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In nome del business: la metamorfosi della violenza da parte della criminalità organizzata

Oggi in Italia la violenza mafiosa è silenziosa: viene utilizzata come strumento per regolare il commercio al dettaglio e le faide interne ai clan. In Europa, invece, cresce e si sposta anche verso i centri più piccoli

20.07.26

Gabriele Ciraolo

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Negli ultimi dieci anni, il volto della violenza mafiosa in Italia ha subito una trasformazione. I vecchi stereotipi delle stragi spettacolari sono ormai obsoleti. Non siamo più nell’era delle sfide aperte allo Stato. La violenza si è fatta selettiva, strategicamente ponderata e quasi interamente confinata all’interno dei circuiti criminali. Tra il 2014 e il 2024, il declino numerico degli omicidi mafiosi è stato costante, segnando una contrazione che prosegue un trend iniziato nei primi anni Novanta.

È quanto emerge da Governance and trade: Mafias’ multifunctional violence in Italian drug markets pubblicato su ScienceDirect da Alberto Aziani e Francesco Calderoni. La violenza mafiosa non è più una dimostrazione della propria forza contro lo Stato. Si è trasformata in uno strumento legato al traffico di stupefacenti. Infatti la violenza è circoscritta ai contesti di spaccio al dettaglio e di lotte sia intestine di successione sia di faide tra clan.

Violenza silenziosa: come cambia la violenza in Italia

Il dato più significativo è la quasi totale scomparsa della violenza contro bersagli istituzionali o politici. Gli omicidi di magistrati, politici o rappresentanti delle forze dell’ordine, frequenti tra gli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, sono oggi virtualmente inesistenti. L’ultimo omicidio di rilievo fu infatti quello del giudice Paolo Borsellino che trentaquattro anni fa – il 19 luglio 1992 –  venne ucciso in un attentato dinamitardo in Via d’Amelio, a Palermo.

Le organizzazioni mafiose hanno compreso che colpire lo Stato è controproducente. Il rischio è di inasprire le reazioni istituzionali che danneggiano la continuità degli affari. Invece di ricorrere all’intimidazione palese, le mafie preferiscono oggi stabilire la propria influenza attraverso canali collusivi e accordi di scambio silenziosi, riducendo drasticamente la propria visibilità pubblica. Oggi, oltre la metà degli omicidi mafiosi – il 51 per cento – è direttamente legata al traffico di stupefacenti, segno che il mercato della droga è diventato il principale catalizzatore della violenza letale.

Per comprendere questa nuova dinamica, gli autori utilizzano il concetto di “governance criminale“, distinguendo tra la violenza necessaria a compiere materialmente uno scambio commerciale (trade) e quella utilizzata per stabilire e far rispettare le regole del mercato stesso (governance). In Italia, nel 95 per cento dei casi esaminati, la violenza non serve a vendere la droga, ma a regolarne la partecipazione. Viene usata per espellere rivali, punire informatori, fissare prezzi e mantenere l’ordine interno ai clan. 

Un esempio citato dagli autori del paper è l’omicidio avvenuto a Boscoreale, in Campania, il 7 febbraio 2015, dove l’eliminazione di un ventunenne in un complesso di edilizia popolare non fu solo una vendetta, ma un messaggio simbolico lanciato in pieno giorno per riaffermare il controllo su una specifica piazza di spaccio durante una faida tra fazioni.

Questa violenza normativa non è distribuita equamente lungo la catena di distribuzione, ma si concentra con una forza sproporzionata al livello del commercio al dettaglio.

L’80 per cento degli omicidi mafiosi legati alla droga avviene proprio nelle strade, dove la competizione per il territorio è più accesa e le transazioni sono numerose e instabili. Al contrario, i livelli più alti della filiera, come il traffico all’ingrosso o quello transnazionale, risultano essere zone di pace. Questo accade perché i grandi trafficanti operano in reti ristrette e stabili, dove la reputazione e la cooperazione a lungo termine sono considerate molto più vantaggiose della forza bruta, che attirerebbe inutilmente l’attenzione investigativa sulle rotte multimilionarie. La violenza, ai piani alti, è considerata un pessimo affare.

Dal punto di vista delle relazioni umane, la violenza mafiosa contemporanea è un fenomeno che colpisce quasi esclusivamente chi ha già deciso di fare del crimine la propria professione.

L’83 per cento delle vittime e il 90 per cento degli esecutori noti hanno precedenti penali significativi, a conferma che si tratta di scontri interni a un mondo chiuso. La maggior parte di questi delitti – il 63 per cento – nasce da rivalità tra clan diversi, spesso per dispute territoriali, mentre il 29 per cento riguarda conflitti interni ai clan stessi, utilizzati per scopi disciplinari o per decidere chi debba assumere il comando.

Questa violenza letale rimane profondamente radicata nel Sud Italia, dove oltre il 96 per cento degli omicidi legati alla droga avviene in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. È la Campania, tuttavia, a mostrare i tassi più elevati, a causa della struttura decentralizzata e faziosa della Camorra che, priva di organismi di coordinamento centrale capaci di mediare, favorisce lo scoppio frequente di conflitti armati tra gruppi locali.

Uno sguardo all’Europa

Mentre l’Italia vive questa fase di razionalizzazione della forza, il resto d’Europa si trova ad affrontare uno scenario di crescente frammentazione ed espansione.

La violenza legata ai mercati della droga non è più un problema limitato ai grandi hub storici, come i porti di Rotterdam o Anversa, ma si sta diffondendo lungo le rotte del traffico verso città e comuni più piccoli precedentemente non toccati. Questa escalation è legata all’espansione dei traffici marittimi ad alto volume e a una competizione intensificata tra reti criminali che cercano di assicurarsi quote di mercato in un ambiente saturo di offerta.

In Nord Europa i dati indicano che la purezza della cocaina è aumentata mentre i prezzi sono rimasti stabili, creando mercati estremamente lucrosi che alimentano scontri armati per il controllo del territorio.

A differenza del modello italiano di governance gerarchica, in Paesi come la Svezia si registra un abbassamento dell’età delle persone coinvolte in omicidi con arma da fuoco, suggerendo uno spostamento verso gruppi criminali più giovani e volatili. Questi gruppi utilizzano spesso i social media per il reclutamento e lo sfruttamento di minori, aumentando la vulnerabilità di individui che finiscono per diventare vittime o carnefici di una violenza sistemica.

In Finlandia, un’analisi condotta tra il 2002 e il 2022 ha mostrato un cambio antropologico della violenza: negli omicidi commessi da giovani, l’uso di anfetamine e sedativi ha ormai sostituito l’alcol come principale fattore scatenante.

Anche nel Regno Unito, il modello delle “County Lines” evidenzia come la coercizione e lo sfruttamento di persone vulnerabili siano diventati meccanismi centrali per l’espansione del mercato, arrivando a minacciare persino le famiglie delle vittime.

A livello europeo c’è una carenza di dati sistematici e comparabili. Molte giurisdizioni non classificano ancora gli omicidi in base al loro legame con i mercati della droga, rendendo difficile distinguere tra delitti comuni e dinamiche mafiose. Questa cecità informativa impedisce di valutare se l’aumento della visibilità di armi da fuoco ed esplosivi in alcuni Paesi sia un trend strutturale o una serie di crisi locali.

Per colmare questo vuoto, l’Agenzia dell’Unione Europea sulle Droghe (Euda) ha indicato quattro priorità strategiche: potenziare la raccolta dati, sviluppare collaborazioni informative a livello cittadino, condividere le buone pratiche di prevenzione e istituire forum permanenti per lo scambio di allerte.

Esistono già esempi virtuosi di intervento: in Irlanda, il progetto Greentown utilizza l’analisi dei network sociali per spezzare l’influenza dei clan sui giovani nei quartieri a rischio. In Svezia, il programma Stop Shooting a Malmö ha tentato di ridurre la violenza armata attraverso messaggi di deterrenza mirata e offerte di supporto per l’uscita dai circuiti criminali. In Francia, il programma LIMITS investe milioni di euro sequestrati ai trafficanti in strumenti educativi per ridurre il coinvolgimento dei minori nel traffico.

In conclusione, la violenza mafiosa contemporanea non è un’esplosione di caos irrazionale, ma una risorsa organizzativa. Capire che la forza si è spostata dalle sfide allo Stato alle logiche granulari della governance di mercato è il primo passo per una strategia di contrasto che sappia leggere la fredda razionalità che si nasconde dietro ogni colpo esploso nelle periferie d’Europa.

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Crediti

Autori

Gabriele Ciraolo

Editing

Giulio Rubino

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