L’Italia e i Mondiali in Qatar: dagli stadi alle armi

18 Novembre 2022 | di Lorenzo Bodrero

Per la partita inaugurale della Coppa del mondo, il 20 novembre l’ospitante Qatar giocherà contro l’Ecuador allo stadio Al Bayt, nella città di Al-Khor, 50 chilometri a nord del centro di Doha. Tra i più iconici della manifestazione, lo stadio ha una struttura che riprende l’idea delle tende utilizzate dai beduini del deserto, le “bayt al sha’ar”, dalle quali prende il nome. L’impianto, scrive la società WeBuild in un comunicato del novembre 2018, si è aggiudicato la «classe A* del Global Sustainability Assessment System per l’eccellenza e l’attenzione ai temi di sostenibilità ambientale durante la sua fase di costruzione».

L’etichetta dell’ecosostenibilità di Al-Bayt e degli altri sette stadi in Qatar è stata impiegata dalla Fifa e dal Paese ospitante come argomento centrale per comunicare l’immagine di un Mondiale a impatto zero, «il primo green nella storia della competizione», ha più volte dichiarato Gianni Infantino, presidente della Fifa. La strada che ha portato al Mondiale in Qatar è stata però attraversata finora da accuse di tangenti, problemi in fase di realizzazione degli impianti e una campagna di boicottaggio e di protesta per la morte di migliaia di operai e le violazioni di diritti umani all’interno del Paese che ha già coinvolto persino i calciatori di alcune delle nazionali partecipanti, come Inghilterra, Danimarca, e Australia.

La serie di arbitrati a seguito della costruzione dello stadio

Lo stadio Al-Bayt è stato realizzato dall’italiana WeBuild, fino al maggio 2020 Salini Impregilo, che si è aggiudicata l’appalto da 770 milioni di euro insieme alla Cimolai Spa e all’azienda qatarina Galfar Misna. Le tre aziende formano insieme la joint venture GSIC JV. La realizzazione dell’opera ha avuto pesanti ritardi che si sono tradotti in due diversi ricorsi alla Corte arbitrale internazionale tra alcune delle aziende italiane protagoniste dell’impresa.

Il primo riguarda la joint venture GSIC e un’altra associazione tra imprese italiane, la L&P JV formata da Leonardo e PSC Spa, che nel 2016 si è aggiudicata la gara per l’installazione e il testing di alcune componenti dello stadio. Nella Relazione annuale del 2019 di Leonardo Spa si legge che «il regolare avanzamento della commessa è stato fortemente condizionato da una serie di ritardi non imputabili alla L&P nonché dalla introduzione di numerose integrazioni e modifiche al progetto iniziale, rivelatosi in fase esecutiva incompleto». Le varianti del progetto sono state alla fine 32. Ritardi ed extracosti sono il motivo per il quale Leonardo e PSC hanno aperto un contenzioso alla Corte arbitrale di Parigi nel 2019 per 258 milioni di euro contro GSIC. WeBuild e le altre imprese hanno ribattuto con una contro richiesta di 173 milioni di euro per ritardi e negligenze. La decisione sul caso è attesa entro il 30 aprile 2023.

Lo stadio Al Bayt, costruito da un consorzio di imprese guidato dall’italiana WeBuild, durante e al termine dei lavori – Foto: Placemarks

Per Leonardo, però, questo non è l’unico arbitrato scaturito a seguito del subappalto per la realizzazione dello stadio Al-Bayt. Un secondo caso si è aperto all’interno della joint venture L&P: Leonardo, infatti, nel 2018 è «subentrata nei diritti ed obblighi di PSC nei confronti della società appaltatrice GSIC», si legge nel bilancio consolidato 2020 (l’ultimo disponibile) di PSC Spa, a seguito di una scrittura privata. Leonardo, però, non avrebbe rispettato quanto è stato pattuito, sostiene PSC, con un prolungamento dei lavori a carico di PSC per altri 643 giorni. Il ritardo è costato a PSC l’inserimento nella black list dei fornitori di servizi di WeBuild. PSC ha quindi notificato presso il Tribunale di Roma un atto di citazione in cui chiede a Leonardo 361 milioni di euro come compensazione per ritardi, inadempienze e danni reputazionali. Durante l’assemblea dei soci di Leonardo del 2022 l’azienda ha invece spiegato che «la valutazione del rischio a esso associato ha portato la società a ritenerne non necessario il richiamo in nota integrativa». La Nota integrativa è un documento finanziario in cui, tra il resto, una società deve spiegare l’entità di crediti e debiti. Escludere l’arbitrato con PSC equivale quindi a dire che per Leonardo al momento non c’è un rischio concreto che si trasformi in una voce di passivo.

L’altra azienda italiana della partita, Cimolai Spa, si trova attualmente in pessime acque a causa della sua esposizione sul mercato dei derivati, esplosa a settembre 2022. Il risultato è una perdita secca di 200 milioni di euro che ha portato alla richiesta di concordato preventivo e ristrutturazione del debito depositata al Tribunale di Trieste. Tra i candidati ad acquisire il gruppo, la stampa locale cita anche WeBuild.

Morti sul lavoro in Qatar

Da quando nel 2010 il Qatar si è assicurato il diritto a ospitare la Coppa del mondo sono morti almeno 6.500 operai, secondo una stima del Guardian pubblicata nel 2021. Il quotidiano britannico aveva contattato le ambasciate in Qatar di India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka e ottenuto il numero dei rispettivi connazionali morti nel piccolo Paese del Golfo dal 2010 in poi. Su una popolazione di 2,9 milioni di persone, quasi due milioni sono lavoratori stranieri i quali rappresentano il 90% della forza lavoro in Qatar. Il Guardian ha più volte raccolto testimonianze dirette secondo le quali un operaio veniva pagato tra i 45 e 60 centesimi di sterline all’ora, mentre la campagna #PayUpFifa per la creazione di una cassa con cui compensare almeno economicamente le famiglie degli operai deceduti non è ancora stata accolta dalla Fifa.

IrpiMedia ha chiesto a WeBuild se è a conoscenza di morti o infortuni occorsi agli operai durante la realizzazione dell’impianto, senza però ottenere risposta. No comment anche dal Gruppo Marcegaglia, la società della ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, fornitrice delle impalcature per gli stadi Al Bayt, Lusail e 974, tre dei più importanti realizzati per il Mondiale.

Uno dei campi destinati all’alloggio degli operai, non lontano dallo stadio Al Bayt – Foto: Placemarks

La stima del Guardian è molto probabilmente al ribasso poiché almeno un’altra dozzina sono i Paesi di provenienza dei migranti che arrivano nel Golfo alla ricerca di un impiego. Questa – con stime che vanno dagli otto miliardi di dollari ai 220 miliardi – sarà una delle edizioni Mondiali più costose nella storia. Il vero costo della Coppa del mondo è però umano, peraltro mai corrisposto agli operai che la rendono possibile. La nazione a pagare il prezzo più alto in termini di vite, scrive il New York Times, è il Nepal. Il quotidiano americano riporta che almeno 2.100 migranti nepalesi sono morti in Qatar dal 2010. Dal Paese in cui il reddito medio si basa per il 25% sulle rimesse in arrivo dall’estero, solo lo scorso anno sarebbero partiti 185.000 lavoratori verso il Qatar. Loro e altre decine di migliaia di lavoratori dall’Asia e dall’Africa hanno realizzato stadi, strade, parcheggi e linee metropolitane funzionali allo svolgimento della Coppa del mondo. Un’urbanizzazione selvaggia che, secondo un’analisi di IrpiMedia e Placemarks svolta attraverso una serie di rilievi satellitari, ha cementificato almeno otto milioni di metri quadrati di terra, l’equivalente di 1.140 campi di calcio.

Da circa cinque anni diverse organizzazioni umanitarie di tutto il mondo denunciano le condizioni inumane in cui sono costretti a vivere gli operai. Nel 2016, Amnesty International ha accusato il Paese di fare uso di «lavoro forzato». Simili conclusioni sono state raggiunte dall’Organizzazione internazionale del lavoro che ha documentato nel 2020 almeno 9.000 casi di lavoratori sottoposti a condizioni di lavoro forzato. Un report pubblicato da Human Rights Watch nel 2021 include numerose testimonianze di mensilità pagate in grave ritardo, riduzione degli stipendi ingiustificata, ore extra non retribuite e condizioni disumane all’interno degli “alloggi” assegnati ai lavoratori, tra cui sovraffollamento e scarsità di cibo e acqua.

La kafala, un sistema di schiavitù moderna

Le violazioni dei diritti dei lavoratori stranieri in Qatar sono legittimate dalla kafala, un’istituzione di diritto islamico utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati soprattutto nel settore edilizio. Di fatto, quando applicato sui lavoratori migranti, può diventare un sistema di schiavitù moderna dove il datore di lavoro è “proprietario” del dipendente e ha il diritto di sequestrarne i documenti generando così gravi forme di sfruttamento. Lo Stato concede alle società dei permessi di “sponsorizzazione” per assumere manodopera straniera mentre il lavoratore è obbligato a legarsi a uno “sponsor” (kafeel, in arabo) sulla base di un contratto. Lo sponsor in linea teorica copre le spese di viaggio e di alloggio e assicura la regolare residenza del lavoratore all’interno del Paese. Di fatto, però, esercita su questi un potere quasi assoluto potendone limitare la libertà personale e impedire al lavoratore di trovare un altro impiego, nonché dettare le condizioni di lavoro in merito a orari, retribuzione, sicurezza e salute. Le condizioni lavorative sono migliorate, almeno su carta, dal 2019 quando a seguito di pressioni della comunità internazionale il Qatar ha limitato i poteri della kafala ma le riforme previste non sembrano trovare riscontro nei fatti: «Nonostante l’evoluzione positiva delle norme di legge sul lavoro – ha dichiarato Amnesty International – le violazioni dei diritti umani persistono in maniera significativa».

Le autorità di Doha hanno sempre minimizzato o respinto le accuse. Pochi giorni fa il Ministro del lavoro qatariota ha invitato i media a «non politicizzare l’evento», aggiungendo che è in corso «una campagna del fango» ai danni del Qatar. Secondo le loro stime, alla realizzazione degli stadi in cui si disputano i Mondiali hanno preso parte 30.000 lavoratori stranieri e tra il 2014 e il 2017 sono morti 37 operai, di cui soltanto tre sarebbero deceduti per cause riconducenti al lavoro svolto. I dati non convincono neanche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), l’agenzia Onu per i diritti dei lavoratori, che li ha definiti una sottostima. Intanto, the show must go on. Il presidente della Fifa pochi giorni fa ha inviato una lettera a tutte le 32 nazionali partecipanti, invitandole a non «trascinare» il torneo verso «battaglie ideologiche e politiche» e di «concentrarsi invece sul calcio».

La società francese accusata di abusi verso i lavoratori

La Vinci Constructions Grands Projets (VCGP), società di costruzioni francese, è accusata di abusi verso i lavoratori per «le condizioni lavorative e di accoglienza incompatibili con la dignità umana», ha scritto un Gip parigino. Tra le accuse mosse da sette ex dipendenti dell’azienda si legge che gli operai lavoravano fino a 77 ore alla settimana, che i loro passaporti erano stati sequestrati e di essere stati obbligati a vivere in strutture indecenti durante il servizio prestato in cantieri collegati alla Coppa del mondo in Qatar, in particolare quelli per la realizzazione di trasporti pubblici. L’accusa, secondo la giurisprudenza francese, non implica l’immediata istruzione di un processo e consente all’accusato di fare appello. La VCGP ha respinto le accuse.

Tangenti e mazzette: la strada verso Qatar

L’evento è la sintesi di «tutte le metastasi di un cancro ultraliberale», attacca Mediapart in un editoriale, la prima delle quali si è palesata pochi mesi dopo l’assegnazione del Mondiale, ufficializzata a dicembre 2010, quando il comitato qatariota fu accusato di aver corrotto funzionari della Fifa perché assegnassero l’evento al Paese del Golfo.

Per oltre un decennio l’assegnazione dei Mondiali al Qatar è stata circondata da un alone di corruzione e mazzette e nel corso degli anni i sospetti si sono fatti sempre più fondati. Era il 2011 quando Phaedra Al-Majid, ex dipendente dell’ufficio comunicazione del comitato qatariota per la corsa ai Mondiali, dichiara che il Paese aveva elargito mazzette per 1,5 milioni di dollari a tre membri della Fifa per assicurarsi il loro voto, salvo poi ritirare le accuse pochi mesi più tardi. Lo stesso anno l’allora ex presidente della Fifa, Jack Warner, rese pubblica una mail a lui indirizzata da Jerome Valcke, segretario generale della Fifa, in cui quest’ultimo affermava che il Qatar «aveva comprato i Mondiali». La whistleblower qatariota fa una seconda marcia indietro nel 2014 quando afferma di essere stata obbligata dal Qatar a ritrattare la sua iniziale dichiarazione dietro minacce legali.

Uno degli artefici della vittoria del Qatar è l’uomo d’affari Mohamed bin Hammam. Ex candidato alla presidenza Fifa, ha ricoperto i ruoli di più alto dirigente della Lega calcio qatariota e della Asian Football Confederation, la federazione asiatica membro della Fifa. È lui al centro di un’inchiesta del Sunday Times del 2014 in cui Hammam risultava responsabile della distribuzione di cinque milioni di dollari di mazzette a funzionari della Fifa perché favorissero la corsa del Qatar alla Coppa del mondo. Una fonte interna alla Fifa aveva consegnato milioni di documenti al giornale britannico, attraverso i quali è stato possibile ricostruire una serie di bonifici in uscita dai conti bancari riconducibili alla Kemco, società di costruzioni qatariota di proprietà di Hammam, verso personaggi chiave all’interno dell’organismo che regola il calcio mondiale.

L’ex numero uno del calcio qatariota era già stato sospeso a vita dalla Fifa per un presunto giro di tangenti indirizzate a condizionare l’elezione del presidente Fifa. Annullata la sospensione da parte del Tribunale arbitrale dello sport (TAS), il Comitato etico della Fifa ha comminato una seconda e definitiva sospensione a vita nel 2012 per conflitto di interessi durante il suo mandato di presidente della Asian Football Confederation

Come decide la Fifa
Il sistema di voto della Fifa per l’assegnazione della Coppa del mondo, allora come oggi, è in mano al Comitato esecutivo dell’organismo, composto da 24 membri, e si svolge a porte chiuse. Al primo round di votazione partecipano tutti i Paesi candidati e quello con meno voti viene escluso dal round successivo, e così via fino al vincitore.

Nel 2015 è poi deflagrato il Fifagate. L’inchiesta, condotta dall’FBI e dalla IRS (il fisco americano) e allargatasi poi ad altri Paesi, è partita da gravi episodi di corruzione tra funzionari della Fifa appartenenti alle federazioni nord e sud americane e società di marketing per la compravendita di diritti alla trasmissione televisiva di competizioni continentali. Dei 24 membri che hanno votato per l’assegnazione della Coppa del mondo in Qatar, solo otto ne sono usciti indenni, tra incarcerazioni, accuse e provvedimenti disciplinari.

Le accuse di corruzione, invece, sempre respinte dal governo qatariota, non hanno mai raggiunto un’aula di tribunale. Nel 2019 è però di nuovo il Sunday Times a portare il Paese del Golfo al centro dell’attenzione. Il settimanale ha rivelato che attraverso Al Jazeera, emittente televisiva statale controllata dall’emiro, il Qatar aveva offerto un contratto del valore di 880 milioni di dollari in due rate alla Fifa per la cessione dei diritti televisivi della competizione. L’accordo, stipulato tre settimane prima del voto, includeva un bonus da 100 milioni da corrispondere alla Fifa solo se il Paese avesse ottenuto il diritto a ospitare il torneo iridato. Allo scoop non ha fatto seguito alcun procedimento giudiziario.

Per vedere la vicenda citata all’interno di documenti di tribunale bisogna aspettare il 2020. In uno dei filoni del Fifagate, la procura del distretto Est di New York nominava Ricardo Teixeira, Nicolas Leoz, Rafael Salguero – tutti membri del Comitato esecutivo della Fifa al tempo dei fatti contestati – quali destinatari di mazzette «in relazione ai loro voti» per l’assegnazione dell’evento al Qatar, confermando in parte le inchieste del Sunday Times. È la prima volta che episodi di corruzione intorno alla votazione che ha portato la Coppa del mondo nel piccolo emirato vengono citati in documenti ufficiali dalla rilevanza penale.

Uno stralcio dell’indagine americana in cui si associa l’elezione del Qatar quale Paese ospitante dei Mondiali a episodi di corruzione

Le violazioni dei diritti umani in Qatar

Gran parte della diffusione a livello mondiale che chiede il boicottaggio del Mondiale in Qatar è dovuta alle violazioni dei diritti umani che caratterizzano il Paese ospitante. Lunga è la lista delle caselle vuote alla voce “diritti civili” in Qatar. È vietato «indurre o sedurre un uomo in qualsivoglia maniera per commettere sodomia o sregolatezza» e «indurre o sedurre uomo o donna in modo da commettere azioni illegali o immorali», recita il Codice penale. Comportamenti di tipo omosessuale sono un reato in Qatar e possono costare fino a sette anni di carcere. Le donne, in particolare, sono soggette a un rigido sistema discriminatorio. La loro custodia legale è detenuta da un uomo, generalmente il marito oppure il padre fino a un fratello, il quale ha potere decisionale sulla vita di una donna, come chi sposare, se studiare all’estero o lavorare nel settore pubblico, se viaggiare (entro un limite di età) o ricevere assistenza sanitaria. Naturalmente, il divorzio è fortemente disincentivato e una donna divorziata perde la custodia legale dei propri figli.

Non esistono leggi che riconoscono né tantomeno puniscono la violenza domestica, considerata una faccenda famigliare privata. La violenza sessuale è reato ma cessa di esserlo se a compierla è lo sposo. Il sesso al di fuori di un rapporto di coppia è punibile fino a sette anni di carcere e con la fustigazione, per una coppia non sposata, e persino con la morte, per i coniugi. Mentre in carcere può finirci per 12 mesi una donna che partorisce al di fuori del matrimonio.

Tra i sostenitori del movimento per il boicottaggio di Qatar 2022 si percepisce una certa trepidazione sulla possibilità di mettere in atto gesti di protesta durante le gare. Episodi di questo tipo si fanno sempre più frequenti sul palcoscenico sportivo internazionale, soprattutto all’interno del movimento ambientalista. Just Stop Oil ha interrotto diversi match della Premier League inglese pochi mesi fa mentre un attivista di Derniere Renovation si è legata alla rete di un campo da tennis durante l’ultimo Roland Garros. Eventuali proteste volte a sensibilizzare sulla violazione dei diritti civili in Qatar potrebbero costare fino a cinque anni di carcere qualora «creino agitazione nell’opinione pubblica», come riportato nel Codice penale qatariota.

Un attivista mentre interrompe il match di Champions League tra FC Copenaghen e Borussia Dortmund a novembre 2022 per protesta contro la Coppa del mondo in Qatar – Foto: Marvin Ibo Guengoer/Getty

Controlli al limite dello spionaggio

Una categoria che più di altre sarà tenuta sotto controllo è quella dei giornalisti. Per accreditarsi, e ottenere dunque il permesso per documentare la competizione, i giornalisti devono compilare un modulo accettando il quale acconsentono a rispettare una serie di condizioni «vaghe, ambigue e propense a un’interpretazione arbitraria», scrive Reporter senza frontiere (Rsf), organizzazione per la tutela della libertà dei giornalisti. L’obiettivo del Qatar, ha aggiunto il presidente di Rsf, «è di scoraggiare se non impedire ai media stranieri di parlare e scrivere di nient’altro che di calcio». Nel modulo si precisa che è fatto divieto di filmare o fotografare «proprietà residenziali, proprietà private e zone industriali». Quest’ultima, aggiunge Rsf, «è un chiaro riferimento a quelle zone in cui di recente dei giornalisti hanno rivelato violazioni dei diritti dei lavoratori stranieri».

Gli stessi tifosi non saranno immuni dal Grande fratello qatariota. Lo scorso 15 novembre il Garante tedesco per la protezione dei dati personali e della libertà informatica ha emanato una nota in cui suggerisce a coloro che scaricheranno due applicazioni – obbligatorie per l’ingresso in Qatar – di prestare la massima attenzione ai propri dati e di «rimuovere completamente il sistema operativo e tutti i contenuti, dopo il loro utilizzo». Il riferimento è alle applicazioni Ehteraz e Hayya. La prima è utilizzata per il tracciamento dei casi di Covid-19, la seconda dovrebbe invece fornire dati sui match e sulle linee metropolitane. Ma per il garante tedesco, le applicazioni «vanno ben oltre quanto dichiarato nelle rispettive licenze sulla privacy» e ha aggiunto che è preferibile usare un burner phone per lo scopo.

Lo stesso consiglio arriva dall’emittente norvegese NRK. Uno degli esperti di sicurezza informatica del canale pubblico scandinavo, dopo una approfondita analisi delle applicazioni, sostiene che «Ehteraz e Hayya in sostanza consentono di modificare i contenuti di tutto il telefono e di controllare ogni tipo di informazione memorizzata al suo interno». Impedire l’entrata in sleep mode, tracciamento del Gps, memorizzazione delle reti Bluetooth e Wi-fi utilizzate, estrapolazione di dati depositati su altre applicazioni, leggere, cancellare e modificare contenuti, tracciare i cellulari vicini, sono solo alcune delle potenzialità degli applicativi.

Quel filo che unisce Italia e Qatar: armi ed energia

Il Qatar ha acquistato rilevanza internazionale a partire dagli anni Quaranta, quando sono stati scoperti gli immensi giacimenti di gas e petrolio. La famiglia Al Thani, che guida il Paese da oltre un secolo, trainandolo oltre il protettorato della Corona inglese fino all’indipendenza nel 1971, è stata la responsabile delle principali violazioni dei diritti umani nel Paese. Con un’operazione di sport washing, la famiglia a capo degli Emirati spera di conquistarsi un po’ di pubblicità positiva. Il Mondiale di calcio rappresenta un’occasione per consolidare alleanze internazionali e stringerne di nuove, oltre che uno «strumento di soft power per la sicurezza nazionale», ha dichiarato al Deutsche Welle Kieran Maguire, professore di finanza dello sport all’Università di Liverpool.

Il Qatar ha infatti incentrato la propria politica estera sulla diversificazione. Si spiegano così i 450 miliardi di dollari investiti dalla Qatar Investments Authority (Qia), il fondo sovrano in mano all’emiro, dal 2005 a oggi. Solo nel Regno Unito, ad esempio, il piccolo emirato ha investito circa 40 miliardi di euro acquisendo Harrods, il 20% dell’aeroporto di Heathrow, quasi un quarto delle quote della catena di supermercati Sainsbury, il villaggio olimpico di Londra, senza contare che la Qatar Airways detiene il 20% della società proprietaria della British Airways, e molto altro. Anche la Germania non è rimasta immune ai petroldollari, con investimenti del Qatar in Volkswagen, Deutsche Bank e Siemens ma non solo, per un totale di circa 20 miliardi di euro. Quanto allo sport, è noto l’acquisto del Paris Saint-Germain avvenuto nel 2011 da parte del fondo qatariota che ha portato il club francese nell’Olimpo del calcio europeo. La stessa Qatar Airways è sponsor di diversi club europei. Particolarmente strategica è la creazione di beIN Media Group, società intermediaria per la cessione dei diritti televisivi delle competizioni europee nel mondo arabo e oggi emittente televisiva ufficiale della Coppa del mondo.

Il Paese deve comunque la sua ricchezza alle risorse naturali. È infatti il sesto Paese al mondo per produzione di gas naturale, il quale provvede al 60% del prodotto interno lordo. Del prezioso combustibile fossile il Qatar mira a diventarne il leader mondiale a discapito della Russia e un contributo fondamentale arriverà dall’Italia. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il Ministro dell’energia nonché Ad del colosso energetico QatarEnergy, Saad al-Kaabi, hanno firmato lo scorso giugno un accordo per la creazione di una joint venture per lo sfruttamento di quella che è considerata una “bomba climatica”. Si chiama North Field East, un giacimento offshore a nord-est dell’emirato che si stima possa contenere il 10% delle riserve di gas naturale liquefatto (Gnl) al mondo. Una volta operativo, il giacimento potrebbe aumentare del 60% la capacità produttiva di Gnl del Qatar oltre a scaldare buona parte delle case italiane a partire dal 2026.

Cos’è una “bomba climatica”

Con “bomba climatica” (in inglese carbon bomb) si intende un progetto per l’estrazione di combustibili fossili che si stima contribuisca sensibilmente ad allontanare l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali. Il termine non si riferisce ai rischi connessi alla struttura del progetto in sé quanto invece al contributo in termini di emissioni che il singolo progetto prevede.

Il Guardian ha tracciato 195 bombe climatiche al mondo, il 60% delle quali è già operativo e il resto in corso di realizzazione. Durante il loro arco di vita, questi progetti emetteranno non meno di un miliardo di tonnellate di emissioni di anidride carbonica ciascuno, l’equivalente di 18 anni di CO2 emessa nell’ambiente a livello globale. Il North East Field è tra questi. È considerato il giacimento di gas naturale liquefatto più grande al mondo. L’accordo prevede che l’Eni controlli il 25% della joint venture, il restante 75% sarà in mano alla QatarEnergy per un affare che nel complesso vale 30 miliardi di dollari.

Negli Stati Uniti si concentra la quantità maggiore di CO2 emessa da bombe climatiche (140.000.000.000 di tonnellate), seguiti da Arabia Saudita (107 Gt), Russia (83 Gt) e Qatar (43 Gt). Complessivamente, i 195 progetti tracciati produrranno 646.000.000.000 di tonnellate di anidride carbonica.

Accanto alla questione energetica, ci sono le forniture di armi, per le quali anche l’italiana Leonardo è un partner rilevante. Come riporta FriuliSera, solo nel 2022 il gruppo ha fornito all’aeronautica militare del Qatar sei caccia addestratori nell’ambito di un accordo che prevede anche la formazione di piloti qatarioti presso le basi aeree di Galatina (Lecce), Decimomannu (Cagliari) e Salto di Quirra (Nuoro). L’ex Finmeccanica ha inoltre consegnato quest’anno due elicotteri multiruolo e due pattugliatori offshore. E sempre a Leonardo la Marina militare del Qatar ha commissionato la fornitura di un Centro operativo navale per il monitoraggio delle proprie acque territoriali.

Da ultimo, l’Italia fornirà al Qatar supporto in una missione congiunta che si occuperà di garantire la sicureza dell’evento. Un contingente militare italiano farà infatti parte della Combined Joint Task Force Qatar, che si avvarrà di circa cinquemila militari da USA, Regno Unito, Francia, Turchia, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, oltre che dall’Italia. Il nostro Paese parteciperà con 560 unità di personale militare, 46 mezzi terrestri, un mezzo navale e due mezzi aerei, per un costo totale di quasi 11 milioni di euro, per contribuire «al sistema di difesa e sicurezza dei Mondiali di calcio». In Qatar sono vietate manifestazioni di dissenso politico, resta dunque da vedere se e come il contingente italiano reagirà in caso di proteste o episodi giudicati offensivi dall’emirato. La missione militare, approvata a fine luglio dalle Commissioni esteri e difesa della Camera, è uno degli ultimi lasciti del governo Draghi il quale prima di lasciare Palazzo Chigi ha indirizzato non pochi sforzi alla diversificazione energetica. Per renderla possibile, il piccolo emirato è diventato un partner irrinunciabile, specie a seguito della crisi energetica esacerbata dall’invasione russa dell’Ucraina. Al di là della Coppa del Mondo, è già da lungo tempo che gli Emirati partecipano ai principali tavoli della politica e dell’economia internazionale.

Foto: L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, con Gianni Infantino, presidente della Fifa, al Doha Exhibition Center lo scorso aprile – Markus Gilliar/Getty
Ha collaborato: Federico Monica/Placemarks
Editing: Lorenzo Bagnoli