Passaporti d’oro, l’Europarlamento chiede che la Commissione li metta al bando

16 Marzo 2022 | di Tiziano Ferri

«Il Parlamento europeo ritiene che la cittadinanza dell’Unione non sia una merce che può essere commercializzata o venduta». Mercoledì 9 marzo l’aula di Strasburgo ha approvato una relazione d’iniziativa legislativa che chiede alla Commissione di normare l’abolizione dei cosiddetti “passaporti d’oro” e la regolamentazione dei “visti d’oro”. Con 595 voti favorevoli, 12 contrari e 74 astensioni, l’assise europea ha promosso la messa al bando dei programmi di “cittadinanza in cambio di investimenti” (Cbi, Citizenship by investment) entro il 2025, e ha posto vincoli più stringenti per i programmi di “soggiorno in cambio di investimenti” (Rbi, Residence by investment). Era da tempo che a Strasburgo si discuteva di come affrontare il tema della vendita di visti e passaporti europei. La guerra in Ucraina ha accelerato l’iter per cercare di raggiungere l’obiettivo in tempi più stretti. Lo scopo ultimo della misura, così some proposta nella risoluzione del 9 marzo, è anche colpire gli oligarchi russi, tra i principali “compratori” di residenze e cittadinanze europee.

Secondo il testo licenziato illustrato dalla relatrice, l’olandese Sophia in‘t Veld (Renew Europe), la concessione della cittadinanza in cambio di pagamenti «mina l’essenza della cittadinanza dell’Unione europea». L’eurodeputata ha affermato che «questi programmi servono solo a fornire una porta sul retro dell’Ue per personaggi loschi che non possono entrare alla luce del giorno. È ora di chiudere quella porta, in modo che gli oligarchi russi e altre persone con soldi sporchi stiano fuori». Affinché la proposta diventi una misura operativa, bisogna attendere che la Commissione elabori una sua proposta legislativa, stimolata dall’Europarlamento, ed eventualmente valutare in che misura accoglierà i suggerimenti di Strasburgo.

Cos’è una relazione d’iniziativa legislativa

A differenza dei parlamenti nazionali, il Parlamento europeo non gode del diritto d’iniziativa legislativa, che spetta a Commissione e Consiglio. A partire dal Trattato di Maastricht (1993) è prevista la “relazione d’iniziativa legislativa”, che attribuisce al Parlamento europeo un diritto d’iniziativa legislativa indiretto. Tale strumento deve contenere una proposta legislativa da sottoporre alla Commissione, e il testo deve essere approvato con la maggioranza assoluta dell’Aula. La Commissione ha tre mesi di tempo per accogliere la proposta e legiferare di conseguenza, oppure comunicare le motivazioni dell’eventuale rifiuto. A partire dall’attuale legislatura (2019-2024) la Commissione, in linea con l’impegno preso dalla presidente von der Leyen di rispondere sempre con un atto legislativo alle richieste del Parlamento, ha quasi sempre tradotto le richieste in una proposta legislativa.

Russi e cinesi i maggiori acquirenti

Più del 45% delle cittadinanze concesse con procedimenti Cbi da Cipro e Malta riguarda facoltosi russi (seguono cinesi e mediorientali, entrambi con il 15% delle cittadinanze concesse). Tra le Rbi accolte primeggiano invece gli investitori cinesi con oltre il 55% delle residenze concesse, con il picco dell’Irlanda che tra il 2012 e il 2019 ne ha concesse più del 90% a cittadini di nazionalità cinese. Da notare l’eccezione baltica: mentre ai cittadini di origine russa è intestato circa il 20% dei programmi per investimenti Rbi rilasciati dai paesi Ue, in Lettonia tali concessioni per i cittadini russi si aggirano sul 75%. Adesso per tutti i russi il Parlamento Ue chiede la revoca dei diritti di cittadinanza e soggiorno concessi in base a tali programmi.

Cittadinanza vendesi

Gli introiti generati dai programmi di “cittadinanza per investimenti” di Cipro e Malta e le domande approvate

La stretta sulla «vendita della cittadinanza» non colpirà solo i cittadini russi. L’assemblea europea non solo accoglie con favore le procedure d’infrazione che la Commissione ha già avviato per i programmi Cbi di Cipro e Malta, ma la esorta ad avviarne di nuove, se necessario, nei confronti di Paesi membri in relazione ai programmi Rbi. Attualmente adottano sistemi di “soggiorno in cambio di investimenti” Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Opzioni di investimento, procedure e controlli variano da Paese a Paese, con esborsi minimi che vanno da 60.000 euro della Lettonia a 1.250.000 euro dei Paesi Bassi.

Tassare il reddito da passaporti d’oro

Su più di 132 mila persone di Paesi terzi beneficiarie dei programmi di cittadinanza e soggiorno in cambio di investimenti nel periodo 2011-2019 (per un totale di oltre 21 miliardi di euro di versamenti), circa 9 mila nuovi cittadini hanno fruttato ai Paesi concedenti 7,5 miliardi di euro. Un «fenomeno di parassitismo», lo definisce la risoluzione, che espone stati membri e Unione a corruzione, riciclaggio, elusione fiscale, squilibri macroeconomici, pressione sul settore immobiliare. Da qui la proposta di istituire un contributo al bilancio Ue tramite il prelievo di «una percentuale significativa» sugli investimenti effettuati negli stati membri beneficiari dei programmi Cbi e Rbi.

Miliardi di incassi a cui rinunciare

Una brutta notizia per i piccoli Paesi che puntano molto su questi strumenti per sostenere il loro bilancio. In base a uno studio dello European parliamentary research service (Eprs), i programmi Cbi a Cipro hanno generato 6,3 miliardi di euro, a Malta 1,2 miliardi di euro, mentre il maggior beneficiario per programmi Rbi risulta il Portogallo che ha ottenuto 5 miliardi di euro.

Anche Paesi candidati a entrare nella Ue offrono percorsi di Cbi (Macedonia del Nord, Montenegro e Turchia) e Rbi (Albania, Montenegro e Serbia). Tra questi il Montenegro risulta il Paese con un investimento più contenuto (100 mila euro) per il programma Rbi; chi desidera acquisirne la cittadinanza (che a breve potrebbe significare cittadinanza Ue), con una spesa di 800 mila euro può ottenerla entro 3 mesi, senza necessità di recarsi nel Paese balcanico.

Soggiorno vendesi

Gli introiti ottenuti dai programmi di “soggiorno per investimenti” di Portogallo, Spagna, Ungheria, Grecia, Lettonia, Irlanda e Bulgaria e le relative domande approvate

Esistono anche Paesi extra europei, con esenzione del visto d’ingresso in area Schengen, che adottano sistemi di “cittadinanza per investimenti”: Antigua e Barbuda, Dominica, Grenada, Saint Kitts and Nevis, Saint Lucia, Vanuatu. Possiedono una caratteristica in comune: sono tutti paradisi fiscali. Per fare un esempio, con un investimento minimo di circa 120 mila euro, in meno di due mesi è possibile acquisire la cittadinanza di Vanuatu senza neppure metterci piede, status che dà accesso senza visto all’area Schengen.

Un nuovo regolamento per i golden visa

Pertanto, tra le proposte inviate alla Commissione per legiferare in materia, il Parlamento ha chiesto di inserire come criterio di adesione alla Ue, per i Paesi candidati e potenziali candidati, l’eliminazione di programmi Cbi e la regolamentazione dei programmi Rbi. Quanto ai Paesi terzi extra europei, i cui cittadini entrano nell’Unione senza visto, la richiesta è che siano portati ad allineare i propri programmi Rbi al nuovo regolamento europeo in via di definizione.

Nelle intenzioni dell’Europarlamento le linee guida per il regolamento di Rbi includono rigorosi controlli sui precedenti dei richiedenti (familiari e origine dei fondi inclusi); la verifica incrociata delle banche dati nazionali, Ue e internazionali per controllare principalmente fedina penale e origine degli investimenti; l’obbligo per ciascuno Stato di notificare ogni domanda al vaglio attraverso un sistema che consenta ad altri Stati membri di presentare obiezioni; l’introduzione di requisiti minimi di residenza effettiva da parte dei richiedenti, nonché il loro coinvolgimento attivo per qualità, valore aggiunto e contributo all’economia del Paese. Previsto il divieto delle “domande congiunte”, in virtù delle quali un richiedente principale e i familiari possono far parte della stessa domanda.

Intermediari da vagliare

Le autorità pubbliche che trattano le domande di cittadinanza e residenza dovranno adeguarsi alla normativa internazionale in materia di antiriciclaggio. Una maggioranza significativa degli investimenti richiesti dovrebbe consistere in investimenti produttivi nell’economia reale, in linea con i settori prioritari legati alla green economy e all’economia digitale. Gli investimenti in beni immobili, fondi di investimento, titoli di stato o pagamenti versati direttamente al bilancio dello stato dovrebbero limitarsi a una minima parte dell’importo investito.

Considerato che gli intermediari privati che facilitano le procedure d’acquisto di cittadinanze e residenze hanno dimostrato di non operare sempre in modo trasparente, il Parlamento europeo chiede il divieto della loro partecipazione ai programmi Cbi. Richiede inoltre una regolamentazione sul loro ruolo nei programmi Rbi, con sanzioni previste in caso di violazione delle regole. I nuovi requisiti implicano una specifica licenza per gli intermediari rilasciata dall’Ue, il divieto in tutta l’Unione di pratiche di commercializzazione per i programmi Rbi che li leghino a benefici connessi ai trattati europei, l’impossibilità per gli intermediari di attuare interi programmi per conto degli Stati, ma solo agire nelle specifiche domande e solo previo contatto da parte dei singoli richiedenti.

Sebbene sia da sottolineare il rinnovato sforzo del Parlamento Ue per ridurre l’acquisto della cittadinanza o della residenza in cambio di investimenti, la strada da percorrere prima dell’effettiva interruzione del sistema di vendita dei passaporti è ancora molto lunga. Sarà infatti molto difficile rimettere del tutto in discussione diritti già acquisiti e programmi già in corso ed è lecito attendersi dai Paesi maggiormente implicati una certa riluttanza nell’adeguarsi alla nuova normativa.

Foto: piosi/Shutterstock
Infografiche: Lorenzo Bodrero
Editing: Lorenzo Bagnoli

Le lobby agroalimentari contro la Farm to Fork

#GreenWashing

Le lobby agroalimentari contro la Farm to Fork

Francesca Cicculli
Alessandro Leone
Simone Manda

Nei prossimi anni cambierà il modo in cui consumeremo il nostro cibo. E si dovrà pensare alla sostenibilità non solo in termini ambientali ma anche economici e sociali. Per rendere il sistema alimentare europeo più sano, equo e sostenibile il 20 maggio la Commissione europea ha presentato la strategia “Farm to Fork – dal produttore al consumatore” (F2F), votata ieri dal Parlamento. La F2F è stata definita come il cuore del Green Deal, il piano che mira a fare dell’Europa il primo continente a zero emissioni entro il 2050.

La strategia, di durata decennale, si sviluppa intorno a sei macro-obiettivi: una riduzione del 50% dell’uso di pesticidi chimici; il dimezzamento della perdita di nutrienti e quindi la riduzione di almeno il 20% dell’uso di fertilizzanti; la riduzione del 50% di antimicrobici per gli animali d’allevamento e di antibiotici per l’acquacoltura; un aumento del 25% dei terreni agricoli destinati all’agricoltura biologica e infine la riduzione del 10% del suolo utilizzato per gli allevamenti intensivi.

A questo si aggiungono: una nuova etichettatura nutrizionale, un miglioramento del benessere degli animali e l’inversione della perdita di biodiversità. La F2F punta quindi a premiare gli agricoltori, i pescatori e gli altri soggetti attivi lungo la filiera alimentare che abbiano già cominciato la transizione verso pratiche sostenibili.

Il nuovo sistema di etichettatura

La Farm to Fork introduce un nuovo sistema di etichettatura fronte-pacco, su cui gli Stati membri si stanno dividendo. Da una parte, Francia, Germania e Belgio propongono il Nutri-Score: per ogni singolo alimento è associato un colore, dal verde al rosso, che indica la presenza di nutrienti da limitare, come calorie, grassi e zuccheri, e quelli da preferire, come fibre, proteine, frutta e verdura. Dall’altra, l’Italia sponsorizza il NutrInform, un sistema composto da una batteria, dove la parte carica indica la percentuale di nutrienti di una porzione.

«Riteniamo il Nutri-Score un sistema sbagliato, perché categorizza i cibi in buoni o cattivi in virtù di un algoritmo che nulla ha a che vedere con indicazioni e studi scientifici», ha spiegato a IrpiMedia Alessandra Moretti, europarlamentare del Pd, che siede in Commissione Ambiente. La discussione è ancora aperta, la Commissione auspica di adottare le nuove etichette entro la fine del 2022.

L’industria agroalimentare è responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra: 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, secondo uno studio della rivista Nature Food, di cui il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale e il 57% dai cibi di origine animale. Gli allevamenti intensivi, il disboscamento per il pascolo, la produzione di mangimi e le emissioni di metano sono tra le principali cause dei cambiamenti climatici. In particolare, nell’Unione europea l’agricoltura è responsabile del 10,3% delle emissioni di gas serra e di queste quasi il 70% proviene dal settore zootecnico. Per l’Università della Tuscia, in Italia gli allevamenti stanno consumando il 39% delle risorse naturali messe a disposizione dal territorio agricolo italiano.

Nel testo della Farm to Fork si legge che la strategia è «il risultato di anni di politiche dell’Ue per proteggere la salute umana, animale e vegetale e gli sforzi di agricoltori e allevatori», un’inversione di rotta rispetto alla Politica Agricola Comune (Pac), che fino a oggi ha favorito soprattutto l’industria intensiva. In realtà i principali destinatari della F2F, cioè piccoli allevatori e piccoli agricoltori non sono informati sugli impatti che questa potrebbe avere sulle loro attività.

Al mercato di Campagna Amica della Coldiretti, al Circo Massimo di Roma, la gran parte degli agricoltori e degli allevatori che abbiamo intervistato ci ha detto di non conoscere la F2F, nonostante appartengano a un’organizzazione di categoria come la Coldiretti, che dovrebbe informare i suoi associati.

«Non conosco la Farm to Fork. Per noi piccole aziende con poca manodopera è difficile essere informati su cosa accade in Europa e su tutti gli incentivi», racconta a IrpiMedia Gabriele, che gestisce un’azienda agricola di famiglia. «Noi dobbiamo preoccuparci di mandare avanti l’azienda e anche le nostre vite. Non so cosa propongano in Commissione, ma spero che qualcuno faccia i nostri interessi», ha aggiunto. «Mi sembra strano che non ci sia informazione a riguardo», afferma Paolo Di Stefano, dall’ufficio di Coldiretti a Bruxelles, «la nostra comunicazione mi sembra efficace ma non mi stupisce che gli agricoltori non colleghino direttamente le misure di cui parliamo con i lavori del Parlamento europeo».

Ma a farsi portavoce delle istanze dei piccoli produttori in Europa sono state proprio le associazioni di categoria, di cui fanno parte grandi aziende agroalimentari. Per queste, la porta della Commissione europea sembra essere sempre spalancata. La Farm to Fork è stata infatti attaccata dai gruppi di interesse degli agricoltori e dei produttori di carne, al cui fianco si sono schierati i giganti dell’industria dei pesticidi.

Questa inchiesta è il risultato di una partnership internazionale coordinata da Lighthouse Reports, in collaborazione con IrpiMedia (Italia), Follow the Money (Olanda), Deutsche Welle (Germania), Domani (Italia) e Mediapart (Francia)

Le lobby temono che la strategia porti a una diminuzione della produzione. Per questo chiedono alla Commissione europea una valutazione d’impatto, preoccupati dalla perdita di competitività delle aziende europee sul mercato agroalimentare. Il loro obiettivo era far arrivare in Parlamento europeo un testo che di fatto è un compromesso al ribasso: «Devo dire che siamo riusciti a fare un bel lavoro con il Parlamento europeo, quello che è uscito è un testo molto più moderato, dove le nostre istanze sono passate», ha confermato a IrpiMedia Michele Spangaro di Assica, l’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi che, come organizzazione di categoria, tutela una parte degli allevatori di bestiame iscritti a Confindustria.

La strategia dei gruppi di pressione

Copa-Cogeca, l’unione europea delle organizzazioni professionali di agricoltori e delle cooperative agricole è il più grande gruppo lobbistico in Europa per la difesa dell’agribusiness, di cui fanno parte, tra gli altri, anche Coldiretti e la Cia, la Confederazione Italiana Agricoltori. Intervistata da IrpiMedia, la Cia ha voluto ricordare che «studi importanti, non ultimo quello commissionato dal Copa-Cogeca, dimostrano che gli obiettivi della Farm to Fork incidono negativamente sull’agricoltura europea, con un aumento dei costi di produzione e dei prezzi del prodotto finale, condizionando le scelte dei consumatori e agevolando il mercato dei prodotti importati».

Il 27 settembre scorso, a pochi giorni dal voto in Commissione, Copa-Cogeca ha dato indicazioni a numerosi europarlamentari, che hanno così deciso di presentare sei emendamenti al testo, uno dei quali elimina l’aggettivo “vincolante” dagli obiettivi della riforma sull’uso dei pesticidi. La votazione sul testo finale ha però confermato la necessità di “obiettivi di riduzione vincolanti”.

L’industria agroalimentare è responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra: 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, di cui il 29% dalla produzione di alimenti di origine vegetale e il 57% dai cibi di origine animale

Questi emendamenti, votati ieri in Parlamento, sono il risultato di un accordo con le commissioni Agricoltura e Ambiente. Nella prima siede, tra gli altri, il deputato italiano Herbert Dorfmann, del Partito Popolare Europeo, uno dei due relatori del testo sulla F2F. Proprio lui è il primo firmatario di un emendamento che richiede al Parlamento una valutazione di impatto della misura, mostrandosi in linea con le posizioni delle associazioni di categoria.

Ad accompagnare le attività di Copa-Cogeca troviamo anche CropLife Europe e European Livestock Voice (di cui fa parte Assica), altre due lobby che hanno commissionato rispettivamente uno studio e prodotto una massiccia campagna informativa online. Anche Confragricoltura, un altro partner di Copa-Cogeca, tramite la sua responsabile a Bruxelles Cristina Tinelli, fa sapere che sono mesi che viene richiesta una valutazione d’impatto olistica alla Commissione. Come dichiarato a IrpiMedia, Confagricoltura vorrebbe «che gli agricoltori continuassero a produrre cibo e a vivere di questo e non di soli sussidi. […] Vogliamo continuare a essere competitivi sul mercato». Questo approccio però, ha portato il settore alle sue attuali condizioni di insostenibilità ambientale.

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

Per rafforzare le loro posizioni, le lobby hanno commissionato vari studi. Il primo, il 9 settembre, è stato finanziato dal Grain Club, organizzazione dell’agribusiness tedesca attiva nel settore dei cereali e dell’alimentazione animale, e condotto in tandem con i ricercatori dell’università di Kiel. Un aspetto fondamentale evidenziato dallo studio è la consistente riduzione della produzione agricola nell’Unione europea del 21,4% per i cereali e del 20% per le oleaginose, come colza e semi di girasole. Per la carne bovina la riduzione sarà del 20%. La ricerca commissionata da CropLife Europe e condotta dall’università olandese di Wageningen individua invece una riduzione della produzione agricola in una forbice tra il 10 e il 20%, addirittura del 30% per alcuni cereali.

Ultimo, in ordine di pubblicazione, è lo studio condotto dal Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea a fine luglio e reso pubblico a ottobre, che dipinge un quadro estremamente negativo della produzione agricola e del bestiame, con conseguente aumento dei prezzi delle materie prime sia per il mercato interno che per quello diretto all’estero dall’Europa.

Il tema dell’aumento dei prezzi è ricorrente in tutti gli studi sopra citati. Quello di Wageningen ipotizza un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli del 13% e l’università di Kiel del 12-18% per quanto riguarda i prodotti vegetali e del 58% per la carne bovina. Come riporta Politico, Marco Contiero, direttore delle politiche agricole per Greenpeace, ha accusato Copa-Cogeca e CropLife di condurre «una campagna di disinformazione basata su dati parziali e incompleti, studi autofinanziati e spazi nei media acquistati per veicolare i loro messaggi». Copa-Cogeca ha risposto definendo la sua strategia come «normale advocacy».

Gli studi si basano tutti su un modello, il “CAPRI model“, utilizzato ormai da più di dieci anni per l’analisi quantitativa dei dati relativi all’agricoltura europea. Quantitativa, non qualitativa. Lo studio del JRC specifica che l’impatto delle misure concernenti la preservazione della biodiversità e la riduzione delle emissioni inquinanti non sono stati presi in considerazione per la stesura del testo. Inoltre, il JRC stima una riduzione delle emissioni inquinanti di almeno il 20%.

Jeroen Candel, professore alla Wageningen University, in un thread su Twitter ha scritto: «Sebbene i ricercatori riconoscano che i benefici del clima e della biodiversità non sono stati inclusi, è proprio a questo che è destinata l’intera strategia». E, continua, «conducendo la ricerca in questo modo, non sorprende che tali studi siano usati come munizioni contro la Farm To Fork dalle forze dello status quo»

#GreenWashing

L’illusione verde

Dall’analisi dei fondi europei che dovrebbero avere stringenti politiche sulla sostenibilità emerge che quasi la metà investe nell’industria fossile o nelle compagnie aeree

Voto in bolletta

La corsa europea alle nuove forniture di gas. Le posizioni dei partiti in vista delle elezioni del 25 settembre sulle politiche energetiche. Il quadro del fabbisogno italiano. Una guida in tre capitoli

Un punto non preso in considerazione da nessuna delle associazioni di categoria intervistate da IrpiMedia riguarda proprio gli aspetti positivi valutati dallo studio dell’università di Kiel per i piccoli allevatori. Riducendo la produzione intensiva si riduce di conseguenza la quota del mercato occupato dalle grandi aziende e, conseguentemente, assieme a un inevitabile aumento dei prezzi, si liberano fette di mercato per le piccole aziende che già producono e vendono a prezzi più alti. Confagricoltura e Assica, alla richiesta di commento a riguardo, hanno riferito di essersi concentrati su altre sezioni degli studi: «Non ci avevo fatto caso. Ho i miei dubbi, di solito i piccoli sono sempre i primi a sparire», sostiene Michele Spangaro.

I piani europei dovrebbero andare di pari passo con gli obiettivi mondiali nella riduzione delle emissioni di CO2 e nella lotta all’insicurezza alimentare. Lo afferma anche l’europarlamentare Herbert Dorfmann: «Tutto questo può funzionare solo se il consumatore sta dalla parte giusta. Se continua a chiedere prodotti di bassa qualità a basso prezzo la strategia rimane una bella strategia ma niente di meglio».

L’impatto sui piccoli imprenditori agricoli

La maggioranza dei piccoli allevatori e agricoltori intervistati da IrpiMedia non sono preoccupati dal possibile aumento dei prezzi: «Se fanno costare il pomodoro due euro al chilo io sono felice perché tanto comunque a cinque li vendo. Il piccolo produttore non ha nessun problema con questa iniziativa», sostiene Alessandro Giuggioli, fondatore dell’azienda Quintosapore a Città della Pieve (Perugia).

Anche la riduzione dei pesticidi e l’incremento delle terre destinate al biologico non sembrano spaventare, perché molte aziende di piccole e medie dimensioni già producono in maniera sostenibile. L’Italia ha una percentuale di campi bio che sfiora il 16%, il doppio rispetto alla media europea, secondo i dati Sinab. «Non usiamo antibiotici, conservanti, i nostri prodotti sono già dal produttore al consumatore, quindi anche i costi della nostra frutta e verdura sono già più alti. Ovviamente, alla grande distribuzione questo non piace perché loro vincono se i prezzi sono più bassi», dice Valentina Pallavicino, che lavora nell’azienda CuorOrto di Sezze (Latina).

La strategia per la biodiversità

Nel quadro del Green Deal, la Farm to Fork viaggia parallelamente alla strategia dell’Ue sulla biodiversità per il 2030, che prevede un finanziamento di 20 miliardi di euro l’anno tra fondi Ue, nazionali e privati. La strategia per la biodiversità è un piano a lungo termine per proteggere la natura e invertire il degrado degli ecosistemi e mira a portare la biodiversità dell’Europa sulla via della ripresa entro il 2030, tramite azioni e impegni specifici. Tra questi, la protezione di almeno il 30% delle aree terrestri e il 30% di quelle marine; il ripristino degli ecosistemi degradati terrestri e marini in tutta Europa attraverso l’utilizzo di agricoltura sostenibile; la protezione della fertilità del suolo e l’adozione del piano d’azione per l’inquinamento zero di aria, acqua e suolo; ma anche l’arresto del declino degli impollinatori, il ripristino di almeno 25.000 km di fiumi europei, la riduzione dell’uso e del rischio di pesticidi del 50% e la piantagione di 3 miliardi di alberi entro il 2030.

La strategia è stata presentata il 20 maggio 2020 insieme alla Farm to Fork e approvata durante la sessione plenaria del Parlamento europeo che si è tenuta a Strasburgo dal 7 al 10 giugno.

Lo scetticismo subentra quando si prendono in esame alcuni dei possibili effetti secondari, come lo spostamento della produzione verso Paesi terzi, soprattutto se il consumatore non sarà disposto a supportare l’aumento dei prezzi. «Il problema è essere autosufficienti come territorio, come Europa, perché poi se importiamo la soia e la carne dall’Argentina e dal Brasile ci puliamo la coscienza», pensa Daniele Colognesi, allevatore de La torre di Colognesi di Anguillara Sabazia (Roma). Emanuele Pullano, dipendente dell’Orto di Fabiana (Roma), è convinto che con una maggiore sensibilizzazione le persone accetteranno di pagare di più per un prodotto più sano.

Massimo Nesta, allevatore dei Fratelli Nesta a Magliano Sabina (Rieti), invece, non ritiene che sia il momento di alzare i prezzi e ha paura che la grande distribuzione faccia ancora «da padrona». La sua rassegnazione è giustificata dall’impatto che ha avuto storicamente la Politica agricola comune (Pac) su aziende come questa. Nata nel 1962 con l’intento di promuovere l’autosufficienza alimentare dell’Europa, la Pac ha premiato metodi di coltivazione e allevamento sempre più intensivi e industrializzati, penalizzando i piccoli produttori. Secondo un’analisi del Guardian, circa l’80% dei 40 miliardi di euro di sussidi diretti della Pac 2013-2021, uno dei pilastri della misura, è finito in mano al 20% degli agricoltori.

Mentre il numero di capi di pollame e bestiame tra il 2005 e il 2016 è aumentato, quello degli allevamenti è diminuito drasticamente, segno di un rafforzamento della produzione intensiva concentrata in poche aziende. Nello stesso periodo infatti, il numero complessivo di attività agricole è passato da 14,5 a 10,3 milioni. Solo in Italia è andato perduto il 76% degli allevamenti di suini, una decrescita in atto in tutti Paesi europei da decenni, ma che ha colpito in modo particolare i paesi orientali dal loro ingresso nell’Unione: la Bulgaria e la Slovacchia hanno perso il 72% dei loro allevamenti di bestiame e pollame, l’Ungheria il 48%.

Gli agricoltori e gli allevatori europei hanno ottenuto finanziamenti sulla base degli ettari posseduti, per una media di 267 euro per ettaro. In Germania, che in totale ha ricevuto oltre 6 miliardi dei 40 della Pac, questo sistema si è tradotto in sussidi da oltre un milione di euro per 125 aziende. «Tante persone, come il mio vicino di azienda, hanno terreni su cui non coltivano e a fine anno prendono i finanziamenti della Pac. In molti agiscono in questo modo», denuncia Giuggioli. La scomparsa dei piccoli produttori ha portato il commissario europeo per l’agricoltura, Janusz Wojciechowski, a fare autocritica, come ha dichiarato al Guardian: «La mia intenzione è che questo processo di scomparsa delle piccole aziende agricole venga fermato. Il settore alimentare europeo in passato si basava su di loro e dovrebbe farlo anche in futuro».

In questo contesto si inserisce la nuova Pac 2021-2027, con un accordo provvisorio raggiunto dai ministri dell’Agricoltura dell’Ue con il Parlamento europeo a giugno di quest’anno. Il piano godrà del maggior finanziamento di sempre, oltre 386 miliardi di euro, diviso tra aiuti diretti, di cui il 25% sarà dedicato agli eco-schemi – le pratiche di agricoltura considerate sostenibili – e ai piani di sviluppo rurale, ma manca ancora il voto definitivo, previsto per la sessione plenaria del Parlamento a fine novembre.

I fondi a bilancio della Pac

Gli stanziamenti destinati nel 2021 e quelli previsti nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027
[€/mld]

La nuova Pac, che entrerà in vigore nel 2023 dopo due anni di transizione, avrebbe dovuto fissare il massimale a 100.000 euro su proposta del Parlamento, nonostante alcuni gruppi, come i Verdi, avessero chiesto di abbassarlo a 60.000. Tuttavia, il Consiglio europeo si è opposto al limite obbligatorio. Gli Stati membri, che potranno comunque inserire il tetto nei loro piani strategici, dovranno semplicemente orientare il 10% dei pagamenti diretti alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni. «L’accordo trovato dalle istituzioni europee sulla nuova Pac mantiene pressoché inalterato lo status quo, ovvero un modello di distribuzione dei sussidi agricoli che, essendo basato sugli ettari di terra posseduti, premia le aziende agricole più grandi», dice a IrpiMedia l’europarlamentare dei Verdi Eleonora Evi.

Sulla questione del limite ai sussidi, le grandi lobby del settore, come Copa-Cogeca, si sono espresse contrariamente già a partire dal 2018, in una riunione bilaterale con la Direzione generale per l’agricoltura e lo sviluppo rurale. A luglio del 2020, Copa-Cogeca ha ringraziato in un tweet la presidenza tedesca dell’Ue per aver incontrato i loro dirigenti poco prima della riunione del Consiglio, in cui i Paesi dell’Ue hanno concordato una posizione a favore del tetto volontario delle sovvenzioni, sostenuta in Italia anche da Confagricoltura: «Noi ci siamo sempre espressi in modo contrario a questo tetto, ma il principio è passato in modo facoltativo», afferma Cristina Tinelli. Tra il 2023 e il 2025 anche la condizionalità sociale, le misure per assicurare che i fondi non vadano alle aziende che violano i diritti dei lavoratori, sarà volontaria e non obbligatoria.

«Dopo aver vinto la battaglia sulla Pac, gli sforzi si sposteranno ora sulla Farm to Fork, nel tentativo di svuotarla della sua ambizione e lasciare sulla carta i suoi target», sostiene Evi. Nel testo della nuova Pac non c’è alcun riferimento al Green Deal, con il rischio, secondo l’europarlamentare dei Verdi, che gli obiettivi della Farm to Fork finiscano per essere slegati dai finanziamenti europei: «Avevamo proposto di allineare la Pac agli obiettivi del Green Deal europeo, in modo che i quasi 400 miliardi di euro di sussidi agricoli della Pac venissero erogati coerentemente con il raggiungimento di questi obiettivi. Purtroppo così non è stato».

La Farm to Fork di per sé non è vincolante. La Commissione adesso dovrà presentare delle proposte legislative per tradurre gli obiettivi della strategia in target giuridicamente vincolanti che saranno poi gli Stati membri a dover implementare. Un processo che vedrà compimento soltanto tra qualche anno. Le lobby si dicono già pronte a intervenire, come afferma Michele Spangaro: «Qui si sta decidendo quale sarà il modello di produzione alimentare che prevarrà. La vera guerra, la vera sfida è lavorare sui testi legislativi quando usciranno. Stiamo già lavorando affinché vengano presentati nel miglior modo possibile, ma poi ci sarà tutto l’iter legislativo e dovremo intervenire».

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Alessandro Leone
Simone Manda

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

Foto

Valentink Valkov/Shutterstock