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Atlanta, una metropoli che a guardare i dati socio-economici è un luogo capace di attirare investimenti, popolazione e crescere in altezza. Negli ultimi dieci anni i nuovi residenti sono 100mila, qui Google ha aperto un suo grattacielo in città, Mercedes ci ha spostato la sede Usa così come Duracell e altre grandi imprese. Il risultato è quel che capita spesso alle metropoli di successo: più disagio e maggiori disuguaglianze. Un dato per tutti: tra 2020 e 2024, il costo delle case vendute è aumentato di circa il 40%.
Non deve essere un caso che la prima stagione della celebre serie horror The Walking Dead sia stata girata proprio qui. A farsi un giro a downtown, dove si trovano soprattutto uffici, alberghi e sedi delle istituzioni, infatti, l’impressione è quella di un deserto popolato da ombre.
L’inchiesta in breve
- Atlanta è cresciuta molto, in investimenti, popolazione e altezza. Il risultato è quel che capita spesso alle metropoli di successo: più disagio e maggiori disuguaglianze. Tra 2020 e 2024, il costo delle case è aumentato del 40%
- Atlanta è il punto di partenza del nostro viaggio nel sud degli Stati Uniti, per capire la crisi degli homeless: nel 2024, le persone senza casa erano almeno 770mila, ma il dato è molto sottostimato
- Michael è rimasto senza casa perché abusava di sostanze, Claire perché è una persona trans, Kevin per il suo passato in prigione. Sono solo alcune delle ragioni per cui negli Usa si può diventare homeless
- La crescita dei senzatetto è un tema divenuto centrale dopo la pandemia: le cause sono l’elevato costo delle abitazioni, l’assenza di un parco case ad affitto abbordabili e la stagnazione dei redditi più bassi
- Il quadro ricorda la situazione italiana ma, come spesso accade negli Usa, i fenomeni diventano estremi. A settembre, gli sfratti nelle maggiori città Usa sono stati ben più di un milione. In Italia, 21mila in tutto il 2024
- Eppure, c’è chi prova a resistere, come le organizzazioni degli inquilini, attive contro la gentrification ad Atlanta. O come il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani: la promessa di congelare gli affitti controllati è stata un elemento chiave della sua vittoria
La città di Martin Luther King, abitata da un esercito di senzatetto, in piccoli gruppi intorno alle pensiline delle fermate del bus, nei parchi, in tenda sotto ai ponti, sulle scalinate delle fontane; o solitari agli angoli delle strade, addormentati di fronte agli alberghi a cinque stelle, in varie declinazioni di disagio psichico. Sui marciapiedi si vedono solo homeless, oppure turisti, perché nel modo improbabile di fare turismo negli Usa, un parco olimpico e il museo della Coca-Cola sono luoghi che meritano la spesa di un costoso weekend.
A Downtown sono concentrate le strutture che offrono cibo, assistenza e in alcuni casi alloggi di emergenza: davanti alla mensa cattolica della St. Francis Table sono un centinaio quelli che aspettano di ricevere una busta con due panini, uno snack, acqua e una tazza di caffè caldo.
La St. Francis Table distribuisce cibo agli homeless nei quartieri centrali della città, ogni mattina si forma una fila di decine di persone. Nell’area ce ne sono altre, come pure ci sono furgoni con volontari a bordo che fanno lo stesso
In fila c’è anche Darryl Redeemer: nero, impeccabile, barba curata e capelli brizzolati coperti da un cappello a tesa larga. Ci mostra la serie di diplomi di formazione conseguiti negli ultimi anni che non lo hanno però aiutato ad evitare la strada. «Lavoro da quando ho 15 anni, posso gestire un fast food come anche un’impresa di pulizie, ho una laurea, non c’è niente che non possa fare. Anni fa ho avuto un infarto e perso il lavoro, da disoccupato ho cominciato a bere. È durata due anni. Ora sono pulito ma a 61 anni nessuno mi offre una possibilità. Questo dovrebbe essere il Paese delle opportunità, ma come puoi affermare una cosa simile quando ovunque c’è un esercito di persone che vive in strada?», si chiede.
Nel seminterrato della chiesa c’è un community market, uno spaccio di prodotti gratuiti per lavoratori poveri. Jennifer, una volontaria, dice che il numero di persone non ha fatto che aumentare dal Covid in poi: negli ultimi due anni la domanda di assistenza è raddoppiata.
Mai così tante persone senza casa
Atlanta è il punto di partenza del nostro viaggio nel sud degli Stati Uniti, un tentativo di capire cosa generi la pervasività dell’homelessness, dell’essere senza casa, nelle grandi metropoli come lontano dai centri urbani.
Negli Usa, il fenomeno è molto esteso, e in crescita. Nel 2024, le autorità federali hanno censito oltre 770mila persone che dormivano per strada o in centri di accoglienza. Il metodo del conteggio ha alcuni limiti strutturali (vedi box), ma il dato non è mai stato così alto. Questa crescita esponenziale dei senzatetto è un tema divenuto centrale dopo la pandemia, con scelte repressive compiute anche da quei governatori o sindaci che si professano campioni dell’anti-trumpismo, come ad esempio il governatore democratico della California Gavin Newsom. Ma negli Stati repubblicani le politiche sono ben più dure.
Ultima fermata, un documentario in bus, con Tom Waits
Angelo Loy e Martino Mazzonis sono anche gli autori di Ultima fermata, documentario sulla homelessness girato nel Sud degli Stati Uniti. Per realizzarlo, i due autori hanno viaggiato attraverso cinque stati: Georgia, Tennessee, Alabama, Mississippi e Louisiana.
Lo hanno fatto in autobus, con la compagnia Greyhound, che ha come logo un levriero che corre: questi mezzi, che sembrano di altri tempi, sono in realtà il modo più economico per muoversi attraverso gli Stati Uniti e vengono usati da un popolo di viaggiatori con pochi soldi e molto tempo.
Dopo avere visto il documentario, il celebre cantautore statunitense Tom Waits ha accettato di farne parte, parlando, cantando e recitando alcuni suoi testi sulla condizione di senzatetto.
Il documentario è disponibile gratuitamente online.
L’avvento della seconda amministrazione Trump ha ulteriormente aggravato la crisi. Nel gennaio 2025, il governo federale ha congelato i servizi essenziali per le persone senzatetto e costretto le organizzazioni che fanno assistenza ad accettare restrizioni anti-immigrati e anti-transgender negli accordi di sovvenzione per i fondi che erano già stati loro assegnati.
Lasciata Atlanta, la prima tappa del nostro viaggio è Nashville, nello Stato del Tennessee. Qui incontriamo Darrin Bradbury, cantante folk con una complicata storia alle spalle, che dopo aver affrontato un grave esaurimento nervoso, ha deciso di aiutare i senzatetto della sua comunità. Non riusciva più a sopportare che intorno a lui il fenomeno continuasse a crescere: «Se c’è la più remota possibilità che una persona senta il calore di essere accudita prima di morire sui binari o dentro a una tenda, quel gesto di accudimento vale più di ogni altra cosa al mondo», dice.
Oltre a portare cibo e sollievo nelle tendopoli e a chi staziona ai semafori, Darrin ci introduce alla HoBo House, che accoglie una piccola comunità senza regole, una decina di giovani impegnati ad uscire da situazioni complesse e a sostenersi a vicenda. La HoBo house è a Madison, un sobborgo della città del country, che si sviluppa un’arteria stradale accanto alla quale scorrono benzinai, supermercati economici, banchi dei pegni e qualche chiesa; c’è anche una banca del plasma, dove vai, vendi sangue e torni a casa con qualche dollaro.
A ogni incrocio, anche qui, qualcuno che chiede l’elemosina, che dorme sotto a un albero, che vaga senza una meta apparente. Poco distante, ci sono le aree residenziali con villette unifamiliari non particolarmente scintillanti: tra queste la HoBo House, dove facciamo la conoscenza di Michael.
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«Pensano di risolvere la crisi dei senzatetto rendendoli dei criminali?», si chiede Michael, spiegando che nel suo Stato i senzatetto vengono multati e messi in prigione a causa della loro condizione. «In galera non riceviamo la formazione necessaria per riuscire ad integrarci e, una volta fuori, con dei precedenti, è difficilissimo riuscire a trovare un lavoro, senza parlare dell’ansia che hai per essere stato rinchiuso. L’ansia è quella che ti fa assumere sostanze. Una volta fuori non hai le competenze per poter gestire le pratiche burocratiche, come fare la carta di identità o la tessera sanitaria. Il sistema carcerario è orientato in modo da indebolire le tue motivazioni e ti ficca in testa la convinzione che rimarrai per sempre un criminale: è matematico che finisci di nuovo per strada», ragiona.
Per strada a causa delle sostanze, o del proprio orientamento sessuale
Michael parla con cognizione di causa, la sua è una storia da romanzo. I suoi genitori divorziarono quando aveva nove anni e poco dopo cominciarono i disturbi bipolari, disturbi della personalità, depressione. Entrava e usciva dalle cliniche psichiatriche. La prima volta che è finito in carcere era minorenne, la madre lo aveva denunciato perché gli aveva preso la macchina senza chiederle il permesso. Nonostante ciò, una volta fuori, era riuscito a riprendere la scuola frequentando corsi serali.
A diciotto anni se n’è andato da casa e quasi subito lo hanno arrestato per possesso di marijuana. Gli hanno dato cinque anni. Quando è uscito ha cominciato ad abusare di sostanze più pesanti: metanfetamine, crack, eroina, ed è finito per strada: New York, New Jersey, Philadelphia, Austin, fino ad arrivare a Nashville…
Una storia familiare complicata, un errore da ragazzo e sei marchiato a vita. Michael ci racconta di quando è quasi morto e del perché abbia deciso di cambiare nonostante il sistema sembri pensato per farti rimanere homeless e tossicodipendente
«Negli ultimi tre anni sono andato in overdose sei volte: alla penultima mi hanno raccolto i paramedici fuori la tenda e in ambulanza hanno stabilito che ero clinicamente morto: significa che per cinque minuti il tuo cuore non batte e il tuo elettroencefalogramma è piatto. Sono stato in coma per due mesi e per ossigenarmi mi hanno fatto una tracheotomia. Quando sono uscito non mi reggevo in piedi, sono tornato in strada e dopo un mese sono andato un’altra volta in overdose. Due giorni prima però avevo incontrato Darrin; è lui che è arrivato con il Narcan (un farmaco di prima emergenza che argina l’effetto dell’overdose, ndr) e mi ha fatto uscire dalla botta. Poi mi ha preso e mi ha portato a HoBo House», racconta Michael.
Michael non si droga da un anno, sta finendo un corso da saldatore di precisione e lavora come commesso in un supermercato. «Il sistema non è il tuo dio, il sistema non ti comanda, non ti controlla. Ti può controllare solo se glielo consenti. Avrei molte ragioni per stare ancora per strada, ma ho deciso di rimettermi in piedi ed essere migliore di quanto mi hanno fatto credere di essere», dice.
Alla HoBo House vive anche Claire, una persona trans. Claire indossa un vestito a fiori blu attillato su un corpo magrissimo ed è molto timida, ma ci tiene a mostrarci i suoi dipinti.
«Il giorno che mi sono dichiarata femmina mia madre mi ha colpito così forte che sono svenuta; così una settimana dopo ho deciso di andarmene», ci dice. «Questo quadro – prosegue – racconta il giorno in cui me ne sono andata: ho dipinto un fulmine che colpisce la casa di mia madre mentre io mi allontano in mezzo alla pioggia. Non volevo fare del male a nessuno ma dovevo rubare qualcosa; non so perché ma l’unica cosa che quel giorno decisi di rubare da casa è stata una scatola di sale, e con quella me ne andai di notte, in mezzo al diluvio».
Claire ha vissuto qualche anno per le strade del New Mexico, dell’Arizona, del Nevada, della California e del Colorado, fino ad approdare a Madison dove è stata intercettata da Darrin. In quasi tutti i suoi quadri è dipinta la casa che ha lasciato, una piccola casa di campagna, circondata dalla natura: «Home is where your heart is (La casa è il posto dove sta il tuo cuore). Vorrei trovare un posto mio e smettere di dipendere dagli altri, ma comunque ora sto molto meglio, ho ricominciato a mangiare», confida.
Come più tardi ci dirà Darrin: «Se offri a questi ragazzi dieci giorni in una casa con una Tv, un condizionatore e un frigorifero da svaligiare, saranno molto più capaci di prendere una decisione sensata sulla propria vita di quanto non lo fossero dieci giorni prima».
A Nashville incontriamo anche Fish, ce lo presenta una volontaria di un’organizzazione non profit. Filippino di nascita, abbandonato dalla famiglia, non ha documenti nonostante viva da sempre negli Usa. Fish ci racconta di sé e della sua vita
Le porte girevoli tra carcere e strada
Su un bus che porta da Nashville a Gulfport, in Mississipi, incontriamo Kevin. È un uomo bianco sulla quarantina. Indossa il sotto di una tuta grigia e una maglietta bianca a maniche lunghe: «La tuta – dice – è quella che ti danno nel penitenziario quando devi uscire, la maglietta l’ho comprata allo spaccio della prigione, è tutto quel che ho, a parte le medicine. Sono due giorni che non mangio, ed è un problema perché se non mangio non posso prendere le medicine…».
Kevin è appena uscito da un carcere in Illinois. Prima di uscire gli hanno chiuso il conto corrente e gli hanno dato un assegno con la somma equivalente di quella che aveva sul conto: 587 dollari. Ma non la può incassare perché non ha un documento.
La prima volta che Kevin è stato dentro era minorenne; aveva rubato un albero di Natale per sua madre. In un penitenziario di Chicago, i secondini lo hanno picchiato ripetutamente, ha una lastra d’acciaio nel cranio, 198 punti in testa, una mascella fratturata. «Adesso sto tornando dalla mia famiglia, da mia moglie e dai miei figli», dice. Alla stazione di Birmingham scende e chiede all’impiegato della biglietteria di usare un momento il suo cellulare: deve chiamare la moglie per dirle che se tutto va bene sarà a casa, in un paesino del New Hampshire, la sera del giorno dopo.

Due giorni dopo Kevin ci scriverà un messaggio in cui dice che è arrivato ma che deve dormire in tenda perché la casa è affittata alla moglie e al figlio e lui non è previsto nel contratto di affitto e il suo eventuale trasferimento può essere causa di sfratto. Da allora, nonostante i ripetuti tentativi di metterci in contatto, di lui non abbiamo avuto più notizie.
Secondo un rapporto della Prison Policy Initiative le persone con precedenti penali sono senzatetto in un numero sette volte superiore alla popolazione. Spesso, alcune delle attività necessarie a sopravvivere come fare l’elemosina o dormire su una panchina sono vietate in molti Stati e quindi essere un ex detenuto e anche homeless accresce le possibilità di finire di nuovo in carcere. Il rapporto parla di «porte girevoli» tra carcere e strada.
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Il Mississippi: lo stato Usa più povero
Il Mississippi è lo Stato più povero degli Usa. Gulfport e la contigua Biloxi sono porti di pescatori – molti sono vietnamiti del Sud rifugiatisi qui alla fine del regime di Saigon – che hanno hanno conosciuto uno sviluppo turistico recente grazie alla costruzione di grandi alberghi-casinò davanti al mare, uno sviluppo che non ha portato ricchezza. I casinò hanno importato il personale specializzato dalle altre capitali del gioco d’azzardo e l’arrivo di slot e black-jack non ha dunque creato granché occupazione e ha anzi fatto aumentare il costo degli affitti.
Lynda Favre, una signora bianca sulla settantina, vive in una casa prefabbricata circondata da oggetti di ogni genere: generatori, scatole di ciabatte di plastica, coperte, ventilatori, sedie pieghevoli, borse frigo. Raccoglie tutto quello che i donatori della comunità le danno: «Qualsiasi cosa può tornare utile. Il cibo da distribuire lo compro con i soldi della pensione», spiega.
Lynda guida un furgone Ford azzurro degli anni Settanta con rimorchio, dove stipa tutta la roba necessaria per i suoi giri quotidiani. È con questo vecchio scassone che ci accompagna a Tent City, la tendopoli di Biloxi, tollerata, a differenza di quanto accade a Gulfport: «Lì i poliziotti ti svegliano nel cuore della notte, ti fanno smontare la tenda o, quando la trovano vuota, la riducono a brandelli. Qui almeno puoi stare un po’ più tranquillo», spiega Lynda.
La donna ha preparato panini, bibite e anguria per un centinaio di persone. Durante la distribuzione del cibo si informa dai singoli se hanno bisogno di qualche strumento per fare un passo in avanti nella vita, e in caso affermativo cerca di sostenerli e aiutarli a sbrogliare le pratiche burocratiche. Il campo è ordinato, tutti si conoscono e sembra regnare un clima tranquillo, potrebbe sembrare quasi un normale campeggio se non fosse per i volti segnati e che molti si aggirano come zombie sotto l’effetto di sostanze.

Un anziano veterano di guerra su sedia a rotelle e le gambe gonfie come palloni racconta degli anni Settanta a Napoli: «C’era il colera quando ero di stanza lì…». Un altro, più giovane, ha perso un occhio in Afghanistan, va in giro con degli stivali di gomma che gli hanno cotto la pelle dei piedi. Lynda gli fa degli impacchi di aceto e gli dà un paio di calzini nuovi, si offre di accompagnarli all’ufficio per il welfare dei veterani che offre, tra l’altro, cure e aiuto per la casa. I veterani hanno più strumenti rispetto agli altri, per cui esistono programmi federali che offrono sostegno economico a chi non ha casa.
«Sono vent’anni che mi impegno e lo faccio perché sono cresciuta anche io così: dormivamo in macchina, a casa di conoscenti, in mezzo ai boschi, al freddo, ma non mi è mai mancato niente, non ho mai perso nemmeno un anno di scuola. Nel breve periodo in cui abbiamo avuto una casa, mio padre non faceva altro che ospitare conoscenti o sconosciuti che avevano bisogno di cibo o di farsi un bagno», racconta Lynda.
Perché si finisce per strada
Dopo aver percorso migliaia di chilometri e visitato cinque Stati del sud degli Usa, proviamo a mettere ordine tra le tante storie raccolte.
Si può finire in strada perché ai tuoi genitori non piacciono le tue scelte in materia di identità sessuale, per una malattia che manda in rovina la tua famiglia, per una scelta sbagliata, un reato minore che non ti scrollerai più di dosso, per l’alcol, le sostanze o perché il costo di un appartamento è più alto del salario che percepisci lavorando tutti i giorni. Lavoro povero e assenza di una casa sono parenti stretti.
Quante sono le persone senza casa negli Usa?
Negli Usa, ogni anno, in inverno, il Dipartimento per l’edilizia abitativa e lo sviluppo urbano effettua il censimento di chi è senza casa in un determinato giorno. Nel 2024, le persone conteggiate sono state 771mila: tra queste, 150mila erano minori (in famiglia o meno) e 168mila avevano più di 55 anni, con gli afroamericani più rappresentati. È un dato elevato, ma che non descrive benissimo il fenomeno perché, appunto, è la fotografia di una singola notte, mentre l’homelessness negli Stati Uniti è una situazione dalla quale si entra e si esce.
Diversi studi stimano che a vivere questa condizione nell’arco di un anno siano un numero di persone tra le 2,5 e le dieci volte più grande della statistica ufficiale. Una stima del 2018 parlava di 4,2 milioni tra minorenni e giovani senzatetto, compresi quelli che vivono ospiti di qualcuno o in albergo, o che sono stati temporaneamente cacciati di casa.
Per quanto riguarda l’homelessness, negli Usa il fenomeno ha caratteristiche da Paese arretrato e questo a causa dell’elevato costo delle abitazioni al metro quadro abbinato con l’assenza di un parco case ad affitto controllato o abbordabile e con la stagnazione dei redditi più bassi. Tutte le stime esistenti, infatti, indicano la mancanza di circa 7,3 milioni di case ad affitto contenuto mentre il 27% delle famiglie in affitto spende più della metà del proprio reddito per la casa. Il quadro ricorda la situazione delle città italiane ma, come spesso accade negli Usa, i fenomeni diventano estremi. Ad esempio, perché sfrattare un inquilino è rapido e indolore: nel solo mese di settembre 2025, gli sfratti eseguiti in 31 città statunitensi sono stati un milione e 27mila. È un dato enorme, se si considera che, in Italia, in tutto il 2024 ne sono stati eseguiti 21mila.
Accanto a questo, c’è un altro dato che rappresenta un ulteriore e importante tassello della drammatica crisi abitativa americana, quello relativo alle persone che dividono casa con amici o parenti oppure vivono in albergo. In materia, non esistono statistiche nazionali. Si sa però che questa condizione è spesso la fase che precede il rimanere in strada. Negli Usa, esistono alberghi o motel a basso costo che offrono tariffe speciali per la lunga permanenza.
Sono soluzioni più care di un affitto, ma non implicano l’esborso di una caparra e non prevedono costi per le utenze e neppure la necessità di avere un buon “credit score”, ossia un punteggio che attesti la credibilità di un inquilino come ‘debitore coscienzioso’ e quindi in grado di pagare regolarmente l’affitto. Il Dipartimento dell’educazione ha registrato 107mila studenti delle scuole pubbliche primarie e secondarie che nell’anno scolastico 2021-2022 vivevano in situazioni di questo tipo, e tra le zone dove questo capita più frequentemente c’è proprio l’area di Atlanta.
Ritorno ad Atlanta
Ed è proprio ad Atlanta che concludiamo il nostro viaggio, per completare il puzzle della crisi abitativa Usa. Nella capitale della Georgia incontriamo i volontari della Housing justice league (Hjl), un’organizzazione di inquilini che si riuniscono in un centro comunitario a Peoplestown, quartiere nella parte sud di Atlanta, di quelli a forte rischio di venire trasformati da comunità storica afroamericana a luogo di speculazione immobiliare. Le organizzazioni degli inquilini sono un fenomeno antico che di recente ha ripreso forza persino con un tentativo di organizzare una rete nazionale. Fuori alcuni ragazzi giocano a basket, dentro ci sono soprattutto donne e qualche bambino.
A Peoplestown assistiamo a una riunione di persone che vivono in case ad affitto controllato che si lamentano delle ingiunzioni di sfratto o del fatto che i padroni di casa lascino volontariamente marcire gli edifici per poterli dichiarare inagibili, sfrattare gli inquilini e poi vendere il terreno agli immobiliaristi. Questi costruiranno qualcosa di nuovo oppure li affitteranno senza vincoli di prezzo o, infine, rinegozieranno con le autorità comunali l’affitto controllato.
A una riunione della Housing justice league, la coordinatrice Allison Johnson incontra Rose, che da qualche giorno vive in auto dopo essere stata sfrattata nel giro di pochi giorni. Allison le spiega: «Il problema è che le leggi dello Stato tendono a tutelare soprattutto i proprietari, nonostante si tratti sempre meno di privati con una casa da affittare e sempre più si ha a che fare con grandi gruppi immobiliari»
Se il mercato immobiliare è in mano a pochi grandi gruppi, poi, questa modalità di gestire gli affitti controllati è ancora più spietata. È quello che succede ad Atlanta: una ricerca ha mostrato come 19mila case in affitto, l’11% del totale, sia di proprietà di tre soli gruppi imprenditoriali. A queste fanno capo una serie innumerevole di società controllate di piccole dimensioni che aiutano a proteggere le società madri da responsabilità o azioni legali intraprese dagli inquilini.
È a partire dalla crisi dei subprime del 2007, quando centinaia di migliaia di case sono state pignorate dalle banche e rimesse sul mercato a basso prezzo, che si sono moltiplicate le occasioni per i gruppi immobiliari: Atlanta e altre città del Sud hanno fatto la parte del leone.
«La crisi ha cambiato le cose, perché i pignoramenti hanno colpito principalmente il patrimonio immobiliare di case unifamiliari e molte proprietà sono finite nelle mani degli investitori», scrive Dan Immergluck, professore di Urban Studies all’Università della Georgia. «Nel 2012 questa tendenza è stata “alimentata” da una combinazione di politiche pubbliche e da Wall Street che ha spinto una grande quantità di capitali globalizzati verso questo mercato (…) e la regione di Atlanta è stata uno degli obiettivi chiave. (…) Queste società hanno iniziato a inviare rappresentanti alle aste di pignoramento. I quartieri più poveri della città sono anche quelli dove aumenta in maniera esponenziale la conversione da piccola proprietà a proprietà di grandi gruppi e aumento di popolazione di affittuari ex proprietari», continua l’esperto. Il 94% dei nuovi appartamenti sul mercato di Atlanta sono nella categoria lusso.
Gentrification da manuale
Molti degli inquilini presenti alla riunione della Housing justice league segnalano di essere sotto sfratto, altri, come capita nei condomini ad affitto controllato, spiegano come gli edifici in cui vivono siano abbandonati dalla proprietà. Una di loro, Florence, acconsente a farci visitare il suo appartamento in una fabbrica riconvertita della General Electric. L’edificio è uno dei tanti ex stabilimenti in mattoni collocati nei centri urbani e trasformati in residenze negli ultimi decenni.
Da fuori non è affatto male, così come nelle foto della brochure che ne propone l’affitto. Ma nella brochure non ci sono le foto delle scale: Florence ci mostra come queste e i corridoi avrebbero un gran bisogno di pulizia e manutenzione: macchie di umido, muffa, chiazze di sporco, escrementi di cane, pozze d’acqua dove i lucernai non chiudono bene: «Nel condominio sono in corso lavori, il che fa temere sfratti imminenti o aumento dell’affitto controllato… e poi, questi lavori, non tengono conto del fatto che le persone qui dentro ci vivono», spiega.
Ai piani inferiori sentiamo un rumore assordante: «Polvere e rumore tutto il giorno e acqua sporca dai lavandini da mesi», dice aprendo il rubinetto e facendo scorrere un liquido marrone.
Tutti si lamentano dell’impossibilità di essere ascoltati dalla proprietà: negli Usa c’è un building manager che si occupa della manutenzione, ma se il proprietario è un grande gruppo, il manager dovrà chiedere al superiore locale che a sua volta si rivolgerà a un impiegato del quartier generale la cui unica preoccupazione è quella di mantenere i conti in ordine e raggiungere gli obiettivi di business della società immobiliare.
La Housing justice league è una delle tante organizzazioni che organizzano gli inquilini, si tratta di un movimento in crescita in tutti gli Usa. Qui Allison Johnson, la coordinatrice, introduce una riunione in quartiere di Atlanta
Per farci capire quali siano gli effetti di lungo termine delle politiche immobiliari cittadine, Allison Johnson, coordinatrice della Housing justice league, ci porta nell’area dove nel 1996 il comune costruì lo stadio olimpico. Nella zona c’era un intero quartiere a maggioranza afroamericana che fu sfollato e demolito. Ci furono proteste e picchetti per un lungo periodo. Da allora lo stadio ha cambiato proprietario un paio di volte, prima la squadra di baseball degli Atlanta Braves, oggi quella di football dell’Università della Georgia. Nel 2017 un gruppo immobiliare ha comprato lo stadio e tutta l’area circostante, dove ha costruito palazzi e strutture commerciali.
«Tutta la zona, compreso lo stadio, è stata acquistata a un quarto del prezzo pagato dal comune per acquisirla ed edificarla in previsione delle Olimpiadi, un’operazione immobiliare avvenuta in sordina, molto vantaggiosa per gli acquirenti», spiega l’attivista di Hjl.
Se attorno avevamo visto soprattutto afroamericani, qui, per le strade e nei caffè che servono toast di avocado e hamburger di carne biologica, troviamo coppie di giovani bianchi che spingono carrozzine. Sembra di essere finiti in una presentazione powerpoint di un professore di sociologia che si occupa di gentrificazione. «Questa era un’area con una storia e un tessuto sociale. Oggi è stata trasformata in un quartiere cool, con prezzi inarrivabili per chi ci viveva prima. Crediamo che questo sia l’inizio di un processo più ampio, per questo cerchiamo di organizzare gli inquilini», conclude Allison.
“Ripulire” e criminalizzare
Se le autorità di Atlanta non hanno scrupoli a far demolire un quartiere per rivalutarne la rendita, la risposta all’aumento dei senzatetto sembra essere solo punitiva; le operazioni di “pulizia” vengono eseguite di continuo per nascondere la presenza degli homeless in città. Nel gennaio del 2025, le autorità hanno sgomberato un campo di tende accanto alla Ebenezer Church, quella dove era pastore Martin Luther King: le ruspe che strappavano via le tende hanno schiacciato e ucciso Cornelius Taylor, un homeless di 46 anni.
Del resto, negli Usa, le leggi locali che criminalizzano i senzatetto stanno diventando la nuova normalità. Il National law center on homelessness and poverty (Nchp) segnala un aumento costante dal 2006. Le misure includono il divieto di accamparsi, di usare una coperta nei luoghi pubblici, di sedersi e sdraiarsi in pubblico, di dormire in auto, vagabondare, bighellonare, rovistare tra i rifiuti in cerca di cibo.
Nel mirino delle istituzioni anche chi offre aiuto e servizi: nel gennaio 2025 l’amministrazione Trump ha congelato i fondi federali per le organizzazioni che forniscono aiuto in strada e i fondi destinati a pagare gli affitti sussidiati. Anticipando i tempi di Washington, la città di Miami ha vietato la distribuzione di pasti in strada a più di 25 persone per volta, rendendo difficilissimo il lavoro di organizzazioni simili a quelle che abbiamo raccontato e incontrato.
Lo stesso presidente Trump, ad agosto, ha inviato la Guardia Nazionale a Washington per sgomberare i campi di homeless dalla capitale ed espellere queste persone dalla città. Non vuole vederli mentre il suo corteo lo porta a giocare a golf: il post con cui annunciava la misura mostrava proprio le sue auto con delle tende sullo sfondo. «Vi daremo un posto dove stare», ha detto il presidente rivolgendosi agli homeless. Gli sgomberi ci sono stati, quel posto no.

L’amministrazione fa propria la linea dura già messa in atto in alcune città e Stati e non si tratta di un caso. Negli Stati Uniti succede spesso che organizzazioni conservatrici lavorino alla scrittura di leggi e poi facciano lobby affinché queste vengano adottate dalle assemblee elettive statali. Si va dall’aborto al possesso di armi fino, appunto, alla homelessness.
A promuovere il modello di politica contro i senzatetto è il Cicero Institute. A crearlo è stato il miliardario Joe Londsale, poco più che quarantenne venture capitalist che ha co-fondato Palantir assieme al suo mentore Peter Thiel, ed è dunque uno di quei miliardari della Big Tech impegnati in politica con idee tra nichilismo apocalittico, fantasie suprematiste ed estrema destra.
Secondo Londsale, la gente vive in strada per colpa delle politiche troppo accomodanti e delle organizzazioni che aiutano i senzatetto. Queste ultime vengono definite dal miliardario «homeless industry», un discorso che ricorda la retorica contro le navi delle Ong che salvano i migranti nel Mediterraneo. Come scrive ancora Lonsdale in un articolo, chi adotta il modello Cicero lo fa perché «rifiuta l’idea marxista secondo cui il capitalismo americano sia alla radice del fenomeno dei senzatetto e che solo l’attivismo di estrema sinistra possa risolverlo». Con i suoi ordini esecutivi, Trump rende nazionale il modello Cicero.
Il modello, però, non funziona per almeno tre ragioni. La prima riguarda le cure obbligatorie e forzate per tossicodipendenti e persone con problemi psichiatrici, che qualsiasi esperto spiegherà non essere efficaci. La seconda riguarda il fatto che, come abbiamo raccontato, centinaia di migliaia di senzatetto non sono tossicodipendenti. La terza ragione è che lo scorso 27 marzo il Segretario alla Salute Robert Kennedy jr ha chiuso la Substance Abuse and Mental Health Services Administration, ossia l’agenzia federale che si occupa di tossicodipendenze e salute mentale.
Della politica degli sgomberi dei campi con promessa di ricollocazione e cura, insomma, l’unica cosa che vedremo sono gli sgomberi. L’importante non è la crisi degli alloggi o il loro costo o la dignità delle persone, l’importante è che chi vive in strada lo faccia lontano dalla vista della “gente per bene”. Eppure la promessa di congelare gli affitti controllati è forse la chiave che ha consentito a Zohran Mamdani di diventare sindaco di New York. Un segnale che la maggioranza delle persone che lavora in quella città sanno come il rischio di finire per strada sia reale e non riguardi solo persone che nascono e vivono ai margini.
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