L’Ucraina, gli anarchici e la guerra

19 Agosto 2022 | di Dario Nincheri

Il primo marzo del 2022, un contatto straniero mi ha messo a conoscenza via Telegram dell’attivazione di una rete di reclutamento per anarchici europei disposti ad andare a combattere in Ucraina. L’ultima volta che degli anarchici presero parte a una guerra sul suolo europeo fu nel 1936: quell’estate i primi anarchici italiani arrivarono a Barcellona, per aiutare gli spagnoli a proteggere la Repubblica e i suoi valori dall’assalto dei fascisti di Franco. Quei volontari diedero vita a un’esperienza tanto importante quanto evocativa, a cui parteciparono personaggi iconici della cultura europea del Novecento, da George Orwell a Ernest Hemingway, passando per i fotografi Robert Capa e Gerda Taro (che durante quella guerra morì).

La storia non si fa attraverso paragoni azzardati, l’Ucraina del 2022 non è la Spagna del 1936. Ciononostante una componente antiautoritaria e dichiaratamente anarchica è indubbiamente presente nella vasta compagine dell’autodifesa del Paese (in inglese Territorial Defense Forces, Tdf, ndr). Per quanto non si conoscano esattamente i modi di reclutamento e le stime parlino di circa 150 volontari effettivamente partiti, il solo fatto che, nel cuore dell’Europa, ci sia qualcuno disposto ad arruolarsi sotto le insegne rosse e nere dell’anarchia, costituisce un fatto di indubbio interesse.

Di vita e di guerra, il podcast sulla guerra in Ucraina di IrpiMedia

Dal 12 agosto è disponibile il podcast di Eleonora Vio sul conflitto in Ucraina, Di vita e di guerra. Nelle due puntate del 19 agosto ci si concentra sulle forze territoriali di difesa, in particolare esplorando i loro collegamenti con l’estrema destra.

Gli anarchici alla guerra, una storia riluttante

Anarchismo e difesa dei confini e dello status quo democratico sono compatibili? Secondo il pensiero anarchico, il concetto di patria da difendere è inaccettabile, l’ordinamento democratico capitalista è indifendibile e l’antimilitarismo è una pratica fondante. Tuttavia la Guerra civile spagnola ha segnato un precedente nella storia dell’anarchismo, anche se novant’anni fa la situazione al di là dei Pirenei era decisamente inconsueta: «Sono stato settantacinque giorni in trincea con gli anarchici. Li ammiro. Gli anarchici catalani sono una delle avanguardie eroiche della rivoluzione occidentale. È nato con essi un nuovo mondo che è bello servire», scriveva Carlo Rosselli in una corrispondenza per Giustizia e Libertà il 6 novembre 1936, descrivendo una situazione politicamente inedita per l’Europa continentale.

Un bot (da robot, in questo contesto inteso come un programma che esegue azioni automatiche e ripetitive) su Telegram per il reclutamento di anarchici nel conflitto in Ucraina.

Un bot (da robot, in questo contesto inteso come un programma che esegue azioni automatiche e ripetitive) su Telegram per il reclutamento di anarchici nel conflitto in Ucraina

Dopo la temporanea sconfitta delle forze golpiste di Franco, infatti, la Confederazione nazionale del lavoro (l’organizzazione anarco-sindacalista, Cnt) e la Federazione anarchica iberica rifiutarono di assumere il potere che il presidente della Generalitat, il governo catalano, gli offrì, preferendo organizzare un fronte antifascista popolare incaricato di svolgere le funzioni di polizia ed esercito. I lavoratori, inoltre, requisirono spontaneamente le imprese e, influenzati dalle idee libertarie, procedettero alla collettivizzazione e alla gestione diretta delle fabbriche, dando vita a quello che George Orwell definì «uno stato di cose che mi appariva di colpo come qualcosa per cui valesse la pena combattere».

Fu per difendere quel sogno che partirono molti degli anarchici europei, un sogno lontano nel tempo e nello spazio che, al giorno d’oggi, non pare materializzarsi in nessun luogo d’Europa.

Il contributo anarchico alla guerra civile spagnola

Durante le prime fasi della guerra civile spagnola, a Barcellona, furono i militanti anarchici ad avere ragione della ribellione militare franchista. Organizzati nel loro sindacato, la Cnt (Confederacion National del Trabajo), diedero in quel frangente vita a un vasto movimento tendente alla collettivizzazione dei mezzi di produzione e all’edificazione, su quella base, di una nuova economia e di una nuova società.
Allo scoppio della guerra la Catalogna era una delle zone più industrializzate della Spagna e, tra i suoi lavoratori, erano forti le idee di ispirazione libertaria, trapiantate dai contadini dell’Andalusia e della Murcia che lì si erano spostati per lavorare, tanto che la stragrande maggioranza degli operai sindacalizzati aderiva alla Cnt.

Dopo aver cacciato i franchisti, forti della vittoria, gli anarchici occuparono in breve tempo la maggioranza delle fabbriche (18 mila in tutto il Paese di cui tremila solo a Barcellona), senza che le autorità fossero in grado di opporsi. Tra i loro obiettivi c’era anche quello di dimostrare l’efficienza e la funzionalità del sistema libertario di organizzazione del lavoro, perciò, anche per difendere ciò che avevano ottenuto, parteciparono al governo autonomo Catalano con una larga rappresentanza.

Nel frattempo, nelle campagne, la collettivizzazione delle terre procedeva a ritmo anche più serrato. Persino i contadini, che in massa si erano opposti al golpe sostenuto qui anche dalla Guardia civil, erano infatti per la maggioranza inquadrati nella Cnt.
In Catalogna era quindi in atto una vera e propria rivoluzione, calamita per gli anarchici di tutta Europa. Un’esperienza che però fallì e non soltanto per la vittoria finale della guerra civile che fu di Franco, ma anche, o forse soprattutto, per i contrasti interni al Fronte popolare spagnolo. I Repubblicani democratici e i comunisti, che erano appoggiati dall’Unione sovietica, si opponevano, infatti, all’unificazione tra la lotta di resistenza a Franco e una rivoluzione sociale che non volevano. Con il progredire della guerra, il governo e i comunisti furono in grado di fare leva sul loro accesso alle armi sovietiche per ripristinare il controllo politico e per tentare di obbligare le milizie anarchiche a inquadrarsi all’interno dell’esercito regolare. I contrasti esplosero durante le giornate di maggio del 1937, quando i comunisti cercano di conquistare militarmente il controllo degli edifici pubblici di Barcellona, difesi dagli anarchici, arrestandone e fucilandone i dirigenti.

Per questo la galassia antagonista europea si domanda come fanno gli anarchici a muoversi in un contesto dove ci sono altre milizie irregolari, anche con simpatie fasciste come il Battaglione di Azov. La domanda è frutto della tendenza contemporanea all’uniformazione del tutto a una sua parte, pratica tossica madre di ogni luogo comune. Per eluderla bisogna partire da alcuni fatti. Come in tutti gli Stati europei, gruppi di estrema destra sono presenti nel panorama politico ucraino e, nonostante una scarsa rappresentanza parlamentare, essi hanno avuto un ruolo importante durante le rivolte di Euromaidan.

Alcuni di questi gruppi si sono trasformati in milizie paramilitari più o meno tollerate dalle istituzioni, con tutto il bagaglio di responsabilità politiche che questo comporta. Sono responsabilità che ricadono sul governo e sulla contingenza, non sulla generalità del Paese: combattere in Ucraina non vuol dire combattere a fianco dei fascisti. Inoltre, l’eco sproporzionato che si continua a dare a queste bande rischia di essere niente di più che una grossa cassa di risonanza per gruppi marginali che, solitamente, fanno della propria sovra rappresentazione un cardine importante di propaganda.

Il legame storico tra gli anarchici e l’Ucraina

Quando si affronta l’importanza del passato nella formazione di parte del moderno pensiero politico ucraino – sia in patria che all’estero – si fa un gran parlare di Stepan Bandera e dei suoi partigiani filonazisti. Pochi però ricordano che Huljajpole’, cittadina non lontano da Mariupol, è il luogo del mondo che, nel 1889, ha dato i natali a Nestor Makhno, figura storica dell’anarchismo mondiale e padre della Machnovščina, primo tentativo d’applicazione su larga scala dei principi dell’autogoverno anarchico.

L’Ucraina era allora un Paese a maggioranza contadina, con una abnorme sproporzione nella concentrazione del potere. In quel contesto Makhno espropriò i latifondi ai grandi proprietari terrieri e li diede in autogestione ai braccianti, organizzandoli secondo i principi dell’anarco-comunismo. Il sistema, avverso a qualsiasi forma di autorità costituita, ebbe una forte eco internazionale, prima di essere percepito come una minaccia dai bolscevichi che ebbero un ruolo importante nella sua distruzione.

La storia della Machnovščina, la storia di Stepan Bandera

L’area controllata dalle bande rivoluzionarie anarchiche della Machnovščina tra il 1918 e il 1921 copriva una regione popolata da sette milioni di abitanti in un’area di 280 km di profondità per 250 di larghezza. L’estremità meridionale toccava il mare di Azov, raggiungendo il porto di Berdiansk e la sua capitale era Gulyai-Polyé, un grosso borgo di 20-30 mila abitanti.

Per la prima volta nella storia, in Ucraina, i principi del comunismo libertario furono applicati sul terreno. Le terre disputate agli antichi proprietari terrieri furono coltivate in comune dai contadini, raggruppati in comuni o liberi soviet di lavoro dove i principi di fratellanza e di uguaglianza dovevano essere rispettati. Tutti, uomini e donne, dovevano lavorare secondo le loro forze e i cittadini eletti alle funzioni di gestione amministrativa agivano a titolo temporaneo e poi riprendevano il loro lavoro abituale a fianco degli altri membri della comunità.

Quando i partigiani machnovisti penetravano in una località, affiggevano dei manifesti, in cui si poteva leggere: «La libertà dei contadini e degli operai appartiene a loro stessi e non può subire restrizione alcuna. Tocca ai contadini e agli operai stessi agire, organizzarsi, intendersi fra di loro, in tutti i campi della loro vita, come essi stessi ritengono e desiderano (…). I machnovisti possono solo aiutarli dando loro questo o quel parere o consiglio (…). Ma non possono, e non vogliono, in nessun caso, governarli».

Machno rifiutò sempre di porre la sua armata sotto il comando supremo di Lev Trotsky, capo dell’Armata Rossa, dopo la fusione in quest’ultima delle unità di guardie rosse. I contrasti con i sovietici aumentarono fino a che, alla fine di novembre del 1920, gli ufficiali dell’esercito machnovista di Crimea furono invitati dai bolscevichi a partecipare a un consiglio militare che, in realtà, era un agguato. Mentre loro venivano arrestati dalla polizia politica e fucilati un’offensiva in piena regola veniva lanciata contro Gulyai-Polyé, che cadde dopo nove mesi.

Stepan Bandera è considerato in Ucraina un patriota della Seconda guerra mondiale, ma è anche un criminale di guerra accusato di essere filonazista e corresponsabile dello sterminio di polacchi ed ebrei.

A capo del movimento nazionalista ucraino Oun, Bandera combatté prima contro i polacchi, poi contro l’Armata rossa al fianco dei nazisti e, alla fine, contro gli stessi tedeschi finendo anche nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Ma come poteva combattere contro i tedeschi se era un filonazista? chiedono in maniera retorica i suoi difensori a oltranza.

Il personaggio, in realtà, era più che controverso. Il nazionalismo fu il suo faro più potente, alleato con i tedeschi per combattere l’Armata rossa non esitò a rivoltarsi contro i nazisti quando questi divennero un ostacolo per l’indipendenza della nazione, così come i suoi uomini non esitarono a portare avanti una pianificata pulizia etnica in Galizia e Volinia uccidendo più di 50 mila polacchi. Accecati dall’unico obiettivo della causa nazionale lui e i suoi partigiani non ebbero remore ad accondiscendere l’alleato di turno, tanto che sono accusati di aver contribuito allo sterminio della popolazione ebraica di quelle zone durante la loro alleanza con i nazisti.

Liberato dai tedeschi nel 1944 perché conducesse azioni di sabotaggio contro l’Armata rossa, Stepan Bandera, a guerra finita, riparò in Germania Ovest e morì assassinato a Monaco di Baviera nel 1959 in circostanze mai del tutto chiarite.

All’interno dell’esperienza makhnovista si trovavano, però, già alcune delle criticità ascrivibili all’interventismo anarchico odierno. Quando un secolo fa l’impero Austro-ungarico e la Germania invasero l’Ucraina, infatti, Makhno e i suoi si lanciarono in un’accanita guerriglia per opporsi all’invasione, ma la loro organizzazione militare continuò ad avere una natura gerarchica che, in quanto tale, era difficile da conciliare con gli ideali anarchici. Inoltre, allora come oggi, rivendicazioni etniche e culturali giocarono un ruolo importante accendendo, nel campo libertario, accesi dibattiti sulla loro opportunità.

L’internazionalismo moderno

Ai giorni nostri le cose sono ancora meno chiare, per il contesto politico che è anni luce lontano da un orizzonte rivoluzionario ma, soprattutto, per via dell’indeterminatezza che si accompagna all’approcciarsi alle problematiche degli uomini attraverso canali virtuali. Un bot di Telegram, infatti, non è un compagno che condivide informazioni ed esperienze, ma uno strumento freddo e dalla limitata attendibilità. Seguendo un link presente nel messaggio che avevo ricevuto, infatti, sono stato catapultato in un mondo parallelo dove ragazzi da tutto il mondo chiedono informazioni su come arruolarsi e su come raggiungere il teatro di guerra. A rispondergli ci sono più voci – supposte dal campo – che non mancano di fornire tutti i dettagli, assieme a manuali di guerriglia. Secondo la Croce nera di Dresda, un collettivo anarchico tedesco, sono oltre 150 i combattenti internazionali sul fronte ucraino riconducibili all’area anarchica o genericamente antiautoritaria.

Un gruppo di anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram
Un gruppo di anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram

Il Black head quarter è l’aggregativo on line delle iniziative del Resistance Committee, che in rete si presenta così: «Il Comitato di resistenza è uno spazio di dialogo e di coordinamento per iniziative anarchiche, libertarie e antiautoritarie. Crediamo che l’Ucraina e tutta l’Europa orientale debbano essere libere dalla dittatura». L’obiettivo dichiarato è chiaro ed esplicito: «Il nostro compito è quello di unire gli sforzi dei combattenti contro l’autoritarismo. Aspiriamo a influenzare il futuro dell’Ucraina e dell’intera regione, a proteggere le libertà già esistenti e a contribuire alla loro estensione. Siamo nemici del dominio imperialista, che è adesso presente nel paese per tramite del brutale esercito putinista». È manifesta anche la loro discontinuità con l’apparato statale: «Se lo stato ucraino oggi partecipa a questa lotta non significa che noi siamo diventati dei suoi sostenitori», viene più volte ribadito.

Secondo il Black head quarter oggi, in Ucraina, varie componenti antiautoritarie partecipano attivamente alle principali sfere di resistenza contro l’aggressione, sia nel teatro della guerra che nell’ambito del volontariato civile e dei media. Uno dei compiti principali del Comitato di resistenza è assicurare la comunicazione e il coordinamento fra i diversi gruppi e gli individui coinvolti nel conflitto. Tra le molteplici funzioni che mettono a disposizione c’è il loro canale Telegram, attraverso il quale utenti anonimi si sono occupati (soprattutto nelle fasi iniziali dell’invasione) anche del reclutamento e della formazione di nuovi volontari.

Il libro che mi viene inviato quando chiedo chiarimenti sulla preparazione è un volume di 300 pagine piene zeppe di tattica militare e tecniche di guerriglia urbana. Proviene dall’esercito americano, è ben fatto e chiaro in ogni sua parte. Un po’ meno chiari sono invece gli obiettivi politici di chi me lo manda, per questo forse sono così tante le domande degli utenti. «Non vogliamo difendere nessuno stato. Siamo anarchici e siamo contrari a qualsiasi confine tra nazioni. Ma siamo contrari a questa annessione, perché stabilisce solo nuovi confini e la decisione in merito è presa esclusivamente dal leader autoritario Vladimir Putin», scrive Bohdan, un anarchico ucraino impegnato sul fronte.

Le perplessità tra chi si approccia alla questione non sono poche e, a fronte degli intenti politici dichiarati e delle azioni rivendicate dai gruppi, che mappano i loro interventi e i loro sabotaggi con tanto di immagini geolocalizzate, la risposta dei comitati anarchici europei è poco compatta, se non addirittura critica. Nonostante raccolte di fondi da destinare alle brigate anarchiche appaiono un po’ dappertutto nel network libertario europeo (217.400 euro raccolti soltanto dalla Anarchist Black Cross Dresden), non manca, infatti, chi solleva dubbi circa l’opportunità di tutta quanta l’operazione.

La copertina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram
La copertina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram
Una pagina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram
Una pagina del libro, di produzione americana, di tattica militare e guerriglia urbana inviato su uno dei canali Telegram

La Federazione anarchica italiana (Fai), per esempio, ha una posizione ben precisa a riguardo: «Manteniamo ferma la nostra posizione di rifiuto della guerra e ci riconosciamo nell’idea di disfattismo rivoluzionario, intendendo per disfattismo una posizione rivoluzionaria di fronte alla guerra, quella di coloro che lottano per la disfatta del governo e della classe dominante del proprio paese», recita il manifesto antimilitarista che mi mandano dal comitato centrale quando chiedo di commentare la scelta dei compagni volontari in Ucraina. La dirigenza della Fai si sente poi di precisare che «nonostante da alcuni singoli e gruppi che si dichiarano antiautoritari, libertari o anarchici giunge, già da prima dell’invasione russa dell’Ucraina, una forte critica al nostro tradizionale antimilitarismo, noi restiamo fermi sulle nostre posizioni e facciamo nostro l’International Anarchist Manifesto against the War del 1915: dobbiamo dichiarare ai soldati di tutti i Paesi, che credono di stare combattendo per libertà e giustizia, che il loro eroismo e il loro valore non serviranno che a perpetuare l’odio, la tirannia e la miseria».

Punti di contatto tra la Fai e gli anarchici ucraini si ravvisano nei giudizi sul governo Zelensky, anche se le conclusioni raggiunte sono diverse: «Rifiutiamo la narrazione di una guerra fra libertà e dittatura. Da questo punto di vista, l’Ucraina di Zelensky è veramente una piccola Russia, con un governo autoritario, una cerchia di oligarchi che saccheggia il paese, una repressione verso tutte le forme di protesta e verso le minoranze che la guerra ha reso più dura», dice la Federazione anarchica italiana, mentre una voce libertaria combattente sul fronte ha dichiarato alla stampa francese: «Lo stato ucraino è totalmente corrotto e potremmo stare qui a elencare i suoi fallimenti per giorni, ma al suo interno ci sono aree di libertà, perché gli oligarchi che si contendono il potere non possono controllare tutto».

Un gruppo di combattenti anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram
Un gruppo di combattenti anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram

Anche nell’area di movimento italiana il dibattito è serrato: «Qui la Fai non c’è – mi dice un amico vicino ad ambienti libertari del nord-est -, però ti posso dire che, per i compagni, la guerra in Ucraina è un argomento tanto divisivo quanto lo è stata la gestione della pandemia».

A prescindere dalle opportunità ideologiche, in questo contesto una domanda sembra essere la più stringente di tutte quante, e la pone un ragazzo tedesco in calce alle decine di commenti che accompagnano una foto con dei ragazzi armati sotto la bandiera rossa e nera: «Chi ci dice che siete davvero anarchici? O che siete davvero voi quelli della foto? Potrei stare parlando con chiunque, anche con un bot o con dei mercenari russi».

Una domanda questa a cui, purtroppo, si può rispondere solo con un atto di fede, pratica che, a quanto pare, è poco compatibile con l’anarchia.

Foto: Un gruppo di combattenti anarchici in una foto recuperata su un canale Telegram
Editing: Lorenzo Bagnoli

Di Vita e Di Guerra: storie dal fronte ucraino

9 Agosto 2022 | di Eleonora Vio

Questo progetto nasce da un imprevisto. Sebbene la giornalista investigativa Eleonora Vio abbia una lunga esperienza in zone ostili e di conflitto, questa volta era diretta in Donbass, per provare a raccontare una storia diversa, particolare e di approfondimento. Per lei la guerra, non quella scoppiata il 24 febbraio ma quella che si prolunga in Ucraina dal 2014, andava analizzata non solo nei suoi sviluppi militari, ma anche in quanto causa scatenante di un imminente disastro ecologico nel bacino carbonifero del Don. L’inchiesta che Eleonora voleva scrivere su questo tema, avrebbe costituito un altro tassello di un progetto di IrpiMedia, che l’ha già vista impegnata in Bulgaria ed Estonia.

Improvvisamente l’emergenza ucraina cancella i piani costruiti da tempo da Eleonora – e dal suo collega fotografo e videomaker, Patrick Tombola. I due si trovano così catapultati dalla sera alla mattina sul filo del fronte. Tra i bombardamenti e l’avanzata delle truppe russe, i due giornalisti diventano testimoni oculari della capacità con cui la popolazione locale, pur incapace di dare un senso agli avvenimenti, si organizzi e reagisca con caparbietà e decisione.

Dal caso prende forma un reportage a puntate con testimonianze in presa diretta e interviste in studio o registrate da Eleonora sul campo, che racconta come, dopo la confusione e il panico delle prime 48-72 ore, un Paese europeo e moderno, al pari del nostro, sia stato costretto a cambiare volto repentinamente e assumere un assetto da guerra. La confusione è tanta, come pure le domande cui sembra impossibile, ancora oggi, dare risposta. Mettendo insieme i vari tasselli, cercheremo di dare un senso a un evento che ha sconvolto la vita di tutti, entrando già nella storia.

Ep. 11 – L’esodo

Dopo quasi un mese di lavoro sul campo, Eleonora decide che è arrivato il momento di tornare a casa. I racconti di chi ha impiegato giorni e giorni per fare rientro la preoccupano, ma per una serie di circostanze fortuite raggiunge l’Italia in poco più di 48 ore. Abbastanza per rendersi conto di come la guerra ha il potere di avvicinare le persone, da un lato, e di creare distanze incolmabili, dall’altro. Nel frattempo Eleonora ha conosciuto virtualmente Oksana, una signora ucraina residente in Italia e bloccata a Kherson, ovvero la prima città a cadere nelle mani russe nel corso di questa aggressione, durante quella che doveva essere una breve visita alla madre malata. Il racconto personale di Eleonora e quello di questa signora si intrecciano, mettendo in evidenza le analogie, ma soprattutto le differenze tra loro e i mondi a cui appartengono. In quella che è lecito definire una “missione suicida”, alla fine Oksana riesce a fuggire dall’Ucraina. Ma, anche a distanza di un migliaio di chilometri, mentre ha apparentemente ripreso la sua vita “normale”, non riesce a trovare pace.

Ascolta su Spotify

Ep. 10 – Kharkiv, la verità sotto attacco

Fino a qui Eleonora e Patrick hanno viaggiato ed esplorato l’Ucraina sotto attacco insieme. A metà marzo i due si separano. Eleonora se ne va (racconteremo il suo esodo nella prossima puntata, nd), mentre Patrick decide di rimanere e, nelle undici settimane e mezzo che trascorrerà nel Paese, racconterà le varie fasi del conflitto a Kharkiv tramite alcuni suoi emblematici personaggi. Questo reportage visivo è diventato un documentario prodotto da Channel 4 e PBS Frontline, intitolato Ukraine: Life Under Attack, a cui Patrick ha lavorato insieme al collega Yassir Mani Benchelah. In questa puntata Eleonora intervista Patrick e ripercorre con lui l’evoluzione di un polo importante sia dal punto di vista commerciale che intellettuale, diventato col passare del tempo una città fantasma, svuotata nelle strade come nello spirito. Il finale è amaro. Per chi ha vissuto la guerra a lungo e dal di dentro, come Patrick, ciò che al suo ritorno a casa più gli ha fatto male è stato realizzare come tante persone mettano in discussione non solo la realtà dei fatti ma, con essa, il suo stesso lavoro e quello dei giornalisti che ogni giorno rischiano la vita per documentarla.

Ascolta su Spotify

Ep. 9 – Kharkiv, la realtà capovolta dove i bambini fanno da esempio per tutti

Anche Kharkiv, la seconda città più grande dell’Ucraina, a soli 40 chilometri a sud del confine russo, è stata colpita all’alba del 25 febbraio. E non ha mai smesso di essere bombardata da allora, tanto da costringere la gente a fuggire, o a ritirarsi a vivere sottoterra per settimane, mesi. A Kharkiv, dove gran parte della popolazione parla russo, e ha parenti, figli e amici dall’altra parte del confine, l’aggressione è stata interpretata come una pugnalata fratricida. Il dovere di non soccombere alla paura e all’invasione nemica si manifestano giorno dopo giorno nelle situazioni più impensabili, come quella in cui Eleonora e Patrick si sono trovati immersi a inizio marzo. Una mattina hanno seguito il Dottor Juriy, oftalmologo al Centro Medico Prenatale di Kharkiv, durante il suo giro di visite quotidiane e hanno scoperto una realtà drammatica e surreale, dove i parametri normali erano stati capovolti, e i neonati indifesi facevano da esempio di resilienza per gli altri.

Ascolta su Spotify

Ep. 8 – L’ombra della catastrofe atomica

Uno dei rischi più grandi, per l’Ucraina come per il resto del mondo, connesso a questa guerra, è il rinnovato rischio rappresentato dalla minaccia nucleare. Non tanto quello rappresentato dall’uso di armi atomiche in guerra, quanto quello, ben più probabile, connesso alle centrali attive in Ucraina che rischiano di trovarsi in mezzo ai bombardamenti.
Per capire cosa questo e altri scenari potrebbero significare, parliamo oggi con qualcuno che queste conseguenze le ha in mente ogni giorno: Olga Kosharna, esperta di energia nucleare. Dopo aver lavorato molti anni presso l’Autorità Nazionale dei Regolamenti per la Sicurezza Nucleare in Ucraina e all’Istituto di Ricerca Strategica sulla Sicurezza Nucleare, oggi Olga è una ricercatrice indipendente e svolge consulenze per vari enti sia statali che indipendenti.

Ascolta su Spotify

Ep. 7 – La storia che rischia di ripetersi

Il popolo ucraino conosce meglio di ogni altro in Europa quali possano essere le conseguenze di un incidente nucleare. L’ombra di Chernobyl ha infatti pesato su questo conflitto fin dall’inizio, e la sicurezza delle centrali attive, come dei depositi delle scorie che ancora risalgono all’incidente di quasi quarant’anni fa, rappresentano una delle principali preoccupazioni delle forze di difesa ucraine.
Eleonora questa realtà ce l’ha presente da prima dell’inizio della guerra, ed è per questo che aveva già programmato di intervistare Yakovlev Yevgeniy Alexandrovich, l’ormai ultraottantenne idrogeologo che nel lontano 1986 lanciò l’allarme prima della catastrofe di Chernobyl.
Dopo aver parlato con lui, seguiremo il viaggio di Eleonora e Patrick verso Zaporizhzhya, dove si trova la più grande centrale nucleare d’Europa, mentre il fronte si avvicinava sempre più pericolosamente.

Ascolta su Spotify

Ep. 6 – Cittadini, volontari, estremisti. Chi combatte per l’Ucraina?

Per la Carta delle Nazioni Unite l’Ucraina – come ogni altro Paese che abbia aderito al protocollo – ha il diritto di utilizzare tutte le armi a sua disposizione per auto-difendersi. Per quanto la forza militare ucraina si sia irrobustita molto dall’umiliazione subita in Crimea nel 2014 in poi, il 24 febbraio si è trovata impreparata di fronte all’esercito russo, uno dei più potenti al mondo, che contava, già allora, quasi due milioni di uomini. Così, oltre a mettere in campo l’intero esercito, composto da 200mila soldati attivi e almeno 300 mila riservisti, le autorità Ucraine, da subito, hanno voluto allargare le loro forze volontarie e paramilitari. Cercheremo di capire chi sono, da dove arrivano e in cosa credono le Forze Territoriali di Difesa, che in poco più di un mese sono riuscite a reclutare oltre 37 mila membri attivi e 130 mila volontari. E, grazie a un ospite di rilievo, faremo anche un po’ di chiarezza sulle sorti del tanto discusso Battaglione Azov, il cui orientamento resta uno dei punti più efficaci della propaganda filorussa.

Ascolta su Spotify

Ep. 5 – Dnipro si mobilita

Lo shock iniziale lascia spazio alla voglia di darsi da fare e di resistere. Incoraggiati dalle parole del Presidente ucraino Zelensky, che li invita a difendere in massa il proprio Paese dall’aggressore, i cittadini ucraini si mobilitano come possono. C’è chi si registra tra le Forze Territoriali di Difesa, un corpo volontario diventato parte dell’esercito ufficiale da gennaio di quest’anno; chi raccoglie beni di prima necessità per le forze armate e le famiglia in difficoltà, e chi passa le giornate ad assemblare e testare bombe molotov. Eleonora osserva sbalordita come una città di (allora) un milione di abitanti, in seguito svuotata di almeno un terzo della sua popolazione, e simile in tutto e per tutto a qualunque moderno centro europeo, non si sia fatta abbattere della paura, ma abbia, invece, sfruttato la rabbia condivisa per reagire, dimostrando ammirabile unità e compattezza.

Ascolta su Spotify

Ep. 4 – Vita da fixer, tra impegno morale e professionale

Allontanarsi da Mariupol per Eleonora significa anche rinunciare all’unica persona cui pensava di poter fare affidamento, la sua fixer, Diana. Ma, arrivata a Dnipro, s’imbatte subito e fortuitamente in Catherine Leonova, giornalista, video-maker, ufficio stampa per l’esercito e tanto altro. Seppure esperienze di quel tipo non le manchino, con lo scoppio della nuova guerra Catherine non pensa a documentare l’accaduto ma a supportare il più possibile chi ha bisogno. Sono le persone vicine a lei a convincerla che il miglior modo per aiutare la sua gente e l’esercito è fare da “fixer” ai giornalisti stranieri che arrivano giorno dopo giorno, per raccontare il conflitto nelle sue tante sfaccettature. La propaganda esiste, da ambo le parti, ma come dice Catherine: “Solo uno stupido potrebbe negare che è la Russia il colpevole”.

Ascolta su Spotify

Ep. 3 – 48 ore per capire

Rendendosi conto che, se la situazione dovesse precipitare, rischierebbe di rimanere incastrata, senza possibilità di andarsene, nella città strategica e insidiosa di Mariupol, schiacciata tra il Mare di Azov e le repubbliche separatiste filorusse del Donbass, Eleonora decide di andarsene da lì. Nonostante le raccomandazioni dell’unità di crisi e dei governi a non muoversi, sfida il pericolo, trova un autista e si mette in macchina. Dopo 5 ore di viaggio trascorse in allerta e in silenzio, arriva a Dnipro, terza città per grandezza dell’Ucraina. Anche qui, la mattina del 24 febbraio, sono state registrate varie esplosioni. Intorno regna il caos. Non avendo ancora un’idea precisa di cosa potrebbe succedere, Eleonora si organizza e si prepara, come se, a breve, dovesse verificarsi il peggio.

Ascolta su Spotify

Ep. 2 – Perché andare, perché restare

Fare il giornalista significa prima di tutto immedesimarsi nei panni di chi legge, vede o, come in questo caso, ascolta, e fornirgli strumenti per capire la realtà che lo circonda. Ecco perché, dopo un attacco “frastornante”, nel vero senso della parola, dove siete stati trascinati, inconsapevolmente, da Eleonora nell’istante che per molto tempo farà da spartiacque alla nostra storia recente, qui la nostra protagonista non è più narratrice testimone ma ospite e intervistata. A posteriori Eleonora cerca di rispondere alle domande che avrebbe posto lei a chi si fosse trovato nei suoi panni e cerca di colmare alcuni vuoti e informazioni, cui non aveva avuto nemmeno il tempo di pensare durante quella notte e quel giorno, nella frenesia del lì e ora. A intervistarla, Giulio Rubino, editor di questo podcast, che ha seguito Eleonora dall’inizio, prima che la guerra stravolgesse tutto.

Ascolta su Spotify

Ep. 1 – La notte che cambiò tutto

Un conto è sapere che la guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro, un altro svegliarsi nel cuore della notte al suono delle esplosioni. La giornalista freelance Eleonora Vio (assieme al compagno fotografo e videomaker Patrick Tombola) si trovava a Mariupol – città del sud-est dell’Ucraina, diventata tristemente nota per il carico di violenze e devastazione crescente perpetrato nelle settimane seguenti dalle forze russe – quando è iniziato il conflitto. A distanza di pochi minuti da quell’attimo che ha cambiato la storia del mondo, Eleonora prova a raccontare in presa diretta cosa si prova a essere coinvolti in prima persona in un evento così grande, assurdo e spaventoso, tanto da non essere stato, realisticamente, considerato come possibile, finché non è avvenuto. Un evento che, senza bisogno di troppa analisi, da subito delinea un prima e un dopo nella storia di Eleonora, e di tutti.

Ascolta su Spotify

Di vita e di guerra – Trailer 2

Di vita e di guerra – Trailer 1

Di Vita e Di Guerra è un podcast di Irpimedia
Autori: Eleonora Vio
Diretto da: Giulio Rubino
Prodotto, montato e sonorizzato da: Riccardo Cocozza
Doppiaggio: Stefano Starna, Vanina Marini
Fotografie: Patrick Tombola
Musiche originali: Riccardo Cocozza

Colonna Sonora:

XLR:840 – Replicant. Part 2
TIMOFIY STARENKOV – AI Access Denied
ДУХОВКА – Время
HRCRX – Mineral