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Le deroghe ambientali dell’accordo con il Mercosur

L’accordo commerciale con il Mercosur è entrato in vigore in maniera provvisoria ma il rischio per l’Ue è ridefinire al ribasso i propri standard ambientali

13.03.26

Carlotta Indiano

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Un anno fa su IrpiMedia raccontavamo della grande ambizione tradita, ovvero della fine del Green Deal attraverso la semplificazione delle normative europee sugli obblighi di sostenibilità. Prime fra tutte la Corporate sustainability reporting directive (Csrd), che impone che le informazioni sulla sostenibilità siano trattate con lo stesso rigore delle informazioni finanziarie, e la Corporate sustainability due diligence directive (Csddd), rimandata a luglio 2029, per cui le imprese sono obbligate a monitorare potenziali impatti negativi come sfruttamento, lavoro minorile e violazione dei diritti umani lungo tutta l’intera filiera produttiva.

Il pacchetto di semplificazioni, o deregolamentazione, che ha investito tutti i settori europei legati alla sfera della protezione ambientale e ai diritti sociali, era tra le prime richieste della Dichiarazione di Anversa, il manifesto dell’industria europea – un gruppo rappresentato da circa 1.300 aziende che negli ultimi tre anni si è ritrovato nella città portuale belga per il Vertice dell’Industria europea.

Lo scopo dell’alleanza è la rimodulazione (o fine) del Green deal, una formula di fatto già sparita dal dibattito europeo, per via dei «costi troppo alti di energia e carbonio». A tal proposito, è in atto una battaglia per l’abolizione dell’Emission trading system (Ets), il mercato europeo di quote di CO2 in cui le aziende sono obbligate a comprare ed acquistare quote sulla base di quanto emettono.

I proventi dell’Ets servono per finanziare la decarbonizzazione ma le imprese considerano i costi troppo alti e hanno chiesto alla Commissione di abolirlo. L’Italia è tra i Paesi che spinge da tempo per una modifica o una sospensione del mercato e ora la premier Meloni sta usando l’aumento dei costi energetici dovuti alla guerra in Iran per forzare la decisione a Bruxelles. La presidente Von der Leyen ha però affermato più volte l’efficacia del sistema, attribuendo all’Ets una diminuzione del 39% delle emissioni di CO2 in Europa. L’altro pezzo di negoziato tra industria e Commissione europea va ricercato nella ricerca di accordi commerciali con i Paesi extraeuropei per aprire fette di mercato non più accessibili in Europa.

È in questo clima di deregolamentazione e semplificazione normativa, che si inserisce infatti il trattato di libero scambio tra Unione Europea e gli stati del Mercosur, Paraguay, Uruguay, Argentina e Brasile, ratificato dall’Argentina e dall’Uruguay il 27 febbraio scorso.

Iter dell’accordo fra Ue Mercosur

Il 9 gennaio 2026 il Consiglio ha adottato due distinte decisioni che autorizzavano la firma dell’accordo di partenariato UE-Mercosur (Empa) e dell’accordo commerciale interinale (iTA) tra l’Ue e il Mercosur. Questi atti, che hanno consentito la firma dell’accordo complessivo, non sono stati votati da Francia, Polonia, Austria, Irlanda e Ungheria, mentre l’Italia si è espressa a favore, a seguito di specifiche misure di salvaguardia pensate per il settore agricolo. Le trattative per l’integrazione economica e commerciale col Mercosur vanno avanti da 25 anni a causa delle divergenze sui temi sociali e ambientali dei due blocchi di Paesi, ma la Commissione europea ha deciso di spingere per l’accordo in risposta ai dazi di Trump.

L’Accordo commerciale interinale rimarrà in vigore fino a quando non sarà sostituito dall’entrata in vigore dell’Accordo di partenariato vero e proprio. I lunghi negoziati sono stati rallentati però dalle riserve manifestate dal Parlamento europeo e da alcuni Stati membri (tra cui Austria, Irlanda, Francia e Polonia, e Italia) in merito al suo impatto sul settore agricolo europeo e alla mancanza di disposizioni efficaci in materia di sostenibilità ambientale e impegni alla tutela del territorio dell’Amazzonia. Si attende ora il pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue sulla conformità con i trattati.

L’accordo, che prevede l’azzeramento o la progressiva riduzione dei dazi su numerosi prodotti di import-export dall’Unione europea verso il Sud America e viceversa, è stato presentato dalla Commissione Von der Leyen come una vittoria per entrambi i gruppi di Paesi e un esempio di diplomazia di pace in un contesto di riarmo e dazi doganali voluti dagli Stati Uniti di Donald Trump, ma contiene nella sua applicazione numerose storture e deroghe ambientali. 

L’accordo col Mercosur è stato raccontato come un esempio della «liberalizzazione economica per i diritti», cioè l’idea per cui il libero mercato possa favorire l’estensione di diritti ambientali e sociali ai Paesi con cui l’Europa collabora, ma si sta concretizzando piuttosto come un caso in cui è l’Europa ad abbassare i propri standard ambientali e sociali, mentre esternalizza gli impatti della sua industria fuori dai propri confini.

Le negoziazioni vanno avanti dal 1999 e dopo trattative lunghe 25 anni, secondo molte organizzazioni che si battono per i diritti umani e l’ambiente, l’accordo si è trasformato in una gara al ribasso in nome della competitività europea, che minaccia ora l’entrata in vigore del regolamento sulla deforestazione e del regolamento sul divieto di esportazioni di prodotti chimici fuori dall’Europa, che rischia di non vedere più la luce. 

I capitoli dedicati allo sviluppo sostenibile, che avrebbero dovuto rappresentare uno dei pilastri dell’accordo commerciale, hanno meccanismi di applicazione molto deboli. «Gli accordi commerciali in questa fase politica contribuiscono all’indebolimento delle regole che sono viste come ostacolo all’attività di impresa, un po’ come se il sistema immunitario europeo si fosse indebolito», spiega Andrea Carta, consulente legale di Greenpeace a Bruxelles.

«Sono due le spinte alla deregolamentazione in Europa: una interna da parte della nostra industria e parte dal settore agricolo che si è concretizzata con misure legislative che semplificano gli obblighi di sostenibilità alle imprese. La spinta esterna viene dai Paesi con cui l’Europa prova a stringere accordi doganali ed è sempre stata un problema per il rispetto degli accordi internazionali più stringenti come l’Accordo di Parigi», spiega il consulente. «Se guardiamo ad altri accordi che l’Unione ha cercato di stringere, come il Comprehensive Economic and Trade Agreement (Ceta) con il Canada che alcuni Stati membri devono ancora ratificare, e il prospettato accordo con gli Usa di luglio 2025, il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), prevedono tutti come misura innovativa un capitolo sulla cooperazione regolamentare. Il meccanismo servirebbe per armonizzare le diverse normative ma finisce per spianare la strada a prodotti chimici, ogm e alimenti su cui ci sono regolamenti più stringenti in Europa», sentenzia il consulente legale.

All’interno del capitolo 18 dell’accordo dedicato al “Commercio e sviluppo sostenibile”, la Commissione ribadisce l’autonomia degli Stati in tema di sostenibilità. «Ogni parte può stabilire i propri standard ambientali senza tenere in considerazione quelli degli altri, garantendo così un livello minimo ma molto più basso rispetto a quello europeo», commenta il professor Gianfranco Nucera, esperto di diritto internazionale e professore di Space Law, Giustizia Ambientale e Lotta al Cambiamento Climatico dell’Università La Sapienza. Secondo Nucera, «l’intento di proteggere l’ambiente viene percepito come un ostacolo al commercio» per cui l’accordo finisce per negare il principio di precauzione utilizzato in Europa per prevenire danni irreversibili per la salute e per l’ambiente anche in mancanza di prove scientifiche. 

Le normative europee a rischio

Se guardiamo alle due spinte spiegate da Andrea Carta, a fare lobby sul patto con il Mercosur sono stati principalmente i grossi comparti industriali europei come l’automotive e l’industria chimica che non hanno più un mercato in Europa per prodotti inquinanti come il motore a combustione o la plastica monouso, e le compagnie dell’agrobusiness in Sud America, tra cui il colosso statunitense Cargill, da cui gli stessi popoli indigeni hanno chiesto protezione, che ha fondato la propria ricchezza sulla deforestazione dell’Amazzonia.  

Il regolamento europeo che ha risentito di più di questi negoziati è l’European Union deforestation regulation, normativa sulla deforestazione (Eudr) che adotta misure di salvaguardia per ridurre al minimo l’impatto della produzione europea sulle foreste. Si applica a prodotti di derivazione animale, cacao, caffè, olio di palma, gomma, soia e legno, quando questi prodotti sono importati, venduti o esportati dall’Ue. Le aziende devono tracciare l’origine della materia prima della filiera lungo tutta la catena di approvvigionamento e garantire che nessun aspetto del processo produttivo possa essere associato a fenomeni di deforestazione o degrado ambientale.

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L’Eudr sarebbe dovuto entrare in vigore a fine 2024 ma la sua applicazione è stata già rimandata due volte, l’ultima a dicembre 2025 con i ringraziamenti pubblici dei produttori olio di palma. A festeggiare è stato anche il ministro italiano dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida che si è sempre espresso contrario all’Eudr in quanto ostacolo alle imprese.  

Oltre al rinvio, il testo dell’accordo col Mercosur include disposizioni che obbligano l’Ue a consultare i governi e le autorità del blocco sudamericano per l’applicazione dell’Eudr, riducendo l’autonomia europea nel monitoraggio della deforestazione. L’allegato sullo sviluppo sostenibile chiarisce infatti che i certificati forniti dagli Stati del Mercosur possono costituire prova di compliance con la normativa, in contraddizione con l’Eudr stessa per cui sono le imprese a dover garantire la sostenibilità dei prodotti. 

L’accordo promuove quindi l’aumento delle importazioni di carne bovina e soia, principali responsabili della distruzione delle foreste in Sud America, con una stima di perdita forestale compresa tra 620mila e 1,3 milioni di ettari secondo uno studio commissionato dai Verdi Europei. 

Un nodo fondamentale riguarda i popoli indigeni, tutelati dal diritto internazionale attraverso lo strumento del consenso libero e informato. Lo standard minimo di protezione richiede che qualsiasi progetto su terre indigene possa partire solo con il consenso libero e consapevole delle comunità coinvolte dai potenziali danni dell’opera. L’accordo commerciale, che ha pieno valore giuridico nel diritto internazionale, omette però il termine “libero”, scegliendo così un grado di protezione più basso. IrpiMedia ha affrontato il tema dei danni provocati da un utilizzo ambiguo del consenso informato in numerose inchieste come La guerra dei venti, sul megaprogetto eolico nella Guajira che ha impattato la comunità indigena dei waju in Colombia, o lo sfratto dei Masai in Tanzania, per fare spazio a progetti di conservazione della natura.

Accanto a questi aspetti, il Parlamento europeo ha contestato l’inserimento di una clausola di riequilibrio da parte della Commissione su richiesta del Mercosur. Il meccanismo risponde alle proteste dei Paesi sudamericani rispetto alle barriere e alle complicazioni che leggi come la deforestazione o altre normative “green” come la direttiva sulla sostenibilità aziendale e la due diligence provocherebbero. La clausola di riequilibrio consente a una delle parti dell’accordo di richiedere un risarcimento, sotto forma di un aumento delle quote di esportazione, una riduzione delle tariffe o altre concessioni, se ritiene che una legge adottata dall’altra parte annulli o danneggi i vantaggi del partenariato. Per Andrea Carta la misura rischia di generare quello che in gergo viene chiamato regulatory chill, una calma normativa che impedisce alla Commissione di agire indotta dalla presenza di altri impegni. 

Il rischio si applica anche all’utilizzo di prodotti chimici nocivi vietati in Europa, che attualmente possono essere comunque venduti in paesi extra Ue. La Commissione stava lavorando a una norma che limitasse le esportazioni, ma non ci sono attualmente progressi in corso. Viceversa, l’utilizzo di pesticidi in Sud America non esclude che sui prodotti agricoli importati in Europa non ci siano residui di sostanze vietate. Attraverso le sue entità doganali, l’Unione europea riesce infatti a controllare solo lo 0,0082% dell’import attuale (dati del 2024). 

Se da un lato Commissione europea ha quindi insistito sull’obbligo di tutti i Paesi coinvolti di rimanere all’interno dell’Accordo di Parigi, dall’altro non applica nessuna condizionalità affinché questo accada, e non garantisce protezioni concordate per lavoratori, popoli indigeni o biodiversità. «Tutto il processo di risoluzione di una controversia in un caso del genere si basa su procedimenti di consultazioni e raccomandazioni, elementi che hanno natura non vincolante», conclude il professor Nucera.

L’accordo finisce così per rappresentare un ulteriore aspetto dell’indebolimento delle regole per facilitare l’attività di impresa, soprattutto di quelle imprese che devono cambiare il proprio modello produttivo se vogliono veramente affrontare la transizione. Lato europeo, infatti, il rinvio dello stop dei motori a combustione, fortemente voluto dall’Italia come abbiamo raccontato su IrpiMedia, ha contribuito alla ricerca di nuovi mercati da parte del settore dell’automotive. L’Associazione europea dei costruttori di automobili (Acea) ha accolto con soddisfazione la firma, sottolineando come «un accordo rapido di ratifica si tradurrà in crescita delle esportazioni di veicoli e componenti europei verso Sud America e in un rafforzamento dei legami industriali tra Europa e Mercosur».

«Se l’introduzione di un mercato globale serve a qualificare gli spazi di produzione, bisogna farlo rispettando i diritti», contesta Monica di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, ong che si occupa di commercio equo ed economia verde.

Secondo Di Sisto, che negli anni ha partecipato alle contrattazioni politiche sull’accordo col Mercosur, ci sono soluzione proposte da organizzazioni della società civile e sindacati, come  le “clausole a specchio”, per garantire almeno una reciprocità nelle norme che difendono diritti e ambiente. Una richiesta a cui si è unita anche la Francia, tra i Paesi contrari all’accordo per il timore di ripercussioni sul comparto agricolo. La Commissione ha però ripiegato su una proposta di clausole di salvaguardia proprio per il settore agricolo come misura di protezione attivabile nell’eventualità di un’impennata imprevista e dannosa delle importazioni dal Mercosur o di un’eccessiva diminuzione dei prezzi per i produttori dell’Ue.

«Se c’è uno sbilanciamento nel commercio, le autorità europee possono intervenire rialzando i dazi doganali, questo passaggio però è molto vago perché non definisce quali siano le circostanze eccezionali», spiega il consulente legale di Greenpeace a Bruxelles Andrea Carta: «Il semplice aumento di importazioni di un prodotto Mercosur rispetto alla quantità europea, non sarà condizione sufficiente all’attivazione della procedura», conclude. Il Parlamento europeo, nella seduta plenaria del 21 gennaio, ha provato a ritardare l’accordo votando una risoluzione per un parere giuridico presso la Corte di giustizia dell’Ue sulla conformità ai Trattati. Il pronunciamento potrebbe richiedere anche un anno, ma intanto la Commissione ha ribadito l’applicazione provvisoria dell’accordo in contrasto col parere del Parlamento, anche grazie alla ratifica di Argentina e Uruguay del 26 febbraio.

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Crediti

Autori

Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Ha collaborato

Roberta De Vargas

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