23.01.26
I fedeli della Chiesa di Dio Onnipotente (Cdo) sono riuniti in casa di un loro confratello nella città di Changsha, nella provincia dello Hunan, nella Cina sud-orientale. Nel Paese asiatico, questo movimento cristiano è considerato un culto illegale e, quindi, i suoi adepti si ritrovano nelle cosiddette “chiese domestiche”, cioè in abitazioni private, al riparo dagli occhi indiscreti di altri cittadini e dagli interventi delle forze dell’ordine.
È la fine del 2018 e al momento di incontro e preghiera partecipa anche Giulia Zhang, una donna cinese che si è unita alla chiesa da circa due anni. Per un impegno, si allontana per alcune ore dalla chiesa domestica e, poco dopo, scopre di essere scampata per un soffio a una retata delle forze dell’ordine. Le persone arrestate sono oltre cinquanta e a loro, verrà a sapere in seguito Zhang, sono state comminate pene tra i tre e gli otto anni di carcere.
In breve
- Giulia Zhang e Davide Tang sono due fedeli arrivati in Italia dalla Cina nel tentativo di fuggire la repressione del proprio credo, la Chiesa di Dio Onnipotente (Cdo), controverso movimento cristiano perseguitato in patria perché non conforme all’ideologia di governo
- Anche nel nostro Paese, però, subiscono le pressioni del governo di Pechino
- Giulia Zhang è stata minacciata attraverso la famiglia rimasta in Cina, mentre per Davide Tang un sito cinese che ha pubblicato i suoi dati personali, insieme a quelli altri richiedenti asilo cinesi fedeli della Cdo
- Si chiama repressione transnazionale: una forma aggressiva di interferenza adoperata da uno stato o entità a esso affiliata con l’obiettivo di minacciare, controllare o coercere degli individui che vivono al di fuori dei confini nazionali
- I richiedenti asilo della Cdo che arrivano in Italia dalla Cina stanno lentamente ottenendo il riconoscimento della protezione internazionale, ma la repressione transnazionale rimane un problema non solo legislativo, ma anche politico, ancora da risolvere
«Credere in Cina è molto pericoloso», racconta oggi Zhang, dall’Italia. Dopo la retata cui è sfuggita, Zhang si nasconde, lascia la sua abitazione e viene ospitata da altri fedeli della Chiesa di Dio Onnipotente.
«Quando uscivo dovevo indossare una mascherina e portare gli occhiali per non essere riconosciuta», prosegue. Nella primavera del 2023, mentre sta rientrando dalle persone che l’hanno accolta, vede due pattuglie della polizia fuori dalla casa e, temendo che i suoi confratelli siano stati arrestati, decide di fuggire.
«Non potevo più continuare a credere in Dio stando in Cina, sono dovuta scappare», aggiunge la donna. Oggi Zhang vive nel nostro Paese, dove ha fatto una domanda di protezione internazionale, per la quale è ancora in attesa di risposta.
«Pensavo che rifugiarmi all’estero fosse una scelta sicura», confessa, ma a farla ricredere sono state le intimidazioni subite da lei e altri suoi confratelli anche in Italia.
Una chiesa contro il grande drago rosso
La Chiesa di Dio Onnipotente è un movimento cristiano che crede nella seconda venuta di Gesù nella forma di una donna nata nel nordest della Cina. Fondata nel 1989, già nel 1995 viene bandita perché considerata un culto contrario alla linea ufficiale delle autorità cinesi: le sue credenze minerebbero la stabilità sociale.
Per il movimento, infatti, fare proselitismo è un dovere e resistere al Partito comunista cinese, chiamato “il grande drago rosso”, è una prova fondamentale per ottenere la salvezza.
Credere in Cina
La Costituzione cinese garantisce la libertà di religione per le cosiddette «attività religiose normali», senza però chiarire cosa rientri in tale definizione.
In Cina sono cinque le religioni ufficialmente riconosciute, tra cui cattolicesimo e protestantesimo. Dal 2012, il governo ha avviato un programma di sinizzazione della religione, che impone ai culti di adeguare pratiche e dottrine alla cultura e ai valori tradizionali cinesi. Per poter operare e svolgere attività religiose, i gruppi devono registrarsi presso le Associazioni patriottiche controllate dallo Stato.
Numerosi gruppi religiosi e spirituali che non rientrano tra le religioni ufficialmente riconosciute dal Partito comunista cinese (Pcc), etichettati da Pechino come «culti eterodossi», sono oggetto di periodiche campagne repressive da parte del governo.
Il partito-Stato ha messo al bando oltre una dozzina di questi movimenti, sostenendo che i loro aderenti utilizzano la religione «come una copertura, divinizzano i loro leader, reclutano e controllano i membri, e ingannano le persone plasmando e diffondendo idee superstiziose, mettendo così in pericolo la società».
Tra i gruppi proibiti figurano movimenti di ispirazione cristiana come la Chiesa di Dio Onnipotente, nota anche come Fulmine da Oriente, e gruppi religiosi popolari come il controverso Falun Gong, un movimento spirituale che combina elementi di buddismo, taoismo e delle tradizionali pratiche di qigong.
Organizzazioni internazionali per i diritti umani, studiosi di religione e avvocati cinesi per i diritti civili hanno messo in discussione tali classificazioni, criticando il governo cinese per la dura repressione esercitata nei confronti dei credenti.
I suoi membri vengono spesso accusati dalle autorità di violenze e crimini, come l’omicidio di una donna che non voleva entrare a far parte della chiesa, avvenuto nel 2014 in un ristorante McDonald’s, ripreso dalle telecamere di sicurezza e circolato moltissimo in tutto il Paese.
Per contro, i fedeli della Cdo sostengono che il Partito comunista li incrimini ingiustamente solo a causa della loro fede, li maltratti e li torturi.
Secondo gli ultimi dati relativi al 2023, il governo cinese avrebbe arrestato oltre 12mila fedeli, altri cinquemila avrebbero subito indottrinamento forzato e torture da parte della polizia, tra cui scosse elettriche, percosse e privazione del sonno.
Almeno 20 membri, poi, sarebbero morti per i trattamenti ricevuti. Le cifre, però, sono fornite dalla stessa Chiesa di Dio Onnipotente e risultano, quindi, molto difficili da verificare in maniera indipendente.
Quel che è certo è che molti fedeli della Cdo hanno deciso di lasciare la Cina. E che, anche all’estero, continuano a venire minacciati dalle autorità cinesi, non disposte ad accettare una parte della diaspora nazionale che si oppone al Partito comunista al potere.
Le minacce al figlio di Giulia rimasto in Cina
«Io e mia madre abbiamo accolto il credo della Chiesa di Dio Onnipotente nel 2016. Poco tempo dopo la polizia si è presentata a casa nostra per dirci di non credere più in dio», racconta Zhang nel corso di una videochiamata con IrpiMedia.
La donna non sa come gli agenti siano arrivati a lei, ma in un articolo del 2020 il Council on Foreign Relations spiegava che «i funzionari della pubblica sicurezza cinese controllano sia i gruppi religiosi registrati che quelli non registrati per impedire attività che “disturbano l’ordine pubblico, compromettono la salute dei cittadini o interferiscono con il sistema educativo dello Stato”, come stabilito dalla Costituzione cinese».
«In pratica, tuttavia – si legge ancora – secondo le organizzazioni per la tutela dei diritti umani, il monitoraggio e le repressioni spesso prendono di mira attività pacifiche protette dal diritto internazionale», come la libertà di manifestare la propria religione.
È quello che Zhang e sua madre continuano a fare, ma quest’ultima viene arrestata, in carcere si ammala di tubercolosi e le viene negato ogni tipo di visita. «Avevo paura che morisse», dice Zhang, ancora scossa dai ricordi. Poi, fortunatamente la madre viene rilasciata proprio per motivi di salute. Per Zhang, però, come abbiamo visto, i problemi non finiscono.
Quando decide di lasciare la Cina, vola in Turchia, quindi in Serbia e, infine, entra in Italia facendo subito domanda di protezione internazionale. «Arrivata mi sono messa in contatto con i confratelli», racconta.
Il sollievo per essere giunta in un nuovo Paese e aver incontrato persone della sua comunità, però, dura poco perché le pressioni del governo cinese non si fermano ai confini nazionali.
Nel 2024, gli agenti di sicurezza di Pechino fanno visita ripetutamente alla famiglia rimasta in patria, minacciando lei e il figlio: vogliono che Zhang torni indietro.
In una prima occasione, racconta, «hanno detto a mio fratello che, se non fossi tornata, mio figlio (che non fa parte della Cdo, ndr) non avrebbe potuto accedere ai concorsi pubblici e all’università», due delle poche strade disponibili per avere un futuro dignitoso in Cina.
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La seconda volta parlano ancora col fratello, dicendogli che la stessa Zhang rischia l’ergastolo se non rientra. Da allora, la donna dice di aver troppo timore per mettersi in contatto con i famigliari e di ricevere loro notizie «solo attraverso dei confratelli» arrivati dalla sua stessa regione.
Cos’è la repressione transnazionale
Episodi come quello di cui è stata vittima Zhang rientrano in quella che viene definita repressione transnazionale. Il termine è stato al centro di una dichiarazione dei leader che hanno partecipato all’ultimo G7 in Canada e indica «una forma aggressiva di interferenza straniera mediante la quale gli Stati o i loro rappresentanti cercano di intimidire, molestare, danneggiare o costringere individui o comunità al di fuori dei propri confini».
L’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani aggiunge che il fenomeno non è nuovo, ma si è ampliato «con la globalizzazione e il progresso delle tecnologie digitali» e, tra le forme che questa repressione può assumere, cita anche «la punizione indiretta di parenti o associati nel Paese, che può includere la perdita dei mezzi di sussistenza, minacce, incarcerazione, tortura o persino l’uccisione di familiari, stretti collaboratori o colleghi».
Gli Stati che praticano la repressione transnazionale sono numerosi e la Cina è tra questi. A essere colpiti sono anche gli attivisti per la democrazia. Lo testimonia il caso di un cittadino cinese da anni residente in Italia che si fa chiamare Teacher Li. Con questo nickname, l’uomo ha iniziato a diffondere sui social media informazioni provenienti dalla Cina considerate scomode dal Partito comunista, come quelle sulla gestione della pandemia.
Da allora, ha raccontato L’Espresso, Teacher Li è diventato un bersaglio della repressione transnazionale cinese. Nel 2023 ha chiesto asilo alle autorità italiane perché «uomini del Partito comunista cinese avevano pubblicato su Twitter il mio indirizzo e i dati del mio passaporto, invitando i cinesi presenti in Italia a rintracciarmi – ha spiegato in un’intervista al settimanale –. Mi hanno infatti trovato a Torino, dove nel frattempo mi ero trasferito (da Milano, ndr) e dove sono stato minacciato da sconosciuti».
Pratiche simili vengono usate anche contro i fedeli di gruppi religiosi proibiti. Amnesty International, in un rapporto del 2024, scriveva che negli ultimi dieci anni si sono intensificati gli «sforzi del governo cinese per espandere l’applicazione extraterritoriale delle sue restrizioni interne sui diritti umani, anche ai membri delle minoranze etniche e religiose all’estero».
È quello che sta vivendo sulla sua pelle Giulia Zhang. E anche il suo confratello Davide Tang, da ancora più tempo e con metodi ancora più duri.
Anche Tang è fuggito dalla Cina per evitare l’arresto a causa della sua fede ed è arrivato in Italia nel 2015. Qui la sua domanda di protezione internazionale è stata respinta una prima volta, ha fatto ricorso contro la decisione, ma ha perso tutti e tre i gradi di giudizio, fino alla Corte di Cassazione.
Ha quindi presentato una seconda richiesta, perché la normativa consente di farlo se emergono elementi nuovi, ma anche questa non è andata a buon fine.
Nel frattempo, nel giugno 2022, i suoi dati personali, la sua città di residenza in Italia, il suo stato di richiedente asilo e i numeri identificativi del suo primo procedimento legale in Cassazione sono stati tutti pubblicati online. Questo fatto, racconta oggi a IrpiMedia Tang, lo «ha sconvolto».
I funzionari italiani responsabili della sua domanda di protezione internazionale gli avevano assicurato che le informazioni da lui fornite sarebbero rimaste confidenziali, come da prassi. E invece, ora sono online.
Un sito per intimidire chi è fuggito
A diffondere le informazioni è stato il sito in lingua cinese Da ai wang (www.daaixq.com), che da allora ha continuato a pubblicare i dati relativi a decine di altri richiedenti asilo cinesi fedeli della Cdo in Italia.
Gli ultimi sono stati messi online lo scorso anno. L’obiettivo, stando al testo che accompagna le informazioni personali, sarebbe «proteggere i legittimi diritti e interessi delle famiglie cinesi colpite da questi culti», «esortare coloro che viaggiano illegalmente a tornare a casa il prima possibile» e abbandonare la chiesa che avrebbe fatto loro una specie di lavaggio del cervello per convertirli e convincerli a lasciare la Cina.
Non è chiaro chi gestisca Da ai wang, ma le accuse del sito seguono la linea dettata dalle istituzioni cinesi sulla Cdo. «A parte il Partito comunista cinese, non so chi possa essere», ragiona Tang.
L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani spiega che anche attori non statali come aziende private e società tecnologiche «possono svolgere un ruolo nella repressione transnazionale, su richiesta o con l’acquiescenza dello Stato repressivo», ma al momento non ci sono elementi per collegare con certezza il sito alle istituzioni di Pechino.
Non è chiaro nemmeno l’elemento potenzialmente più grave della vicenda, cioè chi e come è entrato in possesso delle informazioni personali e riservate, poi pubblicate. Una richiesta di commento della vicenda al ministero dell’Interno italiano inviata da IrpiMedia non ha ricevuto risposta.
Quel che si sa con certezza, invece, sono le conseguenze dell’operato del sito Da ai wang. Tang teme che, dopo la pubblicazione dei suoi dati, la sua famiglia in Cina possa essere minacciata, in una maniera simile a quanto accaduto a Giulia Zhang.
Da un lato, questo l’ha ulteriormente preoccupato. Dall’altro, questa ennesima dimostrazione della repressione di Pechino ha spinto lui e il suo avvocato a presentare per la terza volta la richiesta per lo status di rifugiato, un traguardo niente affatto scontato per i fedeli della Chiesa di Dio Onnipotente in Italia.
La protezione è difficile da ottenere
Le domande di protezione internazionale presentate in Italia dai cittadini cinesi membri della Cdo sono state spesso rigettate dalle commissioni territoriali, gli organi incaricati di valutarle.
L’impegno di avvocati, attivisti e degli stessi fedeli per dettagliare le minacce a cui sono sottoposti i fedeli ha consentito però di ottenere pronunce favorevoli da parte di alcuni tribunali cui i fedeli si sono rivolti per fare appello contro le decisioni negative.
In particolare, nel 2020, il tribunale di Roma ha garantito lo status di rifugiata a una donna cinese appartenente alla Chiesa, parlando di «fondatezza del timore della richiedente di subire effettivamente atti di persecuzione nel contesto di provenienza».
Il tribunale, inoltre, spiega il sito specializzato Melting Pot, «ha rigettato l’argomento della commissione territoriale secondo il quale la ricorrente non sarebbe credibile in quanto espatriata legalmente dal proprio Paese nonostante avesse affermato di essere ricercata nel Paese.
Al riguardo il giudicante dà rilievo alle spiegazioni fornite dalla ricorrente, che aveva riferito di non essere stata segnalata a livello nazionale, ed ha poi sottolineato l’elevato tasso di corruzione all’interno delle forze di polizia in Cina».
In tal senso, il pronunciamento della corte romana coincide con le vicende personali sia di Zhang sia di Tang, che raccontano di aver dovuto pagare dei funzionari cinesi per poter uscire dal Paese legalmente.
Una sentenza simile è arrivata ad inizio 2025 anche dal tribunale di Milano, che ha confermato l’esistenza di una grave persecuzione religiosa in Cina nei confronti dei membri della chiesa.
Secondo gli avvocati dello studio legale Bacab, che hanno seguito il caso, la pronuncia «contribuisce a consolidare un orientamento giurisprudenziale che riconosce la gravità della situazione dei membri della Cdo in Cina e la necessità di garantire loro un’adeguata protezione internazionale, in linea con i principi fondamentali di tutela della libertà religiosa».
«Le autorità italiane sono impotenti»
Zhang e Tang sperano che questi passi in avanti siano utili anche per loro perché, in mancanza del riconoscimento dello status di rifugiato, vivono nel costante timore di essere costretti a rientrare in patria.
«Se il tribunale respingesse un’ultima volta la mia richiesta (per ottenere la protezione internazionale, ndr) potrebbe arrivare l’espulsione. E se fossi rimpatriato sarei arrestato all’aeroporto», dice preoccupato l’uomo.
Anche Zhang si dice molto spaventata. Racconta che, dopo aver fatto la domanda di asilo, pensava che rifugiarsi all’estero fosse una scelta sicura. Poi, sono arrivate le minacce delle autorità cinesi ai suoi parenti e, da allora, anche lei teme di venire espulsa e rimpatriata. «Finché il governo italiano non accetta la mia richiesta d’asilo non mi considero del tutto sicura», confessa.
È una speranza lecita, ma potrebbe non corrispondere alla realtà. L’attivista cinese Teacher Li, infatti, nonostante nel 2024 abbia ottenuto l’asilo in Italia, ha continuato a ricevere minacce e pressioni dalle autorità di Pechino e da account anonimi sui social media.
Nel marzo dello scorso anno, ha dovuto trasferirsi per una seconda volta perché sapeva di essere cercato dall’ambasciata cinese in Italia e da allora vive nascosto.
Il problema della repressione transnazionale cinese non è solo italiano. A luglio, in occasione del summit Cina-Unione europea, Amnesty International ha inviato una lettera alle massime autorità Ue parlando di una «crisi dei diritti umani» nel Paese asiatico.
Tra le richieste dell’ong ai leader dell’Unione e dei suoi Stati, vi era anche quella di un maggiore impegno per «porre fine alla repressione transnazionale», «attraverso indagini e azioni penali, sostenendo e proteggendo al contempo le persone e le comunità» vittime del fenomeno.
Riccardo Noury, portavoce dell’organizzazione in Italia, aggiunge che «il dovere di ogni governo è quello di contrastare l’azione di governi terzi per controllare o impedire dissenso e critiche da parte dei suoi connazionali all’estero, in violazione dei loro diritti».
A suo parere, il tema dovrebbe essere sollevato sul piano diplomatico, nelle relazioni con le ambasciate. «Azioni vessatorie da parte delle ambasciate potrebbero essere affrontate attraverso convocazioni, espulsioni e nei casi estremi accompagnando ricorsi giudiziari», aggiunge.
Teacher Li è scettico che questo possa accadere. «Le autorità italiane mi hanno aiutato molto, ma sono impotenti quando si tratta di questioni fondamentali», ha dichiarato al quotidiano Domani, fornendo due motivazioni.
La prima è che è difficile ottenere prove solide e sufficienti della repressione transnazionale di Pechino, che chiaramente avviene in segreto e spesso coinvolgendo altri cittadini cinesi all’estero. La seconda, è l’amara conclusione dell’attivista, è che «il governo italiano non è determinato a confrontarsi con le forze dell’ordine transfrontaliere cinesi».
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