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Missione riservata in Europa: Frontex riceve per la prima volta funzionari libici di Haftar

La delegazione sarà composta da uomini di Tripoli e Bengasi, insieme. La Libia divisa si mostra unita con l’Europa, che vuole più controlli alle frontiere e più rimpatri. Dopo Varsavia (quartier generale di Frontex) appuntamento a Bruxelles, in Commissione

10.10.25

Paolo Riva
Fabio Papetti

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Libia
Migranti

La Commissione europea e Frontex ospiteranno una delegazione di esponenti delle autorità libiche che si occupano di migrazione, provenienti sia dall’est sia dall’ovest del Paese.

La missione è prevista per il prossimo 14 ottobre a Varsavia (sede dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, Frontex) e per il 15 e 16 ottobre a Bruxelles, per incontrare funzionari della Dg Home, la direzione generale della Commissione europea per gli affari interni e la migrazione.

È la prima volta che funzionari provenienti dalla Cirenaica, la zona orientale della Libia sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, vengono invitati presso la sede di Frontex e non si hanno informazioni pubbliche di incontri simili a Bruxelles, con la Commissione.

L’inchiesta in breve

  • Dal 14 al 16 ottobre funzionari di Frontex e della direzione generale della Migrazione e degli affari interni incontreranno i delegati della Libia dell’est e dell’ovest a Varsavia e Bruxelles
  • È la prima volta che i funzionari della Libia dell’est, sotto il controllo del generale Haftar, vanno in visita a Frontex. Non si hanno nemmeno informazioni pubbliche di visite della Libia orientale a Bruxelles
  • Agli incontri sono invitati pubblici ufficiali che si occupano della gestione della migrazione. Il più noto, il capo delegazione, è il numero due del ministro dell’Interno Emad Trabelsi. I due sono stati parte di una stessa milizia in passato
  • L’annuncio dei meeting segue di poco l’annuncio delle autorità libiche di voler intraprendere in autonomia l’organizzazione di rimpatri volontari dai centri sotto il loro controllo
  • I rimpatri sono al centro anche di una serie di incontri tenuti nelle scorse settimane dall’ambasciatore Ue in Libia, Nicola Orlando. I rappresentanti europei, in Libia e non solo, stanno mettendo sempre più enfasi sul sistema di rimpatri, con nuove proposte che potrebbero coinvolgere anche la stessa Frontex

Sono stati invitati a partecipare funzionari del Governo di unità nazionale (Gnu) di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e dall’Ue, ma anche esponenti dell’Esercito nazionale libico (Enl) comandato dal generale Khalifa Haftar, che da Bengasi controlla la parte orientale della Libia e che si è più volte scontrato con il Gnu del primo ministro Abdul Hamid Dabeiba.

In merito alla visita al quartier generale di Frontex, fonti della Guardia costiera a Tripoli confermano l’incontro e la presenza, per la prima volta, di colleghi dell’Est. Interpretano l’incontro come un momento di conoscenza.

Un momento delicato

Dal punto di vista delle relazioni internazionali, l’incontro arriva in un momento delicato di intensa attività diplomatica con entrambe le sponde della Libia. A luglio le autorità di Bengasi hanno vietato l’ingresso ai ministri dell’Interno di Italia, Grecia e Malta e al Commissario Ue per gli affari interni e la migrazione, l’austriaco Magnus Brunner.

Saranno proprio i funzionari che lavorano per Brunner a incontrare la delegazione libica a Bruxelles.

Del resto, in un’intervista a Politico Europe, il Commissario l’aveva detto già pochi giorni dopo l’incidente diplomatico: «Siamo naturalmente pronti a riprendere questi colloqui in qualsiasi momento. A mio avviso, ciò è urgentemente necessario». «Esistono ancora canali di comunicazione a livello tecnico che funzionano molto bene», aveva aggiunto riferendosi ai colloqui tra l’Ue e i funzionari che rappresentano Haftar.

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Prima della fallita visita a Bengasi di luglio, la delegazione formata da funzionari di Ue, Italia, Malta e Grecia aveva incontrato esponenti del governo di Tripoli, con l’obiettivo di ottenere politiche più efficaci per ridurre i flussi verso l’Europa.

A fronte di un calo complessivo dei flussi in ingresso in Ue, gli ultimi dati pubblicati da Frontex a settembre mostrano che nel 2025 gli arrivi dalla rotta del Mediterraneo centrale sono rimasti sostanzialmente invariati rispetto all’anno precedente (41mila circa): «La Libia – scrive l’agenzia – rimane il principale punto di partenza». Le cifre pubblicate da Agenzia Nova, aggiornate a inizio ottobre, mettono in evidenza come gli arrivi dal Paese africano verso l’Italia da gennaio a inizio ottobre siano cresciuti del 46 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, e del 24 rispetto al 2023.

Est e Ovest insieme in Europa

Nella lista dei partecipanti alla visita a Varsavia e Bruxelles, per l’ovest compaiono otto tra funzionari dei ministeri dell’Interno e degli Affari esteri di Tripoli, della Guardia costiera libica (di Tripoli) e dell’Amministrazione generale della sicurezza costiera (di cui Gacs è l’acronimo inglese). Per l’est, invece, sono indicati sei rappresentanti del Dipartimento per il controllo dell’immigrazione clandestina del ministero dell’Interno, della Marina e, come detto, dell’Esercito nazionale libico (Lna).

I guardacoste di Tripoli negli ultimi mesi sono stati protagonisti di due episodi particolarmente gravi. Il 25 agosto una motovedetta ha sparato per venti minuti contro la Ocean Vikings, la nave di Sos Mediterranee. L’ong ha definito l’episodio «un atto di guerra deliberato» e ha stimato 194mila euro di danni all’imbarcazione.

Il 26 settembre, un’altra ong, Sea Watch, ha denunciato che una delle sue imbarcazioni è stata bersaglio di una scarica di colpi di armi da fuoco perché non ha seguito l’ordine di interrompere un salvataggio. Aveva da poco salvato 66 persone partite dalla Libia. L’ong ha scritto che i responsabili dell’aggressione sono «milizie libiche» che si trovavano a bordo di una delle navi classe Corrubia fornite dall’Italia.

Il capo dell’intera delegazione è un nome noto: Mohammed Marhani. È il comandante della Border Guard Agency, agenzia del ministero dell’Interno di Tripoli istituita nel 2023.

Marhani già nel 2019 era vice di Emad Trabelsi, oggi ministro dell’Interno e all’epoca invece a capo della milizia Public security agency (Psa) a Zintan, nel sud-ovest, come riportano i ricercatori della Global initiative against transnational organised crime (Gi-Toc). Nota per aver gestito il centro per migranti di al-Mabani –  temporaneamente chiuso nel 2022 dopo varie denunce di giornalisti – la milizia è ancora tra le più potenti di Tripoli ed è guidata dal fratello del ministro Trabelsi, Abdullah. Sempre Gi-Toc, nel 2021, scriveva che il potere di Marhani deriva «dai legami con le milizie».

Meno noti invece i sei nomi dei pubblici ufficiali provenienti da Bengasi. Ci sono guardie di frontiera dell’Esercito nazionale libico (Enl) e funzionari affiliati al Dipartimento per combattere l’immigrazione irregolare del ministero dell’Interno, ovvero un neonato organismo voluto dal primo ministro di Tripoli del Gnu Abdul Hamid Dabeiba.

Questo lascia intendere una collaborazione tra Enl e Gnu in materia di lotta all’immigrazione irregolare.

Qualunque sia l’effettiva relazione tra le due anime della Libia per il controllo delle frontiere, è ormai acclarato che il generale Haftar sia considerato dall’Ue e da diversi suoi Stati come un interlocutore cruciale per ridurre le partenze dalla Libia.

L’invito dei suoi rappresentanti a Varsavia e Bruxelles rappresenta per Haftar solo l’ulteriore legittimazione sul piano internazionale. Le forze marittime dell’est avevano già ricevuto formazione sia nell’ambito della missione Ue Irini sia, più di recente, dalla Guardia costiera greca mentre i soldati di Haftar hanno seguito programmi di addestramento in Italia.

Nel 2023, un’inchiesta di Lighthouse Reports ha mostrato come Frontex abbia fornito assistenza per intercettare i migranti a un’imbarcazione collegata alla milizia Tariq Bin Ziyad (Tbz), guidata da uno dei figli del generale Haftar, Saddam. L’incontro della prossima settimana ha già delle solide basi da cui partire.

Più rimpatri per tutti

Da quanto ha potuto ricostruire IrpiMedia, uno dei temi di cui si parlerà nei meeting tra funzionari europei e libici saranno i rimpatri volontari. Dell’argomento tratta anche la Missione tecnica Ue-Libia, un’iniziativa diplomatica che nel 2024 ha portato a tre missioni in Libia finalizzate alla «governance migratoria basata sui diritti, della protezione, dei rimpatri umanitari volontari e della gestione delle frontiere con i partner libici e internazionali presenti nel Paese», come ha spiegato in un’interrogazione scritta lo scorso marzo la commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica.

Si è occupato molto del tema anche l’ambasciatore Ue in Libia, l’italiano Nicola Orlando, che nelle scorse settimane ha più volte incontrato il capo delegazione Marhani. Come scritto dallo stesso Orlando su X, a metà settembre, i due hanno «esaminato i progressi e individuato opportunità per una ulteriore cooperazione» e poi a fine mese quando si sono recati presso «una nuova struttura prevista per accogliere i migranti registrati per il rimpatrio volontario nei propri Paesi d’origine».

In quell’occasione, Orlando ha postato anche di aver «preso atto della nuova iniziativa libica volta a sostenere direttamente i rimpatri volontari in coordinamento con le ambasciate dei Paesi di origine». L’avverbio direttamente è il passaggio fondamentale.

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Fino a oggi, i rimpatri volontari sono stati implementati dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (acronimo in inglese Iom) grazie a finanziamenti dell’Ue o dei suoi Stati membri. Le autorità libiche, così quelle di Stati vicini come Tunisia o Algeria, non sono mai sembrate in grado di gestire il processo.

Già a marzo, però, lo stesso Trabelsi aveva sottolineato la necessità di avere un programma di rimpatri volontari a conduzione libica, citando la crescente pressione migratoria proveniente dai confini sud. E, infatti, a implementare questa nuova iniziativa sarebbe proprio il ministro dell’Interno libico.

Si tratterebbe di un cambiamento importante in un momento in cui Iom, a causa della complessa situazione internazionale, sembra in difficoltà, o almeno non in grado di fare tanti rimpatri quanti ne vorrebbero l’Ue e le stesse autorità libiche.

Nel solco del Memorandum Italia-Libia

La collaborazione delle istituzioni europee con la Libia segue lo schema cominciato con l’iniziativa italiana del 2017. Protagonista fu Marco Minniti, allora ministro dell’Interno del governo di Paolo Gentiloni, che strinse un accordo di collaborazione con Fayez al-Serraj, primo ministro dell’allora governo di Tripoli riconosciuto dalle Nazioni Unite. Siglato in febbraio, l’accordo prevedeva l’impegno per l’Italia di fornire addestramento, equipaggiamento e supporto tecnico alla Guardia costiera e di frontiera libica. Valido per tre anni, è previsto che l’accordo sia rinnovato automaticamente salvo una diversa decisione del parlamento italiano entro il 2 novembre.

Mentre diverse ong organizzano campagne per promuovere l’annullamento dell’accordo, il governo italiano continua a promuovere incontri diplomatici con la Libia. Anche con l’intento di fare da paciere tra le due fazioni. 

Lo scorso due settembre, per esempio, a Roma si è tenuto un incontro tra il nipote del premier di Tripoli Dabeiba, Ibrahim, e Saddam Haftar, figlio del generale dell’est. Erano tre anni che non vi era nessun contatto diretto, di persona, tra le due famiglie. Commentando l’avvenimento, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito l’importanza di una Libia stabile per affrontare l’immigrazione irregolare. Due giorni dopo, il suo collega agli Interni, Matteo Piantedosi, ha ricevuto al Viminale il sottosegretario alla Difesa libico Abdul Salam Al Zoubi. «La nostra cooperazione per la gestione delle sfide migratorie e di sicurezza – ha dichiarato Piantedosi – prosegue». E, infatti, altri funzionari libici sono stati a Roma ad inizio ottobre a discutere di progetti comuni sempre in ambito migratorio.

Un cambio di paradigma?

A giugno, l’Iom ha annunciato di aver rimpatriato volontariamente dalla Libia 100mila persone dal 2015. Nel 2024, i rimpatri volontari dalla Libia sarebbero stati più di 16mila però quest’anno, secondo un documento Ue di settembre, sono stati «solo 11mila», a fronte di un obiettivo 1.500 al mese. 

Sempre su X, Orlando ha ribadito «l’importanza di garantire che tutti i rimpatri siano sicuri, volontari e realizzati in conformità con gli standard umanitari» e ha detto di voler continuare «a seguire da vicino le modalità di attuazione» della nuova iniziativa libica. In un documento interno, in preparazione della visita di ottobre, inoltre, scrive che il piano del ministero dell’Interno per i rimpatri volontari «resta da verificare, con il finanziamento come principale punto interrogativo». «Tuttavia – prosegue – se dovesse essere organizzato in modo credibile e dignitoso, dovremmo sostenerlo e incoraggiare il coinvolgimento delle Nazioni Unite per fornire servizi aggiuntivi».

I punti di domanda però non riguardano solo i soldi.

Già oggi i rimpatri volontari sono fortemente criticati da associazioni della società civile (come le 64 organizzazioni internazionali firmatarie della campagna Voluntary humanitarian refusal, cominciata a marzo) e anche dall’ufficio dell’alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani: causano violazioni dei diritti dei migranti e, dato il contesto in cui avvengono, ne viene messa in dubbio la reale volontarietà. Il fatto che vengano gestiti direttamente da autorità come quelle libiche li mette ulteriormente in discussione, per il modo in cui le persone coinvolte verranno trattate.

Poi c’è, appunto, la questione finanziamenti. I fondi potrebbero arrivare ancora una volta dall’Ue, anche se non si possono escludere contributi da Stati non europei. L’Unione europea, però, nel lungo periodo, potrebbe fornire supporto anche in un altro modo.

Il 14 ottobre, infatti, mentre è in programma la visita dei funzionari libici a Varsavia, i ministri dell’Interno dei 27 stati dell’Unione si ritroveranno in Lussemburgo per il Consiglio Affari interni. Tra i temi da discutere, ci potrebbe essere anche il rinnovo del mandato di Frontex, nel 2026: secondo un documento del Consiglio visionato da Euractiv, un’ipotesi è garantire all’agenzia anche la possibilità legale di organizzare i rimpatri da un Paese extra Ue a un altro paese extra Ue.


Frontex, quindi, in futuro, potrebbe ipoteticamente sostenere i rimpatri volontari organizzati dalla Libia verso la Nigeria o il Bangladesh. Sarebbe proprio con questi due Paesi, infatti, che già ora i funzionari di Tripoli sono in dialogo per organizzare i primi voli di prova per il nuovo sistema.

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Crediti

Autori

Paolo Riva
Fabio Papetti

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

© Nirian/Getty

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