Questa non è una storia di circonvenzione delle sanzioni contro la Russia. Né si tratta di una valutazione degli obiettivi raggiunti dalle contromisure economiche in vigore contro Mosca. È piuttosto una disamina di cosa voglia dire cercare di applicarle, analizzando un caso di studio particolarmente rilevante. Riguarda una nave partita dal porto di Livorno quasi tre mesi dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, con a bordo importanti equipaggiamenti che avrebbero permesso alla Russia di avanzare nella sua corsa alla produzione di gas naturale liquido nell’Artico.
All’apparenza sembra una violazione dei divieti di esportazione di materiale utile per il settore petrolifero, invece è un caso di “paradosso sanzionatorio”. Mostra non solo che le sanzioni hanno limiti nella loro applicazione ma anche il controsenso per cui per poterle rendere efficaci bisogna continuare a espanderle, fino a quando in realtà non diventano endemiche al sistema economico globale.
A cosa servono le sanzioni
Il Dipartimento del Tesoro americano le definisce «uno strumento per raggiungere obiettivi di politica estera e di sicurezza nazionale». Vengono utilizzate con tanta frequenza perché rappresentano «l’alternativa migliore tra due poli opposti: posizioni diplomatiche spesso innocue e l’intervento militare», spiegava un anno fa Agathe Demarais, ricercatrice presso lo European Council on Foreign Relations.
Dal lato Ue, la presidente della Commissione europea ne ha dichiarato gli obiettivi ad aprile 2022: «[D]egradare la base tecnologica e la capacità industriale della Russia» così da indebolire lo sforzo bellico in Ucraina.
Oggi, dopo 12 pacchetti sanzionatori europei, il successo è solo parziale. In una lettera inviata lo scorso 6 febbraio, la commissaria per i servizi finanziari Mairead McGuinness e il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis invitano infatti i Paesi membri ad aumentare gli sforzi per eliminare le falle ancora esistenti e che ancora consentono alla Russia di ricevere beni sotto sanzione.
Tra i settori economici russi da «degradare», quello energetico risulta tra i più importanti, anche a causa della storica collaborazione che ha visto protagonisti per anni i Paesi europei (Germania in primis) con la Russia. Colpirlo significa intaccare il 45% delle entrate federali, la stessa quota del bilancio federale russo che nel 2024 verrà destinata all’industria militare, secondo le stime del Financial Times.
È evidente, quindi, che danneggiare il comparto energetico russo significa indebolirne l’impegno bellico in Ucraina.
La geopolitica dell’Artico
L’Artico sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche geopolitiche globali, per via dei ricchi giacimenti di gas, petrolio, terre rare e per le nuove rotte commerciali che, a causa dello scioglimento dei ghiacci, stanno diventando anno dopo anno più brevi e accessibili.
Tutto ciò sta scatenando una guerra, al momento fortunatamente solo economica, per accaparrarsi la “migliore posizione” per sfruttare questi tesori naturali che si trovano sotto la calotta glaciale artica, sempre più sottile e perforabile: l’estensione dei ghiacci dell’Artico è diminuita costantemente a partire dal 1979, con un calo di 83.000 km2 all’anno tra il 1979 e il 2017.
Degli otto Paesi che affacciano direttamente sull’Artico, la Russia gode di una posizione particolarmente privilegiata, per ragioni geografiche, storiche ed economiche. Basti pensare che le sue coste si affacciano sulla regione per oltre 24 mila chilometri, circa il 53% di tutto il territorio costiero artico.
Se prima l’Unione Sovietica (con Stalin in particolare) e in seguito Putin e gli oligarchi hanno deciso di investire fortemente nella regione artica al contrario di Europa, Canada e Stati Uniti, non è solo per amore della natura incontaminata dell’estremo nord, ma per la consapevolezza delle immense ricchezze che si nascondono sotto i ghiacci.
Come riporta l’organizzazione non governativa Arctida.io, l’Artico rappresenta il 10% del PIL russo; l’80% del gas, il 17% del petrolio, il 90% di nichel e cobalto, il 60% del rame e praticamente la totalità dei diamanti russi vengono estratti in questa regione.
Considerando che le forniture di risorse energetiche della Russia ad altri Paesi generano circa due terzi delle entrate delle esportazioni del Paese e un terzo delle entrate del suo bilancio federale, è ovvio perché la Russia consideri l’Artico una regione altamente significativa per la sua economia e per la sua sicurezza nazionale.
I maggiori progetti nell’area riguardano l’energia: Yamal LNG, Arctic LNG-2 (Novatek), Vostok Oil (Rosneft), il giacimento Syradasai (Arkticheskaya Gornaya Kompaniya) oltre a molti altri già attivi o in fase di sviluppo.
L’Istituto Geologico Statunitense (USGS) ha stimato che nell’Artico, in particolare nelle aree offshore, siano ancora disponibili circa 90 miliardi di barili di petrolio, 1.669 trilioni di piedi cubi di gas naturale e 44 miliardi di barili di liquidi di gas naturale. Gran parte di queste risorse sono rivendicate dalla Russia.
Il tesoro dell’Artico non risiede solamente nelle opportunità di estrazione di materie prime, ma anche e soprattutto nelle nuove rotte marittime che si sono aperte a causa dello scioglimento dei ghiacci, in particolare la Rotta Marittima Settentrionale (NSR) e la Rotta Marittima Transpolare, che passa direttamente attraverso il Polo Nord.
L’utilizzo di queste rotte può ridurre la lunghezza dei tradizionali itinerari marittimi dal 25 al 30%, soprattutto per i trasporti tra il Mar Baltico o il Mare del Nord e i porti dell’Asia orientale.
Non per niente queste nuove opportunità di navigazione hanno acceso l’interesse della Cina, che detiene l’80% dei commerci marittimi mondiali. Interesse che già nel 2010 ha portato l’ammiraglio cinese Yin Zhuo a dichiarare che «l’Artico appartiene a tutti, poiché nessuna nazione detiene la sovranità su di esso».
Parole che di certo non hanno fatto piacere alla Russia, che al contrario vede l’Artico come “cosa sua”, ma che hanno paradossalmente portato a un avvicinamento delle due potenze, soprattutto a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle conseguenti sanzioni.
Il principale progetto russo a cui partecipa oggi la Cina è Yamal LNG-38, di cui il governo asiatico possiede il 29,9% delle azioni. Società cinesi detengono inoltre il 20% del progetto Arctic LNG-239. Russia e Cina sembrano inoltre aver trovato un accordo per quella che viene chiamata la “Via della Seta Polare”, in grado di diversificare le rotte del commercio marittimo e ridurre i tempi di spedizione per gli scambi con l’Europa.
Dunque, poco importa alla Russia se, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, i lavori del Consiglio Artico di cui aveva la presidenza di turno sono stati sospesi: nuove alleanze e collaborazioni economiche e militari, in particolare con la Cina, sembrano essere oggi sul tavolo di Putin e degli oligarchi che si stanno spartendo le ricchezze nascoste tra i ghiacci.
di Davide Del Monte
Le sanzioni sopraggiungono dopo decenni di strette relazioni economiche tra Occidente e Russia. E quando si applicano, intervengono nel campo dell’opportunità e non della legalità.
«Gli Stati e le organizzazioni internazionali ricorrono a sanzioni in conseguenza di atti ritenuti illeciti, ma siamo in presenza di decisioni prese da organi politici senza istituzioni indipendenti in grado di valutare l’entità della violazione di una norma oppure la qualità del processo che ha portato a formulare una specifica accusa. In altre parole, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno deciso di imporre sanzioni alla Russia, ma la gravità delle azioni di Mosca è una valutazione fatta da governi e non da un giudice terzo», scrive Francesco Giumelli, professore associato di Relazioni Internazionali all’Università di Groninga nei Paesi Bassi nel libro Le sanzioni internazionali.
Sanzioni primarie e sanzioni secondarie, le differenze
Per sanzioni “primarie” si intendono quelle emesse nei confronti di persone ed entità appartenenti al Paese che le emette. Nel caso europeo, per esempio, coinvolgono cittadini e residenti europei, società e organismi con sede in Europa, comprese le loro filiali straniere. Aggirarle è tutto sommato semplice, come per esempio utilizzare Paesi terzi che non le adottano per far arrivare determinati beni al Paese destinatario delle sanzioni. Questo tipo di sanzioni prevede delle ammende di tipo economico per chi le vìola ed è quello più diffuso tra quelle emanate dall’Unione europea a seguito dell’invasione dell’Ucraina.
Ben altra cosa sono le sanzioni “secondarie”, progettate per rafforzare le “primarie”. Qui il raggio di azione si allarga a tutte le entità che intrattengono rapporti commerciali o finanziari con soggetti sanzionati con le “primarie”. Per i Paesi oggetto di questo tipo di sanzioni sono particolarmente limitanti i confini finanziari imposti. Banche e istituti finanziari sono costretti a interrompere le relazioni con il Paese targettizzato, pena l’esclusione dal sistema finanziario.
Quelle emanate dall’amministrazione Obama contro l’Iran furono particolarmente efficaci e costrinsero il regime degli ayatollah ad accettare lo stop del programma atomico militare e ad aprire i propri confini agli ispettori dell’agenzia internazionale per il nucleare.
È dunque “inopportuno” ma non “illegale” far arrivare armi leggere italiane in Russia attraverso la Turchia, così come è “inopportuno” ma non “illegale” per un’altra società inviare in Russia, due mesi dopo l’avvio delle sanzioni, materiali per un importante impianto di gas naturale liquido.
Chi è colto a violare le sanzioni paga una multa. E poiché il loro valore si limita all’entità che le ha emanate, è facile aggirarle attraverso triangolazioni; dal punto di vista del diritto internazionale non possono essere davvero globali.
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Dall’inizio della guerra in Ucraina le sanzioni sono aumentate, sono diventate più specifiche per colpire i settori ritenuti strategici, oggi però sono arrivate al punto di essere in buona parte “normalizzate” dal mercato globale. Quello che la Russia inviava in Europa, banalmente, arriva in Paesi dove le sanzioni non sono in vigore.
Questo paradosso è proprio sia delle sanzioni di per sé sia della tendenza a sanzionare per risolvere le controversie internazionali. Per questo il paradosso è “sanzionatorio” e non solo “delle sanzioni”.
Il “paradosso sanzionatorio”
È il dicembre 2018 quando l’allora vice premier Luigi di Maio presenzia a Palazzo Chigi per la firma dei contratti che sanciscono un ruolo di primo piano alle imprese italiane nello sviluppo dell’industria del gas naturale in Russia. In ballo c’è la realizzazione di Arctic LNG-2, il terzo più grande progetto russo per l’estrazione di gas naturale liquefatto e guidato dal colosso energetico russo Novatek.
Un progetto che già allora suonava controverso, quantomeno dal punto di vista geopolitico: l’occupazione illegale della Crimea da parte della Russia durava infatti dal 2014, anno in cui la stessa Novatek è stata messa sotto sanzioni americane.
Sul piatto, però, ci sono 21 miliardi di euro in totale, 2,7 dei quali sono destinati a partner italiani.
In prima fila c’è Saipem, partecipata di Eni e colosso italiano dell’oil&gas con oltre 30 mila dipendenti in tutto il mondo, che in joint venture con una controparte turca si aggiudica una commissione da 2,2 miliardi di euro. A loro è appaltata la costruzione di tre “piattaforme a gravità in cemento” (o treni di liquefazione), ciascuna delle quali dovrà produrre circa 6,6 milioni di tonnellate all’anno di gas liquido.
Gli accordi economici, citati cinque anni fa dal Sole24Ore, coinvolgono anche Sace Simest (la società di Cassa Depositi e Prestiti) e la Nuovo Pignone, centocinquantenaria realtà industriale di Firenze e oggi in mano all’americana Baker Hughes.
Sebbene l’azienda fiorentina si sia aggiudicata la fetta più piccola dell’accordo (circa 500 milioni di euro), alla Nuovo Pignone sono commissionate tecnologie fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi di produzione fissati dal Cremlino. Tra il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, e giugno 2023, secondo i dati doganali russi raccolti da Data Desk e analizzati da IrpiMedia, sono oltre 600 le spedizioni effettuate dalla società fiorentina verso il cantiere navale di Arctic LNG-2.
L’impianto è infatti una pedina fondamentale in mano a Mosca nella geopolitica dell’energia, con la quale intende arrivare a produrre il 35% del gas naturale liquido (GNL) mondiale entro il 2035.
Gli accordi firmati dalla Nuovo Pignone per Arctic LNG-2 prevedono la consegna di 20 turbine a gas. Secondo una fonte che ha lavorato al progetto ascoltata da IrpiMedia, tutte le turbine fornite dalla Nuovo Pignone avrebbero dovuto essere impiegate nell’impianto Arctic LNG-2, il quale necessità di sette turbine per ciascuna piattaforma: quattro forniscono l’energia necessaria per alimentare l’estrazione del gas, tre invece sono utilizzate per la compressione del prezioso fossile. Quest’ultimo processo è indispensabile per il trasporto: nella sua forma naturale, infatti, il gas è particolarmente voluminoso e il processo di compressione lo muta in forma liquida, diminuendone notevolmente il volume e rendendolo facilmente trasportabile dal punto di estrazione a quello di fruizione.
La prima consegna va in porto senza intoppi. A fine 2021, quattro turbine LM 9000 arrivano a Belokamenka (Russia), gelido avamposto artico a 1.500 Km a nord di Mosca e sede del cantiere navale del progetto Arctic LNG-2. In quel momento la costruzione delle tre piattaforme da parte di Saipem è ormai quasi ultimata e il progetto è in linea con le tempistiche stabilite, pronto a diventare operativo da lì a due anni.

Tre mesi più tardi, però, la Russia invade l’Ucraina.
Con l’emanazione del quinto pacchetto di sanzioni datato 8 aprile 2022, l’Unione europea si poneva tra gli obiettivi quello di colpire il settore energetico russo: «È vietato acquistare, fornire, trasferire o esportare, direttamente o indirettamente, beni e tecnologie idonei all’uso […] nella liquefazione del gas naturale […]», si legge all’articolo 3 ter del documento.
Anatomia di un’inchiesta
Con l’ausilio di immagini satellitari e attraverso l’analisi di documentazione doganale, IrpiMedia ha rintracciato le operazioni della nave cargo Gelmond 1 poche settimane dopo l’entrata in vigore del quinto pacchetto. Secondo la nostra ricerca, la nave è partita dal porto di Livorno il 19 maggio 2022 con a bordo materiali per turbine a gas del valore di 62 mila euro ed è arrivata a Belokamenka il 12 giugno.
In un documento doganale, una sorta di carta d’identità del carico dell’imbarcazione, è inoltre specificato il codice numerico del carico a bordo: l’identificativo è il 84213985, ovvero «tecnologie di recupero e purificazione dell’idrogeno», uno dei tanti elencati all’interno del quinto pacchetto di sanzioni e di cui è vietato l’export verso la Russia.
Una violazione delle sanzioni? A una prima valutazione, sì. Grazie all’aiuto di Fulvio Liberatore, fondatore della società di consulenza EasyFrontier, siamo però riusciti a capire cosa rende il carico della Gelmond 1 del tutto legittimo.
Nella bolla di accompagnamento si leggono le lettere FCA, acronimo di Free Carrier Agent. «Con questo – dice Liberatore – si intende che la responsabilità della merce passa dal fornitore al compratore nel momento della consegna della stessa allo spedizioniere». Con il passaggio della responsabilità si considera eseguito anche il contratto. In questo caso, le parti sono Nuovo Pignone e Novatek.
Questo significa, a leggere il documento, che il contratto dei materiali per turbine a gas è stato ultimato il 10 maggio 2022, data riportata sulla bolletta doganale. Secondo le sanzioni europee, era concesso portare a termine i contratti stipulati prima dell’invasione dell’Ucraina fino al 22 maggio 2022. La spedizione della Gelmond 1 precede la data di termine di 12 giorni.
Dunque perché scrivere di un caso “risolto”?
Perché il “paradosso sanzionatorio” descrive un sistema imperfetto, che prescinde dal singolo episodio. E l’Artico russo racchiude tutte le contraddizioni che lo distinguono. Nonostante siano stati esportati gran parte degli equipaggiamenti occidentali necessari per i terminal LNG nell’Artico, a novembre 2023 l’intero progetto Arctic LNG-2 è stato messo sotto sanzioni da parte dell’amministrazione Biden. E non è la prima volta: già nel 2014, a seguito dell’invasione della Crimea, gli Stati Uniti annunciarono sanzioni contro la società Novatek, la quale oggi guida il conglomerato di imprese responsabile del progetto Arctic LNG-2.
Eppure il progetto, salvo un ritardo di pochi mesi rispetto all’iniziale tabella di marcia, è pressoché completo. Lo scorso dicembre è diventata operativa la prima piattaforma di liquefazione, e le prime navi metaniere cariche di GNL russo salperanno tra poche settimane.
Insomma, uno dei più rilevanti progetti dell’intero apparato energetico russo vedrà presto la luce grazie anche al contributo, seppur parziale, di società occidentali nonostante dieci anni di sanzioni economiche.
Baker Hughes e la controllata Nuovo Pignone non hanno risposto alle richieste di chiarimenti inviate da IrpiMedia.
Come fanno gli altri
Le società europee coinvolte a vario titolo nello sfruttamento del gas nell’Artico russo hanno mantenuto atteggiamenti molto diversi all’annuncio delle sanzioni.
La compagnia che realizza infrastrutture marittime Boskalis, olandese, avrebbe dovuto costruire le fondamenta su cui poggiare le piattaforme del mega progetto Arctic LNG-2. Il contratto da diverse decine di milioni di euro le era stato appaltato da Saren, la joint venture partecipata dall’italiana Saipem e dalla turca Renaissance.
Il 4 marzo 2022, due settimane dopo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, la società olandese ha però deciso di terminare il contratto in corso. Saren, agendo per conto di Novatek, ha poi fatto causa a Boskalis per ottenere 39 milioni di euro di risarcimento. Il tribunale di Amsterdam ha però stabilito che Boskalis, attraverso la sua filiale russa impegnata nel progetto dell’Artico, avrebbe potuto violare le sanzioni solo nel caso in cui avesse proseguito a lavorare ad Arctic LNG-2 dopo il 27 maggio 2022, data ultima per concludere le commesse.

Per approfondire
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La francese Technip, invece, che per Arctic LNG-2 doveva supervisionare la progettazione e la costruzione dell’intero impianto, ha ultimato la sua uscita dal progetto ben 15 mesi dopo l’entrata in vigore delle sanzioni Ue. Secondo Le Monde, il gigante francese avrebbe fatto di tutto per diluire i tempi in modo da concludere consegne del valore di 450 milioni di euro tra agosto e ottobre 2022.
Così facendo, la società transalpina avrebbe perso “soltanto” due miliardi di euro rispetto ai sette pattuiti a contratto, scrive il quotidiano francese, riuscendo a minimizzare i danni economici e legali derivanti dalla prematura uscita. Il contraccolpo è arrivato però dal mercato azionario: il giorno dell’uscita dell’inchiesta giornalistica le azioni della società sono crollate del 22%.
«È difficile parlare di legalità/illegalità quando si tratta di sanzioni, dovremmo invece discutere di opportunità/inopportunità delle aziende occidentali, le quali hanno attuato strategie molto diverse tra loro», spiega Francesco Giumelli.
«Per le società particolarmente esposte, con contratti milionari da rispettare, bisogna capire quanto erano esposte rispetto al loro volume totale di affari e che, abbandonando il progetto, avrebbero messo a repentaglio», aggiunge. «Perché la tentazione di utilizzare un Paese terzo per effettuare delle vendite può essere forte finché legalmente possibile, mentre i governi contavano che adottare sanzioni avrebbe avuto ripercussioni globali».
Il senso delle sanzioni: funzionano o no?
I dati economici spesso vengono citati come unica chiave per valutare la reale efficacia delle sanzioni. Eppure da soli non forniscono una risposta univoca.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il Pil della Russia è calato del 2,1% nel 2022 mentre per il 2024 è prevista una crescita del 2,6%. La guerra in corso però distorce l’analisi economica sul breve termine e convoglia risorse verso l’apparato militare a discapito di altri settori. Se all’apparenza l’economia russa sembra particolarmente resiliente, il futuro non si prospetta roseo per Mosca.
Il ministero delle Finanze russo ha infatti dichiarato che entro il 2024 le spese per la difesa costituiranno più di un terzo del bilancio totale: 108 miliardi di dollari, ovvero il triplo del 2021 e il 70% in più rispetto a quelle previste nel 2023, dati che costringeranno il Cremlino a scegliere cosa tagliare, tra sussidi e welfare.
Ma sul lungo termine, trainare l’economia con “prodotti” da distruggere sui campi di battaglia non sembra la più lungimirante delle scelte.
Ambigua è anche l’analisi dell’effetto delle sanzioni sul settore energetico russo. Le entrate per la vendita di petrolio registrate nel mese di ottobre 2023 sono state superiori a qualsiasi mese precedente all’invasione dell’Ucraina, scrive Business Insider. Nei sette mesi precedenti, però, tra gennaio e settembre 2023, i giganti russi del gas e del petrolio hanno fatturato il 41% in meno rispetto al periodo precedente. Mentre per quanto riguarda il gas, secondo il Financial Times, le importazioni di GNL dalla Russia in Europa hanno raggiunto i massimi tra gennaio e luglio 2023: il 40% in più rispetto al 2021.
A prima vista, quindi, i dati sembrano certificare il fallimento delle sanzioni Ue, ma da un’analisi più attenta emerge che dall’invasione dell’Ucraina in avanti le entrate russe tramite gasdotto sono crollate vertiginosamente, segnando un -70% di importazioni in Europa di gas russo. «Un segnale che l’Ue sta riuscendo, seppur a fatica, nell’intento di raggiungere l’indipendenza energetica da Mosca», spiega a IrpiMedia Matteo Villa, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.
Quando le sanzioni funzionano e quando falliscono
Sulle modalità con cui attutire il colpo sferzato dalle sanzioni, Demarais cita il tempo che intercorre tra l’annuncio e l’effettiva messa in atto delle contromisure economiche e che viene usato dal Paese oggetto delle sanzioni per preparare la propria economia. La Russia ha rivolto lo sguardo verso Cina e India per compensare il blocco al petrolio, e ad altri alleati per esportare i propri beni in Europa attraverso Paesi terzi.
Un dato su tutti: seppur riconoscendo come fondamentale il blocco alle esportazioni per inficiare lo sforzo bellico russo, una ricerca della Kyiv School of Economics ha stabilito che nei primi dieci mesi del 2023 quasi metà delle importazioni di tecnologia utilizzata da Mosca sui campi di battaglia ucraini riguarda beni prodotti da società occidentali.
Per diluire gli effetti delle sanzioni economiche viene spesso usata la tecnica di “inoculazione”. Spiega Demarais: «È un approccio preventivo e consiste nel “vaccinare” la propria economia contro sanzioni in arrivo» in tre fasi: proteggere la propria valuta, conservando i propri beni in monete non occidentali; creare sistemi alternativi allo SWIFT; e sviluppare un sistema finanziario separato da quello americano e quindi dal dollaro.
Sequestrare i beni russi in Occidente: 300 miliardi di dollari di tesoretto
Dal giorno dell’invasione dell’Ucraina, Stati Uniti e Unione europea hanno congelato beni riconducibili alla Russia per un valore complessivo di circa 300 miliardi di dollari. Da allora, sui tavoli della diplomazia internazionale si discute sulla possibilità di confiscare definitivamente quei beni e consegnarli all’Ucraina per contribuire allo sforzo bellico e alla ricostruzione delle infrastrutture. Con il voto favorevole del Senato americano a fine gennaio 2024, la possibilità è sempre più concreta (c’è già l’ok sia della Camera sia della Casa Bianca, mentre il Canada ha già in cantiere una legge in materia e l’Unione europea si è dichiarata favorevole in principio).
La misura, dovesse materializzarsi, sarebbe senza precedenti. Ma cosa comporterebbe in concreto?
Intanto, la definizione: si tratta di confiscare le riserve della Banca Centrale russa depositate all’estero, una misura che sarebbe permanente e definitiva, al contrario delle sanzioni più classiche, le quali per definizione vengono rimosse una volta raggiunto l’obiettivo. Secondo Agathe Demarais, l’eventuale confisca non sarebbe particolarmente dannosa per il Cremlino poiché quei beni sono già congelati e difficilmente rientreranno sotto l’egida di Mosca. Potrebbero invece diventare un fattore non trascurabile durante futuri accordi di pace.
Oltre agli ovvi vantaggi per Kyiv, una confisca di beni di tale portata porta con sé implicazioni geopolitiche da tenere in considerazione.
Perché le sanzioni siano efficaci, secondo Agathe Demarais, devono verificarsi una serie di condizioni. Anzitutto, la velocità. «O funzionano subito o non funzionano più», dice. L’intento deve essere quello di provocare un forte shock iniziale nella sfera economica che si va a colpire così da indurre l’entità attaccata a cedere determinate condizioni il prima possibile. Se l’obiettivo a breve termine fallisce, le sanzioni diventano endogene all’economia: lo Stato aumenta o converte la produzione interna, trovando modi per “assorbire” le sanzioni e ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Sulla stessa linea è il parere del professor Giumelli, secondo il quale «bisogna anzitutto accettare il fatto che le sanzioni ottengono solo una parte del lavoro», precisa, «e poi fare autocritica rispetto alla fase diplomatica pre-invasione». Secondo il professore «prima di calare la scure delle sanzioni c’era forse bisogno di fare maggiore massa critica: il tutto è stato imbastito dietro la narrazione dell’ “attacco all’Europa” oppure alla “democrazia”, ma su Paesi come la Cina o l’India, per esempio, enfatizzare l’attacco al principio della sovranità nazionale e dell’inviolabilità dei confini avrebbe potuto avere una maggiore presa».
