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Dalla cima di una piccola collina dove spicca l’antica fortezza Ramana Qalasi, si apre un enorme cimitero di trivelle. Il luogo si trova poco lontano da Baku, capitale dell’Azerbaijan. Qui quando un giacimento petrolifero si esaurisce, l’impianto resta, perché il costo dello smantellamento è considerato troppo alto. Ci sono però sempre nuovi pozzi da costruire, dai quali estrarre le principali risorse del Paese: gas e petrolio. In mezzo a quella distesa di suolo grigio, pozze fangose e trivelle, nuove e in disuso, si vive: sorgono case dove si stendono i panni ad asciugare, gli animali pascolano e i bambini corrono in cerca di qualche pezzo di ferro o povero tesoro.
Le trivelle sono un elemento urbanistico tanto connaturato all’Azerbaijan che nei negozi di souvenir del centro di Baku se ne vendono versioni in miniatura. Proprio nelle acque del Mar Caspio, a largo della capitale, fu aperto il primo pozzo offshore della storia nel 1803, seguito dalla prima trivellazione a terra nel 1844.
L’inchiesta in breve
- L’Azerbaijan è stato il primo Paese ad aprire pozzi petroliferi al mondo. Anche oggi petrolio e gas rappresentano il 40% del Pil nazionale e il 90% dei proventi totali delle esportazioni
- Nel 2022, la Commissione europea ha firmato un accordo per aumentare le forniture di gas da otto a venti miliardi di metri cubi entro il 2027 per abbandonare sempre di più le forniture russe
- L’economista Gubad Ibadoghlu, insieme al figlio, ha scritto che, a causa dei limiti nella produzione, l’Azerbaijan non può rispettare questi accordi in tempo, se non importando a sua volta gas dalla Russia o dal Turkmenistan. L’economista è stato incarcerato e tuttora si trova agli arresti domiciliari
- La produzione di gas causa inoltre forti impatti ambientali. Nel villaggio di Sangachal, all’ombra del principale terminal da cui parte il gas diretto in Europa, l’inquinamento del suolo ha causato gravi danni alle coltivazioni e agli allevamenti e l’aria inquinata provoca problemi respiratori agli abitanti
- A causa dell’inquinamento, anche il livello del Mar Caspio, il più grande bacino d’acqua salata al mondo, si abbassa a un ritmo elevato. Questo ha un forte impatto sugli ecosistemi e sulle comunità locali. I governi dei Paesi rivieraschi, però, non intervengono
- Sono moltissime anche le violazioni dei diritti dei lavoratori nel settore dell’oil&gas azero e, secondo l’unico sindacato indipendente, il nepotismo diffuso favorisce un clima di impunità
L’ostentata ricchezza portata al Paese dalle sue risorse naturali è storicamente rimasta nelle mani di pochi magnati locali e investitori stranieri. Negli ultimi due decenni, petrolio e gas hanno rappresentato in media il 40% del Pil nazionale e il 90% dei proventi totali delle esportazioni. I proventi degli idrocarburi hanno finanziato l’espansione del resto dell’economia, rendendo la crescita economica fortemente dipendente dalla volatilità dei prezzi dell’energia.
Nonostante il Paese dichiari di voler diversificare le fonti del suo sviluppo economico, a quanto emerge dall’analisi della Banca di sviluppo asiatica pubblicata ad aprile del 2024, «l’economia dell’Azerbaijan rimane fortemente dipendente dagli idrocarburi». «Nel periodo 2020-2040 – prosegue – le temperature medie in Azerbaijan saranno tra 0.5°C-1.5° superiori a quelle registrate negli anni 1971-2000, mentre le precipitazioni saranno inferiori del 10-20%». Inoltre, secondo i dati raccolti dall’agenzia specializzata Rystad Energy e analizzati dall’ong internazionale Global Witness, l’Azerbaijan prevede di incrementare la produzione di combustibili fossili di un terzo nel prossimo decennio, ovvero di circa 12 miliardi di metri cubi (bcm), confermando così la sua irrisolvibile dipendenza dal fossile. L’Azerbaijan è venticinquesimo al mondo per riserve di gas naturale, con 1.900 miliardi di metri cubi secondo l’Opec.

La scarsa manodopera qualificata, le limitazioni alla concorrenza di mercato e la forte presenza di imprese statali hanno limitato la crescita delle numerose aziende private al di fuori dell’oil&gas. E lontano dai grattacieli di Baku, la città che copre il 2,5% del territorio dove si concentra l’80% del Pil nazionale, la realtà di chi lavora nel fossile è tutt’altro che sfarzosa.
All’ombra del Terminal Sangachal
Circa 50 chilometri a sud della capitale, si trova il terminal di petrolio e gas più importante del Paese. L’impianto, quasi 700 ettari, è gestito della britannica British Petroleum (Bp). Al suo fianco, schiacciato tra l’autostrada e i binari della ferrovia, utilizzata solo per trasportare materiali industriali, si trova il villaggio di Sangachal.
Al tempo della Via della seta, Sangachal era un celebre snodo commerciale, mentre ora sembra più che altro un villaggio dormitorio, con le case basse circondate da mura in pietra e cancelli chiusi. In una delle piazzette spiccano tre grandi bandiere: Azerbaijan, Turchia e Pakistan, l’unico Paese al mondo a non riconoscere l’Armenia – con cui l’Azerbaijan è sostanzialmente in guerra dalla fine dell’Unione Sovietica – come Stato.
Secondo l’ultimo report dell’ong americana Crude Accountability, Flames of Toxicity (2021), che ha condotto analisi satellitari e sopralluoghi nel villaggio, i preoccupanti livelli di inquinamento dell’aria, anche a causa dei molti episodi di combustione di gas naturale (flaring) presso il terminal, e del suolo hanno causato gravi danni alle coltivazioni e agli animali di allevamento a Sangachal e nei villaggi limitrofi. Nel report è citato un monitoraggio indipendente dell’Agenzia per il registro delle sostanze tossiche e delle malattie statunitense che ha rilevato livelli elevati di anidride solforosa, associata alla produzione di petrolio. In caso di esposizione prolungata questa sostanza causa problemi respiratori ed è particolarmente dannosa per i bambini.
Tra le risorse energetiche fossili che arrivano al Terminal Sangachal, c’è il gas del giacimento offshore di Shah Deniz, nel Mar Caspio. Secondo le stime, ne custodisce oltre mille miliardi di metri cubi e secondo la società di analisi Rystad Energy, ne produrrà 411 bcm nei prossimi dieci anni, generando 781 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente di quanto emette l’Italia intera in circa due anni.
Scoperto nel 1999 da British Petroleum, che è il più importante investitore straniero in Azerbaijan, il giacimento è controllato al 29,99% dalla società britannica, al 19,99% dalla russa Lukoil, al 19% dalla società pubblica turca Turkyie Petrolleri più altri soci minori.
Più della metà del gas che arriva al Terminal Sangachal viaggia poi verso i mercati europei, principalmente attraverso il Southern gas corridor (Sgc), altro azionista del giacimento Shah Deniz al 16,09%. Il Sgc è un’infrastruttura di proprietà dello Stato dell’Azerbaijan e di Socar, la società pubblica dell’oil&gas. Il Corridoio meridionale del gas è composto a sua volta da tre gasdotti, 772 chilometri a terra e 105 in mare: il gasdotto del Caucaso meridionale (South Caucasus Pipeline, Scp), che va da Baku a Tblisi (Georgia) e Erzurum (Turchia); il gasdotto Trans-anatolico (Trans anatolian pipeline, Tanap), che attraversa tutta la Turchia e da ultimo il gasdotto Trans-adriatico (Trans adriatic pipeline, Tap), che dalle coste turche arriva a quelle pugliesi trasportando sempre il gas azero.
Il 18 luglio del 2022, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in visita ufficiale a Baku, ha firmato un Memorandum of Understanding on Strategic Partnership. Ha definito l’Azerbaijan un «partner affidabile», ponendo con questo accordo l’obiettivo di aumentare le forniture di gas dagli otto miliardi di metri cubi del 2021 a venti miliardi di metri cubi entro il 2027. Una mossa che rientra nel piano europeo per affrancarsi dal gas russo a seguito dell’invasione dell’Ucraina del febbraio del 2022.
In uno degli unici punti di ritrovo di Sangachal, una piccola taverna, alcuni uomini sono immersi nel popolarissimo gioco del domino. «Fatichiamo tutti ad arrivare a fine mese», dice uno degli avventori. Molti di coloro che lavoravano al Terminal sono stati licenziati, raccontano, e la stragrande maggioranza lavora con contratti precari. «Prima Sangachal era meta di immigrazione interna per i lavoratori del fossile, ma negli ultimi anni almeno mille persone – su una popolazione di appena quattromila – hanno lasciato il villaggio e sono andate a lavorare in Russia e in Europa».
Dove esporta l’Azerbaijan
L’Europa è destinataria di quasi il 75% di tutte le esportazioni dell’Azerbaijan nel 2022, il 47% ha raggiunto l’Italia
Cosa importa l’Italia dall’Azerbaijan
Nel 2022 l’Italia ha importato dall’Azerbaijan 11,4 miliardi di dollari di gas in forma gassosa e 6,7 miliardi in prodotti petroliferi
Dati: cepii.fr 2022 | IrpiMedia | Creato con Flourish
I dubbi sulle riserve di gas azero
Il governo dell’Azerbaijan prevede di aumentare costantemente la produzione di gas naturale fino a quasi 50 miliardi di metri cubi, in modo da poter rispettare i patti stretti con l’Unione europea. Dalla firma del memorandum nel 2022, in effetti le importazioni di gas azero sono aumentate del 50%, passando da otto miliardi di metri cubi del 2021 a 12 miliardi di metri cubi nel 2023. Tuttavia, alcuni esperti hanno messo in dubbio la capacità dell’Azerbaijan di mantenere le sue promesse.
A luglio del 2023 è uscito un articolo molto rilevante sulla rivista Foreign Policy Review dell’Istituto ungherese per gli affari internazionali, un ente non profit ungherese di proprietà pubblica. A firmare la ricerca sono l’economista Gubad Ibadoghlu e suo figlio Ibad Bayramov, analista finanziario di Morgan Stanley, entrambi azeri. Partendo dall’analisi dei dati delle agenzie di rating, i due autori mettono in evidenza che la produzione di gas naturale in Azerbaijan si evolverà in modo ondulatorio: se nell’intervallo tra il 2023 e il 2025 la produzione di gas sta aumentando, inizierà a diminuire leggermente nel 2026, tornando a crescere di qualche punto percentuale solo dal 2030.
Quindi, secondo gli autori, sebbene la produzione e l’esportazione di gas mostrino attualmente un trend positivo, «l’Azerbaijan non è in grado di soddisfare il volume richiesto dal Memorandum d’intesa con la Commissione europea nel settore energetico». L’obiettivo europeo di sostituire le importazioni di gas russo è quindi «un sogno irrealizzabile nel breve termine».
Inoltre, il crescente consumo interno di gas contribuisce a rallentare l’export potenziale. Secondo gli studi dell’economista indipendente Toghrul Veliyev del Baku Research Institute, non sono stati ancora raggiunti risultati significativi per una maggiore efficienza energetica interna e la domanda continuerà quindi a salire. Pertanto le esportazioni possono aumentare solo di altri 2,5-3 miliardi di metri cubi entro il 2026, che, sommandosi ai 12 miliardi attuali, porterebbero a un massimo di 15 miliardi verso l’Ue entro il 2027, ben lontano dall’obiettivo di venti miliardi concordato con Bruxelles.
«L’unico modo possibile per l’Azerbaijan di adempiere ai propri obblighi nei confronti dell’Europa entro il 2027 sarebbe quello di acquistare ulteriore gas dalla Russia e dal Turkmenistan», due dei Paesi dai quali Baku importa (la Russia è il principale). «Questo – conclude l’articolo – sarebbe del tutto controproducente, vista la logica politica del memorandum energetico Ue-Azerbaijan». In pratica, mescolare le forniture di origine diversa, per poi trasferirle in Europa, potrebbe essere la chiave per Baku per riuscire a mantenere gli impegni presi con la Commissione europea. Ad oggi, infatti, il gas naturale russo non è un bene sotto sanzione.
Le russe Lukoil e Gazprom in Azerbaijan
Al momento della firma dell’accordo con l’Ue, secondo i dati di Rystad Energy, la società privata russa Lukoil era il terzo produttore di gas (quota pari al 15% del totale) in Azerbaijan. Il gruppo energetico russo prevede di ottenere profitti per sette miliardi di dollari tra il 2024 e il 2033 dalla sua quota nel giacimento di Shah Deniz, anche grazie alla crescente domanda di gas dall’Europa. Sanzionata negli Stati Uniti ma non nell’Unione europea, Lukoil, tra il 2015 e il 2020, ha versato 63,8 miliardi di dollari al governo russo, principalmente in tasse, secondo il sito specializzato resourceprojects.org.
Anche l’azienda statale di oil&gas russa Gazprom lavora in Azerbaijan, gestendo insieme a Socar il gasdotto l’Hajigabul-Mozdok che collega i due Paesi. Ad agosto 2024 Putin e Aliyev si sono trovati a Baku e le rispettive aziende statali di idrocarburi si sono accordate per incrementare le partnership strategiche.
Il 23 luglio del 2023, nei giorni che precedevano l’uscita dell’articolo sulla Foreign Policy Review, Gubad Ibadoghlu è stato arrestato dalle autorità azere per presunta contraffazione di denaro e possesso di materiali che promuovono l’estremismo religioso. L’economista della London School of Economics in Azerbaijan è conosciuto come difensore dei diritti umani e per le posizioni critiche nei confronti dell’industria dei combustibili fossili. È rimasto in carcere fino ad aprile 2024, quando è stato rilasciato agli arresti domiciliari.
«Mio padre non ha accesso alle cure mediche, la sua carta nazionale è stata confiscata dal governo e quindi non può essere registrato in ospedale», spiega Zhala Bayramova, altra figlia di Ibadoghlu, in un’intervista con IrpiMedia. L’economista soffre di aneurisma cardiaco e diabete, problemi che sono gravemente peggiorati durante la detenzione. «Hanno bloccato il suo caso – prosegue – Non ci sono udienze in tribunale o indagini, non succede nulla da mesi». Bayramova parla della campagna diffamatoria delle autorità azere e dei rischi per la sicurezza che lei e i suoi fratelli stanno incontrando nel loro attivismo per liberare il padre.
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Per ovviare ai limiti di produzione che mettono in crisi le promesse all’Unione europea, l’Azerbaijan spera in maggiori investimenti per aprire nuovi pozzi e far fruttare il più rapidamente possibile quelli esistenti. Nel luglio 2024 l’Azerbaijan ha chiesto all’Ue di impegnarsi a stipulare contratti di gas più lunghi per dare certezza agli investitori. «Questa è una contraddizione rispetto all’agenda europea: da un lato l’Ue vorrebbe portare alla completa eliminazione degli idrocarburi nei prossimi decenni, dall’altro continua a sollecitare questi Paesi ad aumentare le forniture», afferma Francesco Sassi, ricercatore in geopolitica e mercati dell’energia presso il think tank Ricerche Industriali ed Energetiche (RIE).
La crisi idrica e il Mar Caspio
In Azerbaijan le conseguenze del cambiamento climatico sono evidenti. La temperatura media negli ultimi anni è cresciuta esponenzialmente: tra il 1990 e il 2020, i giorni in cui ha superato i 35 gradi sono più che quadruplicati rispetto al trentennio precedente. Questo si traduce in una crisi idrica che affligge drammaticamente il Paese.
«Non vediamo alcun passo serio nella politica del governo rispetto a questo problema», spiega Elmir Abbasov, attivista del gruppo pro-democrazia Nida e giornalista nel canale indipendente Toplum TV, chiuso dopo un’incursione della polizia nel marzo del 2024. «Nelle regioni i contadini faticano a irrigare i campi, mentre il governo fa arrivare l’acqua solo ai grandi proprietari», commenta. A soffrirne sono diverse zone del Paese: Zaqatala nel Nord, una regione agricola, dove la siccità dura da anni, come alcuni quartieri di Baku, rimasti senz’acqua durante la scorsa estate.

A duecento chilometri a sud del Terminal Sangachal, in direzione dell’Iran, si trova Balıqçılar, il “villaggio dei pescatori”. Un tempo, le onde lambivano le case, ma oggi del mare non c’è più traccia. Al suo posto c’è una strada che taglia il paese. Per il 95% dei residenti, da generazioni impegnati nella pesca, il progressivo ritiro del Mar Caspio è una tragedia. Il più grande bacino d’acqua interno del mondo si riduce, secondo studi che risalgono al 2018, in media di di sei-sette centimetri all’anno.
«Vivere senza pesce è difficile – racconta un pescatore dal volto segnato dal sole e dagli spessi baffi, davanti a un piccolo negozio di alimentari – Quando ero bambino, mio padre pescava tutto l’inverno e d’estate si andava in vacanza. Ora questo è solo un lontano ricordo». Aggiunge che molti abitanti del villaggio hanno già lasciato il Paese, emigrando in Russia o in Turchia in cerca di una vita migliore. «Prima dovevamo spingerci solo due-tre chilometri dalla costa per andare a pescare, ora ne facciamo 25-30», spiega il pescatore.
Oggi percorrendo il sentiero tra il villaggio e la riva, un tempo sommersa dalle acque del Caspio, ci si trova di fronte a una vasta distesa di sabbia grigia, alghe secche, reti abbandonate e spazzatura.
Per approfondire
Nel villaggio di pescatori di Baliqcilar, fino a pochi anni fa le acque del Mar Caspio lambivano la strada principale. Ma dal 2010 ad oggi il mare è arretrato di circa un chilometro e al suo posto ora si trova una distesa di sabbia e sterpaglie

Nel villaggio di pescatori di Baliqcilar, fino a pochi anni fa le acque del Mar Caspio lambivano la strada principale. Ma dal 2010 ad oggi il mare è arretrato di circa un chilometro e al suo posto ora si trova una distesa di sabbia e sterpaglie

Le cause del restringimento del Mar Caspio sono sia naturali sia legate all’attività umana.
Infatti, i cinque Paesi che si affacciano sul Caspio – Azerbaijan, Iran, Russia, Turkmenistan e Kazakhstan sono in competizione sia per le risorse idriche, sia per l’estrazione dei fossili. I principali fiumi che lo alimentano, il Volga e l’Ural, entrambi provenienti dalla Russia, hanno subito una significativa riduzione del flusso d’acqua dovuto sia al calo delle precipitazioni e all’aumento delle temperature sia all’intensiva estrazione di acqua per attività agricole e industriali: dal lato russo, il fiume Ural è già bloccato da 19 dighe e grandi serbatoi. Tuttavia, al momento non esistono accordi o meccanismi di governance tra i Paesi rivieraschi per arginare questa situazione. Anche in Azerbaijan le condizioni del Caspio sono oggetto di pochissimi studi e mancano dati relativi al suo stato di salute.
«Oltre al restringimento progressivo, il Caspio subisce anche un forte inquinamento», spiega il professor Kaveh Madani, direttore dell’Istituto universitario delle Nazioni Unite per l’acqua, l’ambiente e la salute (Unu-Inweh). Nel 2020 ha condotto con un team di ricercatori uno studio sulle condizioni del Caspio. Ha osservato che con l’aumento della popolazione costiera, cresce il rilascio di acque reflue domestiche e fertilizzanti agricoli: «Questo ha effetti devastanti sugli ecosistemi, non solo sui pesci, ma anche sugli uccelli migratori ad esempio».
Questo grande lago è a gravissimo rischio di eutrofizzazione, un processo che si verifica quando c’è un eccessivo apporto di nutrienti necessari per la crescita di piante acquatiche e alghe, anche a causa dei suoi fondali spesso molto bassi. L’eutrofizzazione può causare una diminuzione di ossigeno e la conseguente moria di pesci. Solo due mesi fa Azertac news ha riportato la notizia di un caso sulla costa della penisola di Absheron, tra le località di Hovsan e Turkan. Gli esperti hanno dichiarato che la strage di massa di pesci è diventata un evento frequente negli ultimi anni. In un ciclo che si autoalimenta, l’eutrofizzazione accelera il riscaldamento globale attraverso l’aumento delle emissioni di gas serra, come metano e protossido di azoto.
Oil&gas, un segreto di Stato
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile Astrid Puentes Riaño ha spiegato a IrpiMedia che in Azerbaijan «la maggior parte delle informazioni relative alla produzione di petrolio e gas e ai contratti di attività non è accessibile al pubblico come dovrebbe». Questo accade nonostante il Paese abbia firmato la convenzione di Aarhus, un accordo europeo in vigore dal 2001 che regola l’accesso dei cittadini alle informazioni sulle questioni ambientali. Eppure ci sono voci indipendenti che cercano di trovare dei dati, come Mirvari Gahramanli, direttrice dal 1996 dell’Organizzazione per la tutela dei diritti dei lavoratori del settore petrolifero, uno dei pochissimi sindacati non legati al partito di governo. Per 26 anni ha lavorato come ingegnera presso Socar, da cui è stata licenziata nel 2002 proprio per la sua attività sindacale.
Sulla sessantina, capelli corti e occhi vivaci, Gahramanli lavora nella sua casa-ufficio alla periferia di Baku. Per arrivare lì bisogna ripercorrere il centro storico con le sue viuzze di pietra gialla, il viale costeggiato da grattacieli, fino al punto in cui ci si ritrova da un lato lo stadio bianco che ospiterà la Cop e dall’altro una gigantesca raffineria di petrolio. Dalla sua ciminiera una fiamma brucia a intermittenza giorno e notte. L’impianto è immancabilmente intitolato al defunto Heydar Aliyev, il padre dell’attuale presidente Ilham, capostipite della famiglia che governa incontrastata l’Azerbaijan dalla sua indipendenza dall’Unione sovietica.

Attualmente è l’unica raffineria attiva nel Paese ed è di proprietà di Socar, la stessa società che gestisce il Corridoio meridionale del gas (Sgc). Si trova in una zona popolare, dove si trasferiscono studenti e lavoratori per i prezzi relativamente bassi, proprio a causa della vicinanza con la raffineria. «Di solito la mattina presto, verso le 5, si sente una forte puzza nell’aria. La raffineria è stata costruita nell’epoca sovietica, allora non c’erano edifici e case. In seguito la gente ha iniziato a stabilirsi qui – racconta la sindacalista – Ho già denunciato questa situazione diverse volte senza successo».
Ad aprile 2022, il sindacato ha scritto in un report che la raffineria è stata multata per l’equivalente di circa 50mila euro per aver violato la legislazione sulla protezione dell’ambiente, per aver inquinato l’aria a causa dei rifiuti nei processi di raffinazione del petrolio provocando un impatto anche sulla salute degli abitanti limitrofi.
«Siamo sottoposti a pressioni a causa di queste pubblicazioni», spiega. Gahramanli racconta di attacchi troll e di numerosi articoli falsi scritti per screditare il suo operato. Qualche anno fa la sindacalista è stata anche aggredita e spinta contro un’auto. «Dopo questo incidente ho ancora un problema al braccio destro che non riesco ad aprire del tutto».
Dalla sua fondazione, il sindacato ha registrato numerosi episodi di sversamento di acque di lavorazione del petrolio in mare (registrati e fotografati, si contano ad esempio dieci episodi nel 2022 e sette nel 2023), così come di contaminazione del suolo, dell’acqua e dell’aria. In un report del 2019 sulle aree estrattive di Shirvan e Salyan, dove gli inquinanti rilasciati nell’aria sono maggiori della media nazionale, era evidenziata la maggiore incidenza di malattie respiratorie. Dal 2018 al 2023 ha contato anche 19 morti sul lavoro e almeno 176 feriti, anche se il dato reale potrebbe essere più alto perché molti sono riluttanti a denunciare gli infortuni. La maggior parte erano dipendenti della Socar o delle sue filiali. «Uno degli incidenti più terribili è avvenuto nel 2015 alla piattaforma Gunashli – ricorda Gahramanli – Più di 30 persone sono morte in mare e i corpi di 15 di loro non sono mai stati ritrovati».
Per i frequenti incidenti sul lavoro, «nessuno viene punito», denuncia la sindacalista. Secondo lei uno dei motivi è il nepotismo dilagante nel settore energetico azero: «I responsabili sono parenti di persone influenti». Il Servizio statale di ispezione del lavoro azero e Socar non hanno mai risposto alle richieste di chiarimento di IrpiMedia in merito alle situazioni sindacali e di sicurezza sul lavoro nei loro impianti.
Anche se dall’11 novembre l’Azerbaijan si tinge di verde per ospitare uno dei più importanti colloqui internazionali sul clima, resta e resterà ancora a lungo il Paese delle trivelle.
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