È passato poco più di un anno dall’operazione della polizia belga che, il 9 dicembre del 2022, ha tratto in arresto la vicepresidente del Parlamento europeo, la greca Eva Kaili, insieme al compagno italiano Francesco Giorgi e l’ex parlamentare europeo Antonio Panzeri, di cui Giorgi era collaboratore. L’accusa a vario titolo è di aver ricevuto denaro dal Qatar e dal Marocco in cambio di politiche compiacenti e lobbismo favorevole ai due Paesi arabi. In più di una dozzina di perquisizioni la polizia ha trovato quasi 900.000 euro in contanti – di cui circa 720.000 in banconote da 50 euro, nascosti in una valigia piena di biberon e pannolini appartenenti alla figlia di 21 mesi di Kaili. A oggi l’indagine è ancora in corso.
Sebbene gli imputati neghino qualsiasi responsabilità personale, la catena di sequestri ha rappresentato uno spartiacque nel modo in cui sono percepite le istituzioni di Bruxelles: è un caso isolato, ci si potrebbe chiedere, o la punta dell’iceberg di un sistema politico troppo distante dalle persone che pretende di rappresentare?
L’inchiesta in breve
- Il prossimo giugno si terranno le elezioni per eleggere la composizione del nuovo Parlamento europeo: il primo dallo scoppio del caso Qatargate, che ha messo in grave crisi la percezione d’integrità delle istituzioni comunitarie
- In vista di questo appuntamento, Follow the Money, IrpiMedia e giornalisti di tutta Europa, hanno analizzato la copertura mediatica degli ultimi dieci anni per esaminare l’integrità del Parlamento europeo uscente. Questa indagine dimostra che il Qatargate non è un incidente isolato, ma la punta di un iceberg di condotte discutibili e illecite che minano la credibilità e l’efficacia dell’intero sistema Europa
- Almeno 253 vicende hanno fatto notizia a livello locale o internazionale e riguardano 163 degli attuali 704 legislatori dell’Ue. Comportamenti inappropriati, corruzione e scandali legati a frodi o furti hanno macchiato le loro carriere il più delle volte. In totale, 23 rappresentanti hanno perso cause legali
- Secondo Nick Aiossa, direttore di Transparency International Ue, anche questa cifra è probabilmente solo la punta dell’iceberg
- Con questa inchiesta ha inizio il lavoro di monitoraggio di IrpiMedia in vista delle prossime elezioni europee, accorpate dal governo alla tornata di consultazioni amministrative, che si terranno a giugno
Per trovare una risposta, il consorzio Follow The Money ha avviato un’indagine transnazionale coinvolgendo trentasei giornalisti da venti Paesi diversi – IrpiMedia per l’Italia – per misurare l’integrità delle istituzioni europee attraverso la ricerca di qualsiasi scheletro negli armadi dei rappresentanti che siedono nel più alto emiciclo comunitario.
Quante macchie nascondono i membri del Parlamento (Mep)? Quali gruppi politici ospitano il maggior numero di trasgressori e qual è il comportamento scorretto più ricorrente?
La metodologia di ricerca
Questa indagine nasce dalla raccolta di qualunque notizia pubblicamente accessibile tra i giornali di tutti i 27 Paesi dell’Ue, sia in inglese che nelle lingue locali, in cui uno qualsiasi degli attuali parlamentari europei sia menzionato in relazione a uno scandalo fino al 18 gennaio 2024, contandoli in base a diversi gradi di gravità.
Per garantire che gli eurodeputati siano trattati in modo equo, abbiamo basato la nostra indagine su un metodo sviluppato da due scienziati sociali e un giornalista investigativo. Sono stati inclusi solo gli scandali chiaramente accertati attraverso la copertura mediatica o che hanno prodotto determinate conseguenze, come sanzioni, indagini o reprimende. Sono stati inclusi anche i casi in cui le accuse sono state accertate senza ombra di dubbio – ad esempio per ammissione dello stesso deputato – ma che non hanno portato ad alcuna indagine, condanna o altre conseguenze. Sono inclusi anche gli scandali in cui le autorità giudiziarie hanno indagato sulla questione, ma non sono stati fatti rilievi formali.
Questa indagine si è concentrata sui casi in cui l’integrità di un politico è in gioco e messa in discussione. Questi “scandali di integrità” riguardano violazioni o presunte violazioni di valori morali, norme e regole prevalenti. Non sono stati inclusi altri episodi di natura più tecnica, come gli sforamenti di bilancio o le promesse elettorali non mantenute.
Le categorie contemplate sono le seguenti:
- corruzione (sia corruzione semplice sia favoritismi)
- frode e appropriazione indebita
- conflitto di interessi
- uso improprio dell’autorità
- uso improprio e manipolazione dell’informazione
- spreco e abuso di risorse organizzative
- comportamenti inappropriati e trattamenti irrispettosi del prossimo
- comportamenti scorretti nella sfera privata
Il Parlamento ha promesso di migliorare l’integrità rafforzando le sue regole etiche, ma non tiene un registro del numero di legislatori dell’Ue che si sono comportati in modo scorretto, né pubblica dati al riguardo. Ciò significa che l’unico modo per determinare se l’integrità delle istituzioni europee sia migliorata è quello di misurarla in modo quantitativo. Pur essendo imperfetta, questa indagine rappresenta un modo per misurare l’integrità delle istituzioni comunitarie.
Utilizzando la stessa metodologia tra qualche anno, saremo in grado di affermare con cognizione di causa se il livello di integrità dei membri del parlamento è migliorata o meno.
Nel database figurano anche i politici che hanno negato ogni accusa, nel caso in cui queste siano state suffragate da fonti affidabili che mettono in dubbio l’integrità del politico. Abbiamo limitato la nostra ricerca ai 704 membri attuali del Parlamento (al 18 gennaio 2024). I deputati che hanno lasciato il Parlamento tra il 2019 e oggi non sono stati inclusi.
Il lavoro di ricerca dei giornalisti ha permesso di identificare ben 253 episodi in cui i Parlamentari europei sono stati coinvolti in scandali, indagini o accuse di gravità variabile, sia a livello locale sia internazionale.
Questi scandali riguardano un totale di 163 membri attuali del Parlamento europeo – un quarto dei 704 legislatori. Il 3% di loro (23 persone), ha subito una condanna o è stato multato in seguito all’accertamento di illeciti e reati.
Questo dato si estende a tutta l’Ue: in quasi tutti i Paesi comunitari c’è almeno uno o più legislatori coinvolti in comportamenti discutibili o del tutto illegali, sebbene la gravità dei singoli episodi possa variare molto.
Prendiamo ad esempio il caso relativamente minore dell’eurodeputato estone Jaak Madison, che ha pagato una multa di 100 euro per aver rivenduto uno smartphone trovato a bordo del traghetto sul quale lavorava, anziché denunciarlo alle autorità competenti. Oppure l’europarlamentare tedesco Gunnar Beck, uno dei due vicepresidenti del gruppo di destra Identità e Democrazia Europea, multato per essersi attribuito impropriamente il titolo di “professore” sulla scheda elettorale per le elezioni europee del 2019.
Episodi minori, appunto, se raffrontati ad altri nei quali il politico di turno è stato destinatario di condanne o addirittura rischia di finire in carcere.
È il caso di Lara Comi, europarlamentare di Forza Italia, che lo scorso ottobre è stata condannata da un giudice italiano quattro anni e due mesi di carcere per aver intascato 500 mila euro di denaro pubblico. Comi, che è stata anche sottoposta a misure cautelari, ha annunciato ricorso ed è ancora in carica come legislatrice del Parlamento europeo.
Ma ancora, spiccano i guai dell’europarlamentare della Lega Massimo Casanova, titolare del celebre Papeete, dove ormai il leader, Matteo Salvini, ha stabilito il quartier generale estivo del partito. Nel 2021 il Gip di Ravenna ha disposto, su richiesta della Procura, il sequestro preventivo di circa 500 mila euro sulle due società che gestiscono la discoteca e i bagni di Casanova. L’accusa è di evasione fiscale. Anche in questo caso, il parlamentare proclama la sua innocenza e mantiene il suo scranno a Strasburgo.
Ma gli italiani sono in buona compagnia con i propri colleghi provenienti da altri Paesi, alcuni dei quali registrano una propensione ben più decisa dell’Italia nell’inviare a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, rappresentanti invischiati in indagini e scandali.
Ultimo in ordine di tempo – e per questa ragione non incluso nel database di Follow The Money – riguarda la parlamentare lettone Tatjana Ždanoka, accusata dalla testata russa The Insider di essere in realtà una spia al soldo di Mosca nel cuore delle istituzioni europee.
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Spicca poi il parlamentare greco di estrema destra Ioannis Lagos, condannato con l’accusa di essere a capo di un’organizzazione criminale a causa della sua partecipazione alla guida del partito greco di destra Alba Dorata. Nonostante sia stato condannato a quasi 14 anni di carcere, è ancora attivo come legislatore dell’Unione europea, dalla sua cella in Grecia, dalla quale partecipa virtualmente alle commissioni parlamentari, scrive emendamenti e percepisce lo stipendio da parlamentare.
Armi spuntate
L’Europa manca di strumenti efficaci per tutelare le sue stesse istituzioni.
Nonostante il Parlamento europeo sia in grado di emettere sanzioni e trattenere la paga dei Mep responsabili di violazioni gravi, le conseguenze politiche e reputazionali per i trasgressori non sembrano arrivare, sia perché spesso queste vicende passano in sordina e non arrivano alla conoscenza dei cittadini, sia perché lo status “internazionale” del Parlamento europeo ne limita la capacità di prendere misure drastiche.
Come nel caso di Ioannis Lagos, la gravità della condanna non permette comunque a Strasburgo di rimuovere un parlamentare, nemmeno quando questo sia in prigione.
«Il mandato di un deputato al PE è un mandato nazionale e non può essere revocato da un’altra autorità», si legge nei documenti che regolano l’attività di Strasburgo: «Poiché i deputati al Parlamento europeo sono eletti in base alla legge elettorale nazionale, se sono giudicati colpevoli di un reato spetta alle autorità dello Stato membro decidere sull’eventuale decadenza del suo mandato».
In tal senso interviene, per quanto riguarda l’Italia, la legge Severino, grazie alla quale in caso di gravi condanne, può essere revocato il mandato di un deputato europeo. Tuttavia non tutti i Paesi sono attrezzati con leggi di questo tipo, creando uno squilibrio di fatto nel diritto di ciascun Paese di mandare in Europa parlamentari più o meno integri.
A creare un bilanciamento dovrebbe essere in primis il quarto potere, quello dell’informazione, ma anche in questo caso le vicende che coinvolgono i parlamentari europei vengono eventualmente riportate nell’immediato, ma raramente si dà seguito alla “notizia” attraverso approfondimenti e pressione pubblica. Questa disattenzione tradisce il ruolo del giornalismo come “guardiano” della democrazia, e a sua volta contribuisce a ritardare la formazione di una “coscienza europea”.
Sia esso belga, italiano o greco, un parlamentare europeo rappresenta tutti i cittadini europei, non solo quelli del suo Paese di provenienza. Pertanto dovrebbe essere un diritto di tutti quello di essere informati di notizie o crimini avvenuti tra chi occupa i banchi del parlamento.
A passare inosservati sono soprattutto i casi “minori”, che annoverano episodi di mobbing, molestie e altri comportamenti mortificanti nei confronti del prossimo. È quanto emerge dall’indagine di Follow the Money, che ha trovato più di 46 casi relativi a 37 legislatori finiti sulle prime pagine dei giornali per presunti comportamenti inadeguati.
A questo proposito il Parlamento incorpora conseguenze tiepide e formali, che possono portare a sanzioni comminate dallo stesso presidente dell’organo. Una delle ultime, in ordine di tempo, è quella che ha colpito la parlamentare spagnola Mónica Silvana González, ritenuta responsabile di aver compiuto pressioni psicologiche indebite nei confronti di tre assistenti parlamentari.
Ma c’è anche un italiano tra i destinatari delle reprimende europee: è Angelo Ciocca, in quota Lega, che a novembre del 2019 è stato sanzionato «per il suo comportamento aggressivo e irrispettoso nei confronti dei suoi colleghi e del Parlamento» si legge in una nota della presidenza. La sanzione è stata il trattenimento di dieci giorni di indennità giornaliere e la temporanea sospensione dalla partecipazione di alcune attività del Parlamento, fatte salve quelle dove il Mep ha diritto di voto.
L’Italia di mezzo
Nonostante si tenda spesso a considerare l’Italia un Paese poco serio quando si parla di tavoli internazionali, alla luce delle ricerche condotte da IrpiMedia i rappresentanti nazionali costituiscono una piccola fetta dei casi di scandali tra Bruxelles e Strasburgo.
Su venticinque Paesi presi in considerazione, l’Italia è la diciassettesima per numero di rappresentanti coinvolti in scandali noti, rispetto al totale dei parlamentari. Questi sono il 18,4% di tutti i Mep provenienti da sotto le Alpi, relativamente meno rispetto a quelli ad esempio del Belgio (28,5%), dell’Irlanda (38,4%) o dell’Ungheria – il Paese con più scandali in assoluto per numero di parlamentari – con il 61,9% delle ricorrenze.
Tuttavia, l’Italia rappresenta uno dei Paesi con il maggior numero di scandali in numeri assoluti, con 18 episodi registrati – che posiziona il Paese al quarto posto dopo Ungheria, Francia e Polonia con rispettivamente 21, 25 e 31 episodi segnalati.
Per approfondire
«Quando si parla di corruzione e, più in generale, di atti inopportuni rispetto a quelli che ci si aspetterebbe da un rappresentante delle istituzioni, è importante sottolineare che da tempo esiste un grande dibattito tra quanti sostengono che nel nostro Paese la percezione della corruzione da parte dei cittadini sia estremamente più elevata rispetto a quella che i dati concreti – in termini di esercizio dell’azione penale e soprattutto di accertamento dei fatti in sede processuale – dicono», spiega a IrpiMedia Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby: «Quello che possiamo dire con certezza è che in Italia la piccola corruzione, intesa come quell’insieme di atti che puntano a ottenere un vantaggio immediato da un pubblico ufficiale, non è così diffusa come si potrebbe pensare; resta però il grave problema dei cosiddetti scandali, che vedono coinvolti politici, funzionari e imprenditori».
Fenomeni in cui a emergere sono «reti di relazioni che si innestano in un sistema caratterizzato da opacità e clientelismo – prosegue l’esperto – ed è naturale che muoversi in un contesto in cui la trasparenza degli atti è ancora scarsa porta ad amplificare anche la percezione del problema».
Maggiori indicazioni sull’Italia possono essere evinte dalla distribuzione politica dei casi registrati da IrpiMedia. Su un totale di 18 episodi registrati e riguardanti i parlamentari italiani, sei coinvolgono Forza Italia e altrettanti la Lega, mentre cinque riguardano esponenti di Fratelli d’Italia. Secondo i criteri adottati per l’analisi, solamente un episodio coinvolge il Partito Democratico: è il caso di Andrea Cozzolino, che ha scontato quattro mesi ai domiciliari sempre nell’ambito del Qatargate, dal quale si dichiara completamente estraneo. Successivamente rilasciato, anche lui attende notizie dell’inchiesta, che al momento non sembra aver fatto alcun passo avanti.
Corruzione: favoritismo e mazzette
Circa 45 episodi catalogati dal consorzio giornalistico riguardano varie forme di corruzione, frode o appropriazione indebita. In particolare, 29 scandali identificano episodi di nepotismo e clientelismo. Sono 16 invece gli episodi di corruzione vera e propria.
Naturalmente il caso più eclatante è quello del Qatargate, ma non è certo l’unico in cui i legislatori dell’Ue sono accusati di essersi appropriati in modo discutibile di ingenti somme di denaro.
Un esempio è quello di Tamás Deutsch, leader della delegazione parlamentare europea del partito Fidesz del primo ministro ungherese Viktor Órban. Sebbene Deutsch, deputato al Parlamento europeo dal 2009, sia solito accusare le istituzioni europee di essere corrotte, sembra che la sua stessa famiglia abbia beneficiato in modo significativo della sua posizione da quando è salito al potere.
Circa dieci anni fa, dopo che lui e suo fratello hanno rilevato le organizzazioni associate al club sportivo Mtk in Ungheria, il medesimo ha iniziato a ricevere milioni di euro di fondi statali. Di recente, lo stesso fratello, in qualità di amministratore delegato di una società pubblica originariamente incaricata di organizzare i Campionati mondiali di atletica leggera di Budapest del 2023, ha firmato a sua volta un contratto che assegnava un’ingente somma di fondi statali al club sportivo dell’eurodeputato. Deutsch respinge qualsiasi accusa di conliftto d’interessi o favoritismi.
Come in molti altri casi, l’episodio è interno al Paese di provenienza del parlamentare e non coinvolge le istituzioni europee. È questa una caratteristica per la quale tipicamente i cittadini comunitari non sono al corrente del passato dei politici comunitari.
In un caso simile, il parlamentare ed ex ministro bulgaro Sergei Stanishev è stato accusato di corruzione. Quando si è candidato per la prima volta al Parlamento europeo nel 2014, una società di pubbliche relazioni guidata dalla moglie aveva vinto un contratto da 60 mila euro dal Parlamento per un progetto di promozione delle elezioni europee in Bulgaria.
«Questo sa di favori politici», fu il commento dei cristiano-democratici europei. Sebbene la coppia e il Parlamento abbiano respinto le accuse, la moglie di Stanishev si è ritirata dal progetto e ha restituito l’anticipo di quasi 30.000 euro.
Anche il partito guidato dalla leader della destra francese Marine Le Pen, Rassemblement National, è coinvolto in diversi scandali, con cinque eurodeputati provenienti dalle sue fila sospettati di aver accettato viaggi di lusso in cambio di relazioni favorevoli allo svolgimento di elezioni in regimi autoritari dal 2021, in questo caso nella Crimea annessa alla Russia e in Kazakistan.
Frodi e furti di risorse
L’analisi ha portato alla luce anche 44 scandali legati a frodi e furti di risorse. Considerando gli alti stipendi e le indennità aggiuntive – gli eurodeputati guadagnano circa 8mila euro al mese al netto delle tasse e possono richiedere quasi 5mila euro di spese generali – la posta in gioco è alta.
Nick Aiossa, direttore di Transparency International Eu, ha affermato che il sistema di indennità dei deputati per le spese generali – che ammonta a più di 40 milioni di euro in totale all’anno per gli oltre 700 legislatori – potrebbe facilmente innescare abusi.
«Si tratta di 40 milioni di euro all’anno senza controllo finanziario, senza gestione», ha detto. «Sfortunatamente, il semplice armeggiare con le indennità e le spese è uno dei passatempi preferiti di molti eurodeputati di molti partiti».
Ha anche notato una «enorme pressione» da parte di alcuni partiti politici per utilizzare questi lucrosi benefici extra «per ripagare i partiti che li hanno fatti eleggere».
«Di solito esistono degli accordi», ha detto, spiegando che spesso gli eurodeputati usano le loro indennità generali per sovvenzionare gli uffici dei loro partiti nazionali nei loro Paesi d’origine.
Uno dei casi più eclatanti di utilizzo di fondi europei per finanziare attività di partito in patria riguarda quattro eurodeputati, sempre del Rassemblement National (affiliato al gruppo Identità e Democrazia), partito di estrema destra francese. Sono coinvolti in una vasta vicenda di assunzioni fittizie di assistenti parlamentari, venuta alla luce otto anni fa in seguito a una relazione del Parlamento. Il caso dovrebbe essere giudicato dal tribunale penale francese a novembre.
La vicenda è costata all’istituzione europea circa 6,8 milioni di euro: il Parlamento ha infatti pagato assistenti che in realtà lavoravano per il partito francese e non per il gruppo europeo. Il Parlamento è riuscito a recuperare solo una parte di questa somma.
Ma la colpa non è solo dei singoli legislatori disonesti. Secondo Aiossa, la colpa è anche di un Parlamento negligente nell’affrontare l’abuso di indennità.
«Penso che ci siano più casi», ha detto a proposito dei risultati di questa indagine. «Penso che ci siano molte informazioni, ma non disponibili pubblicamente, sui parlamentari europei che non sono alla luce del sole».
Ciò è dovuto a una cultura problematica all’interno del Parlamento, ha affermato l’attivista anti-corruzione, soprattutto per quanto riguarda l’abuso delle indennità. «Se si violano le regole, non si viene sanzionati. C’è una malsana propensione a considerare questi casi solo come un’irregolarità amministrativa finanziaria», ha detto. «Quando i deputati spendono male i soldi, il Parlamento emette un avviso di recupero e chiede la restituzione del denaro. Non fanno il secondo passo: è stata una frode intenzionale?».
Ma c’è di più. Anche quando l’OLAF, l’organo europeo di vigilanza sulle frodi, indaga sul caso, le sue raccomandazioni non portano spesso alla condanna dei sospetti da parte dei pubblici ministeri.
Questo potrebbe spiegare perché, rispetto al totale degli scandali di corruzione, frode o furto, il numero di condanne penali da parte dei tribunali degli Stati membri sembra essere particolarmente basso.
«Il tasso medio di incriminazione secondo le raccomandazioni dell’OLAF per i procuratori dei 27 Stati membri si aggira intorno al 33% all’anno. Il che è tragicamente basso, dato che questi casi si basavano su mesi o anni di indagini», ha detto Aiossa. Le indagini condotte da OLAF infatti, per ragioni di giurisdizione e perché l’Unione europea non è dotata di un sistema penale proprio, dovrebbero continuare nelle mani dei procuratori degli Stati membri coinvolti, ma solo un terzo di queste indagini vengono poi prese in considerazione dalle magistrature dei vari paesi europei. Il che, secondo Aiossa, «dice molto sul sistema giudiziario di alcuni Stati Membri».
Nel frattempo, la manomissione delle indennità non è l’unica forma di frode. Alcuni deputati spagnoli hanno cercato di evadere le tasse del loro Paese presentando il modulo fiscale in Belgio, dove l’aliquota fiscale è più bassa. Il Tesoro spagnolo li ha sanzionati. Alcuni di loro hanno impugnato la decisione dell’autorità in tribunale, dove hanno perso. Tre di loro sono attuali legislatori spagnoli dell’Ue.
A uno degli eurodeputati più noti, il deputato polacco Ryszard Czarnecki, il Parlamento ha chiesto nel 2021 di restituire circa 100.000 euro di rimborsi spesi in viaggi. Questo dopo che è stato scoperto che, ogni volta che guidava da Bruxelles alla Polonia, prolungava il viaggio sulla carta di 340 chilometri. Ha inoltre dichiarato di aver utilizzato auto non sue, una delle quali – come scoperto dall’agenzia antifrode OLAF – era stata rottamata 11 anni prima. Il processo a carico di Czarnecki in un tribunale polacco è ancora in corso dopo quasi 4 anni.
Paesi diversi, differenti politiche
Sebbene i dati mostrino differenze sostanziali – da zero in Portogallo a 31 in Polonia – ciò non fornisce un’indicazione di quanti illeciti si siano effettivamente verificati.
Ciò è dovuto a una serie di fattori. Ad esempio, l’interesse per i temi dell’Ue e il ruolo dei legislatori variano, portando a una copertura minore in alcuni Paesi rispetto ad altri, così come il numero di giornalisti (investigativi). In parte, anche perché l’efficacia – e l’indipendenza – delle magistrature è molto diversa da Paese a Paese. Ciò significa che alcuni tribunali potrebbero semplicemente archiviare dei casi che in altri Paesi avrebbero portato a condanne, oppure non avviare mai un’indagine.
Per quanto riguarda il numero di scandali relativi a specifici gruppi politici del Parlamento, il più problematico è quello dei membri non iscritti. Uno su cinque scandali presenti nel database riguarda deputati indipendenti, ovvero non appartenenti ai gruppi politici in cui è diviso il parlamento europeo. Secondo Aiossa questo potrebbe essere spiegato dal fatto che molti di loro, come Kaili e Tarabella dopo il Qatargate, sono stati estromessi dal proprio partito o gruppo dopo lo scoppio di uno scandalo.
I dati suggeriscono anche che gli eurodeputati di destra e conservatori sono coinvolti relativamente più spesso in scandali rispetto ai politici di centro-sinistra, liberali e verdi. In effetti, dai casi raccolti sembra che in alcuni partiti di estrema destra avere uno o due scandali legati al proprio nome non impedisca di ottenere un posto di rilievo nella lista per le prossime elezioni europee.
L’eurodeputato Harald Vilimsky del partito di estrema destra austriaco FPÖ, ad esempio, è stato in Parlamento per quasi un decennio nonostante le numerose preoccupazioni relative alla sua condotta o a quella del suo gruppo politico, come lo Champagne-gate che ruotava intorno alle spese elevate per beni di lusso. Nel 2021, il Parlamento ha accettato la richiesta dei procuratori austriaci di revocare l’immunità a Vilimsky per il suo potenziale coinvolgimento nell’aiutare l’ex leader del partito, Heinz-Christian Strache, a far passare spese personali – come ristoranti, bollette telefoniche o acquisti online – come spese del partito.
Cionondimeno Vilimsky guiderà la lista dei candidati per conto del suo partito alle elezioni di giugno. Ma questo non mette al riparo dalle responsabilità nemmeno i partiti più tradizionali. «Posso solo dire che ho visto scandali in tutto lo spettro politico», ha detto Aiossa.
