graziano Mesina e per tutti è la primula rossa del Supramonte, alle spalle ha diversi anni di carcere e molti altri ne farà.

Il “Robin Hood” di Orgosolo

A Orgosolo in Barbagia è una specie di eroe. L’ultimo dei balentes, che in Sardegna sono gli uomini valorosi. Specializzato in rapimenti ed evasioni dalle carceri, alcune rocambolesche, è conosciuto in tutta Italia e ha fan insospettabili, come il giornalista Indro Montanelli. Un bandito sì, ma con un codice d’onore. Per molti sardi della Barbagia, la regione più povera dell’isola, è un mito. «Mesina ruba ai ricchi, quelli che depredano da anni la Sardegna». «Mesina non tocca le donne e i bambini». E poi a dispetto dell’altezza (non esagerata) e di qualche chilo in più Mesina piace. Soprattutto alle donne. Gli scrivono lettere in carcere. Come Valeria Fusè, giornalista pubblicista, timida e di buona famiglia, figlia di un commerciante di Milano. Valeria ha seguito “Grazianeddu” nella fuga dal carcere di Porto Azzurro avvenuta sei giorni prima.

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Intanto i carabinieri lo portano in caserma. La voce corre tra i giornalisti locali. I fotografi vengono buttati giù dal letto. È la notte tra il 18 e il 19 aprile 1985 e lungo le rive del Ticino, tra le risaie, c’è ancora un po’ di umidità. Meglio portarsi un maglione. Qualcuno impreca. I giornali sono chiusi e il giorno dopo c’è sciopero. I giornalisti de l’Informatore, il settimanale locale, scriveranno in fretta nella notte e andranno a recuperare i giornali in tipografia con le loro auto per portarli direttamente in distribuzione. I carabinieri portano Mesina davanti ai flash dei fotografi.

Una curiosa storia che è girata tra i cronisti locali per anni dice che il bandito non si è rifiutato di parlare, ma l’avrebbe fatto solo in sardo stretto. Bisogna aspettare il collega della Nuova Sardegna che arrivi a tradurre.

Verità e leggenda come sempre nella storia del bandito sardo si mescolano. La domanda che tutti si fanno però è un’altra: «Come ci è finito Mesina a Vigevano?». Il processo, che si svolge nemmeno dieci giorni dopo, chiarisce gli aspetti ancora oscuri della vicenda, ma apre altri dubbi. Mesina non è rientrato da un permesso premio. Doveva recarsi dalla madre che si trovava a casa del fratello a Crescentino, centro in provincia di Vercelli a una cinquantina di chilometri da Vigevano. Ma lì non ci è mai arrivato. A dirla tutta non c’era nemmeno la madre. Una terribile disattenzione che fa infuriare gli uomini dell’Arma che senza mezzi termini accusano di poca attenzione la direzione del carcere. È come se fosse scomparso nel nulla.

I legami con la mala milanese

Tutta Italia lo cerca, la stessa madre lancia un appello, quasi lo minaccia: «Torna a casa». Si parla di una fuga d’amore, ma qualcuno teme che in realtà Mesina abbia paura per la sua incolumità in carcere. È legato a Francis Turatello, che solo quattro anni prima è stato ucciso barbaramente da Pasquale Barra, esponente di spicco della camorra cutoliana. Lui agli inquirenti racconta di essere stato accolto da Antonio Papalia, piccolo truffatore di Vigevano con qualche precedente penale, e dalla fidanzata Valeria Fusè, proprietari dell’appartamento in cui è stato trovato.

Papalia conferma: «L’ho raccolto mentre faceva l’autostop». Spavaldo come sempre Mesina spiega anche il perchè della sua fuga. «Sarei rientrato – dice – la mia è una formula di protesta». Ma contro chi protesta? Contro il sistema carcerario? Contro il trattamento che riceve? Assolutamente no. Mesina lo dice a chiare lettere: protesta contro Angelo Epaminonda detto “il Tebano”, il re delle bische milanesi, l’amico nemico del boss Francis Turatello, e soprattutto il primo pentito di mafia del Nord. Perchè da qualche mese Epaminonda ha iniziato a “cantare”. A convincerlo è stato un magistrato, Francesco Di Maggio, che è riuscito a entrare nella psicologia dell’efferrato criminale. L’ha convinto a parlare e a pentirsi.

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Epaminonda è un fiume in piena. Fa nomi e racconta due decenni di criminalità a Milano.Tra i vari episodi ne spunta uno che coinvolge anche Mesina. Quando il bandito sardo era in carcere aveva stretto amicizia con Francis Turatello, che gli avrebbe promesso protezione quando ne avesse avuto bisogno. Ad esempio durante la latitanza dopo un’evasione. E così è stato. Nel 1976 Mesina evade dal carcere di Lecce e arriva a Milano dall’amico Turatello. Come prima cosa questi dice ai suoi di dotarlo di un parrucchino per renderlo irriconoscibile. Poi ordina di sfamare, vestire e soprattutto far divertire l’amico nella Milano degli anni ’70 che è ai piedi del boss che gestisce le bische.

Mesina parteciperà anche con la banda Turatello a un blitz in una bisca di un clan avversario. Più che una rapina è un atto dimostrativo. I banditi entrano con i mitra spianati, tengono sotto tiro industriali e cumenda della Milano non ancora da bere, e davanti a loro bevono Champagne. «Vedete cosa succede a venire a giocare in queste bische? Ce ne sono altre di più sicure», chiosa Turatello. Cioè le sue. Poi apre i cassetti e riempie le tasche di milioni. Le sue, degli amici e del bandito sardo. Che però prima di rimontare in macchina si ferma da un parcheggiatore per dargli un po’ di bigliettoni: «Alla fine sei anche tu uno che lavora». Le macchine sgommano via nella notte e del blitz non si parlerà più. Rimarrà sepolto nella memoria dei banditi, come quegli anni di piombo, cocaina e soldi facili. Solo il Tebano in pieno flusso di coscienza ricorderà l’episodio chiamando in correità Mesina. Che però non ci sta. Lui non c’era, il Tebano nemmeno lo conosce.

Nella città del Maestro di Vigevano

Così il bandito sardo che ha girato le carceri di tutta Italia, sempre cercando di non mescolarsi con nessuno, tenendo un basso profilo e scegliendo spesso la solitudine, si trova immischiato in una faccenda di cui non vuole saperne. Quindi scappa e finisce a Vigevano, città con la quale non risultano contatti in precedenza. A metà anni ’80 Vigevano non è più la capitale della scarpa, ma comunque un’operosa città del Nord, che da qualche anno ha scoperto la mafia. A inizio anni ’70 il clan Guzzardi con Luciano Leggio ha compiuto uno dei primi sequestri di mafia e da un paio d’anni in città si registrano omicidi riconducibili alla criminalità organizzata.

Secondo il vice questore Giorgio Pedone sul territorio operano alcuni clan di calabresi, che si sono affermati grazie all’usura e al riciclaggio di denaro, soprattutto in attività riconducibili alla ristorazione.

Vigevano negli anni del boom ha visto una massiccia immigrazione dal sud Italia. Lo scrittore cittadino Lucio Mastronardi dopo il fortunato Maestro di Vigevano (da cui è ispirato l’omonimo film con Alberto Sordi) ha scritto anche Il meridionale di Vigevano. Uno di loro è proprio Antonino Papalia. Al processo dirà poche parole: «Li ho raccolti mentre facevano l’autostop, non sapevo chi fossero». Eppure in casa dell’ospite di Mesina ci trovano 1.700.000 lire e diversi viveri. Ma chi è Antonio Papalia?

Ragioniere in pensione ha alle spalle piccoli precedenti per truffa. Piccolino, con i baffetti un po’ retrò e molto cortese. Nei giorni successivi al blitz dei carabinieri suonerà tutti i campanelli dei vicini chiedendo scusa per il «trambusto», come se avesse effettuato un trasloco invece di coprire un latitante. Ma Papalia non è la persona comune che vuol fare credere di essere.

Arrivato in Oltrepo negli anni ’50 Antonino Papalia si era trasferito a Vigevano solo in un secondo tempo a casa del fratello Arcangelo, medico all’ospedale di Mortara, piccolo centro di quindicimila abitanti in provincia di Pavia e assessore socialista al comune di Vigevano, proprio in via D’Avalos, dove verrà ritrovato il latitante. Il fratello invece è piuttosto chiacchierato. Assessore socialista a Vigevano a metà degli anni ’70 è stato coinvolto nello scandalo delle “Licenze d’oro”, nel quale alcuni consiglieri comunali chiedevano tangenti per dare licenze ai commercianti. Non si capisce come Mesina però sia entrato in contatto con Antonino Papalia. Anche perché il bandito è quanto di più lontano ci sia dal piccolo truffatore vigevanese.

Le tante evasioni di “Grazianeddu”

La vicenda di Mesina inizia nel 1956 quando riceve la prima denuncia per porto d’armi abusivo. È poco più che un ragazzo e per la prima volta ha a che fare con la giustizia. La prima di una lunga serie di evasioni è del 1960. Scappa dalla caserma dei carabinieri di Orgosolo, il paese dove è nato, nella quale è detenuto per aver sparato in un luogo pubblico. È un ragazzo difficile che cresce in una regione povera e con mille contraddizioni come la Barbagia. Ma non è ancora un bandito. Il salto lo farà un anno dopo. Graziano è ancora in carcere e i suoi fratelli vengono ingiustamente accusati di aver rapito e ucciso Pietrino Crasta. Una lettera anonima fa ritrovare il cadavere dell’uomo in un loro possedimento. I fratelli verranno prosciolti ma i problemi non sono finiti. Grazianeddu viene accusato di aver sparato a Salvatore Mereu, zio di uno degli accusatori. Viene condannato a 16 anni di carcere.

Dopo tre evade rimanendo per tre giorni in una conduttura dell’acqua. È l’inizio del mito della Primula Rossa. Che si dà alla latitanza. Ma per poco. Gli uccidono il fratello e lui ricompare il 13 novembre 1962 in un bar dove fa fuoco uccidendo Andrea Muscau, considerato il responsabile dell’uccisione di suo fratello. Sarà l’unico omicidio riconosciuto. Mesina questa volta viene condannato a 24 anni di carcere, dal quale evaderà nel 1966 con il compagno Miguel Atienza, con il quale darà vita alla stagione dei sequestri in Sardegna.

L’Italia sta cambiando. L’isola comincia a diventare una meta turistica nella quale affluiscono persone facoltose. Alcuni si trasferiscono e i rapimenti diventano un modo per applicare una sommaria giustizia sociale. Niente di particolarmente ideologico. Anche se Giangiacomo Feltrinelli, il miliardario rosso, cercherà di entrare in contatto con Grazianeddu per farne una specie di Che Guevara isolano. È forse in questa occasione che Mesina per la prima volta entra in contatto con i servizi segreti italiani.

Di sicuro c’è che non avrà il tempo di diventare un guerrigliero di un esercito rivoluzionario perché nel 1968 verrà catturato in un normale controllo a Orgosolo. Finirà in carcere per un lungo periodo accompagnato da una certa aura di eroismo. Solo nel 1977 riuscirà a evadere per l’ultima volta, prima di essere catturato di nuovo. Nel 1985 Mesina è quindi in pieno percorso di recupero. Ha ormai più di 50 anni. Con gli altri detenuti solidarizza poco. Le sue imprese riguardano il passato. E lui sembra ormai fuori da tutto. Non c’è nemmeno più Turatello a proteggerlo, visto che nel 1981 ha perso la vita in carcere ucciso da Pasquale Barra detto “o’animale” in uno degli omicidi più efferati che si ricordino in Italia. «Perché quindi fuggire?», si chiedono in molti.

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Per i giornali è una fuga d’amore. Gli estremi della favola ci sono tutti. Lui il bandito bello e dannato, lei la giovane timida di buona famiglia che nel tribunale di Vigevano durante il processo rimane in disparte. I giornali non sono teneri con lui. Non risparmiano nelle loro cronache il particolare secondo il quale sarebbe stato sorpreso in mutande. Ma nell’aria a distanza di anni aleggiano due dubbi. «Come è arrivato Mesina a Vigevano?» e «Come ci sono arrivati i carabinieri».

I giornali parlano di una lunga rete investigativa seguendo Papalia, che sarebbe stato notato in alcuni ristoranti della Brianza, mentre pranzava con alcuni rapinatori. Gli uomini dell’Arma avrebbero capito che Papalia stava proteggendo qualcuno, anche perchè tenendolo sotto osservazione si sono accorti di come la sua spesa fosse per più di una persona. Non pensavano dunque di trovare Mesina a casa sua, ma comunque un latitante.

La versione di Papalia ai giornalisti sembra troppo macchinosa e poco verosimile. In tribunale sarà uno dei carabinieri di Monza a fare chiarezza: «Abbiamo ricevuto una soffiata e siamo andati a colpo sicuro». Il processo dura una sola udienza, al tribunale di Vigevano non c’è tanta voglia di approfondire come il bandito sia arrivato in città. Mesina sarà condannato a sette mesi e la fidanzata Valeria Fusè assolta perchè il fatto non sussiste. Un anno e sei mesi sarà la pena comminata ad Antonino Papalia, in assoluto la più pesante. Il processo non scioglie tutti i dubbi sul come Mesina sia arrivato a Vigevano. Si ipotizzò che l’ospitalità a “Grazianeddu” non l’avesse data il solo Papalia, ma addirittura che attorno a Vigevano ci fosse una rete di protezione dei latitanti, che giustificherebbe anche la presenza di un milione e 700 mila lire nell’appartamento.

In un’informativa dell’Interpol si fa il nome di Giovanni Cotroneo, boss vigevanese dall’ndrangheta, legato alle famiglie Buda, Imerti e Condello, come possibile “gancio” per far arrivare latitanti in zona. Il suo nome in questa storia ricorrerà ancora. Mesina dell’episodio non parlerà più, nemmeno quando anni dopo un giornalista gli chiederà se davvero sia stato sorpreso in mutande, e nemmeno ritornerà sulla questione Epaminonda. Valeria Fusè, presto si ritirerà a vita privata e non penserà più al matrimonio sognato con il bandito in fuga.

E Antonino Papalia? Che fine ha fatto l’omino cortese con i baffi? Abbandonerà la città di Vigevano e si ritirerà nella sua villa in Oltrepo a Mornico Losana con la moglie e i figli. Ma durerà poco. Al citofono dell’abitazione dirà alla moglie e ai figli una frase sibillina: «Vi saluto tutti». Prenderà un fucile, andrà in una dependance della villa, e praticamente davanti ai famigliari, che lo stavano raggiungendo, si spara.

Grazianeddu invece il 18 ottobre 1992 ottiene la libertà condizionale e dopo 29 anni di carcere si stabilisce a San Marzanotto, una frazione di Asti. Rimane pochi anni lontano dai riflettori, perché durante uno dei suoi permessi il bandito interviene durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, nel tentativo di trattare la liberazione del bambino rapito dall’Anonima Sequestri, non senza uno strascico di polemiche. Nel 1993 a causa di un ritrovamento di armi in un casale ad Asti, Mesina deve ritornare in carcere per scontare l’ergastolo. Nel 2001 richiederà la scarcerazione, che gli verrà rifiutata. Fino alla concessione della grazia nel 2004.

La vita del bandito della Barbagia però non scorre tranquilla a lungo, nonostante trovi lavoro come guida turistica. Nel 2013 viene di nuovo arrestato, perché sospettato di progettare un sequestro, reato per il quale verrà condannato a trent’anni e si vedrà revocata la grazia. Nel 2019 verrà scarcerato per decorrenza dei termini, ma nel 2020 la Cassazione rigetta il ricorso legale. Il 2 luglio 2020 i carabinieri si recano a casa sua per arrestarlo per l’ultima volta. Ma non trovano nessuno. A 78 anni la Primula Rossa della Barbagia è di nuovo latitante, scomparso nel nulla, forse inghiottito da quei monti che per anni hanno protetto la sua libertà. Oggi è inserito nella lista dei latitanti dalla massima pericolosità.

Aggiornamento del 18 dicembre 2021: nella notte a cavallo tra il 17 e il 18 dicembre 2021 Graziano Mesina è stato arrestato in un’operazione dei militari del Ros in collaborazione con quelli del Gis, del Comando provinciale di Nuoro e dello Squadrone eliportato carabinieri cacciatori Sardegna.

Deve scontare una condanna a 24 anni di reclusione che gli era stata notificata dalla Procura generale della Corte d’appello di Cagliari.

CREDITI

Autori

Andrea Ballone

Editing

Luca Rinaldi

Illustrazioni

A tutto gas. La Sardegna (e l’Europa) a un bivio

#GreenWashing

A tutto gas. La Sardegna (e l’Europa) a un bivio

Sara Farolfi

Per Rosolino Sini è il compimento di un sogno vissuto in prima linea per almeno 35 anni. Benetutti, remoto paese della provincia di Sassari in Sardegna, sta per diventare la prima “smart grid” italiana e uno dei primi esempi europei di municipalità totalmente alimentata da una “rete intelligente” di energie rinnovabili. «È una rivoluzione – dice Sini, responsabile dell’azienda elettrica del Comune e visionario artefice del progetto – Significa che presto saremo in grado non solo di essere completamente autosufficienti dal punto di vista energetico ma anche di vendere l’energia che produciamo».

La storia di Benetutti affonda le sue radici all’inizio del secolo scorso, racconta Sini, quando un mugnaio iniziò a produrre energia elettrica per illuminare il tratto di strada dove si trovava il suo mulino e gli amministratori comunali di allora, esterrefatti dalla scoperta, decisero di acquisirne il brevetto. Sini non nasconde la sua soddisfazione, oggi, a pensare a quanta strada abbiano fatto da allora.

A Benetutti, 104 impianti fotovoltaici e primo comune in Italia per potenza installata pro capite, è l’amministrazione comunale e non Enel ad essere proprietaria della rete elettrica e a produrre energia.

Oggi l’Azienda Elettrica Comunale conta 1.100 utenti. Produce energia elettrica essenzialmente da fotovoltaico, ma per via delle leggi esistenti non può accumularla e venderla. Con la fine del “mercato tutelato”, che il governo ha posticipato al 2022 e la direttiva europea sulle comunità energetiche, approvata nel 2018, Benetutti sarà in grado di accumulare l’energia che produce, deciderne il prezzo, commercializzarla e venderla persino ad altre città. «Da aprile a settembre siamo già autosufficienti ma nei restanti mesi siamo obbligati a comprare energia da Enel, con la fine del mercato tutelato potremo distribuire l’energia che produciamo», spiega Sini.

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«Presto saremo in grado non solo di essere completamente autosufficienti dal punto di vista energetico ma anche di vendere l’energia che produciamo»

Rosolino Sini

In un’area fatta di piccoli e piccolissimi comuni, scossa da una crisi economica e demografica senza precedenti negli ultimi anni, dove lo spopolamento è un calcolo impietoso che il sindaco Vincenzo Cosseddu deve fare ogni anno, produrre e vendere energia può aprire le porte a un nuovo futuro. «Vogliamo avere tariffe convenienti per i cittadini e attrarre aziende che hanno bisogno di energia, portare qui giovani e lavoro», dice Cosseddu. Non solo: «A Benetutti la smart grid porterà risparmi nella bolletta energetica fino al 30%».

A Rosolino Sini, che all’Azienda Elettrica di Benetutti ha iniziato a lavorare come semplice impiegato 35 anni fa, piace parlare di “democrazia energetica”: «Vuol dire affrancarsi da risorse che non ci appartengono, come gas o petrolio, e produrre energia mettendo a frutto quello che abbiamo in abbondanza, come sole e vento per esempio».

L’emergenza climatica ha imposto un cambio di paradigma a livello globale.

Gli obiettivi di politica europei e nazionali prevedono una completa decarbonizzazione del sistema energetico entro il 2050. Entro il 2025 la Sardegna dovrà spegnere le cinque centrali a carbone che attualmente ne alimentano la rete termoelettrica. È così che Benetutti, da piccolissimo esempio di buone pratiche locali, è diventato il simbolo di una rivoluzione energetica possibile. E la Sardegna, teatro di una battaglia tra modelli energetici che si consuma su scala globale.

Unica regione italiana a non avere una rete del gas, in Sardegna si è scatenato uno scontro tra chi, come molti scienziati, accademici e associazioni ambientaliste, pensa che la regione possa fare da apripista a un modello energetico sostanzialmente basato sull’utilizzo di fonti rinnovabili e elettrificazioni dei consumi (auto elettriche, pompe di calore per il riscaldamento, ecc.). E chi, in prima linea le compagnie petrolifere, ha visto negli imminenti obiettivi di decarbonizzazione una lauta opportunità di sviluppo per il settore del gas.

In un primo momento, il gas è stato presentato dalle grandi società petrolifere come una soluzione “semplice” alla necessità di utilizzare fonti di energia a minor impatto sul clima. «In Italia, come del resto in molti altri Paesi, è stato possibile decidere il phase-out dal carbone anche perchè la lobby del gas è molto forte e fin dall’inizio il gas è stato fatto passare come una soluzione alla decarbonizzazione», spiega Matteo Leonardi, esperto di politica energetica per la società di consulenza RefE.

Dopo il fallimento del progetto Galsi, il gasdotto che dalle coste dell’Algeria doveva portare gas in Italia passando per la Sardegna, naufragato tra scandali e inchieste per corruzione che hanno travolto i vertici delle principali società coinvolte, a maggio 2019 un nuovo progetto di metanodotto per portare gas in Sardegna è stato presentato da Enura, joint venture di Snam, la principale società di trasporto del gas in Italia, e Società Gasdotti Italia.

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Il progetto, fortemente voluto dalla Regione Sardegna, prevede la costruzione di 400 chilometri di metanodotto da Nord a Sud dell’isola che, uniti a una più complessa rete infrastrutturale fatta di rigassificatori, depositi costieri e reti cittadine per il trasporto del gas, avrà il potenziale di portare sull’isola fino a 1,8 miliardi di metri cubi di gas.

I lavori sono partiti lo scorso novembre, con il primo appalto da 5,5 milioni di euro per la progettazione di condutture del tratto Sud del metanodotto assegnato da Snam alla società Technip senza gara di appalto. Molti però sono i nodi ancora da sciogliere.

Il primo è la questione del prezzo. Trattandosi di infrastruttura le reti di trasporto energetiche finiscono in tariffa: «Significa che a pagare l’investimento alla fine sono i consumatori sulla base di tariffe decise da Arera e inserite nella bolletta dei consumi energetici», spiega Federico Pontoni, ricercatore all’Università Bocconi di Milano.

Nel caso del metanodotto sardo, opera che secondo le stime di Enura costerebbe 590 milioni di euro, Arera, l’autorità pubblica che regola e controlla i settori dell’energia e del gas naturale, ha chiarito che solo con una legge ad hoc del governo si potranno spalmare i costi dell’infrastruttura su tutto il territorio nazionale. Senza quella, è il sottotesto, saranno i sardi a pagare l’infrastruttura volute da Snam. Una doccia fredda per i sostenitori del progetto che potrebbe avere come conseguenza il fatto che, se il gas in Sardegna dovesse essere troppo costoso, i sardi potrebbero decidere di non utilizzarlo.

Non solo. Sul tavolo del governo c’è anche il progetto presentato da Terna, la società che gestisce le reti per la trasmissione dell’energia elettrica, che prevede una connessione elettrica tra Sardegna, Sicilia e continente tramite cavo di trasmissione ad alta tensione HVDC. A luglio 2019, Arera ha richiesto e commissionato uno studio indipendente per valutare costi e benefici del progetto di metanizzazione alla società privata RSE. Lo studio di RSE, costato 160 mila euro e che avrebbe dovuto essere pubblicato la scorsa primavera,non è ancora stato reso pubblico.

Rispondendo alle domande di IrpiMedia, l’ufficio stampa di Arera ha dichiarato che «l’Autorità ha ricevuto una versione pressoché definitiva dello studio commissionato alla società RSE e ha richiesto alcuni chiarimenti in vista della sua successiva pubblicazione».

«La mancanza di gas, che è sempre stata vista come un cronico ritardo, dovrebbe essere trattata oggi come un enorme vantaggio», sostiene Alfonso Damiano, professore di ingegneria elettrica all’Università di Cagliari.

Damiano ha collaborato alla stesura del Piano energetico regionale per la Regione Sardegna ed è anche tra i fautori, insieme a Sardegna Ricerche, ente sardo per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, del modello Benetutti. «Dati alla mano, la produzione da fonti rinnovabili copre già circa la metà della domanda sarda di energia», spiega. «Anche per il riscaldamento in Sardegna si usano soprattutto biomasse e pompe di calore, Gpl e gasolio coprono una fetta minima dei consumi – conclude Damiano -. Il punto è che l’elettrificazione dei consumi è più conveniente economicamente e la maggior parte delle persone lo ha capito».

I dati del consumo energetico in Sardegna

I dati della Regione Sardegna mostrano come il consumo dei prodotti petroliferi sia calato notevolmente dal 2005 al 2014. Il sistema energetico elettrico, attualmente alimentato a carbone, costituisce la principale infrastruttura energetica dell’isola. Già nel 2013 la produzione di energia da fonte rinnovabile riferita al consumo finale lordo elettrico regionale è stata del 45,8%. Nel 2014 la quota di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili ha registrato un notevole incremento toccando il 26,3% della produzione lorda, così suddivisa: eolico 11,9%; fotovoltaico 6,8%; bioenergy 4,9%; idroelettrico 2,6%.

Anche per quanto riguarda il riscaldamento, i dati regionali mostrano che il principale vettore energetico usato è l’energia elettrica che alimenta sistemi termici in pompa di calore. L’energia elettrica è usata anche per produrre acqua calda. Il Gpl è usato solo nelle aree urbane e in percentuali minime. Dal 2005 al 2014 le vendite di gasolio da riscaldamento si sono ridotte di circa il 53% riflettendo in tal senso una progressiva modifica delle modalità di riscaldamento nelle abitazioni verso impianti più efficienti, sostenibili e autonomi.

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A pochi chilometri di distanza dal centro abitato di Cagliari, Sardegna Ricerche ha un parco tecnologico all’avanguardia. Stanno studiando come produrre idrogeno da fonte rinnovabile, e riutilizzarlo per produrre energie elettrica. È lì che il modello di smart grid di Benetutti è stato messo a punto. I ricercatori sono convinti che quel modello, data la morfologia della Regione, sia replicabile in almeno un centinaio di altri Comuni sardi.

Il problema delle energie rinnovabili è legato all’intermittenza delle fonti, che richiedono adeguati sistemi di stoccaggio, e la stabilizzazione della rete in termini di potenza, soprattutto per i consumi industriali. A Benetutti per stabilizzare la rete stanno sperimentando biogas prodotto da biomasse.

«Spegnere le centrali a carbone senza avere alternative per supportare il sistema di rinnovabili significa spegnere l’isola», mette in guardia Alfonso Damiano. «Un po’ di gas va incluso nella transizione». Ma quanto?

L’Università di Cagliari ha quantificato in 500 milioni di metri cubi il valore medio di riferimento. Una cifra che, spiega Damiano, andrà diminuendo progressivamente, fino ad annullarsi, per effetto della stabilizzazione delle fonti rinnovabili. Il fabbisogno stimato dalla Regione varia da una cifra minima di 460 milioni di metri cubi a una massima di 900 milioni di metri cubi. La dorsale, unita ai depositi costieri di gas naturale liquefatto già presentati e autorizzati, avrà una capacità di movimentazione pari a quasi 1,8 miliardi di metri cubi di gas metano, secondo i calcoli fatti dal comitato No Metano. «Una quantità spropositata, e un chiaro sostegno del gas e non sviluppo del gas a sostegno delle rinnovabili», commenta Paola Pisilio del comitato sardo No Metano: «L’obiettivo sembra quello di creare un hub del gas in Sardegna».

Un progetto basato sull’elettrificazione e sul potenziamento degli impianti solari ed eolici non avrebbe solo vantaggi immediati in bolletta, ma aprirebbe la porta a sviluppi ancora più ambiziosi. Uno studio realizzato dal Politecnico di Milano, e commissionato dal WWF, prevede infatti per la Sardegna la possibilità di costruire un modello di sviluppo interamente basato su rinnovabili, affiancate da un potenziamento degli accumuli idroelettrici e dallo sviluppo di idrogeno verde.

Si chiama gas naturale ma è una fonte di energia fossile che produce gas serra.

I dati Ispra parlano chiaro. In Italia il gas è responsabile di circa il 45% dell’anidride carbonica emessa nel 2017, mentre il petrolio è responsabile di circa il 44% delle emissioni e il carbone del rimanente 11%. Non solo. Legate al gas sono le cosiddette emissioni fuggitive, micro dispersioni degli impianti che si verificano durante l’esplorazione, la produzione e la distribuzione del gas: una quantità minima di queste emissioni – appena il 3% – è in grado di annullare completamente il vantaggio che il metano ha sul carbone. E poi c’è il cosiddetto fenomeno del lock-in: le infrastrutture del gas sono complesse, costose e una volta realizzate è difficile liberarsene per molti anni.

«La domanda di gas è in diminuzione e ciò nonostante assistiamo a una proliferazione di impianti e progetti con il risultato che poco o nulla viene fatto sul fronte degli investimenti in energie rinnovabili», nota Mariagrazia Midulla del WWF.

In Italia il gas è responsabile del 45% dell’anidride carbonica emessa nel 2017, il petrolio del 44% e il carbone del rimanente 11%

Il progressivo riscaldamento della temperatura, unito all’efficientamento energetico e allo sviluppo delle energie rinnovabili hanno prodotto un progressivo calo dei consumi energetici in Italia. Nel 2018 la domanda di gas in Italia è scesa del 3,3% rispetto al 2017. Nel 2019 il calo è stato pari al 2%. La pandemia di Covid-19 ha fatto precipitare i consumi di gas nei primi mesi del 2020.

A fronte di un fabbisogno pari circa a 70 miliardi di metri cubi di gas all’anno l’Italia può contare su una capacità di importazione pari a 130 miliardi di metri, spiega Massimiliano Varriale del WWF. Dati che non tengono conto della capacità di importazione aggiuntiva generata dal gasdotto TAP e dal metanodotto sardo.

Spesso poi le infrastrutture sono sottoutilizzate, e a pagarne il prezzo, in bolletta, sono i cittadini. Per esempio, i terminali di gas naturale liquefatto (GNL). In Italia ce ne sono tre e nel 2018 hanno immesso in rete una quantità di gas irrisoria rispetto al totale. Nel 2019 i terminali di Panigaglia (La Spezia) e Livorno, di cui Snam è rispettivamente proprietaria e co-proprietaria, hanno immesso in rete, rispettivamente, il 5% e il 3% del totale. Nel 2018 le percentuali erano ancora più basse pari, rispettivamente al 2% e all’1%.

In seguito allo spegnimento delle centrali a carbone in tutto il paese, che come in Sardegna dovranno chiudere entro il 2025, e grazie al capacity market, un meccanismo di garanzia in base al quale le centrali termoelettriche a gas ricevono una remunerazione anche se non lavorano, in Italia si è assistito a un boom di progetti per la costruzione o la riconversione di centrali a gas. «È una situazione esplosiva, assistiamo a una proliferazione di impianti che hanno scarsa giustificazione dal punto di vista del fabbisogno energetico», dice Massimiliano Varriale.

Non succede solo in Italia. Negli scenari messi a punto dalle compagnie del gas una domanda sempre in crescita viene usata per giustificare la costruzione di nuove infrastrutture. E se nonostante gli obiettivi di policy messi in campo per far fronte all’emergenza climatica, progetti per nuove infrastrutture del gas proliferano in Europa la ragione sta anche nel fatto che le grandi imprese del gas, responsabili della costruzione di terminali e gasdotti, sono le stesse imprese che aiutano i governi a scegliere quali infrastrutture sviluppare.

L’associazione europea degli operatori delle reti di trasmissione del gas, ENTSOG, è stata creata nel 2009 con l’obiettivo di elaborare le previsioni della domanda di gas in Europa. È formata dalle principali società europee del gas, 44 membri da 24 paesi europei e, spiegano i ricercatori di Corporate Europe Observatory, dalla sua creazione ha costantemente sovrastimato il fabbisogno di gas. La ragione è semplice: «Il 75% delle infrastrutture del gas costruite in Europa sono progetti presentati dalle società stesse che fanno parte del network ENTSOG».

In un rapporto pubblicato recentemente – dal titolo Pipe Down – la Ong inglese Global Witness ha fatto i conti. «Le grandi società del gas si sono accaparrate circa il 90% dei sussidi che l’Unione europea destina alle infrastrutture del gas, oltre 4 miliardi di euro». Sono le stesse società che regolarmente sovrastimano il fabbisogno di gas in Europa.

Snam fa parte del network ENTSOG: secondo i calcoli di Global Witness la società ha ricevuto 813 milioni di euro dal 2015 al 2019 per progetti cosiddetti di “interesse comune”, una lista dei principali progetti infrastrutturali redatta dalla Commissione europea. Altri 714 milioni di euro sono finiti a finanziare progetti di cui anche Snam, insieme ad altre società, faceva parte.

Anche in Italia Snam siede ai tavoli governativi dove vengono decise le politiche energetiche. Fornisce dati, elabora scenari e previsioni, e sulla base di quei dati propone nuove infrastrutture da costruire. Per esempio, la società italiana ha partecipato alla stesura della Strategia energetica nazionale nel 2017, il piano energetico sulla base del quale è stato poi redatto il più recente Piano Nazionale per le Infrastrutture, l’Energia e il Clima (PNIEC) che pure largamente attinge a dati e scenari forniti da Snam.

Poi ci sono le attività di lobbying a cui le società del gas destinano ingenti risorse. Secondo un’indagine condotta dall’associazione Re:Common, Snam, insieme alle altre tre principali società europee del gas, hanno speso complessivamente 900 mila euro e impiegato 14 lobbisti nel 2018. «Nel 2019 queste aziende sono riuscite a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione europea per discutere i loro ultimi progetti di gasdotti o offerte di acquisizione», spiegano i ricercatori di Re Common. La sola Snam ha speso una cifra compresa tra 200 e 300 mila euro nel 2019, secondo i dati del registro della trasparenza UE.

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Autori

Sara Farolfi

Editing

Giulio Rubino

Foto

Sara Farolfi