10.12.25
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Nel 2025, in Libia, è emerso un nuovo attore nell’industria petrolifera: Arkenu. È una compagnia attiva in tutte le parti della filiera. È la prima società privata registrata nel Paese che è stata anche autorizzata a esportare greggio, rompendo così il monopolio che la National oil corporation (Noc), l’azienda statale libica del petrolio, aveva dal 1970. Solo che di questo accordo tra Noc e Arkenu non si sa nulla. Come non si sa nulla dei soci di Arkenu.
L’export di greggio avrebbe dovuto essere una forma di pagamento per la nuova società privata, visto che in Libia la liquidità scarseggia nelle società pubbliche e Noc non sarebbe stata in grado di monetizzare certe prestazioni. Ma nell’ultimo biennio Arkenu ha venduto il corrispettivo di circa mezzo miliardo di dollari di greggio, una cifra molto alta. Era tutto autorizzato oppure no? Arkenu non ha mai fornito spiegazioni, nemmeno quando contattata da IrpiMedia.
L’inchiesta in breve
- Arkenu è la prima società privata libica che è stata autorizzata a vendere all’estero greggio prodotto dalla Libia. In due anni, ha venduto all’estero quasi mezzo miliardo di dollari di greggio
- Secondo varie ricostruzioni giornalistiche, dietro la società ci sarebbero uomini sia del governo di Tripoli sia del rivale clan degli Haftar, che si spartirebbero i suoi proventi. A permetterne l’apertura sarebbero stati gli Emirati arabi uniti
- Non si conosce il nome dei proprietari della società, né i dettagli dell’accordo che ha permesso ad Arkenu di esportare greggio libico. Secondo gli esperti Onu l’azienda sarebbe indirettamente controllata dal figlio di Haftar, Saddam, coinvolto in numerosi traffici
- Due navi che hanno trasportato greggio di Arkenu sono arrivate in Italia, a Trieste. Entrambe hanno seguito le stesse tattiche delle petroliere della “flotta ombra”, il gruppo di imbarcazioni usate per eludere sanzioni e condurre pratiche di import-export non autorizzate
I misteri di Arkenu riguardano anche l’Italia. Il greggio libico venduto dalla società privata libica è arrivato anche a Trieste a bordo di navi che condividono diverse caratteristiche con le petroliere della “flotta ombra”, il gruppo di imbarcazioni che l’Unione europea considera strumento in mano alla Russia per evadere le sanzioni sull’esportazione di petrolio russo via mare. Facendo sospettare così che dietro le autorizzazioni di Arkenu si nasconda invece una società che porta avanti anche operazioni di contrabbando.
L’accordo triangolare
Sede nell’est del Paese, Arkenu secondo diverse ricostruzioni giornalistiche potrebbe essere il frutto di un accordo tra le due fazioni che si spartiscono la Libia: il Governo di unità nazionale di Tripoli (Gnu) riconosciuto dalle Nazioni Unite che controlla l’ovest e l’Esercito nazionale libico (Eln) guidato dal generale Khalifa Haftar che controlla l’est e il sud, sostenuto soprattutto da Russia ed Emirati arabi uniti.
Da quando nell’ultimo biennio milizie armate si sarebbero infiltrate nella dirigenza delle aziende di Stato – Noc compresa – sarebbero stati nominati loro uomini all’interno della struttura. In seguito sarebbe stato creato un nuovo «ufficio strategico», fuori sede, con lo scopo di aprire l’industria del petrolio libica ad attori privati. E Arkenu sarebbe poi diventato un partner imposto dal governo libico a multinazionali che lavorano in Libia.
Quest’architettura – ricostruisce il Middle East Broadcasting Networks, media non profit che si occupa di Africa e Medio Oriente finanziato dal Congresso degli Stati Uniti – sarebbe stata attivamente promossa dagli Emirati arabi uniti, Paese che ha relazioni economiche anche con il governo di Tripoli, oltre a sostenere finanziariamente Haftar.
Gli addetti ai lavori lo definiscono accordo triangolare: gli Emirati avrebbero ottenuto accesso alle riserve di greggio di entrambe le fazioni libiche garantendosi una fonte di approvvigionamento energetico costante. In cambio avrebbero permesso a uomini del Gnu e di Haftar di prendersi una fetta degli incassi della principale fonte di ricchezza del Paese.
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Per mettere le mani sul settore petrolifero libico, gli Emirati avrebbero sfruttato un sistema in funzione tra il 2021 e il 2025 che permetteva di acquistare prodotto raffinato pagando con barili di greggio invece di bonifici.
I problemi legati al “baratto greggio-petrolio”
Tra il 2021 e il 2025 una compagnia libica controllata dalla Noc ha potuto pagare il petrolio che importa in un corrispettivo di barili di greggio. Il sistema serviva per sopperire alle cicliche crisi di liquidità della Noc, dovute a diversi fattori.
Dato che la Libia è la terza produttrice africana di greggio, con più di un milione di barili prodotti giornalmente, l’idea era usare la risorsa che si ha in abbondanza per pagare il prodotto già rifinito da altri, che invece scarseggia. In questo modo la Noc sperava anche di ridurre le perdite dovute al contrabbando del petrolio libico.
A proporre la chiusura del sistema di scambio greggio-carburante è stato l’Audit bureau della Libia, una specie di Corte dei conti locale, che ha fortemente criticato la Noc per aver concesso di pagare in barili di greggio anche a società poco trasparenti. A causa di questa politica, tra il 2023 e il 2025 la Libia avrebbe acquistato combustibili a prezzi più alti rispetto a quelli di mercato che avrebbero portato ad una perdita di 1,7 miliardi di dollari, dice l’Audit bureau.
Mesi dopo la fine del sistema, resta ancora la crisi di liquidità, alimentata anche dall’endemica corruzione all’interno delle compagnie libiche controllate dalla Noc. Agoco e Brega oil marketing company, ad esempio, ricevono dalla Noc il carburante che rchiedono per rispondere al fabbisogno interno. Le due società, però, sono accusate di gonfiare le richieste allo scopo di rivendere il carburante a prezzi maggiorati, sia all’interno sia all’esterno del Paese. A guadagnarci sarebbero poi le varie milizie che si sono infiltrate all’interno di queste società.
Finora i proventi dell’export del greggio libico sono sempre stati depositati alla Banca centrale della Libia. Quando vende Arkenu, invece, a incassare sarebbero gli azionisti della società, di cui non si sa nulla.
In un’intervista televisiva di luglio 2025, quando ormai gli occhi degli analisti internazionali erano già puntati sulla nuova azienda petrolifera libica, il primo ministro di Tripoli Abdel Hamid Debaiba ha affermato che non vi era alcun motivo per cui Arkenu non dovesse essere trattata alla stregua di player come Exxon Mobil, Total o Eni.
Successo anomalo, soci sconosciuti
Nel giro di soli due anni, Arkenu ha avuto un successo anomalo per una società ancora in erba. Si è aggiudicata delle gare d’appalto per servizi tecnici e operativi che si prestano alle società che fanno estrazione per migliorare le prestazioni di un pozzo petrolifero. La prima licenza riconosciuta è stata per un pozzo di piccole dimensioni nell’ovest del Paese, al confine con Tunisia e Algeria.
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Poi, secondo quanto riportato da Reuters, a luglio 2024, avrebbe ricevuto in gestione anche uno dei più grandi giacimenti libici, Messla e Sarir. Per il pagamento di parte di questi servizi, Arkenu sarebbe stata autorizzata a vendere greggio all’estero. Non è chiaro però quanti barili né per quanto tempo. L’autorizzazione si è certamente trasformata in esportazioni per Arkenu nell’ultimo biennio.
Gli analisti del Gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia nel report pubblicato a dicembre 2024 riportano che tra maggio e settembre 2024 Arkenu ha esportato sei milioni di barili a 77 dollari l’uno, per un fatturato di 463 milioni di dollari.
Il primo export di cui si ha notizia risale a luglio 2024. Qualche mese più tardi, il 3 settembre 2024, la società ha aperto una controllata nel Regno Unito che si occupa della vendita di prodotti petroliferi. Fino a gennaio 2025 è stata diretta da Sami Abu Sedra, considerato vicino a Debeiba.
Abu Sedra lavora attualmente per lo studio legale qatariota Qlex, che ha Arkenu tra i suoi clienti. Ufficialmente, a rappresentare Arkenu è Munar Abu Bakr Al-Maslati, dirigente che in precedenza ha lavorato per Arabian gulf oil company (Agoco), una delle tante società libiche controllate dalla Noc.
Diversi critici sostengono che il pagamento di Arkenu tramite l’esportazione di greggio non sia giustificato perché, per tutto il periodo che va dalla sua nascita fino al maggio 2025, non esistono prove che dimostrino i lavori svolti dalla società sui pozzi presi in gestione. Le principali operazioni della compagnia dovrebbero svolgersi nei territori sotto Khalifa Haftar il cui figlio prediletto, Saddam, sarebbe indirettamente chi controlla Arkenu, sostengono gli esperti dell’Onu nel rapporto del dicembre 2024.
Gli affari di Saddam Haftar nei porti di Tobruk e Bengasi
Saddam Haftar è stato promosso lo scorso agosto a vice comandante in capo dell’Esercito nazionale libico (Eln), un grado inferiore solo a quello del padre. Classe ‘91, guida una delle milizie meglio equipaggiate di tutto l’est libico, la Tariq bin Ziyad (Tbz), le cui violenze sono denunciate dalle Ong internazionali dal 2016-2017. Nel tempo la Tbz ha assunto sempre più il controllo delle milizie libiche dell’est e ha espanso la sua area di attività lungo i confini meridionali della Libia.
Come nota il report di The Sentry del novembre 2025, Saddam Haftar ha fatto diventare l’est della Libia il centro del contrabbando di petrolio. Questo è vero soprattutto per le città costiere di Bengasi e Tobruk, i porti che secondo quanto scoperto dal Gruppo di esperti delle Nazioni Unite, dal 2022 in avanti hanno fatto uscire irregolarmente dalla Libia prodotto raffinato acquistato da compagnie controllate dalla Noc per il mercato interno.
Il contrabbando dalla Libia, infatti, può riguardare diversi prodotti petroliferi: il greggio libico oppure diverse forme di petrolio, quindi di prodotto raffinato (per motori di navi, di aerei, di mezzi agricoli oppure carburante per automezzi).
Il carburante, per i libici, è fondamentale non solo per far funzionare auto e camion, ma anche per produrre energia elettrica. Tuttavia il Paese, grande produttore di greggio, ha scarse capacità di raffinazione: la produzione e la raffinazione sono armi dello scontro politico tra est e ovest.
Così il Paese deve necessariamente importare prodotto raffinato dall’estero: a gennaio 2025, importava a un prezzo di circa 0,71 dollari al litro, ma alle pompe di benzina chi si riforniva pagava 0,031 dollari. A pagare la differenza – il sussidio statale – è il ministero delle Finanze della Libia.
Come dimostrato dagli analisti delle Nazioni Unite, nei porti di Bengasi e Tobruk ci sono già state operazioni di contrabbando. Il carburante “sussidiato” per il mercato interno libico è stato venduto a compratori esteri, a prezzi più vicini al mercato. Nel 2022, ad esempio, le autorità albanesi hanno fermato due petroliere – la Queen Majeda e la Grace Felix – che lo trasportavano con bolle di carico contraffatte al porto di Valona.
In questi due casi il petrolio di contrabbando era passato dalla Libia ma l’origine era russa. Ai porti libici avviene quello che viene definito un re-export: arriva la nave con il petrolio russo che viene caricato su un’altra nave ed è pronto a partire. In alcuni casi le imbarcazioni si fermano a fare operazioni di trasbordo nella Hurd’s bank, una secca poco a largo di Malta dove è possibile per le navi fermarsi e scambiarsi il carico.
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IrpiMedia ne ha già scritto in passato, parlando del caso della Aristo. «Saddam Haftar è un esperto in questo genere di operazioni», commenta il ricercatore del Royal service united institute (Rusi) Jalel Harchaoui a IrpiMedia. Le navi usate per queste operazioni spesso appartengono a compagnie di navigazione che hanno già prestato le loro petroliere alla “flotta ombra”.
I viaggi del greggio esportato a Trieste
Da documenti di carico ottenuti da IrpiMedia, risulta che due petroliere siano arrivate al porto di Trieste con a bordo il greggio di Arkenu: la Maran Poseidon il 25 settembre 2024 e la Kriti Hero il 28 ottobre 2024. Entrambe avevano un carico di un milione di barili di greggio partito dal terminal Hariga, a Tobruk. Entrambe riportano come destinatario la svizzera Banque de commerce et de placement Sa. Significa che esiste un’altra società acquirente che ha con la banca in questione dei rapporti in essere.
L’agenzia delle dogane di Trieste ha negato un accesso agli atti inviato da IrpiMedia per la verifica dell’acquirente finale della società libica. Dai documenti, la provenienza del prodotto è il giacimento Mesla e Sarir e questo renderebbe plausibile che i carichi rientrino nella forma di pagamento riconosciuto da Noc ad Arkenu.
I dati del tracciamento automatico delle navi consultabili sul database MarineTraffic indicano dei comportamenti sospetti. Entrambe potrebbero aver manipolato il sistema per nascondere la propria posizione, una pratica che in inglese si definisce spoofing. Secondo Lloyd’s List, il più autorevole sito di intelligence marittimo, la Maran Poseidon appartiene al gruppo greco di armatori Angelicoussis da febbraio 2025 ed è gestita dalla società Maran Tankers.
Tra marzo e luglio 2025, almeno nove petroliere della Maran Tankers sono state sanzionate da autorità di Stati Uniti o Ue per aver trasportato petrolio russo, iraniano o anche armi. Queste navi non risultano più nella flotta di Maran Tankers, compagnia che però risulta ancora intrattenere rapporti commerciali con la Atlas Ship Supply, società turca segnalata come soggetto a rischio per i contatti avuti con compagnie sanzionate.
Per quanto riguarda la Kriti Hero, invece, MarineTraffic segnala che già dal 2022 la nave era stata protagonista di trasbordi nel golfo di Kalamata, in Grecia, e che trasportava petrolio russo. La nave fa parte della flotta del gruppo Avin International di proprietà della famiglia di armatori greca Nj Vardinoyannis Group, già segnalata in passato. Secondo quanto riportato su OpenSanctions, Avin International S.a. è una società attenzionata perché potrebbe cooperare anche con il regime iraniano nell’evasione delle sanzioni.
Non solo la Maran Poseidon e la Kriti Hero. Anche la Zeus e la Delta Commander sono state utilizzate dalla società privata con sede a Bengasi. Dalle bolle di accompagnamento, entrambe le navi dovevano terminare i loro viaggi in Cina. Invece sono finite una nel Regno Unito e l’altra alle Hawaii. Entrambe erano state già segnalate per comportamenti sospetti da analisti del mondo marittimo, soprattutto tra il 2022 e il 2023.
Caos Mediterraneo
I vertici dell’Unione europea parlano di “flotta ombra” solo riferendosi a chi aiuta la Russia a continuare a vendere i propri prodotti petroliferi in Paesi Ue nonostante le sanzioni. «Dobbiamo mettere in campo piccole azioni. Prendiamo la flotta ombra: dobbiamo colpire una nave alla volta in modo da impattare l’export di greggio russo», ha dichiarato ai giornalisti Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, il 20 novembre, in occasione della conferenza stampa tenutasi dopo l’incontro sul conflitto russo-ucraino dei ministri degli Esteri Ue.
Lloyd’s List ha invece una definizione più tecnica: un’imbarcazione fa parte della flotta ombra se ha più di 15 anni, se cerca di eludere i controlli sulla proprio rotta e facilita il trasporto di carichi di petrolio soggetti a sanzioni provenienti dall’Iran, dalla Russia o dal Venezuela, se è già soggetta a sanzioni o ha legami con società sanzionate.
«Quello che si osserva nel Mediterraneo mina il concetto [della Commissione europea] di “flotta ombra”», commenta il ricercatore del Rusi Harchaoui. E aggiunge: «L’infrastruttura per il contrabbando era già in piedi prima che la Russia ne avesse bisogno». La “flotta ombra” del Mediterraneo è utilizzata quindi anche dalla Russia ma non solo dalla Russia. L’esempio di Arkenu indicherebbe proprio un altro attore che cerca di farne uso.
Già nel 2023, Lloyd’s List segnalava che alcune petroliere precedentemente coinvolte in attività commerciali legate alla Russia stavano provando a ripulire la propria reputazione per rientrare nel commercio internazionale accettando prezzi più bassi. Il business del contrabbando non chiude mai, cambia semmai il suo tariffario.
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