«Già siamo emarginati, ai confini. Un trasferimento significherebbe scomparire del tutto agli occhi della città». A inizio estate la notizia del possibile spostamento in una nuova struttura fuori città del carcere di Genova ha suscitato sconforto e alimentato la sensazione di incertezza tra i redattori di Ristretti Orizzonti, la rivista nata quasi trent’anni fa nel carcere di Padova e oggi presente anche a Parma e a Genova. In un articolo uscito sul numero di luglio, la redazione genovese ha spiegato che cosa significa, per chi è in carcere, stare dentro la città.
Il carcere a Genova si trova infatti nel quartiere di Marassi, in pieno centro abitato. Dalle sue finestre si vedono le case circostanti e i rumori della vita di tutti i giorni entrano nelle celle. La domenica poi da quelle celle si sentono le grida dei tifosi, i petardi, i tamburi, perché proprio lì accanto c’è lo stadio: a separare le mura e la gradinata c’è solo una piccola strada pedonale.
Essere parte
«I boati provenienti dallo stadio a ogni gol segnato ci riportano alla realtà: diventiamo partecipi e tifiamo insieme agli altri, anche se separati da poche centinaia di metri. Sentirci vicini alla vita della città ha per noi un peso psicologico non indifferente che ci aiuta a resistere, a ripensarci, a desiderare di ricominciare», scrivono.
Non è la prima volta che si ipotizza il trasferimento del carcere fuori dalla città ma il progetto non si è mai concretizzato. Dopo i disordini scoppiati dentro a Marassi lo scorso giugno si è tornati a parlarne, facendo riferimento all’inadeguatezza di una struttura costruita nell’Ottocento e con una cronica mancanza di spazi.
In breve
- A Genova il carcere di Marassi è nel cuore della città. Da anni i detenuti temono un trasferimento che li renderebbe del tutto invisibili e isolati. Al contrario, ora si sentono a contatto con la vita del quartiere
- Quando si pensa al carcere, si pensa soprattutto al tempo della pena. Ma anche lo spazio conta: libertà di movimento, attività e aree comuni influenzano i percorsi di reinserimento. È stata la riforma penitenziaria del 1975 a occuparsene per la prima volta
- Dall’unità d’Italia agli anni Novanta del ‘900 le strutture penitenziarie sono state costruite sempre vicino al centro delle città, per fare da monito alla popolazione. Poi è diventato un problema perché erano visibili anche le proteste. Così si è cominciato a seguire il modello Usa delle carceri in periferia, lontane e più facili da allargare in caso di necessità
- Forme particolari di carcere sono quelle costruite su isole. In una prima fase, sempre a partire dall’Ottocento, sono state situazioni in cui si è sperimentata una forma di detenzione più aperta, poi quella stagione è finita. Resiste ancora però l’esempio di Gorgona, nell’arcipelago toscano
Il timore di essere spostati in periferia non è solo quello di scomparire agli occhi della città, ma è anche legato ai disagi per i familiari che arrivano a volte da lontano per le visite, sempre con pacchi di cibo e vestiti, in gran parte con i mezzi pubblici.
«Essere collocati tra i palazzi del quartiere di Marassi ci fa sentire in qualche modo parte di qualcosa, inclusi». scrivono i redattori.
Conquistare spazio
Il tempo è la prima cosa che viene in mente quando si pensa al carcere. Le lunghe ore in cella, quelle troppo brevi all’aria, i pochi minuti delle telefonate alla famiglia, i colloqui mensili, i 45 giorni di liberazione anticipata in caso di buona condotta, gli anni della condanna e quelli che restano da scontare.
Ma anche lo spazio è un concetto fondamentale in carcere. I pochi metri quadrati della cella, quasi sempre condivisi con altre persone, i corridoi, il cortile per le ore d’aria, la sala per i colloqui, le stanze dove si studia, si lavora, si fanno attività. Tempo e spazio si intrecciano nella vita delle persone detenute.
La possibilità di movimento non è uguale per tutti dentro a un carcere: ci sono istituti con sezioni aperte o con la sorveglianza dinamica in cui le celle sono aperte durante il giorno e le persone possono muoversi liberamente all’interno del reparto, altre in cui invece sono quasi sempre chiuse. Nelle sezioni ad alta sicurezza la libertà di movimento e l’accesso ad aree diverse dalla propria cella sono ancora più limitati, per non parlare di quelle del 41 bis, il regime di isolamento per i condannati per reati associativi.
«È molto più facile ottenere la liberazione anticipata, i 45 giorni di sconto ogni semestre, in un carcere più premiale dove le persone possono stare più ore fuori dalla cella e hanno a disposizione spazi per la socialità, il teatro e altre attività. Mentre è possibile che chi si comporta male finisca in un carcere più punitivo dove magari non può nemmeno uscire dalla cella», dice Marco Nocente, ricercatore dell’Università Milano-Bicocca che si occupa di geografia carceraria, una disciplina che unisce geografia, criminologia e sociologia per studiare le questioni che riguardano il carcere e gli altri luoghi di detenzione e controllo.
Carbonio, il podcast sull’ergastolo ostativo
Il carbonio è alla base della vita. È nei processi di fotosintesi, in quelli di decomposizione, nell’aria che emettiamo quando respiriamo. È capace di legarsi con altri elementi chimici e dare vita a milioni di composti diversi. E se ci sono le condizioni giuste può anche diventare diamante.
Carbonio è un podcast che racconta la storia di otto persone condannate all’ergastolo ostativo, una forma di sentenza a vita che non dà accesso a nessun tipo di beneficio e che spesso si traduce in una condanna a morire in carcere. Le loro storie raccontano che tutti possono cambiare, anche chi ha un fine pena mai. Ma nessuno può farlo da solo.
di Gabriele Morelli e Laura Pasotti
L’equilibrio tra spazi detentivi e spazi per altre attività all’interno di un carcere è cambiato nel corso degli anni e anche in base alla situazione politica. Uno spartiacque è stato senz’altro il 1975, anno della riforma penitenziaria in cui è stata adottata la legge 354 sull’ordinamento penitenziario. «Fino a quel momento le carceri in Italia erano strutture molto indietro sotto tutti i punti di vista. Dal 1975 è iniziato un periodo di grandissimo cambiamento in cui i detenuti hanno conquistato spazi e diritti. Poi però molte delle conquiste fatte sono state tolte e restituite in una logica premiale, sulla base del comportamento», spiega Nocente.
Il rapporto con la città
Il territorio in cui il carcere si trova, più o meno lontano dal centro urbano, più o meno isolato, è un altro fattore da tenere in considerazione. «Un carcere di città è molto più frequentato da volontari e associazioni ed è più presente. Qualsiasi cosa succede a San Vittore si viene a sapere subito, magari in un carcere di provincia non è così. Il territorio in cui un carcere è collocato è un tema: che sensibilità c’è fuori dalle sue mura?», si chiede Nocente.
E poi c’è anche la questione, sollevata anche dalla redazione di Ristretti Orizzonti Genova, delle difficoltà che devono affrontare i familiari quando i loro congiunti si trovano in un carcere periferico, isolato, lontano dai centri urbani.
Marassi a Genova, San Vittore a Milano, ma anche istituti ormai dismessi e riconvertiti come Buoncammino a Cagliari o Le Nuove a Torino: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dopo la nascita dello Stato unitario, in Italia il numero di detenuti è aumentato e tutta una serie di carceri sono stati costruiti nei centri cittadini. «Faceva anche da monito alla cittadinanza – spiega Nocente – ma allo stesso tempo è diventato problematico. Si pensi all’effetto che si crea quando i detenuti salgono sul tetto: tutta la città li vede. Se sali sul tetto in altri contesti, a Cremona o a Parma per esempio, non ti vede nessuno. È una bella differenza. Enzo Jannacci nella canzone Ma mi diceva che da San Vittore si sente il “fracasso” dei tram che passano e della vita di Milano. Lì hai un legame con la città, un rapporto immediato».
Dopo, e in particolare dagli anni Novanta in poi, le carceri sono state costruite prediligendo zone fuori dalla città proprio perché così era tutto anche molto più facile da organizzare. È una scelta che permette infatti, per esempio, eventuali ampliamenti della struttura in caso di necessità. Sulla falsariga di quel che succede negli Stati Uniti, dove, osserva il ricercatore della Bicocca, «il progetto di costruzione di un istituto penitenziario viene spesso presentato come opera per il rilancio del territorio, un’occasione di lavoro per le persone che abitano aree di provincia abbandonate. Ma dove al contempo sono nati movimenti che si oppongono alla costruzione di nuove carceri in provincia, una cosa inimmaginabile in Italia oggi, dove spesso in provincia c’è meno presenza e sensibilità sulla questione carceraria».
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Nel contempo si è assistito al fenomeno di espansione delle città, che hanno raggiunto in alcuni casi queste carceri, nate originariamente in posizione isolata e intorno alle quali sono successivamente sorti dei nuovi quartieri. È il caso delle Vallette, a Torino, così come di Opera, che un tempo non faceva nemmeno parte di Milano. O ancora di più di Bollate, che è ormai parte integrante dell’area metropolitana, senza soluzione di continuità. Secondo Nocente, «bisogna tenere a mente che il carcere non finisce dentro le mura, ma prosegue nella città o nel territorio nel quale è situato». Ma a volte un carcere arriva sostanzialmente a coincidere con lo spazio che lo circonda: è il caso delle isole.
Isole-prigioni
La storia è piena di isole che sono state prigioni, colonie penali, luoghi in cui confinare nemici, autori di reato, malati psichiatrici. Le isole sono sempre state usate in questo senso, e molte lo sono ancora oggi. Pensiamo a Imrali nel mar di Marmara dove dal 1999 è detenuto il leader politico curdo Abdullah Öcalan, ma anche a Nauru dove l’Australia ha creato una prigione a cielo aperto per i migranti.
«Le isole sono un ecosistema peculiare sul piano biologico, che noi umani abitiamo da tempi relativamente recenti e alcune non le abbiamo mai abitate perché inabitabili. Però da quando l’uomo ha scoperto queste peculiarità, le ha trasformate a suo uso e consumo. Lo facevano già i Greci con l’ostracismo», dice Valerio Calzolaio, ex sottosegretario al ministero dell’Ambiente tra il 1996 e il 2001 e autore del libro Isole carcere. Geografia e storia. L’isolamento genetico ed evoluzionistico delle isole è poi diventato isolamento sociale e detentivo. Nel libro, Calzolaio censisce 270 isole e precisa che l’elenco non è esaustivo, che hanno ospitato carceri nel corso della storia o ancora oggi.
Anche in Italia ci sono state e ci sono carceri costruite su isole e isole-carcere, oltre cinquanta secondo Calzolaio. Pensiamo alle colonie penali agricole istituite nell’Ottocento in luoghi sperduti della Sardegna e della Sicilia o su isole come Asinara, Lampedusa, La Maddalena, le Tremiti ma anche Montecristo e l’isola del Giglio. E poi al confino politico, non solo durante il fascismo: Ustica dove fu rinchiuso anche Antonio Gramsci, Lipari, Capraia, Favignana, Lampedusa, Pantelleria e ancora le Tremiti erano i luoghi scelti per isolare gli oppositori. E poi, Santo Stefano, Ventotene e Ponza.
«A fine Ottocento nascono le colonie penali poi diventate case di lavoro all’aperto in aree isolate e a volte anche isole dove di fatto si praticava una detenzione più aperta. Ma poi quella stagione è finita», dice Nocente. E le isole, in particolare Pianosa e l’Asinara, hanno visto nascere istituti di massima sicurezza dove rinchiudere brigatisti rossi e poi condannati per mafia. «Pianosa e l’Asinara hanno testimoniato una fase di sperimentazione che ha visto i livelli più problematici della detenzione e dell’isolamento», aggiunge il ricercatore.
Come scrive Calzolaio, nel 1996 Pianosa entra a far parte del Parco nazionale arcipelago toscano e tre anni dopo hanno cominciato ad arrivare i turisti: «Ora Pianosa è ancora tra le carceri attive: circa 20 persone detenute semilibere vivono sull’isola, ne gestiscono il bar-ristorante e un piccolo albergo stagionale: insieme a una cooperativa di volontari, accanto a tanti turisti in alcuni periodi, a pochi abitanti non fissi e a un’associazione di cittadini elbani». Alla fine degli anni Novanta anche l’Asinara, dove il carcere è stato chiuso, è diventato area protetta.
Oggi in Italia sono ancora attive carceri costruite sulle isole: all’Elba, a Favignana, ma anche a Nisida, la piccola isola vulcanica nel Golfo di Napoli dove c’è l’Istituto penale per minorenni talmente vicina da essere connessa alla città da un ponte, alla Giudecca dove si trova il carcere femminile di Venezia.
Il carcere di Gorgona
L’unica isola-carcere, ovvero un luogo in cui il carcere coincide con l’intero territorio dell’isola, è Gorgona, la più piccola del Parco nazionale arcipelago toscano: un’isola di poco più di due chilometri quadrati di estensione, distante una ventina di miglia dalla costa. «Che non sono poche, soprattutto quando il mare è mosso e annulla di fatto la possibilità di collegamento con la terraferma», fa notare Carlo Mazzerbo, direttore della casa di reclusione dal 1989 al 2005 e responsabile dal 2019 al 2022 della casa circondariale di Livorno, di cui Gorgona era diventata nel frattempo sede distaccata.
«Ci sono andato perché ho capito che era un luogo che mi permetteva di fare il lavoro che volevo fare – spiega Mazzerbo – la prima sede in cui sono stato assegnato era un’altra isola, Pianosa, che negli anni Ottanta era un inferno. Io sono scappato da Pianosa perché era un luogo violento, proprio nel senso fisico del termine. A Gorgona invece è stato possibile realizzare un progetto diverso».
La bellezza del luogo, la possibilità di far stare tutti all’aperto, il contatto con la natura sono fattori che certamente contribuiscono a renderla diversa dalle altre carceri. Ma a Gorgona l’ormai ex direttore ha deciso di puntare sui rapporti umani e sul rispetto dei diritti, e nel corso degli anni ha provato a creare sull’isola una piccola comunità «dove ognuno potesse avere un suo posto, sentirsi utile e avere un obiettivo».
Prima di tutto, le persone detenute. Tra le variazioni introdotte, c’è stata la decisione di farle lavorare tutte, senza eccezioni: la volontà di impegnarsi in questo senso, secondo le proprie competenze e capacità, era il primo dei cinque criteri di assegnazione al carcere. Per essere inviati o fare richiesta di trasferimento a Gorgona, inoltre, non bisognava essere legati alla criminalità organizzata, né essere tossicodipendenti, perché nell’istituto non ci sono strutture idonee all’assistenza. Era necessario avere una condanna definitiva e non più di 10-15 anni da scontare. Indispensabili infine buone condizioni di salute, a causa dell’assenza di un medico che garantisse una disponibilità 24 ore su 24 e di ospedali nelle vicinanze.
La direzione è stata coinvolta fino al 2000, con un parere, nel processo di valutazione delle domande. Poi il ministero della Giustizia ne ha fatto a meno. «Io su questo ho fatto la guerra, ci creava grossissimi problemi – dice Mazzerbo – è capitato che mi trovassi con due muratori e dieci manovali, quando invece avevo bisogno di un idraulico, perché tutti i lavori di manutenzione a Gorgona sono fatti da noi del carcere. Alla fine abbiamo risolto con gli interpelli, ossia presentando istanze specifiche relative a le nostre necessità».
A Gorgona, proprio a partire dalla sua posizione e dalla sua conformazione, si è ragionato su un modello di carcere basato sull’impegno e sulla condivisione. A volte i detenuti faticavano a entrare nel senso di comunità richiesto. Una comunità di cui, tra l’altro, dovevano fare parte anche gli agenti. «E non è detto che a loro stesse bene, perchè significa anche avere delle responsabilità», sottolinea l’ex direttore, che quando ha concluso la sua prima esperienza sull’isola poteva contare su una novantina di agenti della penitenziaria, ma una volta tornato ne ha trovati solo 28, poi scesi addirittura a 24.
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«La minore presenza fisica degli agenti portava a responsabilizzare quei pochi che riuscivano a cambiare, a fare veramente una sorveglianza dinamica, che non è soltanto camminare, ma occuparsi della conoscenza delle persone, delle dinamiche tra di loro, di osservare le persone con ottica diversa, non quella del semplice poliziotto – spiega Mazzerbo – E allo stesso tempo ha responsabilizzato ancora di più i detenuti, perché loro sono i primi che ci tengono che tutto vada bene».
Tutto si è fondato insomma su una scelta, prima di tutto personale, di tutte le parti in causa, ognuno nel suo ruolo. Un tempo sull’isola c’era anche qualche abitante, ma l’ultima residente stabile è morta alcuni mesi fa, il giorno di Natale, a 97 anni. Ci sono altre sette o otto famiglie che hanno mantenuto l’alloggio e che quindi raggiungono Gorgona nel periodo estivo o durante le feste. E poi ci sono i turisti, che arrivano in nave per una gita di un giorno, focalizzata soprattutto sulla natura ma che include spesso anche una visita alle attività produttive del carcere, tra cui le vigne dell’azienda Frescobaldi. Dal 2020 alcuni detenuti sono stati formati proprio per accompagnarli.
Gorgona presenta anche svantaggi. Da alcuni punti di vista rappresenta un contesto piuttosto difficile. La fornitura di energia elettrica o di acqua può diventare un problema, così come i rifiuti, il trasporto o l’approvvigionamento. I permessi premio o il lavoro all’esterno si possono sfruttare di meno rispetto a situazioni simili come l’Elba, dove oltre al carcere di Porto Azzurro c’è ben altro e soprattutto nel periodo estivo ci sono numerose occasioni di impiego.
La dimensione assolutamente particolare che identifica l’isola stessa con la casa di reclusione offre però un diverso tipo di possibilità alle persone detenute (attualmente 82): «Abbatte il muro, abbatte il grosso limite rappresentato per loro dalla chiusura – sostiene Mazzerbo – Dopo un po’ non ti senti più “dentro”, perché quello di scappare è ovviamente l’ultimo dei pensieri. Paradossalmente Gorgona è più idonea a lavorare sulle persone perché ti dà la possibilità di vivere le emozioni».
Anche se ci sono esempi virtuosi come Gorgona o come Bastøy in Norvegia, dove la dimensione isolana ha permesso di concepire la detenzione in un modo diverso, Calzolaio ritiene che le isole non dovrebbero essere usate per la detenzione «ma dovrebbero diventare tutte parchi e aree marine protette».
Trovarsi lontano da tutto e da tutti, su un’isola o in periferia, non è il massimo per chi vuole lavorare con le persone, «ma se si gestisce in un certo modo può essere più idonea di altri posti. Rispetto a Livorno, Gorgona ha un numero di accessi, volontari, visite più alto. A fare la differenza non è tanto il luogo ma è il clima che c’è all’interno del carcere», conclude Mazzerbo.
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