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Rieducazione russa

La Russia non contende all’Ucraina solo parte del suo territorio ma anche i bambini che abitano quelle terre occupate. Come funziona la macchina della rieducazione

#AttaccoAllUcraina

27.02.26

Lorenzo Bodrero

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Nei territori occupati del Donbass e della Crimea, la Russia ha messo in piedi un sistema di «indottrinamento e militarizzazione dei bambini». Secondo Caitlin Howarth, direttrice dello Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale (Stati Uniti), la Russia sta cancellando dalle generazioni più giovani ogni traccia di identità ucraina. 

Nel caso in cui i bambini abbiano ancora dei parenti, spiega la ricercatrice, lo scopo è «esercitare un controllo sulle famiglie e, attraverso di loro, perseguire gli obiettivi dello Stato». C’è poi un obiettivo più generale, cioè «allevare generazioni di individui traumatizzati, facilmente malleabili».

In breve

  • Nei territori dell’Ucraina occupata la Russia ha costruito un sistema diffuso di «russificazione, indottrinamento e militarizzazione» dei minori, volto a cancellare l’identità ucraina e a formare giovani leali allo Stato russo e potenzialmente pronti al servizio militare
  • Nelle scuole (circa 1,5 milioni di minori coinvolti) sono stati vietati lingua e libri ucraini, sostituiti con programmi russi che negano l’esistenza dell’Ucraina, glorificano la guerra e presentano l’occupazione come una “giustizia storica”. Per gli studenti, l’ottenimento di diplomi e certificati è subordinato alla registrazione militare
  • Bambini e adolescenti vengono inviati in campi di “rieducazione” (da pochi giorni a due mesi), spesso con trasferimenti forzati anche in Crimea o in Russia, dove ricevono formazione patriottica e addestramento militare
  • Il sistema è veicolato da organizzazioni giovanili come Yunarmia, finanziate dallo Stato e integrate nelle scuole. Yunarmia riceve circa 70 milioni di euro all’anno di finanziamenti dal Cremlino
  • Per i minori senza tutela familiare, il percorso passa da cittadinanza russa forzata, trasferimento e adozione in famiglie russe. Centinaia di strutture di rieducazione e migliaia di trasferimenti sono stati documentati, mentre poco più duemila bambini sono stati finora riportati in Ucraina dalle autorità di Kyiv

Nei territori occupati si diventa russi a scuola, dove il programma impartito dal ministero dell’Educazione russo prevede la cancellazione della storia ucraina, oppure attraverso i campi di rieducazione, esperienze formative, della durata variabile da pochi giorni a circa due mesi, organizzate da gruppi giovanili attive già in Russia. 

Per chi invece è rimasto solo, la trasformazione in cittadini russi passa dall’adozione forzata e il trasferimento presso nuove famiglie in Russia. Anche loro vengono sottoposti ai programmi di gruppi giovanili russi che, da anni, cercano di inculcare nei giovani la cultura della guerra e della difesa – con le armi – della madrepatria. Le adesioni ai programmi non sono obbligatorie, ma i gruppi giovanili sono talmente capillari e ben finanziati da esercitare una forte capacità persuasiva sulle famiglie russe. 

Che siano adottati da famiglie russe o residenti in famiglie che si sentono ancora ucraine, con i minorenni provenienti dai territori occupati, «l’obiettivo – sostiene Kateryna Rashevska, avvocata del Regional Centre for Human Rights (Rchr) – è assicurare che siano pronti eventualmente a servire nelle forze armate russe».

A scuola senza identità 

Circa 1,5 milioni i minorenni vivono nelle regioni ucraine occupate dall’esercito russo.

«Ciascuno di loro va a scuola e ciascuno di loro ogni giorno è sottoposto a una narrazione che glorifica la Russia e secondo cui l’Ucraina non esiste, i genitori non li vogliono e che la Russia si prenderà cura di loro», spiega Natalia Sosnovenko, psicologa infantile per un’ong ucraina, Voices of Ukraine.

Oleksandra*, 12 anni, ha lasciato la regione occupata di Kherson insieme ai genitori per trasferirsi a Kyiv dopo aver aggredito verbalmente la madre. Per quattro anni ha frequentato lezioni di storia in cui le veniva insegnato che l’Ucraina non esiste. «Io vivo in Ucraina – aveva tentato di replicare più volte la ragazza all’insegnante di storia – parlo ucraino, i miei genitori sono ucraini, quindi io sono ucraina!». Ha finito per smettere di crederci e mettere in dubbio la sua stessa identità culturale. Così un giorno la ragazzina  si è rivolta alla madre accusandola di averle mentito per tutta la vita dicendole che era ucraina.

A seguito dell’invasione su larga scala il Cremlino ha intensificato la lotta sui banchi di scuola a tutto ciò che è ucraino. Nelle scuole dei territori occupati la lingua ucraina è vietata, i libri ucraini sono stati sostituiti da testi russi e all’interno degli istituti scolastici trovano spazio “musei” che glorificano la guerra in corso e nei quali l’Ucraina è inquadrata come Paese aggressore. 

La dimensione del fenomeno è tale che secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo il sistema di rieducazione nei territori occupati si prefigge di «minare l’identità e la storia ucraina», «imporre la russificazione della popolazione» e, in linea con l’obiettivo di separare dall’Ucraina le aree occupate, «impedire la sua esistenza come Stato sovrano».

È in corso un “genocidio culturale”?

«L’invasione su larga scala dell’Ucraina non è solo un’aggressione militare bensì un assalto calcolato diretto all’identità culturale nazionale», scrive in un saggio per l’Istituto affari internazionali Volodymyr Sheiko, direttore generale dell’Istituto ucraino, un’istituzione culturale facente capo al ministero degli Esteri. La tesi sviluppata è che gli attacchi ai luoghi della cultura, la persecuzione di artisti e intellettuali, la russificazione imposta nei territori ucraini occupati e sofisticate campagne russe di disinformazione hanno l’obiettivo implicito di riscrivere la storia e negare l’esistenza di una identità ucraina. Non un “effetto collaterale” della guerra ma un elemento centrale dell’aggressione militare all’Ucraina in corso dal 2014. 

La giustificazione dietro questa politica è rintracciabile in un discorso di Vladimir Putin di giugno 2021 nel quale il presidente russo insiste sull’unità storica condivisa e indissolubile tra Russia e Ucraina, di fatto privando l’Ucraina della sua unicità culturale. Diversi giornalisti, storici e analisti politici sostengono che si tratti di un “genocidio culturale”, una definizione appoggiata anche dal Consiglio d’Europa.

La cancellazione dell’identità culturale con elementi come «la cittadinanza forzata, l’indottrinamento e azioni che implicano l’assimilazione culturale dei bambini da parte della forza occupante» non è però ancora un reato in sé, spiega a IrpiMedia Kateryna Rashevska, avvocata per i diritti umani. 

Tsvetelina van Benthem, consulente legale senior di The reckoning project (Trp), una ong ucraina che unisce giornalisti e avvocati nella lotta contro l’impunità dei crimini russi, spiega: «Cerchiamo di affrontare i tentativi di erodere l’identità ucraina attraverso un’analisi giuridica che spieghi perché i tentativi di indottrinamento siano dannosi e come vengano attuati».

Un aspetto importante dell’analisi, secondo van Benthem, riguarda gli obblighi che uno Stato ha nei confronti degli individui sotto la sua giurisdizione in base alle norme internazionali sui diritti umani. In particolare, quelli che garantiscono la «libertà di pensiero» di un individuo, tutelata dall’articolo 18 del Patto Onu sui diritti civili e politici, di cui la Russia è parte. Questa libertà viene raramente invocata in casi di indottrinamento ed è stata descritta come una libertà dimenticata.

Tuttavia, si sta diffondendo l’idea che la libertà di pensiero possa essere violata attraverso la coercizione e la manipolazione. Secondo van Benthem, «costringere un bambino ucraino a cantare canzoni militari e l’inno russo, vestirlo con abiti militari, circondarlo di simboli nazionalisti ed educarlo secondo preconcetti che demonizzano il suo Paese d’origine e glorificano il suo Paese d’adozione» sono azioni che potrebbero costituire coercizione o manipolazione che viola la libertà di pensiero.

Vadym*, è un ragazzo di 18 anni originario dei territori occupati che oggi vive a Kyiv. È uno dei ragazzi provenienti dai territori russificati assistiti da Save Ukraine, ong nata dopo l’annessione della Crimea e all’inizio del conflitto nelle regioni di Lugansk e Donetsk, inizialmente allo scopo di portare aiuti umanitari alle famiglie colpite.

Una volta, partecipando a una cerimonia dedicata ai soldati caduti, alla vista delle bandiere ucraine ha cominciato a cantare l’inno russo. Nei territori occupati è vietato mostrare la bandiera ucraina ma a Kyiv insultare il simbolo nazionale è un reato punito con l’articolo 338 del codice penale ucraino, la cui pena è stata inasprita nel 2019 fino a tre anni di reclusione. Myroslava Kharcenko, a capo del dipartimento legale di Save Ukraine, dice di essere dovuta intervenire per spiegare alla polizia presente sul posto «che la reazione di Vadym era stata causata da un trauma psicologico», racconta. 

Particolarmente significativa è l’introduzione nelle scuole della nuova versione del libro Storia della Russia, dal 1945 al XXI secolo a partire dall’anno scolastico 2023/2024 e obbligatorio in tutte le classi degli studenti di 16 e 17 anni. Il nuovo testo include un capitolo sulla guerra all’Ucraina, descritta come Stato ostile «ultranazionalista e neonazista» utilizzata da Stati Uniti e Nato per attaccare la Russia, l’annessione della Crimea e del Donbass viene inquadrata come un «rimpossessarsi di terre storiche» e la Federazione russa è descritta come un Paese sotto costante minaccia occidentale.

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«Nei territori occupati – ha scritto su X Mykola Kuleba, Commissario per i diritti dei bambini in Ucraina – agli studenti è consentito ricevere i certificati scolastici o i diplomi solo se si iscrivono al servizio militare. Senza un “certificato di leva” rilasciato da un ufficio di arruolamento, questi documenti di studio vengono deliberatamente trattenuti». 

Dal 2022, inoltre, in tutti gli istituti è obbligatoria la materia “Conversazioni su cose importanti”, dedicata a imporre nozioni come «servire la Madrepatria», «proteggere il Donbass», «combattere il fascismo» e in cui le lezioni hanno lo scopo di promuovere il concetto che l’occupazione dell’Ucraina è una «giustizia storica» e la Russia un Paese sotto costante minaccia. Da settembre dello scorso anno, “Conversazioni su cose importanti” è sperimentata negli asili nido di 20 regioni della Russia e in quelli delle regioni ucraine occupate di Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhya.

Colonie estive? No, campi di rieducazione

Voice of America Ucraina, nel 2024, ha raccolto la testimonianza di Valeria Sidorova, una ragazza che oggi ha 19 anni e vive a Kyiv, dove studia infermieristica. Orfana di madre, all’inizio dell’invasione su larga scala viveva insieme ai nonni a Nova Kakhovka, cittadina della regione di Kherson nel sud dell’Ucraina.

A ottobre 2022 (l’esercito ucraino ha ripreso Kherson nel novembre 2022 ma Nova Kakhovka è ancora sotto il controllo russo, ndr), i genitori e i tutori dei bambini in età scolare sono stati richiamati nella piazza della cittadina per un annuncio: per motivi di sicurezza, i loro figli sarebbero stati trasferiti in un “campo per bambini”. Alcune scuole hanno collaborato con i russi nell’operazione, altre no. Nessuno ha potuto però impedire che 600 minorenni, inclusa Valeriia, in 15 bus fossero trasferiti forzatamente in Crimea, territorio illegalmente occupato dalla Russia dal 2014.

Yunarmia (traducibile in Armata della gioventù, ndr) è l’organizzazione giovanile sostenuta direttamente dal ministero della Difesa russo che ha gestito sia la logistica sia la permanenza nel centro di rieducazione.

Con finanziamenti statali per circa 70 milioni di euro all’anno, dal 2020 opera in tutte le scuole della Russia e oggi conta oltre 1,7 milioni di bambini e adolescenti tra gli otto e i 18 anni. In totale, il Cremlino ha stanziato circa 760 milioni di euro nel 2025 all’istruzione di stampo patriottico, il 50% in più rispetto all’anno precedente, a dimostrazione dell’importanza che il settore ricopre a livello nazionale. Da luglio 2022, Yunarmia è stata messa sotto sanzione dall’Unione europea «per attuare azioni che minacciano o compromettono […] la stabilità e la sicurezza dell’Ucraina».

Giovani russi del gruppo giovanile Yunarmia partecipano a un evento organizzato a Chita, città nella Russia meridionale, a dicembre 2025. È visibile la lettera "Z", uno dei simboli dell'invasione russa dell'Ucraina
Giovani russi del gruppo giovanile Yunarmia partecipano a un evento organizzato a Chita, città nella Russia meridionale, a dicembre 2025. È visibile la lettera “Z”, uno dei simboli dell’invasione russa dell’Ucraina © yunarmy.ru
Studenti liceali durante un'esercitazione militare organizzata di Yunarmia a Mosca a maggio 2025
Studenti liceali durante un’esercitazione militare organizzata di Yunarmia a Mosca a maggio 2025 © Getty
Adolescenti ucraini della regione di Lugansk (Ucraina) mentre partecipano alle attività del campo “Forze del Caucaso” a Shali (Cecenia), un progetto congiunto voluto da Maria Lvova-Belova, Commissaria russa per i diritti dei bambini, e Ramdan Kazyrov, presidente della Cecenia
Adolescenti ucraini della regione di Lugansk (Ucraina) mentre partecipano alle attività del campo “Forze del Caucaso” a Shali (Cecenia), un progetto congiunto voluto da Maria Lvova-Belova, Commissaria russa per i diritti dei bambini, e Ramdan Kazyrov, presidente della Cecenia © currenttime.tv
Una bambina di Mariupol (Ucraina) sorregge un fucile durante un incontro organizzato a Minsk (Bielorussia) all’Accademia militare locale
Una bambina di Mariupol (Ucraina) sorregge un fucile durante un incontro organizzato a Minsk (Bielorussia) all’Accademia militare locale © sb.by

Secondo quanto raccontato da Valeriia a Voice of America, ai bambini era imposto di cantare l’inno nazionale russo ogni mattina e di seguire «lezioni di pseudo-storia». «Manipolavano i fatti, dicevano che il disastro di Chernobyl era un’invenzione, che l’Holodomor (la carestia imposta da Stalin alla popolazione ucraina che uccise quattro milioni di ucraini nei primi anni ‘30, ndr) non è mai esistito». «Non ci avrebbero rimandati indietro», ha aggiunto. Ai ragazzi era suggerito di accettare di diventare russi, perché «era molto importante avere un passaporto russo, così avremmo avuto buone condizioni, saremmo stati con i nostri genitori», ha aggiunto nell’intervista.

Nel caso di Valeriia, la fine dell’occupazione di Kherson ha facilitato la ripresa dei contatti con la sua famiglia. Avere ancora un tutore legale significava poter uscire, a patto di tornare nei territori occupati. Solo cinque ragazzi, ha raccontato Valeriia, sono stati riportati a Nova Kakhovka dai genitori, mentre gli altri «sono tutti in Russia», destino previsto per tutti coloro che restano orfani o accettano le condizioni proposte dai russi nei campi di rieducazione. Valeriia è riuscita a scappare dai territori occupati in un secondo momento, nel febbraio 2023.  

Il centro di rieducazione in Crimea dove la ragazza è stata per due mesi è solo uno delle 175 strutture individuate dal Regional center for human rights (Rchr) nelle quali la Russia porta avanti le proprie «politiche di erosione dell’identità ucraina». I campi di rieducazione mappati includono scuole per cadetti, basi militari, istituti scolastici, strutture mediche, campi e sanatori, e sono localizzati in Russia, Bielorussia, nei territori dell’Ucraina occupati.

Ospite al Senato degli Stati Uniti lo scorso dicembre, l’avvocata di Rchr Katerina Rashevskaya ha rivelato l’esistenza di un campo di rieducazione persino in Corea del Nord. Rchr ha documentato il trasferimento forzato verso questi campi di almeno 8.330 bambini ucraini nel 2023, il più giovane dei quali aveva quattro anni. Nel 2024 l’obiettivo dichiarato dal ministro dell’Educazione russo era trasferirne 40mila, nel 2025 65mila. 

Un campo rieducativo in Corea del Nord

Yelizaveta (16 anni) e Mykhailo (12 anni) sono due bambini ucraini nati rispettivamente a Simferopol (Crimea) e Makiivka (Donetsk) prima che le loro regioni fossero invase. Nati “liberi”, dunque, ma cresciuti sotto l’occupazione russa.

Le loro storie sono state presentate davanti a una Commissione del Senato degli USA lo scorso dicembre da Katerina Rashevska, avvocata per i diritti umani presso il Centro regionale per i diritti umani (Rchr). Rashevska ha denunciato come i due bambini siano stati mandati in un campo in Corea del nord presso la città di Songdowon, i primi bambini ucraini identificati ad aver preso parte a un programma di scambio tra Mosca e Pyongyang.

Il campo è un centro ricreazionale noto per ospitare minorenni stranieri sulla costa del Mar del Giappone.

Secondo le informazioni condivise da Rchr con il quotidiano spagnolo El Pais, Elizaveta ha trascorso luglio e agosto 2024 a Songdowon in quanto parte del Movimento dei Primi, una delle organizzazioni giovanili nazionali russe. Rchr ha sottolineato come la sua identità ucraina «sembra essere stata completamente cancellata e sostituita con una russa».

Mykhailo ha frequentato Songdowon dal 21 luglio al 1° agosto, anche lui in qualità di membro dello stesso movimento giovanile. Essendo ancora un neonato quando la sua città natale cadde in mano russa, «non ha nemmeno avuto il tempo di formare la sua identità ucraina», scrive Ehcr.

Senza famiglia

Non esistono dati ufficiali sul numero di bambini adottati o affidati a famiglie russe e i pochi disponibili sono parziali. Ad esempio, nel 2023 il Commissario per i diritti dei bambini della regione di Mosca aveva dichiarato che 213 bambini ucraini risiedono nella regione, di cui 112 vivono presso famiglie affidatarie russe. Lo stesso anno, il portale di notizie ucraine Ukrinform, riportava i dati di un report (oggi non più raggiungibile online) della Commissaria russa per i diritti dei bambini secondo il quale 280 bambini ucraini sono stati affidati a famiglie russe.

Secondo il governo ucraino sono circa 20mila i bambini ucraini deportati o trasferiti in Russia dall’inizio dell’invasione su larga scala.

Bambini della regione di Donetsk (Ucraina) vengono deportati a Mosca in bus
Bambini della regione di Donetsk (Ucraina) vengono deportati a Mosca in bus © mosreg.ru
La Commissaria russa per i diritti dei bambini, Maria Lvova-Belova (prima a destra), accoglie bambini ucraini dai 3 ai 17 anni della regione di Donetsk (Ucraina) in uno degli aeroporti di Mosca
La Commissaria russa per i diritti dei bambini, Maria Lvova-Belova (prima a destra), accoglie bambini ucraini dai 3 ai 17 anni della regione di Donetsk (Ucraina) in uno degli aeroporti di Mosca © kremlin.ru
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Una cerimonia nella regione del Bashkortostan, sud della Russia, per la consegna di passaporti russi a bambini provenienti dall’oblast di Donetsk (Ucraina) © vk.com
Maria Lvova-Belova e il governatore della regione di Mosca, Andrei Vorobyov, celebrano la consegna di un nuovo passaporto russo a un adolescente ucraino
Maria Lvova-Belova e il governatore della regione di Mosca, Andrei Vorobyov, celebrano la consegna di un nuovo passaporto russo a un adolescente ucraino © mosreg.ru

L’acquisizione della cittadinanza russa è il primo passaggio per il procedimento di adozione. In tutti i territori occupati la Russia ha imposto il cambio della cittadinanza, impedendo a chi voleva restare ucraino di godere di diritti civili e sociali. In questo processo, i minorenni rimasti orfani sono stati poi adottati dai russi.

Mykola Kuleba dell’ong Save Ukraine ad agosto 2025 ha postato un messaggio su X in cui afferma che il ministero dell’Istruzione e della Scienza della Repubblica Popolare di Lugansk, l’entità filorussa nata nel territorio occupato, aveva creato un catalogo online, non più disponibile, con i bambini da scegliere per adozioni e affidamenti. Secondo Le Monde, le famiglie adottive russe ricevono circa 170 euro al mese per ogni bambino adottato.

IrpiMedia ha chiesto al ministero dell’Istruzione i numeri ufficiali dei bambini ucraini al momento residenti in Russia e di quelli adottati o in affidamento a famiglie russe. La richiesta è rimasta inevasa. 

Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dalla presidenza ucraina, principale sponsor dell’iniziativa, sono poco più di duemila i bambini e le bambine costretti a diventare russi che le autorità ucraine hanno riportato a Kyiv. Una parte di questi è uscita dai territori occupati, mentre un’altra parte era stata affidata a una famiglia russa. In questo caso, la consegna dei bambini avviene all’unico valico di frontiera esistente tra Bielorussia e Ucraina a seguito di scambi con i soldati russi negoziati dalle autorità dei due Paesi in guerra.

* I nomi accompagnati da un asterisco sono stati cambiati per proteggere l’identità del bambino/a

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Crediti

Autori

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Ha collaborato

Julia Kalashnyk

Foto di copertina

La Commissaria russa per i Diritti dei bambini, Maria Lvova-Belova, appena atterrata a Mosca con al seguito un gruppo di bambini ucraini © kremlin.ru

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