A Taranto, nella stagione della semina delle cozze, alla fine di una giornata di lavoro, i mitilicoltori si radunano sulle sponde del Mar Piccolo, tra attrezzature dismesse e attracchi di fortuna. Non c’è un molo sicuro dove ormeggiare, né un riparo dal sole di metà maggio che picchia già forte. Nella città “dei due mari” la pesca non è solo un mestiere, ma un tratto identitario che i pescatori portano faticosamente sulle spalle, nonostante gli effetti della crisi climatica e della pressione industriale. Agli inizi degli anni 2000, il comparto contava 800 lavoratori. Oggi ne restano appena 400.
All’inizio dell’estate 2024, molti pescatori avevano già previsto che quella stagione non avrebbe portato i suoi frutti. Tra loro ci sono Adriano Lippo e Giovanni Nicandro che, lavorando con il mare da generazioni, continuano a tramandare le antiche conoscenze della mitilicoltura, pur sapendo che ha un futuro incerto. Eppure, la speranza che le cose vadano diversamente emerge comunque dalle loro conversazioni.
L’inchiesta in breve
- La crisi climatica sta colpendo duramente la pesca su piccola scala in Europa, con gravi conseguenze per le comunità costiere. A Taranto e in Galizia, la situazione è aggravata dall’assenza di investimenti adeguati in infrastrutture e supporto per i mitilicoltori locali
- Il Fondo europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (Feamp) è stato creato per co-finanziare progetti destinati a supportare il settore della pesca e le comunità costiere, migliorando la loro resilienza economica e promuovendo pratiche ecologicamente sostenibili
- Tuttavia, gran parte di questi fondi finisce nelle mani delle grandi industrie di trasformazione del pescato. Molti fondi, spesso co-finanziati da investitori privati, vengono utilizzati per progetti come la costruzione di nuove barche o la sostituzione di motori, privilegiando l’industria a discapito dei pescatori artigianali
- Questa disparità nell’accesso ai finanziamenti è ulteriormente ostacolata dalla burocrazia, che rende difficile per i pescatori su piccola scala accedere ai fondi necessari per migliorare le proprie condizioni di lavoro
- Con l’introduzione del Fondo europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura (Feampa), l’Unione europea ha fissato nuovi obiettivi di sostenibilità, innovazione e protezione ambientale. Tuttavia, molti esperti e organizzazioni rimangono scettici
«Siamo in difficoltà. Ma è per questo che viviamo di speranza, no?», dice Nicandro. «Speriamo che un giorno qualcuno prenda davvero a cuore questa situazione». Quando gli si chiede quali siano i problemi più urgenti del suo lavoro, accende una sigaretta e, osservando il molo, risponde con un gesto rassegnato: «Beh, ecco, guardiamoci intorno, senza che io dica niente». Le barche arrugginite, gli attrezzi corrosi dal tempo e dal sole parlano da soli. «Non abbiamo moli autorizzati, non c’è energia elettrica, non c’è acqua, non c’è niente, assolutamente niente. Sia d’estate che d’inverno, con il caldo o con il freddo, noi stiamo qua».
Lo scorso luglio, la temperatura del secondo seno del Mar Piccolo, dove operano i mitilicoltori, ha raggiunto i 31,5°C, un livello potenzialmente letale per le cozze. Il bilancio di fine stagione è drammatico: una perdita stimata di 9.000 tonnellate di mitili, per un valore di circa otto milioni di euro.
«Si parla di soffocamento del prodotto a causa delle temperature», racconta amaramente Lippo che, come Nicandro, ha perso tutto il prodotto a cui ha lavorato per un anno intero. «Qualcuno è riuscito a salvarsi, ma più per fortuna che per strategia». Pur essendo abituati a stagioni in cui le ondate di calore possono essere particolarmente intense e dannose per la raccolta, nel 2024 la crisi sembra ormai permanente. «Ora il nostro è proprio uno stato di calamità, e chiediamo che venga riconosciuto», continua Lippo. All’emergenza, però, non corrispondono aiuti adeguati. Le promesse delle istituzioni locali, dal Comune di Taranto alla Regione Puglia, pur ripetendosi ogni volta, restano parole vuote.
«Nessuno vuole investire in un settore in crisi», conclude Lippo. Eppure, i fondi esistono. Dal 2014 al 2020, il Fondo europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (Feamp) ha co-finanziato aiuti per il settore della pesca e per le comunità costiere con l’obiettivo di renderle economicamente più resilienti ed ecologicamente sostenibili. È uno dei cinque Fondi Strutturali e di Investimento Europei (Esif) che ha l’obbligo di raggiungere gli obiettivi della riformata Politica Comune della Pesca (Pcp) e della Politica Marittima Integrata dell’Ue (Pmi).
Dal 2014 al 2020, il Feamp dispone di un budget pianificato di 6,4 miliardi di euro per tutti gli Stati membri dell’Unione europea. L’Italia ha ottenuto un totale di circa 537,6 milioni di euro preceduta in termini di quantità di fondi solo dalla Spagna, il primo beneficiario del Feamp, che ha ricevuto circa 1,16 miliardi di euro.
Ma nelle mani di chi sono finiti questi soldi?
Secondo il regolamento No 508/2014 che sta alla base del Feamp, i suoi beneficiari dovrebbero essere solo “operatori”: pescatori od organizzazioni di pescatori. Le risorse dovrebbero essere concentrate per raggiungere gli obiettivi della strategia Europa 2020, che mira a sostenere l’occupazione, contrastare il cambiamento climatico, promuovere la sostenibilità energetica, combattere la povertà e favorire l’inclusione sociale. Tra le misure previste vi sono aiuti per chi subisce danni diretti a causa di eventi climatici estremi, come temperature elevate o fenomeni atmosferici avversi. Tuttavia, dalle interviste raccolte emerge che l’accesso a questi fondi non è così semplice e sembra favorire alcuni soggetti più di altri.
Maggiori beneficiari e investimenti privati
In Italia, i dati del Feamp dimostrano che i fondi destinati al settore della pesca finiscono principalmente alle grandi industrie di trasformazione del pescato. Questo avviene attraverso il sostegno all’ammodernamento e all’espansione di impianti esistenti e, in alcuni casi, persino alla costruzione di nuove strutture. Un meccanismo che finisce per favorire le aziende della pesca industriale già affermate, lasciando ai margini quelle più piccole.
Ad affiancare i fondi europei, queste industrie beneficiano spesso anche di finanziamenti privati, che svolgono un ruolo cruciale nel rafforzare le candidature ai sussidi pubblici. La presenza di investitori privati, infatti, aumenta la fiducia degli enti erogatori, innescando un circolo vizioso che favorisce chi ha già accesso a capitali. Questo sistema appare in conflitto con gli obiettivi dichiarati del Feamp, che sulla carta dovrebbe promuovere la sostenibilità energetica, combattere la povertà e favorire l’inclusione sociale.
Se i finanziamenti finiscono soprattutto nelle mani di chi ha già il supporto degli investitori privati, il rischio è quello di aggravare le disuguaglianze nel settore.
Un dato emblematico di questa tendenza è rappresentato da due progetti finanziati in Abruzzo, dove la società ESCA Srl ha ricevuto uno dei contributi più alti erogato nell’ambito del Feamp: oltre tre milioni di euro per l’ampliamento di un opificio industriale dedicato alla trasformazione del pesce e 822.350 euro, destinati al miglioramento della capacità produttiva, dell’innovazione e della sostenibilità ambientale in un altro stabilimento industriale della stessa società. Alla richiesta di commento di IrpiMedia su come questi fondi siano giustificati alla luce delle priorità della normativa, la società non ha fornito alcuna risposta.
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Situazioni simili si registrano anche in Galizia, dove Conservas Cerqueira, uno dei più grandi produttori regionali di pesce in scatola, ha ricevuto 8,4 milioni di euro – la somma più alta assegnata in Spagna – per la costruzione di un nuovo stabilimento, secondo i dati pubblicati dal ministero dell’Agricoltura spagnolo. Un altro finanziamento significativo è stato destinato a un’azienda del settore della pesca, Hermanos Fernández Ibáñez Consignatarios de Pesca, con un fatturato annuo superiore ai 107 milioni di euro, che ha ottenuto 3,8 milioni di euro per la costruzione di un nuovo impianto di lavorazione e una struttura di stoccaggio a freddo.
Abbiamo chiesto chiarimenti al ministero dell’Agricoltura dei rispettivi Paesi e alla Giunta della Galizia spiegazione in merito alla distribuzione di questi fondi. Tuttavia, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
A confermare questa tendenza è uno studio condotto da Marco Costantini, a capo dei progetti fisheries del Wwf Mediterranean Marine Initiative in Italia, insieme a un team di ricercatori e ricercatrici. L’analisi evidenzia che ben il 38% dei fondi totali è stato destinato a sussidi che permettono alle industrie della pesca di aumentare la capacità produttiva legata alla fase del pesce lavorato. Secondo Laurène Provost di ClientEarth, un’organizzazione legale e ambientale senza scopo di lucro, i finanziamenti dovrebbero essere adeguati alle esigenze dei pescatori su piccola scala, che spesso mancano di capitale iniziale e di competenze tecniche per compilare le richieste di finanziamenti, anziché favorire aziende già consolidate. A Taranto, la crisi è così profonda che non si sa nemmeno da dove cominciare, e di finanziamenti privati in grado di sostenere i singoli operatori non c’è traccia.
«È come progettare qualcosa in un territorio minato. Lei costruirebbe mai una casa su un campo minato?», si interroga Lippo.
Fondi (non) ammissibili: motori e barche
Guardando ai dati dei progetti finanziati in Italia, il finanziamento per progetti legati a motori e imbarcazioni raggiunge i 36,9 milioni di euro. Questi investimenti dipendono fortemente dal Feamp, che copre il 65% della spesa totale in quest’ambito.
Secondo Flaminia Tacconi, avvocata presso presso Bloom Association, un’organizzazione che si occupa di tutela degli ecosistemi marini e promozione di pratiche di pesca sostenibili attraverso attività di ricerca, sensibilizzazione e advocacy politica: «La maggior parte dei pescherecci industriali non sarebbe redditizia senza questi sussidi. Eppure, si continua a finanziarli, indipendentemente dalle modalità di pesca e dal rispetto di criteri di sostenibilità».
È un andamento confermato dall’analisi dei fondi di ClientEarth: l’80% delle risorse è stato destinato ai grandi pescherecci, mentre le imbarcazioni sotto i 12 metri di lunghezza – che rappresentano il 75% della flotta Ue – ne hanno beneficiato solo marginalmente. In Italia, alcune aziende di acquacoltura hanno ricevuto fino a 30.000 euro per la sostituzione o acquisto dei motori e fino a 130.000 euro per l’acquisto di nuove imbarcazioni. Se l’acquisto di nuove imbarcazioni è vietato dai criteri di finanziabilità imposti dalle normative Ue, esistono comunque eccezioni: fra queste, i finanziamenti per i giovani pescatori (sotto i 40 anni) che, con almeno cinque anni di esperienza o una formazione equivalente, possono comprare pescherecci fino a 24 metri.
Alle domande di IrpiMedia, il ministero delle Politiche Agricole ha chiarito che «la costruzione di nuovi pescherecci non è una spesa ammissibile, così come non lo sono gli investimenti che aumentano la capacità di pesca. La sostituzione dei motori è consentita solo per imbarcazioni fino a 24 metri di lunghezza e appartenenti a segmenti di flotta ritenuti equilibrati rispetto alle possibilità di pesca.»
Di chi sono le Responsabilità?
Un ulteriore problema strutturale riguarda la gestione dei fondi a livello nazionale e regionale. Sebbene la responsabilità sia degli Stati membri, la distribuzione delle risorse è spesso delegata alle regioni, rendendo il sistema meno trasparente. Come evidenziato da Tacconi: «Ciò che avviene nelle regioni è ancora più opaco rispetto alla gestione nazionale, e questo rappresenta un vero problema».
«Alla fine, è responsabilità degli Stati membri, sia a livello nazionale che regionale, creare un sistema che favorisca l’assegnazione degli aiuti a chi vogliono avvantaggiare», sostiene Tacconi. «Negli ultimi vent’anni abbiamo visto come i beneficiari principali siano stati i grandi operatori industriali, mentre nulla è stato fatto per agevolare l’accesso ai fondi per la piccola pesca.»
La Commissione europea, interrogata sui finanziamenti opachi in Italia e Spagna, ha risposto che la responsabilità di una distribuzione equa dei fondi spetta ai singoli governi. «Chiediamo continuamente agli Stati membri di garantire un sostegno dedicato ai pescatori su piccola scala, semplificare le procedure di candidatura e ridurre i requisiti amministrativi», ha dichiarato un portavoce.
Il rimpallo delle responsabilità arriva fino alle regioni e agli stessi comuni. Rosa Fiore, che si è occupata della gestione del programma Feamp 2014-2020 in Puglia, quando le sono state segnalate le difficoltà vissute dai pescatori di Taranto, ha dichiarato: «Noi pianifichiamo interventi, ma una parte importante del lavoro spetta anche ai comuni, che devono predisporre progettualità adeguate e muoversi in anticipo con un’idea chiara di intervento sul territorio.»
Secondo Fiore, questo approccio consentirebbe di alleggerire le criticità legate alla programmazione e alla gestione. «È un settore molto particolare e complesso, non sempre adeguatamente supportato da una competenza che, necessariamente, deve provenire dall’esterno dell’amministrazione regionale.»

Una mariscadora raccoglie il raccolto del giorno di vongole a Cambados, in Galizia © Naomi Mihara
Dal punto di vista dei piccoli pescatori, infatti, le procedure burocratiche possono costituire un ostacolo all’accesso ai fondi e alla realizzazione di un piano progettuale concreto. Come soluzione, Tacconi sottolinea che le amministrazioni potrebbero creare strumenti di assistenza tecnica per facilitare l’accesso ai fondi, ad esempio attraverso sportelli dedicati.
Piccoli pescatori
Secondo il regolamento Feamp, gli Stati membri con un segmento significativo di pesca su piccola scala dovrebbero includere nei loro programmi operativi piani d’azione per lo sviluppo, la competitività e la sostenibilità di questo settore. Inoltre, in determinate condizioni, il fondo può contribuire a compensazioni per le perdite economiche causate da eventi climatici avversi, incidenti ambientali o costi di soccorso.
La normativa definisce la “pesca costiera su piccola scala” come quella svolta da imbarcazioni di lunghezza inferiore ai 12 metri che non utilizzano attrezzi da traino. Tuttavia, questa definizione non rispecchia pienamente la realtà di chi lavora in mare.
Federico Gelmi, rappresentante di un’associazione di pescatori di Pantelleria, sottolinea questa discrepanza: «Le imbarcazioni che utilizziamo a Pantelleria hanno una lunghezza media di sei metri e la più grande della nostra flotta non raggiunge i nove metri. Possiamo veramente parlare di piccola pesca artigianale. Se, invece, nella piccola pesca artigianale si considerano barche anche di 12 metri, c’è qualche cosa che non funziona».
Gelmi spiega che la piccola pesca dovrebbe essere un’attività sostenibile e familiare: «Non più di un giorno consecutivo di pesca, barche che non si allontanano oltre le tre miglia dalla costa, senza molti dipendenti. Se si superano questi limiti, si trasforma in qualcosa di più industrializzato». La definizione attuale di “piccola pesca” è troppo generica e favorisce chi ha barche più grandi e strutture più organizzate, lasciando indietro i veri pescatori artigianali.
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Tutti i pescatori intervistati rientrano nella categoria delle imbarcazioni “sotto i 12 metri”, ma nella realtà operano con mezzi ancora più limitati, raramente superando i cinque metri di lunghezza. I pescatori di Pantelleria sono l’unica realtà italiana a far parte dell’organizzazione Low Impact Fishers of Europe che ha confermato che i finanziamenti sono generalmente più facilmente accessibili per le realtà di maggiori dimensioni. «I fondi tendono a essere assorbiti da strutture riconosciute e favorite dai governi nazionali… mentre i pescatori su piccola scala possono rappresentare una minoranza emarginata», ha dichiarato un portavoce.
Dal punto di vista italiano, Gelmi ha raccontato i difficili tentativi di far sentire la voce del comparto dei pescatori di piccola scala all’interno del Consiglio Consultivo del Mediterraneo (Medac). Questo organismo, con sede a Roma, riunisce organizzazioni europee e nazionali del settore della pesca, inclusi rappresentanti della flotta industriale, della piccola pesca, della trasformazione, delle donne nel settore ittico e dei sindacati. Accanto a loro, siedono anche associazioni ambientaliste, gruppi di consumatori e organizzazioni di pesca sportiva e ricreativa.
Tuttavia, il 60% dei seggi è riservato ai rappresentanti del settore della pesca, lasciando solo il 40% ad altri gruppi di interesse. Anche all’interno di questa dinamica, il peso politico dei piccoli pescatori risulta irrilevante, schiacciato dagli interessi della grande industria. Alla richiesta di un’intervista su queste criticità, il Medac ha risposto che non è possibile rilasciare dichiarazioni.
Fondi futuri
Ogni anno, le autorità di gestione dei fondi europei devono aggiornare la Commissione europea sull’avanzamento dei progetti attraverso report che suggeriscono come migliorare la gestione dei finanziamenti. Da questi documenti emerge chiaramente come il Fondo europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (Feamp) abbia perlopiù favorito i grandi operatori industriali.
Con l’arrivo del suo successore, il Fondo europeo per gli Affari Marittimi, la Pesca e l’Acquacoltura (Feampa), l’Unione europea ha fissato nuovi obiettivi che prevedono un maggiore impegno per la sostenibilità, l’innovazione e la protezione ambientale. Tuttavia, esperti e organizzazioni ambientaliste rimangono scettiche su eventuali avanzamenti.
Secondo il nuovo regolamento, previsto per una programmazione che va dal 2021 al 2027, gli Stati membri avranno maggiore flessibilità nella gestione dei fondi, ma ciò potrebbe tradursi in maggiore burocrazia e ancor meno risorse disponibili per i piccoli pescatori. Il rischio è che, lasciando troppa libertà di scelta, si continui a favorire progetti industriali e grandi pescherecci, grazie a migliori strumenti amministrativi e maggiore capacità di accesso ai bandi. Un rapporto della Commissione europea ha riconosciuto questo rischio di disparità nell’accesso ai fondi.
Un altro problema critico è il controllo sull’uso dei fondi: negli ultimi anni, Bruxelles ha progressivamente delegato la supervisione alle autorità nazionali e regionali. Un passaggio che, secondo gli esperti, potrebbe favorire dinamiche di potere locali e ostacolare una distribuzione equa delle risorse.
Se questa tendenza non verrà invertita, la piccola pesca rischia di restare schiacciata ancora una volta. Ora, organizzazioni ambientaliste come Wwf e ClientEarth chiedono più attenzione a eliminare i sussidi dannosi, favorire la transizione ecologica e sociale, e investire nella protezione degli ecosistemi marini.
Come ha denunciato Lippo, pescatore di Taranto: «Non abbiamo niente. Eppure siamo una delle marinerie più antiche d’Europa. Per noi è un’umiliazione dover lottare per pochi spiccioli solo per mettere un piatto in tavola. Non vogliamo sussidi per sopravvivere, vogliamo portare avanti il nostro mestiere».
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