Da oltre vent’anni, negli Stati Uniti, va avanti quella che è stata definita «crisi» o «epidemia» degli oppioidi. Secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), negli Usa tra il 1999 e il 2021 sono morte 645 mila persone a causa degli oppioidi: non solo sostanze prodotte illegalmente, come l’eroina, ma anche farmaci antidolorifici legalmente prescritti, ad esempio l’ossicodone.
L’inchiesta in breve
- Negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti la diffusione massiccia di farmaci oppioidi ha causato un’epidemia di morti per overdose, con oltre 645 mila vittime
- Fra i principali responsabili di questa crisi figurano le case farmaceutiche e le loro strategie di marketing aggressivo, che hanno portato a un boom di prescrizioni di questi medicinali nella seconda metà degli anni ‘90
- Una di queste case farmaceutiche, la Purdue Pharma, ha dichiarato bancarotta sotto il peso delle cause di risarcimento danni, ma i Sackler – la famiglia che possiede Purdue – avevano già “svuotato” l’azienda di buona parte delle risorse, e stanno ancora lavorando ad accordi legali che la proteggano dalla giustizia
- I Sackler sono anche proprietari del gruppo Mundipharma, una rete di oltre 100 aziende farmaceutiche presenti anche in Europa, che vende gli stessi antidolorifici che negli Stati Uniti hanno scatenato l’epidemia degli oppioidi
- Le strategie di marketing di Mundipharma sono finite sotto indagine in Italia e – sebbene il processo si sia concluso solo con due patteggiamenti – ha segnato, secondo gli esperti, un limite che le aziende farmaceutiche, nel promuovere i propri prodotti, non possono superare
- Assieme a un maggior controllo dell’influenza delle case farmaceutiche, a proteggere il nostro paese dalla diffusione di questi farmaci è anche un sistema sanitario pubblico molto più solido, che permette di affrontare il dolore cronico con strategie più complete ed efficaci
Oggi, a spingere i dati sulle morti da overdose è il fentanil, sintetizzato clandestinamente dai cartelli messicani usando precursori chimici provenienti principalmente dalla Cina. Tuttavia, non è con la droga “di strada” che la crisi è iniziata, bensì con il boom delle prescrizioni di medicinali oppioidi nella seconda metà degli anni ‘90.
Cause legali e inchieste giornalistiche hanno da tempo accusato la dinastia miliardaria dei Sackler, proprietaria della nota farmaceutica Purdue Pharma, di essere uno dei principali responsabili dell’aumento incontrollato di prescrizioni di oppioidi che ha portato milioni di statunitensi alla dipendenza.
Parte dell’impero miliardario dei Sackler, però, è legato a un nome molto meno conosciuto: Mundipharma.
Cosa sono gli oppiodi
Delle sostanze oppioidi fanno parte tanto i derivati naturali del papavero da oppio, come la morfina, quanto composti sintetici che ne imitano gli effetti sedativi, fra cui ossicodone e fentanil. In ambito medico vengono utilizzati come farmaci antidolorifici, in particolare per il trattamento del dolore cronico che affligge i pazienti oncologici.
Il principale effetto collaterale di queste sostanze è che possono provocare dipendenza, anche quando utilizzate sotto supervisione medica. L’utilizzo di dosi sempre crescenti, a causa della tolleranza agli effetti analgesici, può portare all’overdose.
Quando una persona assume oppioidi, infatti, il suo respiro rallenta. Dosi troppo alte possono causare difficoltà respiratorie e – senza intervento medico – può sopraggiungere la morte per arresto respiratorio.
Nel 2019 Purdue ha dichiarato bancarotta, sotto il peso delle quasi tremila richieste di risarcimento danni intentate da individui, comunità e istituzioni contro l’azienda e la famiglia per la loro presunta responsabilità nella crisi degli oppioidi: la sponsorizzazione aggressiva degli antidolorifici di Purdue infatti avrebbe dato il via all’aumento incontrollato di dipendenze.
I giornalisti dell’inchiesta World of Pain – di cui IrpiMedia è partner insieme a The Examination, Paper Trail Media e altre testate –, hanno scoperto che, nonostante le cause legali, la famiglia Sackler continua a far soldi dalla vendita di oppioidi in tutto il mondo, Italia compresa.
Grazie a un’analisi unica nel suo genere, elaborata dalla testata Finance Uncovered, abbiamo potuto verificare che le aziende dei Sackler in tutto il mondo, parte del network Mundipharma, continuano a fare profitti dalla vendita di medicinali, fra cui oppioidi a base di ossicodone.
Anche in Italia, dove l’antidolorifico OxyContin prodotto da Mundipharma è tuttora in commercio.
È lo stesso farmaco – per quanto in formulazioni oggi diverse, pensate per provare a ridurre l’uso improprio – che, già all’inizio degli anni Duemila, un report della Food and Drug Administration riteneva «al centro del problema» dell’epidemia negli Stati Uniti.
Su questa storia
Questa storia fa parte della serie World of Pain, un’inchiesta transnazionale in collaborazione con The Examination, Paper Trail Media, Finance Uncovered, Metrópoles, The Initium, Der Spiegel, ZDF, Der Standard, Tamedia-Group e The Washington Post. Per raccontarla, abbiamo esaminato migliaia di pagine di documenti giudiziari pubblici e secretati, paper accademici, bilanci aziendali, e parlato con medici, pazienti e ricercatori.
Strategia di mungitura
«OxyContin! Sell! […] We’re Purdue now! Sell».
Dal palco di una festa aziendale, sulle note di Shout! degli Isley Brothers, un manager di Purdue esortava i propri dipendenti a vendere l’OxyContin. Era il 1997 e l’antidolorifico dell’azienda a base di ossicodone – due volte più potente della morfina – era stato lanciato da poco.
Dopo qualche anno erano arrivate le prime morti per overdose da OxyContin, e, presto, milioni di statunitensi facevano uso ricreativo del farmaco. Uno dei fattori chiave per una diffusione così massiccia è stato il marketing aggressivo da parte di Purdue.
Accedi alla community di lettori MyIrpi
I medici di base venivano incoraggiati a prescrivere l’ossicodone non solo ai pazienti oncologici, ma a coloro che soffrivano di dolore non cronico, anche solo moderato. L’azienda, poi, sponsorizzava l’OxyContin come un’alternativa con meno rischi di dipendenza rispetto ad altri farmaci per la terapia del dolore.
Dopo miliardi di dollari di guadagni, nel 2007 alcuni dirigenti della società si sono dichiarati colpevoli di aver ingannato autorità di regolamentazione, medici e pazienti sul rischio di dipendenza e abuso del farmaco.
Negli anni ci sono stati altri processi che hanno dimostrato l’attività illecita dell’azienda, incluso l’aver pagato tangenti a dottori e distributori farmaceutici per far aumentare le prescrizioni di oppioidi.
Qualche mese fa su Purdue Pharma e sulla famiglia Sackler si è espressa la Corte Suprema degli Stati Uniti a proposito del fallimento seguito alle migliaia di richieste di risarcimento danni.
Come ha sottolineato la Corte, negli anni successivi al 2007 – prima della dichiarazione di bancarotta e per paura di essere colpiti direttamente dalle cause legali – la famiglia Sackler aveva «avviato un “programma di mungitura”, ritirando da Purdue approssimativamente 11 miliardi di dollari – circa il 75% del patrimonio totale dell’azienda».
Inoltre, durante la mediazione per arrivare a un accordo sul fallimento, i Sackler hanno ottenuto di inserire una clausola per cui sarebbero stati protetti da qualsiasi causa legale legata alla crisi degli oppioidi intentata in futuro nei loro confronti.
A fine giugno di quest’anno la Corte Suprema statunitense ha deciso che i Sackler non possono essere messi al riparo da future azioni legali legate alla crisi degli oppioidi. Per adesso le cause contro i Sackler rimangono in sospeso, in attesa del termine ultimo stabilito dal tribunale fallimentare (il 27 settembre prossimo) per raggiungere un nuovo accordo.
Mentre l’azienda ha presentato istanza di fallimento, lo stesso non si può dire della famiglia che la possiede.
Come hanno infatti scoperto i giornalisti di Finance Uncovered, partner di questa inchiesta, i Sackler rimangono i beneficiari finali di un impero multimiliardario al di fuori degli Stati Uniti, Italia inclusa. Questa rete di «aziende consociate indipendenti», che va sotto il nome di «Mundipharma», è composta da oltre cento società registrate in decine di Paesi.
Le aziende Mundipharma si occupano di sviluppo, distribuzione e vendita di farmaci, tra cui l’oppioide OxyContin. L’analisi svolta da Finance Uncovered stima che, nei tre anni successivi alla dichiarazione di bancarotta di Purdue, appena cinque società Mundipharma hanno venduto antidolorifici e altri farmaci per oltre 1,6 miliardi di euro in Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Francia.
Alcune aziende Mundipharma sono in declino, ma ancora profittevoli per i loro proprietari. Tuttavia, stimare quanto i Sackler abbiano personalmente ricevuto in dividendi da queste attività non è possibile.
Infatti, tra le società Mundipharma e i membri della famiglia ci sono una serie di holding e trust con sede in paradisi fiscali – come le Bermuda, le Isole Vergini Britanniche e il Delaware, dove i bilanci non sono pubblici.
Chi controlla Mundipharma Italia
I beneficiari ultimi di Mundipharma Italia, con sede in vari paradisi fiscali: Isole Vergini Britanniche, Delaware e Bermuda.

Nota: La catena societaria è molto più complessa, con diverse holding maltesi e lussemburghesi frapposte tra Mundipharma e le sue controllanti. Fonte: Datacros, 2024 | IrpiMedia
Pubbliche relazioni
In Italia dal 2003 è attiva Mundipharma Pharmaceuticals Srl, con sede a Milano. Fin dagli inizi, il modello da seguire sembra essere stato quello già messo in atto da Purdue negli Stati Uniti.
Come emerge da un documento del Tribunale distrettuale di New York, Marianna Sackler – figlia di Richard, figura chiave nello sviluppo dell’OxyContin –, ha avuto «un ruolo di “pubbliche relazioni” presso Mundipharma Italia, per promuovere l’informazione sui temi del dolore in Italia e commercializzare e vendere l’OxyContin».
Contattata per un commento, la famiglia Sackler ha risposto che Marianna, «nel suo primo lavoro dopo l’università, ha lavorato come assistente alle pubbliche relazioni, occupandosi principalmente di compiti di traduzione, senza responsabilità per le vendite e il marketing».
Nel comunicare i buoni dati di vendita di agosto 2005, un dirigente italiano di Mundipharma scriveva in una mail – parte dei documenti del contenzioso contro Purdue negli Usa ottenuti dalla testata Paper Trail Media, partner di questa inchiesta – a diversi membri della famiglia Sackler: «Il mercato più oppiofobico [l’Italia, ndr] sta contribuendo alla grande statistica europea».
In risposta alle domande dei giornalisti di World of Pain, Mundipharma ha ribadito che le proprie aziende «hanno operato in modo indipendente da Purdue US e hanno determinato le proprie strategie commerciali».
In un’altra mail del 2006 Marianna Sackler scriveva: «Poiché qui in Italia siamo agli inizi, ci rivolgiamo agli Stati Uniti come esempio di successo nelle vendite e nel marketing del prodotto, nella speranza di seguire le vostre orme». Una lettera che, secondo la famiglia, «è stata inviata per conto del suo supervisore».
Nonostante in Italia l’OxyContin sia ancora in commercio, il contesto nel nostro Paese non è comparabile agli Stati Uniti. «Sono due sistemi sanitari diversi. Quello americano non ti segue», spiega Gabriele Finco, ordinario di Anestesia all’Università di Cagliari e presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (Aisd). «Noi invece abbiamo una continuità assistenziale per tutte le persone. Se io ho bisogno di una visita, ci posso andare ogni volta che ho bisogno».
Come sottolinea Finco, queste differenze strutturali rendono i farmaci oppioidi una scelta terapeutica molto più conveniente negli Stati Uniti rispetto all’Italia.
«Noi prima degli oppioidi garantiamo tutta una serie di altri provvedimenti, come farmaci analgesici non oppioidi e prestazioni fisioterapiche che sono fondamentali nel trattamento del dolore cronico».
Lavaggio del cervello
L’attività di marketing di Mundipharma in Italia emerge chiaramente dal modo in cui l’azienda è stata citata sui giornali. Attraverso una ricerca negli archivi dei principali quotidiani, IrpiMedia ha individuato articoli che, fra il 2006 il 2014, periodicamente denunciavano l’eccessiva «oppiofobia» dell’Italia rispetto al resto dei Paesi europei.
Per approfondire
Nella maggior parte degli articoli la fonte delle cifre citate per dimostrare che l’Italia consuma meno farmaci oppioidi degli altri Paesi occidentali era il «Centro Studi Mundipharma», ovvero l’azienda stessa, e in alcuni gli Stati Uniti erano presentati come un modello da seguire sulla gestione delle terapie del dolore.
Il rischio è quello di mettere in relazione l’uso degli oppioidi anche per episodi di dolore più comuni, come il mal di testa e mal di schiena da colpo della strega. In una ricerca del 2010, realizzata «in collaborazione con il Centro Studi Mundipharma», l’uso di farmaci oppioidi da parte della maggioranza dei medici italiani veniva giudicato «scarso e inappropriato», perchè relegato «al solo dolore da cancro».
Oggi questa posizione è cambiata, e Mundipharma afferma «di non promuovere l’uso di oppioidi forti per il trattamento del dolore cronico non oncologico». Rispondendo alle domande dei giornalisti, l’azienda ha inoltre chiarito che «gli sforzi per far crescere il mercato europeo degli analgesici dal 2013 sono stati minimi. Non è stata fatta alcuna promozione da molti anni».


In passato però le strategie di marketing di Mundipharma e altre aziende farmaceutiche in Italia sono state oggetto di una vicenda giudiziaria.
Si tratta dell’inchiesta Pasimafi, finita sulla stampa per la prima volta nel 2017 e i cui processi si sono conclusi nel 2023. Secondo le accuse della Procura di Parma, alcune case farmaceutiche avevano messo in piedi un sistema di pagamenti nei confronti di medici e accademici per promuovere l’utilizzo di farmaci oppioidi.
Nell’ordinanza di custodia cautelare, ottenuta da IrpiMedia, si affermava: «Dalle indagini effettuate emerge l’esistenza di un gruppo di imprenditori e manager che […] trovano molto conveniente farsi largo nel mercato pubblico attraverso il privilegio corruttivo, piuttosto che con gli strumenti della leale concorrenza».
Dopo aver suscitato grande scandalo, l’inchiesta si è sgonfiata, anche a causa di errori nell’interpretazione delle intercettazioni, e tutti gli imputati sono stati assolti.
Fra i pochi ad ad aver patteggiato una pena (sospesa) a poco più di un anno ciascuno, due (ormai ex) manager di Mundipharma.
L’azienda ha spiegato a IrpiMedia e agli altri partner di questa inchiesta che «Mundipharma e i suoi singoli dirigenti hanno deciso di accettare un patteggiamento senza alcuna ammissione di responsabilità per evitare anni di onerose controversie giudiziarie. […] Se Mundipharma e i suoi dirigenti avessero di deciso affrontare il caso, è probabile che anche loro sarebbero stati assolti».
Mundipharma nel mondo
I giornalisti di World of Pain hanno scoperto che in Germania Mundipharma sponsorizza un gruppo di pazienti che incoraggia l’uso di oppioidi per il dolore cronico, minimizzando il rischio di dipendenza. In Cina, un’indagine interna ottenuta da The Examination ha sollevato il dubbio che i comitati di consulenza scientifica di Mundipharma fossero utilizzati per promuovere i farmaci e pagare i medici. In Brasile invece l’azienda ha pagato medici influenti per tenere corsi serali sul trattamento del dolore.
Mundipharma ha risposto di aver ormai diversificato i propri prodotti, per cui oggi gli oppioidi forti costituiscono una quota minore delle proprie vendite. «Riconosciamo i rischi associati all’uso di medicinali oppioidi da prescrizione, pertanto tutti i dipendenti, a prescindere dal ruolo ricoperto, seguono una formazione obbligatoria sulla opioids awareness», ha spiegato l’azienda, aggiungendo che «non ha pagato medici o accademici per promuovere l’uso degli oppioidi per il dolore cronico non oncologico».
Alcuni elementi mostrano comunque quanto le strategie di marketing delle aziende farmaceutiche possano essere pervasive. In particolare, dalle carte dell’indagine Pasimafi emergeva la sponsorizzazione di convegni di formazione per medici in cui i contenuti sarebbero stati decisi direttamente dalle case produttrici, per favorire la prescrizione dei propri farmaci.
Sostienici e partecipa a MyIrpi
Nell’ordinanza di custodia cautelare viene sottolineato come queste attività – poi rivelatesi perfettamente legittime all’esito dei processi – non fossero «episodi isolati ma il frutto di sistematiche strategie aziendali, volte ad accaparrarsi “zone” di influenza», attraverso l’individuazione «di dirigenti o medici ospedalieri “avvicinabili”».
Da questo punto di vista, l’inchiesta Pasimafi ha avuto, secondo il professor Finco, un’importanza culturale.
«Questo processo, anche se non ha identificato colpe, ha portato a una coscienza da parte dei medici e delle case farmaceutiche che non si può andare oltre un certo limite», spiega Finco.
Secondo il presidente dell’Aisd, dopo questa inchiesta le aziende produttrici di oppioidi si muovono con molta più cautela nelle attività di promozione.
In generale, «le pressioni delle case farmaceutiche sono sempre eclatanti quando c’è un farmaco nuovo», racconta un professionista sanitario con una lunga esperienza lavorativa alle spalle.
«Cercano di soppiantare il vecchio farmaco e le terapie che va a sostituire, perché le case farmaceutiche partono convinte della bontà del loro farmaco e lo spingono, lo propongono. Fa parte del gioco. Tocca poi ai medici di riuscire ad avere spirito critico».
A proposito delle vicende di Pasimafi, un altro dirigente medico che ha preferito rimanere anonimo racconta: «C’era una casa farmaceutica i cui dirigenti hanno poi patteggiato [Mundipharma, ndr] che ci ha fatto un lavaggio del cervello, attraverso articoli sui giornali, sul fatto che l’Italia è oppiofobica, per incentivare a consumare oppioidi. Il messaggio era che sei un cattivo medico perché non usi gli oppioidi».
Secondo la sua testimonianza, opporsi alla posizione delle case farmaceutiche può avere ricadute professionali.
«Io sono stato tagliato fuori per tre o quattro anni anche perché non portavo avanti una campagna oppioide», ricorda. «Dicevo che l’oppioide si usa solo in certe circostanze, non sempre come prima scelta. Per questo sono stato fuori tanto tempo dai congressi come relatore».
Richiesta di rettifica – 20/03/2024
A seguito della pubblicazione, un portavoce della famiglia Sackler ha precisato che «Non esiste alcuna base fattuale per la falsa affermazione che l’OxyContin abbia “causato” o “innescato” la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti. In un’audizione del 2002 al Congresso, il Dr. H. Westley Clark (Direttore del SAMHSA Center for Substance Abuse Treatment) ha testimoniato che: “Questa è solo la parte più recente di un problema di diversione e abuso di oppioidi da prescrizione che è in aumento dalla metà degli anni ’80. […] L’incidenza dell’abuso di oppioidi da prescrizione e il numero di nuovi consumatori di oppioidi da prescrizione sono in costante aumento da ben prima dell’introduzione dell’OxyContin”».
In riferimento a quello che la Corte Suprema ha definito un «programma di mungitura», la famiglia Sackler ha tenuto a specificare che sugli 11 miliardi ottenuti hanno pagato comunque pagato le tasse: «oltre il 40% del denaro distribuito alle famiglie Sackler è stato pagato in tasse obbligatorie per conto dell’azienda. Non si è trattato di una decisione discrezionale o volontaria della famiglia Sackler, ma piuttosto dell’obbligo di pagare le tasse per conto di Purdue».
La risposta di IrpiMedia
Prendiamo atto delle precisazioni della famiglia Sackler. In merito al ruolo delle prescrizioni di OxyContin nella crisi degli oppioidi, come già citato nell’articolo, in un report della Food and Drug Administration aggiornato al 2024 già ai primi del 2000 l’OxyContin veniva riconosciuto come «al centro del problema».
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

