Archeologia e conflitto nella Striscia di Gaza
Il lavoro di Forensic Achitecture sul patrimonio archeologico palestinese a rischio svela come il passato possa essere usato come forma di controllo e di esercizio del potere

13 Giugno 2022 | di Dario Nincheri

Gerusalemme, giugno 2002. Il Governo israeliano, a seguito di una serie di attentati compiuti da militanti palestinesi, decide di iniziare la costruzione di una barriera per separare fisicamente la Cisgiordania da Israele. La struttura sarà temporanea, dichiara il governo.
Vent’anni dopo 2400 kg per metro cubo di calcestruzzo gravano sulla terra brulla di Palestina, trasformati in blocchi di cemento alti 8 mt che corrono per 730 km a formare un muro che divide le due entità territoriali. La costruzione di questa moderna cinta difensiva ha avuto conseguenze rilevanti sull’ambiente e sulle vite di chi lo abita, alcune prevedibili, come le limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini palestinesi, altre meno, come il suo essere occasione per riflessioni innovative sull’influenza che la gestione del territorio ha sul rispetto dei diritti umani.

Architettura Forense

Forensic Architecture (Architettura Forense), un’agenzia di ricerca con sede a Londra, è infatti nata anche come risposta all’impatto che questo tipo di architettura aggressiva ha sui territori palestinesi occupati. Composta da architetti, artisti, registi, giornalisti, sviluppatori di software, scienziati, avvocati e un’estesa rete di collaboratori provenienti da un’ampia varietà di campi e discipline, l’agenzia opera in tutto il mondo con un focus particolare sul Medio Oriente.

L’obiettivo è di studiare le tracce lasciate nell’ambiente da eventi distruttivi traumatici (le macerie di un edificio bombardato o i frammenti di proiettili e le loro traiettorie) per fare luce su crimini di guerra e violazioni dei diritti umani. Fondata nel 2010 dall’architetto e ricercatore di origine israeliana Eyal Weizman – sulla cui formazione ha avuto una forte influenza lo studio dell’apparato di controllo israeliano sui cittadini palestinesi (vedi Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, edito da Mondadori) – l’organizzazione mette a disposizione le proprie ricerche a pubblici ministeri internazionali, gruppi per i diritti umani e organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch, B’tselem, Bureau of Investigative Journalism e le Nazioni Unite.

Secondo i suoi fondatori i termini “forense” e “architettura”, messi insieme, mutano il significato l’uno dell’altro, dando origine a una disciplina innovativa. La parte inerente la pura architettura rivolge un’attenzione scientifica a edifici, strutture, città e paesaggi, mentre la parte forense della disciplina, trasforma l’architettura in una vera e propria pratica investigativa che richiede agli architetti di riporre particolare attenzione alla materialità dell’ambiente costruito, ai danni che esso subisce e alla loro ricostruzione.

Il professor Weizman sostiene che «La necessità dell’architettura forense come pratica emerge dal fatto che i conflitti contemporanei si svolgono sempre più all’interno di aree abitate, dove case e quartieri diventano obiettivi, con la maggior parte delle vittime civili che si verificano proprio dentro questo quadro urbano».

Nei contesti moderni di guerra l’incredibile e massiccia presenza di prove video e fotografiche, raccolte sia dai civili sia dai partecipanti agli scontri, fa sì che i campi di battaglia urbani siano diventati ambienti sempre più densi di occhi e orecchie elettroniche e, perciò, una fonte inesauribile di dati. Lo studio di queste informazioni, con particolare attenzione alle prove partecipative generate dai cittadini e rese disponibili in maniera libera, costituisce una fonte preziosa per la tutela dei diritti umani.

Le nuove forme di indagine di Forensic Architecture incrociano quindi una documentazione composita, utilizzando analisi spaziali e materiali, telerilevamento, mappature e ricostruzione 3D. Importante è anche lo sviluppo di software open source, usati per facilitare una ricerca collettiva e partecipata con le parti interessate.

Le indagini di Forensic Architecture

Negli ultimi anni, Forensic Architecture ha intrapreso, insieme e per conto delle vittime, una serie di indagini a livello internazionale su crimini di Stato e violazioni dei diritti umani, spaziando dai crimini di guerra ai casi di violenza a sfondo politico e razziale, fino agli effetti letali delle politiche di scarsa assistenza ai migranti nel Mediterraneo perseguite dall’UE, di seguito una raccolta di alcune delle più interessanti:

Un’indagine finalizzata alla dimostrazione dell’illegalità dei respingimenti operati dal governo spagnolo a Melilla e della sistematica discriminazione dei migranti dell’Africa subsahariana.

La tutela del patrimonio yazida, minoranza religiosa e culturale della regione di Sinjar, nel nord dell’Iraq.

Indagine sul decesso di Adama Traoré, 24 anni, uomo di origine maliano-francese, morto mentre era in custodia della polizia il 19 luglio 2016 alla periferia nord di Parigi.

Indagine, in collaborazione con Bellingcat, che ha dimostrato per la prima volta l’impatto diretto delle esportazioni europee di armi sulla morte di civili durante la guerra in Yemen.

Costruzione di un modello fotogrammetrico, basato su materiale reperito da Bellingcat, per contribuire a dimostrare l’esistenza di attacchi chimici condotti dalla Russia in Siria.

In collaborazione col New YorK Times, l’agenzia ha contribuito a ricostruire la dinamica della morte del giovane medico palestinese Rouzan al-Najjar colpito a morte da un cecchino durante la marcia del ritorno del 01.06.2018.

Per conto di Amnesty International, Forensic Architecture ha lavorato alla ricostruzione 3D del carcere di Saydnaya in Siria, dove sono state torturate e uccise migliaia di persone.

L’esplosione al porto di Beirut. A seguito delle richieste di residenti e sopravvissuti, l’agenzia ha provveduto a realizzare un proprio modello ricostruttivo della dinamica dell’esplosione.

Gli effetti letali della politica di non assistenza in mare.

Il patrimonio archeologico come campo di battaglia

Quando si parla di tutela dei diritti umani il patrimonio archeologico non è una delle prime cose che siamo soliti considerare. Secondo il team di FA, invece, il link tra questi due mondi è innegabile e profondo. Per questo ha deciso di applicare le proprie metodologie allo studio di un caso emblematico, provando a dimostrare la sistematica distruzione del patrimonio archeologico palestinese nella striscia di Gaza; così, nel 2021, è nato Living archaeology in Gaza.

Il presupposto di questo progetto ruota attorno al concetto di gestione del patrimonio culturale come forma di controllo e di esercizio del potere. Scegliere cosa valorizzare e cosa destinare all’oblio è una scelta politica dalle conseguenze profonde: «Privare un popolo della sua cultura equivale a svuotarlo della sostanza stessa che costituisce la spina dorsale del suo diritto all’autodeterminazione», dice infatti il professor Weizman.

In particolare, nel contesto palestinese, l’archeologia ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione di un ideale nazionale israeliana e il suo impiego come strumento coloniale ha radici molto profonde. Questo tipo di utilizzo degli studi archeologici implica la volontà di dare priorità a determinati periodi di interesse, mentre altri vengono volontariamente lasciati in secondo piano. Esempio lampante è la cosiddetta archeologia biblica, dove si dedica un interesse sproporzionato al periodo storico in cui si ritiene siano state redatte le sacre scritture rispetto ad altri periodi, con l’obiettivo di minimizzare l’importanza e l’apporto di alcune culture al patrimonio collettivo. Seguendo questo modo di agire, negli ultimi decenni, i siti archeologici che circondano le comunità palestinesi sono stati ignorati, o peggio, distrutti dalle forze di occupazione israeliane mentre gli altri, che sono al di fuori dell’enclave assediata, come Cesarea o Apollonia, vengono attivamente preservati e promossi come parte del patrimonio archeologico israeliano.

Living Archaeology in Gaza

Living Archaeology in Gaza tenta di porre un freno a tutto questo integrando le tecniche dell’architettura forense con l’archeologia, con il fine non soltanto di studiare e proteggere il passato, ma di collegarlo al presente e contrastare così i tentativi di dominazione coloniale e di violenza di stato.

L’approccio collettivo e open source di Living Archaeology Gaza – Forensic Architecture, 2022. Satellite image © CNES 2018 Distribution Airbus DS/Spot Image, © FORENSIC ARCHITECTURE, 2022

L’idea del progetto è nata dopo che, nel maggio 2021, l’esercito israeliano ha condotto l’ennesimo massiccio bombardamento sulla Striscia di Gaza, uccidendo più di 250 palestinesi, inclusi 66 bambini. Oltre alle infrastrutture civili, le bombe hanno colpito anche importanti siti culturali e archeologici, tanto che i ricercatori del progetto hanno documentato crateri di ordigni esplosi direttamente sopra antiche rovine, in aperta violazione del diritto internazionale che, a determinate condizioni, dispone che gli attacchi contro i monumenti storici possano costituire crimini di guerra.

«Anche il nostro approccio all’archeologia è di tipo open source, è importante connettere i saperi» ci dice Sarah Nankivell, Research Manager di Architettura Forense: «I primi passi di questo progetto sono stati di tipo giornalistico, giornalismo investigativo a voler essere precisi. Il sito archeologico di Gaza ci era totalmente inaccessibile, vista la situazione di conflitto, per questo il link tra varie figure professionali è stato fondamentale, così come la collaborazione della popolazione locale».

Sarah racconta anche la storia complicata delle campagne di scavo a Gaza, iniziate nel 1995 durante il periodo degli Accordi di Oslo, che prevedevano anche l’istituzione di un Ministero del Turismo e delle Antichità responsabile della promozione e conservazione del patrimonio palestinese. La particolare contingenza permise l’esecuzione di una serie di scavi, uno dei quali è stato una cooperazione franco-palestinese guidata dal professor Jean Baptiste Humbert, dell’École Biblique et Archéologique Française de Jérusalem. Quella campagna di scavo portò alla luce parte dell’antica città greco-romana di Anthedon, uno dei più importanti porti di epoca ellenistica del Mediterraneo.

I cerchi rossi indicano l’evidenza di danni sopra o vicino al sito archeologico di Gaza – Image: Forensic Architecture, 2022. Satellite Image: © CNES (2018), Distribution Airbus DS/Spot Image © FORENSIC ARCHITECTURE, 2022

Negli anni, però, il deteriorarsi della situazione ha impedito il proseguimento delle ricerche e la valorizzazione di quanto venuto alla luce, senza contare che i sistematici bombardamenti israeliani hanno messo a rischio concreto di sopravvivenza tutto quanto il sito.

Riportare alla luce la storia di questo tesoro nascosto sotto strati di macerie è stata quindi la priorità di questo progetto. L’equipe di Forensic Architecture ha perciò collaborato con Humbert all’École Biblique per comprendere e localizzare il sito e tutti quanti i suoi elementi; con lui sono state condivise relazioni archeologiche, fotografie, disegni e un modello schematico dell’antica città romana, fondamentale per documentare il passato in relazione alla realtà presente sul terreno. Sono poi stati acquisiti ulteriori dati sul sito, inclusi lo sviluppo urbano contemporaneo, le moderne forme di utilizzo del terreno e le conseguenze degli attacchi israeliani che, secondo quanto dice Sarah Nankivell «Sono sistematici e appositamente mirati alla distruzione del patrimonio storico palestinese».

Lo step successivo è stato quello di mappare l’intera estensione dell’area di scavo, sovrapponendo il principale piano di indagine realizzato dagli archeologi a un’immagine satellitare della Gaza contemporanea. La portata dei resti archeologici, messa in relazione con l’estensione della città moderna, parla dell’importanza della città come luogo di scambio culturale ed economico; per questo forse si è insistito così tanto nel volerla distruggere. «Prendere di mira il patrimonio culturale non è un gesto vuoto. La cultura costituisce un’espressione visibile dell’identità umana. Privare un popolo della sua cultura equivale a svuotarlo della sostanza stessa che costituisce la spina dorsale del suo diritto all’autodeterminazione, specialmente in un contesto di violazioni cumulative, interconnesse e sistemiche dei diritti umani» è infatti la frase che apre la pubblicazione dello studio.

Rilevante è stato anche l’utilizzo della moderna tecnologia di ricostruzione 3D. Dal momento che agli archeologi è stato impedito l’accesso al sito per quasi un decennio e poiché le evidenze archeologiche erano state riseppellite dal team di Humbert (per la loro protezione e conservazione), le relazioni che queste strutture hanno tra di loro e con l’ambiente contemporaneo possono attualmente essere ricostruite solo digitalmente. Pertanto, utilizzando una combinazione di tecnologia di modellazione 3D e georeferenziazione delle immagini, FA ha ricreato ogni struttura storica conosciuta.

Una tecnologia, questa, molto importante anche al fine della comunicazione «L’uso dei modelli 3D è molto utile al fine della condivisione dei risultati attraverso i Social network» afferma la dott.ssa Nankivell alla fine dell’intervista, ed è difficile darle torto, riuscire infatti a mostrare in un’immagine quello che una volta era e adesso non è più crea un impatto emotivo molto forte, stimolando una consapevolezza marcata di ciò che si sta perdendo.

Ricostruzione 3D di parte dell’antica città greco-romana di Anthedon – Image: Forensic Architecture, 2022, © FORENSIC ARCHITECTURE, 2022

Sulla base di questa ricostruzione diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano il trattamento differenziato, da parte di Israele, del passato considerato nazionale rispetto a quello arabo-palestinese e il disprezzo e la distruzione sistematica e volontaria del patrimonio archeologico palestinese; qualcuno si spinge oltre, arrivando ad affermare che questa sia la componente chiave di una nuova forma di Apartheid.

Forensic Architecture, da parte sua, ritiene queste distruzioni un atto deliberato e chiede alla Corte penale internazionale di considerarle crimini di guerra e contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma.

Foto in copertina: Le evidenze archeologiche proiettate su di un’immagine satellitare della Gaza moderna – Forensic Architecture, 2022; Satellite Image: © CNES (2018), Distribution Airbus DS/Spot Image, © FORENSIC ARCHITECTURE, 2022
Editing: Giulio Rubino

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