La galassia che sostiene l’ultradestra israeliana

#TerraPromessa

La galassia che sostiene l’ultradestra israeliana

Lorenzo Bagnoli
Christian Elia

«Se la coalizione di destra vincerà le prossime elezioni, onorerà la sua promessa di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e trasferire l’ambasciata italiana a Gerusalemme?». La domanda che Eldad Beck, giornalista di Israel Hayom, testata vicina all’ultradestra israeliana, pone a Matteo Salvini in un’intervista del 30 agosto 2022, è semplice e diretta. Come la risposta del leader della Lega: «Assolutamente sì, anche se riaffermo che la coalizione è di centrodestra. Ho dato la mia parola, sono pienamente impegnato con il popolo di Israele e intendo mantenere la mia parola». La dichiarazione di Salvini non ha avuto l’eco che ci si poteva aspettare. Ha praticamente impegnato la coalizione della quale fa parte, ha parlato a nome dello Stato italiano, senza alcuna considerazione del diritto internazionale e di equilibri globali dei quali non si è preso alcuna cura.

Non è questo, però, il dato più interessante di questa dichiarazione. Dietro una risposta di poche righe, c’è un mondo intero, quello delle relazioni strette e complesse tra Israele e l’estrema destra in Europa e in Nord America.

Il progetto #TerraPromessa

#TerraPromessa è un progetto di IrpiMedia che ha l’obiettivo di ricostruire i legami tra Israele e forze di estrema destra nel mondo, fino a comprendere come l’accusa di antisemitismo sia stata utilizzata strumentalmente per criminalizzare il dissenso alle politiche israeliane in Palestina. Puntata per puntata, analizzeremo le relazioni e i riferimenti, i finanziamenti e le strutture di questo mondo opaco. Questa variegata compagine politica vede all’orizzonte una terra promessa con alcuni tratti in comune, primo fra tutti il controllo delle frontiere.

Israele, laboratorio delle nuove destre

Dagli anni Novanta in poi le destre internazionali hanno iniziato un processo teso a ricostruire e ripulire la loro immagine, all’epoca ancora strettamente legata, nell’immaginario collettivo, ai fascismi della prima metà del Novecento. Questo processo si è dovuto inevitabilmente confrontare con lo stato delle relazioni geopolitiche mondiali (confuso e rimescolato dalla caduta dell’Unione sovietica) e ha trovato un nodo fondamentale da affrontare nell’antisemitismo, componente fondamentale della sua identità politica.

Lo abbiamo raccontato in Operazione Matrioska rispetto al successo di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin e – insieme a Fondazioni Feltrinelli – nella serie Di-Segno Nero sulla crescita dei movimenti di matrice nazionalista tra Italia, Francia, Germania e Polonia; lo ha raccontanto il podcast Democracy Undone: The Authoritarian’s Playbook di The Groundtruth Project riuscendo a ricostruire una serie di mosse politiche e parole d’ordine comuni ai leader di questo schieramento in tutto il mondo.

La chiave più efficace che queste nuove destre hanno trovato appare essere il ritorno dei valori della conservazione, delle origini «giudaico-cristiane», della famiglia tradizionale, sono così diventati di nuovo “presentabili” ai moderati di tutta Europa. I nemici da combattere alle diverse latitudini sono sostanzialmente gli stessi: i burocrati degli organismi sovranazionali (che siano le Nazioni unite o l’Unione europea), i migranti economici (specie se di fede musulmana), il multiculturalismo. Per le due principali formazioni di destra italiana – Lega e Fratelli d’Italia – Israele non è stato solo un nodo politico da sciogliere, ma un laboratorio dal quale apprendere. La centralità del Paese nello scacchiere – anche ideologico – italiano è testimoniato dal fatto che l’accusa di antisemitismo, in campagna elettorale, è stata usata da entrambi gli schieramenti: la destra accusa chi solidarizza con la Palestina, la sinistra segnala nostalgici fascisti e nazisti nel campo avverso.

In qualità di Ministro degli interni, Matteo Salvini saluta un gruppo di carabinieri, di stanza a Gerusalemme, durante una visita al museo dell'Ente nazionale per la Memoria della Shoah a Gerusalemme, a dicembre 2018 - Foto: Menahem Kahana/Getty
In qualità di Ministro degli interni, Matteo Salvini saluta un gruppo di carabinieri, di stanza a Gerusalemme, durante una visita al museo dell’Ente nazionale per la Memoria della Shoah a Gerusalemme, a dicembre 2018 – Foto: Menahem Kahana/Getty

Il partito di Matteo Salvini ha una relazione con la destra più radicale israeliana almeno da dieci anni. L’allora Lega Nord nel 2011 ha infatti firmato un documento di intesa con il partito ultranazionalista Yisrael Beitenu (Israele Casa Nostra) in cui si legge che i due partiti «rafforzano vincoli di cooperazione nella lotta a ogni forma di antisemitismo e di anti-sionismo (…) e affermano le comuni radici ebraico-cristiane». Vista oggi, quella partnership non appare casuale: il partito ultranazionalista israeliano Yisrael Beitenu aveva da poco raggiunto il suo picco nei consensi e, come la Lega negli anni successivi, ha avuto posizioni particolarmente vicine alla Russia, in particolare in merito alle sanzioni successive all’invasione della Crimea nel 2014.

Fondato nel 1999 da Avigdor Lieberman, più volte ministro di Esteri e Difesa (oggi alle Finanze) degli esecutivi di Benjamin Nethanyahu, Yisrael Beitenu è stato concepito per rivolgersi soprattutto alla comunità ebraica di origini russe: lo stesso Lieberman infatti è nato in Unione sovietica, nell’attuale Moldavia.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, a capo della coalizione della quale fa parte anche la Lega di Salvini, ha un riferimento diverso all’interno del mondo della destra israeliana. Anche per questo è stata molto più cauta quando è stata intervistata dallo stesso Beck che aveva chiesto a Salvini di Gerusalemme capitale: «Questo è un tema molto delicato, sul quale penso che il prossimo governo italiano, come tutti quelli che lo hanno preceduto, dovrà agire in sinergia con i nostri partner nell’Unione europea», risponde. Meloni ha comunque sottolineato più volte nel corso dell’intervista la sua vicinanza a Israele in un campo che lei ritiene chiave per il futuro dell’Europa e d’Israele: lottare contro l’islamizzazione. Usa proprio questo termine, senza distinzione tra un radicalismo armato e un mondo spirituale, senza distinzione tra decine di Islam possibili, con progetti politici e non.

Il partito politico che in Israele incarna maggiormente questa posizione è il Likud di Benjamin Netanyahu, il partito conservatore per eccellenza in Israele. «Per anni – ha spiegato la leader di FdI in un video per la stampa estera in cui cerca di minimizzare i timori di deriva autoritaria con una sua elezione – ho anche avuto l’onore di guidare il partito conservatore europeo, che condivide valori ed esperienze con i Tory britannici, i Repubblicani statunitensi e il Likud israeliano». Nel solco di questi modelli, Meloni ha dichiarato che «la destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia da decenni ormai, condannando senza ambiguità la soppressione della democrazia e le vergognose leggi contro gli ebrei».

Mentre la posizione pro Israele della Lega sembra essere funzionale a mantenere la dichiarata vicinanza sia a Mosca, sia a Washington, quella di Fratelli d’Italia sembra rispondere all’esigenza di trovare una famiglia politica di riferimento presentabile, passare quindi dalla definizione di “post-fascisti” a “conservatori”.

Il precedente di Donald Trump

Sul tema di Gerusalemme capitale unica d’Israele, città simbolo delle tre principali religioni monoteiste del pianeta, si discute da anni, tra le pressioni delle classi dirigenti dello Stato ebraico e il diritto internazionale che tutela (o tenta di farlo) i diritti del futuro Stato di Palestina.

Un cambio di scenario mai visto in precedenza si è avuto nel 2017, quando l’amministrazione Usa guidata da Donald Trump, in netta rottura con i suoi predecessori, che per quanto vicini a Israele non si erano mai spinti a tanto, annuncia il 6 dicembre che gli Stati Uniti d’America avrebbero spostato l’ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. La decisione viola gli accordi internazionali, che vedono la città come territorio conteso (dopo l’occupazione della parte orientale nel 1967 da parte dell’esercito israeliano), diviso in due parti: Gerusalemme Est sotto il controllo arabo, Gerusalemme Ovest sotto il controllo israeliano, con accesso garantito ai luoghi sacri a tutti. «Oggi – dichiarò Trump alla stampa – finalmente riconosciamo l’ovvio: che Gerusalemme è la capitale di Israele. Questo non è niente di più o di meno che un riconoscimento della realtà. È anche la cosa giusta da fare. È qualcosa che deve essere fatto».

Se da un lato il supporto a Israele di Trump è sempre stato fortissimo, dall’altro in patria le sue dichiarazioni sono sempre state molto sul limite dell’antisemitismo. Questo controverso rapporto con l’ebraismo di Trump è ricostruito in modo brillante e chiaro da Gabby Orr, giornalista della CNN, che in un articolo del 17 dicembre 2021 ripercorre le dichiarazioni di Trump dalla sua prima campagna elettorale a oggi verso la comunità ebraica statunitense. Secondo Orr e altri analisti Usa, questo schema di Trump è molto meno controverso di quanto possa apparire. L’ex presidente Usa si rivolge chiaramente alla destra evangelica Usa, da sempre ispirata da una visione messianica di Israele come un’entità biblica, ma allo stesso tempo profondamente antisemita in patria.

Il processo iniziato da Trump non si è arrestato dopo l’elezione di Joe Biden. La visita ufficiale dell’attuale presidente Usa in Israele, in luglio, non ha toccato neanche per sbaglio la questione di Gerusalemme capitale, anzi. Ha fatto le foto di rito – come racconta bene un articolo di Alexander Ward, Nahal Toosi e Jonathan Lemire per Politico – nel cortile della sede diplomatica a stelle e strisce a Gerusalemme, nel cortile intitolato a Jared Kushner, genero di Trump e suo consigliere politico, ritenuto l’architetto della rottura di anni di equilibri della politica Usa in Medio Oriente. Biden non ha neanche lontanamente accennato a un cambio di strategia rispetto a quanto emerso dal rapporto tra l’estrema destra Usa e Israele. Quella strategia, che si è concretizzata negli Accordi di Abramo e che, ancora una volta, pone in questione le relazioni israeliane con governi come quello dell’Arabia Saudita, che non ha mai preso le distanze da un potenziale antisemitismo.

Gli Accordi di Abramo

Con il nome di Accordi di Abramo si indica il documento sottoscritto il 13 agosto 2020 dai governi di Israele, Stati Uniti d’America e Bahrain. In generale però, il termine ha finito per indicare tutto il sistema di accordi bilaterali siglati tra Israele ed Emirati Arabi Uniti e Bahrain. Il documento rappresenta un momento storico, dato che per la prima volta dal 1979 (quando l’allora presidente egiziano Sadat siglò la pace con Israele, che gli costò la vita) Paesi arabi riconoscono ufficialmente l’esistenza d’Israele. I singoli accordi bilaterali ruotano attorno a punti condivisi: accordo di pace, stabilire piene relazioni diplomatiche e normalizzazione dei rapporti commerciali e culturali tra i firmatari, sotto l’egida e la garanzia degli Usa che, al momento della firma, divenuta un evento pubblico simbolico l’11 settembre 2020, nell’anniversario degli attentati del 2001, erano rappresentati dall’amministrazione Trump.

Il nome, come è già accaduto in passato per operazioni militari israeliane, è d’ispirazione biblica, essendo Abramo ritenuto il patriarca delle tre grandi religioni monoteiste. Gli Accordi, negoziati da Jared Kushner e Avi Berkowitz, si sono poi estesi a Marocco e Oman. In generale, rispetto alla Iniziativa di pace araba del 2002, quando i Paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita si impegnarono a normalizzare le relazioni con Israele in cambio di uno Stato palestinese indipendente, del ritiro israeliano dal territorio conquistato nel 1967 e di una risoluzione per i rifugiati palestinesi, gli Accordi di Abramo rovesciano il paradigma, offrendo a Israele il riconoscimento degli stati firmatari in cambio di una futura e mai precisata soluzione della questione palestinese. Intanto hanno preso il volo le relazioni commerciali tra i Paesi, che però almeno dal 1994 – quando fu la Giordania a firmare la pace con Israele – avvenivano lo stesso nelle “zone di libero scambio” giordane, dove senza bisogno di riconoscimento diplomatico ufficiale, Israele poteva commerciare con gli Stati arabi che non ne riconoscevano l’esistenza.

Quello che, nel disegno di Trump e Natanyahu, all’epoca rispettivamente presidente Usa e primo ministro israeliano, si sarebbe dovuto ottenere dagli accordi era il riconoscimento della sovranità israeliana sui territori palestinesi occupati dai coloni israeliani, ma nessuno dei firmatari ha voluto andare fino in fondo e l’attuale amministrazione Usa e l’attuale governo israeliano non hanno fatto più alcun passo in questo senso.

Lavorare alla normalizzazione delle relazioni con l’Arabia Saudita, sperando che la monarchia saudita arrivi a firmare gli Accordi di Abramo, è un grande risultato politico per Israele, ma sceglie di ignorare anche il fatto che per decenni il discorso pubblico saudita e quello della formazione dei giovani, fosse ferocemente antisemita. L’Istituto per il monitoraggio della pace e della tolleranza culturale nell’istruzione scolastica (Impact), un gruppo con sede in Israele che monitora i programmi scolastici nel mondo, ha accolto con favore i cambiamenti delle istituzioni scolastiche in Arabia Saudita per voce dell’amministratore delegato del gruppo, Marcus Sheff, che li ha definiti «abbastanza sorprendenti».

Da sinistra a destra, il Ministro degli esteri del Bahrain Abdullatif bin Rashid, il Primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, il Presidente Usa Donald Trump e il Ministro degli esteri saudita Abdullah bin Zayed Al Nahyan, durante la firma degli Accordi di Abramo, a settembre 2020 - Foto: Anadolu Agency/Getty
Da sinistra a destra, il Ministro degli esteri del Bahrain Abdullatif bin Rashid, il Primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, il Presidente Usa Donald Trump e il Ministro degli esteri saudita Abdullah bin Zayed Al Nahyan, durante la firma degli Accordi di Abramo, a settembre 2020 – Foto: Anadolu Agency/Getty

In realtà, fonti meno legate al governo d’Israele, riportano una verità opposta e cioè che il governo di Riad ha ripulito l’immagine di facciata dovendo far accettare gli Accordi di Abramo ai suoi cittadini, ma che in realtà non ha mosso un dito contro decenni di formazione (e informazione) antisemita. A fine giugno 2022 Deborah Lipstadt, nuova inviata speciale del Dipartimento di Stato Usa per combattere l’antisemitismo, ha scelto proprio l’Arabia Saudita per la sua prima visita ufficiale all’estero con l’obiettivo di verificare i progressi degli Accordi.

Orban, i discorsi antisemiti e l’amicizia con Israele

Un discorso molto simile si può fare in Europa. In primis, il caso più eclatante, è quello di Viktor Orban, primo ministro ungherese, che come Trump è un politico di riferimento sia per Fratelli d’Italia, sia per la Lega. Non più tardi di luglio 2022, in un discorso all’università della Transilvania, in Romania ma con una forte minoranza ungherese, si lasciava andare a idealizzare l’idea della «razza ungherese non mescolata». Ha aggiunto, riporta Euronews, che «l’Occidente è diviso in due», sostenendo che i Paesi dove gli europei si sono mescolati con i non-europei «non sono più nazioni».

Lo stesso Orban non ha mai nascosto le sue idee antisemite, fino ad additare pubblicamente gli ebrei ungheresi come una quinta colonna che distrugge il paese. Eppure le sue relazioni con Israele sono ottime. Nel 2018, nel corso di una visita ufficiale in Israele, il giornale filo-governativo Israel Hayom sottolineò come Orban fosse sempre sulle stesse posizioni israeliane in politica estera e come avesse cura della memoria ebraica in Ungheria. Al contrario, il quotidiano di riferimento dell’opposizione del tempo, Haaretz, attaccò ferocemente l’allora premier Benyamin Netanyahu, perché sdoganava un politico che elogiava chi aveva collaborato con i nazisti, che perseguita le organizzazioni per i diritti civili e l’opposizione nel proprio Paese. Eppure quella visita fu un successo, al punto che caduto Netanyahu il nuovo governo israeliano è rimasto in ottimi rapporti con Orban e anche Haaretz ha smesso di parlarne.

Il Primo ministro ungherese Viktor Orban rende omaggio al Muro del pianto a Gerusalemme nell'ambito di una visita in Israele a luglio 2018 in cui ha ribadito "tolleranza zero" verso l'antisemitismo, nonostante le controverse politiche interne imbevute di retorica nazionalista - Foto: Menahem Kahana/Getty
Il Primo ministro ungherese Viktor Orban rende omaggio al Muro del pianto a Gerusalemme nell’ambito di una visita in Israele a luglio 2018 in cui ha ribadito “tolleranza zero” verso l’antisemitismo, nonostante le controverse politiche interne imbevute di retorica nazionalista – Foto: Menahem Kahana/Getty

Il conclamato antisemitismo di Orban è infatti principalmente un’arma di propaganda interna. Il primo ministro ungherese considera infatti un suo acerrimo nemico il filantropo americano di origini ungheresi (di famiglia ebraica) George Soros. Nel 2017 il suo governo aveva promulgato una legge per impedire alle ong di occuparsi di accoglienza di migranti e richiedenti asilo. La legge è passata alla storia come legge Stop Soros ed è stata accompagnata dall’attacchinaggio di manifesti in cui compare Soros sorridente con la scritta: «Non lasciamo che Soros si faccia l’ultima risata». Nel 2021 la Corte di giustizia europea ha stabilito che la legge ungherese contro chi assiste richiedenti asilo e rifugiati è contraria alle norme dell’Unione. È stato uno dei tanti incidenti diplomatici delle istituzioni europee con Budapest, l’ultimo dei quali ha visto l’Europarlamento votare il 15 settembre un rapporto che definisce l’Ungheria una «autocrazia elettorale» e consegna nelle mani della Commissione il mandato per avanzare con la procedura d’infrazione che può portare all’espulsione di Budapest dall’Unione. Tra i 123 voti che si sono espressi contro il rapporto, ci sono stati quelli degli europarlamentari di Lega e Fratelli d’Italia.

L’articolo 7, un’arma spuntata

L’articolo 7 del trattato sull’Unione europea prevede, testualmente, «la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea (ad esempio il diritto di voto in sede di Consiglio) in caso di violazione grave e persistente da parte di un paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione (libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto). Restano per contro impregiudicati gli obblighi che incombono al paese stesso».

È il principale strumento per contrastare regimi illiberali all’interno dell’Ue e potrebbe costare l’espulsione a uno Stato membro o una serie di sanzioni. Per essere applicato ha bisogno del voto unanime degli Stati membri (che siedono al Consiglio dell’Unione europea). Nel caso dell’Ungheria (e della Polonia), il Parlamento europeo già nel 2018 ha votato per punirli e la Commissione ha cominciato a chiedere misure per ripristinare lo stato di diritto. Con Budapest il dialogo non sta facendo progressi e il 15 settembre la Commissione ha votato per procedere con la sospensione dei fondi per la Coesione (7,5 miliardi di euro) e la sospensione dei fondi del Next GenerationEU. Secondo il governo ungherese la vertenza con Bruxelles verrà risolta entro novembre.

Le relazioni pericolose d’Israele con movimenti, leader e partiti di estrema destra sono difficili da comprendere, almeno nel quadro del costante riferimento alla shoah e ai pogrom tra i due grandi conflitti del Novecento come elementi fondativi dell’identità nazionale e dello stesso diritto d’Israele a darsi uno stato dopo l’eccidio della Seconda Guerra mondiale, ma possono essere interpretati in chiave di realpolitik e sul terreno comune dell’islamofobia.

Quel che colpisce di più, però, è il ribaltamento narrativo che allo stesso tempo le istituzioni israeliane fanno dell’antisemitismo. Da un lato, come abbiamo ricostruito, trattano e sdoganano forze che spesso non prendono le distanze dal loro passato (o presente) antisemita, da un altro lato invece criminalizzano con l’accusa di antisemitismo organizzazioni non governative, giornalisti, movimenti politici che si battono contro l’occupazione israeliana dei territori palestinesi o ne denunciano i comportamenti.

Una delle realtà più note – e più colpite – in questo senso è il movimento internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), che si ispira alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Obiettivo degli attivisti è colpire gli interessi economici d’Israele, denunciare le relazioni di aziende internazionali con i territori occupati illegalmente in Palestina, per sensibilizzare l’opinione pubblica e mettere pressione su Israele. Un movimento con le sue pratiche di lotta, che di sicuro nulla hanno a che fare con l’antisemitismo. Eppure è proprio questo il “metodo” con il quale Israele li combatte. In patria, equiparando le azioni del movimento a vere e proprie azioni terroristiche, e all’estero, con una pressione immane su istituzioni locali per impedire eventi e iniziative del movimento BDS. Con che accusa? Antisemitismo.

All’inizio dell’anno, in Germania, gli attivisti hanno riportato una vittoria importante: il 22 gennaio 2022 la Corte federale bavarese ha affermato che la legge tedesca «garantisce a tutti il diritto di esprimere e diffondere liberamente la propria opinione», respingendo così la tesi del Consiglio comunale di Monaco di Baviera che, nel 2017, aveva infatti adottato una risoluzione anti-BDS che vietava il finanziamento pubblico e la concessione di spazi per dibattiti sulla campagna. Provvedimenti simili a quello di Monaco di Baviera sono in corso in Italia, in Gran Bretagna e in altri Paesi Ue, ma quello che colpisce è lo schema: l’antisemitismo degli antisemiti di destra non conta, al contrario, “antisemitismo” diventa una parola chiave da utilizzare come argomento contro le opposizioni o le voci critiche contro l’occupazione dei territori palestinesi.

La stessa campagna estiva che ha portato il governo israeliano a definire “terroriste” e a chiudere sei ong palestinesi si nutriva di questa accusa. Diverse interrogazioni parlamentari, una mozione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e diversi report promossi dal governo di Israele spingono dal 2015 affinché anche le istituzioni europee impediscano ogni forma di appoggio al BDS.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Christian Elia

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Menahem Kahana/Getty