«Una volta ottenuto il controllo del settore delle sigarette, una persona comincia a organizzarsi, perché inizia a guadagnare già con la vendita delle sigarette trasportate nel primo motoscafo. […] Poi inizia a prendere il controllo della droga nel Paese. Ci deve rimettere, ma non ci rimette mai perché è difficile rimetterci sulla droga», spiegava nel 1993 Salvatore Annacondia, detto Manomozza, uno dei più potenti boss della sacra corona unita nel barese. Il boss stava rispondendo alle domande del presidente della Commissione antimafia Luciano Violante e aggiunge che «avendo il controllo dell’eroina, hai il controllo di tutti i pregiudicati del posto, non hai più persone che ti possano ostacolare, puoi fare tutto quello che vuoi perché ormai non hai più avversari».
Manomozza descriveva un sistema criminale in cui un traffico alimenta l’altro. Pochi anni dopo la sua testimonianza, però, con l’operazione Primavera del 2000 e la fine del sistema di contrabbando delle sigarette, quell’intera economia viene scardinata. I traffici però non si fermano, e anche le geografie rimangono le stesse: uguali sono le rotte, cambiano i soggetti. E per capire i traffici criminali dell’Adriatico oggi, lo sguardo si deve ampliare e arrivare fino all’altra parte del mondo.
Da una parte all’altra dell’Adriatico
15 giugno 2014. Ottocento agenti dei reparti speciali albanesi e due battaglioni dell’esercito assediano Lazarat, piccolo paese di meno di tremila abitanti al confine tra Albania e Grecia. Arroccato sulla parete di una montagna, il villaggio era stato definito «la capitale albanese della droga»: fino a quel giorno, secondo le stime, si producevano 900 tonnellate di cannabis all’anno, per un valore complessivo di 4,5 miliardi di euro. Può apparire un dispiegamento di forze eccessivo, ma l’ultima volta che le forze dell’ordine avevano provato a entrare a Lazarat erano state respinte con le armi. E anche nel 2014 ad accogliere gli agenti e i militari sono stati colpi di mortai, armi anticarro e mitra.
Nel giugno di dieci anni fa, però, l’obiettivo di smantellare la produzione e il traffico di marijuana da Lazarat, che andava avanti da più di vent’anni, è andato a buon fine: dopo cinque giorni di assedio, le forze di polizia hanno preso il controllo del villaggio.
Le stime della produzione di droga a Lazarat non arrivano dall’Albania: a darle era stata, un anno prima dell’assedio, la Guardia di Finanza italiana dopo mesi di ricognizioni aeree. Perché la marijuana, attraverso l’Adriatico, arrivava – e continua ad arrivare – sulle coste italiane, a partire da quelle pugliesi. Gommoni, motoscafi, navi fino in Salento, tra Bari e Brindisi, e poi su, via terra. Gli stessi scafi blu che venivano utilizzati per il contrabbando di sigarette, le stesse rotte. I volumi dei traffici, però, sono molto più grandi.
A Lazarat, così come in molte altre zone dell’Albania, la coltivazione della marijuana è iniziata in maniera estesa negli anni Novanta. Un periodo di snodo per l’area balcanica che, dopo la caduta del regime comunista, si trasforma. E mentre negli stessi anni migliaia di persone dall’Albania attraversavano l’Adriatico per cercare condizioni di vita migliori, nell’area balcanica crescevano economie sommerse, a partire da quella, già presente, legata alle droghe.

La nave Vlora attraccata al porto di Bari l’8 agosto 1991, in quello che fino a oggi rimane lo sbarco più numeroso di migranti mai verificatosi in Italia su una sola imbarcazione. Partito da Durazzo (Albania), il mercantile trasportava 20 mila persone e rappresenta il simbolo della prima ondata migratoria dall’Albania all’Italia degli anni ‘90, innescata a seguito del crollo del regime comunista sovietico © HUM Images/Getty

Così, alle sigarette, nelle acque adriatiche si aggiungono nuove merci e, ancora una volta, la costa pugliese è quella che offre più approdi sicuri per i trafficanti: «La favorevole posizione geografica delle coste albanesi rispetto a quelle pugliesi, nonché la stessa conformazione geografica del Gargano forniscono una direttrice di collegamento diretto con l’Italia», scrive la Direzione investigativa antimafia nell’ultima relazione semestrale, relativa al 2022. «Anche per questa ragione la criminalità organizzata italiana condivide plurimi affari illeciti con quella albanese, dal momento che la rotta adriatica si caratterizza quale punto di snodo per il transito degli stupefacenti dall’Albania non solo verso l’Italia ma in direzione pure del resto d’Europa, favorita dai collegamenti aerei con i Paesi balcanici che si affacciano sull’Adriatico», si legge. Basti pensare che oggi gran parte della produzione albanese di cannabis è a Valona, la città più vicina alla Puglia.
Il sodalizio rivierasco
A settembre 1983 la Jugoslavia, che dopo la morte del maresciallo Tito si stava inesorabilmente ammalando dei nazionalismi che avrebbero portato ai conflitti degli anni Novanta e alla dissoluzione della federazione, si sveglia sotto choc. Due ragazzi vengono soccorsi dopo un incidente stradale sul lungomare di Opatija, località vacanziera dell’attuale Croazia. Lui è una guida turistica, lei la figlia di un generale dell’esercito jugoslavo. La loro macchina viene trovata piena di marijuana, LSD ed eroina. Scoppia lo scandalo, inchieste della stampa locale mettono in luce una rete di trafficanti di droga e, grazie a una collaborazione tra la procura di Venezia in Italia e la magistratura jugoslava, vengono arrestate almeno venti persone, quasi tutti figli di alti papaveri del governo o delle forze armate.
Era un gruppo di rampolli della nomenklatura del regime che poteva muoversi senza ostacoli, passare il confine, comprare stupefacenti in Italia per venderli e consumarli in Jugoslavia.
Nel 1983 il quotidiano Oslobodjenie di Sarajevo scriveva che in Jugoslavia c’erano «ufficialmente diecimila tossicodipendenti registrati» ma il numero è «generalmente ritenuto molto più grande». L’anno dopo, i dati venivano ripresi dal New York Times che dedicava un reportage alla tossicodipendenza nel Paese, spiegando come la Jugoslavia fosse stata a lungo un canale «per il traffico di droga verso i mercati redditizi di Francoforte, Amsterdam, Bruxelles e Parigi».
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Se la rotta pugliese con l’Albania ha caratterizzato le rotte dopo la caduta del regime di Tirana, in Alto Adriatico fino agli anni Novanta era il Veneto a farla da padrone. E il referente, nel Veneto di quegli anni, è uno solo: Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta. Il suo gruppo, che era detto anche “sodalizio rivierasco” si dedicava in particolare al traffico di droga e al riciclaggio dei proventi. Quest’ultimo, grazie ai buoni contatti con le due polizie di frontiera, veniva gestito attraverso dei casinò nell’allora Jugoslavia, in particolare sulla costa dell’Istria.
Il flusso di denaro organizzato da Maniero era stato al centro in un’indagine italo-jugoslava del 1987. L’operazione però non aveva portato a nulla, anche perché in Jugoslavia, con la drammatica situazione economica del Paese, si preferiva non fare troppe domande sulla valuta pregiata che arrivava da oltreconfine.
Non solo piantagioni
I flussi di droga e di denaro non si fermano, anche nei decenni successivi. All’alba del 21 dicembre 2022 il porto di Bari è pieno di forze di polizia, al loro fianco decine e decine di pacchi ricoperti di cellophane, alcuni con dei segni sopra, altri senza. Dentro ci sono tonnellate di droga, 2.300 chili per la precisione, provenienti dall’Albania: marijuana, cocaina, eroina che sul mercato avrebbero fruttato, secondo la Dia, oltre 15 milioni di euro. È solo una delle tante operazioni che, tra la costa italiana e quella balcanica, hanno portato alla luce un sistema sempre più ampio, che fa del mar Adriatico il punto cruciale di passaggio, che spesso non è né il primo né l’ultimo.
C’è un’altra operazione che spiega ancora di più i meccanismi di questo traffico di droghe: si chiama operazione Tackle. La conduce la Guardia di Finanza di Brindisi che, nel gennaio del 2022, arresta 23 persone, italiane e albanesi, che avrebbero importato cocaina ed eroina in Italia, per poi smistarle in Puglia ma anche in Calabria, grazie a contatti con la ‘ndrangheta. La cocaina e l’eroina arrivavano, rispettivamente, dai Paesi Bassi e dalla Turchia.

L’Albania, insomma, resta una nazione produttrice di cannabis smerciata a livello europeo, ma è diventata anche punto centrale di passaggio per il traffico di cocaina ed eroina. Nei porti di Durazzo, in Albania, e di Bar, in Montenegro arrivano grandi partite di cocaina direttamente dal Sudamerica, solo a volte con scali preventivi nei porti di Bulgaria, Grecia, Polonia e Turchia. Carichi destinati, spiega la Direzione centrale per i servizi antidroga, ad alimentare il mercato continentale e gestiti prevalentemente da consorterie criminali albanesi, serbo-montenegrine e bulgare, «caratterizzate da alto spessore criminale, con consolidati rapporti diretti con i narcotrafficanti sudamericani».
I sequestri coinvolgono anche un altro pezzo della costa adriatica, quella croata: nel porto di Ploče, in Dalmazia, all’inizio del 2021 sono stati sequestrati 575 chili di cocaina occultata in un carico di banane proveniente dal Sud America.
E poi c’è la rotta balcanica dell’eroina, che parte dall’Afghanistan, attraversa la Turchia e poi arriva in Albania, prima di attraversare il mare o risalire la costa, in entrambi i casi per raggiungere le aree di consumo nazionali ed europee.
Mafie che mutano
Negli ultimi decenni, l’eroina è sempre passata dall’Albania e poi in altri Paesi europei. Non è cosa nuova. A cambiare, però, è chi la traffica, in Italia e nei Balcani.
«Le organizzazioni criminali albanesi manifestano un’alta pericolosità e una forte incidenza nelle attività illegali, con particolare riferimento al traffico di droga e di armi illegali. Tali gruppi costituiscono una vera e propria realtà criminale, sia quali fornitori di materia prima, sia nella veste di corrieri e spacciatori, essendosi radicati in diversi Paesi dell’Europa e avendo instaurato rapporti stabili con i trafficanti di droga in ogni parte del globo», sostiene la Direzione investigativa antimafia.
Una descrizione che racconta legami sempre più ampi, perché la criminalità albanese ha fatto un salto di qualità che l’ha portata, da bassa manovalanza per la mafia italiana delle droghe, a diventare distributrice, con reti di commercio in tutto il mondo, dal Sudamerica all’Europa.
È cambiata la criminalità albanese ed è cambiata anche la Sacra Corona Unita pugliese. Nata con il contrabbando di sigarette, con la fine del fenomeno ha iniziato il suo declino. Oggi, a gestire i carichi di droga che arrivano dall’altro lato dell’Adriatico non sono più gli affiliati della Scu. Lo scenario mafioso pugliese è sempre più parcellizzato, e sempre più dinamico e violento, soprattutto per quanto riguarda le mafie foggiane. Secondo il Procuratore generale della Corte suprema di Cassazione, Luigi Salvato, nel contesto mafioso pugliese si configurerebbe una «cooperazione sinergica» tra le mafie locali e quelle storiche (cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta) in cui «non di rado sono proprio le organizzazioni pugliesi ad assumere il ruolo di primo piano per l’elevatissima specializzazione acquisita in determinati settori criminali». A partire proprio dal traffico di droghe.
Impatti
Per primo, il contrabbando di sigarette aveva aperto canali non solo criminali, ma anche economici e istituzionali, con una corruzione diffusa agli alti livelli politici. Allo stesso modo, alcuni decenni più tardi, ai traffici di sostanze stupefacenti si legano le infiltrazioni nel tessuto economico, imprenditoriale e politico. Da una parte all’altra dell’Adriatico.

In Albania, nel 2014, Edi Rama era da poco diventato Primo ministro e parlava dell’assedio di Lazarat come uno dei punti più alti della lotta al traffico di stupefacenti, poiché delle politiche antidroga più efficaci erano una delle condizioni fondamentali per riuscire a far entrare il Paese nell’Unione europea. Al tempo stesso, però, il ministro dell’Interno del suo governo (fino al 2017) era Saimir Tahiri, che è stato, in seguito processato per traffico internazionale di droghe, sospettato dalla polizia italiana di far parte di un consorzio criminale operante tra le due coste del mar Adriatico e infine condannato per abuso di ufficio dalla magistratura albanese. E sono stati numerosi negli ultimi anni anche gli arresti di politici italiani coinvolti in traffici criminali e legati ai flussi di droga provenienti dall’Albania.
Infine, parlare di droghe vuol dire parlare di globalizzazione, e quindi di interessi non solo criminali ma anche politici ed economici. E per capire l’impatto di questi traffici, vanno osservati anche i cambiamenti dei luoghi coinvolti. I casi più eclatanti sono quelli delle città costiere, che si modificano, mutano, prosperano. Ad esempio, le coste del Salento, arricchite dal contrabbando di sigarette con locali di lusso. Oppure le coste albanesi, perfette per reinvestire il denaro del traffico di droga, con città portuali diventate simbolo del business della droga. In particolare a Durazzo e Valona che, secondo le inchieste di Eurojust e della stampa, sono allo stesso tempo centri di smistamento della droga e di riciclaggio dei suoi proventi. Soprattutto nell’edilizia – di piccola, media e grande dimensione – a fini turistici.
Gli skyline di entrambi questi centri costieri, negli ultimi dieci anni sono diventati irriconoscibili, tanto quanto quello di Tirana. Personaggi criminali come Edison Harizaj, Gazmend Merkaj, Ermal Harizaj, la cosca mafiosa Bajri o Kelmend Baili, hanno tutti investito i loro profitti nell’immobiliare, come confermato anche da Altin Dumani, capo dell’Ufficio Speciale della Procura contro il crimine organizzato in Albania.
Proprio Dumani, in una recente intervista, ha dichiarato che «il pericolo principale della criminalità organizzata albanese è il suo impatto sull’economia del Paese». Il riciclaggio di denaro che arriva dal commercio illegale di droga falsa l’economia e contribuisce ad alzare i prezzi. Gli stipendi però rimangono uguali. E così gli albanesi esclusi dai traffici non solo non godono delle ricchezze che questi generano, ma si ritrovano anche a fronteggiare un costo della vita maggiore. C’è chi con i traffici nell’Adriatico ci guadagna, con gli stupefacenti, le case di lusso, gli investimenti immobiliari. E c’è che chi ci perde, due volte.
