12.04.24
Dopo la rivoluzione di piazza Tahrir, i militari egiziani hanno preso nuovamente il controllo del Paese. L’Egitto del generale Abdel Fattah al-Sisi ha rappresentato in questi anni il manuale della repressione per eccellenza, che invia segnali universali su come si instaura una dittatura.
Il filosofo camerunense Achille Mbembe ha definito «necropolitica» il potere di decidere chi può vivere e chi deve morire. La “realpolitik” è il conseguimento degli obiettivi del potere, al di là dei principi. Il risultato è la Necropolitik di uno dei Paesi a noi più vicini nel Mediterraneo.
Oltre le trame del potere, c’è la storia di una generazione dalle due sponde del Mediterraneo che da dietro le sbarre, in esilio o andata via per sempre, continua a combattere contro questa necropolitik. La storia di una comune, intramontabile resistenza.
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Ep.1 – Cairo Calamita
Il Cairo di piazza Tahrir è stato una calamita per una generazione: un mondo cosmopolita che ha contagiato movimenti di proteste nel mondo arabo, in Europa e in tutto il pianeta. Un Paese nel pieno del suo cambiamento storico.
Il 3 luglio 2013, con un colpo di Stato, al-Sisi rovescia il processo rivoluzionario in corso. Il 25 gennaio 2016 viene rapito al Cairo Giulio Regeni: la morte del ricercatore italiano è un punto di non ritorno. La controrivoluzione si è insinuata dentro la piazza e coi suoi tentacoli ha raggiunto tutto il Paese.
Ep.2 – Dai di gas!
La morte di Giulio Regeni ha reso evidenti le morti invisibili di tanti egiziani e la violenza dell’apparato di sicurezza di Al-Sisi. In questi anni si è cercato di fare luce sulle responsabilità politiche del governo egiziano, tra inerzie, ostruzionismi e depistaggi. Di mezzo ci sono gli interessi geopolitici: l’Egitto è per l’Italia un partner strategico sul fronte commerciale, energetico e di controllo delle migrazioni.
Quanto hanno pesato questi interessi nella ricerca di verità e giustizia per la morte del ricercatore italiano?
Ep.3 – Bisogna impedire a quel cervello di funzionare
«Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni» fu la motivazione che nel 1928 il pubblico ministero fascista Isgrò diede alla condanna al carcere di Antonio Gramsci.
Anche l’Egitto di oggi ha il suo Gramsci: Alaa Abdel Fattah, intellettuale e attivista, icona della rivoluzione egiziana detenuto senza un equo processo insieme ad altri 60.000 prigionieri politici. Le sue lettere e la sua voce restano un faro per tutti gli oppositori del regime di Al Sisi, ma le torture, l’isolamento e le privazioni hanno messo la sua salute psichica a dura prova.
In una cella egiziana ha passato del tempo anche Ramy Shaath, che nel gennaio 2022 è uscito grazie a una campagna internazionale per chiederne la scarcerazione portata avanti da sua moglie Céline Lebrun.
Questo episodio racconta degli strumenti della repressione nel posto in cui più questa si fa sentire: le prigioni. E di come, nonostante tutto, i prigionieri politici provano a resistere. (*)
Ep.4 – La ragnatela del regime
Scarpe a punta, occhiali da sole riflettenti, coppola e giornale alla mano. Gli agenti del Mukhabarat, i servizi d’intelligence egiziani, non si distinguono di certo per la scaltrezza nei travestimenti. Eppure la loro rete va ben al di là dell’immaginabile. Non solo i servizi segreti permeano tutta la società egiziana, dove denunciano, ricattano e partecipano al rapimento di oppositori, ma le spie del Mukhabarat viaggiano oltre il Mediterraneo e arrivano persino a scorrazzare a Roma e dintorni.
Il racconto di un incontro ravvicinato del terzo tipo tra le autrici e due signori con le scarpe a punta.
Intanto, però, sempre fuori dai confini egiziani, le autorità delle ambasciate si rifiutano sistematicamente di fornire o rinnovare i documenti d’identità di decine di dissidenti, giornalisti e attivisti per i diritti umani che vivono all’estero. Il rifiuto sembra avere lo scopo di spingerli a tornare in Egitto, dove la persecuzione è quasi certa.
(*) Rettifiche: la madre del prigioniero politico Alaa Abdel Fattah, Laila Soueif, non è stata arrestata ma solo messa in stato di fermo. Il padre, Ahmed Seif al Islam, ha fondato nel 1999 l’Hisham Mubarak Law Center che ha fornito un sostegno attivo alle vittime della tortura e agli egiziani soggetti a detenzione arbitraria precededuto nel 1993 dalla fondazione del Nadeem Center per le vittime di tortura.
