Un campanello come unico contatto con l’esterno, insegne dai toni rosa, locandine con fiori di loto sbiaditi e nessun’altra indicazione. Quando esposti, i tariffari e le prestazioni sono tutti uguali. I centri massaggi a gestione cinese sono luoghi anonimi, con vetri oscurati e piccole fessure per controllare chi c’è fuori. È noto che, spesso, siano una facciata per lo sfruttamento della prostituzione.
Trovare i centri massaggi è semplice: a Roma si incontrano tra le vie trafficate del centro, accanto ai negozi di souvenir a due passi dal Vaticano, ma anche nelle arterie più periferiche, tra i palazzoni di via Tiburtina, le vie di Centocelle e gli outlet di Cinecittà. Molto più difficile, invece, è stabilire il numero esatto. Esistono dati nazionali, ma mancano censimenti a livello metropolitano.
IrpiMedia ha incrociato l’analisi di siti “vetrina” specializzati con le decine di proposte che ogni giorno vengono pubblicate su piattaforme generaliste per annunci. Così, solo a Roma abbiamo individuato almeno cento centri massaggi a conduzione cinese che offrono prestazioni sessuali a pagamento.
L’inchiesta in breve
- A Roma IrpiMedia ha contato un centinaio di centri massaggi cinesi dietro cui si nascondono sfruttamento della prostituzione e del lavoro
- I blitz delle forze dell’ordine chiudono i locali, ma gli stessi spazi riaprono spesso con un’altra insegna, grazie a una rete di prestanome. Agli indirizzi non c’è alcuna società registrata o partita iva attiva
- Dietro ai centri massaggi c’è anche un ecosistema online: siti vetrina e forum di recensioni pubblicizzano le prestazioni sessuali, mentre le bacheche di annunci sono usate per il reclutamento delle lavoratrici.
- I centri massaggi sono, spesso, ambienti domestici, con tariffari standardizzati per le prestazioni sessuali e tenutarie che decidono appuntamenti e incassi: alcune lavoratrici non parlano italiano e vivono isolate, quasi invisibili anche per le associazioni antitratta
- Chi lavora al loro interno non sempre ha lo stesso passato: ci sono vittime di tratta, donne sfruttate sul lavoro, ma anche chi si dichiara lavoratrice autonoma
- Molte donne arrivano con false promesse di lavoro, e debiti anche superiori ai 15mila euro che tentano di ripagare una volta in Italia
Le operazioni delle forze dell’ordine prendono spesso di mira questi luoghi: favoreggiamento della prostituzione, irregolarità sanitarie e contratti di lavoro inesistenti sono le ragioni principali che portano alla chiusura o alla sospensione delle licenze. Il più delle volte, però, dopo i blitz, i centri massaggi riaprono negli stessi locali.
Un ruolo cruciale nella promozione e nella recensione delle prestazioni dei centri massaggi viene svolto da piattaforme online, come Massaggi Emozionali, oppure Escort Advisor, dove si trovano operatrici di centri massaggi che ricevono anche privatamente. Su forum Punterforum, poi, i clienti delle sex worker raccontano l’esperienza in modo dettagliato, esaminando l’aspetto fisico della donna, la nazionalità, l’attitudine, il luogo dell’incontro.
Sulle piattaforme gli utenti utilizzano un linguaggio in codice. «Social» indica l’interazione col cliente oltre alla prestazione, «GFE» è la Girlfriend Experience, «HE» è invece l’happy ending, la masturbazione a fine massaggio. Tra le sigle più usate c’è «VU», che indica “velocità urbana”, ed equivale a 50 euro. Un esempio, tra le tante recensioni di un centro massaggi: «Ovviamente non è la ragazza della foto. Almeno sui 40 e vistosamente decadente. Pattuito 1 VU. […] Cercavo una svuotata e l’ho trovata».
Anche la clientela abituale si affida a queste piattaforme. Capita che i clienti chiedano aiuto per rintracciare le massaggiatrici alle quali erano più affezionati: «Forse (chi gestisce il centro, nda) l’ha spostata a Pietralata», ipotizza un utente. «Da via F… é passata a via P…», spiega un altro.
Il reclutamento delle massaggiatrici
Online non compaiono soltanto gli annunci promozionali dei centri massaggi, ma anche inserzioni finalizzate al reclutamento delle lavoratrici. Tra i portali più utilizzati dalla comunità cinese in Italia c’è Huarenjie, che raccoglie annunci di ogni tipo: lavoro, vendita di oggetti, richieste di consigli su documenti. Nella sezione dedicata al settore dei massaggi e del benessere si trovano inserzioni come: «Un lavoratore esperto ha aperto il suo negozio e sta reclutando belle donne. Requisiti: 4+ pezzi (prestazioni, nda) al giorno, figura snella, seno abbondante, assenza di pancia, buona manualità, pazienza […] età inferiore a 40 anni».
IrpiMedia ha ricostruito il collegamento tra un annuncio di lavoro per massaggiatrici su Huarenjie e un centro massaggi situato nel quadrante sud della capitale. Chiamando il numero e mostrando interesse per l’offerta di lavoro in lingua cinese, si riceve risposta dalla tenutaria – cioè il “capo” del centro – che si concentra subito sull’aspetto fisico della potenziale lavoratrice, per poi chiedere di essere contattata sull’app WeChat, fornendo un secondo numero di telefono. A partire da quest’ultimo, da una ricerca online siamo riuscite a risalire a un annuncio pubblicato su Escort Advisor: «Appena arrivate due nuove ragazze, carine, sexy, grandi tette, vieni a provare l’ebbrezza di attimi unici e irripetibili».
Con l’aiuto di un collaboratore sotto copertura, siamo entrate nel centro massaggi dell’annuncio. L’ambiente non è quello di un esercizio commerciale: è un appartamento, e a giudicare dal letto sfatto davanti alla porta, qualcuno abita qui. Nel 2013 il locale era stato chiuso a seguito di un intervento delle forze dell’ordine. Non c’è modo di stabilire a chi sia attualmente intestata l’attività: tutti i pagamenti vengono richiesti in nero, e non sembra esserci un’azienda registrata o una partita iva attiva.
È un dato ricorrente: molti dei centri mappati nel corso dell’inchiesta non risultano iscritti al registro delle imprese. Marco Milani, segretario romano del Sindacato unitario lavoratori polizia locale (Sulpl), spiega che spesso il titolare formale dei centri massaggi è un prestanome, «con un dipendente o zero dipendenti nell’azienda». Questa figura viene pagata per intestarsi un’attività che in realtà fa capo ad altri:
«Prendono 500 euro al mese e magari non hanno mai messo i piedi là dentro». Quando un locale viene sequestrato, riapre poco dopo con un nuovo nome e un nuovo intestatario: «Oggi usano un nome, domani un altro, ma alla fine avviene sempre lo stesso tipo di attività».
La rete impenetrabile dietro le tenutarie
Sempre grazie a un collaboratore sotto copertura, IrpiMedia è entrata in un secondo centro massaggi. Ad accoglierlo c’è una signora sulla cinquantina, truccata vistosamente e con un vestito corto nero. La accompagna una ragazza più giovane, con indosso una sottoveste semi-trasparente. Si presta a un massaggio approssimativo, fatto di movimenti meccanici. Il giornalista di IrpiMedia sotto copertura intanto prova ad avviare una conversazione: «Come ti chiami?». «Non può risponderti, non parla italiano», risponde la donna più anziana dalla stanza accanto, divisa solo da una parete in cartongesso. «Where are you from?». «Vicino Pechino», risponde di nuovo la donna più anziana, lamentandosi in cinese con l’altra ragazza per le troppe domande.
Al termine del massaggio, la donna più anziana interviene nuovamente, cercando di persuadere con insistenza il ragazzo a rimanere per la prestazione sessuale. Di fronte ai suoi rifiuti, lei si mostra sempre più contrariata.
È la tenutaria, figura a capo del centro massaggi che i recensori delle piattaforme online chiamano impropriamente mamasan. Questo termine, in origine parte della tradizione giapponese, designa una figura manageriale. Nei centri a gestione cinese presenti in Italia, invece, il “capo” non si sottrae alle prestazioni sessuali, oltre a occuparsi degli appuntamenti, degli incassi e degli spostamenti delle altre donne.
Proprio il ruolo delle tenutarie rivela un elemento strutturale del fenomeno: i centri non operano come attività isolate, ma come nodi di una rete più ampia.
Francesco Carchedi, sociologo esperto di processi e politiche migratorie, racconta che il guadagno di una lavoratrice dipende dal numero di prestazioni effettuate. Dopo un certo periodo, le donne vengono trasferite in un altro centro massaggi o in un’altra città, così da rinnovare costantemente l’offerta.
«La mobilità territoriale per queste donne è la garanzia che il budget a loro spettante rimanga invariato», spiega Carchedi. Gli spostamenti servono anche a evitare che instaurino rapporti stabili con i clienti e a ridurre il rischio di essere identificate dalle forze dell’ordine. Un sistema di rotazione così capillare, su scala nazionale, difficilmente potrebbe funzionare senza un’organizzazione strutturata alle spalle.
Anche Milani, della polizia locale di Roma, ipotizza l’esistenza di una rete, a partire dal sistema della “centralina”. Come IrpiMedia ha potuto verificare direttamente, telefonando al numero di un centro massaggi, la chiamata viene talvolta reindirizzata a un altro, in una zona diversa della città. La stessa utenza telefonica servirebbe così più di un locale, indizio di una forma di coordinamento tra centri apparentemente indipendenti.
Le sfumature della prostituzione cinese a Roma
«Non c’è una sovrapposizione automatica tra centro massaggi e luogo di prostituzione. Questo deve essere chiaro, altrimenti criminalizziamo una tradizione millenaria», sottolinea il sociologo Carchedi. Non tutte le donne di nazionalità cinese che si incontrano nei centri massaggi hanno la stessa storia. Alcune sono vittime di tratta, altre sono sfruttate a livello lavorativo, altre ancora si definiscono lavoratrici autonome. «Non è detto che le persone si dichiarino vittime», specifica un’operatrice antitratta.
Anche l’arrivo delle donne cinesi in Italia non è un fenomeno monolitico. Secondo il sinologo Daniele Brigadoi Cologna, il 90% dei cittadini cinesi in Italia proviene dall’entroterra di Wenzhou, il restante 10% dal Liaoning, nel nord-est. È da qui che arriva anche la maggioranza delle prostitute e delle tenutarie dei centri massaggi. Si tratta di una distribuzione legata alla storia economica della regione: molte di queste donne erano in passato operaie di imprese statali, nella stessa area da cui proviene anche chi gestisce lo smuggling, il traffico clandestino finalizzato al reclutamento di prostitute.
In alcuni casi lasciare la Cina significa farsi anticipare cifre di denaro importanti – tra i seimila e i 16mila euro secondo quanto ricostruito da Carchedi – da trafficanti, agenzie fittizie oppure conoscenti. A volte le donne partono senza sapere realmente quale tipo di lavoro svolgeranno. Altre volte vengono ingannate da promesse fittizie, come un lavoro in ospedale, in un ristorante, in un’agenzia di viaggi o addirittura l’iscrizione all’università. In Italia, accettano di lavorare tra le 10 e le 16 ore al giorno – in fabbrica come nei centri massaggi – per inviare i soldi alla famiglia rimasta in Cina e tentare di saldare il debito contratto per arrivare in Italia.
C’è un aspetto che accomuna tutte loro: sono quasi invisibili. «Non uscendo, non essendo a contatto con la società, non vivendo l’esterno, non essendo banalmente sulla strada, non riusciamo a parlarci», spiega Federica Festagallo, mediatrice culturale cinese per la cooperativa Be Free, che si occupa diviolenza di genere e tratta di esseri umani.
Senza lasciare traccia
Parlando della comunità cinese, Carchedi descrive interi isolati cittadini come «mini-distretti produttivi»: un ristorante, una lavanderia, un centro massaggi, con le stesse persone che passano dall’una all’altra attività. In questo schema, anche la prostituzione diventa uno dei tanti lavori possibili.
Dietro questa organizzazione si nasconde spesso una struttura economica più ampia, e la prostituzione potrebbe essere solo un tassello di un sistema più complesso, legato alla criminalità organizzata.
Secondo la relazione 2021 della Direzione investigativa antimafia (Dia), il favoreggiamento della prostituzione da parte della criminalità cinese rappresenterebbe uno dei presupposti per il riciclaggio di capitali illeciti e il loro reimpiego in aziende fittizie.
Le app di messaggistica cinese, utilizzate non solo per contattare i centri massaggi, ma anche per pagare le prestazioni – come WeChat, la più diffusa –, rendono più difficile tracciare i flussi finanziari: i loro server sono fuori dalla giurisdizione italiana e manca una collaborazione sistematica tra le autorità cinesi e quelle europee. Secondo la Dia, WeChat è uno dei principali canali di pagamento della prostituzione: i clienti pagano tramite l’app e i proventi vengono trasferiti in Cina.
Tuttavia, provare l’esistenza di un sistema è ancora molto difficile: Milani, segretario romano del Sulpl, sottolinea che le indagini non sono mai arrivate a individuare un collegamento fra i vari centri massaggi. L’arresto a Roma nel 2023 di un commercialista italiano ha rappresentato un’eccezione. L’uomo gestiva la contabilità di un’ottantina di centri massaggi su tutto il territorio romano, che altrimenti non avevano alcun collegamento fra di loro.
In un sistema così opaco, il fenomeno della prostituzione cinese nei centri massaggi non riguarda solo chi lo gestisce, ma anche chi lo alimenta. Chi suona a quel campanello sa cosa cerca. Il viavai continuo e le recensioni quotidiane sui forum raccontano di uomini – per lo più italiani – a proprio agio di fronte a un fenomeno più discreto di quello di strada. Eppure, dietro le tapparelle abbassate e i fiori di loto sbiaditi si nascondono storie di sfruttamento e donne di cui, il più delle volte, non sappiamo nemmeno il vero nome.
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