Corruzione, porfido e sfruttamento: ecco come la ‘ndrangheta si è presa il Trentino

Corruzione, porfido e sfruttamento: ecco come la ‘ndrangheta si è presa il Trentino

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni

Sono le 18.18 del due dicembre 2014. L’operaio cinese Hu Xupai entra nel cantiere della “Balkan Porfidi e Costruzioni Srl” a Lona Lases, un piccolo comune montano della Val di Cembra, 12 chilometri a Nord di Trento. Gli ha dato appuntamento lì il suo datore di lavoro, il macedone Durmishi Bardul: Xupai insisteva nel riscattare ciò che gli spettava di diritto, 34.843,04 euro di stipendi arretrati. Non trovando nessuno, Xupai ha un moto di rabbia. Inizia a danneggiare un macchinario, pensando di essere stato nuovamente preso in giro, ma la realtà è ben peggiore. Ad attenderlo nascosti ci sono Hasani Selman e Mustafa Arafat, titolari di un’altra ditta che opera sul cantiere. Spuntano fuori di colpo, minacciandolo con una pistola a tamburo. Non può scappare. Viene colpito al volto con una torcia, più e più volte, fino a svenire. Poi calci, morsi. E una punta metallica che gli trafigge una gamba. Una secchiata d’acqua lo riporta nell’incubo: è legato e adesso di fronte a sé c’è il suo capo, Durmishi, che inizia a picchiarlo selvaggiamente.

Dopo un’ora di violenze, i macedoni se ne vanno, ma prima avvisano i carabinieri che rinverranno Xupai ancora legato. Questa però, non è una storia di litigi tra operaio e caporale: i macedoni agiscono su ordine di una locale di ‘ndrangheta radicata in Val di Cembra, il cui business principale è proprio l’estrazione e la lavorazione del porfido. É questo ciò che sostiene l’indagine “Perfido” dei Carabinieri del Ros di Trento, guidati dal maggiore Alexander Platzgummer e coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Trento. Il porfido è un settore chiave per l’economia trentina, reso ancora più redditizio dallo sfruttamento del lavoro e della manodopera dei dipendenti che venivano vessati e tenuti alla fame in modo assolutamente deliberato. E quando osavano ribellarsi, come Hu Xupai, si dava l’esempio con una inaudita violenza. Perché era bene che anche in Val di Cembra si sapesse che a mettersi contro la ‘ndrangheta si finiva male.

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A pochi mesi dall’operazione “Freeland” che aveva ipotizzato il radicamento della ‘ndrangheta di Platì a Bolzano, il 15 ottobre scorso la Direzione distrettuale antimafia di Trento ha lanciato l’operazione “Perfido” che rivela come il Trentino sia da trent’anni terra di conquista per la mafia calabrese. Rispetto a Bolzano però, stando alle indagini, la ‘ndrangheta in Val di Cembra si veste da imprenditrice del porfido e si mischia, in modo sinergico, all’imprenditoria locale e alla politica, entrando in modo sotterraneo ma costante nella pubblica amministrazione. Le segnalazioni di cittadini onesti si susseguono negli anni. Il sospetto che il settore sia una zona grigia, dove non si rispettano diritti e in cui entrano capitali sporchi, non c’è solo tra i lavoratori delle cave, ma anche tra giornalisti locali e comitati civici.

Solo adesso arriva la conferma, con un’indagine che mette nero su bianco ciò che prima si poteva solo bisbigliare. Vige la presunzione d’innocenza, e solo il processo potrà definire realmente le responsabilità penali, ma l’immagine è quella di un territorio assoggettato, che ha perso la propria libertà e la propria innocenza. Dove i giudici vanno a cena con gli emissari dei clan, sindaci si fanno sudditi per la sete di potere e imprenditori concorrenti si piegano di fronte alla forza dell’intimidazione.

A pochi mesi dall’operazione “Freeland” che aveva ipotizzato il radicamento della ‘ndrangheta di Platì a Bolzano, il 15 ottobre scorso la Direzione distrettuale antimafia di Trento ha lanciato l’operazione “Perfido” che rivela come il Trentino sia da trent’anni terra di conquista per la mafia calabrese

Le denunce inascoltate

A novembre 2019 i due trentini Marco Galvagni e Vigilio Valentini compaiono davanti alla Commissione parlamentare antimafia per parlare delle infiltrazioni della criminalità organizzata e delle anomalie del mondo del porfido trentino. Galvagni ai tempi è segretario comunale e responsabile per la prevenzione della corruzione del Comune di Lona Lases.

Ai membri della Commissione Galvagni racconta di come già al suo ingresso in Comune nel 2001 tutti i fascicoli riguardanti le cave avessero dei sigilli perchè sequestrati dalla Guardia di Finanza. Galvagni parla di un settore «il cui controllo economico sfugge totalmente e i lavoratori sono sfruttati.»

Valentini, che è stato sindaco di Lona-Lases a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, compare invece davanti alla Commissione in veste di membro del Coordinamento lavoro porfido. Racconta di un clima di omertà e della «paura di amministratori comunali in conflitto di interessi, collusi con personaggi in odore di mafia.» Si sofferma anche sulle minacce ed intimidazioni vissute dalla sua Amministrazione a fine degli anni ‘80 dopo che erano stati raddoppiati i canoni delle cave: ad aprile del 1986 venne dato fuoco alla macchina dell’assessore alle cave durante una seduta della giunta comunale, un mese dopo vennero fatti esplodere 12 chilogrammi di tritolo a 100 metri dalla sua abitazione.

Già nel piano anticorruzione del Comune di Lona Lases del 2014, Galvagni aveva sottolineato i rischi nel settore del porfido. Nel 2017 aveva poi redatto una relazione dove denunciava infiltrazioni della ‘ndrangheta. L’anno prima, il Coordinamento Lavoro Porfido aveva presentato due esposti in Procura. Nel 2019 il mensile Questotrentino pubblica una serie di inchieste, tra cui “Infiltrazioni mafiose in Trentino”.

A capo della locale di Lona Lases – tratteggiano i carabinieri – siede Innocenzio Macheda, esponente della cosca Serraino. Viene da Cardeto, un paesino dell’Aspromonte, e in Val di Cembra fa da padrone: vestito da imprenditore in realtà non si fa problemi ad uscire armato di bastoni per intimidire direttamente i lavoratori e percuoterli «come i Santi di Reggio». Il suo braccio destro è Domenico Morello, che cura i rapporti con i clan in Calabria, interessati alle attività del porfido in Trentino che vedono come occasione per il reinvestimento di capitali sporchi.

Alleati e concittadini di Macheda, sono i fratelli Giuseppe e Pietro Battaglia, importanti imprenditori del porfido in Val di Cembra. Negli anni ‘80 si trasferiscono in Trentino e acquistano le prime imprese e, non molti anni dopo, anche la prima cava. Con che soldi? La Procura di Trento ipotizza che «le costosissime acquisizioni di imprese siano avvenute con il riciclaggio di denaro della ‘ndrangheta». D’altronde è la stessa madre di Macheda a dirlo in un’intercettazione: quando Macheda si è trasferito in Trentino per aprire una ditta di porfido lei a Battaglia ha inviato «tantissimo denaro, nell’ordine di milioni».

Eppure in Trentino, il cui capoluogo viene definito nelle intercettazioni una «città bianca senza malizia», tutto tace. Perchè, come scrive la Procura, «peculiarità dell’infiltrazione trentina è quella di esser stata inizialmente cautamente silente». I fratelli Battaglia si inseriscono poco alla volta in un mondo, quello delle cave di porfido, già caratterizzato da diverse anomalie, andando ad individuare un settore molto redditizio, poco controllato e, dunque, attaccabile.

I Battaglia sono i precursori, li seguirà Macheda (e i suoi milioni) e, piano piano, uomini più giovani con contatti strategici tanto con le cosche che con le istituzioni. La strategia fondamentale è una: non dare nell’occhio. Si inizia con l’acquistare le cave, con il fare girare soldi puliti, ed è in questa fase che Battaglia si sposa con una trentina, Giovanna Casagranda. Questo lo rende a tutti gli effetti inserito nella società della Val di Cembra, e infatti nel 2001 diventa consigliere comunale mentre dal 2005 al 2010 è assessore alle cave del comune di Lona Lases. Il fratello Pietro da gennaio 2011 è divenuto consigliere del demanio civico di Lases, strategico per il rilascio delle concessioni necessarie alla estrazione e lavorazione del porfido.

«La Provincia di Trento è una sorta di principato e non può abbandonare un piccolo comune nella gestione dei rapporti con i grandi concessionari».

Filippo Degasperi

Consigliere provinciale della Provincia di Trento

L’oro rosso e il mondo di mezzo

I circa 10 chilometri quadrati che includono parte del territorio dei comuni cembrani di Albiano, Lona Lases, Fornace e Baselga di Pinè sono noti come il “quadrilatero del porfido”. In questo fazzoletto di terra caratterizzato da piccoli comuni a bassa densità abitativa nel 2016 erano attive circa 85 cave e 300 ditte. In Val di Cembra “l’oro rosso”, come viene chiamato il porfido, viene estratto già a partire dal periodo tra le due guerre mondiali. È un settore di primaria importanza economica per il Trentino, ma non immune da problematiche.

Il consigliere provinciale Filippo Degasperi, che nel 2016 aveva presentato degli esposti in Procura su questa realtà, lo definisce «un Far West, dove i prepotenti e i delinquenti vanno ad occupare uno spazio poco presidiato». Le aziende ottengono concessioni pubbliche, affidate da almeno cinquant’anni alle stesse famiglie. I veri padroni sono dunque i concessionari.

«La Provincia di Trento è una sorta di principato e non può abbandonare un piccolo comune nella gestione dei rapporti con i grandi concessionari», dice Degasperi, che sottolinea come si tratti di un rapporto impari, che ha fatto sì che i controlli siano stati «pochi ed inefficaci, talvolta anche comunicati prima per salvaguardare le imprese».

Walter Ferrari, ex-cavatore dalla barba lunga e i modi gentili, è il portavoce del Coordinamento Lavoro Porfido, un comitato di cittadini e lavoratori del porfido che si è formato nel 2014 per tutelare i lavoratori e gli interessi delle comunità locali.

Per Ferrari l’anomalia principale è l’esternalizzazione della forza lavoro. Negli anni ‘90 una vertenza cambia radicalmente uno degli aspetti del mondo del porfido. La magistratura sequestra le trance con maglio a caduta, ritenute fuori norma in materia di sicurezza del lavoro. Anche per questo, racconta Ferrari, una parte delle imprese operanti nel settore del porfido adottò un escamotage: fare pressione sui lavoratori, molti dei quali all’epoca stranieri, affinché aprissero partita iva. Figurando artigiani, i lavoratori potevano continuare a lavorare sulle vecchie trance e i padroni non erano costretti a sostituirle. Quando più tardi la legge 626 sulla sicurezza del lavoro costringe alla definitiva sostituzione dei macchinari, si cerca un altro espediente: l’esternalizzazione della forza lavoro a piccole aziende artigiane. Si forma così quello che il Coordinamento Lavoro Porfido chiama “mondo di mezzo”.

È a questo mondo di mezzo che appartengono i tre macedoni che hanno picchiato l’operaio Hu Xupai. È un sistema, racconta Ferrari, che non si accontenta più di sfruttare manodopera in nero non pagando contributi assicurativi o premi Inail, ma che finisce per privare i lavoratori addirittura dei soldi effettivamente guadagnati durante il lavoro in nero. Il mancato rispetto contrattuale dal punto di vista della regolarità retributiva e contributiva, sottolinea Ferrari, non sarebbe stato adottato solo dai calabresi ma anche in altre aziende gestite da concessionari locali.

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È in questa zona grigia che si inseriscono i fratelli Battaglia. Ferrari ricorda a posteriori l’arrivo a Lona-Lases di Pietro e Giuseppe Battaglia come qualcosa di anomalo: «Quei ragazzi calabresi arrivati a metà degli anni ottanta ci sembravano gli ultimi di un’ondata di migrazione lavorativa in realtà già esaurita.» Negli anni sessanta le cave avevano attirato molti lavoratori, tanti dei quali meridionali, che nel corso degli anni settanta avevano però iniziato a lasciare la Valle.

Ferrari ricorda di aver conosciuto i Battaglia presso la sede del PCI locale, in quanto Giuseppe Battaglia frequentava la figlia del segretario della sezione locale, quella stessa Giovanna Casagranda che sarebbe poi diventata sua moglie. Battaglia e gli altri giovani calabresi arrivati in Val di Cembra a metà degli anni ottanta, racconta Ferrari, non sembravano persone disperate alla ricerca di un lavoro: «ricordo che uno di loro raccontava di avere un posto di lavoro nella forestale al sud, ma diceva di voler girare il mondo».

Il salto di qualità dei fratelli Battaglia nel mondo del porfido locale avviene a cavallo tra gli anni 1999 e 2000, con l’acquisto della grande cava di Camparta, oggi il più grande sito estrattivo di porfido del mondo. Per l’acquisto, scrive il Gip nelle carte dell’operazione “Perfido”, i Battaglia fanno un’offerta pari a 12 miliardi delle vecchie lire. Un’offerta che stride con l’effettivo valore della cava, che si aggirava sui sei miliardi di lire, tanto che all’epoca l’affare finì nel mirino della Guardia di Finanza. Alcuni dei dialoghi intercettati dai carabinieri del Ros sollevano dubbi sui soldi utilizzati dai Battaglia per l’acquisto della cava. Pietro Battaglia, riferendosi all’acquisto della cava, parla di una persona non meglio specificata che «arrivò con una valigetta piena di soldi», mettendoli sul tavolo e invitando i presenti a contarli.

I fratelli Battaglia sarebbero quindi inseriti sia nel mondo dei grandi concessionari – attraverso la partecipazione, diretta o occulta ad aziende come la Anesi Srl e la Cava Porfidi Saltori srl – che nel cosiddetto mondo di mezzo, arrivando di fatto a creare quello che gli investigatori definiscono «un cartello monopolistico nel campo del porfido».

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Vista aerea di una cava di porfido – Foto: Carabinieri Trento

L’accusa sostiene che per trarne massimo profitto, i coniugi Giuseppe Battaglia e Giovanna Casagranda sfruttavano i dipendenti, in gran parte stranieri. Ma non basta. Stando agli inquirenti i Battaglia avevano una gestione finanziaria allegra, che prevedeva vendere porfido in nero e falsificare fatture.

Una pratica che avrebbe toccato anche la Marmirolo Porfidi Srl, di cui Battaglia è socio di minoranza. Secondo la nota indagine “Aemilia” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta di Cutro in Emilia Romagna, Antonio Muto, socio di maggioranza della Marmirolo, – azienda che operava nelle cave della Val di Cembra – è intraneo alla ‘ndrangheta cutrese e colpevole di bancarotta fraudolenta della Marmirolo. Battaglia non viene indagato e per qualche anno di Muto, ormai in carcere, non si sentirà più parlare.

Poi alle 3:20 di mattina del 29 agosto 2018 la Nissan Navara di Innocenzio Macheda viene incendiata. Un segnale forte, contro l’uomo ritenuto alla guida della ‘ndrina della Val di Cembra. Il sospetto è che l’atto incendiario sia un messaggio per il suo socio Battaglia, il quale, all’epoca di “Aemilia”, non avrebbe fornito le fatture false per scagionare Muto.

un sistema, racconta Ferrari, che non si accontenta più di sfruttare manodopera in nero non pagando contributi assicurativi o premi Inail, ma che finisce per privare i lavoratori addirittura dei soldi effettivamente guadagnati durante il lavoro in nero

La politica è cosa loro

Il quadro che emerge dalle intercettazioni è anche quello di una politica locale asservita agli imprenditori calabresi delle cave. Pietro Battaglia viene descritto come «fautore» dell’elezione a sindaco di Lases di Roberto Dalmonego avvenuta il 27 maggio 2018, in cui Battaglia diventa consigliere rimanendo sullo scranno fino alle elezioni del 21 settembre scorso. È lo stesso Battaglia in un’intercettazione a chiarire come lo scopo del sostegno politico al candidato sindaco sia solo un modo per curare i propri interessi. Per questo si prodiga facendo campagna elettorale casa per casa.

Nel 2015, nell’ambito di una diversa indagine di polizia, era già emerso l’impegno della ‘ndrina della Val di Cembra nel cercare di influenzare e indirizzare le votazioni per l’unificazione dei Comuni di Albiano e Lona Lases. Il tutto solo per mantenere immutate le concessioni delle cave di porfido nei due comuni.

L’appoggio alla politica locale, stando agli inquirenti, passava anche dall’associazione “Magna Grecia”, registrata a Trento da Giuseppe Paviglianiti che sosteneva la candidatura di un esponente del centro sinistra a Trento per le elezioni politiche alla Camera dei Deputati.

È febbraio 2018 e Paviglianiti invita Morello, il braccio destro del capo locale Macheda, ad un aperitivo per la candidata del PD Franzoi. «Una mano ve la diamo, però vedi che noi, siamo tutti persone che hanno delle aziende, che possono avere delle necessità. Vedi che se poi, quando noi bussiamo, voi ci voltate le spalle, vedi che non va bene», chiarisce però Morello.

É un do ut des. Le intercettazioni documentano un altro incontro di sostegno elettorale in cui Macheda incontra Mauro Ottobre, ex deputato del Basso Sarca trentino, che si rivolge a lui per avere il sostegno elettorale alle elezioni provinciali del 2018. Parlando con la stampa locale Mauro Ottobre si è detto “tranquillo” e disposto a chiarire con i magistrati le accuse che gli sono contestate. Anche Paviglianiti, comparso davanti al gip, si è difeso spiegando che l’associazione Magna Grecia ha un semplice ruolo di promozione di cultura e tradizioni calabresi. Paviglianiti ha inoltre sottolineato di essere persona incensurata e ha respinto le accuse, dichiarandosi assolutamente estraneo alla ‘ndrangheta.

Sanpietrini e lavatrici

Per la locale di ‘ndrangheta della Val di Cembra, agganciarsi all’imprenditoria e alle istituzioni che contano è fondamentale, ben oltre il Trentino. Così Morello – il braccio destro del presunto boss Macheda – si attiva per espandersi fino a Roma, sfruttando i legami che ha nella Capitale con un commercialista, Fabrizio Cipolloni, un carabiniere, Fabrizio De Santis, e un imprenditore, Alessandro Schina. Sarà Schina a connetterli tanto alla politica quanto alla malavita capitolina, tramite Marco Vecchioni, pluripregiudicato romano in contatto col noto Massimo Carminati. Vecchioni presenterà loro Fortunato Mangiola, politico romano di origini calabresi, con cui riusciranno a presentare al Presidente della Regione Lazio, Zingaretti, un non meglio specificato progetto. «Un incontro dove c’era la politica, c’era la malavita e c’era l’imprenditore» – lo descriverà Schina.

Le indagini dei carabinieri fanno emergere anche altri progetti tra Morello e il commercialista Cipollini, tra i quali l’organizzazione di un canale di import-export con la Cina che avrebbe dovuto coinvolgere la GLS di Trento e il porto di Gioia Tauro, grazie all’alleanza con le locali cosche di ‘ndrangheta.

D’altronde i contatti con le cosche in Calabria non si interrompono mai, come testimoniano vari episodi monitorati dai carabinieri. Il più significativo è sicuramente l’incontro del 13 aprile 2018 a Roma: Morello viene invitato dagli ‘ndranghetisti Antonino Paviglianiti e Giuseppe Crea al bar “Sole e Luna” sulla Nomentana (accanto al quartiere San Basilio, fortemente infiltrato dalla ‘ndrangheta della Locride). Crea e Paviglianiti gli propongono di diventare il terminale di un’operazione di riciclaggio, serve che certi capitali spariscano verso Nord, là in Trentino dove si sospetta e controlla meno.

Morello però alla fine dell’incontro è preoccupato: si è accorto che i carabinieri erano appostati nelle vicinanze. Il guardaspalle di Morello conferma, «se ne sarebbe accorto pure un bambino che stavamo facendo cose losche…». Ma è soprattutto l’origine dei soldi a preoccuparli. Morello si sfoga: «Hanno soldi da pulire e hanno bisogno di chi li tira fuori puliti…non vogliono la banca che li controlla». E svela così anche qualcosa sull’origine del denaro: «Ha detto servizi segreti… Quelli di Gheddafi… glieli hanno dati in mano a loro… poi, tra un anno, che cosa succede, succede che poi loro ti chiedono i soldi.. dove sono?»

Le indagini non appurano se Morello si sia poi prestato a questa operazione di riciclaggio o meno, ma solo tre giorni dopo a Trento incontra il commercialista Cipolloni per una diversa proposta di riciclaggio. Questa volta si parla di riciclare per conto di un cliente di Napoli che vende la benzina per tutto il nord italia. Morello risponde che lui ci sta a fare l’operazione, ma deve dire all’interlocutore che vuole un milione di euro in anticipo.

La corte della ‘ndrangheta a Trento

«Come ogni associazione di stampo mafioso, quella calabro-trentina provvede a darsi anche una facciata di rispettabilità», scrive la Procura nella misura. E questa facciata passerebbe tanto dall’Associazione Magna Grecia a Trento quanto da un «faccendiere, in grado, anche per livello professionale e culturale, di attrarre nella sua ragnatela personaggi di spicco, che possono tornare utili ai bisogni dell’associazione.» Giulio Carini, classe ’48, è nato a Reggio Calabria ma è in Trentino che opera nel settore dell’edilizia. Ed è sempre qui che ha importanti contatti con soggetti delle istituzioni, tra i quali – stando alle evidenze dell’indagine del Ros – un ex prefetto di Trento, un vicequestore della Polizia, un Capitano dei Carabinieri, giudici del Tribunale di Trento, personalità della politica, un primario dell’ospedale Santa Chiara.

Oggi Carini deve rispondere di associazione mafiosa per avere favorito la locale di ‘ndrangheta guidata da Macheda e avere aiutato nella risoluzione di vari problemi grazie appunto alle sue conoscenze sul territorio trentino. Per Carini è stata scelta la misura dell’obbligo di firma. Comparso davanti al gip, raccontano i quotidiani locali, Carini si è difeso rifiutando la contestazione di appartenere alla ‘ndrangheta, depositando una memoria che spiega l’incompatibilità con un’organizzazione criminale. Ha respinto anche l’accusa di essere un “faccendiere”, dicendo di poter fornire una spiegazione a tutte le intercettazioni.

Il 12 dicembre 2019 veniva erroneamente notificato un avviso di proroga delle indagini preliminari relative al reato di associazione mafiosa (ex art. 416 bis) ad alcuni degli indagati.

Il 7 febbraio di quest’anno parlando con l’avvocato Claudio Tezzele, Giulio Carini fa riferimento ad un invito indirizzato ai magistrati del Tribunale di Trento: «Carini Giulio dice che l’altra sera ha sentito il capo (il presidente del Tribunale Guglielmo Avolio, secondo i carabinieri del Ros) in quanto lo invita a cena, dice che se vengono quelli che lui gli ha detto, che saranno in cinque sei …». In effetti alcuni giorni dopo, l’11 febbraio, Carini – assieme al suo avvocato – ha cenato con il giudice Guglielmo Avolio, il giudice della Procura Generale Giuseppe De Benedetto, un ex ufficiale giudiziario e Michele Dalla Piccola, consigliere provinciale. In quell’occasione, monitorata dal Ros, Carini fa allusioni ad un suo possibile arresto dicendo che se dovesse finire dentro vuole reclusione notturna e isolamento diurno.

Domenico Morello, dal canto suo, ha richieste più forti da fare alla magistratura. Morello incontra il generale valsuganotto Dario Buffa il 19 dicembre 2019 e «esprime chiaramente che avranno bisogno del giudice Avolio Guglielmo del Tribunale di Trento», si legge nell’ incartamento dell’indagine. Descritto come «quello che beve tanta birra», Buffa mostra di comprendere perfettamente a chi Morello si stia riferendo, «va bene ok, sono in contatto, mi manda ogni giorno le sue cazzate Willy Guglielmo». Già l’anno prima Morello parlava di Avolio come se fosse al suo servizio, spiegando ad un sodale che presto sarebbe stato a cena col presidente del Tribunale e gli avrebbe intimato di porre fine alla sua vicenda giudiziaria in quanto si è «rotto i coglioni», altrimenti loro finiranno per parlare di altro.

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CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni

Editing

Giulio Rubino

Foto

Valle di Cembra/lorenza62/Shutterstock

A due passi dal Brennero, la ‘ndrangheta aspromontana in Südtirol

A due passi dal Brennero, la ‘ndrangheta aspromontana in Südtirol
Cecilia Anesi Margherita Bettoni

Avevano il quartier generale in un bar di Via Resia, l’ultima periferia costruita a Bolzano negli anni ‘70. Un luogo di edilizia popolare, lontano dagli sfarzi dei famosi portici dai negozi scintillanti, che bene rappresentano la ricchezza del Sudtirolo. Un luogo dimesso, eppure strategico, vicino allo svincolo autostradale per il Brennero che da lì porta dritti in Austria e poi fino al sud della Germania, quella Baviera dove la ‘ndrangheta ha ormai costruito una presenza stabile. È dall’anonimo bar Coffee Break che Mario Sergi gestiva tanto i cappuccini quanto una locale di ‘ndrangheta. Questa l’accusa della Direzione Distrettuale Antimafia di Trento che, con la Squadra Mobile, ha arrestato 20 persone tra il Trentino Alto Adige, il Veneto, e Platì (Calabria) lo scorso 9 giugno. Un fiorente traffico di cocaina, che imbiancava l’Alto-Adige con circa cinque chili al mese, l’attività principale del gruppo di Sergi. I narcos calabresi la acquistavano a buon prezzo, tra i 29 e i 32mila euro al chilo. Un business che – se confermato – faceva di loro una vera e propria impresa, capace di fare concorrenza alle grandi aziende lecite sudtirolesi, perchè tolti i costi e considerato il prezzo medio della cocaina al grammo la holding “Coffee Break” poteva contare su profitti tra i 150 e i 300mila euro al mese. Un “fatturato” esentasse che supera di gran lunga quello delle piccole e medie imprese sudtirolesi che si aggirano sui 38.000 euro al mese. Un fiume di cocaina per una piccola città di 100mila abitanti, ma non senza costi sociali. Parliamo di una regione già colpita duramente negli anni ‘80 dalla piaga dell’eroina, e che nell’ultimo decennio ha visto un preoccupante nuovo aumento delle tossicodipendenze. Un contesto in cui, secondo gli inquirenti e il giudice per le indagini preliminari Marco La Ganga, si sono inseriti alla perfezione i narcos aspromontani. Li ritiene pericolosi trafficanti di droga, affiliati alla ‘ndrangheta, e in grado di controllare il territorio altoatesino con la forza dell’intimidazione mafiosa e delle armi.

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Il bar Coffee Break, quartiere generale della “locale” di ‘ndrangheta di Bolzano

Dall’Aspromonte all’Alto-Adige, la genesi di una nuova “locale” di ‘ndrangheta

Mario Sergi nasce a Delianuova, paesino arroccato sul lato tirrenico dell’Aspromonte e che cade sotto il controllo delle ‘ndrine Italiano ed Alvaro. Arrivato a Bolzano già negli anni ‘80 si dedica a piccole attività criminali, ma ha un sogno: mettere in piedi una solida struttura criminale tra la Calabria e Bolzano. Un collaboratore di giustizia racconta di come già negli anni ‘80 Sergi avesse trascorso un periodo in carcere assieme a un cugino arrestato con dell’eroina alla stazione ferroviaria di Bolzano. E proprio in carcere Sergi avrebbe elaborato il piano per allargare il suo giro, e arrivare a gestire il traffico di eroina dell’intera provincia altoatesina.

#Mafie

Bolzano aveva una vasta comunità migrante calabrese, alcuni erano giunti da poco in cerca di lavoro al nord, altri erano arrivati durante il processo di italianizzazione voluto da Mussolini. E come sempre, anche la ‘ndrangheta aveva sfruttato il flusso migratorio dei propri conterranei, un po’ per dare meno nell’occhio, un po’ per assicurarsi una prima base economica con le estorsioni. Ma all’epoca si trattava di “cani sciolti”, trafficanti di eroina per lo più in proprio, senza un vero piano e senza un comando.

La svolta arriva a metà anni ‘80 da Platì: Francesco Perre, alias U Gulera, viene “attivato” a Bolzano da due colonne portanti della ‘ndrangheta dell’epoca: Domenico Agresta e Pasqualino Marando. Così racconta agli inquirenti di Torino il collaboratore Domenico Agresta detto “Micu Mc Donald”, nipote dell’omonimo boss, e divenuto il più giovane pentito della ‘ndrangheta. Era cresciuto con i racconti di come a fine anni ‘80 i suoi zii Domenico Agresta e Pasquale Marando reggessero la “locale” (unità territoriale di ‘ndrangheta) di Volpiano, in provincia di Torino, e da lì controllassero la più moderna e grande holding del narcotraffico dell’epoca.

Articolo de La Stampa del novembre ‘92

Marando ci aveva visto lungo: la droga andava venduta a nord, dove c’erano i soldi per acquistarla e dove i giovani borghesi si annoiavano. Non solo, le polizie non erano preparate a identificare gli ‘ndranghetisti e a decifrare il dialetto calabrese. Dall’arco alpino c’erano inoltre comodi sbocchi verso gli altri paesi europei, Spagna, Francia, Germania. Ed è all’interno di questa strategia espansiva che i platioti mandano Perre in Trentino-Alto Adige: viene incaricato di aprire una “locale” sotto la quale possano fare riferimento varie ‘ndrine, ovvero varie famiglie. Perre è uomo di fiducia di Marando perchè sposato, come lui, con una donna della famiglia Trimboli e inserito a pieno nel narcotraffico dei platioti a Nord.
I legami tra i Barbaro, i Papalia e i Marando di Platì

I Barbaro alias Castanu sono una potente ‘ndrina di Platì oggi egemone sull’area della cittadina e di grande influenza sul mandamento Jonico nonché in Piemonte e Lombardia. Le altre famiglie di Platì alleate ai Barbaro alias Castanu sono la famiglia Marando, che ha dato i natali al più grande narcotrafficante italiano, Pasqualino Marando, pioniere del traffico di cocaina dall’America Latina. Pasqualino viene ucciso nel 2001 in una faida, il suo corpo mai ritrovato. Ucciso per una faida con la famiglia della moglie, come suo fratello Ciccio, altro narcos di spicco. Entrambi vivevano tra Platì e Volpiano, cittadina piemontese diventata per loro roccaforte.

Un’altra famiglia alleata è quella dei Papalia, particolarmente attiva a Milano e provincia. Anche i Perre e gli Agresta sono due famiglie di Platì che storicamente operano assieme ai Marando e sono alleate dei Barbaro. Le famiglie Barbaro e Papalia di Platì si sono entrambe insediate nei comuni ad ovest di Milano, Buccinasco, Corsico e Trezzano sul Naviglio che lentamente divennero quella che oggi viene considerata una vera e propria colonia, detta “la Platì del Nord”, per poi allargarsi successivamente anche nelle aree limitrofe. Da allora, le due famiglie si sono praticamente unite in un unico clan (noto come Barbaro-Papalia e legato a Domenico Barbaro l’Australiano), capace, dagli anni Settanta, di resistere alle numerose inchieste e riorganizzarsi ogni volta.

Così Perre si darà da fare, e troverà anche un luogotenente per portare avanti il traffico di eroina: Mario Sergi. Il duo potrà così operare all’interno di un contesto preciso, e le azioni criminali non avverranno più in modo spontaneo e casuale ma all’interno di un piano specifico, discusso di volta in volta con la “casa madre” di Platì e con il nucleo di narcos operanti da Volpiano. È infatti da lì che Pasquale Marando dirige il suo impero alla Escobar, e grazie alle alleanze con i trafficanti turchi e pachistani rifornisce di eroina tutta Europa, compresa la Bolzano gestita dal suo “clan dei calabresi” – così veniva chiamato dagli inquirenti dell’epoca il gruppo guidato da Perre e Sergi.

Qualcuno però se ne accorge. Il 13 febbraio 1992 le Procure di Trento e Bolzano concludono la prima indagine sulla ‘ndrangheta in Trentino Alto-Adige togliendo il velo su un fiorente traffico di droga e di armi e arrestando 46 persone. Tra gli arrestati, ve ne sono anche alcuni coinvolti nel sequestro di Carlo Celadon, il 19enne veneto tenuto prigioniero in Aspromonte per oltre 800 giorni a fine anni ‘80.

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Le indagini del 1992 hanno dimostrato come in Alto-Adige ci fosse una solida organizzazione di stampo ‘ndranghetista dedita al traffico di armi e droga. Ma soprattutto, che già all’epoca esisteva quel piglio imprenditoriale che ha permesso alla ‘ndrangheta di diventare sempre più forte, sempre più colletto bianco e quindi sempre più invisibile, accolta e fusa nella società, anche a Bolzano. Infatti, già nel 1992, fu rilevato dagli inquirenti come i profitti derivanti dalle attività illecite fossero reinvestiti nel circolo dell’economia legale con il coinvolgimento di imprenditori, commercianti, titolari di locali pubblici e di concessionarie di automobili. Ecco dunque che che l’operazione “Freeland” con i suoi venti arresti dello scorso 9 giugno è allora un deja-vu: i nomi importanti tra gli indagati sono i recidivi del “clan dei calabresi” – non solo Ciccio Perre e Mario Sergi, ma anche Angelo Zito, coinvolto proprio nel sequestro Celadon, e rimasto a vivere in Trentino. A gennaio 1993 inizia il processo contro il clan dei calabresi a Bolzano, ma Ciccio Perre è latitante, tornato a Platì dove può nascondersi con più facilità. A novembre dello stesso anno viene però stanato e arrestato. Uscirà dal carcere solo nel 2011, un anno prima del suo braccio destro Mario Sergi.

Il 13 febbraio 1992 le Procure di Trento e Bolzano concludono la prima indagine sulla ‘ndrangheta in Trentino Alto-Adige togliendo il velo su un fiorente traffico di droga e di armi e arrestando 46 persone

Quando nel 1994 vengono condannati, Mario Sergi non può crederci. Aveva costruito bene la sua copertura, essendo socio in ben quattro imprese edili e in un bar stando ai dati della camera di commercio. Alla lettura della sentenza in aula, Sergi sbraita e minaccia l’intero collegio giudicante. «Quando il Presidente ha letto il dispositivo di sentenza, Sergi dalla gabbia ha iniziato a minacciarci in calabrese stretto», ricorda l’allora giudice, oggi in pensione, Margit Fliri. Era la prima volta che a Bolzano si svolgeva un processo con mafiosi alla sbarra, e per il quale era stata fatta appositamente costruire una gabbia. I giudici istruttori di Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano stati uccisi due anni prima, e l’Italia di quegli anni aveva ancora ben in mente l’eco della strage di Capaci. Le minacce di Sergi però non serviranno a molto, ma nei venti anni successivi passati in carcere avrà modo di pensare a come riorganizzare la “locale” di Bolzano una volta fuori.

Nel 2012 infatti Mario Sergi torna libero e torna a Bolzano. Come ha potuto verificare IrpiMedia sei mesi dopo aprirà con altri tre Sergi e un cittadino albanese una cooperativa edilizia a Bolzano a cui tre anni dopo seguirà l’inaugurazione di un’altra impresa edile e dal 2018 il bar Coffee Break. Quello che, secondo l’accusa, diventerà il quartier generale per il traffico di droga del gruppo guidato – proprio come negli anni ‘90 – da Sergi con Ciccio Perre U Gulera. «Ben presto – si legge nelle carte dell’inchiesta “Free Land” – Sergi riprende le redini del traffico di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, giovandosi dell’apporto dei suoi sodali, in gran parte a lui gerarchicamente sottoposti».

«Quando il Presidente ha letto il dispositivo di sentenza, Sergi dalla gabbia ha iniziato a minacciarci in calabrese stretto»

Margit Fliri

Ex giudice

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I carichi di cocaina – che nelle intercettazioni spuntano come “caffè” o “macchina”, “motorino” e “bicicletta” – arrivavano dalla Calabria nascosti tra la frutta e l’olio d’oliva, oppure il gruppo reperiva lo stupefacente in Veneto, dove poteva contare su altri affiliati. Perre gestisce tutto da Platì, Sergi invece a Bolzano si è rifatto una vita e in Calabria ci va solo per gli incontri importanti. Ai primi di settembre 2019 è presente allla festa della Madonna di Polsi, santuario nel comune di San Luca poco distante da Platì dove ogni anno si celebra una festa religiosa molto popolare, e con l’occasione si incontra con Rocco Papalia, della cosca Italiano-Papalia di Delianuova, con cui discute di traffici di droga verso nord.
L'intercettazione

È il 2 settembre 2019 e, svelerà un’intercettazione ambientale, i due discutono di traffico di droga verso il nord. «Questo vuole prendere da qui e portarla su», dice Papalia. «Se il prezzo è buono lassù riesco a piazzare», risponde Sergi. Nel corso della conversazione Sergi affronta anche il tema di ritardi nel pagamento: «Io volevo andare anche dalle parti di Verona», racconta a Papalia, «perchè li qualcosa c’è pure già…gliela portiamo là e vengono e se la prendono loro». «Ma pagano questi qui?», vuole sapere Papalia. «Pagare ce la pagano…è probabile che non ce la pagano subito…questo è il problema…loro ti dicono…un mese…e i soldi te li porto»

I rapporti tra Mario Sergi e Rocco Papalia sono di grande interesse per gli inquirenti, che considerano il secondo contabile della cosca di Delianuova e depositario della cosiddetta “bacinella”, ossia la cassa comune in cui confluiscono i proventi della ‘ndrina che vengono utilizzati ad esempio per il sostentamento dei familiari degli affiliati in carcere. Un aiuto a cui non si è sottratto Mario Sergi che, stando all’accusa, avrebbe inviato somme di denaro proprio alla “bacinella” gestita da Papalia. In cambio un riconoscimento importante: Sergi viene invitato alla riunione nella quale sarebbe stata conferita la carica di capo della cosca Italiano-Papalia, contesa tra i cugini Rocco e Saverio Papalia.

Gli inquirenti ritengono quindi che Sergi sia espressione diretta della ‘ndrina di Delianuova e che per essa, e per i platioti rappresentati da Perre, curi il traffico di droga in Trentino-Alto Adige. Un flusso bianco che toccava anche il Veneto e che puntava a espandersi ancora grazie a contatti diretti con la Colombia e con chi «ha in mano il porto, il porto di Gioia Tauro», come emerge dalle intercettazioni.

Una “locale” distaccata di ‘ndrangheta per funzionare deve riuscire ad operare il controllo sul territorio. A questo, secondo gli inquirenti, servivano le armi – detenute illegalmente – che i poliziotti hanno poi trovato e requisito durante l’indagine. Le trovano ancora  al bar Coffee Break di via Resia dove le armi venivano chiamate «amaro del capo».

Un flusso bianco che toccava anche il Veneto e che puntava a espandersi ancora grazie a contatti diretti con la Colombia e con chi «ha in mano il porto, il porto di Gioia Tauro»

D’altronde Sergi deve potere incutere timore. A febbraio 2020, ricostruiscono gli inquirenti, l’uomo convoca presso il Coffee Break tre uomini di etnia sinti che avevano rubato all’interno del locale di una sua cliente. Sergi li minaccia, i tre delinquenti si scusano, promettono di risarcire la malcapitata e promettono anche di non farlo mai più.

L’ordinanza di custodia cautelare “Freeland” dei pm Sandro Raimondi e Davide Ognibene non esplora il modo in cui la ‘ndrangheta di Delianuova e Platì a Bolzano abbia reinvestito i proventi delle presunte attività criminali, ma sono i nomi degli arrestati più giovani a suggerire un indizio.

Uno degli arrestati, un giovane classe 1988 nato a Bolzano che vanta un cognome importante nel mondo della ‘ndrangheta, aveva un ruolo marginale, faceva da autista a Sergi e gli nascondeva una pistola. Eppure, IrpiMedia ha verificato come il ragazzo sia titolare dell’impresa “I frutti della Calabria” che a Bolzano movimenta frutta e verdura fresca. Proprio il tipo di attività commerciale che il gruppo di Sergi avrebbe utilizzato almeno una volta per muovere un carico di droga. Il ragazzo sui social è “amico” di un altro giovanissimo arrestato in Freeland, titolare di un’impresa di lavori elettrici ed energie rinnovabili attiva tra Bolzano e la Calabria e un frantoio di olio d’oliva nella Piana di Gioia Tauro.

Al momento le indagini non hanno chiarito se le imprese degli arrestati fossero una copertura per altre attività, ma la storia scritta da altri procedimenti di ‘ndrangheta insegna che sono queste le tecniche predilette per muovere i carichi di droga e per riciclare i proventi. I due giovani, tramite i loro legali, hanno dichiarato di volere «attendere gli interrogatori» prima di rilasciare commenti sulla linea difensiva.

«Con l’operazione Freeland ci siamo detti: vuoi vedere che ci volevano questi venti arresti per poter parlare di mafie, nonostante abbiamo a che fare con persone che operavano in regione dagli anni ‘90?», dice a IrpiMedia Chiara Simoncelli, referente di Libera Trentino-Alto Adige. «Ci auguriamo che questa operazione contribuisca anche alla nascita di una nuova consapevolezza, ad un cambiamento culturale. Perchè in Trentino Alto-Adige sembra quasi un’onta parlare di mafie sul nostro territorio».

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi Margherita Bettoni

Editing

Giulio Rubino