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Nigeria, la maledizione dell’acqua

Nella comunità di Aggah, in Nigeria, gli sversamenti di petrolio hanno avvelenato fiumi e falda. Quando piove, invece, l’area si allaga: secondo i residenti a causa di infrastrutture costruite male dalle compagnie petrolifere

20.03.26

Saint Ekpali

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Inquinamento
Nigeria

Dopo ore trascorse a levigare il legno nel suo laboratorio, Silas Ohaegbulam, 56 anni, apre una bottiglia d’acqua. Non si può permettere di berne più di una e mezza al giorno, perché questo consumo gli costa già troppo. Non ha uno stipendio “fisso” e in media un lavoratore a contratto in Nigeria guadagna circa 200 euro. Quindi, solo per bere, se ne va circa un quinto dello stipendio.

E con l’inflazione provocata dalla guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, il prezzo sta salendo ancora: un sacchetto d’acqua da mezzo litro, la forma più economica (ma anche meno sicura sul piano sanitario) di acqua potabile è passata a 0,05 euro, da 0,03 precedenti. Colpa dei costi delle materie prime e del carburante necessario per il trasporto, aumentati a causa della crisi di approvvigionamento innescata dal conflitto.

Silas fa parte della comunità di Aggah, che abita il territorio di Egbema/Ebocha nello Stato di Rivers, uno dei nove Stati meridionali della Repubblica federale della Nigeria che formano il delta del Niger. Quest’area costiera lunga 450 chilometri, ricca di greggio, è abitata da circa 30 milioni di persone.

In breve

  • Silas Ohaegbulam è un artigiano del legno che abita nella comunità di Aggah, nel delta del Niger, Nigeria meridionale. Il suo lavoro gli permette di comprare al massimo una bottiglia d’acqua al giorno. Un tempo, quella zona era un bacino d’acqua per tutta l’area, ma oggi è contaminata
  • L’inquinamento dell’area ha provocato l’insorgere di nuove malattie tra la comunità, anche se i dati sono parziali data l’impossibilità a monitorare le condizioni sanitarie della popolazione
  • Nella comunità di Aggah Eni ha cominciato le esplorazioni petrolifere negli anni Sessanta attraverso la sua controllata Naoc. Ad agosto 2024 Eni ha venduto le sue quote, e il controllo degli oleodotti a terra è passato alla società nigeriana Oando, diretta dal nipote del presidente Bola Tinubu, Wale Tinubu
  • Il motivo per cui la comunità di Aggah si trova con la falda inquinata è dovuto agli sversamenti petroliferi che si sono susseguiti nel corso degli anni. Uno, importante, è stato registrato nel 2019, ma l’agenzia nigeriana che dovrebbe intervenire a contenere l’emergenza, Nosdra, non ha nemmeno registrato l’episodio
  • Le fuoriuscite di petrolio possono avere due cause fondamentali: problemi nella manutenzione degli impianti oppure atti vandalici di gruppi che poi raffinano il greggio artigianalmente
  • Insieme al problema della falda, la comunità di Aggah ha anche quello delle acque piovane. Provocano infatti frequenti alluvioni. Secondo le compagnie petrolifere – prima Eni e poi Oando – è una circostanza dovuta alle condizioni climatiche. Secondo un’ong locale, Egbema voice of freedom, è invece responsabilità della rete stradale costruita per collegare tre pozzi petroliferi tra loro
  • Dopo una prima mediazione, la comunità ha portato prima Eni e ora Oando davanti al tribunale di Milano per chiedere almeno due milioni di euro di danni. La causa civile, si concluderà con una sentenza prevista entro la metà di giugno

Nel 1994, Silas si era costruito un pozzo dell’acqua potabile dal cortile di casa. Sei anni dopo, ha cominciato a sentire che puzzava di petrolio: «Sento dolore allo stomaco ogni volta che la bevo – racconta –.  Ho dovuto smettere di bere l’acqua del pozzo e [adesso] bevo acqua in bottiglia».

Uno dei quattro figli di Silas, oggi trentenne, nel 2015 ha avuto una febbre tifoide provocata dall’acqua contaminata bevuta dal pozzo. Lo ha scoperto dopo le analisi condotte dai medici dell’ospedale della vicina Omoku: «Curarlo mi è costato circa 200mila naira (115 euro, cioè più di metà di uno stipendio mensile). Non è stato facile [pagare] una cifra così alta», ricorda. 

La regione di Egbema/Ebocha si trova in una terra irrorata dai fumi che si dipanano dal grande Niger. Un tempo era un bacino di risorse: dal pesce all’acqua potabile. Sunday Ugocha, 66 anni, pescava nel fiume Oloshi tra i dieci e i 50 pesci al giorno, abbastanza per dare da mangiare all’intera famiglia.

Ora cattura rane, quando le trova, per sopperire alla mancanza di proteine della sua dieta. «Stiamo soffrendo – dice –. Qui non arrivano più pesci e quelli che vediamo sono contaminati dal greggio». Quando li riesce a pescare, capita che Ugocha li mangi ugualmente, nonostante il sapore: «Taglio via la testa», spiega, convinto che sia sufficiente per evitare i rischi sanitari.

Il motivo per cui l’acqua di Aggah è avvelenata, va cercato nel tasso di inquinamento dell’area. Secondo gli abitanti, le colpe ricadono sulla società che gestisce pozzi e oleodotti.

Dal 1962 all’agosto 2024 a svolgere questa attività è stata la Nigerian Agip oil company (Naoc), società al 100% controllata da Eni Spa, che in Nigeria – infatti – tutti chiamano Agip. Poi Eni ha venduto per 783 milioni di dollari Naoc e la maggior parte delle sue attività alla società locale Oando plc, alla cui guida siede Wale Tinubu, nipote  del presidente Bola Tinubu.

Naoc ha quindi cambiato nome in Oando energy resources Nigeria limited (Oernl). Eni, invece, continua «a operare nell’esplorazione e produzione di idrocarburi partecipando a 24 licenze upstream situate nelle aree onshore in acque poco profonde e nell’offshore profondo (in mare aperto, ndr)», spiega la società sul sito.

Il gas in eccesso prodotto durante l’esplorazione petrolifera in Nigeria molto spesso viene bruciato. Il fenomeno si chiama gas flaring ed è una delle minacce alla salute della comunità di Aggah. La pratica in Europa è illegale, in Nigeria è tollerata
Il gas in eccesso prodotto durante l’esplorazione petrolifera in Nigeria molto spesso viene bruciato. Il fenomeno si chiama gas flaring ed è una delle minacce alla salute della comunità di Aggah. La pratica in Europa è illegale, in Nigeria è tollerata © Marco Simocelli

Il gruppo di lavoro Business e diritti umani dell’agenzia Onu ha sollevato alcuni dubbi in merito al processo con cui le società petrolifere – oltre Eni anche Shell, Total ed ExxonMobil – hanno ceduto le proprie attività in Nigeria.

In particolare, sostengono che la vendita sia avvenuta «senza un’efficace bonifica dell’inquinamento di cui sono responsabili, con conseguenti ripercussioni su una serie di diritti umani», si legge nella lettera inviata alle società e ai governi nazionali il 2 luglio 2025.

Nella stessa lettera, gli esperti delle Nazioni Unite ricordano che la bonifica a carico delle compagnie petrolifere è un obbligo per legge in Nigeria, così come la creazione di un fondo ad hoc per la dismissione degli impianti.

«Tuttavia – accusa la lettera – le compagnie petrolifere internazionali hanno ormai dismesso parte o la totalità dei loro asset onshore nel delta del Niger senza adempiere agli obblighi sopra menzionati, inclusa la loro responsabilità di rispettare i diritti umani e l’ambiente».

«Desideriamo sottolineare che le accuse contenute nella vostra lettera non rispecchiano la realtà di come Eni ha condotto e continua a condurre le proprie attività nel Paese», ha risposto Eni il 4 agosto 2025, sostenendo invece l’impegno della società per il rispetto dei diritti umani.

L’acqua contaminata dalle fuoriuscite di petrolio

La comunità di Aggah è composta principalmente da pescatori e allevatori per i quali le conseguenze dell’industria petrolifera – dalle combustioni incontrollate di gas alle fuoriuscite di petrolio – hanno danneggiato l’ecosistema e messo in pericolo la sussistenza della comunità locale.

In tutto il delta del Niger, tra il 2011 e il 2024 si sono verificate 14.108 fuoriuscite di petrolio, che hanno sversato nell’ambiente complessivamente oltre 600mila barili di greggio, secondo i dati della National Oil Spill Detection and Response Agency (Nosdra), l’agenzia responsabile del monitoraggio e della risposta agli sversamenti petroliferi in Nigeria.

Le cause? Guasti operativi, mancanza di manutenzione agli oleodotti e vandalizzazioni delle condotte di petrolio sono le principali cause, precisa Obemeata Oriakpono, docente di salute ambientale e tossicologia all’Università di Port Harcourt. 

Nell’ottobre 2019 nell’area di Egbema/Ebocha dove abita la comunità di Aggah c’è stata una fuoriuscita particolarmente grave. Il comunicato della Naoc – riportato all’epoca dalla testata locale The Punch – spiegava che dal punto della perdita stavano uscendo bolle di gas mentre una sottile patina oleosa di condensato, un idrocarburo leggero associato al gas, ha ricoperto la superficie dell’acqua contaminata dal greggio. «Naoc ha dispiegato barriere di contenimento intorno al punto della perdita e ha chiuso il pozzo per fermare la fuoriuscita», si legge nel comunicato.

In caso di sversamento di petrolio, la legge nigeriana prevede che venga effettuata sul luogo una Joint Investigation Visit (Jiv), un’ispezione congiunta a cui partecipano la compagnia petrolifera responsabile dell’impianto, Nosdra, l’autorità nazionale che si occupa di risorse petrolifere, organismi dello Stato (in questo caso quello di Rivers) che si occupano di ambiente e rappresentanti della società civile.

Lo scopo è determinare la causa dello sversamento, l’estensione della diffusione e garantire la possibilità di intervenire in modo tempestivo nelle aree colpite. Secondo il pastore Nicholas Evaristus, presidente dell’ong ambientalista Egbema voice of freedom (Evf), un’associazione locale che prende il nome dallo Stato tradizionale a cui appartiene Aggah, quest’ispezione non è mai avvenuta.

«Gli sversamenti di petrolio avvengono frequentemente ad Aggah – dichiara –. Viviamo come una specie in via di estinzione». Non è stato possibile verificare il motivo per cui non sia stata condotta l’ispezione e Nosdra non ha risposto alle richieste di IrpiMedia.

Prima che Naoc arrivasse nella comunità di Aggah, nel 1965, le persone bevevano l’acqua dei fiumi. Alcune malattie, specialmente alle vie respiratorie, erano più rare. «I contaminanti dell’industria petrolifera sono veleni che hanno un effetto lento – spiega Best Ordinioha, professore di sanità pubblica e medicina di comunità presso la University of Port Harcourt –. Una volta che vi si è esposti, passa molto tempo e potresti non capire nemmeno da cosa sia stato causato il problema». La carenza delle strutture sanitarie rende impossibile fare screening periodico della popolazione.

Intervista con Best Ordinioha, professore di sanità pubblica e medicina di comunità presso la University of Port Harcourt. Prima di essere docente, è stato medico di base della comunità di Aggah, di cui è originario © Davide Lemmi

Alcune analisi effettuate da ricercatori indipendenti hanno mostrato che le fonti d’acqua non sono più sicure per il consumo a causa delle fuoriuscite di petrolio. Uno studio del 2014 pubblicato da ricercatori dell’Università di Uyo, in Nigeria, ha rilevato che le concentrazioni di idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) nei campioni d’acqua prelevati in tre comunità, tra cui Aggah, variavano da 1,38 μg/L a 5,96 μg/L (da 0,00138 mg/L a 0,00596 mg/L).

Anche secondo i risultati di uno studio commissionato da Advocates for community alternatives (Aca), un’ong ambientalista con sede negli Stati Uniti e in Ghana, al dipartimento di chimica della Rivers State University a Port Harcourt «i livelli di Ipa hanno superato il valore obiettivo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) di 0,0002 mg/l in tutte le località». «Questi composti – prosegue lo studio – possono causare cancro, danni genetici, difetti alla nascita, problemi respiratori e danni neurologici».

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«Le attività di esplorazione di Agip nella nostra comunità hanno causato danni alla nostra salute. La nostra acqua non è più pura. Bevi acqua, bevi problemi», sostiene Cistus Utazi, 66 anni, che nel 2024 ha scavato il suo personale pozzo per l’acqua potabile dal quale ancora oggi continua a bere. 

Le alluvioni che colpiscono Aggah

La comunità di Aggah ha un altro problema legato all’acqua. Non quella contaminata in falda, ma quella che piove, abbondante, a ogni stagione, tra luglio e novembre. L’area è infatti soggetta a frequenti alluvioni, causate dalla pioggia che si accumula senza riuscire a defluire nei fiumi. Felix Akudini, un residente di 74 anni, il 16 marzo 2023 ha ottenuto da un tribunale nigeriano un riconoscimento di un danno da 50 milioni di naira (31.944 euro): «La mia casa ha subito danni particolarmente gravi dopo l’ultima alluvione», racconta.

Ogni volta che c’è un allagamento, Akudini deve affittare tre stanze per le sue due mogli e nove figli in un luogo più sicuro – a volte nelle comunità vicine – finché l’acqua non si ritira. A pagare dovrebbe essere Naoc ma finora Akudini sostiene di non aver ricevuto nulla. Non è stato possibile verificare con Naoc il motivo. 

Di chi è la responsabilità di questa situazione? L’ong Egbema voices of freedom (Evf), la stessa che contesta a Nosdra la mancata ispezione a seguito della fuoriuscita di petrolio del 2019, sostiene che il naturale sistema di scolo dell’acqua piovana sarebbe stato alterato da tre terrapieni costruiti da Naoc vicino a tre pozzi petroliferi di Mgbede allo scopo di collegarli tra loro con una rete stradale. Un lavoro svolto negli anni Settanta i cui danni si sentirebbero, a detta della comunità, ancora oggi.

Nel 2017 Evf ha depositato un’istanza di mediazione ai Punti di contatto nazionali di Italia e Paesi Bassi presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), grazie al sostegno dell’ong Aca e dello studio di Chima Williams, avvocato nigeriano impegnato nelle cause ambientali.

Il sistema di mediazione dell’Ocse prevede la possibilità di trovare un accordo fuori dalle aule di tribunale tra multinazionali e ong e gruppi locali che riscontrano la mancata applicazione delle linee guida dell’organizzazione sulla responsabilità sociale delle imprese. La richiesta è stata presa in carico dall’Italia. 

Il pastore Nicholas Evaristus, presidente dell’ong Egbema voice of freedom (Evf)
Il pastore Nicholas Evaristus, presidente dell’ong Egbema voice of freedom (Evf) © Saint Ekpali

Il pastore della chiesa locale Nicholas Evaristus, presidente di Evf, precisa che le strade di accesso che ora causano le inondazioni non sono state costruite per scopi comunitari. «Servono a Eni, Naoc e forse ora Oando per accedere alle loro strutture petrolifere – afferma –. Dove finiscono le strutture petrolifere è dove finisce la strada».

La richiesta al Punto di contatto dell’Ocse è stata accettata nel 2018 e nel 2019 è stata avviata una procedura di mediazione.  Eni, nell’accettare la mediazione, ha sottolineato di aver già effettuato dei lavori per mitigare il rischio e ha accettato di svolgerne altri per migliorare la situazione.

Eni ha citato il caso come un esempio positivo di accordo stragiudiziale con una comunità in alcuni report, di cui il più recente è Eni for 2021 – Human rights. Per la società il lavoro è completato: «Nel settembre 2021 – si legge nel rapporto –  è stato incaricato un consulente esterno di monitorare il funzionamento delle opere di drenaggio al fine di valutarne l’efficacia durante la stagione delle inondazioni». 

Il pastore Nicholas Evaristus guida una delegazione di abitanti della comunità di Aggah a visitare la rete stradale che, a suo parere, è responsabile dei frequenti allagamenti della zona © Davide Lemmi

«Eni ha insistito che i tombini avrebbero risolto il problema – sostiene Nicholas Evaristus, il presidente di Evf – ma ciò che vediamo sono solo [nuovi] canali di scolo che non hanno risolto alcun problema».

«I canali sotterranei hanno persino peggiorato la situazione – gli fa eco Benneth Golden, un membro della comunità –. Questa comunità è nei guai e lo è da anni». Golden racconta di aver iniziato a costruire una casa bifamiliare sul suo terreno nel 2021, salvo poi fermarsi a causa delle inondazioni ricorrenti.

«Dopo che Naoc ha fatto i canali, l’acqua si è reindirizzata verso [il mio terreno]. Ho iniziato a notare l’inondazione nel 2021 – conclude –. Se Naoc non devia il flusso verso un luogo preciso [fiume Oloshi], allora dovrei preparare la mia canoa».

A sostegno della propria posizione, gli attivisti locali hanno prodotto anche uno studio che l’ong Aca ha affidato a un team di esperti per stabilire se l’aumento del rischio di inondazioni possa essere attribuito al cambiamento climatico. La risposta, per lo studio, è no: la causa è la rete stradale.

Un tratto della strada che collega i pozzi petroliferi nella comunità di Aggah. Un’ong locale ritiene impediscano il naturale scolo dell’acqua durante la stagione delle piogge
Un tratto della strada che collega i pozzi petroliferi nella comunità di Aggah. Un’ong locale ritiene impediscano il naturale scolo dell’acqua durante la stagione delle piogge © Marco Simoncelli

In particolare, la strada su terrapieno costruita per migliorare l’accesso ai siti dei pozzi ha interrotto i percorsi naturali di drenaggio dell’acqua, mentre i canali di scolo e le altre strutture correttive introdotte per gestire il flusso dell’acqua si sono rivelati inefficaci e «progettati in modo inadeguato», aggiunge Ibrahim Kwabina, consulente scientifico di Aca.

I membri di Evf continuano a ritenere Naoc responsabile della situazione, in quanto società che ha costruito la rete stradale. Dal punto di vista del controllo societario, tuttavia, dall’agosto del 2024, come detto, è subentrata la Oernl di Oando nella gestione dei pozzi di Aggah. 

Dato che dalla fine del 2021 non ci sono stati avanzamenti nella mediazione, a dicembre 2023 lo studio legale Dini-Saltalamacchia, specializzato in giustizia ambientale climatica e sociale, ha aperto un procedimento civile a Milano per chiedere i danni a Eni prima e a Oando dall’agosto 2024.

Lo studio italiano chiede per i propri clienti due milioni di euro di danni a patto che vengano realizzati ulteriori lavori per mitigare il danno delle inondazioni. In alternativa, la comunità chiede 7,5 milioni di euro per svolgere autonomamente i lavori mancanti.

Le società petrolifere – prima Eni e poi Oando – ritengono invece che i lavori svolti siano stati sufficienti e che le alluvioni siano un fenomeno preesistente. Hanno inoltre eccepito sia sulle organizzazioni che rappresentano gli abitanti della comunità sia sull’effettiva giurisdizione del tribunale di Milano in questa causa.

L’ultima udienza del procedimento si è tenuta il 17 marzo e il verdetto, che si baserà sugli atti prodotti dalle parti, è atteso entro la metà di giugno. È il primo caso del genere che arriverà a conclusione in Italia. Non è stato possibile ottenere da Oando un commento in merito alla vicenda.

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Crediti

Autori

Saint Ekpali

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

© Marco Simoncelli

Traduzione e adattamento

Lorenzo Bagnoli

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