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Dubai, Emirati Arabi Uniti, 16 novembre 2015. Di fronte a un notaio nel quartiere residenziale di Al Barsha, nella zona ovest della città, due uomini firmano un contratto che sancisce una cessione di quote societarie.
L’azienda immobiliare AA Real Estate and Development ha un nuovo socio di maggioranza: «sua altezza» Marwan Al Maktoum, figlio del sovrano di Dubai, l’emiro Mohammed Al Maktoum. A trasferirgli il 51% delle proprie partecipazioni è un altro cittadino emiratino, tale Atif Ahmed Karrani, che però quel giorno non è presente. A rendere quel fatto straordinario è proprio il nome di chi lo rappresenta: Raffaele Imperiale, di professione broker della droga, oggi collaboratore di giustizia in Italia.
A Dubai, un rappresentante può essere qualunque cittadino con più di 21 anni senza impedimenti legali, a cui è stata assegnata una procura. Allora perché Karrani ha scelto proprio Imperiale? Perché il narcotrafficante è parte dell’affare, anche se all’epoca, formalmente, era già uscito dalla compagine societaria. Lo suggerisce il passato della società immobiliare: AA Real Estate è stata fondata nel 2013 proprio da Imperiale, che ne è stato anche il presidente del consiglio di amministrazione. Karrani, un ex manager del catasto di Dubai, è stato invece il suo “sponsor”.
All’epoca – la legge è cambiata nel 2021 – per investire negli Emirati (escluse alcune zone franche) era necessario avere un cittadino emiratino come socio di maggioranza.
L’inchiesta in breve
- Nel novembre del 2015, quando era già un ricercato internazionale, il narcotrafficante Raffaele Imperiale firma per cedere le quote di una società immobiliare degli Emirati Arabi Uniti a Marwan Al Maktoum, figlio dell’emiro di Dubai, Mohammed Al Maktoum
- La società, di cui Imperiale è stato fondatore e presidente del consiglio di amministrazione, ha costruito cinque ville di lusso sull’isola artificiale di Palm Jumeirah, vendute per oltre 25 milioni di euro
- Durante la sua latitanza a Dubai Imperiale si è fatto sostituire da imprenditori rispettabili che lo avrebbero aiutato a investire nell’immobiliare emiratino senza comparire in prima persona. Grazie a questi investimenti, il narcotrafficante ha potuto indossare la maschera pulita dell’uomo d’affari
- Matthew T. Page, esperto di corruzione all’istituto Chatham House, spiega che gli Emirati «hanno servizi di intelligence sofisticati con accesso a molte informazioni. È quindi logico supporre che sapessero chi fosse Raffaele Imperiale. Significa che Dubai chiude consapevolmente un occhio su criminali come lui»
Quando le procure di Spagna e Italia lo hanno indicato come un potente narcotrafficante internazionale, Imperiale si è fatto sostituire da imprenditori rispettabili che lo avrebbero poi aiutato a investire nell’immobiliare emiratino senza comparire in prima persona. È stato proprio grazie a questi investimenti che il narcotrafficante ha potuto indossare la maschera pulita dell’uomo d’affari. A confessarlo è stato lui stesso di fronte ai magistrati italiani.
Raffaele Imperiale e Marwan al Maktoum non hanno risposto alle numerose richieste di commento dei giornalisti. Raggiunto al telefono, Atif Karrani si è rifiutato di rispondere alle domande, limitandosi ad aggiungere: «Questa è una vecchia storia che ho chiuso».
La presenza del nome di Imperiale sugli atti notarili è importante perché società come AA Real Estate hanno trasformato negli anni lo skyline di Dubai con enormi investimenti immobiliari. E nel frattempo, durante l’attuale regno dell’emiro Mohammed, la città si è conquistata la fama di rifugio dorato per criminali.
Marwan al Maktoum, si legge nei documenti del registro imprese di Dubai, è rimasto socio della AA Real Estate fino a maggio del 2018, quando è stato sostituito da un altro cittadino emiratino. La società è tuttora attiva, ma la sua licenza è scaduta nel 2022.
Un capitolo inedito della latitanza di Imperiale a Dubai
Per raccontare questa storia, la televisione olandese RTL Nieuws e IrpiMedia, in collaborazione con OCCRP, sono entrati in possesso di atti ufficiali, in cui i nomi di Raffaele Imperiale e Marwan Al Maktoum si trovano sulla stessa pagina.
I giornalisti hanno incrociato queste informazioni con interviste a dozzine di fonti, carte giudiziarie da diversi paesi europei, e diversi leak – fughe di informazioni provenienti dal catasto di Dubai – condivisi dall’organizzazione statunitense C4ADS con i partner dell’inchiesta Dubai Unlocked. In questo modo i reporter hanno potuto tracciare investimenti immobiliari riconducibili a Raffaele Imperiale a Dubai finora rimasti sconosciuti.
In fuga
Originario di Castellammare di Stabia, Raffaele Imperiale fin dagli anni ‘90 ha rifornito di droga la famiglia camorristica degli Amato-Pagano, e successivamente anche il clan di ‘ndrangheta dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti. Secondo gli inquirenti la sua organizzazione è diventata «global service provider» della cocaina, che vendeva all’ingrosso ad altre «organizzazioni criminali strutturate», dei veri e propri «clienti fidelizzati». Per un decennio ha potuto gestire dall’emirato il traffico di cocaina, riciclandone i proventi con investimenti nei lussuosi progetti immobiliari di Dubai. È stato arrestato solo nel 2021, per poi essere espulso e consegnato alle autorità italiane l’anno successivo.
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All’epoca della firma apposta sul contratto di cessione delle quote di AA Real Estate, il broker della cocaina era già un ricercato internazionale. Il suo nome era finito sulle pagine dei giornali nel 2014: il governo spagnolo guidato da Mariano Rajoy ne aveva chiesto l’estradizione, e per questo Imperiale è stato anche brevemente detenuto a Dubai, ma subito rilasciato. Appena un mese prima dell’incontro di fronte al notaio di Al Barsha, poi, il giudice per le indagini preliminari di Napoli aveva ordinato l’arresto di Imperiale con l’accusa di traffico internazionale di droga.
Fin dal 2010, in cerca di un luogo più sicuro da cui gestire i propri traffici, si era trasferito a Dubai dalla Spagna, paese che per cinque anni aveva scelto come base operativa. La federazione di cui Dubai fa parte, gli Emirati Arabi Uniti, infatti, all’epoca non aveva ancora firmato un accordo di cooperazione giudiziaria con l’Italia (è in vigore solo dal 2019). Questo, di fatto, rendeva impossibile l’estradizione dal paese arabo. Contattata in merito alla vicenda, la procura della Repubblica di Napoli ha comunicato di non poter rilasciare dichiarazioni perché ci sono indagini in corso.
La timeline degli eventi

Un’isola artificiale come «biglietto da visita»
Raffaele Imperiale è stato un pioniere degli investimenti immobiliari a Dubai. Uno, in particolare, gli ha consentito di accreditarsi come imprenditore del real estate nell’emirato. Era il lontano 2003 quando Mohammed Al Maktoum ha presentato un futuristico progetto, da lui concepito e sviluppato dalla società governativa Nakheel: The World Islands, un complesso di trecento isole artificiali con la forma dei cinque continenti al largo delle coste di Dubai.
Nei verbali raccolti fra 2023 e 2024 dai pubblici ministeri della procura di Napoli, con cui ha iniziato a collaborare, Imperiale ha raccontato di aver versato a Nakheel, nel 2008, 13 milioni di euro, più una parte in nero. Con quel denaro ha comprato proprio una delle isole di The World, Taiwan. Un privilegio riservato a pochi: solo le isole più costose, appena il 6%, erano disponibili per l’acquisto come isole private, spiegava il direttore del progetto in un’intervista a Vanity Fair. «Con riferimento a Taiwan – ha raccontato Imperiale – io a Dubai me ne vantavo con tutti, mascherandomi anche come un imprenditore. Questo progetto era il mio “biglietto da visita”».

Il gip di Napoli ha disposto il sequestro dell’isola a giugno del 2024. Ha ritenuto che il valore dell’immobile – che stima essere attualmente tra i trenta e i cinquanta milioni di euro – sia «enormemente inferiore a quello che certamente è stato il profitto» del narcotraffico gestito da Imperiale.
Attraverso un progetto immobiliare voluto dalla famiglia Al Maktoum e realizzato attraverso un’azienda legata alla stessa famiglia reale, quindi, Imperiale ha «certamente» riciclato i proventi della cocaina perché, prosegue il gip, «non emergono elementi dai quali dedurre che […] (l’isola, ndr) appartenga a persona estranea al reato». Infatti, secondo quanto ha dichiarato ai magistrati napoletani, Imperiale avrebbe pagato Mario Sarnataro – un imprenditore immobiliare e commerciante d’oro originario di Napoli ma residente a Dubai – per fingere che l’isola fosse intestata a una delle sue aziende.
IrpiMedia ha potuto verificare attraverso il catasto di Dubai che ancora oggi Taiwan è di proprietà della Rajaa Trading Investments Management, una società emiratina che – stando alle dichiarazioni di Imperiale – sarebbe di proprietà di Sarnataro. Il parere del gip è che l’intestazione dell’isola sia «solo formale, anzi fittizia».
Tra il 2008 e il 2011, il narcotrafficante ha raccontato a Sarnataro di voler edificare dieci ville sui diecimila metri quadri dell’isola di Taiwan. Il progetto non ha mai visto la luce ma, per realizzarlo, Imperiale aveva bisogno di una mano per aprire una società «a cui intestarla (l’isola, ndr)». Sarnataro gli ha così offerto la Rajaa. Imperiale l’ha acquistata per 400mila dirham (circa 80mila euro) e nel 2011 le ha poi intestato il titolo di proprietà di Taiwan. Tuttavia, sostiene il narcotrafficante di fronte ai pm, «l’isola è di Mario Sarnataro» perché l’imprenditore è ancora formalmente «beneficiario della Rajaa».
Visto che la società è stata registrata in una zona franca di Dubai, i giornalisti non sono stati in grado di rintracciarla e di verificare la correttezza dell’informazione fornita da Imperiale ai magistrati.
Mario Sarnataro, allo stato attuale, non è indagato e non risulta che abbia commesso alcun reato. Sarnataro non ha risposto a diverse richieste di commento inviate dai giornalisti.
Per approfondire
AA, cercasi investimenti immobiliari
Ormai rispettabile businessman del settore immobiliare, Imperiale nel 2013 ha fondato la AA Real Estate and Development, l’immobiliare in cui due anni dopo subentrerà come socio di maggioranza Marwan Al Maktoum, il figlio dell’emiro. Ha sede di fronte all’isola di Palm Jumeirah – l’isola artificiale a forma di palma che si estende di fronte alle coste di Dubai – al 34esimo piano della Concord Tower. È il quartier generale dell’impresa «legale» di Imperiale, come scrivono la giornalista Daniela De Crescenzo e l’ispettore della guardia di finanza Tommaso Montanino nel loro libro Il Narcos.

A condividere l’ufficio di quasi 800 metri quadri, con arredi in pelle di coccodrillo e porte in radica di noce californiano ci sono altre aziende con nomi simili, fra cui la AA Investments & Development – di cui Imperiale è direttamente socio al 15%. Gli verrà sequestrata dal gip di Napoli nella richiesta di arresto dell’ottobre 2015.
Tra il 2012 e il 2017, AA Real Estate ha realizzato e venduto cinque ville dall’architettura geometrica, da costruire sulla punta della fronda M di Palm Jumeirah. Il progetto immobiliare si chiama «M State» e prevede almeno cinque stanze da letto per villa, piscina a sfioro e imponenti vetrate affacciate su decine di metri di spiaggia privata.

Se per l’isola di Taiwan il progetto di sviluppo immobiliare di Imperiale era rimasto solo su carta, con M State si è passati da un rendering futuristico alla realtà. Consultando i registri catastali, IrpiMedia ha calcolato che le cinque ville sono state vendute nel 2014 off plan – cioè quando ancora esistevano poco più che le fondamenta – per un totale di oltre 26 milioni di euro. Oggi, a cantiere ultimato, la proprietà centrale, Villa Aurum (che ha sei stanze da letto invece che cinque, palestra e sala cinema) ne vale altrettanti da sola.
Al pari di quello che era successo con Taiwan, durante la fase di costruzione degli immobili il nome di Imperiale è scomparso dagli incartamenti: il 28 settembre del 2014, l’impresa di cui era socio, la AA Investment, ha azzerato infatti le proprie quote nella AA Real Estate. Così, formalmente, Raffaele Imperiale non ha più avuto nulla a che fare con il progetto immobiliare. Come nel caso di Taiwan, al suo posto gli è subentrato Mario Sarnataro attraverso la società AGK Consulting.
«M State è stato un mio progetto, importante e prezioso, dall’ideazione alla realizzazione. Queste squisite ville sono state realizzate grazie alla passione per il design e l’abitare di lusso», ha spiegato Sarnataro in un’intervista a una testata specializzata emiratina. «Dubai è una città di crescita, ricchezza e fascino e può ospitare proprietà così esclusive, che soddisfano chiaramente le esigenze di stile di persone con un elevato patrimonio netto», ha commentato l’imprenditore.
Le ville di M State viste dal satellite, nel 2012 durante la costruzione e nel 2019 una volta abitate © Google Earth
Il suo rapporto con Imperiale, secondo la versione raccontata dal narcotrafficante ai pm, sarebbe cominciato nel 2006-2007 a Madrid, dove Sarnataro «si occupava di fare lavori per ristoranti italiani, tra cui la Perla di Napoli», e da qui «nacque un rapporto di amicizia».
Quando i due si sono ritrovati pochi anni dopo nell’emirato, all’esclusivo ristorante italiano Roberto’s, Sarnataro ha detto a Imperiale «che si stava occupando di una società governativa (della famiglia reale emiratina) per cui stava importando materiali (porte ecc.)».
Ne sarebbero stati la prova i contratti firmati con Emaar Properties, la società di sviluppo immobiliare emiratina che ha costruito a Dubai il Burj Khalifa, il grattacielo più alto al mondo. Il secondo maggior azionista di Emaar risulta ancora l’emiro in persona, Mohammed Al Maktoum, attraverso la propria società di investimenti. Emaar non ha risposto alle domande sui rapporti con Sarnataro.
Sarnataro a Dubai
Secondo quanto scoperto da IrpiMedia a partire da diversi leak provenienti dal catasto di Dubai, Mario Sarnataro è stato indicato come proprietario di venti immobili nell’emirato. Tra questi, due ville su Palm Jumeirah e quattro lussuosi appartamenti presso l’Oceana Hotel and Apartments e il Royal Amwaj Residences. Documenti del catasto di Dubai mostrano che attualmente Sarnataro possiede sei proprietà. I registri delle transazioni relative a questi immobili, in cui l’imprenditore figura come acquirente dal 2017 a oggi, ammontano al cambio attuale a quasi 20 milioni di euro.
Gli investimenti immobiliari di Imperiale a Dubai

Chi ha chiuso un occhio su Imperiale?
Dubai è una monarchia autoritaria retta dalla dinastia Al Maktoum da quasi duecento anni. «La polizia e il sistema giudiziario degli Emirati Arabi Uniti non sono stupidi. Hanno servizi di intelligence sofisticati con accesso a molte informazioni», commenta Matthew T. Page, esperto di corruzione associato all’istituto britannico Chatham House. «È quindi logico supporre che sapessero chi fosse Raffaele Imperiale. Significa che Dubai chiude consapevolmente un occhio su criminali come lui».
Un presunto super cartello
Da tempo la reputazione di Dubai è quella di un paradiso per criminali o presunti tali. Fra questi ultimi spicca Daniel Kinahan, sospettato di essere al vertice di un’organizzazione criminale che da Dubai importa grandi quantità di cocaina in Europa. A ottobre del 2024 gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un trattato di cooperazione giudiziaria con l’Irlanda, aprendo la strada a una possibile estradizione di Kinahan.
Sono stati invece condannati dai Paesi Bassi l’olandese Ridouan Taghi, il bosniaco Edin Gačanin, e il cileno Ricardo Riquelme Vega, alias “Rico”. Nel 2017, al matrimonio di Daniel Kinahan all’hotel Burj al Arab di Dubai, sarebbero stati presenti tutti: Taghi, Gačanin e Riquelme. Insieme a Raffaele Imperiale.
Nel 2022, l’operazione Desert Light, coordinata da Europol, ha portato all’arresto di Gačanin e altre decine di persone fra Europa e Dubai, accusate di far parte di un «super cartello» che avrebbe controllato da solo un terzo del traffico di cocaina in Europa.
In un grafico elaborato dalle autorità bosniache, i presunti appartenenti a questa mega organizzazione vengono indicati con dei soprannomi: «il Cileno», cioè Riquelme, «Pasta», ovvero Imperiale e «Mr. Couscous», legato all’organizzazione di Kinahan. Poi l’olandese Taghi e Gačanin della gang «Tito e Dino».
Nonostante il nome evocativo, il «super cartello» non sarebbe stata un’organizzazione rigida e strutturata. Piuttosto, come spiegato in un’analisi da Insight Crime, è un «esempio riuscito di “crowdsourcing”, con diversi attori criminali che mettono in comune i loro soldi per acquistare cocaina all’ingrosso a prezzi più bassi».
La fluidità del «super cartello» è raccontata da Imperiale in una testimonianza del 2023 resa a Napoli di fronte ai procuratori italiani alla presenza dei loro omologhi olandesi. Secondo il narcotrafficante campano, nel 2016 il cileno Riquelme avrebbe voluto far uccidere una persona a Dubai. «E io gli dico: “Ma sei pazzo? Se vuoi ucciderlo chiedi consiglio a me, io ho vissuto lì per anni e ti dirò come fare. Se vuoi ucciderlo così, cosa credi, poi verranno arrestati tutti, è questo che vuoi?”», ha ricostruito Imperiale.
Sempre riferendosi a Riquelme, prosegue: «Gli piaceva fingere di aver creato un mega cartello, ma non era vero, perché io avevo la mia attività, Danny (Kinahan, nda) la sua, Rico la sua e Taghi la sua. […] Finché c’era Rico eravamo tutti amici, ma ognuno con la propria organizzazione. Gli irlandesi sono sempre stati contrari a Rico e hanno detto: “Qui non dovete commettere omicidi, siamo vostri amici, ma viviamo qui, qui ci sono i nostri figli, questo è un paese neutrale […]”». Gli omicidi, infatti, avrebbero attirato l’attenzione, e ostacolato gli affari e gli investimenti dei boss a Dubai. E Imperiale chiarisce di non contestare il metodo, bensì il luogo: «se lo avessero eliminato ne sarei stato molto contento, ma piuttosto che a Dubai, volevo che fosse ucciso in Spagna, in Olanda, in Italia, in Colombia… […] Voglio dire, è importante che questo sia chiaro, perché altrimenti sembra che io voglia difendere quelle persone. Non l’avrei mai fatto fare a Dubai, questa è la verità».
Infatti, a Dubai, Imperiale non si è né nascosto né dovuto preoccupare della giustizia italiana. La situazione è cambiata solo nel 2021, a seguito di anni di richieste di estradizione respinte e pressioni politiche da parte dell’Italia.
Dopo essere stato accolto liberamente tra sceicchi e uomini d’affari, Imperiale è stato fermato dalla polizia di Dubai, ufficialmente per possesso di un passaporto falso. È stato poi espulso l’anno successivo. A ottobre di quest’anno il gup di Napoli lo ha condannato, con rito abbreviato, a 15 anni e otto mesi di prigione, ordinando la confisca dell’isola di Taiwan. Quell’isola che secondo i giudici è stata comprata con i soldi della cocaina e che Imperiale sostiene di aver acquistato direttamente da una società della famiglia reale di Dubai.
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