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«Un’opera in più, un’opera in meno, ormai siamo abituati qui a Ravenna», racconta il tassista Giovanni, mentre attraversa le vie del centro storico. Quando ci si allontana dal centro, dove si respira la presenza dell’arte bizantina che l’ha resa celebre in tutto il mondo, la storia lascia pian piano il passo al mare, al nastro arancione dei cantieri, macchine perforatrici e qualche gru. Ravenna vuole diventare un nuovo hub energetico, partendo dalla costruzione di un rigassificatore. Segno che il territorio, culla dello sviluppo dell’industria petrolchimica italiana nel secondo Dopoguerra e in particolare di Eni, si prepara ancora una volta a cambiare.
Il progetto è una spinta sull’acceleratore, dettata da un’urgenza energetica che – a distanza di due anni dallo scoppio della guerra russo-ucraina – non è più tale e che ha goduto di un iter di approvazione privilegiato ma che secondo alcuni pareri è stato caratterizzato da errori tecnici, procedure velocizzate e rischi ambientali.
L’inchiesta in breve
- Nel luglio 2022 Snam Spa (principale azienda del gas in Europa e partecipata al 30% dallo Stato italiano tramite Cassa Depositi e Prestiti) ha acquistato per 397 milioni di euro la nave gasiera BW Singapore
- Ravenna vuole diventare il nuovo hub energetico attraverso la costruzione di un rigassificatore, un’infrastruttura di stoccaggio della CO₂ (CCS) e il polo energetico Agnes
- Il nuovo rigassificatore vuole diversificare le fonti di approvvigionamento di gas e ridurre la dipendenza dalla Russia, per questo il progetto è stato approvato con procedura d’urgenza in 120 giorni
- La nave di stoccaggio e rigassificazione BW Singapore arriverà a Punta di Marina, a 8,5 km dalla costa di Ravenna, che dovrebbe essere pronta nel 2025. La nave ha una capacità di rigassificazione di circa cinque miliardi di metri cubi l’anno, un sesto della quantità importata finora dalla Russia
- La nave è a circuito aperto, sistema che causa il raffreddamento dell’acqua del mare e che utilizza candeggina nel sistema antivegetativo generando una serie di reazioni a catena imprevedibili e potenzialmente dannose
- Per ospitare il rigassificatore Ravenna riceverà 25 milioni di euro di misure di compensazione
Ravenna, nel 2025, si prepara ad accogliere una nave per convertire il gas da liquido a gassoso collocata a 8,5 chilometri dalla costa. Un vascello lungo trecento metri – con capacità di rigassificazione continua stimata di circa cinque miliardi di metri cubi all’anno – per rispondere alla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas e raggiungere l’indipendenza da quello russo.
Con l’invasione dell’Ucraina e all’aumento del prezzo del gas, i governi di 82 Paesi – tra cui l’Italia – hanno risposto aumentando il sostegno ai combustibili fossili anche attraverso la costruzione di due nuovi terminali FSRU (Floating Storage and Regasification Units, navi metaniere per il trasporto e lo stoccaggio di gas): BW Singapore, a Ravenna, e Golar Tundra, a Piombino, che verrà poi spostata a Vado Ligure. Entrambi i progetti fanno parte delle politiche strategiche con assegnazione diretta dal governo Draghi nel 2022 a Snam, società di trasporto del gas nazionale partecipata dallo Stato e proprietaria al 100% della struttura del FSRU di Ravenna.
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Un progetto a cui solo i giganti sono invitati. Oltre a Snam, gli attori chiave del nuovo rilancio energetico italiano sono grandi aziende nazionali come Techfem, Saipem e Rina, coinvolte nella progettazione dell’infrastruttura.
Un progetto che va avanti in parallelo su due fronti: da una parte i lavori per il collegamento tra la nave rigassificatrice BW Singapore, acquistata da Snam a BW LNG, e la rete di trasporto nazionale di gas. Dall’altro lato i lavori di adeguamento della piattaforma Petra che ospiterà la nave, assegnati alle aziende locali Rosetti Marino e Micoperi, entrambe operanti nel ravennate nei settori della cantieristica navale, delle piattaforme offshore e dell’oil&gas.
«Ravenna, capitale energetica italiana, metterà a disposizione il suo know-how per sostenere famiglie e imprese in un momento di così grave crisi energetica», ha dichiarato, durante la firma del decreto per l’approvazione dell’iter del progetto, Stefano Bonaccini, Presidente della regione Emilia Romagna e commissario straordinario per il progetto del rigassificatore (FSRU) di Ravenna, nonché neo eletto al parlamento europeo. Un aumento della produzione di combustibili fossili in netto contrasto sia con il trend dei reali consumi di gas in Italia che con gli obiettivi dell’Unione europea di riduzione degli stessi.
Secondo Giuseppe Tadolini, medico e portavoce del Coordinamento ravennate Per il Clima – Fuori dal Fossile: «Se le aziende del settore beneficeranno di enormi profitti già nella fase di costruzione, non saranno poi interessate a sapere se le stesse strutture verranno utilizzate o meno».
I terminal Gnl in Europa e la capacità di ciascuno
(in miliardi di metri cubi)
La capacità di stoccaggio di Gnl in Europa
(in miliardi di metri cubi)
Secondo il sindaco di Ravenna Michele De Pascale (Pd), favorevole all’investimento come dichiarato a IrpiMedia, «se si vuole un rigassificatore in Italia è difficile trovare un luogo che abbia le competenze e il mix di infrastrutture presenti a Ravenna. È il luogo corretto dove farlo».
Misure di compensazione per il ravennate
Un rigassificatore al largo della costa, in cambio nuovi lampioni led e piste ciclabili. Sono queste le misure di compensazione, per cui l’area del ravennate riceverà in particolare 25 milioni di euro, 10 milioni di compensazione per il territorio e 15 milioni per opere di mitigazione.
«Con una parte di queste risorse riqualificheremo e rigenereremo completamente uno dei lidi di Ravenna perché per noi anche lo sviluppo turistico è altrettanto importante e rilevante – spiega De Pascale – Realizzeremo e sistemeremo piste ciclabili costiere per potenziare e valorizzare la mobilità sostenibile; realizzeremo un forestry, una riforestazione di circa 100 ettari di territorio parte delle pinete storiche di Ravenna e completeremo la trasformazione a led di 10.000 punti luce della città di Ravenna, con un efficientamento energetico e un risparmio nella gestione».
Il progetto è stato approvato dal governo Draghi nel 2022 con procedura d’urgenza, proprio per «far fronte alla necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas ai fini della sicurezza energetica nazionale». Un nuovo terminale da cinque miliardi di metri cubi all’anno, quasi un sesto della quantità importata finora dalla Russia, e uno stoccaggio di 170 mila metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl).
«Per liberarsi dal gas di Mosca che arrivava via gasdotto, i governi hanno scelto di alimentare nuove dipendenze fossili, fedeli all’agenda delle multinazionali energetiche e delle istituzioni finanziarie», riferisce il report Sicurezza energetica per chi? Gli interessi di SNAM e Intesa Sanpaolo nel business del gas naturale liquefatto pubblicato nel 2023 da ReCommon:
«Arriva via nave (il gnl, ndr), da Paesi ricchi di criticità, dove la violazione dei diritti umani è ugualmente sistemica e la violenza si riverbera sul piano socio-economico in Paesi come l’Egitto, Israele, Qatar, Nigeria e Stati Uniti, solo per menzionarne alcuni – e, continua – un business che in Italia trova i suoi sponsor principali in Snam e Intesa Sanpaolo, tra le banche più impegnate in investimenti fossili».
Storia del ravennate
Segnata dalla promessa di decollo industriale – iniziato nel Dopoguerra e proseguito per tutti gli anni ’50 e ’60 – la città di Ravenna vive una crescita che coinvolge soprattutto le industrie estrattive, quelle manifatturiere e delle costruzioni, accanto a una sempre consistente presenza dell’occupazione agricola. È così che viene vista da molti Ravenna: un territorio in cui il nuovo rigassificatore calza a pennello.
Il numero di rigassificatori in Europa
In Distretti, imprese, classe operaia. L’industrializzazione dell’Emilia-Romagna, Pier Paolo D’Attorre e Vera Zamagnin raccontano come Camera di commercio e il comune di Ravenna siano stati attori fondamentali, che hanno determinato i meccanismi di sviluppo industriale della zona.
A partire dagli anni ‘50, la città diventa la capitale italiana del gas. Al largo delle coste si costruiscono numerose piattaforme estrattive che permettono la nascita di aziende ancora oggi importanti nel settore dell’offshore nazionale e internazionale. Una crescita fuori da qualsiasi regola urbanistica, con conseguente distruzione di orti e giardini interni, edificazione massiccia di case sulla costa ravennate, e la trasformazione di Marina di Ravenna in un quartiere distaccato dalla città per il turismo di massa e il ceto medio cittadino.
A partire dal 1953, a livello nazionale, la petrolchimica si trasforma nella principale forza motrice dello sviluppo italiano anche grazie alla legge istitutiva dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni). È Enrico Mattei, commissario liquidatore dell’Azienda generale italiana petroli (Agip) e successivamente fondatore di Eni, a volere fortemente che l’azienda si stabilisca nel ravennate. Secondo Mattei, quel territorio è «destinatario preferito della legislazione speciale [dove] ormai l’industria chimica di base [è] sollecitata ad applicare tecnologie, know how e capitali importanti», come riportato da D’Attorre e Zamagnin.
Il ravennate ha tutti gli elementi chiave: un territorio vicino alla materia prima, il metano; un’area per insediamenti economicamente e logisticamente interessanti, costituita prevalentemente da terreni vallivi e a ridosso della pineta; la presenza del porto, canale rapido per la commercializzazione della produzione. Dispone di un bacino di manodopera agricola sotto-occupata capace di garantire forza lavoro a buon mercato. Il tutto, senza garanzie di un sistema di rifornimento idrico adeguato per uso industriale. Eni acquista i terreni ritenuti idonei per 50 milioni di lire, nonostante la valutazione dell’Ufficio patrimoniale del comune l’avesse stimata per 105 milioni.
In pochi anni Ravenna si trasforma in una città chimica con 16 chilometri di strade di una centrale termoelettrica che fornisce energia e vapore agli stabilimenti produttivi. Nel 1957 la Camera di Commercio richiede un nuovo progetto che approfondisca lo studio dei fondali per consentire l’attracco alle navi di grande tonnellaggio, la costruzione di un nuovo scalo industriale e la creazione di un’area di attracco e movimentazione per navi di grande cabotaggio, con lo scopo di sviluppare un porto industriale pilota rivolto alle esportazioni verso il Medio Oriente e il Sud globale.
Per approfondire
La proposta non arriva nemmeno al dibattito parlamentare, ma quella diventa l’occasione per porre, su iniziativa di Mattei le basi della Sapir, Società per azioni per il porto di Ravenna che ottiene il ruolo di concessionario dell’esecuzione delle opere portuali e di gestore delle strutture portuali per conto dello stato. Ma solo nel 1969 si vedrà la stesura di una proposta di legge per la costituzione di un ente di diritto pubblico responsabile delle opere portuali.
Il rigassificatore
Il “luogo perfetto”, le condizioni ottimali, la necessità nazionale: il nuovo rigassificatore sarà collocato nelle acque che bagnano Ravenna, al largo di Punta Marina. La nave BW Singapore è stata acquistata da Snam per 367 milioni di euro.
Secondo il progetto originale «l’entrata in esercizio del Progetto FSRU Ravenna è prevista non oltre il mese di settembre, con l’obiettivo di anticiparla a luglio 2024» e renderla operativa nell’inverno del 2025. «Sono stati fatti tutti i passaggi necessari. A tutti gli enti e uffici è stato chiesto di esprimere un parere in 120 giorni, in quanto progetto strategico per il Paese e quindi prioritario», sottolinea il sindaco di Ravenna Michele De Pascale a IrpiMedia.
Sono stati solo la lista civica La Pigna guidata da Veronica Verlicchi e alcuni comitati locali formati da professionisti e ingegneri come Giuseppe Tadolini e Riccardo Merendi ad opporsi al progetto.
Sono stati sufficienti 120 giorni per approvare un progetto da 250-300 milioni di euro di investimento per adeguare le strutture con costi operativi di decine di milioni di euro all’anno. Costi che si sommano all’acquisto della nave stessa. Il «progetto emergenza gas incremento di capacità di rigassificazione» contenuto nel DL 17.05.2022, n.50, è stato approvato senza seguire il tradizionale iter di analisi economica e di impatto ambientale da parte di Snam, la quale ha infatti fornito valutazioni parziali.
Esperti come l’ingegnere Riccardo Merendi e alcuni comitati locali come il Coordinamento ravennate Per il Clima – Fuori dal Fossile hanno individuato nella documentazione errori e disattenzioni. Il conteggio delle briccole, lo spostamento del PDE Wobbe (vedi box) e la comparsa del nome del progetto di Vado Ligure sul testo riferito al progetto di Ravenna sono solo alcuni degli errori e disattenzioni che comunque non hanno impedito il nulla osta da parte del Mise, il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Ora sono stati corretti – interamente o in parte – e non sono più soggetti a ulteriori controlli di approvazione. Lontano dagli occhi, lontano dalle revisioni ordinarie.
«I lavori verranno completati entro fine anno, come definito dal piano di lavoro», afferma Stefano Venier, amministratore delegato di Snam. «I lavori onshore hanno raggiunto il 70% mentre quelli offshore il 30%. L’obiettivo rimane quello di concludere i lavori per l’arrivo della nave nel 2025.»


La promessa di riutilizzare piattaforme esistenti è, appunto, rimasta una promessa. L’FSRU di Ravenna avrebbe dovuto essere costruito infatti in corrispondenza della già esistente piattaforma offshore Petra (sempre al largo di Punta Marina), semplicemente adeguandola e ammodernandola per accogliere nuovo rigassificatore. Il riutilizzo della struttura, spiega Snam, permetterebbe l’abbattimento di costi e tempi di lavorazione. Tuttavia, da febbraio 2024 si sta lavorando allo smantellamento della piattaforma stessa, con un aumento significativo dei costi di produzione.
Come funziona un rigassificatore offshore a circuito aperto
Le navi rigassificatrici o Floating Storage and Regasification Unit (FSRU) trasformano il gas naturale liquefatto (GNL). Il gas allo stato liquido occupa meno volume rispetto a quello allo stato gassoso e può quindi essere trasportato con maggiore facilità. Viene trasportato nelle navi metaniere fino alle FSRU dove il gas viene riportato allo stato gassoso in modo che poi possa essere distribuito dalla rete nazionale. Il gas diventa liquido a -162 gradi e mantiene questa temperatura fino al raggiungimento della FSRU. Una volta raggiunta la piattaforma offshore, il gas passa dalla nave metaniera alla nave rigassificatrice.
L’acqua del mare viene prelevata, messa a contatto con i radiatori dove si trova il gas naturale liquefatto e poi reimmessa in mare. Lo scambio termico tra l’acqua del mare e il gas permette al gas di tornare in forma gassosa, pronto per essere immesso nella rete nazionale.
Secondo il progetto presentato da Snam, l’FSRU ravennate sarà in grado di stoccare fino a 170 mila metri cubi di Gnl, rigassificarlo e trasferirlo in una nuova condotta che lo convoglierà nel punto di connessione alla Rete Gasdotti posto a circa 42 km dal punto di ormeggio presso la piattaforma Petra. L’FSRU verrà rifornita ad intervalli regolari ogni 5-7 giorni da navi metaniere e sarà anche in grado di rifornire a sua volta metaniere di piccola o media taglia.
L’impianto a Punta di Marina verrà collegato alla Rete nazionale gasdotti attraverso la costruzione di metanodotti a terra (onshore). Scafi metanieri che trasportano Gnl sia in entrata che in uscita dal Terminale BW Singapore permetteranno invece le operazioni in mare (offshore) di carico e scarico.
Ma Ravenna non si ferma al gas. In prossimità del rigassificatore, verranno costruiti il polo energetico offshore Romagna1&2 di Agnes Holding Srl e il progetto Callisto, l’infrastruttura di stoccaggio della CO₂ (Carbon Capture and Storage – CCS) sviluppata da Eni. In aggiunta, il progetto del rigassificatore prevederebbe anche la costruzione di un tratto di metanodotto a mare e di un tratto a terra congiuntamente all’impianto di regolamentazione denominato PDE Wobbe.
«Spesso si pensa che siano due cose separate, il PDE e il rigassificatore, ma senza l’una l’altra non può funzionare. Sono un meccanismo unico», spiega l’ingegnere Riccardo Merendi.
Cos’è l’indice di Wobbe
Sulla base della densità di due gas e del loro volume, l’indice di Wobbe permette di confrontare il loro potere calorifico.
Il PDE-Wobbe è, dunque, l’impianto nel quale sarà trattato il gas prima di essere immesso nella rete nazionale. Un passaggio delicato e fondamentale nel processo di rigassificazione.
Le apparecchiature e i sistemi dedicati alla correzione dell’indice di Wobbe sono stati previsti in un impianto dedicato posto in prossimità dell’impianto di filtraggio e misura fiscale (PDE FSRU di Ravenna e impianto di regolazione DP 100-75 bar) ubicato in località Punta Marina.
Nonostante Ravenna venga descritta come il luogo perfetto per il rigassificatore, il territorio dovrà modificarsi per accoglierlo. Sarà infatti necessario fare dei dragaggi, scavi nella sabbia realizzati sott’acqua necessari a spostare il materiale del fondale e a minimizzare la quantità d’acqua rimossa assieme ai sedimenti. I detriti andrebbero poi all’interno di cassoni.
Se per l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell’Emilia-Romagna (Arpae) «ogni futura (eventualmente periodica) attività di immersione a mare dei sedimenti dragati dovrà essere soggetta ad autorizzazione e in tale contesto verranno valutati tutti gli aspetti tecnici pertinenti anche alla luce dei dati di monitoraggio trasmessi», secondo l’ingegnere Merendi è più impegnativo di come viene presentato e «la necessità di dragaggi sarà invece costante».
Un’infrastruttura problematica
Il progetto è stato presentato secondo i dettagli citati, ma diversi esperti, cittadini e politici hanno fatto emergere molteplici criticità, in primis l’immissione di cloro nel mare. Nei sistemi di rigassificazione a circuito aperto, come Ravenna, l’acqua del mare viene utilizzata per fornire il calore necessario a far tornare il Gnl allo stato gassoso per poi essere re-immesso in mare. Per evitare che alcuni organismi possano proliferare all’interno della struttura, l’acqua del mare utilizzata per il processo di raffreddamento viene trattata con ipoclorito di sodio (NaClO), comune varechina, utilizzata proprio per la sua azione disinfettante.
«La mistificazione che tutti gli Studi d’Impatto Ambientale vanno proponendo sulla partita dei rigassificatori in Italia è quella di considerare come potenziale danno ambientale i soli effetti del cloro attivo residuo presente allo scarico», scrive il comitato scientifico del Wwf di Trieste nel report del 2011 L’utilizzo di acqua di mare negli impianti di rigassificazione del Gnl.
Secondo Margherita Venturi, professoressa di Chimica all’Università di Bologna e attivista di Fridays For Future Forlì, a essere dannoso per l’ambiente marino e i suoi organismi non è solo l’utilizzo di ipoclorito di sodio ma le reazioni che si scateno una volta che l’ipoclorito viene immesso nuovamente nell’acqua:
«L’ipoclorito genera Cl2, cloro attivo (all’interno dell’impianto si hanno tenori dell’ordine di 2 mg/litro, una quantità massiccia), che va a reagire con tutte le sostanze organiche presenti nell’acqua di mare. Perciò l’acqua che poi viene rimessa è diversa da quella che è stata presa in partenza perché contiene delle sostanze organiche clorurate che prima non c’erano e che sono tossiche per l’ambiente acquatico». E se è vero che si useranno sistemi chimici per ridurre il cloro attivo sversato, al fine di rientrare nei parametri di legge (0,2mg/litro), non è risolto il problema delle reazioni che questo può causare
Sulle possibili conseguenze, Venturi aggiunge: «Non mi sembra che gli studi fatti fino ad adesso siano così dettagliati da poter assicurare sulle conseguenze», e aggiunge: «Esistono soluzioni alternative, meno dannose, ma sono molto costose, non permetterebbero di rientrare nei costi di Snam».
Secondo alcune delle osservazioni stilate da Italia Nostra Viva un impianto di questa portata rilascia circa 125 tonnellate all’anno di sostanze organiche legate al cloro. In altre parole, dopo che vengono aggiunte sostanze (comunque tossiche) per abbassare i livelli di cloro, l’acqua è sterile, inutilizzabile per le funzioni che svolge nell’ecosistema. Perde la quasi totalità delle forme di vita veicolate dall’acqua (uova, larve e avannotti, organismi planctonici) e induce artificialmente la selezione di quelle forme batteriche resistenti al processo di clorazione, formando biofilm (una aggregazione complessa di microrganismi).
«Queste sostanze sono molecole ricomprese – ai sensi della normativa comunitaria – tra le “sostanze prioritarie” monitorate per lo stato di salute dei corpi idrici», specifica Carlo Franzosini, biologo marino della Riserva Marina di Miramare (Trieste). Un impianto come quello previsto a Ravenna preleva, e poi restituisce sterilizzati, circa 400 mila metri cubi di acqua marina al giorno. Sono 4,63 m3 al secondo, la portata di un grosso torrente o di un fiume come il Lamone che scorre in Toscana e in Romagna.
Ad aggravare la situazione è la collocazione del rigassificatore a pochi chilometri da diverse aree che necessitano particolari tutele per la presenza di specifici animali e microorganismi, come l’Area Fuori Ravenna, una Zona di tutela biologica (ZTB), una delle due aree protette del Sito rete natura 2000 ed è parte anche dell’area Ecologically or Biologically Significant Areas (EBSAs).


L’Adriatico è tra le zone più produttive per l’industria ittica e dei molluschi nel bacino Mediterraneo. Negli ultimi anni è stato soggetto a un processo di oligotrofizzazione, cioè l’impoverimento di sostanze nutritive di un ecosistema. Questo processo provoca delle schiume nelle aree più produttive e ricche di plancton come ad esempio nei pressi dello sbocco del Po nell’Adriatico.
«Forse saranno contenute con le panne, forse arriveranno a riva, ma la verità è che nessuno sa cosa succederà», spiega Merendi.
Anche a Porto Viro, una località in Veneto a soli 75 km da Ravenna, riconosciuta come uno dei mari più ricchi e produttivi per la pesca della penisola, è stato costruito un rigassificatore (Lng Adriatic), attivo dal 2009. Nel 2011 si formarono schiume adiacenti alla struttura, un fenomeno da non sottovalutare, pericoloso per l’ecosistema marino.
Quando fu chiesto ad Ispra di svolgere delle valutazioni ambientali sulla schiuma adiacente all’impianto di rigassificazione della zona, emerse dai documenti che «la presenza di composti clororganici è, con molta probabilità, dovuta all’impiego di cloro attivo, e quindi riconducibile prevalentemente ad attività di tipo antropico». Data la vicinanza delle due località, i rischi che episodi legati alla formazione di schiume si verifichino nuovamente dovrebbe essere d’interesse per la valutazione d’impatto ambientale, argomento ora assente all’interno dei documenti relativi al progetto di Ravenna.
Alle reazioni a catena innescate dal cloro attivo si aggiunge un’altra problematica: il raffreddamento dell’acqua. Snam nel progetto scrive che a Ravenna le condizioni dell’acqua torneranno a quelle originarie già a pochi metri dallo sversamento, al punto da non poter danneggiare le attività locali. L’azienda sostiene anche che i monitoraggi condotti l’abbiano già dimostrato. Inoltre, «alcuni studi più approfonditi condotti dall’Università di Genova evidenziano come i livelli di temperatura inferiore dell’acqua siano circoscritti a un ambito talmente ristretto da non poter in alcun modo danneggiare le attività agro-ittiche locali».

A questo si aggiunge lo stress termico a cui l’acqua è sottoposta. Secondo Franzosini «avviene per un salto di temperatura fino a 162 gradi», contribuendo a mutare i normali equilibri marini. «Cambiare temperatura in acqua significa cambiare la popolazione di quell’acqua e noi ci nutriamo di questo – aggiunge Venturi, – tutto quello che accade in mare poi si ripercuote sul suolo, sulla terra e sull’acqua, sono due comparti fondamentali per noi e la nostra biosfera».
Per Arpae la risposta sta nel piano di monitoraggio ambientale «che è lo strumento che consente di valutare l’andamento delle attività nel tempo ed il loro potenziale impatto sugli ecosistemi anche al fine di intervenire prontamente qualora si manifestassero». Ma non è chiaro cosa si potrà fare una volta che il rigassificatore sarà in funzione, se si verificasse un reale danno ambientale.
Perdite di metano
Il Gas Naturale Liquefatto (Gnl) è presentato come un’alternativa ecologica ma molti esperti sollevano dubbi sulla sua sostenibilità. Il metano, nonostante la sua più breve permanenza in atmosfera rispetto alla CO2, ha un forte impatto climatico. Secondo il movimento e think tank Say No to Lng, il metano, quando disperso in atmosfera, ha un potenziale di gas serra 86 volte superiore a quello della CO2.
Questo contrasta con gli obiettivi internazionali del Global Methane Pledge, accordo lanciato alla COP 26 da Unione europea e Stati Uniti, firmato dall’Italia e altri 154 Paesi, per ridurre le emissioni globali di metano del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020. Oltre al potenziale impatto alterante sul clima, esiste un rischio legato alla combustione del metano:
«Quando il metano brucia forma un particolato molto sottile e – spiega Venturi – sono polveri ancora più sottili del conosciuto pm10, dannose per il nostro sistema respiratorio».
Snam risponde sostenendo di voler condurre un censimento e un monitoraggio delle sorgenti di emissioni fuggitive durante l’esercizio della FSRU per evitare emissioni di metano in atmosfera durante il normale funzionamento.
Le strutture hydrogen ready
«L’infrastruttura del rigassificatore è già hydrogen ready, quindi già studiata perché un domani non debba più essere necessario importare metano ma idrogeno verde» – racconta il sindaco di Ravenna Michele De Pascale .
Le strutture hydrogen ready sono costruite con materiali tali per cui possono già essere utilizzate per contenere e trasportare idrogeno. Le certificazioni di H2 readiness servono a certificare che gli impianti abbiano le caratteristiche necessarie per essere utilizzate a idrogeno.
Nel progetto del rigassificatore originariamente approvato, non si fa menzione della possibilità di riconvertire la struttura per l’idrogeno, di H2 readiness o di eventuali certificazioni. Snam ne parla però in risposta a una delle osservazioni al lavoro fatte da Tadolini e dal progetto civico e politico “Ravenna Coraggiosa”, riguardo la permanenza della struttura galleggiante in mare. La durata della concessione è infatti di 25 anni. «È evidente che tale periodo di concessione verrà con ogni probabilità a coincidere con il reale tempo di permanenza andando contro ogni programma di progressivo abbandono delle fonti fossili» sottolinea Tadolini nell’osservazione. In questa occasione Snam risponde che si tratta di strutture che rispettano «i criteri di progettazione dell’opera consentiranno il trasporto di miscele idrogeno-gas naturale fino al 100% (H2 ready) in linea con gli obiettivi della transizione energetica». Soluzioni proposte in risposta a integrazioni ma non descritte con rapporti tecnici nel progetto né valutate dalla commissione straordinaria.
L’idrogeno infatti a contatto con materiali duttili, anche ad alta resistenza come l’acciaio, li rende più fragili e ne aumenta la possibilità di rottura. Snam sul proprio sito dichiara che su più di 38.000 km di rete di trasporto il 99% della rete nazionale, a oggi, è già hydrogen ready, anche se in questo caso si parla di percentuali non superiori al 10%, mischiate al metano
L’obiettivo dichiarato è quello di iniziare a utilizzare l’idrogeno non appena possibile. Per questo sono molte le aziende che si sono attivate per stringere accordi e dare il via a progetti in materia. In alcuni casi si tratta di start up nate dal lavoro di ricerca, molto più spesso si tratta di aziende già inserite nel mercato dell’energia. Tra queste c’è anche Saipem che ha lanciato SUISO, la sua soluzione tecnologica per la produzione offshore di idrogeno verde e la riconversione delle piattaforme oil&gas. La stessa che potrebbe essere utilizzata per il rigassificatore di Ravenna.
Secondo Tadolini, «il rigassificatore che deve arrivare a Ravenna è stato trattato come opera di emergenza: è stato nominato un commissario straordinario, come se fossimo di fronte a un terremoto o a una calamità naturale sulla quale c’era da prendere una decisione urgente. Sono stati saltati dei passaggi che invece erano necessari. Una battuta che si fa qui in Romagna sui tempi di autorizzazione del rigassificatore è che neanche per il chiosco di una piadineria ci sono tempi così brevi».
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