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CarcereCome si affronta un evento devastante come l’uccisione di un familiare? Come si elabora la perdita in casi come questi? Quanto tempo ci vuole? Non tutti reagiscono allo stesso modo, anche all’interno della stessa famiglia. C’è chi cerca conforto nella religione e chi prova a cercare le motivazioni di quanto accaduto. C’è chi viene travolto dall’esposizione mediatica e chi si rifugia nel silenzio. E c’è anche chi, a un certo punto, sceglie di entrare in carcere e incontrare chi ha commesso un reato.
«Tra il 2008 e il 2022 ho vissuto all’estero. Mi sono concentrato sul lavoro per non affrontare ancora una volta il mio lutto. Prima di allora avevo scelto di non farlo per diversi motivi, tra cui il modo in cui la morte di mia sorella era stata affrontata in famiglia». Paolo Setti Carraro è il fratello di Emanuela che, il 3 settembre 1982, è stata uccisa nell’attentato di via Carini a Palermo insieme al marito Carlo Alberto Dalla Chiesa.
In breve
- La giustizia riparativa prevede una risposta diversa da quella fondata sulla punizione e mira a ricostruire la relazione sociale spezzata da reato. Dal Canada, dove se ne parla fin dagli anni Settanta, si è diffusa poi anche in altri Paesi
- Nel nostro paese è diventata legge nel 2022 con la Riforma Cartabia che la introduce come percorso parallelo a quella ordinaria
- Dagli anni Novanta in Italia esistono programmi di giustizia riparativa in ambito minorile. Dal 2005 sono state avviate sperimentazioni anche con gli adulti nella fase di esecuzione della pena
- Al momento l’avvio di programmi di giustizia riparativa è in stallo: non si sa ancora quanti e quali centri saranno accreditati dal ministero della Giustizia e quante risorse economiche sono disponibili
«Per me c’è stato un lunghissimo periodo di silenzio e rimozione di quanto era accaduto, più o meno fino al 2012. Quando i miei genitori sono morti, ho pensato che era arrivato il momento di farlo», racconta. Grazie a Libera e al Comune di Milano che ha messo a disposizione il Centro per la mediazione, Setti Carraro a quel punto ha incontrato altri familiari di vittime.
«Lì ho conosciuto Marisa Fiorani e altre persone che come me non riuscivano a esprimere il proprio dolore in libertà. Insieme ci siamo preparati per un’attività di mediazione, ma senza l’incontro con gli autori dei reati, e siamo riusciti ad affrontare il nostro dolore mettendolo in comune», dice.
Insieme a Marisa Fiorani, la madre di Marcella Di Levrano che nel 1990 è stata uccisa dalla mafia pugliese, Paolo Setti Carraro ha partecipato agli incontri del Gruppo della trasgressione fuori dal carcere, incontrando i detenuti in articolo 21 (quelli che lavorano all’esterno) che frequentavano il gruppo, persone che avevano già fatto un percorso di presa di coscienza e consapevolezza.
Poi, dopo tre anni, hanno deciso di entrare in carcere: «Marisa diceva che voleva andare a incontrare il dolore per metterlo a confronto con il suo. Io ho fatto un percorso simile: avevo bisogno di riconoscere quelle persone come esseri umani, con una sofferenza, e confrontandoci, scoprire o riscoprire le proprie fragilità, il proprio passato e riconoscersi a vicenda», aggiunge Setti Carraro.
Il gruppo della trasgressione
Il Gruppo della trasgressione è nato nel 1997 all’interno del carcere di San Vittore a Milano con una ventina di detenuti e oggi è presente negli istituti penitenziari di Bollate e Opera, in quello di Monza e al Beccaria, l’Istituto penale per i minorenni di Milano. «È un tavolo di riflessione permanente per ricostruire gli elementi che hanno portato le persone detenute sulla strada della devianza e a commettere reati senza curarsi delle vittime», spiega Angelo Aparo, lo psicoterapeuta fondatore del gruppo che da 46 anni lavora in carcere.
Ma da cosa parte la riflessione? E su cosa si confrontano detenuti e familiari delle vittime?
Spesso io dico la prima cosa che mi passa per la testa e dato che ognuno dei partecipanti ha una testa diversa, un’esperienza diversa, i loro interventi al tavolo diventano progressivamente materia di scambio, di acquisizione per gli altri. Oggi, ad esempio, la prima cosa che ho pensato è stata che cosa ci si aspetta gli uni dagli altri e siamo partiti da lì. Altre volte si parte dal testo scritto da uno dei partecipanti che gli altri commentano, ma anche da testi letterari o teatrali».
Detenuti, familiari, studenti e cittadini si confrontano su vari aspetti della vita, come la genitorialità e l’impatto che il reato ha avuto sul rapporto con compagne, mogli, figli.
«Si riflette sul fatto che chi commette reati e sposa una vita criminale ha una visione limitata, egoistica, fatta di orgoglio, vanità, narcisismo, che elimina dall’orizzonte l’ambito familiare e non concepisce il danno che le sue azioni producono nelle relazioni con la famiglia – dice Setti Carraro – Molte persone detenute ci hanno raccontato storie di degrado, di abbandono familiare e scolastico, di padri in carcere o tossicodipendenti, e quindi uno dei temi su cui ci siamo confrontati è la credibilità dell’adulto per il bambino. Queste riflessioni mi hanno fatto riscoprire anche il mio percorso personale. Non c’è una volta in cui sono uscito dal carcere uguale a quando ci sono entrato», dice Setti Carraro che definisce l’attività che fanno in carcere come quella di un catalizzatore. «Siamo uno stimolo all’emancipazione reciproca, il simbolo di un cambiamento possibile ma in cui la società non crede. Invece è possibile. E se noi possiamo cambiare, possono farlo anche i detenuti».
In 28 anni di attività sono moltissime le persone che hanno fatto parte del Gruppo della trasgressione: circa 80 detenuti all’anno a cui si aggiungono una quindicina di studenti universitari, e poi familiari di vittime di reato e cittadini.
Oltre a organizzare incontri dentro e fuori dal carcere, il Gruppo della trasgressione ha dato vita a un’associazione e a una cooperativa all’esterno per dare lavoro a chi ha fatto un percorso con il gruppo stesso. Tra le persone che hanno conosciuto il Gruppo della trasgressione in carcere e continuano a frequentarlo anche una volta usciti c’è Adriano, uno dei protagonisti del podcast Carbonio.
Come si cambia un uomo?
Ma come avviene il cambiamento? E quanto è difficile?
«L’evoluzione avviene attraverso l’identificazione con l’altro, un avvicinamento che è il movimento opposto a quello che si vive e si consolida per poter commettere reati, che è la distanza emotiva dall’altro – spiega lo psicologo – Ascoltare Paolo Setti Carraro che racconta della sorella uccisa o Marisa Fiorani che parla di sua figlia produce una forma di prossimità, di capacità di immedesimarsi nell’altro. Si entra nei sentimenti dell’altra persona e diventa più difficile commettere un reato».
Il cambiamento però è difficilissimo e non avviene una volta per tutte. «Non bisogna avere l’ingenuità di credere che una volta attivata la prossimità non si possa tornare indietro. E allora bisogna chiedersi quali sono gli stimoli che portano la persona ad affacciarsi a nuovi orizzonti, ma anche quali sono quelli che fanno sì che non gli venga voglia di chiudere quella finestra e tornare ai vecchi orizzonti, più stimolanti. Dal mio punto di vista, bisogna tenere le persone legate a progetti in cui si sentono parte attiva, protagonisti», spiega lo psicoterapeuta.
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Esperienze di incontro tra persone detenute e vittime o familiari di vittime di reato, anche se non così strutturate come quella del Gruppo della trasgressione, esistono anche in altri istituti penitenziari italiani. In quello di Parma è la redazione di Ristretti Orizzonti (la rivista fondata nel carcere di Padova nel 1998) a organizzare incontri tra detenuti e familiari di vittime di reato. .
«Incontrare Fiammetta Borsellino e Agnese Moro è stato sconvolgente. Nonostante il dolore immenso che vivono, non provano odio ma ci hanno trattato con umanità. Con loro ho avuto l’esperienza più bella da quando sono entrato in carcere», racconta Giovanni, l’ergastolano che abbiamo conosciuto nel primo articolo di questa serie, che ricorda anche l’incontro con Jacqueline Morineau, la fondatrice del Centro di mediazione di Parigi morta nel 2023, con cui la redazione si è confrontata sul tema della giustizia riparativa.
L’esperienza del gruppo dell’incontro
Pubblicato nel 2015, Il libro dell’incontro racconta il percorso intrapreso da un gruppo di vittime e responsabili della lotta armata degli anni Settanta, che hanno deciso di confrontarsi tra di loro per «ricomporre la ferita lasciata aperta da quegli anni». Lo hanno fatto incontrandosi per circa cinque anni in una serie di riunioni, weekend di lavoro e anche settimane di autogestione in case di comunità e abbazie: appuntamenti resi pubblici solo alla fine dell’esperienza. Con loro c’erano anche dei rappresentanti della società civile, delle istituzioni, del mondo della cultura e dell’università e tre mediatori: Adolfo Ceretti, docente di criminologia dell’Università di Milano-Bicocca e supervisore del Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano, il padre gesuita Guido Bertagna e la giurista Claudia Mazzucato.
Del Gruppo hanno fatto parte anche Agnese Moro, la figlia del presidente della Democrazia Cristiana rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, e Franco Bonisoli, uno dei membri del commando che la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani ha ucciso i cinque agenti della scorta di Aldo Moro e ha portato al suo sequestro.
Questo percorso li ha fatti conoscere e diventare, con il tempo, amici. Partecipano spesso insieme a incontri con gli studenti in giro per l’Italia, raccontando la loro esperienza: «I weekend residenziali prevedevano anche i pranzi insieme, le pulizie, lavare i piatti. E non è che stavamo divisi per gruppi, ci si mescolava. E a un certo punto non eravamo più l’ex e la vittima, ma Franco e Agnese, due persone che imparano a entrare in relazione nel quotidiano», ha detto Bonisoli in una di queste occasioni, lo scorso marzo a Parma.
«Franco è stata la prima persona che ho incontrato – ha spiegato Agnese Moro in quello stesso incontro – È arrivato a casa mia con una piantina e abbiamo parlato delle nostre vite, non della morte. La scelta di venirmi a trovare non è stata facile». E poi ha aggiunto: «La normalità non è odiarsi, ma è una persona che prende un treno per venirti a trovare e tu che lo accogli in casa tua. Ascoltandolo ho capito che avevo in mente un’immagine di persone che non esistevano».
La giustizia riparative in Italia
L’esperienza più famosa di giustizia riparativa è quella del Sudafrica post-apartheid. Ma il primo caso in cui si parla di restorative justice risale agli anni Settanta. In una cittadina dell’Ontario in Canada, due educatori suggerirono al giudice che aveva condannato due ragazzi, responsabili di aver danneggiato alcune case, un programma di probation (le misure imposte agli autori di un reato da svolgere nella comunità per il reinserimento sociale) diverso dal solito: proposero loro di incontrare le famiglie che abitavano in quelle case e di risarcirle lavorando.
Da lì questo nuovo paradigma, che prevede una risposta al reato diversa da quella fondata solamente sulla punizione e mira a ricostruire la relazione sociale interrotta dal reato, si diffonde in Australia, Nuova Zelanda, e poi in Francia e nel Regno Unito e in altri Paesi. In Italia fin dagli anni Novanta esistono programmi di giustizia riparativa in ambito minorile: Torino, Milano e Bari sono state le prime città ad aprire centri di mediazione in collaborazione con i Tribunali per i minorenni.
A partire dal 2005 sono state avviate sperimentazioni anche con gli adulti nella fase di esecuzione della pena: vent’anni dopo, Antigone ha mappato progetti di giustizia riparativa in 13 istituti. Poi nel 2022 è stata adottata una normativa che disciplina in maniera organica la giustizia riparativa.
Marta Cartabia, ministra della Giustizia nel Governo Draghi, ha inserito la giustizia riparativa nella riforma che ha preso il suo nome. L’ha inquadrata non come un’alternativa alla giustizia tradizionale, ma come un percorso parallelo e complementare.
Per chi da tempo se ne occupava, sempre in forma sperimentale, spesso guardato con sorpresa e incredulità, è stata «un’occasione incredibile». Così la considera l’avvocata Claudia Landi, esperta di diritto di famiglia. «Vedere riconosciuto un tema in cui tutti noi credevamo moltissimo è stato grandioso – spiega – la ministra ha fatto una cosa rivoluzionaria da un certo punto di vista: ha preso quella che è stata chiamata una sperimentazione e l’ha fatta diventare norma». Della commissione che ha lavorato alla legge sulla giustizia riparativa ha fatto parte anche lo stesso Ceretti.
Sono 25 gli articoli con cui la giustizia riparativa entra a far parte a tutti gli effetti del Codice di procedura penale. Articoli in cui «non è che si dicano cose nuove – aggiunge Landi – ma le si dicono in un contesto nuovo».
Innanzitutto ce n’è uno che la definisce: è giustizia riparativa «ogni programma che consente alla vittima del reato, alla persona indicata come l’autore dell’offesa e altri soggetti appartenenti alla comunità di partecipare liberamente in modo consensuale, attivo e volontario alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale adeguatamente formato denominato mediatore».
Parlando dei programmi, inoltre, «si allarga lo sguardo», dice Landi. Non c’è più solo la mediazione penale diretta, che prevede l’incontro tra le parti in presenza dei mediatori, ma è possibile anche un confronto indiretto: il mediatore può incontrare vittima e autore del reato separatamente oppure il confronto può avvenire tramite lettere, telefonate, incontri con i legali.
Se la vittima non accetta di vedere l’autore del reato, è possibile per quest’ultimo incontrare un’altra persona che ha subito un’offesa simile a quella che ha commesso: in questo caso si parla di mediazione con vittima aspecifica. L’esito del percorso di giustizia riparativa è un accordo che ripara l’offesa, che rappresenta l’avvenuto riconoscimento reciproco tra vittime e autore e permette di ricostruire la relazione tra di loro.
Può anche essere un accordo simbolico, per esempio, può prevedere delle scuse formali o un’attività svolta per la collettività, come è avvenuto in un caso di lesioni personali commesse da un ragazzo ai danni di un coetaneo e seguito da Cristiana Rossi e Laura Vaira, mediatrici della cooperativa Dike per la mediazione dei conflitti di Milano che collabora con il Centro per la mediazione penale e la giustizia riparativa del Comune di Milano: «Dopo aver completato i colloqui preliminari con le parti, solo il ragazzo che ha commesso il reato ha accettato di proseguire con il percorso, la vittima si è rifiutata. E così abbiamo optato per l’incontro con una vittima aspecifica e secondaria, la madre di un altro ragazzo aggredito da un coetaneo. La mediazione è stata molto intensa ed è stata la madre a proporre una riparazione di tipo simbolico: ha chiesto al ragazzo autore del reato di impegnarsi a portare la sua testimonianza a scuola. Quello è stato l’accordo di riparazione».
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L’incontro tra l’autore dell’offesa e la vittima permette di narrare una storia complessa che parte dal reato ma poi arriva a comprendere tutto ciò che rimane escluso dalla giustizia tradizionale.
«La giustizia riparativa permette di fare domande, di dare e ottenere risposte, di capire, ad esempio, che io che sono stata vittima di una rapina non sono stata scelta ma presa a caso. L’interrogativo spesso è “perché hai fatto questa cosa proprio a me?” – dice Rossi – In un caso che abbiamo seguito una persona dopo aver subito uno scippo si era rinchiusa in casa e non usciva più da sola per paura di essere rapinata di nuovo: l’incontro con l’autore di un reato analogo a cui ha raccontato la sua sofferenza e che ha risposto alle sue domande le ha permesso di rielaborare ciò che aveva vissuto. La riparazione non cancella ciò che è accaduto ma aiuta a ricucire gli strappi che si sono creati nelle relazioni sociali».
Landi paragona il reato a «un sasso nello stagno, che crea cerchi concentrici e i cui effetti si propagano. La giustizia riparativa invece non ha limitazioni, come invece il processo penale, dove a un certo punto si crea un perimetro. Qua confini non ce ne sono». Non ci sono confini per i partecipanti e nemmeno per la gravità del reato: un altro articolo della riforma stabilisce che i programmi sono accessibili senza preclusioni e possono riguardare tutti i reati, anche quelli più gravi. E possono essere avviati in ogni stato del giudizio, anche prima del processo, sempre su indicazione dell’autorità giudiziaria.
La figura del mediatore
Quel giorno di una decina di anni fa, a casa di Agnese Moro, Franco Bonisoli non era arrivato da solo. Ad accompagnarlo c’erano i tre mediatori del Gruppo dell’incontro, Ceretti, Bertagna e Mazzucato. Con la vittima del reato e l’autore dell’offesa, il mediatore è il terzo soggetto imprescindibile per l’avvio dell’attività di confronto.
«Non ha nessun obiettivo, né rispetto allo svolgimento dell’incontro né rispetto all’accordo riparativo. Il prodotto della mediazione è il frutto del lavoro dei partecipanti, ma il mediatore è un facilitatore del dialogo», spiegano Cristiana Rossi e Laura Vaira.
I mediatori entrano in gioco dopo che l’autorità giudiziaria invia una segnalazione, che può arrivare d’ufficio o su richiesta dei partecipanti, quasi sempre dall’autore del reato. Il provvedimento chiede loro di verificare la fattibilità di un programma di giustizia riparativa e organizzano dei colloqui preliminari individuali con le parti, anche per capire insieme quale potrebbe essere la modalità più idonea da applicare. All’incontro si arriva solo con l’assenso di tutti e la parte più delicata è il coinvolgimento della vittima.
«A fronte di un 90% delle persone indicate come autori dell’offesa che aderisce – sottolinea Rossi – la percentuale scende intorno al 50 nel caso delle vittime. Per questo il fatto di avere a disposizione un ventaglio di programmi è importante».
In caso di esito positivo, il giudice può tenerne conto in modo discrezionale nel procedimento, ad esempio applicando un’attenuante alla pena. Se invece i mediatori inviano un esito di non fattibilità, non ci sarà alcuna ricaduta pregiudizievole nei confronti della persona indicata come autore dell’offesa: «Far capire alla vittima che il programma non è a beneficio esclusivo dell’autore del reato è una delle cose più difficili. – aggiunge Vaira – Dobbiamo riuscire a far comprendere loro che questo tipo di paradigma è nato proprio per compensare la visione reocentrica che ha caratterizzato il nostro sistema penale».
La Cooperativa Dike si occupa di circa un centinaio di casi all’anno e mediamente svolge un programma nell’arco di sei mesi. Tra i casi che tratta, molti riguardano reati commessi da minorenni attraverso i social network e le chat sullo smartphone: «I ragazzi non si rendono conto della gravità e delle conseguenze che possono avere certi comportamenti, come l’invio di foto intime su un gruppo Whatsapp – dicono le mediatrici della Dike – In un caso di questo tipo abbiamo fatto un lavoro di mediazione con i ragazzi che, dopo una denuncia, si erano visti sequestrare il telefono dalla Polizia postale, e anche con i loro genitori, imbufaliti per la denuncia e il sequestro, e il preside della scuola».
Gli incontri congiunti, spiegano, sono importanti per far capire quali conseguenze possono avere le parole offensive o altri comportamenti agiti on line e «permettono di vedere la sofferenza di chi li ha subiti e che magari aveva smesso di andare a scuola o frequentare il quartiere per la vergogna. L’incontro aiuta a contrastare questa sorta di cecità emotiva».
Tra i reati che fanno capire meglio il coinvolgimento della comunità previsto dalla giustizia riparativa ci sono quelli legati alla legge sulla droga, reati in cui individuare la vittima è sfidante.
«Il lavoro dei mediatori in questo caso è quello di trovare persone che, a differenza di chi ha comprato sostanze, non hanno fatto una scelta in questo senso ma ne hanno subito le conseguenze, come ad esempio i familiari di una persona tossicodipendente o i genitori dei bambini che frequentano il parco in cui avviene lo spaccio – dice Rossi – L’ultimo caso che abbiamo seguito io e Laura riguarda una persona che dopo essere uscita dal carcere per un reato legato alla droga ha voluto incontrare la mamma di una vittima di un reato di quel tipo: è stata una mediazione bellissima in cui l’autore dell’offesa ha chiesto come accordo riparativo di poter dare un piccolo contributo economico a un’associazione che assiste vittime di reati scelta da quella signora».
Le esperienze raccontate dalle mediatrici di Milano fanno capire come la riparazione, l’accordo tra autore del reato e vittima, possa andare «altrove», possa cioè riguardare anche qualcosa a cui non si aveva pensato, che non si era immaginato, ma che è nato dall’incontro tra le persone.
Il tempo non è uguale per tutti
Il tempo è un concetto importante quando si parla di giustizia riparativa. E non per tutti è uguale.
«La questione del tempo va rapportata alla natura dei fatti e alla relazione tra i protagonisti. Nella mia esperienza di giudice minorile i fatti che avevano buona probabilità di successo in tema di riparazione prima venivano trattati meglio era. E lo stesso vale per la microconflittualità condominiale o di quartiere. Ma dove ci sono relazioni complesse o fatti gravi è chiaro che ci vuole tempo e dal punto di vista della vittima il tempo è incompatibile con la necessità dell’autore del reato di avere risposte utili da spendere nel procedimento penale», dice Marco Bouchard, ex magistrato, presidente della Rete Dafne per l’assistenza alle vittime di reato ed esperto di giustizia riparativa.
Dare la possibilità di accedere a percorsi di giustizia riparativa durante il procedimento penale, quando ancora non si è arrivati a una sentenza, è una delle criticità della riforma. «Il tempo del processo penale, per quanto lungo, non sarà mai allineato con quello necessario per una elaborazione personale, da una parte o dall’altra», aggiunge Claudia Landi. Per qualcuno possono bastare sei mesi per una risposta, ad altri servirà un anno o due o un tempo ancora più lungo.
Anche Angelo Aparo mette in evidenza la questione del tempo, in particolare in relazione alla ricostruzione del legame sociale, un lavoro lungo e continuo che «va concepito come quello degli operai che dipingono il ponte di Brooklyn. Lo verniciano tutti i giorni, 365 giorni all’anno, da un estremo all’altro e poi ricominciano perché altrimenti il ferro arrugginisce», dice lo psicoterapeuta.
Una riforma bloccata
La riforma Cartabia è stata adottata nel 2022 ma al momento è in stallo. Tra il 2023 e il 2024 c’è stata una corsa a partecipare a corsi di formazione da parte dei mediatori penali esperti, le figure professionali indicate dalla legge 150 per realizzare programmi di giustizia riparativa, e per l’iscrizione nel Registro presso il ministero della Giustizia.
La legge prevede infatti che in ogni Corte d’Appello venga istituita una Conferenza locale sulla giustizia riparativa (di cui fanno parte ministero, Regione, Provincia e Comune) che ha il compito di individuare l’ente locale a cui affidare la gestione di un centro di giustizia riparativa. Al momento però è tutto fermo: ancora non si sa quanti e quali centri saranno accreditati e, anche se nella legge sono indicati 4,5 milioni di euro di risorse economiche annue per i programmi di giustizia riparativa, ancora non si sa quante siano quelle effettivamente disponibili.
«Ci sono regioni che hanno i mediatori ma non hanno un centro. E anche dove ci sono risorse il numero di mediatori non sarà sufficiente a garantire a tutti questa opportunità», dice Bouchard.
Maria Inglese, psichiatra e mediatrice del Centro di mediazione penale e sociale e percorsi di giustizia riparativa del Comune di Parma, aperto in collaborazione con la cooperativa Dike di Milano, fa notare che per essere accreditato un centro deve essere attivo da almeno cinque anni e avere almeno sei mediatori: «Il nostro ad esempio è troppo giovane. Quelli che lavorano da più tempo e che probabilmente hanno un numero di mediatori sufficienti sono Milano, Torino e Bari. In Emilia-Romagna forse Bologna e Reggio Emilia. Ma quando partiranno i centri ci saranno molte richieste e i mediatori sono troppo pochi».
In questa fase di stallo ci sono alcuni centri che stanno lavorando in continuità grazie a protocolli firmati con i Tribunali per i minori e progetti finanziati in quell’ambito ma sul fronte degli adulti è tutto fermo. Tra quelli che lavorano in continuità con il Centro per la giustizia riparativa e la mediazione penale del Comune di Milano attivo dal 1998.
«Ma solo in ambito minorile, con gli adulti la situazione è meno agevole perché non abbiamo una copertura progettuale analoga. In questo momento riceviamo molte segnalazioni ma siamo costretti a gestire una sorta di lista di attesa. Non appena ci saranno nuovi progetti o l’accreditamento dei centri e una copertura economica potremo riprendere anche la trattazione degli adulti», dice Cristiana Rossi.
Serve un cambiamento culturale
Rossi e Vaira della cooperativa Dike ritengono che la legge sulla giustizia riparativa sia importante e che da un punto di vista formale ci sia tutto ciò che serve, c’è però bisogno di costruire una cultura diffusa che ne colga i punti di forza.
«Parlarne solo in relazione a reati gravissimi o personaggi noti sbilancia lo sguardo, perché nasconde tutto il lavoro minuto dei centri di mediazione e che riguarda reati meno gravi ma che lasciano comunque tracce importanti nella quotidianità delle persone. Lavorare sui media quindi è importante per far capire che questa è un’opportunità e che senza il consenso di tutti non si va da nessuna parte».
Maria Inglese ricorda che la giustizia riparativa è utile in tutti i tipi di conflitti da quelli domestici a quelli di condominio e di quartiere e anche a scuola, ma c’è ancora molto da fare a livello culturale, «perché la punizione, e quindi il carcere, come unica risposta in caso di offesa è nel nostro imprinting. Non c’è nemmeno l’idea di pensare a un altro modo di rispondere alla violazione di una norma. Eppure bisognerà farlo, intanto perché il carcere come dispositivo nato per isolare, separare, controllare, è un disastro. E poi per tanti altri motivi, tra cui il fatto che la giustizia riparativa permette di lavorare sul senso di comunità e sul modo in cui vogliamo restare legati al suo interno. È un modo di fare giustizia che non esclude nessuno e si occupa proprio di tutto ciò che non viene considerato nel processo penale e in carcere, dove la vittima non viene mai nominata».
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