Vigilia del voto in Kenya: indagini ferme per le dighe della discordia

Vigilia del voto in Kenya: indagini ferme per le dighe della discordia

Lorenzo Bagnoli

The Elephant

«Le dighe di Kimwarer e di Arror sono state cancellate per punire i miei sostenitori». William Ruto – il vicepresidente del Kenya, candidato tra i più accreditati per vincere le elezioni presidenziali del 9 agosto – parla delle infrastrutture bloccate con l’accusa di essere al centro di un caso di corruzione internazionale di fronte alle telecamere di KTN News Kenya. È il 26 luglio, giorno del Dibattito presidenziale 2022 in diretta televisiva. Ruto però è da solo: il suo principale sfidante, Raila Odinga, ha deciso di non presentarsi per evitare di condividere il palco con una persona che «non ha alcun rispetto per l’etica, la morale pubblica o la vergogna e manca di decenza», si legge in un comunicato. Il riferimento è ad alcuni episodi della campagna elettorale, in particolare alcuni attacchi sessisti alle candidate degli altri schieramenti. Indagato dalla Corte penale internazionale per le violenze post elettorali del 2007 (poi assolto), Ruto è stato coinvolto in diversi scandali in Kenya per corruzione, furto di terra e persino per l’omicidio di un imprenditore, Jacob Juma.

Omicidio a Nairobi

Il 16 maggio 2016 il corpo di Jacob Juma, noto e controverso imprenditore keniota, è stato trovato senza vita a bordo della sua Mercedes, crivellata da dieci colpi di pistola. Fin dall’inizio, l’ipotesi degli inquirenti è che si tratti di un omicidio. Nella sua vita Juma ha accusato di corruzione ministri, giudici, alti funzionari di partito e in alcuni casi è anche riuscito a ottenere risarcimenti milionari. Cinque mesi prima del suo assassinio, ha dichiarato di aver scoperto un piano ordito dal Jubilee party, il partito del presidente Uhuru Kenyatta, eletto nel 2013 insieme a William Ruto, per ucciderlo. Ha definito politiche tutte le accuse nei suoi confronti. Un precedente piano per cercare di ucciderlo nel 2014 è stato oggetto di un’indagine. Dei tribunali civili hanno condannato Juma di ripagare alcuni proprietari terrieri a seguito di alcune acquisizioni. I magistrati del Paese ancora non sono riusciti a scoprire chi sia stato il suo killer. Il candidato Raila Odinga durante la campagna elettorale ha promesso di ordinare l’avvio di un’indagine sull’omicidio.

I giornalisti di KTN News Kenya lo incalzano con domande sulla Valle del Kerio, una regione dove impazzano le bande armate (150 morti solo nel corso del 2022), anche a causa della decisione del governo di ritirare alcuni riservisti della polizia dalla regione perché avrebbero potuto unirsi ai gruppi armati. Gli scontri tra gruppi etnici e bande sono un elemento ricorrente, purtroppo, nella storia elettorale del Paese. Secondo Ruto la scelta dell’esecutivo è stata sbagliata ed è stata presa nell’ottica di colpirlo. Destabilizzare quella regione significa infatti destabilizzare un suo bacino elettorale. D’altronde il presidente ancora in carica Uhuru Kenyatta non potrà ricandidarsi e il suo vecchio delfino Ruto non è più tra i suoi favoriti per la successione. Anzi, è il candidato che non deve vincere.

La Valle del Kerio, parte della provincia del Rift dove Ruto è molto popolare, è anche un’area ricca di risorse naturali ma povera di infrastrutture. A provocare il banditismo, secondo Ruto, sarebbe principalmente la competizione per il controllo delle risorse: acqua, terre per l’allevamento, terre agricole. La regione sarebbe il granaio del Kenya, ma nella pratica è una sacca di povertà.

La costruzione delle dighe di Kimwarer e Arror, villaggi che si trovano in questa regione, è stata bloccata per ordine della Direzione della pubblica accusa (Dpp), una sorta di procura generale del Kenya, a seguito di un’indagine del 2019 che ipotizza i reati di frode, violazioni delle procedure amministrative sugli appalti, corruzione. A commettere i reati sarebbero stati pubblici ufficiali del Kenya e il consorzio di aziende italiane a cui sono stati assegnati i lavori di costruzione: una joint venture tra la Cooperativa Muratori e Cementisti (CMC) di Ravenna e Itinera, società del Gruppo Gavio.

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya) - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya) – Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Le due infrastrutture avrebbero dovuto far parte di un piano nazionale per rendere il Kenya più efficiente sul piano dell’approvvigionamento delle risorse entro il 2030. La commessa è stata assegnata insieme ad altre tra la fine del 2014 e il 2015, i lavori sono cominciati nel 2017. In altri 18 siti di costruzione è stata una commissione parlamentare del Kenya a bloccare i lavori: i contratti erano «esposti al rischio di abusi» e «i kenioti non [stavano] ottenendo un buon rapporto qualità-prezzo» ma per nessuna di queste opere è partita un’indagine della magistratura.

A cinque anni dall’inizio dei lavori di Kimwarer e Arror, i misteri intorno a quanto sia davvero successo ai circa 500 milioni di euro destinati alle dighe invece che diradarsi si sono sempre più infittiti. Da un lato, appare chiaro che esiste una componente politica nell’indagine; dall’altro, degli elementi concreti sembrano esistere, per quanto siano stati poco approfonditi.

I punti fermi sono pochi. Il primo è che le dighe, ad oggi, non sono state costruite. Il secondo è che il progetto è finanziato in parte dalle autorità del Kenya, in parte da istituti di credito europei attraverso uno schema che si chiama Engineering, Procurement, Construction and Financing che a monte è garantito da SACE, veicolo controllato dal Ministero delle finanze italiano. Il terzo è che il consorzio CMC-Itinera ha ottenuto un pagamento anticipato di 66,6 milioni di euro per la realizzazione delle opere.

Come funziona SACE

Da oltre 40 anni, SACE fornisce servizi assicurativi e finanziari per le imprese italiane. È da sempre a controllo pubblico. Attraverso SACE, le aziende possono ottenere una garanzia pubblica che facilita la concessione di prestiti e finanziamenti da parte delle banche. Il sistema di garanzia di SACE serve anche a sostenere il credito per le aziende dopo la pandemia, come abbiamo raccontato qui.

L’inchiesta coordinata dalla Dpp non individua le potenziali mazzette, nonostante tracci i soldi usciti dalle casse del consorzio di aziende italiane per i subappalti. Non è nemmeno chiaro quale sia esattamente la condotta criminale dei manager italiani, mentre già emergono più criticità sui comportamenti dei pubblici ufficiali del Kenya. Il cuore dell’inchiesta sono le irregolarità nella procedura d’appalto. Ad esempio, solo una delle due dighe è stata formalmente approvata dal Gabinetto del Kenya, un organismo governativo che si occupa di materie di interesse nazionale, e le dighe che dovevano essere date in concessione, secondo la deposizione a processo di un ufficiale di polizia che si è occupato delle indagini, invece sono state cedute attraverso «contratti commerciali».

Quale sia il reato implicito nella scelta di questa forma contrattuale non è tuttavia chiaro. Tanto è vero che fin dall’inizio CMC ha respinto con forza ogni accusa sul suo conto, sottolineando come l’intervento della magistratura abbia impedito la prosecuzione dei lavori, insieme alla mancata collaborazione del demanio del Kenya che non ha dato l’accesso ai terreni dove costruire la diga. Argomenti che risuonano anche nelle parole di William Ruto.

Una congiura politica?

«Onorevole Ruto, – la giornalista, impassibile, si rivolge al candidato ricapitolando quanto ha appena elencato: il teorema ha del surreale – ci sta dicendo quindi che esiste una grande cospirazione tra il tribunale, la procura e con pezzi della politica in merito alle dighe di Kimwarer e Arror che ora sono in tribunale?». «Per sua informazione – risponde l’interlocutore, piccato – Arror e Kimwarer sono stati firmati insieme ad altri progetti governativi, assegnati alle stesse aziende, finanziati dagli stessi istituti finanziari e non con la mia firma ma quella del presidente del Kenya». Prosegue dicendo che quando sarà chiaro perché le dighe sono state fermate, i cittadini keniani saranno «scioccati» e promette di riuscire a portare a compimento le due opere, quando diventerà presidente.

Per quanto parte di una stessa compagine di governo, Kenyatta e Ruto sono diventati acerrimi rivali da quando è cominciata l’inchiesta sulle dighe. Henry Rotich, ex ministro del Tesoro molto vicino a Ruto, è l’unico personaggio politico di rilievo nazionale che è stato messo sotto processo (dopo un primo arresto a luglio 2019 finalizzato al suo interrogatorio). Sarebbe il vero beneficiario dell’operazione, nell’ipotesi investigativa. In una petizione per chiedere la fine dell’indagine nei suoi confronti, Rotich si domandava come mai altre figure chiave del governo Kenyatta non fossero state indagate. Ruto ha ripreso il punto nel corso del dibattito per le presidenziali: perché altri progetti non sono stati toccati, per quanto le persone fisiche e giuridiche coinvolte siano le stesse?

Il riferimento più immediato è il progetto per la diga di Itare, sempre nella Rift Valley. È stato assegnato a dicembre 2014, pressoché in contemporanea con Kimwarer e Arror, sempre a CMC, con finanziatori in project financing gli stessi istituti di credito europei. Il pagamento anticipato ha permesso all’azienda italiana di incassare 36 milioni di euro, da restituire una volta raggiunto il 30% di completamento del progetto. Secondo alcuni documenti interni ottenuti da IrpiMedia, i dipendenti dell’azienda che si trovavano al cantiere a novembre 2018 erano rimasti con poco più di 50 mila euro in cassa ma avevano già debiti (tra fornitori e spese vive per vitto e alloggio degli expat) per circa 26 milioni di euro. Avevano due conti corrente accesi, uno alla banca Barclays e l’altro alla banca keniota Equity Bank. Il primo era sostanzialmente inutilizzabile perché già CMC aveva ottenuto un prestito che non riusciva a restituire. In un carteggio si legge che CMC «ha perso ogni credibilità» con l’istituto di credito inglese: «Aspettano notizie dalla Sede che non arrivano». Di certo CMC si trovava infatti già in pessime acque finanziarie.

Per ottenere la gara di Itare, CMC nel 2013 ha sottoscritto un contratto di consulenza con Stansha Limited, società specializzata nel settore delle costruzioni di proprietà di Stanley Muthama, parlamentare di Lamu, area molto lontana dal progetto. Stansha si impegnava ad aiutare CMC a ottenere degli appalti con le autorità The Rift Valley Water Services Board (RVWSB) e Athi Water Service Board (AWSB) al prezzo del 3% del valore dell’appalto. Secondo quanto ricostruito dall’indagine della Dpp, però, potrebbe non esserci solo Itare tra gli appalti sui quali Stansha ha messo lo zampino. Infatti ci sarebbe un certo Stanley Muthama che il 25 novembre 2015 partecipa in qualità di «CMC Kenya staff office» a un incontro con l’autorità della Kerio Valley per chiarire alcuni punti sul contratto per la diga di Arror, insieme a dei dirigenti della società italiana. È uno degli incontri decisivi per l’assegnazione dell’appalto di Arror.

Stanley Muthama non è stato indagato nel procedimento su Kimwarer e Arror. È stato però arrestato a giugno 2019 dalla Kenya Revenue Authority (KRA), l’autorità fiscale keniana, che gli contesta circa 4 milioni di euro di frode fiscale commessa tra il 2013 e il 2017. Eletto con uno dei partiti che sosteneva la candidatura del presidente Kenyatta cinque anni fa, alle elezioni del 2022 Muthama è un sostenitore di Raila Odinga.

La situazione di CMC

CMC, storica cooperativa costituita nel 1915 che conta circa 340 soci-lavoratori, è in una situazione economica molto grave da almeno quattro anni. Nel 2018 è entrata in concordato preventivo allo scopo di restituire un debito da 1,5 miliardi di euro, tra debiti ai fornitori e stipendi dei propri dipendenti. Durante l’ultima riunione al ministero dello Sviluppo economico, svoltasi due giorni prima della caduta del governo Draghi, l’amministratore delegato Romano Paoletti ha chiarito che «il fabbisogno finanziario dell’operazione di salvataggio (tramite cessione di ramo d’azienda a valore di mercato) ammonta a 100 milioni di euro e che, allo stato, CMC sta onorando le pre-deduzioni molto onerose del piano concordatario, con seria difficoltà, qualora non intervengano soluzioni medio tempore, a far fronte, nel prossimo autunno, al pagamento degli stipendi del personale dipendente, considerate anche le fortissime restrizioni subite in relazione all’accesso al credito bancario».

In altri termini: CMC ha bisogno di un’iniezione immediata di liquidità per cercare di salvarsi, visto che ormai i rapporti con le banche sono del tutto compromessi.

Tra le principali cause della crisi di CMC, comune a molte aziende del settore edilizio italiano, c’è il ritardo nei pagamenti in particolare dei committenti pubblici. CMC però fino alla prima relazione semestrale del 2018 ha minimizzato i problemi con i suoi soci, mostrando un bilancio in positivo grazie alle commesse in continua crescita. La crisi di liquidità che però era già in essere ha sostanzialmente compromesso la gestione dei cantieri. Non è bastato ottenere gli anticipi per l’esecuzione dei lavori da commesse estere per rimettersi in sesto, come dimostra l’esempio del Kenya. Anzi, lavori come questi si sono portati dietro un lungo strascico di contenziosi.

La Tunnel Boring Machine, o "talpa", di CMC per lo scavo di una galleria a Yintao (Cina) - Foto: cmcgruppo.com

La Tunnel Boring Machine, o “talpa”, di CMC per lo scavo di una galleria a Yintao (Cina) – Foto: cmcgruppo.com

Un caso riguarda la commessa da 550 milioni di dollari per la costruzione di un impianto idroelettrico in Nepal. Il contratto con la cooperativa italiana è stato recesso dalla stazione appaltante nepalese nel 2019. Una sentenza della Terza sezione del Tribunale di Bologna del 4 giugno 2020 ha condannato la cooperativa a restituire circa 15 milioni di euro a una banca del Nepal che aveva finanziato il progetto. La cooperativa italiana non aveva infatti avvertito la banca nepalese della sua situazione economica difficile e «non aveva neppure dato inizio ai lavori oggetto di contratto, così realizzando l’inadempimento totale e assoluto delle obbligazioni assunte».

Se la partita giudiziaria in Nepal si è chiusa, in Kenya invece è ancora agli inizi. CMC ha un procedimento aperto alla Corte internazionale di arbitrato della Camera di commercio internazionale, la principale sede arbitrale del mondo. Chiede all’autorità della Kerio Valley 115 milioni di dollari per quella che di fatto è stata una cancellazione delle due commesse. A questo si aggiunge una decina di casi aperti nei tribunali civili del Kenya con subappaltatori. A rischio c’è un’azienda da una storia ultracentenaria con circa 3.800 dipendenti.

Comunque vadano le elezioni in Kenya, è difficile che l’inchiesta giudiziaria keniana riesca davvero a svelare cos’è successo alle commesse per le dighe. In Italia, non sembra esserci margine per l’apertura di un fascicolo. Di certo l’andamento degli arbitrati e dei contenziosi con le autorità africane potrà al massimo contribuire ad affossare CMC, non a risollevarla dalla crisi economica in cui versa. Per questo servirà il contributo italiano o qualche acquirente straniero. È il finale annunciato di una saga infinita, sia per CMC, sia per il governo del Kenya.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli

Ha collaborato

Patrick Gathara (The Elephant)

Editing

Lorenzo Bodrero

In partnership con

Mappe

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya)
(Yasuyoshi Chiba/Getty)

Con il sostegno di

JournalismFund

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya) - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Addio ai campi rom. A Roma il problema si nasconde sotto il tappeto

Addio ai campi rom. A Roma il problema si nasconde sotto il tappeto

Antonia Ferri
Francesca Polizzi
Arianna Egle Ventre

Nino è un cittadino italiano di origine montenegrina, lo incontriamo a casa della sorella dove ora vive. Ci sta aspettando all’ingresso di un grande cancello, noi siamo dalla parte opposta della strada e ci fa segno di attraversare. «Qui è pericoloso, le macchine vanno veloci e siamo su una strada vuota». Ci guida attraverso il cortile dove ci sono varie abitazioni, poi a passo deciso si dirige verso un’entrata piena di vasi di piante e fiori. Il cortile è il regno dei bambini che corrono, urlano e si arrampicano dentro i camion del magazzino delle spedizioni che c’è lì accanto. In casa ci accomodiamo su un divano, davanti c’è il piano cottura. Accanto a noi, ripiegati con cura, ci sono coperte e lenzuola. Durante la notte, il divano diventa un letto per uno degli otto abitanti della casa. Lì vicino, un altro divano dove dorme la mamma di Nino, che ha un tumore da svariati anni. Entrambi vivevano nel campo rom di via della Monachina dal 1996, ma adesso quel luogo non esiste più: «Il primo luglio sono venuti e ci hanno detto: “dovete uscire fuori dalle vostre case”».

Il campo era nato un paio di anni prima che Nino ci si trasferisse e nel 2002 era diventato tollerato – ovvero, le autorità ne conoscevano l’esistenza e la accettavano. Era abitato da 64 persone di provenienze diverse, tra cui tutti i membri della famiglia di Nino. Accanto a lui ha una lettera di sgombero datata 1° luglio 2021.

La sua storia è comune a tantissimi altri cittadini romani di origine rom. A Roma sono cinque i campi chiusi tra il 2019 e il 2021: Camping River, Foro Italico, Area F di Castel Romano, Monachina e Barbuta.

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La geolocalizzazione dei campi all’interno della Città metropolitana di Roma

Il 31 maggio 2017 l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi annunciava il progetto per “superare i campi rom”. Il lavoro della giunta era coerente con gli obiettivi della Strategia nazionale per l’inclusione della popolazione rom, sinti e caminanti. Il primo passo è stato la stesura del Piano di inclusione di Rom Sinti e Caminanti, approvato il 26 maggio dello stesso anno. L’idea alla base era di responsabilizzare chi viveva nel campo, prendendo le distanze dalle politiche assistenzialiste delle giunte precedenti che, secondo gli autori del piano, avevano reso i rom ancor più marginalizzati.

Questa idea di responsabilità si è espressa con un documento, che è stato presentato alle famiglie residenti nei campi che lo avrebbero dovuto firmare e sottoscrivere, e che stabiliva gli impegni dei firmatari e dell’amministrazione. Questo “Patto di Responsabilità Solidale” richiedeva infatti da un lato ai firmatari di impegnarsi in tirocini per l’inserimento al lavoro e nella ricerca di una casa, dall’altra prometteva da parte del Comune un sostegno per l’affitto, della durata limitata di due anni, per trovare un lavoro stabile che gli garantisse l’indipendenza.

I pilastri teorici del patto erano: casa, lavoro, salute e scuola. Ma a giudicare dalle azioni effettivamente intraprese dall’amministrazione della città il principale obiettivo è stato quello di far fuoriuscire le persone dai campi per chiuderli, senza una concreta azione che ne favorisse l’inclusione nel tessuto urbano.

Il Patto che veniva sottoposto agli abitanti dei campi nella fase preliminare agli sgomberi (pag. 37-49)

«Sono arrivate le lettere. E in nove giorni dovevamo trovare le case. Nove giorni. Era un incubo quello che abbiamo vissuto». Arianna è una donna di mezz’età e madre single, da quando è uscita dal campo fa pulizie e altri lavoretti saltuari e in nero: viveva in via della Monachina come Nino. Nei mesi precedenti, così come gli altri abitanti del campo, le era stato chiesto di firmare il Patto.

«Il Piano di superamento prevedeva che le famiglie si affidassero all’associazione che aveva vinto il bando del Comune perché li aiutasse con i problemi di lavoro, di documenti, di casa», spiega Marco Brazzoduro, presidente dell’associazione Cittadinanza e minoranze. «Una serie di famiglie per diffidenza ha deciso di non firmare. Altre invece, non hanno firmato perché erano senza documenti e senza documenti non entravi sotto l’ombrello della protezione».

Ad oggi, così come durante gli anni degli sgomberi, c’è quindi chi ha scelto di non firmare, ma anche chi non ha potuto farlo ed, escluso dal piano, è stato lasciato consapevolmente in mezzo alla strada. In tutto il Piano ha coinvolto 1.029 persone fuoriuscite dai campi. Il primo a essere sgomberato è stato Camping River nel 2018. Il campo della Monachina è stato l’ultimo sgombero della giunta Raggi.

Le politiche di sgombero dell’amministrazione della Capitale hanno comportato un impiego di denaro proveniente in parte da fondi europei e in parte, anche se molto minore, dalle casse del Comune. Le fonti ufficiali delle istituzioni parlano di un finanziamento totale di circa tre milioni e mezzo per il Piano, di cui più di tre milioni provenivano dal Programma operativo nazionale (Pon) “Città metropolitane”, adottato dalla Commissione europea.

Camping River e il ricorso alla Corte europea dei diritti umani

Era il 26 luglio 2018 quando Camping River, uno dei campi tollerati della Capitale, è stato sgomberato. L’ordinanza dell’ex Sindaca fissava al 31 dicembre 2018 il conseguimento degli obiettivi del Piano. A pochi mesi dalla scadenza ci si ritrova a dover dare dei segnali di attività, così, approfittando della situazione particolare di Camping River, vengono introdotte misure di sostegno all’inclusione lavorativa, per l’iscrizione anagrafica, di regolarizzazione documentale oppure viene proposto il rientro assistito volontario nel proprio paese d’origine.

Camping River costituisce un unicum nel panorama dei campi rom romani perché è il solo campo a sorgere su un suolo privato e la cui gestione dei servizi è affidata a una cooperativa. Il 30 giugno la giunta decide di sospendere i servizi al campo: gli abitanti si ritrovano senza elettricità, acqua potabile e fogne. La situazione al campo viene definita emergenza igienico-sanitaria. Un chiaro pretesto per mandar via le persone.
Arriva poi un’ordinanza della Raggi del 13 luglio che ordina l’allontanamento dall’area dove sorge Camping River di tutte le persone «entro il termine perentorio di 48 ore».
Ma arriva un punto di svolta in questa vicenda: su sollecito degli abitanti del campo, aiutati da associazioni e avvocati, interviene la Corte europea dei diritti dell’uomo.

La decisione della Cedu è di sospendere lo sgombero dell’insediamento rom fino a venerdì 27 luglio; sospensione che aveva l’obiettivo di monitorare la situazione del campo e garantire che non venissero violati i diritti umani fondamentali delle circa 300 persone che risiedevano nell’insediamento dal 2005.

Nonostante lo stop di Strasburgo, il Comune di Roma ha iniziato le operazioni di sgombero forzato di Camping River il giorno prima del pronunciamento della Corte.
Delle persone che vivevano a Camping River, soltanto una minoranza ha avuto accesso a delle soluzioni abitative. Camping River costituisce il progetto pilota che poi darà avvio agli sgomberi degli insediamenti di La Barbuta e Monachina.

Quel che è certo è che, insieme agli assistenti parte dell’Ufficio speciale rom, sinti e caminanti di Roma capitale, c’erano altri enti di mediazione, vincitori dei bandi indetti dal Comune. Ogni campo presentava una situazione diversa da quella dell’altro, ma i due principali enti occupati nell’accompagnamento delle persone all’inclusione erano la Croce rossa e Arci solidarietà onlus. Gli enti vincitori dei bandi si occupavano di garantire la realizzazione del Piano, introducendo le persone al lavoro regolare, occupandosi dell’aiuto nella compilazione dei fogli per la regolarizzazione dei documenti, assicurando le soluzioni abitative e stabilendo quindi il supporto economico alle famiglie, fino a un massimo di 10.000 euro per nucleo. I contributi economici venivano (e vengono) erogati per due anni.

I fondi per superare i campi rom

I fondi programmati dal progetto Pon Metro, quelli ammessi a finanziamento (comprovati da fatture) e quelli erogati
[in EUR]

Al termine di questi due anni, con o senza lavoro regolare – necessario per poter firmare un contratto d’affitto -, privi di qualsivoglia monitoraggio a posteriori in merito all’integrazione nel territorio, ognuno è stato (e verrà) lasciato a se stesso.

Inoltre, nella bozza del Piano, i criteri per l’assegnazione del supporto economico risultano fortemente meritocratici. Ciò significa che i componenti dei campi con figli scolarizzati e con un lavoro, ottenevano di più. Una dinamica che porta, in modo inevitabile, a escludere chi già versa in condizioni di maggiore disagio.

Tra chi non ha potuto firmare ci sono stati interi nuclei familiari che non possedevano documenti regolari, come il permesso di soggiorno o la cittadinanza italiana. O chi, come Arianna, che poi ha potuto firmare, stava facendo le pratiche per l’apolidia – condizione riconosciuta per cui nessuno Stato considera quella persona propria cittadina.

I criteri di accesso alle misure di sostegno venivano stabiliti valutando requisiti a vantaggio di coloro che avevano già intrapreso percorsi di integrazione

Quando abbiamo chiesto a Monica Rossi, ideatrice del Piano per il Comune, di chi fosse la responsabilità per le persone irregolari lasciate in strada, non ha saputo rispondere e ha insistito sul fatto che la responsabilità per certi versi potesse ricadere sulle persone stesse: «Dovrebbero prendersi la responsabilità della loro vita e dire: “perché sto qui dopo tutte le sanatorie e non mi sono mai regolarizzato?”, per cui mi dispiace, il Piano parte da un’assunzione di responsabilità, questi sono cittadini, non sono dei bambini».

Nonostante la severità delle sue parole, la stessa Monica Rossi ha però ammesso che, quando i rom irregolari vanno al comune a portare le documentazioni per la regolarizzazione, a seconda dell’impiegato che incontrano, a volte riescono a far partire la loro pratica, altre volte si sentono rispondere che non c’è possibilità di procedere.

Nino, come altri, aveva in un primo momento deciso di non firmare ma, quando poi ha cambiato idea spinto dal bisogno di non restare per strada, era troppo tardi a causa della scadenza già fissata. «Ti fanno firmare un Patto per far cosa? Non c’è scelta, perché comunque verrai cacciato dalla tua abitazione attuale», commenta l’avvocato Salvatore Fachile, sottolineando quelli che secondo lui potrebbero essere i caratteri illeciti del Patto, e continua: «In mancanza di alternativa si tratta di un patto che è un incontro di due volontà libere, o si tratta di un’imposizione?».

Lo stesso avvocato evidenzia che anche i nuclei familiari assegnatari di nuove soluzioni abitative si sono poi trovati di fronte a problemi sia pratici sia di integrazione: fenomeni di prevaricazione, case popolari già occupate, atti discriminatori e intimidazioni. Le soluzioni proposte dal Piano erano: cohousing – una soluzione instabile dove più famiglie sono costrette a convivere -, edilizia residenziale pubblica e aiuto all’affitto indipendente – che dà diritto a un sostegno economico per due anni.

I numeri esatti in merito alle assegnazioni delle abitazioni vengono riportati dalla società Digivis, ente terzo incaricato dal comune di valutare i risultati del Piano.

La discriminazione specifica nei confronti della popolazione rom si chiama antiziganismo. È un sentimento pervasivo della società italiana, che si traduce anche in episodi discriminatori nei quartieri. In più le persone, per ammissione di Monica Rossi, sono state volutamente sparpagliate per la città, separando parenti che prima vivevano nello stesso campo. Questo, secondo l’ideatrice del Piano, per favorire l’inclusione e «non affliggere i cittadini romani con una presenza eccessiva (di rom, ndr)». Come se la vicinanza ai cittadini rom sia una “maledizione” da cui dover difendere i “veri romani”. Nonostante sia stata data una casa a 295 famiglie, è quindi rimasta intatta la struttura discriminatoria sottostante.

La dichiarata volontà di “superamento dei campi” poi, non è sostenuta da nessuna reale politica a lungo termine. C’è stata infatti una pressoché totale assenza di monitoraggio nei mesi successivi all’assegnazione delle abitazioni, per cui si pone ora il problema di capire dove andranno le famiglie allo scadere dei due anni. Come potranno mantenere l’affitto senza lavoro e con serie difficoltà nel trovarlo?

Inserimento nel tessuto urbano: tra inclusione e aggressioni razziste

«Quando una famiglia rom del campo riceve una casa popolare cerca di non far sapere che arriva dal campo perché sa che c’è questo pregiudizio». Questo un estratto delle parole di Carlo Stasolla presidente dell’associazione 21 luglio. Rinunciare alla propria identità per farsi accettare, è questo il paradosso dell’inclusione. Le parole di Stasolla possono essere meglio contestualizzate facendo riferimento a una serie di episodi razzisti avvenuti nei confronti di persone rom. Sono due i casi di violenza che si sono imposti nelle cronache romane per la matrice xenofoba e sessista.

È l’aprile 2019 quando 70 famiglie, di cui 30 bambini, vengono sgomberate dai campi nell’ambito delle politiche di attuazione del Piano per essere assegnate al centro di via Codirossoni, a Torre Maura nella zona sud-est della città. Un gruppo di manifestanti di CasaPound e Forza Nuova per giorni ha protestato contro il trasferimento dei rom nel centro di accoglienza. Alle prime proteste e rivolte da parte degli abitanti del quartiere che sostenevano di voler «cacciare gli zingari», l’amministrazione risponde con l’annuncio di una ricollocazione delle persone in altre soluzioni abitative. L’aspetto peculiare di questa violenza è la strategia messa in atto dai gruppi neofascisti: impedire l’approvvigionamento di cibo in favore delle persone che avrebbero dovuto essere ospitate nella struttura.

Il secondo episodio, poche settimane dopo, coinvolge un’altra zona di Roma, Casal Bruciato. Una donna con la sua famiglia, legittima assegnataria di una casa popolare, al momento del suo trasferimento nell’appartamento, viene aggredita da un gruppo di militanti di CasaPound, che le hanno gridato: «Troia, puttana, fai schifo». Si è arrivati alle minacce di stupro.

Andando oltre le strumentalizzazioni politiche da parte dei gruppi dell’estrema destra romana, che sono molto frequenti e ricordano casi simili come le proteste contro il centro per richiedenti asilo minorenni a Tor Sapienza nel 2015, emerge che a Roma la presenza delle famiglie rom nei quartieri continua a generare tensione e non porta all’inclusione e all’inserimento nel tessuto sociale perché si portano avanti politiche di ghettizzazione e di esclusione dei rom.

Molti, come Nino, dopo essere stati sgomberati dal campo, hanno perso il lavoro. Venuta a sapere della sua provenienza dal campo, la sua datrice di lavoro lo ha licenziato. Per far fronte a situazioni simili il Piano prevedeva in teoria un accompagnamento al lavoro mediante tirocini e supporto economico a piccole imprese. Ma molte famiglie continuano ancora oggi a lavorare nei mercatini irregolari dove vendono ciò che recuperano dalla spazzatura e materiali rubati.

Arianna, che ha firmato il patto, racconta di aver svolto un tirocinio che non le ha in alcun modo assicurato la possibilità di trovare un lavoro regolare. Arianna lavora da un parrucchiere, due ore la domenica, mentre in settimana va a fare la spesa e altre commissioni per una persona anziana. Ora è in attesa e forse comincerà ad andare a fare le pulizie in un’altra casa il sabato e la domenica. Una condizione lavorativa insufficiente per fornire le garanzie pretese dal mercato immobiliare. Messa di fronte all’inadeguatezza del lavoro svolto dalle istituzioni, la delegata della Sindaca, Monica Rossi risponde così: «Domani mattina alle cinque, prendete la macchina e andate in via Palmiro Togliatti: troverete una fila di moldavi con un cartello al collo con scritto “30, 40 euro”, se uno vuole lavorare al nero qui a Roma, lavora subito», senza tener conto del fatto che per poter pagare un affitto regolare, un lavoro in nero non basta.

Un altro dei pilastri del Piano era la scolarizzazione, aspetto questo che più degli altri ha risentito dell’assenza di monitoraggio. Lo spostamento delle famiglie in luoghi distanti da dove abitavano prima ha portato il Comune a mobilitarsi per introdurre i bambini in nuove scuole, ma non sempre le famiglie rom invogliano i figli a frequentare. L’insieme di questi fattori si unisce a un contesto già di estrema gravità per la scolarizzazione dei bambini rom. Inoltre, la stessa Monica Rossi aggiunge: «Io non mi sono proprio interessata della scolarizzazione, ritenendo che sia un obbligo da parte dei genitori di interessarsi alla scolarizzazione dei figli».

Seduto alla sua scrivania, Mauro Di Giacomo riassume le modalità con cui ha raccolto i dati e monitorato gli andamenti del Piano. È presidente della società Digivis, l’ente imparziale incaricato di redigere un report finale in grado di dare un quadro complessivo dei risultati del Piano. Lo stesso report necessario a dimostrare che i fondi europei erano stati spesi per le finalità a cui erano destinati. Ma è lo stesso Di Giacomo ad ammettere che il monitoraggio, e quindi il report conclusivo, sono parziali. «Dopo gli sgomberi in realtà non sappiamo più niente. Perché gli sgomberi sono avvenuti tra il 2020 e il 2021. Nel 2021, poi, c’è stato il passaggio di giunta, per cui già a settembre… adesso sarebbe in realtà il momento in cui ricominciare il monitoraggio di tutti i fenomeni», spiega Mauro Di Giacomo.

Nel 2021 è finito qualsiasi lavoro di controllo. Da quel momento non si hanno più aggiornamenti sull’andamento del progetto. Ad oggi la nuova giunta Gualtieri si posiziona sulla stessa linea della giunta Raggi, proseguendo nell’intento di responsabilizzare le persone chiudendo volutamente gli occhi sul livello di antiziganismo strutturale che marginalizza i rom e che porta ancora una volta Monica Rossi a dichiarare con convinzione: «Io credo di aver inaugurato una fase di assunzione di responsabilità da parte dei rom».

Invece tra chi non ha voluto firmare, chi non ha potuto firmare, chi, come una mamma sola e senza più i parenti intorno che badano ai bambini piccoli come nel campo, non può più lavorare e dovrà presto lasciare la sua casa e chi, infine, non trovandosi d’accordo o subendo la prepotenza di un’altra famiglia, ha dovuto abbandonare la soluzione di cohousing. Sono in molti che non hanno saputo e non sanno più dove andare. Così dallo sgombero dei grandi campi sono semplicemente nati nuovi insediamenti, più piccoli, campi informali e occupazioni in giro per la città.

Soluzioni abitative

Le soluzioni abitative assegnate o trovate autonomamente dai nuclei famigliari sgomberati dai campi

Una degli abitanti di questi nuovi piccoli insediamenti è Miriana che vive con il suo cane Bella in una baracca che si è costruita da sola tra il vecchio campo sgomberato di Foro Italico e le rive del Tevere. Miriana trasporta una damigiana d’acqua e spinge un carrello pieno di bigiotteria, ferro e vestiti. «Tu pensi che così mi piace a me? No, no credimi. Sono zingara, ma voglio essere pulita, voglio avere l’acqua». Miriana ha 56 anni, è serba, ma vive fin da giovanissima in Italia. Non ha mai firmato il patto perché non sapeva dove sarebbe finita né che cosa avrebbe fatto allo scadere dei due anni. Ha la sindrome del tunnel carpale e le mani le fanno male, dice che si dovrebbe operare, ma non può stare dei giorni senza andare al mercatino e procurarsi i pochi soldi che le servono per vivere.

Nino che ci accompagna al suo vecchio campo e ci mostra dov’era la sua baracca, è spaventato: «Due mesi, tre mesi, un anno. È finito il progetto. Il progetto finisce e finiamo anche noi in mezzo alla strada».

Nino dice che la gente tornerà nel campo. Miriana si sta già attrezzando per farlo.

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Antonia Ferri
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Giulio Rubino

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

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Una foto d’archivio del campo nomadi di Via Salviati a Roma
(Simona Granati/Getty)

Una foto d'archivio del campo nomadi di Via Salviati a Roma - Foto: Simona Granati/Getty

Il silenzio delle chiese pentecostali sulla tratta delle donne nigeriane

Il silenzio delle chiese pentecostali sulla tratta delle donne nigeriane

Alice Facchini

«I’m gonna praise the Lord. The devil cannot stop me. I’m gonna praise the Lord, in every situation. In the wilderness, in the prison-yard. I’m gonna praise the Lord for his faithfulness, alleluja». [«Prego Dio. Il diavolo non può fermarmi. Prego Dio in ogni situazione. In mezzo alla natura, nel cortile di una prigione. Prego Dio per la sua fedeltà, alleluja»]

Le casse a tutto volume sparano fuori la voce di quattro coriste, mentre il basso elettrico, la tastiera e la batteria accompagnano la preghiera con sonorità rock. Dentro la chiesa pentecostale, uno stanzone ricoperto di drappi azzurri e addobbi natalizi, ci saranno 40 gradi, ma il pastore non si scompone nel suo completo con giacca, doppiopetto e scarpe di vernice. Mentre il pubblico balla tra le sedie in plastica bianca, lui si inginocchia a terra, alza le braccia al cielo e poi appoggia la fronte sulla sua stola sacra: prega ad alta voce, ma le sue parole sono coperte dai canti. Sale sul palco solo nel momento dell’omelia: al microfono legge e commenta la Bibbia, mentre i testi vengono proiettati sul muro dietro di lui. Ricorda alla comunità i propri doveri, gli appuntamenti settimanali, le feste in programma.

Le chiese pentecostali sono un punto di riferimento per la comunità nigeriana. Qui le persone si conoscono, pregano, mangiano insieme, trascorrono il tempo libero. La chiesa è aperta a tutti e la domenica a messa si possono incontrare sia le madame che le prostitute, sfruttatrici e sfruttate, sedute le une vicino alle altre. Alcune chiese hanno un ruolo ambiguo in queste dinamiche: diverse associazioni, esperti e magistrati raccontano di pastori che invitano le ragazze a pagare il loro debito nei confronti delle madame e a non denunciare. Si parla di riunioni della rete criminale che si tengono all’interno degli spazi sacri. Messe dove in prima fila c’è sempre un posto per le madame e i membri dei cosiddetti cult, organizzazioni che operano con modalità simili alle nostre mafie. Chi lavora nel settore affronta l’argomento come se fosse il segreto di Pulcinella, che in realtà tutti conoscono e che quindi segreto non è.

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

Le parole della tratta

Madame: Nel contesto della tratta, indica la trafficante che sfrutta le ragazze che vendono prestazioni sessuali. Le madame raccolgono i soldi del debito. Spesso sono state anche loro prostitute. Oga è il corrispettivo maschile delle madame.

Debito: Somma che le vittime di tratta devono restituire alle organizzazioni criminali per pagare il loro viaggio in Europa. Per estinguere il debito, le vittime sono costrette a prostituirsi oppure a spacciare. Se non lo fanno, le organizzazioni minacciano ritorsioni nei confronti della famiglia di origine.

Native doctor: È uno sciamano che sottopone le vittime di tratta a riti voodoo (juju è il termine che usa la comunità nigeriana). Attraverso il juju le ragazze sono costrette a ripagare il loro debito alle madame. È lo strumento di coercizione spirituale alla quale sono sottoposte le ragazze.

Boga: È la persona che accompagna le vittime. È in perenne contatto con i trafficanti e con le madame.

Connection man: È colui che organizza i viaggi dalla Nigeria all’Italia, il più delle volte passando dalla Libia. L’imbarcazione con la quale le donne sono costrette ad attraversare il Mediterraneo è chiamata la palapa.

Connection House: È il termine attraverso cui le vittime di tratta definiscono i bordelli dove sono costrette a prostituirsi. Si trovano principalmente in Libia, ma ne esistono anche in alcuni ghetti italiani.

Non tutte le chiese però sono uguali: ci sono anche pastori pentecostali che denunciano le attività delle organizzazioni criminali nigeriane e aiutano le ragazze a uscire dalla tratta. È anche grazie ad alcuni di loro che sono stati arrestati criminali appartenenti ai cult o alla rete del traffico di esseri umani. Negli ultimi anni, in Italia la lotta alla tratta ha ottenuto diversi risultati, in particolar modo grazie a una strategia di contrasto “multiagenzia” che vede la collaborazione degli enti antitratta e delle reti del territorio nelle indagini: molti criminali sono stati arrestati, e le forze dell’ordine hanno oggi una conoscenza più profonda di come funziona il traffico. Ma c’è una sfera che resta ancora poco conosciuta: proprio quella che riguarda il ruolo delle chiese.

«I am a winner all the time. I am a success not a failure. I am a victor not a victim, I am the head and not the tail. Jesus is a winner man, Jesus is a winner. He’s a winner man all the time» [«Sono sempre un vincitore. Sono un successo, non un fallimento. Sono un vincente, non una vittima. Sono la testa, non la coda. Gesù è un uomo che vince, Gesù è un vincitore. È sempre un vincitore»].

La messa è finita, i fedeli si radunano fuori dalla chiesa. È il compleanno di un bambino della comunità, i palloncini vengono appesi per addobbare il cortile, mentre su un grosso vassoio vengono portate due grandi torte ricoperte di pasta di zucchero coloratissima. «Per un periodo sono stata lontana dalla chiesa, poi pian piano mi sono riavvicinata», racconta a bassa voce la madre del bambino festeggiato. «Non tutte le chiese sono uguali: ho sentito pastori che durante l’omelia dicevano pubblicamente “Onorate i vostri debiti”, indirizzandosi implicitamente alle donne costrette a prostituirsi. Alla fine ho comunque scelto di ritornare qui, perché è qui che trovo speranza e famiglia, anche se so che le contraddizioni sono tante».

Una zona grigia che sfugge alle indagini della magistratura

In Italia, diverse inchieste della magistratura hanno fatto luce sulle confraternite nigeriane, i cosiddetti cult: da Torino a Catania, passando per Brescia, Bologna, L’Aquila, Castel Volturno, Palermo, molti membri sono stati condannati per diversi reati, in particolare legati al traffico di droga. Spesso è stato riconosciuta l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, l’associazione di tipo mafioso.

Il nostro Paese è quello che più di tutti in Europa ha perseguito le confraternite nigeriane, proprio grazie al suo ordinamento che prevede degli strumenti speciali nella lotta alle organizzazioni mafiose. E anche altri criminali nigeriani, che agivano in maniera autonoma o in gruppi, ma senza essere affiliati a una rete così ampia e strutturata, sono stati arrestati per aver preso parte al traffico di esseri umani o allo sfruttamento sessuale. Quello che manca però è un’indagine sulle chiese e sul ruolo di alcuni pastori.

«Non è mai stata fatta un’inchiesta specifica sul rapporto tra chiese pentecostali e organizzazioni criminali nigeriane – spiega il magistrato Stefano Orsi, già pm della Direzione distrettuale antimafia, poi passato alla Procura generale della Corte d’appello di Bologna -. Questo perché è un tema molto delicato, che tocca diversi aspetti spinosi».

Fedeli durante una preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty
Fedeli durante una preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 – Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Orsi spiega che la mafia nigeriana è molto pervasiva: si infiltra in tutte le strutture sociali, e quindi anche nelle chiese. «Nelle comunità nigeriane all’estero, le organizzazioni criminali provano a ricreare la stessa rete che avevano costituito in Nigeria – continua -. Nelle indagini, abbiamo riscontrato più volte che i soggetti affiliati si ritrovassero nelle chiese per fare le proprie riunioni. Spesso i pastori provano a convincere le ragazze sfruttate a non sporgere denuncia, o comunque a trovare un punto d’incontro con la madame senza arrivare alla rottura. C’è una situazione di estrema contiguità, che fa pensare. Non mi sentirei di affermare che la mafia nigeriana non ha le mani nella chiesa, ma al momento non ci sono prove per dimostrarlo».

Anche la procuratrice del Tribunale di Catania Lina Trovato, che ha indagato a lungo sul fenomeno della tratta, parla di uno «scarto tra la statistica giudiziaria e la reale entità del fenomeno»: «In numerose attività di indagine è emerso il coinvolgimento dei pastori nel reclutamento delle ragazze in Nigeria: i pastori mettono in contatto le ragazze con la madame e percepiscono un corrispettivo», racconta Trovato. «Le ragazze vedono il pastore come una buona persona – aggiunge -, si fidano e così entrano nella rete: lo abbiamo riscontrato varie volte dalle intercettazioni ma anche dalle testimonianze di alcune vittime. Nonostante questo, l’estrema difficoltà nell’identificare questi soggetti che agiscono all’estero non consente di perseguirli».

In altri Paesi, alcuni pastori sono stati processati per aver messo in contatto le ragazze che frequentavano la loro chiesa con le madame. In Nigeria, il pastore Endurance Ehioze è stato arrestato nel 2017 dalla polizia di Edo State per il presunto coinvolgimento nel traffico di ragazze in Russia. Nello stesso anno in Sudafrica il pastore nigeriano Timothy Omotoso è stato accusato di traffico di esseri umani, stupro e racket, e ora è in attesa della sentenza della Corte suprema d’appello. Su di lui pendono quasi cento capi d’accusa. In Francia, nel 2019 il pastore nigeriano Stanley Omoregie è stato processato per aver trafficato sette ragazze tra i 17 e i 38 anni: è accusato di sfruttamento della prostituzione aggravata e schiavitù.

Anche in Italia, spiega Trovato, ci si chiede se ci sia un coinvolgimento da parte di alcuni pastori: «A noi non sono mai pervenute denunce di pastori sulla tratta, e questo già è un dato – dice -. Si può ipotizzare che per loro quello che accade sia normale: la madame ha anticipato i soldi, e ora la ragazza deve ripagare il debito. Quello che è certo è che le chiese pentecostali rappresentano dei centri di aggregazione importantissimi per la comunità nigeriana, dove vengono accolti tutti: in alcuni è capitato che gli organi minorili dello Stato non dessero il consenso per partecipare alla messa alle ragazze minorenni vittime di tratta, per evitare di esporle a eventuali rischi dovuti all’incontro con certe persone proprio dentro la chiesa».

La struttura delle chiese pentecostali

Le chiese pentecostali fanno parte del vasto gruppo di chiese evangeliche. Il movimento pentecostale è nato all’inizio del Novecento negli Stati Uniti e si è diffuso capillarmente negli anni Sessanta in Africa e, in seguito ai flussi migratori degli ultimi decenni, anche in Europa. Al mondo oggi ci sono più di 640 milioni di fedeli pentecostali: solo in Nigeria si contano più di 500 chiese, alcune delle quali hanno ramificazioni anche in altri Paesi. Nel continente europeo la rete Pentacostal European Fellowship mette insieme 60 movimenti in 37 Paesi.

Per quanto riguarda i nigeriani che vivono in Italia, i pentecostali sono il gruppo maggioritario subito dopo i cattolici. Nel rapporto Immigrati e religioni in Italia, pubblicato dalla fondazione Ismu, si stima che nel nostro Paese ci siano 42 mila nigeriani cattolici, 28 mila evangelici e 26 mila “altri cristiani” (quindi non cattolici né ortodossi, né evangelici, né copti). I pentecostali dovrebbero rientrare nella categoria “evangelici”, ma non si esclude che molti di loro nel sondaggio abbiano scelto l’opzione “altri cristiani” e che dunque le stime non siano precise.

Come nascono le chiese pentecostali? E come si diventa pastori?

Il pentecostalismo è un movimento religioso senza strutture centralizzate: ci sono federazioni di chiese pentecostali diffuse a livello nazionale o mondiale, che coesistono con piccole chiese indipendenti nate a livello locale su spinta di un singolo pastore che ha ricevuto la chiamata dello spirito santo. I pastori sono figure carismatiche, con una forte leadership e una grande capacità di trascinare la comunità. «In Italia esistono due tipi di chiese pentecostali: quelle che hanno il quartier generale in Africa, che sono come “succursali” di una casa madre, e quelle che nascono spontaneamente da un nuovo pastore che improvvisamente riceve il dono dello spirito santo – spiega Annalisa Butticci, antropologa esperta di religioni e diaspora africana della Georgetown University -. Per ricevere il dono basta un sogno, una premonizione o un evento rivelatore, oppure sentire di avere poteri di guarigione o di premonizione, o ricevere un’investitura ad opera di un altro pastore. Anche le donne possono diventare pastore e aprire una propria chiesa».

Dal punto di vista legislativo, in Italia le chiese pentecostali sono registrate come associazioni che svolgono attività di culto. Questo dà la possibilità di fondarne di nuove – o eventualmente chiuderle – con grande facilità e rapidità. Per finanziarsi, queste chiese ricorrono alle offerte: in particolare, in ambito pentecostale i fedeli sono chiamati a versare “la decima”, ossia un decimo del proprio guadagno. «Ci sono pastori che hanno anche un altro lavoro e che non dipendono dalle offerte, mentre altri contano sulle donazioni per mantenersi», racconta Butticci. «Del resto le chiese pentecostali offrono servizi spirituali ai fedeli, e i fedeli pagano: se guardiamo a questo con una prospettiva occidentale ci può sembrare strano o addirittura scandaloso, ma se contestualizziamo ha senso. Anche nella chiesa cattolica, del resto, si paga per i matrimoni o i funerali: dovrebbe trattarsi solo di un’offerta, ma spesso questa è obbligatoria e ha una base fissa».

Pecore bianche, pecore nere: il ruolo di collante delle chiese pentecostali

La “decima”, l’offerta che viene chiesta nelle chiese pentecostali e che equivale a un decimo del proprio guadagno, lega indissolubilmente la sopravvivenza delle chiese ai propri sovvenzionatori, ossia i fedeli. Alcuni pastori hanno allora un certo interesse ad accogliere anche le madame o i membri dei cult, il cui apporto economico è ben più determinante di quello delle ragazze sfruttate. Oltre a questo, nelle chiese pentecostali vige la concezione protestante del successo economico come segno della grazia divina: detto in parole povere, più sei ricco, più sei benvoluto dal Signore, a prescindere da quale sia la fonte dei tuoi guadagni. Durante la celebrazione, a un certo punto il pastore chiede ai fedeli di portare le proprie offerte all’altare: si tratta di un momento altamente simbolico, in cui le madame o i membri dei cult fanno vedere pubblicamente quanti soldi donano, in modo da mostrare alla comunità il proprio potere.

«Le gerarchie tra madame, boyfriend (sorta di collaboratori delle madame), prostitute ed ex prostitute si riproducono in chiesa in vari modi: nella disposizione spaziale, nell’ostentazione di gioielli o altri segni di ricchezza, nelle modalità di rappresentazione del rapporto con il divino – scrive Ambra Formenti nel suo studio sulle chiese pentecostali a Torino – Le madame, che occupano spesso ruoli di rilievo nei gruppi della chiesa, sono anche quelle che “cadono” più frequentemente (una sorta di svenimento simile a una possessione, ndr), mostrando l’effusione dello spirito santo nei loro corpi. Per le madame il culto è dunque un’occasione per esibire il loro potere, tanto materiale quanto spirituale. Questa esibizione diventa uno strumento di soggezione e di controllo nelle mani delle sfruttatrici, una conferma della loro superiorità nei confronti delle giovani prostitute».

Nelle chiese pentecostali, insomma, la dimensione spirituale e quella economica sono legate indissolubilmente. Allo stesso modo, il patto che lega le donne alla loro madame è di tipo sia monetario, sia rituale: tutto ha inizio in Nigeria, quando la madame offre alla ragazza l’opportunità di emigrare in Europa, promettendo i documenti necessari e organizzando il viaggio. In cambio, la ragazza si impegna a restituire il debito attraverso il denaro guadagnato con il suo lavoro: ad alcune viene raccontato che faranno le parrucchiere, le babysitter, le commesse, ad altre viene detto chiaramente che si prostituiranno. L’acquisto della ragazza spesso avviene con il beneplacito della famiglia, che si impegna insieme alla ragazza a onorare il debito. Per sancire questo accordo viene eseguito un rituale voodoo o juju, che ha origine nei culti africani animisti: una sorta di stregone utilizza capelli, unghie o peli pubici della ragazza per legarla alla sua madame, fino alla restituzione della somma anticipata. Se i soldi non dovessero essere resi, malattie e sfortune colpiranno la donna e i suoi familiari.

«Parlare semplicemente di credulità popolare significa non cogliere l’essenza di questo strumento che, invece, costituisce il mezzo principale usato dalla madame per sottoporre la ragazza a violente pressioni psicologiche», spiega Sergio Nazzaro, giornalista e sociologo esperto di criminalità nigeriana. «Teniamo presente che anche le stesse madame, che spesso in passato sono state a loro volta vittime di tratta, credono nel rito magico: sfruttate e sfruttatrici ritengono che il patto vada onorato se non si vuole attirare l’ira degli dei».

Il rapporto con la madame è ambivalente: quest’ultima è considerata al contempo una sfruttatrice e una donna più esperta, che proviene dallo stesso percorso, a cui si devono rispetto e riconoscenza perché comunque offre protezione e un’opportunità di arricchirsi. «I riti sono parte di una cultura, e in sé non sono necessariamente violenti o malvagi – afferma Nazzaro -. Sono le organizzazioni criminali che fanno leva sulle credenze delle persone per perseguire i propri obiettivi, piegando i riti alle logiche dello sfruttamento».

Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty
Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 – Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

I pastori sanno benissimo chi sono le madame e cosa fanno nella vita. Ma non tutti adottano verso di loro lo stesso tipo di atteggiamento. «Un pastore una volta mi disse che lui era lì per accogliere tutti: le pecore bianche e le pecore nere -, racconta Stefania Russello, coordinatrice del progetto Maddalena della Casa dei giovani di Palermo, che fa parte della rete nazionale antitratta -. Io accompagnavo una ragazza che era entrata in un percorso protetto: il pastore mi disse che non avevo nessun diritto di consigliarle di non frequentare più la chiesa solo perché lì c’era anche la sua madame. Successivamente offrì un lavoro alla ragazza, e alla fine lei lasciò il nostro percorso. Adesso quella chiesa non esiste più».

Pastori contro la tratta

Ci sono anche chiese che aiutano le donne a denunciare le proprie sfruttatrici e a uscire dalla rete, mettendole in contatto con le associazioni antitratta. Nella memoria di una vittima, consegnata alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, si legge ad esempio: «La richiedente nigeriana U. racconta che frequentava abitualmente la chiesa che si trova vicino la stazione di Palermo e di avere proprio qui subìto un’aggressione da quella che poi si sarebbe esplicitata essere la sua madame, da parte del fratello di quest’ultima. Da qualche tempo la ragazza, che risiedeva in un centro per minori a Palermo, riceveva telefonate minatorie da parte di un uomo che solo successivamente capisce di conoscere in quanto frequentavano la stessa chiesa. U. e le amiche cercano di risolvere la questione chiedendo l’aiuto del pastore della chiesa, ma l’intromissione di quest’ultimo causa una reazione di grande collera dell’uomo e della madame, che sfocia in un’aggressione all’interno della chiesa a spese di U., che viene brutalmente pestata. A seguito di quanto successo, U. e il pastore denunciano gli aggressori. La donna non viene fermata perché in stato di gravidanza, il fratello si rende irreperibile».

E poi c’è chi ha avuto un’esperienza personale di sfruttamento, che sceglie coraggiosamente di portare la propria testimonianza in chiesa per fare sensibilizzazione: «Tante volte durante la messa ho raccontato la mia storia: anche io avevo una madame, anche io mi sono dovuta prostituire, anche io sono stata picchiata e minacciata – racconta Princess Okokon, ex vittima di tratta, oggi pastora pentecostale della chiesa Liberation foundation international ministry di Asti -. Alla fine mi sono ribellata e ho denunciato: sono l’esempio vivente che si può sopravvivere anche senza aver pagato il proprio debito. Durante l’omelia, dico esplicitamente di non trafficare esseri umani e di non fare attività illecite: le madame si innervosiscono e se ne vanno, ma a me non interessa. Nella mia chiesa organizzo anche le deliverance, riti che liberano le ragazze dagli spiriti del male, rompendo il giuramento con la madame».

Nel 1999 Princess Okokon, dopo aver denunciato la sua madame (poi condannata a quattro anni di carcere), ha fondato l’associazione Piam Asti, che assiste le ragazze vittime di tratta: oggi lavora come mediatrice per aiutarle a uscire dalla rete. «Insieme all’associazione, anche la chiesa ha un ruolo fondamentale di sostegno, soprattutto dal punto di vista spirituale – racconta -. Ho ricevuto tante minacce per quello che faccio, ma io ho fede in Dio, mi sento protetta: non ho paura perché ho in me il potere di Cristo».

La “zona grigia” delle chiese in Grecia

di Kostas Koukoumakas

La “zona grigia” che riguarda il ruolo dei pastori e delle Chiese non esiste solo in Italia. Anche in Grecia sono state riscontrate dinamiche simili: «Le vittime di tratta che sono arrivate in Grecia ci hanno raccontato che in alcune chiese locali, principalmente protestanti e per lo più nelle chiese nazionali collegate ai Paesi di origine, si trovavano persone che reclutavano o sfruttavano giovani donne», spiega Dimitris Kontoudis, responsabile della formazione di A21, organizzazione con sede a Salonicco che da anni supporta le vittime di tratta.

«Solo in un’intervista è stato menzionato un pastore con nome e cognome – continua Kontoudis -. Con il consenso delle vittime, le informazioni sono state trasmesse al Dipartimento antitratta della polizia. Sfortunatamente, però, non sono state confermate». A21 ha condiviso due testimonianze di vittime di tratta che sono rivelatrici: le interviste sono state condotte nel 2018 e nel 2019, quando le vittime hanno ricevuto sostegno dall’organizzazione.

Faith, originaria del Ghana (il nome della donna e il Paese sono stati modificati, per proteggere l’identità della vittima), ha perso suo marito ed è stata costretta a sposare il fratello di lui, un uomo estremamente violento, che la maltrattava. Un giorno lascia i suoi figli a casa di alcuni parenti e visita una chiesa protestante in una città vicina: è lì che una donna che frequenta la stessa chiesa le offre un lavoro in un Paese mediorientale, dicendo che può pagarle il viaggio e provvedere al rilascio dei documenti. Sul volo aereo, Faith incontra altre quattro ragazze che aveva conosciuto in chiesa. Arrivate in Grecia, un uomo va a prenderle all’aeroporto e prende i loro passaporti, con la scusa di voler procedere con la pratica di rilascio del permesso di lavoro. Le porta in una casa di tre piani, dove ognuna viene rinchiusa in una stanza: è in quel momento che Faith si rende conto di essere stata venduta a un trafficante. Viene poi costretta a prostituirsi: ci sono volte un cui ha anche trenta clienti al giorno. Qualche volta, il pasto consiste solamente in latte e caramelle. Alla fine Faith riesce a scappare, anche grazie all’aiuto di un cliente che vuole liberarla.

Poi c’è Marie (nome e origine di fantasia), dal Camerun, aveva solo 15 anni quando è stata costretta a sposare un uomo molto più anziano, che abusava di lei. A 25 anni decide di scappare e trova rifugio nel centro di accoglienza di una chiesa cattolica. Un uomo che lavorava lì le dice che può aiutarla a lasciare il Paese, dato che aveva alcuni conoscenti in Turchia. La accompagna all’Autorità per il rilascio del passaporto e del visto, e vanno insieme a Istanbul. Marie si trova con altre donne in un appartamento sotterraneo. Le hanno rubato i documenti. L’uomo nel frattempo è scomparso, lasciandola con altri che le chiedono di ripagare il debito. La chiudono in una stanza, dove resta per tre mesi: quando rifiuta di prostituirsi, la picchiano e la minacciano. Un giorno Marie scappa insieme a un’altra donna.

Il futuro della lotta alla tratta

Come abbiamo visto, i numeri delle vittime di tratta in Italia si sono molto ridotti negli ultimi anni. Da un lato c’è stata la pandemia, dall’altro il calo degli sbarchi e i risultati delle indagini giudiziarie su alcuni gruppi criminali. Queste circostanze hanno avuto delle conseguenze in particolare sulla tratta delle donne nigeriane.

La pandemia ha comportato anche la chiusura di diverse chiese pentecostali: celebrare le funzioni era diventato sempre più complesso a causa delle disposizioni sanitarie, che si sommavano alle difficoltà economiche dovute al blocco delle attività. Molte chiese non riuscivano più a pagare l’affitto degli spazi e così hanno chiuso o si sono trasferite. L’emblema di questa tendenza è la città di Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove ha sede una delle più grandi comunità di nigeriani d’Italia, che fino a pochi anni fa ospitava più di 40 chiese pentecostali. «Oggi ne sono rimaste pochissime – racconta Vincenzo Ammaliato, giornalista de Il Mattino -. Parallelamente, non ci sono più ragazze per strada. Viene spontaneo pensare che le due cose vadano insieme».

Quello che manca oggi per essere più efficaci nel contrasto alla tratta di esseri umani è una rete che metta in collegamento i soggetti che si sono occupati negli anni, a vario titolo, di contrastare i gruppi criminali nigeriani, per mettere insieme le informazioni a disposizione e per coordinare le indagini future. Questo servirebbe anche a fare luce su questioni ancora poco conosciute, come il legame tra alcune chiese pentecostali e questi gruppi criminali.

«La mafia nigeriana è la quinta più potente al mondo, ma ancora si conosce pochissimo – conclude Fabrizio Lotito, che è stato coordinatore della Squadra anti tratta di Torino e che oggi è consulente del comitato Mafie straniere in Commissione parlamentare antimafia -. L’Europa sta chiedendo di realizzare una raccolta dati e istituire un osservatorio, ma siamo ancora indietro. È un fenomeno molto fluido, che cambia velocemente: bisogna riuscire a mettere insieme le informazioni, valutarle, compararle, e trarre le dovute valutazioni, se vogliamo combattere efficacemente queste organizzazioni. È necessario costituire un gruppo specializzato con il compito di seguire queste attività criminose, altrimenti basta che passino pochi mesi e ogni volta le indagini devono ricominciare da capo».

CREDITI

Autori

Alice Facchini

Ha collaborato

Kostas Koukoumakas

In partnership con

News 24/7 (Grecia)

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019
(Yasuyoshi Chiba/Getty)

Con il sostegno di

Freepress Unlimited

Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Tra Spagna, Italia e Malta: l’indagine impigliata sul tonno rosso

Tra Spagna, Italia e Malta: l’indagine impigliata sul tonno rosso

​Victor Paul Borg
Marcos García Rey
Simone Olivelli

ABeniparrell, paesino di duemila abitanti o poco più nella parte orientale della Spagna, ci si conosce un po’ tutti. Con il centro storico che si sviluppa attorno alla chiesa dedicata a santa Barbara, il piccolo paese della Comunità Valenciana è fuori dai tradizionali circuiti turistici. Ogni tanto qualche viaggiatore passa tentato dalla proposta di una paella rispettosa della tradizione, ma per il resto il paese conduce la propria esistenza fuori dalle cronache dei giornali. Quattro anni fa, però, c’è stato un momento in cui Beniparrell è finito al centro dell’attenzione internazionale. Era il 2018, in autunno, quando la Guardia Civil spagnola irruppe in un anonimo magazzino dell’area industriale portando alla scoperta di uno dei punti nevralgici di una rete di contrabbandieri che aveva nel tonno rosso il proprio oro.

L’operazione – condotta sotto il coordinamento di Europol e denominata Tarantelo, in omaggio a uno dei tagli più pregiati del pesce – portò all’arresto di 79 persone e al sequestro di 80 tonnellate di merce, oltre che di mezzo milione di euro in contanti e poi ancora gioielli, orologi e mezzi di lusso. Gli investigatori quantificarono in 25 milioni di euro all’anno il giro d’affari intercettato.

Numeri impressionanti ma giustificati dal fatto che, oltre all’area valenciana, il contrabbando avrebbe riguardato anche la zona di Murcia, la capitale dell’omonima comunità autonoma. La cifra è calcolata decisamente al ribasso, anche perché la Spagna, sarebbe stata soltanto l’anello finale di una catena che avrebbe visto protagonisti anche Malta, Italia e Francia, tutti Paesi che hanno nella pesca del tonno rosso un asset fondamentale del comparto ittico e che sono soggetti alla regolamentazione imposta dalla Commissione internazionale per la conservazione del tonno atlantico (Iccat) in materia di catture.

Con i suoi prezzi da capogiro dettati dall’elevatissima richiesta, figlia della diffusione in tutto il mondo della cultura del sushi ma anche dal sistema delle quote che mette nelle mani di pochi la possibilità di catturare i pesci, quello del tonno rosso rappresenta un mercato tra i più ricchi e come tale attraente anche per chi voglia lucrarvi aggirando le regole.

La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l'utilizzo - Foto: Victor Paul Borg
La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l’utilizzo – Foto: Victor Paul Borg

Lavorando a Tarantelo, gli investigatori da subito hanno avuto la sensazione di avere messo le mani su un sistema molto articolato. Rapporti e relazioni internazionali che sarebbe valsa la pena indagare ancora di più se la scoperta di una talpa all’interno della Guardia Civil, che metteva a rischio tutta l’indagine, assieme ai rischi per la salute dei consumatori di tonno, non avessero reso necessario accelerare l’esecuzione del blitz.
Tuttavia, di come si sia evoluta questa storia, a quasi quattro anni dai fatti, si sa ben poco. Per questo IrpiMedia, insieme ai propri partner in Spagna e a Malta, ha cercato di fare il punto su ciò che sta accadendo all’interno dei tribunali ma anche in mare, dove, secondo diverse fonti attendibili, il fenomeno della pesca illegale prosegue pressoché indisturbato.

Lo stallo giudiziario a Madrid

Partiamo da un punto fermo: l’indagine Tarantelo in Spagna è ancora aperta, così come a Malta, dove si procede per alcuni dei soggetti coinvolti. Eppure il procedimento fatica a fare passi in avanti. Le accuse vanno dalla frode al riciclaggio, reati commessi mettendo a rischio la salute dei consumatori, sulle cui tavole sarebbe finito pesce trattato con additivi nell’intento di camuffarne i cattivi odori e i segni di deterioramento dovuti a condizioni di trasporto ben lontane dai protocolli previsti dalla legge.

Un primo rallentamento è stato dovuto alla decisione dell’autorità giudiziaria della Comunità Valenciana di trasmettere gli atti, per competenza, all’Audiencia Nacional, tribunale che ha sede a Madrid e giurisdizione su tutto il territorio nazionale. Questo passaggio però, stando a fonti vicine ai tribunali iberici, non è sufficiente a spiegare lo stallo.

Col passare dei mesi, gli indagati che erano stati sottoposti a misura cautelare sono tornati in libertà e, in attesa delle decisioni degli inquirenti, hanno ripreso le proprie attività tra pesca, allevamenti in mare e commercio.

Il caso Tarantelo, infatti, affidato alla giudice Maria Tardon, si trova ancora nella fase istruttoria. Al momento, nonostante le prove raccolte dalla Guardia Civil, non è stata formulata richiesta di rinvio a giudizio. Il trascorrere del tempo, però, potrebbe avere effetti sull’esito del futuro processo: l’articolo 21 del codice penale spagnolo prevede, al comma 6, che una «dilazione straordinaria e indebita della trattazione del procedimento, sempre che non sia attribuibile all’imputato e che non sia correlata alla complessità della causa», possa rappresentare una circostanza attenuante della responsabilità criminale.

L'indagine Tarantelo

L’indagine Tarantelo ha riguardato 29 società e 90 persone. Gli atti dell’inchiesta, diverse centinaia di pagine stilate dalla Guardia Civil, sono all’attenzione dell’Audencia nacional, il tribunale che ha competenza in tutto il Paese. Gli investigatori hanno tracciato due direttrici lungo cui si sarebbero sviluppati gli affari sul suolo spagnolo: Valencia e Murcia. L’inchiesta è partita dal magazzino della Marfishval, grossista di Beniparrell. L’azienda avrebbe acquistato di contrabbando il tonno rosso da pescatori spagnoli, dalla società italiana Red Fish e dalla Malta Farming Limited (Mff), i cui pesci d’allevamento sarebbero stati trasportati via terra dalla società maltese Express Trailers. L’amministratore di quest’ultima, Franco Azzopardi, ha dichiarato di non essere a conoscenza di indagini in corso sulla società e di non avere mai ricevuto visite da parte della polizia giudiziaria per vicende correlate a Tarantelo. Azzopardi ha anche smentito che per Express Trailers abbia lavorato l’autista citato nelle carte dell’indagine. «Nessun autista con quel nome in quel periodo», ha detto.

L’attenzione degli investigatori si è spostata a sud quando, intercettando i telefoni degli indagati, si è capito che Red Fish riforniva anche commercianti di Murcia. Qui i referenti erano le società controllate da Ricardo Fuentes e Hijos, società leader dell’omonimo gruppo. Sarebbe stato in questa fase che una talpa all’interno del corpo della Guardia Civil avrebbe trasmesso informazioni agli indagati, pregiudicando il prosieguo dell’inchiesta. A ciò sarebbe riconducibile la decisione di José Fuentes Garcia di cambiare numero di telefono e, più in generale, l’improvvisa riduzione delle comunicazioni telefoniche tra i protagonisti.

Gli affari illeciti avrebbero fatto leva sull’utilizzo di documentazione falsificata. Dirimente per la tracciabilità del tonno sono gli eBCD (Electronic Bluefin Tuna Catch Document, ndr). Gli indagati li avrebbero alterati o addirittura riciclati. In pratica lo stesso documento che certificava una cattura regolare sarebbe stato fotocopiato e utilizzato per accompagnare esemplari pescati illecitamente. Un doppio binario che avrebbe garantito guadagni a sei zeri.

Sul fatto che Tarantelo sia un’inchiesta complessa, dubbi non ce ne sono: già l’anno scorso, fonti giudiziarie hanno riferito che le rogatorie inviate a Malta non avevano ricevuto risposta. A ciò si aggiungono le difficoltà nell’ottenere informazioni sulle operazioni finanziarie compiute da alcuni degli indagati: parte dei proventi del contrabbando sarebbero infatti finiti a Panama, le cui autorità non hanno dato riscontro alle richieste degli inquirenti. A completare il quadro, stando a quanto riferito da fonti vicine all’Audiencia Nacional, ci sarebbe la mole di lavoro a carico dei singoli giudici che costringerebbe a compiere delle scelte, dando priorità ad alcuni procedimenti a discapito di altri. Tra questi ultimi potrebbe esserci Tarantelo.

Il timore di chi da quattro anni attende i risultati di questa operazione è che l’intera vicenda possa finire su un binario morto. Tra loro c’è Celia Ojeda, responsabile Biodiversità di Greenpeace Spagna. «Abbiamo bisogno di procedimenti giudiziari che dimostrino ai cittadini e ai politici che la pesca illegale è un fenomeno reale, ma anche che facciano capire alle aziende che queste attività portano a conseguenze penali».

Nell’inchiesta Tarantelo, Greenpeace Spagna veste i panni di acusador popular, istituto previsto dal sistema giudiziario iberico che consente di esercitare l’azione penale non solo al pubblico ministero. Nella stessa posizione si trovano Balfegò, società che alleva e commercia tonno rosso, e Cepesca, associazione che raggruppa proprietari di pescherecci. Sul fronte governativo, invece, era stato il ministro spagnolo per la Pesca ad annunciare, subito dopo la notizia degli arresti, di avere dato mandato gli uffici legali del ministero di seguire direttamente l’evolversi della vicenda «a difesa dell’interesse pubblico». Fonti, però, affermano che nessuna sollecitazione sia stata fatta nei confronti della giudice per accelerare il procedimento penale. Sul punto, il ministero spagnolo non ha risposto alle domande poste da IrpiMedia.

«Non riesco a capire i motivi di questa lentezza nell’inchiesta, così si crea un senso di impunità tra gli indagati», commenta invece una fonte vicina al palazzo di giustizia chiedendo di mantenere l’anonimato.

Dei pescatori maltesi issano a bordo un tonno da 8o Kg appena pescato - Foto: Victor Paul Borg
Dei pescatori maltesi issano a bordo un tonno da 8o Kg appena pescato – Foto: Victor Paul Borg

Stando al codice penale spagnolo, gli indagati rischierebbero pene che vanno dalle multe alla reclusione fino a due anni, ma soprattutto la sospensione delle licenze di pesca da un minimo di due a un massimo di quattro anni.

Finché però i fatti non verranno esaminati all’interno di un processo, tali misure sanzionatorie resteranno solo ipotesi. La realtà vede ogni singolo protagonista della presunta rete di contrabbando proseguire senza intoppi le sue attività: è il caso della valenciana Marfishval, che rifornisce pescivendoli e punti vendita al dettaglio; della Ricardo Fuentes e Hijos, società capofila dell’omonimo gruppo attivo tanto nella commercializzazione quanto nell’allevamento con stabilimenti in Spagna e a Malta; e di Red Fish, azienda siciliana di proprietà dei figli di Salvatore Russo, imprenditore attivo nella pesca e commercializzazione di tonno e pesce spada.

A continuare a operare, in attesa delle decisioni delle autorità giudiziarie, è pure la Malta Fish Farming (Mff), società che possiede la Ta’ Mattew Fisheries Limited, tra i protagonisti dell’acquacoltura che nell’isola dei cavalieri ha uno snodo cruciale per il mercato mondiale del sushi.

Red Fish

L’indagine Tarantelo tocca l’Italia e ha in Red Fish la società che avrebbe diversificato i propri affari illeciti in Spagna, tra le città di Valencia e Murcia. Stando a quanto verificato da IrpiMedia, nell’inchiesta è coinvolto Salvatore Russo, 66enne originario di Acireale, in provincia di Catania, e padre dei due soci di Red Fish.

L’azienda, proprietaria di diverse imbarcazioni specializzate nella cattura di pesce spada e tonno, nel 2022 è stata destinataria di quote tonno: sono 19 le tonnellate assegnate all’imbarcazione Red Fish, che prende il nome della società proprietaria e che utilizza il sistema palangaro.

Salvatore Russo è titolare e unico socio della New International Fish, società proprietaria del peschereccio Andrea Doria Seconda, che gode di una quota di poco superiore alle cinque tonnellate e che, ad aprile dell’anno scorso, rimase pesantemente danneggiato da un incendio divampato all’interno di un cantiere navale di Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa.

La lunga carriera nel settore della pesca di Russo si è incrociata più volte con le aule dei tribunali. L’imprenditore, nel 1996, viene arrestato nell’operazione Ficodindia con l’accusa di associazione mafiosa. La procura lo accusava di fare parte dei Laudani, cosca attiva nel Catanese ed estranea a Cosa nostra, a cui Russo sarebbe stato vicino anche per la parentela con Giuseppe Grasso, detto Tistazza, boss da diversi lustri all’ergastolo e cognato dell’imprenditore. Russo però è stato assolto.

La storia si ripete pochi anni più tardi: è il 1999 quando i carabinieri eseguono il blitz Provvidenza, dal nome dell’imbarcazione simbolo del romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia. Russo viene arrestato con l’accusa di illecita concorrenza con minaccia o violenza, reato aggravato dal fine di agevolare la mafia. A puntare il dito contro di lui sono diversi collaboratori di giustizia, sostenendo che l’imprenditore, grazie alla vicinanza ai Laudani, avesse ottenuto una sorta di esclusiva sulla vendita del pesce spada. Anche in questa circostanza, però, le imputazioni furono smontate dalla difesa di Russo che rimarcò come il proprio assistito fosse da intendersi una vittima del racket, a cui era costretto devolvere una somma per ogni chilo di pesce venduto.

L’imprenditore nel 2009, un decennio dopo il coinvolgimento in Provvidenza, denunciò l’estorsione subita pochi anni prima da Pippo Laudani, il giovane boss che aveva preso le redini della famiglia sull’intero territorio provinciale. Nello stesso periodo, però, sia lo stesso Laudani che altri boss di spessore del clan hanno ripetutamente citato Russo, indicandolo come un soggetto contiguo al clan. Tuttavia tali accuse non hanno portato a nuove indagini specifiche sul suo conto.

I guai con la giustizia dell’imprenditore non sono però finiti. Più di recente, Russo è stato indagato nell’operazione Oro Rosso della guardia costiera di Catania. In questo caso, le contestazioni riguardano un sistema di frodi che avrebbero consentito, con la complicità di pubblici ufficiali infedeli, di gestire un giro d’affari che ruotava attorno alla pesca illegale del tonno, riuscendo anche a tornare in possesso degli esemplari sequestrati nel corso dei controlli all’uscita dei porti. Per questi fatti è in corso un processo al tribunale di Catania.

Rispetto al coinvolgimento in Tarantelo, Russo, tramite il suo avvocato, ci ha detto di non essere indagato, ma, secondo le carte ufficiali di cui IrpiMedia ha preso visione, il suo nome è nella lista. Data la lentezza del procedimento in Spagna, è possibile che a Russo non sia stato ancora notificato alcun atto.

Sull’attuale situazione del settore della pesca del tonno rosso, l’imprenditore siciliano fa sapere di essere favorevole a una liberalizzazione «almeno per un mese all’anno in favore di tutte le imbarcazioni con il sistema del palangaro sprovviste di quote, solo per il mercato nazionale e senza possibilità di esportare il pescato come invece è consentito ai titolari delle quote». Una misura che, a detta di Russo, andrebbe incontro alle difficoltà economiche sofferte da molti operatori per l’aumento dei costi del carburante e che terrebbe conto anche del fatto che attualmento «nel Mediterraneo vi è una presenza eccessiva di tonni, che riduce la disponibilità di altre specie ittiche minori, di cui i tonni si cibano».

Un pescatore maltese installa un calamaro come esca a uno degli ami del palamito - Foto: Victor Paul Borg
Un pescatore maltese installa un calamaro come esca a uno degli ami del palamito – Foto: Victor Paul Borg

Una situazione ancora critica

L’inchiesta Tarantelo ha nell’asse Malta-Spagna la principale direttrice. Agli atti ci sono intercettazioni tra José Fuentes, imprenditore dell’omonima famiglia, e l’allora direttrice generale del dipartimento della Pesca maltese, Andreina Farrugia Fenech. Quest’ultima avrebbe utilizzato un numero spagnolo registrato da Fuentes. La Guardia Civil ritiene che il rapporto tra i due sia di «assoluta fiducia», al punto che Farrugia Fenech potrebbe essere stata consapevole delle attività illecite che i Fuentes avrebbero compiuto. Andreina Farrugia Fenech è stata sospesa dall’incarico ed è al momento sotto indagine.

Spostando lo sguardo sugli altri indagati si scopre che sono diversi coloro che in passato sono stati coinvolti in grandi e piccole grane giudiziarie. È il caso, per esempio, di Salvatore Russo, accusato (e poi assolto) di vicinanza alla criminalità organizzata siciliana (vedi box “Red Fish”), ma anche di Giovanni Ellul della Malta Fish Farming, che nel 2016 fu trovato in possesso di tonno non tracciabile. Per lui la storia si concluse – grazie all’ammissione di responsabilità e alla fedina penale intonsa – con una multa di 1.500 euro.

Mff ha finanziato l’ultima campagna elettorale a Malta per le Parlamentari svoltesi in primavera. L’azienda ha donato 2.500 euro in favore di Alicia Bugeja Said, esponente del Partito laburista che, dopo l’elezione, è stata nominata sottosegretaria del ministero per la Pesca e l’Acquacoltura. La somma pagata da Malta Fish Farming costituisce oltre il 20 per cento degli 11 mila euro raccolti da Bugeja Said durante la campagna elettorale. Altri 1.500 sono stati donati da Azzopardi Fisheries, altra società specializzata nell’allevamento di tonni.

Ai più attenti ha destato stupore il sostegno dei due gruppi imprenditoriali alla neo-sottosegretaria: Bugeja Said in passato si era espressa in maniera molto critica nei confronti degli allevamenti di tonno. In un articolo pubblicato nel 2016 sulla rivista Marine Policy, aveva parlato della transizione verso gli allevamenti come uno strumento al servizio degli «interessi delle elite» e a danno dei piccoli pescatori.

L'ufficio di Alicia Bugeja Said, parlamentatre e sottosegretaria del ministero per la Pesca e l'Acquacoltura, si trova nei pressi del porto di Marsaxlokk, al piano terreno di un edificio di proprietà di un pescatore - Foto: Victor Paul Borg
L’ufficio di Alicia Bugeja Said, parlamentatre e sottosegretaria del ministero per la Pesca e l’Acquacoltura, si trova nei pressi del porto di Marsaxlokk, al piano terreno di un edificio di proprietà di un pescatore – Foto: Victor Paul Borg

La sottosegretaria alla richiesta di un commento sull’opportunità di accettare donazioni da Mff – alla luce del coinvolgimento in Tarantelo – non ha risposto.
Sono rimaste senza risposte anche le domande riguardanti Francesco Lombardo, attuale chief scientific officer del dipartimento Pesca e in passato dipendente della Mff.

Di Lombardo, IrpiMedia ha scritto nell’ambito dell’inchiesta giornalistica Tonno Nero, per la sua passata esperienza in Oceanis, società italiana che per anni si è occupata in via quasi esclusiva della formazione in Italia degli osservatori incaricati di controllare le fasi della pesca e del trasferimento dei tonni nelle gabbie e che di recente ha ricevuto l’incarico di svolgere attività di formazione anche a Malta.

Con gli attori principali dell’inchiesta che restano più o meno tutti al loro posto, in attesa che i tribunali stabiliscano se le accuse loro rivolte siano fondate, la paura che il mondo del tonno continui a essere segnato da pratiche illegali è seria. Sono molti gli esperti che denunciano la poca trasparenza del settore.

«La maggior parte della pesca illegale ha a che fare con gli allevamenti – commenta Alessandro Buzzi, esperto di tonno rosso per il Wwf –. È un’attività molto complessa da monitorare. Ci sono molte regole, ma anche altrettanti esempi di pratiche illecite in corso». Le ragioni per essere sospettosi non mancano: Buzzi da tempo segnala un’anomalia legata al tasso di crescita del peso dei pesci. «In alcuni casi sono pazzeschi, si arriva al 200 per cento», sottolinea l’esperto, secondo cui il dato potrebbe nascondere l’immissione nelle gabbie di più esemplari, fuori dalla quota permessa e ufficialmente dichiarata.

Quello del tasso di crescita è uno dei temi su cui Iccat ha intenzione di intervenire, imponendo dei limiti scientificamente provati all’aumento di peso degli esemplari. L’organismo internazionale negli ultimi anni ha pubblicato anche diverse linee guida per migliorare la qualità dei controlli. Tra queste c’è la raccomandazione 19-04 che ha accolto alcuni cambiamenti necessari alla luce delle criticità emerse con l’operazione Tarantelo. Tra le novità, l’introduzione di un ulteriore controllo: oltre agli osservatori regionali schierati da Iccat e a quelli nazionali messi in campo dai singoli Paesi, è stata prevista la sigillatura delle gabbie dagli allevamenti fino al momento della macellazione.

Tuttavia, finché le autorità dei singoli Paesi non riusciranno a perseguire infrazioni e reati in maniera tempestiva è difficile attendersi un cambio di passo. Per quanto riguarda Malta addirittura è possibile che La Valletta finisca davanti alla Corte di giustizia europea per non avere reso efficiente il sistema di controllo delle attività degli allevamenti.

Le ultime ombre

Tra le vicende che hanno riportato l’attenzione sui problemi di trasparenza nella filiera del tonno rosso spicca senz’altro quella che avrebbe visto come protagonista la spagnola Fuentes e Hijos. Fonti della Guardia Civil affermano che il ministero della Pesca di Madrid, quest’anno, avrebbe imposto alla società di liberare tonni allevati in uno degli allevamenti che possiede nelle acque iberiche. Un portavoce della società ha commentato sostenendo sia naturale ritrovarsi con più tonni rispetto alla quota assegnata, poi però, di fronte al rilievo riguardante il peso complessivo degli esemplari che andavano rilasciati – circa 1,2 tonnellate –, si è riservato di consultarsi con i vertici societari.

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Un’altra vicenda riguarderebbe alcuni pescherecci libici a circuizione e due allevamenti attivi a Malta che sarebbero stati interessati da catture illecite. Una fonte ha fornito i nomi dei natanti e specificato gli allevamenti per cui lavorerebbero.

Abbiamo cercato di verificare la segnalazione con tutti i modi in nostro possesso, in particolare ricostruendo i movimenti delle barche in questione tramite MarineTraffic, il servizio web di localizzazione delle navi. Il monitoraggio ha riguardato l’intera stagione della pesca, tenendo conto anche delle altre barche che hanno operato nelle loro vicinanze, nel tratto di mare compreso tra Malta e Libia, ovvero l’area a maggiore concentrazione di tonno rosso in fase di riproduzione del Mediterraneo.

Le navi in questione sono quattro, di cui tre battenti bandiera libica e una maltese. Per quanto riguarda le navi libiche, sembrerebbero aver operato per la maggior parte della stagione della pesca con il trasponder del sistema di localizzazione spento, una procedura altamente sospetta: per i pescherecci, infatti, rendere chiara la propria posizione alle altre navi è particolarmente importante visto che hanno la precedenza su tutti gli altri natanti nella zona. Il rischio infatti è di perdere il costoso equipaggiamento da pesca nelle eliche delle navi di passaggio, con danni potenziali per centinaia di migliaia di euro.

Le battute di pesca, sostiene la fonte, sarebbero state inoltre condizionate dalla negligenza degli osservatori schierati da Iccat, che si sarebbero limitati a trascrivere i dati forniti dai comandanti senza verificare la veridicità delle dichiarazioni. In alcuni casi, sarebbero stati addirittura assenti.

Da MarineTraffic si direbbe che nell’intera stagione della pesca del tonno rosso, i pescherecci libici siano usciti soltanto una volta: nella prima serata del 28 giugno. Due settimane dopo la comparsa nel Porto Grande di Malta e a pochi giorni dalla fine della stagione, hanno azionato i motori quasi contemporaneamente, per dirigersi a sud, verso i porti libici di Tripoli e Al Khoms.

La Torre di Santa Lucia, costruita dai Cavalieri di San Giovanni, è oggi la sede del dipartimento che regola il settore dell'acquacoltura per il governo maltese - Foto: Victor Paul Borg
La Torre di Santa Lucia, costruita dai Cavalieri di San Giovanni, è oggi la sede del dipartimento che regola il settore dell’acquacoltura per il governo maltese – Foto: Victor Paul Borg

Per quanto riguarda la barca maltese, un rimorchiatore, MarineTraffic ha registrato la sua posizione il 19 giugno, a circa sei chilometri da Marsascala, dove si trovano diversi allevamenti di tonno. Nei giorni precedenti si era affiancato ad altri due rimorchiatori, uno italiano e uno maltese, con velocità molto ridotte compatibili con il trasporto di gabbie da tonno.

L’ipotesi che i tre rimorchiatori si siano occupati del trasferimento della stessa gabbia, in una sorta di staffetta, aprirebbe una questione riguardante i regolamenti dell’Unione europea: è previsto infatti che il passaggio di gabbia debba essere autorizzato preventivamente dalle autorità statali. A riguardo, il dipartimento per la Pesca maltese non ha risposto sul rilascio di nulla osta per operazioni di questo tipo tra le imbarcazioni in questione.

Sul conto del rimorchiatore maltese segnalato dalla nostra fonte, va sottolineato che, in una prima ricerca fatta il 23 giugno, sul sito di Iccat apparivano le informazioni riguardo al proprietario della barca, mentre successivamente queste informazioni sono scomparse. Il proprietario in questione, alle nostre domande non ha confermato né negato le accuse della fonte, ma ha solo risposto che «qualsiasi domanda in merito va sottoposta alle autorità competenti».

Nonostante le importanti prove circostanziali, non è possibile allo stato attuale dire con certezza se i pescherecci abbiano svolto attività illegali. Conferme potrebbero arrivare dai documenti in possesso di Iccat e delle autorità nazionali, a partire dai rapporti degli osservatori. Materiale che però non è accessibile, neppure Iccat ha risposto alle nostre domande.

CREDITI

Autori

Victor Paul Borg
Marcos García Rey
Simone Olivelli

Ha collaborato

JournalismPlus
Grupo Merca2

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l’utilizzo
(Victor Paul Borg)

La lenza e gli ami che compongono il palamito pronti per l'utilizzo - Foto: Victor Paul Borg

SSA, i nuovi predoni della Libia

SSA, i nuovi predoni della Libia

Fabio Papetti

«Tutte le strade sono aperte per Tripoli e, se Allah vorrà, ci entreremo nei prossimi giorni». Così ha affermato l’11 luglio Fathi Bashagha, primo ministro eletto dalla Camera dei rappresentanti, il parlamento dell’est della Libia di base a Tobruk. Il suo piano è riprendere Tripoli e formare un unico governo che ponga fine al periodo della grande divisione territoriale in cui si trova la Libia dal 2014, anno in cui il generale dell’Esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar appoggiò il primo governo dell’est in opposizione al governo di Tripoli appoggiato dalle Nazioni unite. Adesso Bashagha ha intenzione di prendere la capitale libica e destituire Abdul Hamid Dabaiba (traslitterato anche come Dbeibah) , nominato presidente ad interim del Governo di unità nazionale (GNU) dal marzo 2021.

I media internazionali parlano di tentativi di accordi anche tra Haftar e Dabaiba passati ad esempio dalla destituzione del vecchio presidente della National Oil Corporation (NOC), la compagnia petrolifera statale. Di certo il premier di Tripoli si trova in una posizione sempre più scomoda: il GNU avrebbe dovuto gestire un governo transitorio fino al voto previsto per dicembre 2021 ma le elezioni non si sono tenute. Il mancato voto di allora si ripercuote sull’instabilità di oggi.

Tutti vogliono le SSA

Da quando è salito al potere nell’est della Libia, Bashagha ha avuto come obiettivo quello di riprendere posto a Tripoli. La capitale oggi è controllata da diversi gruppi paramilitari. Tra questi, nell’ultimo anno si è fatto notare l’Apparato di supporto alla stabilità (SSA nell’acronimo inglese): è emerso come uno dei gruppi più potenti pur essendo stato formato poco più di un anno fa. «L’SSA ha avuto una crescita senza precedenti – afferma un ricercatore che conosce bene le milizie libiche e che preferisce restare anonimo per evitare ripercussioni sul proprio lavoro -. Le unità sul territorio sono sempre più violente e più onnipresenti». È quasi impossibile, spiega il ricercatore, evitare l’SSA: sono partiti dalle città di Zawiya, Tripoli e Warshafanah ma ormai sono presenti anche a Gharyan (città a sud della capitale) e in tutti i principali snodi da cui passa l’immigrazione. L’SSA sono le milizie che controllano la parte maggioritaria del traffico degli esseri umani.

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Un video di presentazione delle SSA

Inizialmente l’SSA è stato costituito per decreto presidenziale da Fayez al-Serraj, presidente del governo delle Nazioni unite che ha preceduto quello di Dabaiba, il Governo di accordo nazionale (GNA). Serraj aveva attribuito alla milizia il ruolo di guardia presidenziale privata, benché un’unità del genere già esistesse. L’SSA è stata finanziata con 40 milioni di dinari libici, circa 8,7 milioni di euro. Lo scopo reale dell’SSA era però destabilizzare Fathi Bashagha, che di quel governo è stato ministro degli interni libico tra 2018 e il 2021. Ex pilota diventato commerciante di pneumatici, dopo la caduta di Gheddafi Bashagha ha cominciato la sua conquista del potere a partire dalla sua città, Misurata, e da due milizie che gli erano fedeli. Fa parte della Camera dei Rappresentanti dal 2014. Nel 2020 è stato sospeso, secondo Bloomberg, con l’accusa, all’epoca, di «aver incoraggiato le proteste contro la corruzione».

Gli esperti di Libia dell’Onu nel loro ultimo rapporto sulla situazione nel Paese scrivono che sia Bashagha sia Dabaiba «stanno producendo sforzi » per «ottenere il supporto dell’Apparato, dimostrando l’importanza che (la milizia) ha guadagnato dalla sua creazione l’11 gennaio 2021». Bashagha ha infatti nominato ministro dell’Interno del suo governo Issam Busriba, fratello di Hassam. Quest’ultimo è il comandante dell’Apparato a Zawiya, città costiera dell’ovest della Libia. Il consolidamento nell’occidente libicoè uno dei passaggi fondamentali per Bashagha per ambire al potere.

Cosa succede nell’oriente della Libia

Il controllo delle frontiere marittime e le relative operazioni di intercettazione delle navi partite dalle coste ovest della Libia non sono coordinate in maniera unitaria e nello scenario marittimo si trovano contemporaneamente quattro unità: la guardia costiera, la marina, l’Amministrazione generale di sicurezza costiera (Gacs) e l’SSA. Ognuna di queste in rivalità con le altre con lo scopo di acquisire maggior controllo sul territorio, e quindi maggiori tornaconti economici e politici nello scenario libico. I loro punti di approdo principali sono Tripoli e Zawiya, centri territoriali del potere delle milizie dove si riportano i migranti intercettati. Tuttavia ad est lo scenario è più confuso.

Dalla seconda metà del 2021 i numeri delle partenze dalle coste orientali sono aumentati drasticamente ed è cambiata la provenienza dei migranti che si imbarcano per l’Italia. Se prima dall’est della Libia partivano soprattutto egiziani, adesso le nazionalità in maggioranza sono afghani e bangladesh che partono da Benghazi e da Tobruk in una varietà di imbarcazioni, dal peschereccio con a bordo 450 persone arrivato il 17 maggio scorso sulle coste di Pozzallo alle piccole barche approdate in Calabria nello stesso mese. Secondo i dati del ministero degli interni italiano aggiornati al 12 luglio sono arrivati in italia 30.958 migranti dall’inizio dell’anno, di cui oltre cinquemila dal Bangladesh, la nazionalità di maggioranza, e circa 3.700 dall’Afghanistan, tutti attraverso la rotta nel Mediterraneo. Quello che non è chiaro è chi opera le attività in mare nell’est del Paese.

Dalle testimonianze delle diverse ong sentite risulta che la zona sia fuori dal loro campo d’azione, e che sulla zona siano presenti diverse unità militari, compreso Frontex, le unità della missione delle marine militari europee Irini e la marina militare turca. Il report della missione Irini aggiornato a novembre 2021 afferma che le unità della GCL e della marina operano solo nella zona ovest, ma allo stesso tempo afferma che le autorità portuali di Benghazi operino missioni SAR nella zona est coordinate dal MRCC italiano. Non è chiaro a quali unità faccia riferimento il report, ma sappiamo che recentemente la Gacs ha aperto in tutto dieci distaccamenti da Zawiya (ovest) a Tobruk (est), compreso il capitolo di Benghazi, segno dunque di un’espansione delle capacità operative della polizia marittima libica.

A questo si aggiunge la volontà di aprire nuovi distaccamenti dell’SSA sempre in territori orientali. Se a questo quadro si uniscono le considerazioni del report Irini secondo cui le attività compiute in mare «hanno mostrato una mancanza di coordinazione tra l’MRCC libico (stanziato a Tripoli) e le unità orientali», il contesto generale inizia a delinearsi. Da un punto di vista più generale sembra prevalere il contesto di una Libia divisa in due opposte fazioni e territori che istituzionalmente non collaborano tra di loro. Dall’altro, le diverse unità militari, alcune composte da una varietà di gruppi tribali e brigate, sembrano ignorare il macro-contesto per infiltrarsi tra i pori delle divisioni territoriali per raggiungere i loro scopi personali. Infatti, si nota che la Gacs vuole asserire la propria presenza a est per aggiudicarsi una posizione di potere così da rivaleggiare con le unità della guardia costiera libica.

I training con la Turchia sono uno strumento valido per raggiungere questo obiettivo: cooperando con uno stato forte come quello turco la Gacs si assicura un potente alleato che potrebbe tornare utile nel futuro, come lo è stato anche in passato durante la guerra, soprattutto se si considera che la marina militare turca è già presente nelle acque orientali libiche.

Ghenewa, il signore di Tripoli

L’attuale leader del gruppo è Abdel Ghani al-Kikli, detto Ghenewa. Dal 2016 varie milizie sotto il suo comando sono stato integrate all’interno del Ministero dell’Interno. La loro principale area di influenza è la cintura urbana intorno a Tripoli, in particolare il quartiere di Abu Salim. Al-Kikli ha aumentato la presa nella città sfruttando il periodo di instabilità avvenuto prima dell’insediamento nel 2021 del consiglio presidenziale del Governo di unità nazionale (GNU). La costituzione della nuova autorità ha imposto alle bande rivali di prendere una posizione: riconoscere o combattere il governo voluto dalle Nazioni unite. Inizialmente la brigata di Ghenewa di stanza ad Abu Salim si è dichiarata contraria ma alla fine il capo del gruppo paramilitare ha deciso di appoggiare il GNU con tutte le sue truppe. Questa presa di posizione ha fatto automaticamente schierare le altre bande rivali dalla parte dell’opposizione. Nei mesi che sono seguiti ci sono stati ulteriori scontri conclusi con la vittoria delle milizie che avevano appoggiato il nuovo governo. In teoria il GNU era la nuova autorità con cui relazionarsi, ma in pratica la forza militare delle milizie che avevano appoggiato il consiglio presidenziale avevano già stabilito il proprio dominio sulla città.

Uno dei mezzi blindati in dotazione alle SSA – Foto: Facebook

Milizie dell’SSA – Foto:Facebook

Già dal 2013-2014 le forze di al Kikli hanno iniziato a controllare i dintorni di Tripoli, imponendo il proprio dominio e agendo come una mafia locale, chiedendo soldi in cambio di protezione e infiltrandosi negli apparati bancari. Nello stesso periodo sono comparsi report di varie organizzazioni, governative e non, nei quali si denunciava Ghenewa per gli abusi inflitti alla popolazione locale e migrante. Già nella seconda metà del 2014 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite lo ha citato come protagonista insieme ad altri gruppi armati dell’escalation di violenze seguite dall’operazione Fajr (Alba), campagna militare durata da luglio a dicembre 2014 e avente come obiettivo le milizie rivali di Tripoli e Zintan. Qui al-Kikli è stato accusato, tra le altre cose, di aver attaccato in maniera indiscriminata posizioni civili, saccheggiando e distruggendo le infrastrutture locali. Negli anni che seguono, rapimenti, detenzioni arbitrarie, torture e uccisioni spregiudicate sono solo alcune delle accuse mosse nei suoi confronti. Nel 2015 sono stati documentati casi di rapimenti e uccisioni sommarie nel quartiere di Abu Salim da parte delle forze di al-Kikli verso chi si opponeva allo strapotere della milizia.

Nell’agosto 2018 un gruppo armato riconducibile a Ghenewa ha attaccato il centro per rifugiati interni Tariq Al-Mattar a Tripoli che ospitava più di 500 persone, derubando gli abitanti e rapendo 77 persone, tra cui un minorenne. Nel 2019 un report della Global initiative against transnational organized crime (GITOC) afferma che la milizia di Abu Salim controlla l’area e il centro di detenzione al suo interno come fosse un mini Stato. Numerose erano le testimonianze di torture, violenze sessuali, privazioni dei diritti e uccisioni risultate dalle pratiche violente delle guardie, il tutto legittimato dall’integrazione delle forze di al-Kikli nei reparti del Ministro dell’Interno.

Dunque, quando nel 2021 è stato nominato a capo dell’SSA, il gruppo armato di Ghenewa aveva già permeato l’apparato di sicurezza istituzionale della Libia. La nomina non ha fatto altro che aumentare il livello di influenza di al-Kikli. Sotto la sigla SSA si è così riunito un numero cospicuo di militari e miliziani già noti nel panorama nazionale e internazionale per violazioni dei diritti umani. Al fianco di Ghenewa, infatti, è stato una presenza costante e componente fondamentale delle forze e delle attività dell’SSA Ali Mohammed Abu Zriba, detto Busriba, particolarmente attivo nella zona di Zawiya, a ovest di Tripoli. È la zona dove comanda il Battaglione dei Martiri di Abu Surra e la Brigata al-Nasr.

Quest’ultima è tristemente nota per ospitare membri come Mohammed Koshlaf, braccio destro di Abu Zriba, accusato in diversi report, sia delle ONG che delle Nazioni Unite, di violazione dei diritti umani avvenute nei centri di detenzione sotto il suo controllo.

Altro membro della brigata al-Nasr è Abd al-Rahman Milad detto Bija, accusato di essere uno dei principali trafficanti di vite umane in Libia e incarcerato fino ad aprile 2021. Il traffico di prodotti petroliferi è invece una delle attività principali di Busriba stesso, grazie alla quale si stimano ogni mese guadagni milionari e traffici che si diramano dal nord Africa, tra Tunisia e Chad, fino ad arrivare a Malta. Questo apparato di distribuzione nell’ombra è aiutato dalla raffineria di Zawiya, già protagonista delle indagini sul contrabbando di carburante lungo l’asse Libia-Malta-Italia, accanto a cui ha stabilito diversi centri di detenzione illegali per migranti.

Una delle navi in dotazione alle SSA per il pattugliamento delle coste libiche – Foto: Migrant Rescue Watch

Un gruppo di migranti è intercettato e trasportato verso la Libia dalle milizie SSA – Foto: Migrant Rescue Watch

Di questi centri se ne conoscono quattro: il principale al-Maya, al-Nasr, Abu Salim e un quarto dalla posizione non meglio identificata. A dicembre 2021 sono stati confermati sei casi di tortura dentro il centro di al-Maya, tre dei quali sono risultati nella morte delle persone soggette alle violenze.

I “nuovi arrivati” nel controllo delle frontiere

Al momento, Busriba supporta Fathi Bashargha, mentre al-Kikli appoggia la fazione di Dabaiba. Sebbene questa possa sembrare una mossa contraddittoria, in realtà esemplifica quella che è la natura di questa nuova milizia: sfruttare la molteplicità dei suoi dipartimenti dislocati sul territorio per avere un guadagno netto in termini di potere e assicurarsi matematicamente la vittoria in campo politico. Appoggiando entrambi i contendenti si garantisce un posto privilegiato nella scelta del futuro governo, diventano dunque la forza militare che può decidere il prossimo leader.

«La SSA è simile a un cancro – spiega il ricercatore che chiede l’anonimato -, si è sviluppata in fretta e ha attecchito in diversi tessuti sociali, non si parla di un’unità militare con delle infiltrazioni maligne, ma di un vero e proprio virus, una versione più potente di milizia» del tutto diversa dalla guardia costiera libica o dall’Autorità generale per la sicurezza costiera (Gacs).

Europa vs Turchia, la partita sulle forze marittime della Libia

Alla metà di aprile del 2019 le forze del generale Khalifa Haftar, ad est, opposte al governo di Tripoli, ad ovest, hanno iniziato l’offensiva in Tripolitania, conquistando Sirte, Jufra e altre città lungo l’avanzata. In quei giorni il governo di Tripoli guidato da Fayez al Serraj aveva bisogno di alleati che potessero supportarlo militarmente. Da parte europea la risposta ha tardato ad arrivare, complice anche una spaccatura interna che vedeva il presidente francese Emmanuel Macron supportare il generale Haftar. È così che a soccorrere il governo di unità nazionale libico arriva la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Verso la fine di giugno 2020 le forze libiche supportate dalla Turchia riescono a riprendere la Tripolitania.

Dall’intervento in Libia la presenza turca è divenuta sempre più costante, fino a proporsi come alleato principale del Paese nord africano. In questo modo la Turchia ha potuto da un lato espandere la sua sfera d’influenza nel Mediterraneo e allo stesso tempo ha acquistato una leva strategica sull’Europa. Il cambio di tendenza risulta evidente se si notano le operazioni di training delle forze armate libiche.

Fino a metà del 2021 la missione delle marine militari europee Irini portava avanti training per la guardia costiera libica e le forze della Gacs, cioè le due entità ufficiali preposte al controllo delle frontiere marittime, una dipendente dal ministero della Difesa, l’altra dell’Interno. Nel report aggiornato a fine novembre 2021 di Irini si legge che le forze europee non coordinano più i training, «complice anche il fatto che sono le stesse forze libiche a non voler più mettere a disposizione le loro truppe negli addestramenti», afferma Matteo de Bellis, ricercatore presso Amnesty International.

Dal 2022 si vedono sui siti delle autorità libiche foto e video di corsi presenziati da istruttori turchi. «Si preferisce la cooperazione con chi chiude gli occhi di fronte a tutto», conclude De Bellis. La Turchia continua ad avanzare, ma ai tempi dettati dalla Libia. La guardia costiera libica ha infatti rifiutato la proposta turca di equipaggiamenti perché non vengono considerati della stessa qualità di quelli europei che arrivano attraverso le diverse missioni internazionali. E la Gacs ha accettato gli addestramenti turchi per assumere maggior importanza nel sistema militare libico e far concorrenza alla GCL. Ognuno ha il suo tornaconto.

La flotta

Negli ultimi report sull’andamento del training dei guardacoste libici a cura della missione delle marine militari europee Irini sono state conteggiate in tutto sei navi adoperate dall’SSA per le operazioni in mare, di cui quattro note: la Alqayid Saqar, le Alqayid 1 e 2 e la Alqayid Alharbi. Le prime tre vengono dalla Turchia e sono state fabbricate da cantieri con base a Istanbul. Secondo le ricerche di IrpiMedia, la Alqayid Saqar e la Alqayid 1 potrebbero essere state acquistate dall’SSA nel mercato internazionale di barche di seconda mano, mentre la Alqayid 2, fotografata nel porto di Istanbul già con scritte arabe che corrisponderebbero allo stile delle imbarcazioni libiche, fa supporre che l’SSA abbia commissionato la costruzione della nave. La Alqayid Alharabi è invece appartenuta alla guardia costiera ellenica. Viene chiamata dai migranti la “nave Sabratha” per via del modello diverso rispetto alle solite imbarcazioni che partono da Tripoli.

In questo modo hanno l’opportunità di posizionarsi come la forza regolatrice capace di influenzare l’andamento della politica libica. Al Kikli appare come l’uomo pronto a schierarsi con chiunque lo possa aiutare a espandere il proprio controllo. Questo atteggiamento si è già visto nel periodo precedente all’insediamento del GNU a Tripoli e nelle sue attività nella zona orientale. Adesso che Bashagha ha intenzione di rientrare a Tripoli, la situazione ricorda gli eventi avvenuti quasi dieci anni fa, con Ghenewa che afferma di appoggiare Dabaiba mentre un’altra unità dell’SSA supporta Bashagha. Al-Kikli ha già fatto trasparire l’ambizione di allargare la propria sfera di influenza oltre gli attuali confini politici e una tendenza a destreggiarsi tra opposte fazioni.

CREDITI

Autori

Fabio Papetti

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Navi perdute. Il cimitero nel porto di Ravenna

Navi perdute. Il cimitero nel porto di Ravenna
Sofia Nardacchione

Quando la Capitaneria di Porto nel 2018 arriva nel cantiere della nave Berkan B, nel porto di Ravenna, trova un operaio solo a smantellare la portarinfuse che era stata abbandonata qualche anno prima: con una giacca a vento bruciacchiata e come unico presidio di sicurezza delle scarpe antinfortunistiche, l’uomo, un ex cuoco, sta smantellando una nave lunga più di cento metri. Il suo lavoro, già quasi impossibile da affrontare per un uomo solo, è ancora più surreale per il panorama in cui si svolge. La Berkan B infatti non è isolata in un bacino di carenaggio o struttura industriale apposita allo smantellamento. È invece solo una delle sei vecchie navi rugginose, spiaggiate come carcasse di balena fra le banchine del porto.

La situazione, negli specchi d’acqua salmastra nati dall’avvallamento dei terreni paludosi della zona e chiamati quindi “valli”, è talmente grave che ha dato origine a diverse denunce e proteste. «È cinquant’anni che vado in canoa, io delle valli di Ravenna conosco tutto, ci giro di giorno, faccio i miei allenamenti, ci faccio le gare e una cosa sola pretenderei: che l’acqua fosse trasparente come nei torrenti alpini», afferma Pietro Molduzzi, canoista, fuori dal Tribunale di Ravenna e davanti a uno striscione in cui viene indicata la direzione del “cimitero delle navi”. «Qua invece è tutto al rovescio. Nella Pialassa dei Piomboni la situazione è catastrofica».

L'inchiesta in breve
  • A Ravenna, in una delle zone lagunari vicine al porto, c’è quello che viene chiamato il “cimitero delle navi”: è qua che giacciono sei imbarcazioni abbandonate da anni, piene di ruggine, semi-affondate.
  • Fino a un anno fa c’era anche la Berkan B, una portarinfuse arrivata nel porto ravennate nel 2010, bloccata a causa dei debiti dell’armatore. L’ultimo dei marittimi muore a bordo della nave nell’estate del 2011 e da allora è definitivamente abbandonata.
  • Oggi in corso c’è un processo per inquinamento ambientale. Nel 2017, durante le operazioni di smantellamento, la nave si spezza e nel 2019 affonda: nell’area naturale protetta in cui si trova finiscono tonnellate di liquidi inquinanti.
  • Le responsabilità dello smantellamento delle navi abbandonate, oltre 700 solo in Italia, non sono chiare e vengono spesso passate di autorità in autorità. Nel 2021 il Mims ha stanziato dei fondi per la parziale copertura dei costi per la rimozione, ma sono di quantità nettamente inferiore rispetto alle reali necessità.
  • A livello globale, il settore dello smantellamento delle navi è caratterizzato da incidenti sul lavoro e danni ambientali e le normative che tentano di arginare i problemi sono facilmente aggirabili.

La Pialassa dei Piomboni è un’area lagunare che occupa una delle aree depresse parallele al litorale ravennate, in comunicazione con il porto canale. Quando ci si arriva sembra di essere tornati indietro nel tempo di qualche decennio: la prima cosa che si vede sono delle grandi imbarcazioni, ai margini di un sentiero tra l’erba alta. Sono abbandonate, e lo sono da anni: arrugginite, ormai non galleggiano più, ma restano in piedi solo grazie a sostegni, in quello che viene chiamato il “cimitero delle navi”. Le più grandi oggi sono tre, dai nomi russi sbiaditi sulla prua, ma fino a pochi anni fa erano di più: c’era anche la Berkan B. Oggi non si vede più, perché nel 2017, dopo l’inizio delle operazioni di demolizione, collassa e nel 2019 affonda definitivamente, sversando in mare centinaia di tonnellate liquidi inquinanti ancora presenti a bordo nonostante fosse già iniziato lo smantellamento. Nell’acqua a pochi metri dal parco naturale protetto del Delta del Po finiscono idrocarburi e altre sostanze che, pian piano, circondano tutta la nave: per la precisione, 619 metri cubi di miscela oleosa e 60 metri cubi di olio pesante. Il relitto viene allora protetto da barriere galleggianti antinquinamento e solo nel 2021 viene portato via per essere definitivamente demolito, nel porto di Piombino.

«Dopo che la nave è affondata, anziché provare a correre rapidamente ai rimedi, come prescrivono le linee guida dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ndr) sugli sversamenti in mare degli idrocarburi, è stato lasciato tutto al caso», racconta Francesca Santarella, presidente della sezione ravennate di Italia Nostra – associazione che ha sempre tenuto alta l’attenzione sul caso – mentre indica le banchine in cemento armato dove era ormeggiata la Berkan B e su cui si vedono ancora i segni neri della morchia fuoriuscita dalla nave.

Di chi è la colpa? Per stabilirlo, la storia e le vicende processuali si dividono in due filoni.

Il primo riguarda il reato di inquinamento ambientale, su cui la Procura nel 2019 ha avviato le indagini: imputati sono i vertici dell’Autorità di sistema portuale (AdSP) di Ravenna, il presidente Daniele Rossi e il segretario Paolo Ferrandino. Secondo l’accusa – rappresentata dal Pubblico Ministero Angela Scorza – le competenze erano dell’Autorità portuale, che non sarebbe intervenuta per evitare l’inquinamento ambientale. Secondo la difesa, invece, le competenze sarebbero dell’Autorità Marittima e dei proprietari della nave.

Ed è su questo punto che si aggiunge un altro pezzo della storia, anche giudiziaria, legata al relitto affondato dopo anni di abbandono. Nel Tribunale di Ravenna è infatti in corso un altro processo: ha al centro le due società che, autorizzate dall’Autorità Portuale, nel 2017 iniziano i lavori di demolizione della nave. Sono la Mediterranean Ship Recycling, azienda ligure che subappalta i lavori di smantellamento all’impresa individuale di Loriano Bernardini. Per i rappresentanti legali delle società l’accusa è di deposito incontrollato di rifiuti: le ditte hanno infatti lasciato nel cantiere sacchi e container pieni di rifiuti, anche pericolosi e tossici. Resti di scialuppe, bombole di gas, estintori, segatura, polistirolo, ma anche amianto e contenitori di olii esausti occupavano, dentro diciassette grandi sacchi, buona parte di quello che rimaneva del cantiere della Berkan B.

La Berkan B

La Berkan B era una nave classificata come “General Cargo Ship”, una portarinfuse destinata al trasporto di merce solida, lunga poco più di cento metri, costruita nel 1984 e di proprietà della compagnia navale turca Bilgili Denizcilik Nakliyat Sanayi. Arriva nel porto di Ravenna nel 2010, sotto bandiera di Panama e con a bordo 19 marittimi. Sarà il suo ultimo viaggio: l’armatore è indebitato e non riesce più a garantire l’operatività della nave. Il 2 agosto del 2010, quindi, la Berkan B viene sequestrata e fatta sostare in rada, con l’equipaggio bloccato a bordo, come spesso succede. «Quando l’armatore fallisce abbandona, insieme alla nave, anche il suo equipaggio: a quel punto i marittimi non esistono più civilmente, non hanno più documenti, non possono sbarcare, non possono tornare a casa, non possono più fare niente». A raccontarlo è Carlo Cordone, presidente del Comitato Welfare della Gente di Mare di Ravenna, che dal 2009 si occupa di assistere i marittimi che, da tutto il mondo, arrivano nel porto adriatico.

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Bloccati nella Berkan B, a fine agosto alcuni dei marittimi, dopo essere rimasti senza viveri e acqua, si buttano in mare per attirare l’attenzione sulla situazione della nave: a intervenire sono la Stella Maris – associazione cattolica, conosciuta anche come “Apostolato del mare”, che si occupa di mutuo soccorso dei marittimi di tutto il mondo – e il Comitato Welfare della Gente di Mare, che riescono a organizzare il rimpatrio. A bordo, alla fine, c’è solo un uomo, rimasto come guardiano su richiesta dell’armatore: il suo nome è Lusret Santilms e morirà a bordo mesi dopo, nel luglio del 2011. Una storia dai contorni non sempre chiari: secondo alcuni racconti è uno dei marinai della nave, secondo altri, come quello di Carlo Cordone, è un parente dell’armatore, arrivato nel porto di Ravenna solo per controllare l’imbarcazione.

I racconti si uniscono in alcuni punti: Lusret è diabetico, scende tutti i giorni dalla nave, conosce bene le persone che abitano il porto, stringe amicizia con i membri della Stella Maris e pranza con loro quasi tutti i giorni. Fino a che, a luglio, una telefonata tra il presidente dell’associazione cattolica e il capitano Cordone fa presagire qualcosa: Lusret Santilms non è sceso dalla nave, non si è fatto vedere. Ed è sulla nave a cui faceva da guardiano che viene trovato, solo e senza vita. È lui l’ultima persona che la abita, perché dopo la sua morte la Berkan B è definitivamente abbandonata: diventa allora una delle centinaia che abitano i porti di tutta Italia, 749 secondo i dati più recenti.

La nave VomvGaz - Foto: Sofia Nardacchione
La nave VomvGaz – Foto: Sofia Nardacchione

Ci vogliono sei anni prima che inizino le operazioni di demolizione: nel frattempo la nave viene lasciata al suo destino. Degrada, arrugginisce, lontano da sguardi e responsabilità che, per le navi abbandonate, non sono mai chiare. Ad occuparsi dello smantellamento della nave dovrebbe essere il proprietario, ma, in questo caso come in tanti altri, per l’Autorità portuale e la Capitaneria di Porto è quasi impossibile rintracciarlo. Le responsabilità, così, passano di autorità in autorità.

Carlo Cordone, davanti a una mappa che occupa buona parte della parete del suo ufficio, insieme a riconoscimenti per il suo impegno per la gente di mare e una foto con Papa Francesco di cui va particolarmente orgoglioso, spiega: «Di solito ci sono delle ipoteche bancarie sulla proprietà navale, per cui quando la nave viene abbandonata un giudice non può venderla all’asta, ma deve comunicare al suo proprietario e a chi ha le ipoteche bancarie che la nave è bloccata e chiedere se vogliono intervenire. Il più delle volte, però, le ipoteche sono di banche delle Bahamas o di Panama e i tempi sono lunghissimi».

«In questi casi la grossa complicazione – racconta il funzionario dell’Autorità portuale – è che le navi abbandonate nel porto di Ravenna erano ancora iscritte al registro navale per cui avevano una bandiera e un proprietario. E in questi casi non si può procedere subito con la demolizione: non è colpa dell’ente di Ravenna, è un problema nazionale. Teoricamente dovrebbe risolverlo questa normativa che è stata adottata a settembre 2021, un decreto per mettere in attuazione dei fondi che erano stati stanziati appositamente: quattro soldi rispetto alla necessità reale che c’è».

Il decreto del Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili sul Fondo per la rimozione delle navi, delle navi abbandonate e dei relitti, pubblicato nell’ottobre del 2021, ha stanziato 12 milioni di euro: 2 milioni per il 2021, 5 milioni per il 2022 e 5 milioni per il 2023, per la parziale copertura dei costi sostenuti dalle Autorità di sistema portuale per la rimozione delle navi, delle navi abbandonate e dei relitti. E se 12 milioni di euro per rimuovere più di 700 navi sembrano già pochi, in realtà sono ancora meno, perché una buona parte dei fondi – 7,5 milioni di euro – è riservata a navi e galleggianti radiati dalla Marina militare presenti nelle aree portuali militari di Augusta, Taranto e La Spezia. Solo l’appalto per rimuovere la Berkan B, secondo quanto riportato sul sito dell’Autorità Portuale di Ravenna, valeva 10 milioni di euro. 

Così, solo dopo alcune denunce, tra cui quelle dell’associazione Italia Nostra, nel 2017 iniziano le operazioni di demolizione e rimozione del relitto della Berkan B. È a questo punto che arrivano nel porto di Ravenna le due società liguri oggi a processo per deposito incontrollato di rifiuti: a giugno del 2022 il vice procuratore di Ravenna ha chiesto la condanna a una pena di sei mesi e al pagamento di 3.000 euro di ammenda per Adele Malco, legale rappresentante della Mediterranean Ship Recycling, e per Loriano Bernardini, titolare dell’omonima impresa individuale, che era stato già condannato nel 2020 al pagamento di 6.750 euro per le violazioni emerse dal controllo della Capitaneria di Porto nel marzo del 2018. Per i lavori non era stato fatto alcun documento di valutazione dei rischi, né preparata alcuna documentazione tecnica. E a lavorare allo smantellamento era quell’unico operaio individuato durante il controllo: un ex cuoco senza formazione specifica.

Lo smantellamento delle navi, tra incidenti sul lavoro e danni ambientali

Questa storia purtroppo non rappresenta un caso isolato, neppure per quanto riguarda il porto di Ravenna. Il 13 marzo del 1987, durante le operazioni di manutenzione straordinaria della Elisabetta Montanari, nave adibita al trasporto di gas GPL, scoppia un incendio causato involontariamente dalle operazioni di una squadra di operai che stavano facendo lavori di saldatura della cisterna. La nave è in uno dei cantieri di manutenzione di cui era titolare la Mecnavi s.r.l. – una delle società che si occupava di riparazione e smantellamento delle navi – in un bacino di carenaggio del porto di Ravenna.

Nel cantiere mancavano estintori e qualsiasi tipo di presidio antincendio: i 13 operai che stavano lavorando all’interno della nave – all’interno di cunicoli alti appena novanta centimetri e nei quali ci si poteva muovere solo strisciando – muoiono tutti per asfissia, dopo ore di agonia. Tre di loro erano al primo giorno di lavoro, la maggior parte erano assunti in nero, sfruttati, senza garanzie e tutele: «Non si può stare dieci ore in quei cunicoli, gli uomini non possono essere ridotti a topi», dirà l’arcivescovo di Ravenna Ersilio Tonini durante i funerali delle vittime dell’incidente, per cui verranno condannati, anni dopo, Enzo e Fabio Arienti, proprietari della Mecnavi.

Incidenti sul lavoro e danni ambientali sono ancora oggi i rischi attuali più grandi dello smantellamento delle navi: secondo la ong Shipbreaking Platform, sono 430 le persone che, dal 2009, sono morte nei cantieri di demolizione navale in tutto il mondo. Morti e incidenti che avvengono nonostante nuove normative cerchino di arginare il problema. A stabilire le modalità di demolizione delle navi che battono bandiera europea è il regolamento ​​1257/2013, che segue la convenzione internazionale di Hong Kong del 2009: scopo del regolamento è quello prevenire e ridurre gli incidenti ai danni della salute umana e dell’ambiente, di rafforzare la sicurezza e assicurare un corretto riciclaggio dei rifiuti pericolosi delle navi. Per farlo, è stato istituito un “elenco europeo” degli impianti di riciclaggio delle navi «che praticano metodi di demolizione delle navi sicuri e compatibili con l’ambiente anziché verso siti non conformi alle norme com’è attualmente la prassi». Nell’elenco, aggiornato regolarmente, è incluso un solo impianto in Italia: è a Genova ed è della società per azioni San Giorgio del Porto.

Nel caso della Berkan B, però, lo smantellamento è stato autorizzato nel porto di Ravenna: «Rimane un mistero che non siamo riusciti a capire», dice Francesca Santarella. «Sono state fatte delle richieste di parere, tra cui anche la capitaneria del porto, che si è pronunciata in modo favorevole. Rimane però un mistero comprendere perché un sito del genere sia stato autorizzato alla demolizione». Ma così è stato fatto e, dopo, che la nave si è spezzata in due ed è affondata nella Piallassa, dopo quarantamila ore di lavoro per recuperare il relitto e sezionarlo, la nave viene definitivamente demolita nei cantieri navali della Piombino Industrie Marittime, che fa parte dell’albo speciale dei demolitori presso il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili.

Flags of convenience

Cambiare bandiera è semplice ed è un meccanismo che viene utilizzato spesso: tutte le navi in navigazione devono avere una bandiera nazionale detta “insegna”, che determina la fonte di diritto che deve essere applicata: se la nave sventola una bandiera di una nazione diversa da quella del proprietario, il vessillo è una “Flag Of Convenience” o, in italiano, “bandiera di comodo”. Determinate bandiere infatti offrono condizioni più favorevoli agli armatori, tra costi di iscrizione al registro navale bassi, requisiti per i contratti di lavoro minimi, possibilità o meno di sicurezza armata a bordo, standard igienici sottozero, possibilità di turni di lavoro anche al di fuori dei limiti delle convenzioni internazionali. Il sindacato internazionale dei marittimi (Itf) ha stilato una lista delle bandiere di comodo.

Il problema dello smantellamento delle navi abbandonate, intanto, continua ad essere grave in tutto il mondo, con normative facilmente aggirabili. Secondo il regolamento del 2013, per le navi che sono classificate come “rifiuti pericolosi” è vietata l’esportazione dal territorio dell’Unione a fini di riciclaggio verso impianti situati in Paesi che non sono membri dell’OCSE, ma la normativa si basa solo sull’appartenenza della bandiera della nave: per demolire una nave in impianti extra europei e più convenienti a livello economico – a scapito di ambiente e lavoratori – basta cambiare bandiera. Non solo, ci sono cantieri, come gli otto siti turchi autorizzati e inseriti nell’elenco europeo, dove i costi sarebbero molto più bassi: qua sono state demolite anche alcune navi della Marina militare italiana.

Lo smantellamento, quindi, se incontrollato diventa un vero e proprio business, grazie alla rivendita dei materiali delle navi, anche perché, spesso, è più conveniente per l’armatore smantellare la nave o abbandonarla piuttosto che ripararla.

La nave Orenburg Gazprom - Foto: Sofia Nardacchione
La nave Orenburg Gazprom – Foto: Sofia Nardacchione

Il cimitero delle navi

Una nave lunga tra i 60 e gli 80 metri può valere dai 200 ai 400 mila euro grazie alla rivendita del ferro, ma se i costi di smantellamento aumentano, con gli anni di abbandono delle imbarcazioni, la situazione cambia ancora: «Dopo dieci anni di abbandono – afferma Carlo Cordone – una nave che poteva valere un milione di dollari, non vale più abbastanza. Il Berkan B in ferro può valere 300 mila euro, portarla via costa di più. Ecco, in questi casi chi se ne deve fare carico?».

Quello della Berkan B non è l’unico caso. Lo stesso è successo con le tre navi che popolano ancora oggi il cimitero delle navi nel porto di Ravenna: la Orenburg Gazprom, la VomvGaz e la V-Nicolaev. Le tre imbarcazioni, costruite negli anni Novanta, appartenevano a un azienda della galassia della Gazprom, multinazionale del gas controllata dal governo russo. Trasportavano ghiaia, un materiale dal bassissimo valore che portava a risparmiare sui costi: venivano, quindi, manutenute poco. Il finale è quasi scontato: fermate nel 2006 per problemi di sicurezza, l’armatore le abbandona.

La decisione, allora, è di spostarle in un luogo dove non diano fastidio: nella Pialassa dei Piomboni, dove sono ancora oggi, insieme a due piccole imbarcazioni dal fondo piatto che sono là da decenni, mezze affondate. «Si tratta di una discarica incontrollata a cielo aperto – denuncia Francesca Santarella – in cui vengono riversati materiali inquinanti in acqua, a diretto contatto con un sito protetto dalle normative europee».

Sempre nella Pialassa dei Piomboni, poco distante dalle altre navi abbandonate, c’è un’altra imbarcazione, la Gobustan. Viene sequestrata nell’estate del 2020 mentre è ferma nel porto di Ravenna: l’armatore è il gruppo turco Palmali, con debiti in tutto il mondo. Insieme alla Gobustan viene sequestrata anche un’altra nave: la Sultan Bey.

Per entrambe le imbarcazioni, a essere colpiti dal sequestro sono gli stessi marinai che devono aspettare mesi prima di essere rimpatriati. È il caso di diverse navi che appartenevano al gruppo Palmali e al suo proprietario, Mübariz Mansimov, rimaste bloccate per mesi in tutta Italia, anche a causa del Covid-19 e della difficoltà dei viaggi intercontinentali, come quello per raggiungere l’Azerbaigian, Paese di provenienza della maggior parte dei marinai di Sultan Bey e Gobustan: «È stata una tragedia nella tragedia», racconta Carlo Cordone. «Era il periodo della pandemia, non si poteva scendere a terra, tutti gli aeroporti erano chiusi e non avevamo nessuna possibilità di mandarli a casa: fino all’autunno abbiamo quindi dovuto sostenere i marittimi con i viveri, con l’acqua, con il gasolio, il cui solo costo tra tutte e due le navi si aggirava circa sui 700 euro al giorno».

A Ravenna, però, è andata meglio che in altri luoghi. Qua il presidente del Comitato Welfare della Gente di Mare non è il capitano del porto, come in tutti gli altri casi, ma un civile: può quindi chiedere più facilmente soldi alle banche e alle istituzioni, riuscendo così a mettere da parte fondi per intervenire in situazioni di emergenza. Così, nell’autunno del 2020 tutti i marinai delle due navi sono stati rimpatriati.

A distanza di due anni, invece, rimane ancora a Ravenna la Gobustan, a seguire quella che sembra ormai una storia normale per la città dell’Adriatico. Non ancora affondata, a differenza delle altre navi che popolano il cimitero, potrebbe ancora avere un corso diverso, ma così, al momento, non sembra: nella Pialassa dei Piomboni continuano a intrecciarsi non solo storie di marinai, ma anche di navi abbandonate, di normative complicate e responsabilità difficili da dimostrare, di inquinamento ambientale e relitti lasciati a loro stessi. Da anni o, addirittura, da decenni.

CREDITI

Autori

Sofia Nardacchione

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Le navi Orenburg Gazprom e VomvGaz
(Sofia Nardacchione)

Le navi Orenburg Gazprom e VomvGaz - Foto: Sofia Nardacchione

Sulla rotta di Trieste, una montagna di coca lega Urabeños e ‘ndrangheta

Sulla rotta di Trieste, una montagna di coca lega Urabeños e ‘ndrangheta
Cecilia Anesi Edoardo Anziano
È il 12 aprile 2021. A Puerto Bolivar – il più grande scalo marittimo della Colombia – gli agenti dell’antidroga fermano un carico di 300 chili di cocaina pronto a essere issato su una nave mercantile in partenza per l’Italia, porto di Trieste per la precisione. Gli agenti colombiani, guidati dai magistrati della “Fiscalìa 42 Especializada contra el Narcotrafico” sono riusciti a infiltrare un agente in un gruppo di narcos colombiani guidato da Angel. Il sequestro avviene all’insaputa dei narcotrafficanti, che credono il carico già partito alla volta di Trieste. In realtà, le autorità colombiane consegnano, via aereo, la cocaina alla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Trieste, che la stocca. La Fiscalia colombiana aveva infatti avviato una collaborazione con la Dda giuliana per potere indagare a fondo il gruppo di narcotrafficanti, risalendo la china sia dei fornitori in Colombia che dei distributori e acquirenti in Europa. Una complessa indagine congiunta, che farà emergere da una parte il Clan del Golfo, anche chiamati Urabeños, il più potente cartello di narcotrafficanti attivo oggi in Colombia che conta fino a 2mila affiliati per lo più da gruppi paramilitari di estrema destra, dall’altra diversi gruppi di acquirenti est-europei e un gruppo italiano legato alla ‘ndrangheta attivo tra Roma e Milano. A consegnare la cocaina agli acquirenti, un emissario del cartello colombiano mandato a Trieste per supervisionare e garantire che le consegne andassero a buon fine. Una misura di sicurezza presa dal clan del Golfo viste le grandi quantità spedite tra la primavera e l’autunno 2021. Trieste viene supportata da altre procure che di volta in volta si attivano per sequestrare la cocaina in distribuzione, cadono i corrieri, ma i magistrati lasciano in sospeso per mesi gli arresti dei narcos per raccogliere tutte le prove di una fitta rete di narcotraffico internazionale. Un mese fa, il 7 giugno scorso, il Tribunale di Trieste ha chiuso il cerchio spiccando 38 ordinanze di custodia cautelare contro i narcotrafficanti attivi tra Italia, Slovenia, Croazia, Bulgaria, Olanda e Colombia. “Geppo2021”, verrà battezzata questa delicata operazione dalle molte ordinanze di custodia cautelare: in memoria di “Geppo”, finanziere undercover di Trieste venuto a mancare. Sono in tutto 4380 i chili di cocaina sequestrati dalla Guardia di Finanza di Trieste, il terzo sequestro più grande d’Europa, e che dovevano essere solo l’inizio di un’alleanza tra il clan del Golfo e compratori europei che avrebbero ritirato di volta in volta circa 500 chili alla volta che sarebbero sbarcati al porto di Trieste. Se lasciate nelle mani dei narcotrafficanti, le quattro tonnellate avrebbero fruttato almeno 240 milioni di euro di guadagni illeciti.
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Una veduta aerea del porto di Trieste- Foto: Getty

Una veduta aerea del porto di Trieste

Foto: Getty

 

L’ambasciatore e l’infiltrato

Convinto del successo della spedizione, il cartello colombiano invia in Italia il suo «ambasciatore» Ramon Abel Castano Castano, col compito di recuperare e vendere i 300 chili di cocaina, pura al 75%. A lui vengono affidate «tutte le attività indispensabili per il recupero e la distribuzione dell’ingente carico inviato in Italia».

Castano Castano aveva già fatto un sopralluogo al porto di Trieste prima dell’arrivo della cocaina, visitando l’ufficio del titolare di un servizio di import-export: quello che doveva garantire che la spedizione di trivelle da miniera, in cui era nascosta la cocaina, giungesse tra le banchine senza intoppi.

Ciò che il colombiano non immaginava, era che l’uomo fosse in realtà un finanziere sotto copertura. Una copertura inventata dal Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di Finanza di Trieste, guidato dal colonnello Marco Iannicelli, una volta che la Fiscalia 42 si era messa in contatto avvisandoli del fatto che il Clan del Golfo stesse cercando un nuovo porto in Italia dove inviare i carichi al posto di Gioia Tauro.

«A Gioia Tauro c’erano stati diversi sequestri e quindi i colombiani cercavano un altro porto e Trieste è buono per i narcos perchè è grande ma anche vicino al confine con la Slovenia, quindi è la porta per i balcani e serve le mafie balcaniche», spiega a IrpiMedia il comandante Iannicelli.

Insomma il Gico si adopera per costruire una copertura credibile, ovvero un logista che avrebbe potuto fare arrivare la cocaina fino a Trieste nonché organizzare il suo stoccaggio.

L’obiettivo è scoprire gli acquirenti finali della partita, quei terzisti che si divideranno i 300 chili per poi venderli a pesci più piccoli che si occuperanno di rifornire le reti di spaccio.

«La particolarità di questa operazione è non solo la quantità sequestrata, ma il fatto che siamo riusciti a seguire passo passo la distribuzione e svelare la rete di acquirenti», incalza Iannicelli.

Quando dalla Colombia parte la cocaina, c’è un’altra cosa che Castano Castano non immagina: la droga è stata sequestrata, tolta dal container e consegnata alle autorità italiane per via aerea. L’agente sotto copertura, con grande maestria, riesce a far credere all’ambasciatore del cartello di essere riuscito a recuperare la spedizione al porto di Trieste.

Mostrando i 300 chili effettivamente arrivati e stoccati, il finanziere undercover riesce a conquistare definitivamente la fiducia di Castano Castano, al punto da aiutarlo con le diverse consegne che consentono di tracciare la rete di acquirenti in diretto contatto coi produttori colombiani.

Si tratta, come scrive il gip di Trieste, di individui «strettamente contigui ad organizzazioni criminali di indiscutibile alto profilo». Infatti, ciascuno di loro acquista quantitativi che variano, ogni volta fra 60 e 115 kg di cocaina, per non meno di 35.000 euro al chilo.

A organizzare le spedizioni dalla Colombia sono o direttamente uomini del Clan del Golfo, o Antonio Prudente, un italiano residente in Colombia e tutt’ora latitante. «Hanno infatti organizzato dalla Colombia la spedizione dei carichi di cocaina, inviando in Italia dei loro emissari incaricati di sovraintendere le operazioni di stoccaggio e gestire le consegne ai diversi gruppi di trafficanti – scrive il gip. In Italia hanno pagato solo un corrispettivo per la logistica mentre la merce è sempre stato pagata anticipatamente direttamente in Colombia: lo si desume agevolmente dalle conversazioni captate».

Infatti, i narcos utilizzavano telefoni cifrati che sono stati decriptati grazie alla collaborazione della Homeland Security (HSI) americana.

Surespot l’app di Isis e narcos, infiltrata da HSI

I narcotrafficanti colombiani e calabresi colpiti dalle indagini congiunte della Fiscalia 42, della Dda di Trieste e con il supporto della agenzia statunitense Homeland Security Investigations, utilizzavano un’app di messaggistica istantanea chiamata Surespot, sviluppata nel 2013 da due statunitensi, che offre un modo di comunicare completamente cifrato end-to-end. Si tratta di una tecnologia che (al pari di Whatsapp e Signal) cifra ogni messaggio prima di inviarlo, in modo che possa essere decifrato esclusivamente dal dispositivo a cui è destinato. Vale a dire che chi controlla l’infrastruttura o i server non dovrebbe poter avere accesso all’informazione.

In seguito alle accuse di essere lo strumento di riferimento dello Stato islamico, tra il 2014 e il 2015 alcuni esperti di sicurezza informatica e giornalisti hanno iniziato a chiedere a 2fours, azienda che sviluppa l’app, se questa fosse ancora sicura e se le autorità statunitensi avessero in qualche modo cercato di ottenere l’accesso ai messaggi scambiati dagli utenti. Adam Patacchiola – CEO dell’azienda – non avrebbe risposto a ripetute domande relative a una possibile infiltrazione delle autorità statunitensi nella rete di Surespot. Lo stesso profilo Twitter dell’app risulta dormiente da anni e di Surespot non si è più parlato, sebbene sia rimasto disponibile negli store di Google e Apple.

Ciò che i narcotrafficanti hanno curiosamente sottovalutato, è la possibilità che HSI tenesse un piede dentro Surespot, cosa effettivamente avvenuta. Quando il 7 giugno sono scattati gli arresti di Trieste, e l’operazione “Geppo2021” è stata chiusa, sul sito di Surespot è comparsa una notizia: dal 31 luglio prossimo l’app verrà definitivamente disattivata. Surespot ha esaurito il suo scopo (ra. an.)

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Stando alle informazioni rese pubbliche dalle autorità colombiane, i carichi di cocaina erano riconducibili a Chiquito Malo, ovvero Jobanis de Jesus Avila Villadiego, un narcotraficante che ha preso la guida del clan degli Urabeños dopo che il gran capo del gruppo, Dario Antonio Úsuga David alias Otoniel era stato arrestato, ad ottobre 2021, e estradato negli USA lo scorso maggio.

Cocaina su tutto lo stivale

A maggio 2021, Castano Castano si attiva per la distribuzione sul territorio italiano. La prima consegna, appena 10 chili, è una partita di prova ceduta a due noti narcotrafficanti bulgari.

La seconda consegna è dieci volte più grande: il colombiano recapita 100 chili a due pregiudicati pugliesi, referenti di un gruppo chiamato “i veneziani”. Il pagamento, viene spiegato all’undercover, sarebbe stato «saldato mediante la cessione a Angel [uno dei capi degli Urabeños] alcuni immobili nel napoletano.

A giugno i bulgari si rifanno avanti, con un ordine di 60 chili. I finanzieri li seguono fino a Roma, ma lì ne perdono le tracce. Non hanno voluto fermarli e sequestrare la droga: si sarebbe preclusa la possibilità di indagare l’organizzazione criminale transnazionale e la possibilità di sequestrare carichi più grossi.

La pazienza premia: questo primo carico non è altro che una «prova generale» di una spedizione molto più grande.

La taglia su Jobanis de Jesus Avila Villadiego, detto Chiquito Malo, alla guida degli Urabeños

Quattro tonnellate di polvere

La Fiscalìa 42, infatti, informa gli italiani che un grande carico di cocaina è in preparazione: si parla di circa 1800 chili «che il cartello avrebbe deciso di destinare nuovamente al mercato italiano». Quasi due tonnellate, che secondo i narcos potrebbero essere facilmente distribuite in Italia, con lo stesso meccanismo usato per i primi 300 chili.

«C’è stata una progressione in cui i colombiani promettevano di inviare prima 1800 chili poi 2000 e poi si è arrivati fino a 4000 e a quel punto ci siamo mossi per organizzare la consegna controllata», spiega il comandante del Gico Iannicelli.

E così alla fine dalla Colombia (sempre con consegna controllata) a ottobre 2021 partono 4080 chili, il doppio di quanto ipotizzato. Una montagna di cocaina, con picchi di purezza fino all’85%.

Con le stesse modalità della prima spedizione, l’agente sotto copertura recupera la droga e aiuta i colombiani a smerciarla, consegnando ai clienti in Italia partite da non meno di 500 chili l’una.

A metà dicembre l’agente sotto copertura viene infatti contattato da un gruppo albanese, interessato a comprare 1800 chili di cocaina in tre consegne.

La procura di Trieste ha già tessuto la sua tela: i primi 600 chili vengono caricati il 20 gennaio 2022 in un camion sloveno in un magazzino gestito da finanzieri undercover. Ignaro, l’autista porta il camion in un capannone alle porte di Roma dove verrà arrestato assieme a chi era venuto per ritirare la cocaina.

La droga non interessa solo alle organizzazioni criminali straniere. Infatti a dicembre 2021 l’undercover viene contattato da Francesco Megna, referente di un’organizzazione calabrese che aveva concordato direttamente con il Clan Del Golfo un ritiro di 500 chili a 24mila euro al chilo, un ottimo prezzo.

Dall’incrocio tra le chat cifrate e le conversazioni ascoltate dall’undercover si capisce che Megna fa parte di un’organizzazione di narcotrafficanti di matrice ‘ndranghetista guidata da tale “Jio Scotti” (questo il nickname nelle chat).

Il mese successivo, lo stesso giro di narcos torna alla ribalta. “Jio Scotti” chiede all’infiltrato di incontrare un altro suo uomo, un giovane narcotrafficante di San Luca, che dovrà ritirare un’altro carico. Seguendolo, il Gico arriverà fino al suo capo, il misterioso “Alexander”, che solo ad aprile viene identificato. È un romano di nome Rossano Sebastiani, direttamente in contatto con i colombiani. Classe 1975, Sebastiani ha precedenti per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Viene arrestato la prima volta nel 2006, perché membro di una banda che distribuiva cocaina importata dalla Spagna fra Roma e Viterbo. E poi ancora nel 2015, con oltre mille chili di droga fatta arrivare dal Brasile per la ‘ndrangheta.

Parla con l’undercover solo tramite chat cifrata, la app Surespot, e racconta come lui e “Jio Scotti” facciano capo «ad un’unica famiglia locale operante nel narcotraffico», il cosiddetto «Gruppo dei Calabresi».

Sebastiani non si dà per vinto, nonostante l’arresto del suo luogotenente sanlucota. Vuole 300 chili e così Pedro, uno dei capi del Clan del Golfo, gli organizza un incontro con i logisti triestini (ovvero gli undercover). Nel convincere l’undercover, Pedro si lascia sfuggire dettagli fondamentali: Sebastiani e i calabresi lavorano per la stessa organizzazione, e così anche Antonio Prudente dalla Colombia.

Rossano Sebastiani in posa a Medellin, Colombia, nel 2020 – Foto: Facebook

Ai primi di maggio di quest’anno il Gico viene a sapere che Sebastiani è in viaggio con un colombiano, in taxi, dalle parti dell’aereoporto di Ciampino. La GdF di Trieste, coordinata dal colonnello Leonardo Erre, decide di chiudere il cerchio e manda gli agenti a braccarlo. Ma a casa sua c’è solo la madre. Eppure dalla cellula risulta nei paraggi: i finanzieri scavalcano un cancello, trovandosi di fronte un bed & breakfast. A difenderne l’ingresso, due grossi pastori maremmani. Stanno per aggredire gli agenti quando in accappatoio, calmissimo, esce Sebastiani. Sono le nove di mattina, ha già sentito il notiziario: «Siete qui per me». Ha però una richiesta, se mi volete vivo non portatemi al carcere di Rebibbia. Deve dei soldi ad una grossa organizzazione di narcotrafficanti romani, connessa alle guerre di mafia della capitale.

Prudente resta invece latitante, come gli esponenti degli Urabeños.

Uno yacht al largo della Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia

Un dettaglio di come veniva nascosta la merce. A destra la Guardia di finanza mostra un carico sequestrato

Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia

I pugliesi, gli albanesi, gli sloveni e i bulgari invece sono stati tutti catturati, uniti da uno stesso destino pur essendo di gruppi slegati tra loro. «Gli acquirenti entravano direttamente in contatto con i colombiani e non si conoscevano tra loro», spiega Iannicelli a IrpiMedia.

«Normalmente l’arresto viene fatto contro i primi broker che si presentano. Gli altri candidati acquirenti spariscono perché mangiano la foglia», ha spiegato in un’intervista Antonio De Nicolo, Procuratore capo di Trieste.

Per questo, in un anno e mezzo ci sono state 19 consegne controllate che hanno permesso di tracciare gli acquirenti, e di volta in volta sequestrate la cocaina e arrestare i narcotrafficanti con delle specifiche ordinanze di custodia cautelare che il pm Federico Frezza man mano chiedeva al gip di spiccare. Un’indagine che ha richiesto una continua capacità di adattarsi, fra l’imprevedibilità di ogni consegna, il timore per la sicurezza degli undercover e vere e proprie scene da film: pedinamenti, droni, pistole in pugno. Ma la partita non è ancora chiusa, restano da fare gli arresti nella giungla colombiana e capire chi fosse “Jio Scotti”.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Edoardo Anziano

Editing

Giulio Rubino

Box

Raffaele Angius

Atachahua: dalle Ande alla Calabria, storia di un narco fantasma

Atachahua: dalle Ande alla Calabria, storia di un narco fantasma

Miguel Gutiérrez (El Comercio)
Ivan Ruiz (Infobae)
Guillermo Draper (Búsqueda)
Cecilia Anesi (IrpiMedia)
Milagros Salazar (Convoca)
Gonzalo Torrico (Convoca)
Daniela Castro
Nathan Jaccard
Romina Colman (OCCRP)

Quando arrivava alle riunioni con una tuta da muratore sporca di vernice, Carlos Sein Atachahua non faceva pensare a qualcuno legato ad una importante rete di narcotraffico internazionale. Sembrava piuttosto un operaio che avesse appena smontato dal turno.

Ma dietro questa apparenza da uomo comune, il peruviano dai capelli scuri, 52 anni, era un uomo meticolosamente diffidente, oltre che molto ricco. Pagava solo in contanti e manteneva compartimentate le informazioni tra i suoi uomini, in modo che nessuno avesse il quadro completo delle sue operazioni.

A volte si presentava come cambiavalute, altre come venditore di auto usate, usando pseudonimi fantasiosi come “Abraham Levy”. Arrivava persino a fingersi ingegnere idraulico, rivendicando fantomatiche credenziali di un’università di Lima.

Restando invisibile per 14 anni, Atachahua avrebbe guidato un impero del narcotraffico e del riciclaggio di denaro dall’Argentina fra il 2014 e il 2020, con contatti in America Latina, Nord America e Europa – secondo quanto dichiarato dal suo contabile alle autorità argentine.

La giustizia argentina ha incriminato Atachahua per riciclaggio di proventi del traffico di droga, ma non lo ha ancora formalmente accusato di narcotraffico. Ritengono però che Atachahua guidasse uno dei principali gruppi di fornitori di cocaina dall’America Latina al resto del mondo,
i suoi carichi resi riconoscibili dallo stampo a forma di soli Inca sui panetti. La fonte principale per la cocaina era infatti il Perù, ma si riforniva anche in Colombia per poi vendere la polvere bianca a vari gruppi, anche e soprattutto alla ‘ndrangheta. Muoveva milioni di dollari utilizzando, secondo gli inquirenti, negozi di money transfer compiacenti su entrambe le sponde dell’Atlantico, per riciclare i profitti ottenuti grazie agli acquirenti europei.

In Perù, Atachahua è stato condannato nel 2000 per traffico di droga, mentre in Uruguay è stato indagato per narcotraffico. Ma gli argentini fanno fatica a mettere in piedi il caso contro di lui, specialmente dopo che il testimone chiave dell’accusa – il contabile argentino di Atachahua, Diego Xavier Guastini, è stato silenziato per sempre.

Guastini infatti aveva iniziato a collaborare con le autorità argentine nel 2018, raccontando ai pm come Atachahua fosse a capo di una invisibile rete di narcotraffico internazionale che lavorava con altri gruppi per inviare tonnellate di cocaina verso l’Europa.

Seguendo i soldi, gli inquirenti argentini hanno rilevato «sprerequazioni economiche senza giustificazione» considerate «in linea con manovre di riciclaggio di proventi del traffico di droga». La procura di Buenos Aires, che non può commentare oltre, sta continuando a indagare sulla presunta rete di narcotraffico di Atachahua: «c’è un’indagine in corso».

Per ora, Atachahua è a processo per avere utilizzato una montagna di denaro sporco per creare società fittizie e acquistare milioni in immobili e parcheggi in Argentina tra il 2006 e il 2020.
I giornalisti hanno anche trovato diverse proprietà e appezzamenti di terreno collegati ad Atachahua e alla sua famiglia in Perù.

Mentre attende l’esito del processo, bloccato nella sua casa in Argentina dalla cavigliera elettronica, OCCRP e altri partner internazionali tra cui IrpiMedia, hanno indagato la sua rete. Utilizzando documenti giudiziari, registri dell’immigrazione, informazioni su proprietà e società oltre che ricerche sul campo, i nostri giornalisti hanno tracciato il sistema Atachahua, raccontandone metodi e volti.

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Il contabile di Atachahua, Diego Xavier Guastini – Foto: Gendarmeria Argentina

L’organizzazione guidata da Atachahua è sospettata di aver riciclato almeno 7 milioni di dollari, ma le autorità credono che la cifra possa essere molto più alta, dato l’amore del boss per i contanti. Guastini ha dichiarato ai pm che una buona parte del contante era stata convertita in monete d’oro acquistate dal Banco Piano argentino senza ricevuta, e poi nascosta in finte tubature di un appartamento in cui era stata sistemata una coppia di anziani per dare a questo bunker d’oro l’aspetto di una casa normale. Quando però le autorità argentine hanno fatto irruzione, le monete erano sparite.

Atachahua si preoccupava moltissimo di celare le sue attività illecite perché aveva l’ambizione, un giorno, di diventare del tutto pulito, raccontava Guastini.

«Voleva costruirsi una faccia pulita, di imprenditore legale, di modo che i suoi figli potessero vedere che andava a lavorare», ha raccontato il contabile.

Una mattina di ottobre 2019, pochi giorni dopo aver reso dichiarazioni alla procura inquirente per una terza volta, Guastini viene ucciso a colpi di pistola da un sicario in motocicletta, mentre è al volante per le strade di Buenos Aires. «Mi hanno colpito, mi hanno colpito» dice Guastini a un passante che cerca di aiutarlo. Morirà per le ferite riportate.

Atachahua non è mai stato accusato dell’omicidio del suo contabile, che aveva comunque anche legami con altri gruppi criminali.
Attraverso il suo team legale, Atachahua ha fatto sapere di non voler commentare le vicende che lo riguardano.

Sotto il radar

Per un presunto barone della droga, lo stile di Atachahua e il suo approccio paziente agli affari erano insolitamente sobri. Non ha mai sfoggiato pistole d’oro né si è circondato di lusso, come le sontuose haciendas spesso ostentate dai narcos in Colombia e Messico.

«La maggior parte dei narcotrafficanti ha questo punto debole: cerca sempre di mostrare i propri profitti, di mettersi in mostra, perché questo è lo scopo della loro attività», ha dichiarato ai giornalisti il procuratore peruviano Eduardo Castañeda, specializzato nelle indagini contro il crimine organizzato.

Al contrario, secondo Castañeda, l’approccio di Atachahua aveva «qualcosa di particolare». Era caratterizzato da un’insolita cautela. «Diceva sempre che ogni persona [della sua rete n.d.r.] deve conoscere il 20% dell’operazione, che se sapeva più del 20% era rischioso, che anche sua moglie doveva conoscere non più del 20% dell’operazione», aveva detto Guastini ai procuratori.

Ciò che Atachahua aveva in comune con molti trafficanti era il fatto di essere un “figlio d’arte”. Ha infatti ereditato l’intelligenza criminale dalla sua famiglia, che è stata coinvolta nel business della droga per decenni, a Huánuco, una città del Perù centrale.

Cocaina: un’eredità di famiglia

Cocaina: un’eredità di famiglia

Il padre di Atachahua ha avuto guai con la giustizia in Perù, per narcotraffico, già dagli anni ‘60. Anche la madre, la sorella maggiore e il cognato sono stati condannati per traffico di droga.

Negli anni ‘80, le autorità peruviane hanno arrestato la madre di Atachahua in una casa dove c’erano più di nove chili di pasta di cocaina, e nel 2001 la sorella maggiore e altre persone sono state arrestate in Perù per possesso di droga a fini di distribuzione e commercio.

Suo cognato, Enrique Sósimo Ángeles Flores, è stato arrestato in Perù nel 2003 e condannato a dieci anni per traffico di droga. Secondo la testimonianza del contabile pentito, il cognato Angeles Flores era una figura centrale nell’organizzazione di Atachahua.

Nel 1999, Atachahua è stato arrestato in Perù per la prima volta e poi condannato per traffico di droga e falsificazione di documenti, dopo che era stato fermato con della cocaina in un’auto. È stato però scarcerato poco dopo, per motivi che i giornalisti non sono riusciti ad appurare, e si è trasferito in Argentina nei primi anni Duemila.

Stabilitosi nell’elegante quartiere di Caballito a Buenos Aires, ha cominciato vendendo droga a livello locale. Decise presto però di allargare i suoi orizzonti, portando la sua cocaina – che si ritiene provenisse dalla Bolivia o dal Perù – in Europa attraverso canali di uscita da Uruguay e Brasile.

Guastini ha spiegato alle autorità come il suo capo si fosse messo in rete con colombiani, uruguaiani, cileni e italiani – tutti con le proprie rotte di traffico consolidate – nel tentativo di «aziendalizzare» l’attività e spostarla fuori dalle baraccopoli. In effetti, già da fine 2002, Atachahua viaggiava regolarmente verso Brasile e Cile, come dimostrano i dati delle polizie di frontiera ottenuti dai giornalisti.

Una volta ottenuta la cocaina, questa veniva spostata via terra attraverso il Sud America tramite veicoli privati e camion. I panetti di cocaina, raccontava Guastini, venivano nascosti in scomparti segreti nel telaio e bloccati con schiuma espansa.

Atachahua faceva di tutto per evitare i posti di blocco alle frontiere, anche se questo significava allungare il viaggio. A volte un’operazione di trasporto poteva durare 40 giorni, ha detto Guastini alle autorità, con partite inviate lungo percorsi tortuosi in Brasile e altrove prima di essere spedite in Europa.

In 23 anni di attività, ha dichiarato Guastini, Atachahua «non aveva mai perso un carico». Il narco seguiva spesso le sue spedizioni in giro per il mondo, fissando appuntamenti per incontrare gli acquirenti e per mantenere i contatti con diversi referenti della malavita. I registri migratori dell’Argentina e del Perù dimostrano che Atachahua ha usato almeno otto passaporti o carte d’identità diverse per i suoi viaggi via terra e via aerea.

Carlos Sein Atachahua durante l’arresto in Argentina – Foto: Gendarmeria Argentina.

Milano fulcro del riciclaggio di Atachahua

Una volta consegnata la cocaina in Europa e altrove, Atachahua aveva bisogno di riportare i profitti in Sud America. Per questo si serviva di diversi metodi, tutti relativamente semplici e anche “datati”, almeno rispetto a quelli usati dalla ‘ndrangheta e da altri gruppi criminali.

Si affidava infatti molto al contante, a volte trasportato dai “muli”, corrieri individuali che lo nascondevano nel bagaglio a mano, oppure si serviva di agenzie di cambio valuta e money transfer in Italia.
Questo era il metodo che preferiva, «molto più economico e meno rischioso». Un metodo tutto nelle mani del fedelissimo Guastini che raccoglieva personalmente a Barcellona i contanti dei clienti di Atachahua, prima di recarsi in nord Italia con un’auto a noleggio. Lì, ha dichiarato il contabile, consegnava il denaro a Chavin Cash, un money transfer vicino alla stazione Centrale di Milano.

«Un negozio aperto al pubblico, la facciata che ha è di invio di denaro all’estero e agenzia di viaggi, molto focalizzata nel servire la comunità peruviana residente in Europa», ha spiegato Guastini.

Il cambiavalute e money transfer che Guastini ha dichiarato di utilizzare per inviare da Milano al Perù i proventi del narcotraffico di Atachahua – Foto: IrpiMedia

In realtà, ha raccontato, lì incontrava il proprietario – il peruviano Hector Valdivia Chavez – a cui ogni giorno per vari giorni consegnava contanti da inviare a Lima, dove li avrebbe ritirati un contatto dell’organizzazione dei narcotrafficanti peruviani. «Non voleva ricevere i soldi da inviare tutti assieme, quindi dovevo andare ogni giorno a portarne un po’». Guastini riciclava tra i 150mila e i 200mila euro alla volta.

Il metodo usato da Chavin Cash, secondo Guastini, era quello di sfruttare i trasferimenti di denaro fatti dai migranti peruviani a Milano, modificando, probabilmente a loro insaputa, l’operazione di trasferimento. Ovvero, Valdivia cambiava le bolle di invio, a volte aggiungendo uno o due zeri all’importo, a volte cambiando alcuni numeri, trasformando ad esempio un invio da 1.000 euro in uno da 4.000.

Mano a mano che questo sistema si dimostrava sempre più affidabile, Guastini inviava flussi più grandi in tempi più brevi – sempre tramite Chavin Cash. Ormai c’era un rapporto di fiducia, e così il contabile lasciava al peruviano la “sacca” di contanti (raccolti a Barcellona) da trasferire poco per volta.

Solo in momenti di emergenza, ovvero quando serviva avere liquidità immediata, allora l’organizzazione usava ancora i muli. In questi casi il denaro era poi ripulito grazie ad un cambiavalute di Lima, Gomer River Cortez, del money exchange “Mister Dollar”. Nel 2017, River Cortez è stato sanzionato per frode e mancata applicazione di procedure per l’individuazione di transazioni sospette.

Raggiunto al telefono, Cortez, ha dichiarato di non conoscere Atachahua nè Guastini. «Vengono qui persone di tutti i tipi con soldi da cambiare, che vogliono cambiare dollari», ha detto.

Valdivia Chavez, raggiunto via email, non ha risposto alla richiesta di commento.

All’ombra della Madunina e del Brunelleschi

«Sono una rete di succursali. C’è un Chavin Cash a Milano e poi inviavano i soldi a un’altra succursale», ha spiegato Guastini.

In effetti, seppure con più volti e nomi, quella che emerge attorno a Hector Valdivia Chavez è una rete di diversi money transfer di peruviani in Italia – da Milano a Firenze.

Valdivia Chavez gestisce il cambiavalute Chavin Cash a Milano attraverso l’azienda Servizi Internazionali Chavin, una società aperta nel 1999 di cui è proprietario insieme a uno dei suoi due fratelli. Negli anni in cui, stando alla testimonianza giurata di Guastini, il denaro si muoveva attraverso Chavin Cash, i tre fratelli Valdivia Chavez gestivano una seconda società, Chavin Cash Italia, aperta nel 2002 e chiusa nel 2016.

La rete dei money transfer legati ai Valdivia Chavez si estende anche ad altre città, e ad almeno altre due famiglie di peruviani che oggi gestiscono una filiale a firenze.

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Il Duomo di Firenze con la cupola del Brunelleschi – Foto: IrpiMedia

Il Duomo di Firenze con la cupola del Brunelleschi
Foto: IrpiMedia

Non lontano dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella infatti, in una zona dove vive una numerosa popolazione di origine peruviana, i giornalisti hanno visitato questo cambiavalute e hanno chiesto un resoconto delle regole per l’invio di denaro in Perù. E’ stato spiegato loro, rigorosamente in spagnolo, il funzionamento del sistema, lasciando intendere che le autorità italiane hanno dato un giro di vite sui flussi di denaro inviabili tramite money transfer.

«Offriamo tre modalità, attraverso i sistemi di trasferimento Argenper, Jetperu o Banco Interbanco», ha detto il gestore, elencando due società di cambio peruviane e una banca peruviana

«Il denaro arriva in Perù in un’ora», ha aggiunto, ma «il massimo che si può inviare in una transazione è di 1.000 euro e (solo) ogni 11 giorni. Se si invia di più, le autorità italiane controlleranno l’origine del denaro».

Né Chavin Cash né il cambiavalute di Firenze, aperto un tempo proprio da Valdivia Chavez, sono mai finiti nel mirino degli inquirenti italiani, stando a quanto hanno potuto verificare i giornalisti. In un solo caso, scollegato, a maggio 2021 la Squadra Mobile di Genova aveva scoperto come un cambiavalute di Genova venisse utilizzato da narcotrafficanti del cartello di Calì, in Colombia, per ricevere i pagamenti dei carichi. Per il resto, quello dei cambiavalute è un metodo che non è stato indagato molto dall’antimafia per adesso, anche perché fino alla recente dichiarazione del contabile Guastini ai pm argentini, nessuno aveva mai dimostrato che anche il grande narcotraffico – quello che sposta le tonnellate – se ne fosse servito.

Il negozio dismesso di Chavin Cash a Firenze, ora spostato in una nuova sede a due isolati – Foto: IrpiMedia

Gli affari con “i calabresi”

Nel giugno 2012 Atachahua e Guastini hanno raggiunto Amsterdam per incontrare «i calabresi» (così li descriverà Guastini nella sua testimonianza), ovvero emissari della ‘ndrangheta.

Pochi mesi dopo, a novembre 2012, la polizia uruguaiana ha lanciato un’operazione contro la banda di Atachahua sulla base di una segnalazione anonima. Avvisata che degli stranieri stavano portando in Uruguay un grosso carico di droga dall’Argentina, la polizia ha sequestrato 276 chili di cocaina e 47 chili di pasta di cocaina e arrestato alcuni uomini chiave, anche tra i contatti internazionali di Atachahua. Tra questi vi era Francesco Pisano, un narcotrafficante della ‘ndrangheta.

Francesco Pisano è stato incriminato in Italia nel 2013 per traffico internazionale di droga per conto del clan di ‘ndrangheta Pesce, noto per controllare il più grande porto di scalo container italiano, quello di Gioia Tauro.

È stato accusato di aver fatto da ponte tra il clan Pesce e i membri dell’organizzazione in America Latina, anche dopo l’arresto da parte della polizia uruguaiana. Infatti, dal carcere di Montevideo, Pisano continuava a trafficare in cocaina grazie ad un Blackberry ottenuto di nascosto. Quello che non immaginava, però, era che la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria leggesse i suoi messaggi in tempo reale, seguendo così tutte le spedizioni che Pisano organizzava, grazie anche a nuovi contatti con fornitori di droga colombiani e brasiliani acquisiti da dietro le sbarre.

Una foto segnalatica di Pisano in carcere in Uruguay

Giuseppe Tirintino, uno dei broker della cocaina più importanti per la ‘ndrangheta poi diventato collaboratore di giustizia, ha raccontato ai pubblici ministeri di avere collaborato con Pisano quando, dall’Argentina, organizzava spedizioni di cocaina verso Gioia Tauro.

Stavano organizzando una spedizione di 180 kg dall’Uruguay, ha dichiarato Tirintino, quando Pisano è stato arrestato in Uruguay e i loro fornitori (probabilmente il gruppo di Atachuaua) si sono dati alla fuga.

Il primo ottobre 2015, il Tribunale di Reggio Calabria ha revocato l’ordinanza di custodia cautelare contro Pisano, in vigore dal novembre 2013. Le autorità italiane hanno poi informato le loro controparti uruguaiane del ritiro della richiesta di estradizione, così come il mandato di cattura internazionale.

Pisano è stato quindi rilasciato e, stando ai registri migratori, ha lasciato l’Uruguay per la Spagna. Non si sa dove si trovi attualmente.

La caduta di Atachahua

Nella retata del 2012 Atachahua e Guastini riuscirono a fuggire, ma i loro incontri con gli arrestati erano stati ripresi in video, così come la loro fuga. All’1.13 del 24 novembre 2012, poco prima della retata della polizia, la Renault Megane di Atachahua è stata registrata mentre attraversava il ponte Fray Bentos che collega Argentina e Uruguay.

Secondo le autorità uruguaiane, Pisano aveva stretto un accordo con un trafficante uruguagio che prevedeva il trasporto della droga in Calabria, dal porto della capitale Montevideo.

A salvare Atachahua invece, il fatto che la polizia uruguaiana non avesse condiviso informazioni su di lui e Guastini con i colleghi argentini. Una fonte di polizia che ha lavorato al caso ha spiegato a OCCRP che all’epoca «non ci fidavamo» della polizia federale argentina perché non c’era stata molta cooperazione.

Il raid della polizia argentina tra le aziende del gruppo Atachahua – Foto: Gendarmeria Argentina

Secondo Guastini, Atachahua e i suoi erano anche riusciti a intimidire i testimoni, impedendo loro di presentarsi a un’udienza chiave, complicando ulteriormente l’indagine. Dopo un cambio di procuratore, Guastini ha detto che il caso contro di lui e Atachahua si è «paralizzato» e da allora il peruviano è stato lasciato in pace.

Ciò che non poteva prevedere Atachahua però, era il tradimento del fedelissimo Guastini. Due anni dopo infatti, il contabile decideva di voltare pagina e collaborare con le autorità argentine.

A ogni confessione, la polizia argentina riusciva a colpire un po’ più a fondo la rete di Atachahua, e il narco andino rispondeva correggendo il tiro.

A inizio 2020 si stava preparando a inviare un grosso carico di droga in Spagna. Sapeva di avere il fiato degli investigatori sul collo, e così aumentava in continuazione le misure di sicurezza: ogni volta che arrivava all’aeroporto Ezeiza di Buenos Aires, girava per un’ora in auto per seminare gli agenti.

«L’ha sempre scampata», ha raccontato un inquirente.

Ma alla fine, Atachahua, il fantasma delle Ande, è caduto. A ottobre 2020 è stato arrestato in un raid che ha coinvolto 400 agenti di polizia di Buenos Aires, che sono piombati in 25 diverse abitazioni e attività commerciali affiliate alla rete. Le autorità hanno sequestrato milioni di dollari in contanti in almeno 10 valute diverse, una pistola e 49 telefoni cellulari, secondo quanto riportato dalla stampa.

Il giudice ha poi ordinato il sequestro di altri beni dal valore totale di 30 miliardi di pesos argentini, pari a circa 230 milioni di euro.

Una parte dei contanti sequestrati alla banda – Foto: Gendarmeria Argentina

Poco prima della cattura di Atachahua, sua moglie Maribel, all’epoca latitante e soggetta a un mandato di cattura internazionale, era riuscita a recarsi in Perù. Nell’ottobre 2021, tuttavia, è tornata in Argentina, dicendo di essere partita solo per visitare i genitori malati, e ha rilasciato una dichiarazione alle autorità.

Ha affermato di «non essere parte di alcuna banda o associazione illecita», ha detto. «Siamo una famiglia».

Né Atachahua, né Guastini, né Valdivia – il peruviano di Milano di Chavin Cash – sono conosciuti dalle principali procure antimafia d’Italia. Atachahua non è stato indagato neppure in Spagna, dove veniva raccolto il grosso dei pagamenti della droga. Le autorità peruviane, nel frattempo, hanno dichiarato di non avere alcuna informazione su Valdivia Chavez o sulle transazioni che Guastini avrebbe effettuato per conto di Atachahua. Pezzi di un puzzle persi per strada, e rimessi assieme solo dalla collaborazione tra giornalisti di diversi paesi.

In realtà, per Atachahua non esiste nemmeno una fedina penale in Perù. Castañeda, il procuratore peruviano, ha spiegato che la legge peruviana consente alle persone che hanno già scontato una pena di cancellare il loro nome dai registri, in modo che possano reintegrarsi nella società.

CREDITI

Autori

Miguel Gutiérrez (El Comercio)
Ivan Ruiz (Infobae)
Guillermo Draper (Búsqueda)
Cecilia Anesi (IrpiMedia)
Milagros Salazar (Convoca)
Gonzalo Torrico (Convoca)
Daniela Castro
Nathan Jaccard
Romina Colman (OCCRP)

Ha collaborato

Antonio Baquero (OCCRP)

Traduzione e adattamento

 Edoardo Anziano

Editing

Giulio Rubino

Copertina

James O’Brien (OCCRP)

Paradossi delle sanzioni: dentro la filiera del fosfato, dalla Siria all’Europa

Paradossi delle sanzioni: dentro la filiera del fosfato, dalla Siria all’Europa

Mohammad Bassiki
Oleg Oganov
Charlotte Alfred
Bashar Deeb
Lara Dihmis
Jovana Tomić
Nikolay Marchenko
Lorenzo Bagnoli
Ana Poenariu

In una calda serata dello scorso maggio, la nave cargo Kubrosli-y è scomparsa dai sistemi di tracciamento marittimi mentre navigava al largo delle coste della Turchia. Una settimana dopo la nave è riapparsa in rotta verso ovest vicino a Cipro e ha proseguito per il Mar Nero fino ai moli dell’Ucraina. Foto pubblicate su Facebook dall’azienda statale siriana Società generale del fosfato e delle miniere (Gecopham), dimostrano che nei giorni in cui si erano perse le sue tracce la nave si trovava al porto di Tartous, uno dei principali sbocchi sul Mediterraneo della Siria. In un’immagine in cui compare l’imbarcazione, si vede anche Bassam Toumeh, ministro del Petrolio del governo di Bashar al-Assad.
L’esportazione delle rocce di fosfato, prodotto particolarmente utilizzato dall’industria dei fertilizzanti, è stata un’ancora di salvezza per il regime di al-Assad che si trova sotto sanzioni in diversi paesi occidentali.

L’industria siriana del fosfato era collassata quando lo Stato Islamico (Daesh) aveva preso possesso delle maggiori minieri del paese nel 2015. La produzione però è ricominciata l’anno seguente, quando le forze governative hanno ripreso il controllo dell’area, attraendo compratori anche da paesi ufficialmente contrari al regime di Assad.

La rotta della Kubrosli-y mostra i paradossi del sistema dell’esportazione del fosfato dalla Siria: la materia prima non è sotto sanzione; il paese, invece, sì. Secondo diversi esperti questa situazione rende a rischio l’intera filiera del prodotto. Per chi opera nel settore, esiste il rischio che le autorità dei paesi coinvolti in questo commercio possano interpretare le regole in modo diverso. È anche per questo che, per evitare ogni pericolo, l’esportazione passa da una catena di intermediari controversi. Durante il tragitto dalla Siria al paese importatore, il fosfato arricchisce lo Stato siriano, speculatori della guerra civile e persone con forti legami con l’elite politico-imprenditoriale della Russia. Questo commercio sta arricchendo personaggi controversi e gruppi sotto sanzione, quindi nella sua interezza sembra illegale. Tuttavia se guardato in ogni singolo passaggio, dall’esportazione del prodotto in Siria, fino alla fabbrica di fertilizzanti importatrice in Europa, il percorso è del tutto legale. È il paradosso della freccia di cui parlava Zenone di Elea, il filosofo presocratico: una freccia scoccata da un arco sembra muoversi. Il movimento è un’illusione perché in ogni singolo istante, l’unità di misura di cui è costituito il tempo, è ferma. Senza un ampio e condiviso accordo internazionale che copra tutti i possibili passaggi del prodotto, la situazione resterà così.

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L’immagine è stata postata sulla pagina facebook della società di Stato siriana Gecopham il 21 maggio 2021. A sinistra, in prima fila, c’è Bassam Toumeh, ministro del Petrolio della Siria e sullo sfondo la nave Daytona-H. Come si vede in questa foto, la Kubrosli-y è stata attraccata nello stesso porto una settimana dopo.

Secondo i dati raccolti dai giornalisti che hanno partecipato a questa inchiesta condotta da OCCRP in collaborazione con Lighthouse Reports e con il Syrian Investigative Reporting for Accountability Journalism (SIRAJ), Serbia, Ucraina e quattro paesi dell’Unione europea hanno importato oltre 80 milioni di dollari di rocce di fosfato dal 2019.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni sul governo siriano e sull’azienda russa che controlla una parte consistente delle esportazioni, Stroytransgaz. L’Unione europea ha messo sotto sanzione il ministro siriano Toumeh e il proprietario della Stroytransgaz, Gennady Timchenko, miliardario considerato tra i più intimi confidenti e sostenitori di Vladimir Putin. Tuttavia né gli Stati Uniti, né l’Unione europea hanno mai proibito o sanzionato l’acquisto di rocce di fosfato siriane, materia prima che viene utilizzata soprattutto nell’industria dei fertilizzanti.

Secondo alcuni esperti, le aziende rischiano comunque di violare delle sanzioni quando commerciano con la Siria, anche se il commercio del fosfato è tecnicamente legale. Nel 2018 un’inchiesta di Politico sulle importazioni in Grecia ha sollevato dubbi al Parlamento europeo, tanto che Atene ha bloccato le importazioni poco dopo. Stroytransgaz, dal canto suo, nega di avere un ruolo nel commercio, per quanto le prove raccolte dai giornalisti dicano il contrario.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha aumentato la pressione nei confronti delle aziende europee per tagliare ogni collegamento con chi si trova sulla blacklist dei sanzionati, come Timchenko. La Commissione europea se ne è lavata le mani, dicendo che sta ai paesi membri decidere se le importazioni di fosfato siriano violino o meno le sanzioni. Le autorità bulgare, ucraine e serbe hanno confermato che il commercio è legale. Per l’Italia, , dove arriva una quantità significativa di questo export, Il Ministero dello Sviluppo economico non ha risposto alle richieste di commento.

Ritorno economico

Gennady Timchenko è un imprenditore che nasce come trader petrolifero in Russia. È amico di Vladimir Putin dagli anni Novanta ed è stato indicato come uno dei prestanome del presidente russo. Alle accuse Timchenko ha sempre risposto di essere solo il suo partner di judo. Timchenko è diventato uno degli uomini più ricchi della Russia lavorando con le società statali del settore gas e petrolio. Stroytransgaz, la sua società di costruzioni e ingegneristica, possiede molti impianti, compreso il Nord Stream, il gasdotto che porta gas russo in Europa.

Il profilo di Gennady Timchenko su #RussianAssetTracker

Timchenko è anche tra i principali beneficiari dei legami tra la Russia e la Siria. Si è infatti aggiudicato i contratti per i gasdotti tra Egitto e Siria e gestisce due raffinerie di gas. La sua presenza nell’industria del fosfato attraverso due controllate di Stroytransgaz risale al periodo che ha fatto seguito all’intervento militare russo a favore di Assad. Una di queste società, Stroytransgaz Engineering, è stata una controllata di Stroytransgaz fino al 2018. Gli esperti sentiti dal gruppo di giornalisti sostengono che l’allontanamento formale di Stroytransgaz Engineering dalla casa madre possa essere un tentativo di eludere le sanzioni statunitensi ed europee sulla Siria, oltre che le sanzioni sullo stesso Timchenko e sulla stessa Stroytransgaz imposte a seguito dell’annessione russa della Crimea nel 2014. 

Nel 2018 infatti, Timchenko ha venduto Stroytransgaz Engineering a due società di comodo di Mosca, Photon Express e Eneriya Antaresa, di cui non si conosce la proprietà. L’anno seguente, Stroytransgaz Engineering è stata assegnataria di due concessioni per operare tre fabbriche di fertilizzanti controllate dallo Stato siriano a Homs e a Tartous, punti di partenza della maggior parte delle esportazioni di fosfato. Secondo Karam Shaar, economista siriano, è la dimostrazione di quanto sia semplice superare le sanzioni: basta rendere opaca sia la filiera di approvvigionamento della materia prima, sia la struttura societaria delle aziende coinvolte nel mercato e il sistema di divieti nei confronti della Siria è già scavalcato. «Certamente l’esportazione delle rocce di fosfato in Europa è una violazione delle sanzioni – afferma – ma la maggior parte dei paesi non capisce nemmeno come funziona la struttura delle organizzazioni che hanno messo sotto sanzione». 

L’accordo di Timchenko in Siria è stato spesso interpretato come una ricompensa per l’aiuto militare della Russia. Lo ha scritto in un’analisi per il Russian International Affairs Council Igor Matveev, ex diplomatico a Damasco. L’accordo «potrebbe aver aiutato a recuperare i soldi spesi nelle operazioni militari in siria attraverso l’esclusiva per l’estrazione di risorse minerarie di valore», scrive Matveev. Ciò nonostante, Stroytransgaz nega ogni tipo di collegamento con Stroytransgaz Engineering. «STG Engineering è una persona giuridica separata e non fa parte del nostro gruppo societario – ha spiegato Natalia Kalinicheva, portavoce di Stroytransgaz -. Ha solo un’abbreviazione simile nel nome della società». 

Gennady Timchenko è uno degli uomini più ricchi della Russia. È considerato molto vicino a Vladimir Putin – Foto: Kremlin Pool/Alamy Stock Photo
Un’altra società dal nome simile, Stroytransgaz Logistic, ha ottenuto un contratto cinquantennale nel 2018 per la più grande miniera di fosfato della Siria, vicino a Palmyra, città della Siria centro-meridionale famosa per il suo patrimonio archeologico e un tempo in mano a Daesh. L’accordo prevede che il 70% dei profitti resti alla società russa, mentre il 30% è incassato dalla Gecopham, la controllata del Ministero del petrolio siriano, sotto sanzione negli Usa.

Dai documenti risulta che Stroytransgaz Logistic sia di proprietà della moscovita UK Investfinance, azienda che amministra società per conto dei propri clienti. Figura principale di Stroytransgaz Logistic è Igor Kazak, che è stato direttore della Stroytransgaz di Timchenko fino al 2015, anno in cui ha dichiarato ai media che Stroytransgaz «vuole partecipare alla ricostruzione della Siria». Kazak è stato poi il capo di Stroytransgaz Logistic dal 2016 alla metà del 2017. Ha anche lavorato per Stroytransgaz Engineering dal 2015 al 2020, ben dopo che era stata scorporata in una nuova società, secondo i registri aziendali. Il suo nome e la sua posizione compaiono nei contratti chiave di Stroytransgaz Engineering del 2020 con il governo siriano. Zakhid Shakhsuvarof, cittadino russo che nel 2018 era il manager di Stroytransgaz Logistic in Siria, secondo quanto risulta dall’elenco di società straniere con succursali in Siria stilata dal Ministero dell’Economia di Damasco, è anche amministratore della Stroytransgaz di Timchenko. Le due Stroytransgaz condividono a Damasco lo stesso indirizzo di registrazione.

Miniera di fosfato in Siria – Foto: Universal Images Group North America LLC / DeAgostini / Alamy Stock Photo

La lunga lista degli intermediari

Se Stroytransgaz Logistic controlla l’esportazione delle rocce di fosfato, alla miniera di Al-Sharkiah, nel deserto di Palmyra, il lavoro quotidiano è gestito da manodopera siriana, sostiene un dipendente della miniera. L’impianto produce 650mila tonnellate di fosfato all’anno, sebbene il contratto ne preveda fino 2,2 milioni, secondo le fonti ufficiali siriane. Una volta estratta, la materia prima viene portata via gomma o ferrovia alle fabbriche di fertilizzanti di Homs, oppure al porto di Tartous per l’esportazione.

A protezione dei convogli ci sono contractor privati, come il Wagner Group, corpo d’elite legato al Cremlino, impegnato in un massacro di civili in Mali e coinvolto nel conflitto in Ucraina. Dall’analisi di immagini postate sui social network è possibile scovare anche il logo della Sanad Company for Protection and Security Services, esercito privato dell’uomo d’affari Ahmed Khalil, legato ad Assad, e di Nasser Deeb, direttore della Direttorato della sicurezza criminale, entità del Ministero dell’Interno della Siria che comanda sulle tutte le forze di polizia. Inizialmente il gruppo era considerato una milizia che combatteva al fianco di Russia e Siria contro Daesh. Deeb è anche co-proprietario della Syrian Company for Metals and Investments insieme all’imprenditore Khodr Ali Taher, vicino alla Quarta divisione dell’esercito siriano, guidata dal fratello di Assad, Maher. Quest’ultimo è stato messo sotto sanzione da Stati Uniti e Unione europea per aver prodotto «introiti per il regime e i suoi sostenitori» e per aver ripulito denaro sporco «raccolto illecitamente durante il cambio di governo e attraverso saccheggi». «Ali Taher e Maher Al-Assad stanno facendo fortuna con l’industria del fosfato – spiega  il ricercatore siriano Azzam Al-Allaf, autore di una dettagliata ricerca sul commercio del fosfato siriano pubblicata dallo European University Institute nel 2020 -. Con le loro società guadagnano dal momento in cui le spedizioni di minerali lasciano l’impianto minerario e vengono portate attraverso il deserto, fino al terminal di esportazione di Tartous». Il ministro siriano del petrolio e dei minerali Toumeh e la società statale di fosfati Gecopham non hanno risposto alle richieste di commento inviate via e-mail. I giornalisti non sono riusciti a raggiungere Taher.

Navi fantasma

Il porto di Tartous, città sul Mediterraneo dalla quale parte il fosfato siriano diretto all’estero, è anche il luogo dove la marina militare russa ha la sua base in Siria. Come nel caso della Kubrosli-y, molte delle navi cargo che vi fanno tappa per caricare le rocce di fosfato non sono tracciabili attraverso i normali software che monitorano gli spostamenti delle navi attraverso i trasponder dell’AIS, sistema di sicurezza marittimo internazionale obbligatorio su tutte le navi oltre una certa dimensione. OCCRP e i partner sono riusciti a individuare dozzine di carichi dalla Siria all’Europa, al Medio Oriente e al Nord Africa tra il 2019 e il 2021. Quindici di questi hanno avuto come destinazioni porti europei. In otto casi hanno spento il trasponder mentre si dirigevano a Tartous. Il porto di destinazione indicato era in Libano, Turchia o Egitto. Una settimana dopo tutte le navi sono riapparse nei pressi della costa sudorientale di Cipro. 

«I proprietari delle navi non vogliono far sapere che le imbarcazioni stanno arrivando in un paese sotto sanzione come la Siria», spiega un comandante siriano che lavora a Tartous e che accetta di parlare anonimamente. Tra le navi che hanno fatto questo percorso ce ne sono anche due che a luglio e a settembre 2021 hanno fatto questa rotta con un carico di 5.500 tonnellate di rocce di fosfato dirette a Vasto, in provincia di Chieti. Si tratta della Maymona e della Ak Denisa, entrambe armate dalla società libanese Mednav Chart Sal.  

L’Organizzazione marittima internazionale (IMO), un’agenzia Onu che regolamenta la marina commerciale a livello globale, obbliga le navi a segnalare la propria posizione attraverso il sistema dei trasponder in ogni momento. Le navi che non lo fanno, come quelle individuate dai giornalisti, si comportano quindi in maniera sospetta. In combinazione con la minaccia di cattiva pubblicità e con il rischio di incorrere in sanzioni dovute al paese con il quale si lavora, gli importatori europei si trovano a lavorare, insieme ai broker e agli armatori dei navi, ai limiti della legalità.

Un’altra imbarcazione tracciata dai giornalisti è di proprietà di una società libanese il cui maggiore azionista è di proprietà della famiglia di Jihad al-Arab, un uomo d’affari vicino all’ex primo ministro Saad Hariri. L’anno scorso al-Arab è stato sanzionato dagli Stati Uniti per «aver guadagnato dalla pervasiva corruzione e dal clientelismo in Libano, arricchendosi a spese del popolo libanese e delle istituzioni statali». Neanche lui ha risposto a una richiesta di commento. Secondo Ibrahim Olabi, un esperto siriano che monitora i sistemi di elusione delle sanzioni, «il commercio delle rocce di fosfato siriane mostra perché il sistema di sanzioni dell’Unione europea non è adatto allo scopo. Il sistema di elusione funziona e non è nemmeno così difficile da mettere in pratica».

Il paradosso del mercato

Le importazioni di fosfato siriano in Ucraina, tra il 2018 e il 2021, sono passate da 3 a 15 milioni di dollari di valore, nonostante i provvedimenti presi contro Stroytransgaz e a Timchenko. La guerra di febbraio le ha interrotte. La maggior parte della materia prima entra dal porto sul Mar Nero di Nika Tera, di proprietà dell’oligarca sotto sanzione Dmitry Firtash. Quest’ultimo nel 2014 ha comprato da Banca Intesa l’istituto di credito Pravex Bank nel 2014, pochi mesi prima di essere arrestato su ordine dell’Fbi in Austria.

Irene Kenyon, direttrice della società di consulenza FiveBy Solutions, ritiene che l’uso di società di comodo sia una strategia impiegata per impedire che si rintraccino i guadagni di aziende e individui sotto sanzioni. «Nonostante siano dal punto di vista legale nel giusto, (gli importatori, ndr) stanno comunque arricchendo un regime che viola i diritti umani e un oligarca russo sotto sanzioni».

Le rocce di fosfato siriane arrivate in Italia attraverso le due imbarcazioni arrivate a Vasto lo scorso anno sono state importate da Puccioni Spa, un’azienda italiana di fertilizzanti, come confermato dalla stessa società. La Puccioni spa ha affermato di aver utilizzato per l’acquisto una società intermediaria degli Emirati Arabi Uniti e di non aver mai lavorato con Stroytransgaz, ma con broker in contatto direttamente con i siriani. Ogni passaggio allontana l’ente sotto sanzione, il Ministero del petrolio della Siria, dall’acquirente. Nella documentazione che si ottiene con le richieste di accesso agli atti, ad esempio, si trova solo che il porto di partenza di un carico è Tartous, non altro. «Se la persona dalla quale si acquista un carico non è sotto sanzione, l’importatore non sta necessariamente violando delle sanzioni – spiega un avvocato marittimo a OCCRP. Resta anonimo in quanto non è autorizzato a parlare con la stampa -. Questa è la versione del riciclaggio internazionale di denaro sporco nel settore del commercio». Nel caso delle transazioni finanziarie, la lavanderia sono le società di comodo dei paradisi fiscali, giurisdizioni attivissime nella protezione dei capitali degli oligarchi. Nel caso delle merci, che hanno un’esistenza fisica concreta e un peso che si misura in tonnellate, ottenere lo stesso effetto è più macchinoso, ma possibile.

In termini di mercati dell’import, il più importante è quello della Serbia, dove uno dei principali esportatori è stata Yufofarm: 26,9 milioni di dollari di prodotto dalla Siria nel 2021. Oltre alla Grecia, almeno quattro Stati membri dell’Unione europea – Italia, Bulgaria, Spagna e Polonia – hanno recentemente ripreso le importazioni di fosfati siriani. I dati commerciali dell’UE e delle Nazioni Unite mostrano che l’Italia ha iniziato a importare nel 2020, la Bulgaria nel 2021 e la Spagna e la Polonia all’inizio di quest’anno.

La Romania è stata il principale punto d’accesso al mercato dell’Unione europea attraverso principalmente due società mediorientali: Blue Gulf Trading, registrata negli Emirati Arabi Uniti, e Medsea Trading, registrata in Libano. Entrambe sono di proprietà dell’uomo d’affari libanese Afif Nazih Auf, che non ha risposto alle richieste di commento.

In Bulgaria, il prodotto siriano entra attraverso la piccola Fertix EOOD, fondata nel 2017. Il suo amministratore delegato, Radostin Radev, ha profondi legami nel settore agricolo bulgaro, dopo aver iniziato la sua carriera presso Agropolychim, uno dei maggiori produttori di fertilizzanti nei Balcani. Radev ha affermato di aver venduto del fosfato siriano alla EuroChem Agro Bulgaria, controllata del gruppo Eurochem dell’oligarca russo Andrey Igorevich Melnichenko. Melnichenko, sotto sanzioni in Europa e Regno Unito per aver sostenuto la guerra della Russia contro l’Ucraina, si è recentemente ritirato dal consiglio di amministrazione della società.

Sergiy Moskalenko, direttore della Dnipro Mineral Fertilizer Plant, un’azienda ucraina che utilizza fosfati siriani, ha detto a OCCRP che per loro gli acquisti erano una questione pratica. «Senti, abbiamo bisogno di mangiare – dichiara a Bivol, partner dell’inchiesta -. Per mangiare dobbiamo usare i fertilizzanti e per farlo dobbiamo acquistare le materie prime. Per l’acquisto, purtroppo, ci rivolgiamo a…». Fa una pausa. «Prendiamo tutto il fosfato che ci viene offerto», conclude.

In questa storia, le sanzioni colpiscono solo le entità all’origine della catena: l’oligarca Timchenko, gli apparati statali siriani e i businessmen vicini ad Assad. Non sono mai universalmente sottoscritte e ci sono sempre paesi che non le sottoscrivono o che offrono delle soluzioni per scavalcarle. Sono “porti franchi” dove sanzionati e non possono incontrarsi liberamente, e dove pecunia non olet. Perché per ora, il commercio dalla Siria di rocce di fosfato sembra essere in crescita, nonostante il quadro politico complesso.

CREDITI

Autori

Mohammad Bassiki
Oleg Oganov
Charlotte Alfred
Bashar Deeb
Lara Dihmis
Jovana Tomić
Nikolay Marchenko
Lorenzo Bagnoli
Ana Poenariu

Ha collaborato

Eva Constantaras (Lighthouse Reports)
Hala Naserddine, (Daraj)
Adam Chamseddine (Al Jadeed TV)
Hervé Chambonniere (Le Telegramme)
Ahmad Haj Hamdo (SIRAJ)
Ayman Makieh (SIRAJ)
Ahmad Obaid (SIRAJ)

In partnership con

OCCRP
Lighthouse Report
SIRAJ
Mykolaiv Center for Investigative Reporting
CINS
Bivol
RISE Romania

Editing

Giulio Rubino

Quel che resta dopo il weekend nero delle criptovalute

Quel che resta dopo il weekend nero delle criptovalute

Raffaele Angius
Lorenzo Bodrero

«Ècome se avessi comprato un’auto nuova ieri e dopo 24 ore l’avessi schiantata contro un muro. Oggi mi sta andando male, ma vediamo come prosegue». Rocco la prende con filosofia ma in pochi mesi, a partire dall’inverno scorso, ha perso circa 30 mila euro, tutti investiti nelle criptovalute più blasonate. Il tempismo certo non ha aiutato: dopo il massimo storico raggiunto a novembre da Bitcoin ed Ethereum, è cominciata una spirale ribassista del valore delle monete digitali. Da allora e fino ai primi di maggio, la moneta più popolare del settore ha perso quasi il 50% del suo valore. Niente, però, in confronto allo scenario che si sarebbe palesato pochi giorni più tardi quando, tra l’8 e il 10 maggio un’altra criptomoneta, TerraUSD, ha registrato un crollo del 98% in un solo giorno, trascinando ulteriormente in basso tutto il settore.

«La tempesta perfetta», «Debacle», «Una settimana da incubo», erano i titoli di alcuni giornali all’indomani di quello che alcuni analisti stimano – un po’ frettolosamente – essere la fine del settore cripto. Nella loro visione più idealistica, le monete virtuali sono strumenti nati per garantire transazioni verificate da un sistema tecnologico all’avanguardia e decentralizzato che permette di aggirare i circuiti della finanza, circolo di potere che ha sulla coscienza tante delle crisi economiche degli ultimi anni.

Per una fetta di osservatori, questa crisi è la conferma invece che le cripto sono un mercato come tutti gli altri, incapaci di fuggire del tutto da squali e speculazioni. «Ho visto evaporare i risparmi di una vita», scrive un utente su Reddit, il social network a metà tra una piattaforma di discussione e un forum. «Ho perso 450 mila dollari, non posso pagare la banca e presto perderò la casa. L’unica via di uscita che vedo è il suicidio», si legge in un altro post. Esternazioni come queste hanno costretto i moderatori di Reddit a indicare in cima alle conversazioni in ogni Paese i numeri di assistenza da contattare in caso di panico.

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Il weekend nero delle monete virtuali si è materializzato con un attacco speculativo di cui ancora non si conoscono i responsabili. Nata per essere utilizzata per comprare e vendere “metabeni” nel metaverso, il conio virtuale TerraUSD è collegato a una moneta gemella, Luna. Terra è una stablecoin, cioè una moneta ancorata a un valore, in questo caso al dollaro, con un rapporto 1:1. La gemella Luna ha un valore che oscilla, come spesso accade nelle cripto. Il sistema Terra-Luna era concepito per mantenersi in equilibrio: nel caso di un attacco nei confronti di Luna, Terra avrebbe comprato e venduto automaticamente dalla sua gemella, per mantenerla in assetto. La criptomoneta però non è riuscita a salvare se stessa dalla speculazione: qualcuno ha infatti utilizzato enormi disponibilità di monete virtuali per abbassarne il prezzo e guadagnare dall’improvvisa perdita di valore, proprio come accade nella finanza offline.

La manovra – eseguita vendendo e comprando miliardi di dollari di criptovalute da altri utenti, sia nell’ecosistema Terra-Luna sia in Bitcoin – è avvenuta off the chain, ovvero ricorrendo all’acquisto di valuta da altri utenti e non dai mercati, per evitare di essere notati. Raggiunto il valore record di 69 mila dollari lo scorso novembre, Bitcoin – capostipite e più diffusa valuta elettronica – oggi oscilla intorno ai 27 mila dollari. TerraUSD, il cui valore sarebbe dovuto restare fisso a un dollaro, al momento in cui scriviamo vale cinque centesimi.

Keep calm and buy crypto

In qualità di manager del reparto digitalization innovation di un’importante azienda italiana, Rocco, 34 anni, ha dimestichezza con il settore e il suo è un profilo atipico rispetto alla massa di utenti che popolano la galassia delle monete virtuali: «Gli alti e i bassi ci stanno in questo settore – ammette Rocco due settimane dopo il tracollo -. Come nel mercato tradizionale, l’importante è imparare a gestire il rischio, ad “assimilare la perdita” come si dice in gergo, e a diversificare». In parallelo alle criptomonete, Rocco investe da anni nel settore, con rendimenti importanti: «Sono arrivato anche a 200 mila euro di profitti e il guadagno iniziale mi ha consentito di parare il colpo», confessa. Alla base delle contropartite in criptovalute, c’è una serie di tecnologie che permette di strutturare i dati in modo innovativo: la blockchain. A differenza di un normale archivio di informazioni, nella blockchain (dall’inglese, catena a blocchi), ciascun dato inserito è convalidato da quello che lo precede e a sua volta convalida quello che lo segue: in questo modo, la perdita o l’alterazione di un’informazione sarebbe virtualmente impossibile in quanto invaliderebbe l’intera catena.

Il weekend nero

L’andamento del valore delle criptomonete Bitcoin, Ethereum e Terra-Luna nella finestra temporale tra il 1 novembre 2021 e il 30 maggio 2022 [Valori in USD]

«In un mondo in cui cresce la sfiducia verso le istituzioni tradizionali non dovrebbe stupire che le criptovalute, le quali offrono la piena libertà di gestire i propri risparmi, siano generalmente guardate con attenzione», spiega Federico Pecoraro, imprenditore e fondatore di Chainblock. Esiste sempre il rischio di «avventurarsi senza comprendere a pieno i rischi di un investimento sbagliato o incorrere in una truffa, ma in questo non vedo enormi differenze con i mercati tradizionali», conclude Pecoraro.

Secondo un recente sondaggio commissionato da Euronews alla Redfield and Wilton Strategies (società di consulenza del mercato finanziario) gli italiani sono i principali detentori di Bitcoin in Europa: ne possiede il 18% della popolazione ma solo l’8% di questi dichiara di conoscere bene il settore, e il 49% ammette di saperne addirittura poco.

L’ingresso nel mondo delle cripto è a portata di tutti: pochi click, una carta di debito, il minimo indispensabile di dimestichezza con smartphone o pc. Come nella finanza tradizionale, non serve nemmeno conoscere a menadito il funzionamento del sistema per cominciare a investire. I digital assets, inoltre, sono sempre più legittimati anche dalle istituzioni: in primis la Cina, che ne ha creato e lanciato una propria moneta; in secundis, Europa e Stati Uniti, dove sono in corso i preparativi per cripto dollari ed euro. Persino l’Ucraina, a un mese dall’invasione della Russia, ha deciso di ricorrere al mercato della moneta elettronica per raccogliere finanziamenti a sostegno del proprio sforzo bellico. Tra febbraio e marzo il governo ha lanciato Aid for Ukraine, prima campagna governativa volta alla raccolta, attraverso singoli sostenitori in tutto il mondo, dei fondi per l’acquisto di armi, elmetti, indumenti antiproiettile e, addirittura, veicoli militari. Un modo per aggirare la tortuosa e lenta diplomazia. Il 19 marzo, a un mese dal lancio, il governo dichiarava di aver raccolto criptovalute per il valore di 60 milioni di dollari (56 milioni di euro); il crollo del mercato in corso da maggio ne ha ridotto il valore intorno ai 51 milioni.

Bolla o non bolla

Con transazioni quotidiane nell’ordine dei 500 miliardi di dollari – su oltre cinquemila diverse valute – sembra che i digital assets siano qui per restare. Tuttavia, dare un numero alla quantità di reali utilizzatori delle criptovalute sembra un’impresa impossibile: i wallet – portafogli al portatore – al momento registrati si aggirano intorno ai 68 milioni ma, complice l’impossibilità di regolare un mercato autogestito, è possibile crearne sempre di nuovi in modo anonimo senza particolari difficoltà.

«Una delle tante caratteristiche che hanno segnato il successo di questa tecnologia e la mancanza di intermediari, che non attrae solo chi cerca l’anonimato, ma anche e soprattutto chi vuole esplorare nuove possibilità di investimento», spiega Stefano Capaccioli, commercialista e fondatore di Coinlex, società di consulenza e network di professionisti sulle criptovalute e soluzioni blockchain. «In qualche modo questo mi ricorda il passaggio dalla protezione dei signorotti locali, che offrivano protezione e un esercito in cambio delle tasse, all’avvento delle armi da fuoco, che di fatto segna la capacità anche del singolo cittadino di proteggere le proprie terre», chiosa.

Ma se da una parte è vero che alcuni wallet sono anonimi, dall’altra è pur vero che ogni transazione può essere pubblicamente monitorata da chiunque, semplicemente accedendo alla blockchain, il protocollo che governa ogni movimento e lo valida. Così è possibile essere a conoscenza in tempo reale di ogni informazione relativa alle transazioni dette crypto-whales (dall’inglese balene, o mostruosamente grandi) così come delle più minute.

«Sono in questo settore per rimanerci, nonostante qualche perdita qua e là – confida Rocco -. Il mio è un investimento frazionato, ne ho ritagliato una parte da investire nel mondo delle criptomonete e sono cosciente che il rischio sia alto, ma mi auguro che un giorno questi investimenti mi permettano di liberarmi economicamente dall’azienda per cui lavoro per crearmi la mia strada, con i miei progetti».

Un gettone è per sempre

Ma non tutto ciò che passa dalla blockchain riguarda il mondo della finanza: per sua natura, il protocollo “a blocchi” su cui si basa l’intero sistema ha dimostrato di poter funzionare in molti ambiti. Dalla registrazione di contratti immobiliari fino all’inserimento in anagrafe dei nascituri, la blockchain ha stimolato la curiosità dei tanti che ne hanno studiato il funzionamento, fino a far gemmare la tecnologia che, forse più di tutte, è stata protagonista nel 2021: gli Nft.

L’acronimo sta per Non fungible token, ovvero, letteralmente, gettone non sostituibile. Si tratta di strumenti che permettono l’emissione di un codice non replicabile che identifica un dato oggetto. Di particolare successo nel mondo dell’arte, gli Nft hanno ingenerato un movimento di piccoli o grandi investitori (qualcuno li chiama mecenati) in titoli di proprietà di opere digitali. Nulla impedisce che chiunque possa scaricare una copia di un’immagine presa dal web facendo uno screenshot o salvandola con un click destro del mouse, ma la proprietà virtuale di quella immagine, se ne è stato acquistato l’Nft, rimane a chi l’ha pagata.

Gianmaria, 32 anni, ha cominciato a osservare la galassia cripto già dal 2014 e a investirci i primi risparmi tre anni più tardi. In quanto creatore lui stesso di Nft, li conosce abbastanza bene: «Dal punto di vista artistico non sono un’innovazione poiché la logica di mercato è simile a quella delle opere d’arte, ma per una miriade di eccellenti artisti rappresentano una potenziale fonte di guadagno, prima impensabile».

La logica dietro gli Nft è tutto sommato semplice. Si assegna un codice univoco a un’opera – dal quadro a un’immagine in Jpeg – che ne rappresenta una sorta di certificato di identità. Chi acquista l’opera quindi non possiede l’opera in sé quanto invece la possibilità di esercitare un diritto di proprietà sull’opera stessa. L’Nft in questione tiene inoltre traccia dei passaggi di proprietà.

Gli Nft di Gianmaria decodificano immagini di news relative a un arco temporale di 365 giorni. «Per ciascuna notizia del giorno abbiamo creato un’immagine all’interno della quale sono codificate informazioni quali la data della notizia, le coordinate geografiche, l’autore dell’opera e la componente visuale basata sulla trasformazione della notizia in forme geometriche». La concorrenza è spietata, dice, ma il mercato offre ancora tanti spazi. Il suo obiettivo non è tanto il profitto quanto il lascito di un oggetto ai posteri: gli Nft sono una «navicella verso l’immortalità». «Per me – dice Gianmaria – vale il concetto del “lungo presente”: così come gli archeologici decodificano informazioni da reperti vecchi migliaia di anni, la nostra idea è trasferire informazioni che tra mille anni chi sarà su questo pianeta avrà la possibilità di decodificare».

Di tutt’altro avviso è Riccardo, docente di animazioni virtuali per il Politecnico di Torino. «Sono molto scettico sull’intero settore, Nft compresi», racconta. Da un lato, lo preoccupa l’impatto ambientale: i computer che macinano la tecnologia blockchain sono sempre più energivori. Dall’altro, sostiene che la logica di mercato resti la stessa che regola il mercato dell’arte attuale: «È completamente arbitrario, l’”opera” acquisisce valore solo nel momento in cui viene acquistata e quel che è peggio è che tu in quanto acquirente non la possiedi, non puoi dire che è tua, detieni invece il solo certificato di proprietà. Uno scontrino, insomma».

Successo e disciplina

La mancanza di regole e di paletti normativi è stato uno dei motivi per cui le criptomonete hanno generato fin dall’inizio tanto interesse. Con il successo, però, è arrivata anche la maggiore attenzione di enti regolatori internazionali. Da un approccio istituzionale indirizzato a scoraggiare la crescita degli asset digitali, si è passati a un improvviso e deciso tentativo di condurre il cripto-mercato verso canoni di compliance già riconosciuti. C’è un’ammissione implicita in tutto questo: la crescita del settore è ben più rapida del previsto e non rappresenta più un fenomeno di nicchia destinato a sgonfiarsi.

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Nel primo trimestre del 2022 Unione europea e l’OCSE hanno accelerato il processo normativo e la definizione di nuove procedure di cooperazione fiscale internazionale. L’obiettivo è incanalare le cripto-attività all’interno di un filone con regole simili a quelle della finanza tradizionale, così da proteggere il mercato dai rischi relativi al riciclaggio di denaro, al finanziamento del terrorismo, truffe e altre attività criminali. Gli interventi in corso sono tanti e profondi e potrebbero mettere in discussione alcuni concetti – come l’autoregolamentazione, l’anonimato e l’assenza di autorità di vigilanza – su cui si fonda l’intero settore.

Il più impattante, secondo gli esperti, sarà l’applicazione della cosiddetta travel rule, l’obbligo per banche e società finanziarie di conservare per diversi anni le informazioni che “viaggiano” (travel, in inglese) tra pagatori e beneficiari di una transazione. La regola obbliga i prestatori di servizi cripto a verificare le informazioni sul proprio cliente, a trasmetterle alla controparte e a renderle disponibili alle autorità competenti in caso di indagine. Ogni convenzione internazionale per la lotta al riciclaggio di denaro sporco e all’evasione fiscale si basa su regole di questo genere. Ma il sistema cripto è per sua vocazione anonimo e quindi ostile al tracciamento di pagati e pagatori.

Il caso-scuola di Tether

Come TerraUSD anche Tether è una stablecoin ancorata al valore delle monete reali. Un Tether equivale a un dollaro e la riserva in dollari deve coprire l’intera disponibilità dei Tether in circolazione. La procura generale di New York nel 2017 aveva aperto un’indagine nei confronti di Tether Ltd (registrata alle Isole Vergini britanniche) e Bitfinex (una piattaforma di scambi online), entrambe controllate dalla holding iFinex Inc. Secondo la procura newyorkese, Tether e Bitfinex avrebbero operato troppo spregiudicatamente, con grossi rischi per gli investitori, dichiarando false capitalizzazioni per 850 milioni di dollari fornite dalla banca panamense CryptoCapital, in seguito fallita. Le indagini avevano svelato che la Tether Ltd non aveva alcun accesso a finanziamenti bancari e che quindi la dichiarazione secondo cui la società deteneva sufficienti riserve in dollari era semplicemente falsa. Un anno fa, le parti hanno raggiunto un patteggiamento: 18,5 milioni di multa e il divieto di operare negli Stati Uniti.

Il 14 marzo scorso, il Parlamento europeo ha dato il primo via libera al regolamento MICAR (Market in Crypto-Asset Regulation), proposto a settembre 2020 dalla Commissione europea. Il testo è stato oggetto di significativi emendamenti da parte del Parlamento rispetto alla versione originale. Le più rilevanti andranno a equiparare le cripto-attività a strumenti finanziari, fornendo definizioni (cosa si intende per crypto, per operatore, per wallet, ecc.) e obblighi (registrarsi presso l’autorità nazionale, fornire linee guida sulla tutela dei consumatori, obblighi di trasparenza, requisiti minimi per l’emissione di token, ecc.). Prima di diventare operativo, il MICAR passerà per un successivo round di negoziazioni tra Commissione e Parlamento.

Infine l’OCSE. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico è in fase di progettazione di un sistema per lo scambio di informazioni tra autorità fiscali espressamente dedicato alle cripto-attività. In Italia è invece in fase di studio un regime fiscale che prevede anche un “criptocondono” per gli italiani che detengono criptovalute non ancora dichiarate.

Per gli amatori come Gianmaria, la questione è distinguere i professionisti dai ciarlatani e non farsi fregare dall’idea di soldi facili. La popolarità di una criptomoneta o di un sistema di blockchain non è per forza sinonimo di qualità nella sua componente tecnica. «Il problema è che ci sono dieci aziende che lavorano con tecnologie all’avanguardia e personale competente, che sono poi oscurate da altre mille aziende che si comportano in maniera opposta e screditano il sistema – ragiona -. Per me vale la logica del gioco d’azzardo: se investi 5 euro è un conto, se scommetti la casa di famiglia, allora, bisogna fare attenzione».

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Raffaele Angius
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Il mondo blockchain - Foto: Getty

In Ue 3mila ricerche sviluppano tecnologie con scienziati legati all’esercito cinese

In Ue 3mila ricerche sviluppano tecnologie con scienziati legati all’esercito cinese

Giulio Rubino

Algoritmi in grado di identificare una persona da come batte i tasti su una tastiera, nuove tecnologie di riconoscimento facciale, sistemi di navigazione per droni o per la guida di veicoli sottomarini super-veloci: sono solo alcuni esempi fra le centinaia di studi condotti da università italiane in partnership con atenei cinesi, e che potrebbero avere importanti applicazioni militari. L’allarme è già stato lanciato dalle agenzie di intelligence di tutta Europa che, soprattutto da quando gli Stati Uniti hanno cominciato a limitare l’accesso degli scienziati cinesi nel loro Paese, hanno rilevato come sia fortemente aumentata la quantità di collaborazioni accademiche fra Cina e Europa, specialmente su settori ad alta tecnologia e ancora relativamente nuovi: veicoli a guida automatica (sia droni che altro), intelligenze artificiali, tecnologie aerospaziali.

Ma in che cosa consiste di preciso il rischio? Secondo molti analisti quello più grande è che queste tecnologie finiscano direttamente per essere applicate dalle forze armate cinesi. Ma è altrettanto preoccupante che alcune di queste possano andare a rinforzare i sistemi di sorveglianza di massa che la Cina mette in campo nei suoi territori, e che sono uno strumento chiave nelle più gravi violazioni dei diritti umani che sistematicamente avvengono in quel Paese, in particolare contro le minoranze etniche.

Sebbene la consapevolezza della situazione si stia diffondendo, fino ad oggi i controlli sulle collaborazioni accademiche in Europa sono stati minimi. Anzi, afflitte da una costante carenza di fondi e di investimenti, le università di tutta Europa sono state più che pronte ad offrire una sponda alle ambizioni del gigante asiatico e solo recentemente alcuni Paesi stanno iniziando a rivedere il loro approccio.

Il progetto di inchiesta #ChinaScienceInvestigation, collaborazione fra undici testate giornalistiche europee, guidata dalla testata olandese Follow The Money e da Correctiv, ha infatti raccolto e analizzato oltre 350 mila studi scientifici condotti in partnership tra università cinesi ed europee, dal 2000 ad oggi.

Se la condivisione internazionale di conoscenze e tecnologie è un principio fondamentale della scienza stessa, riconosciuto dall’Unione europea che definisce il concetto di “open science” una priorità, una parte minoritaria ma importante dei 350 mila studi analizzati – quasi tremila – sono stati portati avanti assieme a scienziati e istituzioni direttamente legate alle forze armate cinesi, l’Esercito popolare di liberazione. Per la precisione sono stati individuati 2994 studi di questo tipo, ma la cifra reale è probabilmente più alta, dato che non è stato possibile determinare con certezza se alcune delle istituzioni cinesi in analisi siano o meno legate alle forze armate.

Ambizioni di potere

La tabella di marcia era stata delineata con precisione già sei anni fa. Al congresso dell’Associazione Cinese per la Scienza e la Tecnologia a Pechino, a maggio 2016, Xi Jinping prometteva che la Repubblica popolare cinese (Rpc) sarebbe diventata entro il 2020 uno dei Paesi più innovativi del mondo in ricerca e sviluppo entro il 2030, ed arrivare al centesimo anniversario della fondazione della Rpc, nel 2049, a essere riconosciuta come una potenza scientifica globale.

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Per decenni considerata poco più di un enorme serbatoio di manodopera a basso costo per produrre prodotti pensati in Occidente, oggi non c’è dubbio che le aspirazioni di Xi non solo appaiono realistiche, sono anche in gran parte già realizzate.

La strategia con cui la Cina sta perseguendo questo obiettivo si basa su tutta una serie di politiche, interne ed esterne. Internamente, e fin dall’inizio degli anni 2000, una serie di politiche industriali e fiscali hanno dato un forte impulso all’innovazione scientifica. Scrive Lorenzo Mariani, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), nel suo report L’Iniziativa Belt and Road e l’internazionalizzazione della potenza cinese in campo scientifico: il caso dell’Italia: «Nel 2019 la Cina è stato il primo Paese per numero di richieste di brevetti internazionali, con oltre 58.000 domande […] Il numero dei brevetti presentati alle autorità nazionali non è da meno: nel 2020 sono state registrate all’incirca 3,6 milioni di istanze di concessione. Recentemente il Paese ha superato gli Usa nel numero di articoli di ricerca prodotti, con il 19,9 per cento degli studi sottoposti a referaggio e pubblicati nelle riviste scientifiche a livello globale».

Lo stesso Mariani nota come, per quanto sul piano dei numeri sia già vicina all’obiettivo dichiarato da Xi nel 2016, il peso di questa immensa produzione è ancora relativamente basso, almeno a confronto delle ambizioni del colosso asiatico. Infatti: «L’impatto scientifico delle ricerche cinesi – scrive sempre Mariani – è ancora relativamente modesto, con uno standard di qualità inferiore a quello delle principali economie sviluppate.[…] Mentre negli Stati Uniti i brevetti universitari hanno tassi di commercializzazione tra il 40 e il 50%, quelli cinesi hanno un tasso di industrializzazione del solo 18,3%».

In questo quadro appare chiaro come il governo cinese ritenga fondamentali, tanto da investirvi significative risorse, le collaborazioni accademiche tra le università cinesi e quelle europee.

Dei circa tremila identificati, la maggior parte (2.210) sono stati fatti in collaborazione con la National University of Defense Technology, la principale università militare del Paese. Affiliata direttamente alla Commissione militare centrale, una delle più importanti istituzioni di tutta la Cina, la NUDT è una delle università più all’avanguardia, specialmente nei campi delle scienze informatiche, ottiche, delle comunicazioni e aerospaziali. Oltre alla NUDT, ai primi posti per numero di collaborazioni ci sono la Information Engineering University, che è direttamente dipendente dalle forze armate, e la China Academy of Engineering Physics, indirettamente anch’essa sotto il controllo della Commissione Militare Centrale, e famosa per le ricerche nel campo degli armamenti convenzionali, nucleari e laser.

Europa ventre molle

I primi 10 Paesi Ue per numero di collaborazioni in corso con istituti cinesi. L’inchiesta #ChinaScienceInvestigation ne ha rintracciati 2.994, di cui quasi la metà nel Regno Unito

Dal lato europeo, la maggior parte delle collaborazioni ha avuto luogo con università del Regno Unito, seguita da Olanda, Germania e Svezia. L’Italia, almeno secondo le ricerche fatte da questo consorzio, è al settimo posto nelle collaborazioni con istituzioni militari, con appena 123 studi. Eppure il nostro Paese è stato fra i primi ad aprire le porte agli scambi accademici con la Cina. Il primo accordo intergovernativo di cooperazione scientifica con la Cina è infatti del 1978, e secondo i dati del Miur, ci sono state 939 collaborazioni universitarie bilaterali fra i due Paesi solo fra il 2007 e oggi.

I timori delle intelligence europee

L’ampiezza delle collaborazioni fra università europee e cinesi è un argomento che negli ultimi anni ha destato grande preoccupazione nelle agenzie di intelligence di tutta Europa. Fra i primi a sottolineare il problema ci sono stati gli olandesi. Nel 2010 AIVD (Algemene Inlichtingen- en Veiligheidsdienst, i servizi segreti dei Paesi Bassi) ha lanciato pubblicamente l’allarme rispetto all’interesse cinese per le tecnologie europee, dichiarando che aveva già allertato aziende e università del rischio.

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I servizi belgi, similmente, hanno nel 2020 fatto esplicitamente fatto riferimento alla NUDT, segnalando come da quando gli Stati Uniti hanno irrigidito le regole d’accesso per studenti e università cinesi alle loro tecnologie, queste abbiano girato il loro interesse all’Europa. Nel febbraio di quest’anno, sia i servizi danesi sia quelli italiani hanno puntato il dito contro la Cina. La relazione annuale del Copasir infatti sottolinea come la presenza di scienziati e studenti cinesi nei nostri atenei sia in costante aumento, tanto tramite collaborazioni fra università, quanto tramite accordi quadro fra università e aziende private cinesi, specie quando tali aziende non possono essere considerate indipendenti rispetto al governo di Xi Jinping.

La questione, naturalmente, è molto politica: secondo il Copasir, «l’alleanza operativa inedita tra Cina, Russia e Iran» è uno degli elementi che porta a considerare la Cina come un «avversario strategico» del nostro Paese e l’atteggiamento sempre più assertivo di Pechino sul piano internazionale preoccupa il blocco atlantico, che vede una minaccia nelle ambizioni globali di Xi Jinping.

Al di là delle preoccupazioni di ordine geopolitico, però, c’è da considerare l’opportunità di sviluppare tecnologie assieme a un Paese che, specialmente dall’ascesa del presidente Xi, continua ad essere colpevole di innumerevoli violazioni di diritti umani. La repressione delle minoranze etniche, la persecuzione di attivisti e giornalisti indipendenti, lo sviluppo sempre più pervasivo di sistemi di controllo e repressione basati su tecnologie avanzate, come il sistema di credito sociale messo in piedi in alcune città, sono tutti elementi che lo scambio indiscriminato di tecnologia può aggravare notevolmente.

Cos’è e cosa fa il Copasir

Il CO.PA.SI.R. è il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, sostanzialmente l’organismo di vigilanza del Parlamento sui servizi segreti. La legge che regola il funzionamento del Copasir è la 124 del 30 agosto 2007, in particolare tra gli articoli 30 e 38. Il CO.PA.SI.R. è composto da 5 deputati e 5 senatori, ripartiti in maniera tale da garantire comunque la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni e nominati entro venti giorni dall’inizio di ogni legislatura dai Presidenti dei due rami del Parlamento.

Obbligo del segreto

I componenti del Comitato, i funzionari e il personale di qualsiasi ordine e grado addetti al Comitato stesso e tutte le persone che collaborano con il Comitato oppure che vengono a conoscenza, per ragioni d’ufficio o di servizio, dell’attività del Comitato sono tenuti al segreto relativamente alle informazioni acquisite, anche dopo la cessazione dell’incarico.

Organizzazione interna

Le attività e il funzionamento del Comitato sono disciplinati da un regolamento interno approvato dal Comitato stesso a maggioranza assoluta dei propri componenti. Ciascun componente può proporre la modifica delle disposizioni regolamentari.

Le sedute e tutti gli atti del Comitato sono segreti, salva diversa deliberazione del Comitato.

Le spese per il funzionamento del Comitato, determinate in modo congruo rispetto alle nuove funzioni assegnate, sono poste per metà a carico del bilancio interno del Senato della Repubblica e per metà a carico del bilancio interno della Camera dei deputati. Il Comitato può avvalersi delle collaborazioni esterne ritenute necessarie, previa comunicazione ai Presidenti delle Camere, nei limiti delle risorse finanziarie assegnate. Il Comitato non può avvalersi a nessun titolo della collaborazione di appartenenti o ex appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza, né di soggetti che collaborino o abbiano collaborato con organismi informativi di Stati esteri.

Il Comitato

Il Comitato è presieduto da un esponente dell’opposizione.

É eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti. Se nessuno riporta tale maggioranza, si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggiore numero di voti. In caso di parità di voti è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età.

É preventivamente informato dal Presidente del consiglio dei Ministri circa le nomine del direttore generale e dei vice direttori generali del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e dei direttori e dei vice direttori dei servizi di informazione per la sicurezza.

Anche su richiesta di uno dei suoi componenti, denuncia all’autorità giudiziaria i casi di violazione del segreto. Qualora risulti evidente che la violazione possa essere attribuita ad un componente del Comitato, il presidente di quest’ultimo ne informa i Presidenti delle Camere.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, su richiesta del presidente del COPASIR, espone, in una seduta segreta appositamente convocata, il quadro informativo idoneo a consentire l’esame nel merito della conferma dell’opposizione del segreto di Stato.

L’ufficio di presidenza, composto dal presidente, da un vicepresidente e da un segretario, è eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti.

Le funzioni

Controllo

Il Comitato verifica, in modo sistematico e continuativo, che l’attività del Sistema di informazione per la sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell’esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni.
È compito del Comitato accertare il rispetto di quanto stabilito dall’articolo 8, comma 1 (cioè che le funzioni attribuite al DIS, all’AISE [Agenzia informazioni e sicurezza esterna] e all’AISI [Agenzia informazioni e sicurezza interna] non possono essere svolte da nessun altro ente, organismo o ufficio), nonché verificare che le attività di informazione previste dalla legge 124 del 2007, svolte da organismi pubblici non appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza rispondano ai principi della presente legge.

Procede al periodico svolgimento di audizioni del Presidente del Consiglio dei ministri e dell’Autorità delegata, ove istituita, dei Ministri facenti parte del CISR, del direttore generale del DIS e dei direttori dell’AISE e dell’AISI.

Ha altresì la facoltà, in casi eccezionali, di disporre con delibera motivata l’audizione di dipendenti del Sistema di informazione per la sicurezza. La delibera è comunicata al Presidente del Consiglio dei ministri che, sotto la propria responsabilità, può opporsi per giustificati motivi allo svolgimento dell’audizione.

Il Comitato può ascoltare ogni altra persona non appartenente al Sistema di informazione per la sicurezza in grado di fornire elementi di informazione o di valutazione ritenuti utili ai fini dell’esercizio del controllo parlamentare
Può ottenere, anche in deroga al divieto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti, nonché copie di atti e documenti relativi a indagini e inchieste parlamentari. L’autorità giudiziaria può trasmettere copie di atti e documenti anche di propria iniziativa.

Può ottenere, da parte di appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza, nonché degli organi e degli uffici della pubblica amministrazione, informazioni di interesse, nonché copie di atti e documenti da essi custoditi, prodotti o comunque acquisiti.

Qualora la comunicazione di un’informazione o la trasmissione di copia di un documento possano pregiudicare la sicurezza della Repubblica, i rapporti con Stati esteri, lo svolgimento di operazioni in corso o l’incolumità di fonti informative, collaboratori o appartenenti ai servizi di informazione per la sicurezza, il destinatario della richiesta oppone l’esigenza di riservatezza al Comitato.

Al Comitato non può essere opposto il segreto d’ufficio, né il segreto bancario o professionale, fatta eccezione per il segreto tra difensore e parte processuale nell’ambito del mandato. Il Comitato può esercitare il controllo diretto della documentazione di spesa relativa alle operazioni concluse, effettuando, a tale scopo, l’accesso presso l’archivio centrale del DIS. Il Comitato può effettuare accessi e sopralluoghi negli uffici di pertinenza del Sistema di informazione per la sicurezza, dandone preventiva comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri.

Consultive

Esprime il proprio parere sugli schemi dei regolamenti previsti dalla legge, nonché su ogni altro schema di decreto o regolamento concernente l’organizzazione e lo stato del contingente speciale del personale. Il Comitato esprime, altresì, il proprio parere sulle delibere assunte dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica sulla ripartizione delle risorse finanziarie tra il DIS e i servizi di informazione per la sicurezza e sui relativi bilanci preventivi e consuntivi, nonché sul piano annuale delle attività dell’ufficio ispettivo.

Relazioni

Presenta una relazione annuale al Parlamento per riferire sull’attività svolta e per formulare proposte o segnalazioni su questioni di propria competenza.
Può trasmettere al Parlamento nel corso dell’anno informative o relazioni urgenti.
Entro il mese di febbraio di ogni anno il Governo trasmette al Parlamento una relazione scritta, riferita all’anno precedente, sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti. Alla relazione è allegato il documento di sicurezza nazionale, concernente le attività relative alla protezione delle infrastrutture critiche materiali e immateriali nonché alla protezione cibernetica e alla sicurezza informatica.

Un esempio su tutti, riportato da Mariani nel suo report è quello della tecnologia comprata dall’Italia dalle multinazionali cinesi Hikvision e Dahua. Tra il 2017 e il 2019 infatti sono state acquistate e installate telecamere di sorveglianza prodotte da queste aziende negli uffici di 134 procure, negli aeroporti di Roma e Milano, e anche negli uffici della Rai. Sempre da Dahua, all’inizio della pandemia, sono stati acquistati 19 termoscanner con tecnologia di riconoscimento facciale per monitorare Palazzo Chigi. Le tecnologie fornite da queste aziende sono però apparentemente usate anche in strutture di sorveglianza in Xinjiang, la provincia cinese dove la minoranza uigura è oppressa dal regime cinese. Se non bastassero le violazioni dei diritti umani, è stato successivamente provato che le telecamere fornite erano dotate di memorie secondarie, in grado di connettersi con server cinesi e trasmettere informazioni, «specifiche tecnologiche, queste, che non erano incluse nelle informazioni fornite ai clienti», riporta Mariani.

Ricerche oceanografiche

Molti degli studi analizzati e condotti in partnership con istituzioni militari cinesi hanno a che vedere con droni sottomarini, sensori sottomarini o ricerche su intelligenze artificiali a questi applicabili.

Naturalmente non si può tracciare un legame diretto fra questi studi e l’espansione cinese nel Mar Cinese Meridionale, ma è ragionevole vedervi un forte legame. A maggio 2017 la rivista specializzata in questioni militari Jane’s Defence Weekly, di proprietà dell’azienda di OSINT Janes Information Services, ha rivelato che l’azienda pubblica cinese China State Shipbuilding Corporation aveva pubblicato i dettagli di una “grande muraglia sottomarina”, un progetto commissionato dalle forze armate.

Il trend delle collaborazioni militari

Lo storico del numero di collaborazioni dell’esercito cinese con Paesi Ue

Almeno due degli studi analizzati sembrano avere direttamente a che fare con l’implementazione di questo progetto. Uno è stato condotta dalla NUDT assieme all’università di Eindhoven, in Olanda, e si tratta di una ricerca su sistemi di localizzazione di oggetti sott’acqua (i sistemi esistenti di GPS non funzionano sott’acqua). L’altro invece, fatto assieme al Politecnico di Milano, sembra avere implicazioni ancora più strettamente militari.

Si tratta di uno studio teso a migliorare i sistemi di navigazione per oggetti (probabilmente droni o siluri) sottomarini che usano la tecnologia della supercavitazione: generando uno strato di vapore o gas intorno all’oggetto si riduce l’attrito dell’acqua, permettendo all’oggetto di raggiungere velocità fino a 720 chilometri orari. La Russia ha già in uso dei siluri di questo tipo, gli Shkval VA-111. Anche in questi due esempi, come nella stragrande maggioranza di quelli analizzati, i finanziamenti sono arrivati dalla Cina.

La Cina è un’alternativa alla cronica carenza di fondi

Naturalmente, il problema di fondo che apre ogni porta alle collaborazioni con la Cina, è la costante mancanza di fondi per ricerca e sviluppo nelle università europee. Studenti e dottorandi cinesi portano con sé infatti considerevoli fondi dal loro Paese, un asset a cui è difficile che le nostre università rinuncino. L’aveva già denunciato sulle pagine del Corriere della Sera nel 2019 Antonio Tripodi, membro del senato accademico dell’università Ca’ Foscari di Venezia, che ha accusato il suo ateneo di autocensura su temi a cui Pechino è sensibile (come l’autonomia di Taiwan e del Tibet, aree sulle quali Pechino ha un forte interesse) per evitare di perdere le risorse che l’Italia non garantisce.

La situazione è la stessa in tutta Europa. La maggior parte dei paesi dell’Unione infatti ha continuato a tagliare i finanziamenti per università e ricerca per anni, mentre al contrario la Cina ha promesso un aumento costante del 7% all’anno per il periodo 2021-2025, con un aumento fino al 10% per settori particolarmente importanti.

Fra questa endemica debolezza e gli allarmi degli analisti è fin troppo semplice passare direttamente dall’ignorare la questione del tutto allo scivolare in una diffidente paranoia. «È una sfida cruciale per la nostra epoca – commenta Lorenzo Mariani -. È difficile capire cosa debba prevalere tra i valori su cui si fonda la cooperazione scientifica e le questioni di sicurezza che essa stessa genera. Si tratta piuttosto di una scelta politica: come devono comportarsi le democrazie al giorno d’oggi dove ci sono competitor diretti pronti a sfruttare a proprio vantaggio i benefici offerti dai valori democratici?».

CREDITI

Autori

Giulio Rubino

Editing

Lorenzo Bagnoli

In partnership con

Follow the Money e RTL Nieuws (Olanda)
Correctiv, Deutsche Welle, Deutschlandfunk e Süddeutsche Zeitung (Germania)
El Confidencial (Spain)
De Tijd (Belgium)
Politiken (Denmark)
IrpiMedia (Italy)
Neue Zürcher Zeitung (Switzerland)

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Quello che resta del progetto delle dighe di CMC in Kenya

Quello che resta del progetto delle dighe di CMC in Kenya

Lorenzo Bagnoli
Dauti Kahura

Il 22 luglio 2019 il ministro del Tesoro del Kenya, Henry Rotich, è stato arrestato con l’accusa di frode e corruzione. Secondo i magistrati del Kenya, insieme a un gruppo di funzionari ministeriali e di società pubbliche, avrebbe favorito l’assegnazione dell’appalto per la costruzione di due dighe al consorzio italiano tra la Cooperativa muratori e cementisti di Ravenna (CMC) e Itinera, società del gruppo Gavio, ancor prima che uno dei due progetti fosse approvato a livello governativo. Il prezzo delle due dighe nel progetto CMC sarebbe stato più alto del costo reale, di poco meno di 200 milioni di dollari. Il margine in più sarebbe andato a finanziare tangenti per Rotich e altri oltre che prestiti commerciali per un progetto che ancora non era stato approvato.

Secondo l’accusa, il contratto iniziale era stato discusso con un’autorità locale delle risorse idriche, poi si sarebbe intromesso il ministero guidato da Rotich, commettendo abuso d’ufficio in associazione con gli altri indagati: «Il Tesoro ha negoziato un accordo che ha aumentato il prezzo di circa 63 miliardi di scellini (circa 500 milioni di euro, ndr), 17 dei quali non necessari o da pagare in modo tempestivo, indipendentemente dalle prestazioni o dai lavori», si legge nel comunicato stampa della procura generale del Kenya con il quale è stato annunciato il mandato d’arresto per Rotich e altre 28 persone, compresi dei manager di CMC. Attraverso il suo avvocato Paul Ng’arua, Rotich ha fatto sapere al quotidiano locale Business Daily che la procura sta sbagliando a valutare la sua posizione, visto che non ha mai avuto voce in capitolo nel processo di assegnazione dell’appalto.

Se il processo si celebrasse in Italia, dentro l’accusa probabilmente ci sarebbe anche concussione, visto che Rotich e gli altri uomini del ministero hanno potuto esercitare pressione per assegnare i lavori proprio in virtù della loro veste da pubblico ufficiale. Nel diritto kenyota rientra dentro il concetto di corruzione.

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«Le indagini – prosegue il comunicato stampa – hanno stabilito che i funzionari governativi non hanno rispettato tutte le regole sugli appalti e hanno abusato del loro giuramento d’ufficio affinché il progetto andasse in porto. Sono state ignorate le procedure d’appalto previste dalla legge per assicurarsi che il contratto fosse ottenuto alla CMC di Ravenna». Fin dall’inizio, CMC e gli altri funzionari coinvolti in quest’indagine giudiziaria, incluso l’ex ministro Rotich, si sono dichiarati innocenti e hanno negato la ricostruzione dei fatti della procura.

L’azienda italiana non ha voluto rilasciare commenti, né rispondere alle domande in vista dell’uscita di questa serie di inchieste.

Le elezioni all’orizzonte

In Kenya si vota ad agosto di quest’anno e il processo per frode e corruzione, senza ombra di dubbio, ha una forte componente politica. Il principale accusato, l’ex ministro Rotich, è infatti un fedelissimo di William Ruto, l’attuale vicepresidente del Kenya. Con l’inizio dell’inchiesta è venuto a galla uno scontro sotterraneo che coinvolge i vertici dello Stato africano.

L’attuale presidente, Uhuru Kenyatta, è arrivato alla scadenza del secondo mandato consecutivo, il limite massimo stabilito dalla Costituzione del Paese, quindi dovrà lasciare il posto. Invece che sostenere la corsa del suo vice, però, Kenyatta a febbraio 2022 ha deciso di sostenere quello che è stato per anni il suo rivale, Raila Odinga.

Uhuru Kenyatta è il figlio del primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta; Raila Odinga invece è figlio di Oginga Odinga, che di Jomo Kenyatta fu il vicepresidente.

I Kenyatta e gli Odinga sono due delle famiglie più influenti del Kenya, esponenti di una sorta di aristocrazia del Paese, nata al momento della sua indipendenza nel 1964 (per quanto alle origini lo spirito del nuovo Kenya fosse anti-imperialista e Jomo Kenyatta avesse una formazione comunista, il sistema fino al 1990 è stato monopartitico). Dopo la morte dei genitori, Uhuru e Raila si sono trovati sempre su barricate opposte, a contendersi le sorti del Paese. Al contrario, William Ruto è un uomo di origini molto più umili ed è entrato in politica da militante “di strada”. L’allenza tra i due si è costituita per le elezioni del 2013.

Il procedimento giudiziario contro Rotich ha esacerbato la contrapposizione esistente: da un lato le famiglie “tradizionali”, dall’altro l’outsider che è entrato (ormai da anni) nell’establishment politico del Paese. Entrambi i poli si accusano reciprocamente di corruzione e l’indagine sulle dighe di CMC è il principale guaio giudiziario con il quale Ruto e i suoi hanno a che fare in questo momento.

Le tensioni etniche in Kenya

Le elezioni del 2007 ebbero un esito incerto: i contendenti, Raila Odinga (lo stesso che corre nel 2022) e Mwai Mbeki, sostenevano entrambi di avere vinto. Durante gli scontri tra gruppi etnici a sostegno dell’uno e dell’altro candidato che si verificarono dopo le diverse proclamazioni, morirono circa 1.200 persone. Gli sfollati furono 600 mila. Alla fine a vincere fu Mbeki, candidato di etnia kikuyu. Nell’altro schieramento, invece, stava William Ruto, sostenitore del perdente Raila Odinga. I due finirono imputati in un processo della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità (ne uscirono entrambi assolti, Kenyatta nel 2014 e Ruto nel 2016).

Erano entrambi accusati di aver organizzato dei raid per colpire i gruppi etnici rivali: Kenyatta i luo, Ruto i kikuyu. Per Kenyatta c’era anche l’accusa di essersi messo in contatto con un’organizzazione criminale kikuyu, i Mungiki, affinché colpissero i sostenitori di Odinga. Nel governo di “unità nazionale” che ne uscì in seguito, sia Kenyatta sia Ruto ebbero un ruolo: Ruto ministro, Kenyatta vice di Mbeki.

L’esasperazione degli aspetti etnici è sempre stata una delle fonti delle crisi politiche del Kenya. Diventa l’alternativa a sostanziali differenze di programma e l’adesione al partito corrisponde a un’affermazione della propria identità. In particolare da dopo il 2007, a ogni elezione si ripresenta il tema delle rivendicazioni sulla base del proprio gruppo di appartenenza, che spesso sono sfociate in episodi di violenza (mai brutali quanto nel 2007). L’alleanza tra Ruto e Kenyatta è stata funzionale per quest’ultimo a conquistarsi il sostegno dei kalenjin, gruppo etnico a cui appartiene Ruto.

La base elettorale più forte dei kalenjin sta proprio nella zona della Rift Valley, luogo dove era prevista la costruzione delle dighe.

L’indagine è arrivata a confezionare il mandato d’arresto in meno di un anno, ma, dopo Rotich, non ha più colpito altri nomi eccellenti della politica kenyota. Sul fronte degli imputati italiani, Paolo Porcelli, confermato nel luglio 2020 quale direttore generale di CMC, a luglio 2019 è stato dichiarato «latitante» dalla Direzione della pubblica accusa (Dpp), una sorta di procura generale del Kenya. Pandemia e interessi politici hanno rallentato il procedimento penale, che è arrivato in aula solo a marzo 2022. Nonostante le richieste di scarcerazione, il ministro Rotich resta in carcere, mentre CMC in Italia sta gestendo un concordato con il tribunale di Ravenna.

L’azienda – che conta oltre 5.400 dipendenti – si trova da anni in una difficile situazione economica che ha allungato la lista dei suoi creditori. Per evitare di finire in bancarotta, ha chiesto al tribunale di Ravenna di poter ottenere il riconoscimento di questo strumento giudiziale che serve a tutelare sia l’azienda, sia i suoi creditori (lavoratori in primis) evitando il fallimento. Attraverso il concordato preventivo, l’azienda s’impegna a restituire quanto dovuto perché ritiene che ci siano le condizioni per incassare a sufficienza. Nel caso di CMC, però, causa pandemia il piano è già in ritardo di cinque mesi.

A complicare ulteriormente la situazione, a marzo 2021 la procura di Ravenna ha aperto un fascicolo per falso in bilancio contro CMC: l’ipotesi è che la dirigenza della cooperativa abbia aggiustato i conti 2016 e 2017 vantando crediti inesistenti o quasi e prevedendo introiti che non c’erano allo scopo di preparare la richiesta di concordato depositata nel 2018.

Anche su questo CMC ha preferito non commentare.

In Kenya, il processo sulle dighe avrà certamente un effetto diretto sullo scenario politico locale (per quanto sia difficile stabilire se una sentenza arriverà prima del voto di agosto). Altra conseguenza probabile sarà la cancellazione, almeno temporanea, dei progetti per realizzare i due impianti.

Alle origini della saga delle dighe

Arror significa «il fiume che scorre rumorosamente» in lingua markweta, uno degli idiomi parlati dalla comunità kalenjin, tra le più numerose in Kenya. La parola dà il nome a un paese che sorge vicino al letto del fiume Kerio, in una delle zone più verdi e ricche di acqua dell’intero Kenya. Insieme a Kimwarer, un’ottantina di chilometri più a sud lungo il corso del fiume, è il luogo sul quale avrebbe dovuto sorgere la diga di CMC. Entrambe le dighe da un lato avrebbero dovuto produrre energia idroelettrica, dall’altro contribuire a irrigare i campi. CMC si è aggiudicata le gare d’appalto nel marzo 2015. Ad Arror e Kimwarer, però, sono rimasti solo i resti di cantieri ormai dismessi e nessuna diga, nonostante per anni si sia cercato di costruire impianti per l’energia idroelettrica lungo la valle del Kerio.

La prima volta che il fiume Arror è stato identificato come potenziale fonte di energia idroelettrica era il 1983. Se ne trova traccia in una nota a piè di pagina di un rapporto della Banca Mondiale che riguardava un’altra serie di lavori del genere, lungo il fiume Tana. Tra anni dopo, nel 1986, il quotidiano kenyota The Nation riportava la notizia di un progetto ad Arror da circa 3,5 milioni di dollari. Una cifra incomparabilmente più bassa di quella attuale, eppure i fondi non sono mai arrivati è quel progetto è rimasto lettera morta. È stato il primo di una serie.

Più del 50% dell’elettricità del Kenya proviene da centrali idroelettriche, fonte primaria di energia seguita dal fossile. La Rift Valley, l’area geografica dove si trovano Arror e Kimwarer, è il secondo bacino produttivo del Paese. Secondo il think tank Energy for Growth Hub, «il Kenya ora può produrre significativamente più energia di quella che consuma». Nel 2019 la popolazione che ha accesso all’elettricità è quasi il 70%, una quota raddoppiata rispetto al 2014. Dal 2012 in avanti la Banca Mondiale, per risolvere la situazione, ha cominciato a proporre strumenti di finanziamento con capitale pubblico-privato per avviare progetti che rinforzassero l’infrastruttura energetica del Paese. Questo stesso sistema avrebbe dovuto finanziare anche le due dighe di Arror e di Kimwarer.

In quel contesto nasceva anche il piano di sviluppo del Kenya Vision 2030, ancora oggi il libro dei sogni che contiene i progetti di sviluppo del Paese immaginati da un board di funzionari pubblici e attori privati designato inizialmente da Mwai Kibaki, il predecessore di Uhuru Kenyatta alla presidenza del Kenya. Sia Kibaki, sia Kenyatta hanno investito molto in opere infrastrutturali (strade prima di tutto).

Nonostante la sovrapproduzione di energia odierna, in Kenya persistono enormi problemi di approvvigionamento. Secondo le stime riportate dallo studio del 2021 A comprehensive review of energy scenario and sustainable energy in Kenya di tre ricercatori dell’Università di Cape Coast, in Ghana, l’interruzione nel flusso della corrente elettrica costa alle aziende kenyote circa 54 mila dollari al mese. Tanto per i fatturati delle aziende del Kenya.

Proprio per far fronte alla crisi di allora, nel 2009, il Parlamento del Kenya aveva ripreso in mano l’ipotesi di una diga ad Arror il cui studio di fattibilità era stato assegnato a una società italiana. Dall 1986, secondo quanto ha riportato al parlamento il ministro delle Risorse idriche di allora, il costo del progetto era aumentato di 29 volte. A partire dal 1994 sono state aggiunte alla lista dei progetti per la valle del Kerio altre undici dighe di piccole dimensioni. Di quella di Kimwarer, però, ancora non si faceva menzione. È entrata nel novero dei progetti per la produzione idroelettrica solo anni dopo: nel 2012 è stato condotto un primo studio di fattibilità e nel 2014 il progetto è stato inserito nel “National Water Master Plan 2030“, capitolo delle risorse idriche di Kenya Vision 2030.

L’impegno dell’Italia

A luglio 2015 Matteo Renzi, allora primo ministro, si trovava in Kenya in visita ufficiale. Era il suo secondo viaggio in Africa, in due anni. Gli sbarchi dei migranti in Europa e la minaccia del terrorismo su scala globale erano i principali argomenti dell’agenda internazionale. Per l’Italia rendere più stretti i legami con le potenze regionali africane, come il Kenya, era una priorità.

In cambio di una maggiore impegno a garantire la stabilità del continente, Renzi portava sul tavolo investimenti italiani in Kenya. Investimenti in cambio di maggiore attenzione al tema dei migranti e del terrorismo internazionale è stato un genere di scambio molto in voga a partire dal 2015. Il quadro di Kenya Vision 2030 e la carenza di centrali idroelettriche presentavano il contesto favorevole per uno scambio del genere.

Il progetto annunciato in quel contesto, però, non è né quello di Kimwarer, né quello di Arror. È un terzo progetto, la diga di Itare, da realizzarsi non allo scopo di produrre energia elettrica, ma di garantire l’accesso all’acqua alla popolazione della provincia di Nakuru, nel cuore del Kenya. Non è toccato dall’indagine del Dpp, ma rientra nella logica di penetrazione nel Paese di CMC. Un accordo per la realizzazione del progetto già esisteva dall’agosto dell’anno precedente, ma dopo la visita di Renzi si è trovato anche un sistema per finanziarlo: «In occasione della missione del premier Matteo Renzi in Kenya, SACE, Intesa Sanpaolo e BNP Paribas annunciano la finalizzazione dell’operazione di finanziamento del progetto della diga di Itare, del valore complessivo di 306 milioni di euro, realizzato da CMC-Ravenna per conto del National Treasury keniota», scriveva in un comunicato stampa la SACE, la società controllata dal Ministero delle Finanze che assicura le aziende italiane all’estero. È la benedizione italiana per l’ingresso di CMC nella costruzione delle dighe in Kenya.

Un tratto del fiume Kerio, in Kenia - Foto: idfied/Shutterstock

Un tratto del fiume Kerio, in Kenia – Foto: idfied/Shutterstock

Oggi anche il progetto di Itare è fermo. A ottobre 2021, 40 mezzi che erano stati acquistati da CMC sono stati messi all’asta. La cooperativa di Ravenna si lascia poi alle spalle altri contenziosi aperti con dei subappaltatori locali. L’azienda di costruzioni italiane non ha però voluto rispondere alle domande sul perché anche quel progetto sia stato abbandonato.

CMC, dal canto suo, già in una nota del 2019 per il ministero degli Esteri italiano lamentava «carenze progettuali dei documenti di contratto», «una diversa e più sfavorevole e imprevista conformazione geologica» e «il sistematico pagamento in ritardo delle fatture emesse che è culminato in settembre 2018 in ritardi di portata tale da avviare la sospensione dei lavori sulla diga di Itare». La società chiedeva alle autorità del Kenya di garantire un flusso di cassa adeguato per riprendere con i lavori, ma questa situazione non si è mai verificata. Attraverso i due progetti la cooperativa italiana in tutto ha incassato circa 67 milioni di euro, una cifra insufficiente a coprire i lavori, anche a causa del buco di bilancio provocato soprattutto da commesse mai liquidate del tutto in Italia.

La situazione dei suoi conti ricorda quella di Condotte o Astaldi, due gruppi di costruzione di primo livello finiti in amministrazione controllata. Vista la crisi in Italia, CMC nel bilancio 2018 indicava il 73% degli appalti in lavorazione all’estero. Nel bilancio 2020 CMC indica anche un arbitrato internazionale in corso alla Camera di commercio internazionale con il Kenya, provocato proprio dal contenzioso sulle dighe. CMC chiede la restituzione di 124 milioni di dollari alla Kerio Valley Development Authority (KVDA), l’autorità che le ha assegnato la realizzazione delle dighe. «L’arbitrato è in fase di avvio e si presume possa finire nell’ultimo trimestre 2022 o primo semestre 2023», si legge nel bilancio consolidato del 2020.

La valle del Kerio

The Elephant, giornale online partner di IrpiMedia in questa inchiesta, ha visitato la valle del Kerio nell’ottobre 2020. La valle si distende tra due gruppi gli altipiani per circa 80 chilometri. È un paradiso verdeggiante, dove si coltivano avocado, mango, papaya, miglio, sorgo e altre graminacee. Il suo centro più famoso è Iten, città che ha dato i natali a diversi maratoneti del Kenya.

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La diga di Arror sarebbe dovuta sorgere tra i villaggi di Hossen e Kipsaiya. La Kerio Valley Development Authority (KVDA), l’autorità che gestisce le risorse idriche della regione, aveva promesso a 900 famiglie della regione, a cui aveva sottratto terreni per realizzare l’impianto, una compensazione di 52 milioni di dollari. Secondo un articolo del quotidiano Business Daily di gennaio 2022, ancora nessuno ha ricevuto quanto promesso. «Non è stata costruita alcuna diga – racconta a The Elephant Salome Chebet, una residente -. È stata una truffa: l’unica opera realizzata è stato un container trasformato in ufficio». Nemmeno di quello c’è più traccia. «Con il senno di poi – prosegue – è un bene che la diga non sia mai stata costruita. Nessuno la vuole più, è il risultato di una presa in giro, una truffa politica di persone che abbiamo eletto e che dicevano di rappresentare i nostri interessi».

Tutti gli esponenti della KVDA sono stati indagati. Tra loro ci sono anche senatori, governatori e politici locali. Chebet li ricorda quando venivano a vendere la diga immaginaria, un progetto avveniristico che avrebbe dovuto risolvere sia il tema dell’irrigazione, sia quello dell’elettricità. Tracce di queste dichiarazioni si trovano anche in discorsi pubblici: «Prima di tutto, permettetemi di dire che i progetti di sviluppo della diga di Arror e Kimwarer sono progetti faro della Kenya Vision 2030», ha dichiarato un senatore, Kipchumba Murkomen, durante una seduta parlamentare in cui aggiornava l’aula dello stato di avanzamento del progetto, nel febbraio 2019. «Nell’ambito dei progetti Arror e Kimwarer, si prevede che oltre quattromila ettari di terra nella valle di Kerio saranno adeguatamente irrigati. Attraverso il progetto, ci sarà la generazione di 80 megawatt di energia idroelettrica per la produzione, la fornitura di acqua pulita per 80.000 famiglie e bestiame; e il sostegno alle iniziative di conservazione dei fiumi Arror e Kimwarer», ha aggiunto.

A Kimwarer è difficile anche trovare le tracce del cantiere oramai scomparso. Gli unici segni sono dei fori di perforazione di piccolo diametro conficcati nel terreno dove si sarebbe dovuto allestire il campo base dei lavoratori. Vincent Kiprop, del vicino villaggio di Tulwobei, ricorda come le delegazioni di pubblici ufficiali venissero spesso da quelle parti prima del lancio del progetto per rincuorare la popolazione. «Poi hanno smesso improvvisamente – aggiunge – e lo scandalo che ne è seguito ha spaventato la gente del posto. Ci si chiedeva: com’è possibile che nostri stessi leader possano cospirare per fregarci?».

Le conversazioni con gli altri locali seguono lo stesso spartito. Arror o Kimwarer, non fa differenza: con i progetti ormai abbandonati, resta solo una grande rabbia. Il clima è quello dell’antipolitica che conosciamo in Europa: non c’è alcuna fiducia nei confronti dei propri rappresentanti, né nella possibilità di investire sul territorio. Il loro sospetto è che i soldi delle dighe serviranno in realtà a pagare la campagna elettorale dei politici che correranno nella regione della Rift Valley e in particolare nella provincia di Elgeyo Marakwet. Eppure dal 2007 la lotta alla corruzione è uno degli argomenti cardine delle campagne elettorali, soprattutto nelle aree rurali.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Dauti Kahura

In partnership con

The Elephant

Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino (IrpiMedia)
Patrick Gathara (The Elephant)

Foto di copertina

Un tratto del fiume Kerio
(idfied/Shutterstock)

Con il sostegno di

Journalism Fund – Money Trail Grants

Un tratto del fiume Kerio, in Kenia - Foto: idfied/Shutterstock

Il problema dell’Europa con le navi che scaricano acque oleose in mare

Il problema dell’Europa con le navi che scaricano acque oleose in mare

Riccardo Coluccini

Capita spesso che le pompe che sbucano dalle fiancate di una qualunque nave mercantile oppure quelle che stanno immerse sotto la linea di galleggiamento sparino d’improvviso in mare dei potenti getti d’acqua. Per quanto non sia un’operazione a cui si assiste spesso, a vedersi sembra una manovra di routine. In realtà a volte si tratta di un’attività illegale per la quale è molto difficile colpire i colpevoli e a valutarne i danni, soprattutto in Europa.

Gli sversamenti illegali sono «un segreto di Pulcinella, li conoscono tutti. Anche sulla mia nave si facevano e ci si comportava come fosse tutto normale», racconta Honey Sharma, ex terzo ufficiale di bordo della petroliera Isola Celeste che nel 2017 si è trasformato in informatore della Guardia costiera degli Stati Uniti. Operazioni del genere diventano illegali quando avvengono in certe zone e l’acqua scaricata in mare supera certi livelli di contaminazione: nella migliore delle ipotesi, da batteri e microrganismi che possono impattare sull’ecosistema marino; nella peggiore, da oli lubrificanti e idrocarburi o un mix di acqua e sostanze oleose.

I liquidi inquinanti potrebbero provenire dalla sala macchine o dai serbatoi di zavorra, grossi recipienti usati per stabilizzare l’assetto della nave quando viaggia senza carico; oppure potrebbero essere stati impiegati per pulire le cisterne che contengono il petrolio. Queste acque reflue prodotte durante la navigazione avrebbero delle precise regole di trattamento che però spesso non vengono seguite dagli equipaggi, per abbattere i costi e stare nei tempi contingentati imposti dagli armatori.

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L'inchiesta in breve
  • EMSA, l’agenzia europea per la sicurezza marittima, gestisce un servizio di immagini radar satellitari, CleanSeaNet, in grado di individuare sulla superficie del mare potenziali sversamenti di acque contaminate da idrocarburi. A fronte di oltre settemila segnalazioni all’anno, il numero di casi sanzionati rimane basso. La ong SkyTruth ipotizza che i casi siano quasi tremila all’anno (330 tra luglio 2020 e dicembre 2021).
  • I numeri dei potenziali sversamenti sono sottostimati: i satelliti non monitorano ogni istante tutte le acque europee ma riescono a scattare istantanee una o due volte al giorno di piccole porzioni. Secondo i whistleblower è più probabile che gli scarichi vengano fatti di notte quando la visibilità ridotta rende più difficili le verifiche alle autorità.
  • Farla franca è facile per chi è a bordo delle navi: i registri cartacei su cui vanno registrate le quantità di oli trasferiti a bordo e processati per la corretta consegna nei porti sono facilmente falsificabili, come confermato da whistleblower e aziende che offrono strumenti di registri elettronici.
  • La possibilità di trovare i colpevoli dipende molto dalle tempistiche: entro tre ore dalla segnalazione c’è una maggiore probabilità di individuare ancora le sostanze, ma le autorità dei vari stati membri comunicano pochi dati sulle proprie attività e lasciano pensare che non sia sempre possibile effettuare una corretta verifica.
  • Secondo i ricercatori anche in piccole quantità, le acque che contengono tracce di idrocarburi possono causare danni ai microrganismi presenti nell’ambiente marino e ciò ha effetti indiretti su tutti gli esseri viventi.

Nel 2017 Sharma ha assistito, dalla sua nave, almeno tre volte allo scarico delle acque di zavorra contaminate da olio idraulico. Il liquido – un olio non particolarmente viscoso, che sparisce di solito in circa 48 ore – era fuoriuscito per un malfunzionamento del sistema di pompaggio della nave. Sharma ha documentato questi episodi con foto e video e ha contattato la Guardia costiera statunitense perché alcuni sversamenti sarebbero avvenuti nelle acque di loro competenza. Ha aggiunto che casi simili si sarebbero verificati anche nella riserva marina di Sint Eustatius, isola caraibica sotto la giurisdizione dei Paesi Bassi, e nel Mediterraneo.

«Invece di scaricare quest’acqua di zavorra in mare, avremmo potuto darla all’impianto di terra semplicemente collegando dei tubi, ma ci avrebbero fatto pagare lo scarico e avremmo dovuto dichiarare che c’era una perdita o che abbiamo dei problemi sulla nave», ha raccontato Sharma in una videointervista a IrpiMedia.

Oggi Sharma non lavora più nel settore marittimo: dopo essersi rifiutato di scaricare acque oleose e aver segnalato il problema, il suo contratto di lavoro è stato rescisso. Le aziende che si occupano di reclutare gli equipaggi gli hanno fatto capire che il suo nome non era più il benvenuto nel mondo marittimo. «La motivazione che mi ha spinto a segnalare è stata la chiara violazione della legge», ha spiegato. Nonostante il suo sacrificio, la Guardia costiera statunitense non ha trovato prove sufficienti durante l’indagine aperta ai danni della Isola Celeste e i registri di bordo non sono più disponibili.

L’inchiesta collaborativa

L’organizzazione non profit olandese Lighthouse Reports (LHR) ha coordinato questa inchiesta internazionale a cui partecipano, insieme a IrpiMedia, Deutsche Welle, Expresso, El Diario, BIRN, Libertatea, Trouw, The Guardian, Jutarnji List. L’inchiesta è scaturita da una richiesta di accesso agli atti all’Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA) attraverso cui i giornalisti hanno potuto vedere migliaia di segnalazioni agli Stati membri in merito a presunti sversamenti illeciti in mare.

Modelli a confronto: whistleblower vs satelliti

La capacità di individuare e sanzionare i colpevoli dipende moltissimo dal quadro legislativo di ogni singolo Paese. Nel caso degli Stati Uniti, la Guardia costiera può ricevere segnalazioni da parte di chi si trova a bordo delle navi così da poter fornire anche prove fotografiche di quanto avvenuto. Segnalare potenziali illeciti sulle navi – diventare quindi un whistleblower – in America è incentivato dall’Act to Prevent Pollution from Ships (APPS), la Legge per prevenire l’inquinamento causato da navi. Nata per adeguarsi alla MARPOL (Marine Pollution) – ossia la Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato dalle navi sottoscritta negli anni Settanta – la legge prevede per il segnalante un compenso fino al 50% delle sanzioni monetarie che il governo degli Stati Uniti riceve dai colpevoli.

La convenzione MARPOL

Secondo la Convenzione internazionale per la prevenzione dell’inquinamento causato da navi (MARPOL), le sostanze e i residui di idrocarburi e oli lubrificanti devono essere raccolti e inseriti in un apposito serbatoio sulla nave, devono essere indicati all’interno di un registro dedicato, e possono essere filtrati attraverso un apposito sistema che riesce a separare l’acqua dagli oli presenti (riducendo la concentrazione sotto le 15 parti per milione) e solo a quel punto l’acqua così ripulita può essere scaricata in mare.

Per le petroliere, inoltre, ci sono misure aggiuntive: è vietato scaricare sostanze provenienti dai serbatoi di carico se si trovano nelle cosiddette aree speciali come il mar Mediterraneo, il mar Baltico, il mar Nero e le acque europee a nord ovest, e per le acque che contengono idrocarburi o mix di oli è consentito lo scarico solo a più di 50 miglia nautiche (circa 92 km) dalla costa, sempre fuori dalle aree speciali, e solo se il contenuto di oli non supera i 30 litri ogni miglio nautico—è quasi come versare il contenuto di una tazzina di caffè per ogni metro, è davvero difficile che si crei una chiazza sulla superficie dell’acqua visibile da satellite.

I risultati di questo approccio si vedono: decine di sentenze negli Usa hanno dato un nome a comandanti, ufficiali e aziende armatrici e gestori delle navi su cui sono avvenuti sversamenti di liquidi inquinanti che non seguono le procedure imposte dall’APPS. Tra queste c’è il caso di una compagnia italiana, la d’Amico Shipping Italia S.p.A. che nel 2019 ha ammesso che tra l’agosto 2014 e gennaio 2015 a bordo della Cielo di Milano venivano utilizzati sistemi per scaricare direttamente in mare le acque oleose, passando direttamente per il serbatoio dei liquami e falsificando il registro di bordo su cui devono essere registrati gli oli minerali. Per farlo, gli ingegneri a bordo della Cielo hanno bypassato i sistemi di filtraggio e monitoraggio dell’inquinamento. Nemmeno le sentenze statunitensi, tuttavia, possono chiarire quale sia l’effettiva conseguenza ambientale degli sversamenti.

In Europa non esiste un sistema di ricompense per i whistleblower. Il monitoraggio dei mari è affidato alle fotografie satellitari analizzate dall’Agenzia europea per la sicurezza marittima (EMSA) – organizzazione dell’Ue che si occupa di sicurezza marittima, sia sul piano ambientale, sia sul piano degli incidenti sul lavoro – la quale delega poi le guardie costiere degli Stati membri per gli interventi sul luogo degli sversamenti sospetti.

Il servizio offerto da EMSA si chiama CleanSeaNet (CSN) ed esiste dal 2007. Si tratta di un sistema di immagini radar raccolte da tre diversi sistemi satellitari: SENTINEL-1A/B, RADARSAT-2 e TERRASAR-X. Le immagini sono poi disponibili entro 20 minuti alle varie guardie costiere delegate a effettuare la verifica sul posto e a comminare eventualmente delle sanzioni a chi non ha rispettato le regole. A corredo delle immagini satellitari, EMSA produce anche dei report con informazioni che riguardano le condizioni meteo e del mare al momento dell’evento sospetto, oltre agli identificativi delle imbarcazioni nei paraggi e la loro rotta.

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Il sistema CSN riconosce le sostanze in mare attraverso l’intensità con la quale i segnali radar vengono riflessi dalla superficie del mare. Infatti quando sono presenti delle sostanze, il segnale che torna indietro ha un’intensità diversa da quella di partenza. L’immagine fornita dal satellite a quel punto avrà una macchia più scura in corrispondenza della sostanza sospetta. Se ci sono navi nei paraggi appariranno come dei puntini bianchi.

«Dalla sua implementazione, il servizio CleanSeaNet è stato un elemento prezioso nella catena di rilevazione e contrasto dell’inquinamento marino», ha spiegato EMSA. Il sistema CSN prevede una verifica in due passaggi: c’è un algoritmo che seleziona e cataloga le immagini satellitari dei presunti sversamenti, poi un impiegato EMSA conferma e invia le segnalazioni agli Stati membri. Il risultato finale è una segnalazione catalogata di tipo A o di tipo B: le prime hanno un’alta probabilità di essere sostanze oleose mentre le secondo una probabilità più bassa. In media, dai dati che IrpiMedia ha potuto analizzare, le segnalazioni A sono intorno al 50-60% del totale.

Nei documenti annuali che EMSA fornisce a tutti gli utenti del sistema CSN, l’agenzia sottolinea l’aumento del numero di possibili sversamenti individuati a partire dal 2018. Questi documenti sono stati ottenuti da LHR tramite una richiesta di accesso agli atti. Da 6.100 si è passati agli oltre 7.600 del 2020. Numeri «bassi» che non dovrebbero far preoccupare perché si riscontra una riduzione delle rilevazioni per milioni di chilometri quadrati, secondo l’agenzia: da 5,58 casi ogni milione di km2 nel 2019 si è passati a 4,96 nel 2020. Questo però a fronte di un aumento del 19% dell’area ricoperta rispetto al 2019: nel 2020 EMSA monitora circa 1546 milioni di chilometri quadrati.

L’agenzia europea è tuttavia consapevole dei rischi: le sostanze oleose sversate illegalmente in mare «possono produrre cambiamenti significativi nella distribuzione delle specie, nelle dimensioni della popolazione e nella migrazione; inoltre gli eventi di inquinamento, come le fuoriuscite di petrolio, possono anche avere effetti drammatici sull’economia delle aree colpite», ha spiegato EMSA a LHR e IrpiMedia.

Gli alert dei potenziali sversamenti nel mondo

La mappa mostra le segnalazioni inviate nel 2020 da EMSA tramite il suo servizio CleanSeaNet. Oltre alle acque degli stati europei costieri, CSN copre anche le acque di Islanda, Norvegia, Turchia, Montenegro e le regioni francesi d’oltremare. L’intervento delle autorità costiere degli stati membri è fondamentale per verificare la natura della sostanza presente sull’acqua. Su oltre 7.600 segnalazioni, solo in 2.658 casi EMSA ha ricevuto un feedback dagli stati: oltre a petrolio e suoi derivati, le chiazze sul mare possono essere dovute a oli animali, fenomeni naturali, alghe o anche essere dei falsi positivi per cui non si è trovato nulla sulla superficie, per i rimanenti invece EMSA non ha ricevuto riscontri visivi dagli Stati membri
Gli alert dei potenziali sversamenti nel mondo

EMSA sottolinea che il CSN non ha la certezza assoluta che ciò che rileva sia uno sversamento di sostanze illegali. In diversi casi potrebbero esserci infatti dei “falsi positivi”, dovuti ad esempio alla presenza di alghe o altri fenomeni naturali che interferiscono con il radar, oppure la quantità di sostanza scaricata può rientrare nei limiti concessi dalla Convenzione MARPOL. Inoltre, anche gli agenti atmosferici interferiscono nella raccolta delle immagini: condizioni di vento troppo basso o troppo forte rischiano di compromettere l’immagine raccolta. Come se non bastasse, qualora fosse confermata la presenza di una sostanza potrebbe trattarsi persino di oli animali o vegetali: per questo motivo EMSA ricorda che è sempre fondamentale l’intervento delle autorità dei singoli Stati per verificare di cosa si tratta.

L’ipotesi di SkyTruth: tremila casi all’anno

La prontezza nella verifica di queste informazioni è fondamentale per l’efficacia di questo sistema. In diversi report annuali degli utenti del sistema CSN, l’EMSA sottolinea l’importanza di validare la presenza di sostanze entro tre ore dalla segnalazione: se si interviene più tardi, le sostanze potrebbero essersi già dissolte in acqua e non essere più visibili a occhio nudo. All’EMSA è stato comunicato che nel 2019 circa il 30% delle segnalazioni inviate da CleanSeaNet alle autorità marittime degli Stati membri è stato verificato sul posto. Di queste, solo il 5% è stato verificato entro tre ore dall’invio della segnalazione e nel 42% dei casi c’era effettivamente una sostanza sul mare: sia essa idrocarburi o oli vegetali. Solo un centinaio di casi sono stati quindi confermati entro tre ore, su oltre settemila segnalazioni (nel 2017 le segnalazioni annuali erano circa duemila).

Esiste il rischio che gli sversamenti effettivi possano essere fino a dieci volte di più di quelli confermati ufficialmente

Se dell’esistenza di “falsi positivi” troviamo traccia in quasi ogni documento ufficiale di EMSA, c’è un aspetto che non viene mai citato ma che è totalmente al di fuori delle possibilità di intervento dell’Agenzia. La copertura satellitare non è spazialmente e temporalmente costante: non dobbiamo infatti pensare a questi satelliti come un unico grande occhio in grado di monitorare tutte le acque europee contemporaneamente e in ogni istante della giornata. Ciò vuol dire che, potenzialmente, i numeri comunicati da EMSA sono sottostimati.

Il satellite da cui EMSA riceve più immagini è Sentinel: impiega circa 90 minuti per compiere un’orbita intorno alla Terra e 12 giorni per tornare esattamente sullo stesso punto alla stessa angolazione e direzione. Ciò vuol dire che una porzione di mare può essere ripresa dal satellite una volta o al massimo due volte al giorno. Considerando queste caratteristiche, c’è il rischio che gli sversamenti effettivi possano essere fino a dieci volte di più di quelli confermati ufficialmente.

LHR ha richiesto il dettaglio dei dati relativi al 2020 all’EMSA e, di fronte alla mancata risposta dell’Agenzia, ha inviato un reclamo all’Ombudsman, un organo indipendente europeo che indaga sulle denunce di cattiva amministrazione dell’Ue o di altri organi europei. Quest’ultimo ha aperto una procedura nei confronti di EMSA il 3 febbraio 2021 e l’Agenzia, un giorno dopo, ha pubblicato alcuni dei dati richiesti direttamente online.

Le segnalazioni di potenziali sversamenti nel Mediterraneo

La mappa mostra le segnalazioni inviate nel 2020 da EMSA tramite il suo servizio CleanSeaNet, con particolare focus sull’area del Mediterraneo. In media, ogni caso confermato di sversamento di petrolio o suoi derivati ha una superficie di circa 5 chilometri quadrati, pari a oltre 800 campi da calcio

Le segnalazioni di potenziali sversamenti nel Mediterraneo

Dai dati emerge che nel 2020 è stata confermata la presenza di sostanze oleose in 208 casi su 2.658 verificati (7,8%), su un totale di oltre 7.600 possibili casi. SkyTruth, una ong che monitora i rischi per l’ambiente usando immagini satellitari, ha combinato i dati e le ipotesi presenti nei report di EMSA con la copertura satellitare disponibile. Sulla base di questa stima conservativa, ci si aspetta che ogni anno ci siano fino a 2.964 casi di scarico di olio e derivati nelle acque dell’Ue. Circa otto al giorno, la maggior parte dei quali non viene vista dai satelliti.

I rischi per l’ambiente

Al momento sembra quindi che l’immagine ricostruita dal servizio CleanSeaNet sia molto parziale, eppure il tema è al centro dell’attenzione dell’Unione europea. L’importanza di contrastare questo tipo di attività è confermata infatti anche dal primo report europeo sugli effetti del traffico marittimo, pubblicato a settembre 2021 e redatto da EMSA e dall’Agenzia europea per l’ambiente (EEA).

Secondo il report, in Europa, non avvengono spesso incidenti con sversamenti di grandi proporzioni ma sono più frequenti piccoli sversamenti, causa principale della presenza di sostanze oleose nei nostri mari. Questo rende ancora più difficile inquadrare correttamente i rischi: non stiamo parlando di classici sversamenti di idrocarburi che possono impattare – anche visivamente – le spiagge e i grandi animali. Non dobbiamo infatti aspettarci immagini di uccelli ricoperti da sostanze oleose ma piuttosto si tratta di una contaminazione silenziosa che colpisce quegli organismi che costituiscono la base della catena alimentare di molti animali marini.

Accademici e mondo della ricerca concordano tuttavia sull’esistenza di rischi. Giovanni Coppini e Svitlana Liubartseva, ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, organizzazione che si occupa anche di prevenzione delle conseguenze delle fuoriuscite di petrolio, hanno spiegato che questi sversamenti «influenzano l’ambiente marino, la salute umana, l’economia, la vita sociale e le decisioni politiche». Se semplifichiamo le variabili da tenere in considerazione, aggiungono i ricercatori, «gli effetti degli sversamenti dipendono da due fattori: la concentrazione di oli e l’esposizione. Ma se il tempo di esposizione è abbastanza lungo, persino piccoli sversamenti possono rivelarsi pericolosi».

I casi in Italia

Eppure a livello nazionale le verifiche delle autorità non sembrano portare da nessuna parte. Tra il 1 gennaio e l’1 novembre 2021 la Guardia costiera italiana ha ricevuto 282 segnalazioni ma non ha mai trovato sversamenti illegali. Le verifiche sono effettuate tramite una richiesta alle navi che si trovano nei paraggi delle coordinate segnalate e tramite una verifica dei registri di bordo della nave che può aver causato lo sversamento. Possono essere fatte anche da autorità di altri Stati ma questo le rende più complicate perché non sempre le autorità degli altri Stati riescono a intervenire.

I diversi approcci dei Paesi Ue

Croazia: le autorità croate ricevono circa 40 report al mese e, nei casi in cui ci sia un sospetto fondato sul colpevole, le autorità effettuano un’ispezione della nave non appena arriva nei porti della Croazia o viene richiesta un’ispezione da parte delle autorità del Paese competente nel caso il porto successivo di approdo si trovi in un’altra nazione. In queste ispezioni vengono controllati sia il registro degli oli minerali sia il filtro che separa l’acqua dalle sostanze oleose. Negli ultimi cinque anni le autorità croate non hanno individuato irregolarità.

Germania: le autorità tedesche utilizzano in alcuni casi un aereo per verificare le segnalazioni, purtroppo le condizioni di meteo avverso possono influenzare le operazioni e impedirne il decollo.

Paesi Bassi: le autorità non hanno risposto alla richiesta di accesso agli atti inviata da LHR.

Portogallo: le autorità hanno confermato la ricezione degli alert CSN ma non hanno fornito feedback sulle attività di verifica.

Regno Unito: anche in questo caso le autorità si appoggiano alle navi che si trovano intorno l’area del possibile sversamento o in alcuni casi chiedono a piattaforme che si trovano nei paraggi di verificare.

Romania: le autorità considerano troppo dispendioso indagare ogni alert inviato da CleanSeaNet e quindi si affidano principalmente alle navi che si trovano in zona. Inoltre, sembra che pochissime segnalazioni si siano poi davvero rivelate casi confermati – spesso si tratterebbe invece di alghe o effetti dovuti alle onde.

Spagna: le autorità non hanno risposto alla richiesta di accesso agli atti inviata da LHR, ma hanno rilasciato una dichiarazione spiegando che spesso le verifiche non possono essere effettuate a causa delle condizioni meteo avverse e hanno indicato anche la riduzione del personale negli anni come uno dei problemi nello svolgere le attività. Nel 2020 hanno emesso 27 sanzioni mentre nel 2021 solamente 15.

IrpiMedia ha inviato una serie di domande alla Guardia costiera italiana per comprendere quali sono le difficoltà operative nel verificare gli alert di CSN, quali sono le attività svolte e se ritiene efficace il servizio offerto da EMSA. Al momento della pubblicazione di questo articolo non abbiamo ancora ricevuto risposte.

EMSA non è l’unica a offrire un servizio di monitoraggio satellitare, ci sono anche aziende private e non profit che offrono soluzioni simili. A partire dai dati di SkyTruth, LHR ha potuto identificare circa 330 potenziali sversamenti illegali che sono avvenuti tra luglio 2020 e dicembre 2021 nelle acque europee.

Nei casi indicati da SkyTruth, 15 riguardano l’Italia e trovano quasi sempre riscontro anche in segnalazioni di CleanSeaNet, come IrpiMedia ha potuto verificare incrociando i dati. Alcuni di questi casi, tutti sotto le 50 miglia nautiche, riguardano acque fuori da Vieste, Agrigento, Pedaso, Mazara del Vallo, Santa Maria di Leuca. Si tratta sempre di navi petroliere o che trasportano prodotti chimici. In tre casi, le navi coinvolte – indicate da SkyTruth o dalle segnalazioni CSN sulla base della posizione di navigazione rispetto alla direzione dello sversamento – erano state già oggetto di ispezioni in passato, secondo quanto documentato dal portale europeo THETIS, gestito da EMSA, che registra le ispezioni e i casi in cui le navi sono detenute per infrazioni.

Da gennaio 2016 fino al 31 dicembre 2019, THETIS ha registrato più di 12.000 ispezioni e circa il 25% di esse ha permesso l’individuazione di illeciti: nel 33% dei casi si trattava della scorretta gestione dei rifiuti che non venivano conferiti nei porti.

Screenshot di un report si segnalazione inviato da EMSA alla Guardia di costiera italiana

Screenshot da un report di segnalazione inviato da EMSA alla guardia costiera italiana e ottenuto da IrpiMedia tramite una richiesta FOIA. Nel report sono fornite informazioni sulla posizione della chiazza, un’immagine radar, le sue dimensioni ed eventuali dettagli sulle informazioni identificative della nave che potrebbe aver commesso lo scarico. Nell’immagine si vede un puntino di luce bianca allineato con la chiazza: quella è una nave.

Screenshot di un report si segnalazione inviato da EMSA alla Guardia di costiera italiana

Anche nei tre i casi italiani il problema era legato ai sistemi per la prevenzione dell’inquinamento, come i filtri per separare l’acqua dagli idrocarburi, o alla mancata compilazione del registro degli oli minerali in cui, secondo la convenzione di MARPOL, devono essere registrate tutte le quantità di oli gestiti a bordo. Falsificare questi registri è molto facile e indicazioni di problemi come quelli documentati in THETIS potrebbero far pensare che ci siano stati casi di sversamenti illegali. Diverse aziende che producono versioni di registri elettronici hanno confermato la semplicità nella falsificazione dei registri, che sono generalmente dei documenti cartacei su cui annotare a penna le quantità per poi essere firmati dal capitano.

«Se hai commesso una violazione e vuoi nasconderla, allora potresti riscrivere l’intero registro e nessuno sarebbe in grado di capire se sia stato scritto oggi oppure l’altro ieri», ha spiegato a LHR Amitabh Sankranti, della Ingenium Marine, azienda che offre registri elettronici e altri strumenti per il settore marittimo.

Il sogno: zero emissioni in mare

Seppur MARPOL permetta lo sversamento di acque con un contenuto minimo di idrocarburi al proprio interno, la Commissione Ue sta cercando di ridurre tutti gli sversamenti, sia quelli legali che quelli illegali. Un ufficiale della Commissione ha infatti confermato che l’Unione europea sta attivamente spingendo per la loro minimizzazione presso l’Organizzazione marittima internazionale (IMO), incaricata di stabilire le regole globali per la navigazione, seguendo così una strategia che mira a raggiungere davvero le emissioni zero. La stessa Commissione già nel 2016 ha sottolineato questa intenzione all’interno delle linee guida pubblicate 15 anni dopo l’introduzione della prima direttiva sulla gestione dei rifiuti nei porti. Nel testo si legge: «La Commissione ritiene che ciò che può essere scaricato ai sensi della MARPOL non può essere automaticamente escluso dall’obbligo di consegna previsto dalla direttiva».

Malgrado i tentativi legislativi dell’Europa, Maja Markovčić Kostelac, direttrice generale di EMSA, ha dichiarato a LHR che «gli scarichi illegali di petrolio e di altre sostanze inquinanti si verificano ancora regolarmente nelle acque europee». Secondo il report sull’impatto ambientale, il trasporto marittimo è al centro dell’economia dell’Europa. Nel 2019 il 77% del volume totale di merci scambiate è transitato via mare e la categoria principale è quella dei prodotti petroliferi, che nel 2019 costituiva il 43% del tonnellaggio totale scambiato, ma ci sono anche prodotti di elettronica, macchinari, e mezzi di trasporto.

CREDITI

Autori

Riccardo Coluccini

In partnership con

Lighthouse Reports (Europa)
Deutsche Welle (Germania)
Expresso (Portogallo)
El Diario (Spagna)
BIRN (Balcani)
Libertatea (Romania)
Trouw (Olanda)
The Guardian (Gran Bretagna)
Jutarnji List (Croazia)

Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Una fuoriuscita di petrolio documentata nel 2021 nelle acque al largo di Huntington Beach, California (Stati Uniti)
(Nick Ut/Getty)

Una fuoriuscita di petrolio documentata nel 2021 nelle acque al largo di Huntington Beach, California (Stati Uniti) - Foto: Nick Ut/Getty

La “lavatrice” russa per scavare in Guatemala

La “lavatrice” russa per scavare in Guatemala

Giulio Rubino

Quando lo scorso sei gennaio la miniera di nichel “Fénix” – che corre dalle foreste alla sponda del lago Izabal in Guatemala e gestita dal gruppo russo-svizzero Solway – ha ripreso le attività, è stato un sospiro di sollievo per i proprietari e una dura sconfitta per la popolazione locale. La licenza estrattiva era stata bloccata nel 2019 dalla Corte costituzionale del Guatemala, che aveva accolto le istanze delle proteste nate nelle comunità indigene attorno alla miniera, nella località di El Estor. Secondo la legge guatemalteca infatti, e secondo la convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) sui diritti dei popoli indigeni e tribali, le comunità locali hanno diritto di essere opportunamente consultate prima che si possano avviare attività di sfruttamento delle loro terre ancestrali. Ma fino a febbraio 2021 il Ministero delle miniere del Guatemala non aveva ratificato la decisione, e così Solway aveva continuato a scavare e processare ferronichel.

Poi, a gennaio 2022, il Ministero dell’energia e delle miniere (MEM), dopo che le consultazioni erano state, almeno formalmente, effettuate, ha deciso in favore di Solway e delle sue controllate locali: Pronico e Compañía Guatemalteca de Níquel (CGN), che gestiscono direttamente la miniera.

A giudicare dai comunicati stampa delle aziende le consultazioni, seppur svolte con quasi dieci anni di ritardo da quando Solway ha acquisito la miniera nel 2011, si sarebbero svolte nel massimo dell’armonia. Lo ribadisce anche Oscar Perez, vicepresidente del dipartimento sostenibilità del MEM: «La cosa importante è che il processo è partito dai leader delle comunità, grazie ai contributi raccolti da tutti gli abitanti dell’area interessata».

Ma le informazioni contenute nel leak ricevuto da Forbidden Stories e condiviso con 65 giornalisti di 20 media partner, tra cui IrpiMedia, danno una prospettiva molto diversa di come il processo di consultazioni si sia svolto davvero dietro le quinte.

Infatti, tramite una fondazione registrata in Guatemala, Raxché, finanziata quasi al 100% dalle controllate di Solway, i proprietari della miniera hanno strategicamente distribuito denaro e doni per comprare il favore dei capi Maya, a partire almeno dal 2020, dopo lo stop ordinato dalla Corte costituzionale ma un anno intero prima che iniziassero le consultazioni ufficiali.

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La miniera Fenix.

La miniera di Fenix- Foto: Benjamin Thuau, Radio France

La miniera Fenix.

I regali di Solway costituiscono un vero e proprio tentativo di influenzare il processo delle consultazioni. «È del tutto contrario agli standard internazionali sulle consultazioni e al principio di buona fede», spiega a Forbidden Stories Quelvin Jiménez, avvocato che difende i diritti delle comunità Maya nel sudovest del Guatemala. «La cooptazione dei capi indigeni, i negoziati paralleli o fatti con gruppi di interesse specifico non dovrebbero essere permessi dallo Stato», ha concluso Jiménez.

Le cifre messe in campo dal gruppo russo-elvetico non sono enormi per gli standard di una grossa multinazionale, ma sono abilmente mirate per garantire il massimo impatto possibile, e sono comunque cifre considerevoli in un Paese dove il salario medio si attesta sui 3.700 quetzales, circa 440 euro.

Secondo i documenti contenuti nel leak, la fondazione Raxché ha trasferito, da ottobre 2020 a gennaio 2021, 38.500 quetzales al mese (4.600 euro) all’Associazione nazionale per lo sviluppo mutuale (ANADE), un’associazione delle comunità Maya locali, per “rinforzare” i due consigli indigeni che hanno poi votato a favore della riapertura della miniera. Altri pagamenti da 10.000 quetzales (1.200 euro) sono invece arrivati come “supporto economico” diretto a quattro membri dei consigli indigeni.

In risposta al team di Forbidden Stories, Solway nega ogni accusa. «Solway Investment Group opera pienamente in linea con le leggi nazionali e internazionali», scrive l’amministratore delegato Dan Bronstein.  «Rigettiamo ogni accusa priva di basi fattuali».

La miniera di Fenix, operata dalle controllate guatemalteche di Solway - Foto: Forbidden Stories
La miniera di Fenix, operata dalle controllate guatemalteche di Solway – Foto: Forbidden Stories

Comunità in vendita

A soli 30 chilometri dal Mar dei Caraibi, El Estor è un paradiso in terra. Si trova ai bordi di una riserva naturale, dove vivono molte specie protette, e sulle sponde del più grande lago del Guatemala, il lago Izabal. Le tribù Maya Q’eqchi, che vivono da sempre in quell’area, hanno tradizionalmente contato sulla coltivazione di mais, fagioli e cardamomo per la loro sopravvivenza. Ma fin dal 1960 una risorsa ben più preziosa per il commercio internazionale è stata scoperta sotto le loro terre: il nichel.

Solway acquisisce la miniera nel 2011 e comincia a lavorarla nel 2014. Le date sono importanti perché, in quegli anni, una grande quantità di denaro liquido, proveniente da operazioni sospette legate alla “laundromat russa” – uno dei più grandi casi di riciclaggio mai scoperti – era passato per i conti delle società del gruppo minerario russo-svizzero.

Gli scavi e il disboscamento presso la miniera di Fenix, Guatemala.
Foto: Forbidden Stories
Gli scavi e il disboscamento presso la miniera di Fenix, Guatemala - Foto: Forbidden Stories
Gli scavi e il disboscamento presso la miniera di Fenix, Guatemala – Foto: Forbidden Stories
Solway nella Laundromat

Nel 2019 un memo interno alla banca svedese Swedbank rivela come il gruppo bancario avesse deciso di chiudere i conti delle aziende del gruppo Solway, e successivamente di scaricarlo del tutto come cliente, dopo che numerose aziende del gruppo avevano svolto transazioni sospette e successivamente rifiutato di fornire alla banca «una corretta documentazione sui proprietari», come scoperto da OCCRP, SVT e Eesti Ekspress.

Le operazioni sospette in questione facevano parte di quell’enorme flusso di denaro, oltre 200 miliardi di dollari, che sono arrivati dalla Russia all’Europa attraverso le sedi estoni di Swedbank e Danske Bank tra il 2007 e il 2015, in quella che è stata una delle più grandi operazioni di riciclaggio mai scoperte al mondo, la cosiddetta Laundromat.

I giornalisti di OCCRP hanno identificato 23 aziende che hanno mosso quasi 1,9 miliardi di dollari fra il 2007 e il 2015, attraverso una frequente serie di grossi bonifici a cifra tonda senza una chiara ragione commerciale, tutti elementi considerati dagli investigatori finanziari come caratteristiche tipiche di operazioni sospette. Nonostante molte di queste aziende fossero registrate in giurisdizioni ad alto livello di segretezza, si può provare come quasi tutte fossero legate al gruppo Solway o ai suoi fondatori nel periodo in esame. Non è chiaro invece da dove originasse l’enorme quantità di denaro movimentato, o perchè Solway avesse necessità di spostarlo da un’azienda all’altra, ma grazie all’archivio delle inchieste di OCCRP, è stato possibile scoprire come alcune delle aziende di Solway avessero spostato capitali verso e da altre aziende usate per evasione fiscale o riciclaggio in Russia.

Un ex impiegato di Swedbank, sotto anonimato, ha spiegato come al tempo l’Estonia fosse una specie di “porto di transito” per i capitali russi: «Oggi avere un legame col Cremlino è visto come un fattore negativo, ma al tempo era piuttosto una garanzia del fatto che quel cliente avrebbe avuto una carriera leggermente più lunga degli altri» spiega, dando un eccellente sintesi dell’atteggiamento un po’ ambivalente che la finanza europea ha spesso tenuto nei confronti dei clienti russi.

Swedbank non ha voluto commentare su specifici clienti o ex-clienti, ma sottolinea come la banca abbia già pagato una multa per insufficienti controlli anti-riciclaggio nelle loro filiali baltiche.

Per identificare i proprietari delle aziende in questione, sono stati utilizzati tanto i vecchi report annuali di Solway, che elencano molte delle controllate e delle “entità correlate”, quanto i documenti contenuti nel leak dell’inchiesta FinCEN Files di ICIJ e Buzzfeed News.

Almeno due delle 23 aziende erano legate a Aleksandr Bronstein, co-fondatore di Solway, e suo figlio Dan era direttore di altre due. Otto avevano invece come direttore il segretario del gruppo Solway, Andre Seidelsohn.
Un’altra azienda ancora della lista delle 23 era di proprietà di Christodoulos Vassiliades, un avvocato cipriota che era anche uno dei direttori di Solway Investment Group. Vassiliades è noto per aver lavorato con diversi criminali russi, compreso il boss Semion Mogilevich, sia con Sberbank, una banca russa sotto sanzione. Vassiliades non ha risposto alle domande di OCCRP.

Nel 2011, una filiale statunitense di Deutsche Bank ha segnalato a FinCEN (Financial Crimes Enforcement Network, agenzia governativa USA incaricata di combattere i crimini finanziari) una delle 23 aziende, la Solway Industries, per oltre 23 milioni di dollari di transazioni sospette, fatte con un conto a Danske Bank in Estonia.

In un ulteriore rapporto, la stessa filiale di Deutsche Bank ha segnalato altre 47 milioni di dollari di transazioni di altre controllate di Solway, tra cui l’azienda Raznoimport Holdings LLC. Secondo Forbes, Raznoimport era il principale esportatore e commerciante di alluminio dell’Unione sovietica, poi privatizzata e acquisita da Aleksandr Bronstein che ne ha diretto le operazioni dall’Inghilterra per molti anni.

La filiale inglese di Raznoimport è l’azienda che si occupa dell’importazione del nichel di Solway prodotto in Guatemala, presso la miniera di Fenix, fino all’Italia – fino al porto di Livorno. Da lì, come ha confermato IrpiMedia, il ferronichel viene poi consegnato alle acciaierie di Terni per essere lavorato nella lega inox acciaio inossidabile.

Nel 2011, quando Deutsche Bank ha segnato a FinCEN, l’azienda madre in Russia, la Raznoimport, era diretta da Sergei Khramagin – impresario che l’anno scorso è stato premiato con l’Ordine d’Onore (un cavalierato) dal Presidente russo Vladimir Putin per i successi nell’imprenditoria.

La Raznoimport Holdings Ltd, una filiale dell’azienda russa, è tra le 23 aziende identificate da OCCRP per le transazioni sospette. È però registrata nelle isole di San Vincenzo e Grenadines e non è quindi stato possibile verificare chi ne possiede il capitale.

Una delle bolle di accompagnamento del ferronichel di Pronico (Solway) spedito a Livorno e importato tramite Raznoimport UK Ltd.

Una delle bolle di accompagnamento del ferronichel di Pronico (Solway) spedito a Livorno e importato tramite Raznoimport UK Ltd.

Secondo Solway, la miniera dà lavoro a quasi duemila persone e porta investimenti nello «sviluppo delle infrastrutture sociali nelle aree in cui opera in Guatemala» con posti di lavoro, corsi professionali e altri progetti.
Ma quando, nel 2017, le acque del lago Izabal si sono tinte di rosso, l’inquinamento causato dalla miniera è diventato finalmente evidente a tutti, e i pescatori locali hanno guidato una serie di proteste culminate con l’uccisione di uno di loro, Carlos Maaz, per mano della polizia locale.
I giornalisti che seguivano le proteste, in particolare Carlos Choc del giornale locale Prensa Comunitaria, hanno subito minacce e intimidazioni da parte delle controllate locali di Solway, fino al punto che Choc ha dovuto abbandonare El Estor.

Nel 2019, con lo stop alle operazioni minerarie ordinato dalla Corte Costituzionale, i Maya pensavano di aver vinto una battaglia importante, ma il successivo svolgimento delle consultazioni ordinate dalla Corte ha di nuovo deluso le speranze dei locali.

Una mappa mostra l’area dove ricade la miniera Fenix rispetto a dove risiedono le comunità indigene.

Una mappa mostra l’area dove ricade la miniera Fenix rispetto a dove risiedono le comunità indigene.

«Il governo non ha alcun interesse a favorire un vero dialogo», spiega Lucia Ixchiu, attivista indigena e fondatrice del Festivales Solidarios, un collettivo di protesta contro la miniera. Infatti, a quattro delle autorità ancestrali – i consigli tradizionali Maya riconosciuti dalla Costituzione guatemalteca – è stata negata la possibilità di partecipare alle consultazioni. Lo ammette anche una delle aziende del gruppo Solway. «[La partecipazione delle autorità ancestrali] è stata negata per non danneggiare l’integrità del processo delle consultazioni comunitarie stabilito dalla Corte Costituzionale», scrive Marvin Méndez, direttore amministrativo della miniera per Pronico.

Ma la “selezione” di quali leader Maya abbiano potuto partecipare o meno alle consultazioni è stata molto più strategica di così.

Nel 2019 infatti, rappresentanti della miniera avevano chiesto a Guadalupe Xo Quinich, membro del consiglio indigeno di El Estor, di presentarsi come “amicus curiae” (espressione che fa riferimento all’intervento in giudizio di un soggetto terzo qualificato a fornire informazioni per assistere una corte) a favore della miniera in cambio di 3.000 quetzales (circa 480 euro).

Il capo Maya Don David.

Foto: Forbidden Stories

Il capo Maya Don David - Foto: Forbidden Stories
Il capo Maya Don David – Foto: Forbidden Stories

Quando Guadalupe si è rifiutata, è stata sostituita da qualcun’altro.
Del resto, fra i documenti contenuti nel leak, sono stati trovati progetti esplicitamente denominati «compra de lideres», letteralmente “acquisto dei leader”. Solway ha risposto alle domande di Forbidden Stories in merito dicendo che nessun pagamento è stato effettivamente fatto a quei leader.
Ma nel leak ricevuto da Forbidden Stories le indicazioni di una precisa strategia corruttiva da parte di Solway sono moltissime. Nel 2021, altri documenti di Pronico e CGN (le controllate di Solway) riportano di donazioni da fare a «attori chiave e parti interessate» nel processo di consultazioni.

Uno degli attori che ha cambiato casacca nel corso delle consultazioni è l’associazione di pescatori Asociación Bocas del Polochic, che inizialmente aveva partecipato alle proteste contro la miniera, per poi esprimersi a favore di essa.

«Nei primi tre mesi del 2020, fare un pagamento da 34.000 dollari per l’acquisto di 10 pezzi di equipaggiamento da pesca per tenere come alleati i capi dell’Associazione Bocas del Polochic», si legge in un documento interno. «L’azienda ha trovato il punto debole della comunità nella sua povertà», spiega Cristobal Pop, un pescatore di El Estor che si è rifugiato a Città del Guatemala per paura delle ritorsioni.

Cristina Maaz, la vedova del pescatore ucciso durante le proteste nel 2017 - Foto: Forbidden Storie
Cristina Maaz, la vedova del pescatore ucciso durante le proteste nel 2017 – Foto: Forbidden Storie

Il piano di Solway: regali, incendi e calunnie

Nel villaggio di Las Nubes, una delle piccole comunità intorno a El Estor, i segni della povertà sono infatti ovunque. Tetti di lamiera e pavimenti di terra, le poche case del villaggio si trovano all’interno dei confini stessi della miniera. L’inquinamento e l’erosione del suolo hanno danneggiato irreparabilmente i campi di cardamomo, costringendo molti dei contadini ad accettare di lavorare per la miniera. La posizione strategica del villaggio ha portato Pronico e CGN a mettere in campo una serie di tattiche sempre più aggressive per mettere le mani sul prezioso sottosuolo di Las Nubes.

In un primo momento, Solway ha ricoperto la popolazione locale di denaro. Tramite la fondazione Raxché ha investito oltre 200.000 dollari nel villaggio. Ma quella che potrebbe apparire come “beneficenza”, aveva in realtà un secondo fine. I documenti del leak lo rivelano chiaramente: l’azienda ha ridipinto la chiesa del villaggio per «migliorare i rapporti con i leader religiosi locali», ha organizzato un torneo di calcio per «avvicinarsi ai leader locali importanti nei processi decisionali» e ha anche partecipato alla marcia per la festa della mamma, per «valutare il comportamento di gruppo».

Altre spese appaiono ancora più precise e mirate. In un documento del 2021 intitolato «Specific Plan» ci sono piani per trovare un posto di lavoro per il figlio di uno dei leader della comunità, e per comprare una sega elettrica nuova per un altro capo.

Una cerimonia Maya diretta dal capo indigeno Don David.
Foto: Forbidden Stories
Una cerimonia Maya diretta dal capo indigeno Don David- Foto: Forbidden Stories
Una cerimonia Maya diretta dal capo indigeno Don David – Foto: Forbidden Stories

Azioni di questo tipo erano nei piani dell’azienda da tempo. Già cinque anni prima, nel 2016, i dirigenti progettavano la creazione di «lavori fittizi» per la comunità locale allo scopo di pagare «salari artificiali». Méndez ha negato che CGN o Pronico abbiano mai pagato questi «salari artificiali», dicendo che «l’informazione non corrisponde al vero». Ma lo scopo dichiarato in diversi di questi documenti interni, datati fra il 2016 e il 2019, era di «ottenere lo spostamento volontario della popolazione fuori dai confini della miniera il prima possibile».

Quando queste misure sono fallite, l’azienda ha messo in piedi piani più aggressivi. Un «piano di lavoro» datato febbraio 2020 e mirato allo stesso obiettivo proponeva di licenziare i lavoratori che rifiutassero di cedere la loro terra, e addirittura di contaminare le coltivazioni di cardamomo con sostanze chimiche. In un altro documento dello stesso mese si propongono misure ancor più brutali: diffondere voci di un epidemia di AIDS fra i leader della comunità, pagare criminali locali per dar fuoco ai campi, spargere voci che uno dei capi avesse accettato una casa come tangente. Gli autori di questo report annotano con freddo cinismo i pro e i contro di ogni idea: assoldare criminali locali avrebbe il vantaggio di «distruggere i loro [delle comunità indigene] mezzi di sostentamento» ma lo svantaggio che i criminali potrebbero finire per rivelare chi li avesse pagati. In ogni caso, una proposta risulta costante in diverse colonne del documento come soluzione ai problemi: «Pagare una tangente».

Un pescatore sul lago Izabal - Foto: Forbidden Stories
Un pescatore sul lago Izabal – Foto: Forbidden Stories

Alle domande specifiche rivolte a Méndez riguardo questi piani, la risposta è che «queste informazioni non corrispondono a verità» e che anzi «l’azienda non ha intenzione di sfrattare la comunità di Las Nubes, ma vi ha investito per contribuire alla sua maggiore prosperità»

La strategia messa in campo più recentemente dalle aziende minerarie nella seconda parte del 2021 è stata invece leggermente diversa: iniziare a comprare terra da chiunque accetti di vendere, avviando attività di scavo lì, e rendendo sempre più difficile la vita per quelli che ancora resistono, oggi letteralmente in mezzo alle attività di scavo.

Giudici e polizia a libro paga della miniera

Spulciando nei documenti contenuti nel leak, si trovano indizi che i metodi di Solway siano stati applicati anche all’esterno delle comunità Maya, e che tentativi di corruzione possano essere avvenuti su larga scala. In documenti e scambi di e-mail del dicembre 2016, i manager del gruppo Solway si scambiano una lista di nomi che dovrebbero ricevere regali di Natale da parte dell’azienda. La lista include anche giornalisti, preti, leader sindacali, giudici e sindaci di diverse zone intorno a El Estor.

In particolare la lista comprendeva anche la Corte criminale del lavoro di Puerto Barrios (città costiera non troppo distante da El Estor), al tempo guidata dal giudice Edgar Aníbal Arteaga López, che in seguito ha deciso a favore di Solway in una causa contro gruppi di pescatori e giornalisti di El Estor. Artega ha negato di aver mai ricevuto «regali di CGN-Pronico o chiunque altro», e lo stesso ha ribadito Marvin Méndez, direttore amministrativo della miniera, dichiarando che «i cesti di Natale non sono stati dati a giudici».

Una veduta aerea della miniera “Fénix”.

Foto: Forbidden Stories

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Una veduta aerea della miniera “Fénix” – Foto: Forbidden Stories

Altre e-mail interne al gruppo minerario rivelano una serie di elargizioni fatte alla polizia guatemalteca, la Policía Nacional Civil (PNC), sia in maniera diretta (risultano tre donazioni da 40mila dollari passate da Pronico tramite la fondazione Raxché) che con regali ad agenti stazionati nella zona della miniera. La stessa polizia che associazioni di protezione dei diritti umani hanno condannato per «l’uso eccessivo della forza contro manifestanti e membri delle comunità Maya Q’eqchi, oltre che per atti di repressione contro giornalisti e media».

In una e-mail intestata al “Señor Director” (presumiblemente Dmitry Kudryakov, al tempo direttore della miniera) Roberto Zapeta, capo della sicurezza della miniera, commenta come pagamenti in cibo siano «più efficaci in termini di costo-beneficio rispetto a un supporto generico alla Policía». Secondo l’avvocato Jiménez, che assiste le comunità indigene, «queste donazioni potrebbero ravvisare il reato di traffico di influenze o corruzione, a seconda dei termini in cui sono state elargite e a seconda di cosa sia stato chiesto in cambio».

Solway, in risposta alle domande di Forbidden Stories, ha negato di aver mai fatto donazioni alla polizia durante le proteste a El Estor.

Nel frattempo, e nonostante gli scandali che l’hanno coinvolta, Solway non ha perso valore né fatturato, grazie soprattutto all’alta domanda globale di ferronichel. «Questi minerali hanno prezzi molto alti al momento», commenta Guadalupe Garcia Prado, ricercatrice all’Osservatorio per le Attività Estrattive «e Solway è pronta a continuare con la corruzione e la violenza per ottenere quello che vuole».

Solway è attiva anche in Ucraina, Russia, Macedonia e Indonesia. Nel 2020 ha comprato anche una miniera in Liberia, tramite una controllata. Anche in quel Paese, dove oltre mezzo milione di persone vive in estrema povertà, Solway aveva promesso scuole e ospedali, ma per ora sono rimaste solo parole al vento.

CREDITI

Autori

Giulio Rubino

In partnership con

Forbidden Stories
SVT
Occrp
Eesti Ekspress

Editing

Cecilia Anesi

Foto di copertina

Forbidden Stories

Sangue verde

Sangue verde

Cecilia Anesi

Olga Ché Ponce non era in casa il giorno in cui la polizia era venuta a prenderla. Quando gli agenti hanno fatto irruzione nella sua abitazione a El Estor, nell’est del Guatemala, hanno trovato solo i suoi figli. Non potendo portare a termine la loro missione – arrestare una dei leader delle comunità indigene che protestavano da settimane contro la miniera “Fénix” – si sfogano sulle sue poche cose. Le saccheggiano casa, rubano il cibo, le ammazzano anche gli animali. Sotto gli occhi impotenti dei suoi figli. Ché Ponce è un membro importante della comunità locale: è parte del consiglio ancestrale dei Maya Qeqchí di El Estor, nonché tesoriera del sindacato dei pescatori.

Quello stesso giorno, la polizia ha perquisito dozzine di case a El Estor, cercando chi aveva osato protestare contro la vicina miniera “Fénix”. Per tre settimane, infatti, la gente aveva provato a fermare i camion che entravano e uscivano dalla miniera, ma la repressione della polizia era stata durissima: lacrimogeni, botte e arresti. Più un mese di legge marziale in città, con coprifuoco dall’imbrunire all’alba. Era ottobre 2021, e in teoria la miniera era ferma da febbraio, bloccata dal Ministero delle miniere a causa di una violazione, ma i camion andavano e venivano lo stesso, in barba al blocco ministeriale.

«Il governo dice che siamo terroristi, ma non è vero. Semplicemente chiediamo il rispetto dei nostri diritti», racconta Ché Ponce. «Protestiamo affinché la nostra comunità indigena possa godere di un ambiente senza inquinamento».

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Una veduta aerea della miniera “Fénix”.

Foto: Forbidden Stories

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Una veduta aerea della miniera “Fénix” – Foto: Forbidden Stories

“Fénix” è una delle più grandi miniere di nichel dell’America Centrale e rifornisce acquirenti da tutto il mondo, compresa l’acciaieria finlandese Outokumpu e, in Italia, Acciai Terni Spa, la maggiore acciaieria del nostro Paese e l’unica in Italia a fare accaio inox, una lega in cui va anche il ferronichel. L’acciaio prodotto da Outokumpu con il nichel del Guatemala è finito in elettrodomestici e strumenti casalinghi venduti da Ikea, Bosch, Miele ma anche nella famosa Burj Khalifa tower di Dubai.

Ma pentole, posate o facciate di edifici moderni hanno un prezzo, quello dei diritti umani schiacciati senza pietà e quello pagato dall’ambiente, sfruttato e maltrattato per estrarre e processare il nichel.

Per anni, la popolazione Maya locale si è opposta alla miniera, denunciando l’inquinamento dell’aria ma soprattutto la contaminazione del più grande bacino di acqua del Guatemala, il lago Izabal. L’azienda che possiede la miniera, la svizzera Solway Investment Group, nega tutto e dichiara di rispettare la legge e i regolamenti ambientali. Nel 2019, Forbidden Stories, Le Monde, il Guardian, OCCRP e altri media partner hanno raccontato nella serie Green Blood le ingiustizie e le prevaricazioni portate avanti dall’impresa mineraria con l’appoggio del governo guatemalteco.

Il lago Izabal – Foto: Benjamin Thuau

Il lago Izabal – Foto: Benjamin Thuau

Due anni dopo, Forbidden Stories ha ricevuto un leak, una segnalazione anonima, di migliaia di documenti che ha condiviso con 65 giornalisti di 20 media partner, tra cui IrpiMedia, e che dimostra come i funzionari di Solway abbiano a lungo nascosto prove che la miniera inquinasse il lago Izabal. Ma non solo.

I documenti rivelano tutta una serie di piani dell’azienda per annientare le proteste dei pescatori e dei contadini, nonché una serrata attività di sorveglianza su attivisti e giornalisti, inclusi quelli di Forbidden Stories che nel 2019 erano stati in loco a filmare.

Due terabyte di dati, comprensivi di oltre 470 caselle email e otto milioni di documenti, tra cui bolle di accompagnamento dei carichi e informazioni finanziarie, pieni di rivelazioni scioccanti: da chiare prove di danni ambientali a piani per “comprare” capi Maya e pagare mazzette a polizia e giudici, fino a progetti dettagliati per sfrattare le comunità indigene nonchè l’archivio dell’attività di sorveglianza su giornalisti e attivisti.

Una veduta aerea della miniera.

Foto: Forbidden Stories

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Una veduta aerea della miniera – Foto: Forbidden Stories

Solway, diretta da impresari russi e estoni, ha il suo quartier generale in Svizzera ma controlla la miniera di Fenix tramite due aziende sussidiarie registrate in Guatemala – la Compañía Guatemalteca de Níquel (CGN) e Pronico.

Solway – che la gente della zona chiama semplicemente “la empresa” (l’azienda) – ha negato qualsiasi impatto ambientale, nonostante l’evidente deforestazione, erosione del suolo e inquinamento di aria e acqua.

Nel rispondere alle domande del consorzio di giornalisti la direzione di Solway è stata categorica. «Solway Investment Group opera rispettando completamente le leggi nazionali e i regolamenti internazionali», ha dichiarato l’amministratore delegato Dan Bronstein. «Rifiutiamo qualsiasi accusa contro di noi mossa senza base fattuale».

Sotto sorveglianza

Tutto inizia una mattina di aprile 2017 quando sulle sponde del lago Izabal, il principale del Guatemala, i pescatori Maya Q’eqchi’ che uscivano per pescare i pescegatto, notano qualcosa di strano: una patina rossa sulla superficie del lago. E non hanno dubbi, per loro c’è solo una causa possibile: la miniera.

«Già dal 2016 abbiamo visto lamantini, lucertole, pesci e tartarughe morire – spiega Cristobal Pop, presidente dell’associazione di pescatori – ma nessuno si è allarmato fino a quando il lago non ha cambiato colore».

Pescatori delle comunità lacustri.
Foto: Forbidden Stories
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Pescatori delle comunità lacustri – Foto: Forbidden Stories

A quel punto, i pescatori scendono in strada a protestare, chiedendo un’indagine approfondita sulle cause della macchia rossa. Le proteste però, vengono represse nel sangue. Il 27 maggio 2017 infatti, il pescatore 27enne Carlos Maaz viene ucciso con un proiettile – mettendo così fine, in modo brutale, alle proteste.

Ma l’omicidio non viene indagato, anzi. Ad oggi resta una sola prova di questo crimine, una foto scattata dal giornalista Carlos Choc di Prensa Comunitaria, un giornale della comunità Maya, che stava lavorando a lunga inchiesta sulla resistenza storica del popolo Q’eqchi’.

Choc aveva intervistato i pescatori per mesi, raccolto campioni di acqua dal lago e documentato i danni ambientali causati dalla miniera nella regione, le cui colline metallifere sono piene di nichel. L’inchiesta però, non ha mai visto la luce.

Accusandolo di avere partecipato alle proteste, Solway ha denunciato Choc, assieme a un altro giornalista e cinque pescatori, per sei diversi tipi di reato. Un mandato d’arresto nei suoi confronti scatta ad agosto 2017, costringendo Choc alla fuga e a nascondersi per mesi. «Ho dovuto abbandonare i miei figli, la mia famiglia, la mia comunità», ha raccontato Choc a Forbidden Stories.

Carlos Choc – Foto: François Ruchti

Con il processo ancora in corso ma l’ordine di arresto cambiato in obbligo di firma, Choc può tornare a casa. Ma Solway non si accontenta. Così quando il giornalista riappare a El Estor, l’azienda lo mette sotto sorveglianza, come documenti ottenuti grazie al leak dimostrano.

Scavando tra gli archivi di Solway, i giornalisti hanno scovato un documento rivelatore. Una cartella chiamata “foto chiave”, con al suo interno dozzine di foto di Choc: nella foresta durante un reportage a marzo 2019, alla guida del suo pick-up rosso in giro per la città di El Estor, mentre entra in tribunale per un’udienza a Puerto Barrios con il suo avvocato Rafael Maldonado.

Confrontato con queste prove, il direttore della miniera ha dichiarato a Forbidden Stories che «questa informazione non corrisponde alla realtà».

Carlos Maaz, ucciso dalla polizia guatemalteca durante le manifestazioni – Foto: Carlos Choc

Eppure, tra i file di Solway emerge la prassi della sorveglianza sui giornalisti: nel 2019 i giornalisti che avevano lavorato al progetto Green Blood 1 sono stati filmati e fotografati di nascosto. Non solo, uno dei loro operatori video e l’autista sono stati seguiti da un drone dell’azienda. L’obiettivo – dicono rapporti interni – era «seguire i movimenti di questi individui e le loro intenzioni».

Quando invece i giornalisti del team hanno visitato la miniera ufficialmente, lo scenario era stato costruito ad arte. «Mostrategli una fabbrica pulita, accesso alla salute [per i dipendenti], impiegati e abitanti della zona felici», dice una mail mandata dal responsabile comunicazione Arina Birstein. «Gli sarà più difficile descriverci come dei cinici capitalisti che affamano la sottosviluppata economia e popolazione guatemalteca».

La retorica non li ha però fermati dal denunciare per diffamazione Le Monde e Forbidden Stories dopo la prima pubblicazione del 2019. Ma oggi è con nuove prove – che l’azienda ha sempre cercato di nascondere – che devono fare i conti.

Quella strana chiazza rossa

All’inizio di marzo 2017, il direttore dell’agenzia governativa che monitora il lago Izabal scrive all’ufficio controlli del ministero dell’Ambiente del Guatemala avvertendo che acqua sporca stava fluendo da un canale di scolo della miniera di Fénix.

«Il punto [detto] “canale di uscita CGN”, scarica acqua di colore rosso-arancione nel lago Izabal», si legge nel rapporto.

La miniera e il canale di scolo che termina nel lago.
Foto: Benjamin Thuau
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
La miniera e il canale di scolo che termina nel lago – Foto: Benjamin Thuau

Pochi giorni dopo, Gustavo Garcia, all’epoca responsabile ambientale di Pronico – l’azienda di Solway che dirige l’impianto di lavorazione del nichel estratto dalla miniera – redige un rapporto descrivendo come una macchia rossastra che «si vede da lontano» si stava diffondendo per almeno 200 metri quadrati nel lago, proveniente da un canale vicino all’impianto. «La presenza di sedimenti nel canale di scolo dell’impianto è indubbia, scrive Garcia. «E’ stato osservato che dopo forti piogge il materiale stava raggiungendo il lago Izabal».

Un altro rapporto interno, dell’11 marzo, tradotto in russo e condiviso con la direzione di Solway, mostra che un sedimento di limonite – un minerale ricco in ferro identico al nichel che viene estratto tra le colline della miniera – era almeno in parte responsabile della perdita di acqua rossa. «Il rilascio del sedimento nel lago è chiaramente la ragione del colore rosso dell’acqua in quel punto», dice il rapporto.

«Sono preoccupato, specialmente perché questo evento potrebbe attrarre un’ispezione [da parte del Ministero]», risponde uno dei direttori della miniera all’epoca, Marco Aceituno. Gli fa eco un altro impiegato, con un piano specifico per «fermare la contaminazione della zona 212» fatto di barriere di legno che fermino il sedimento.

Ma CGN si concentra su un’altra strategia. Si rivolge ad un consulente per analizzare le acque, solo dal punto di vista biologico. E così, nonostante i report interni sul sedimento, il biologo scrive che la causa primaria della variazione nel colore dell’acqua sia un’alga rossa.

Le acque del lago inquinate dai sedimenti della miniera.
Foto: Carlos Choc
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Le acque del lago inquinate dai sedimenti della miniera – Foto: Carlos Choc

Solway rilascia così una dichiarazione pubblica a maggio, dopo che le proteste dei pescatori si erano ormai trasformate in scontri con la polizia, ribaltando i fatti e arrivando ad accusare gli abitanti dei villaggi di avere causato il proliferare di «alghe dannose». A farle da eco, l’allora ministro dell’Ambiente del Guatemala, Sydney Samuels, che ha accusato «le acque nere e i fertilizzanti» dei contadini.

«Se scopriamo qualcosa di irregolare fatto dall’azienda, agiremo» ha dichiarato Samuels ai media locali, pochi giorni dopo che Carlos Maaz era stato ammazzato dalla polizia durante le proteste.

Marvin Méndez, il direttore amministrativo della miniera, ha confermato a Forbidden Stories l’esistenza del report del 11 marzo che non è mai stato reso pubblico ma, ha detto, «quel canale di scolo non è di responsabilità di CGN e Pronico perchè deriva da aree naturali non sfruttate dalla miniera».

A aprile 2018 i direttori della miniera vengono informati di un’altra perdita rossa. Ma per allora, la comunità indigena è ormai ridotta al silenzio. «Ormai i movimenti di protesta erano stati schiacciati», spiega Rafael Maldonado, avvocato che assiste l’associazione di pescatori. «La comunità è molto spaventata».

Una strada all’interno del complesso minerario.
Foto: Benjamin Thuau
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Una strada all’interno del complesso minerario – Foto: Benjamin Thuau

Monitoraggio ambientale

A gennaio 2022, quasi tre anni dopo la prima visita, i giornalisti del consorzio sono tornati a visitare la miniera. E qui, i direttori dell’impianto provano addirittura a convincere i giornalisti che il canale di scolo ben visibile dall’alto non scarichi acque reflue di alcun tipo nel lago.

Ma centinaia di rapporti, studi e dati sulla qualità di acqua e aria organizzati in modo metodico negli archivi elettronici dell’azienda, mostrano inequivocabilmente che Solway mente consapevolmente.

In una email inviata all’amministratore delegato Bronstein, il 26 giugno 2019, il presidente della CGN Dmitry Kudryakov sintetizza così la sua preoccupazione nel rilasciare dati sul monitoraggio ambientale: «Se oggi i giornalisti non possono accusarci di inquinamento, dopo la consultazione con esperti ne potrebbero avere l’opportunità».

Dati alla mano, il consorzio di giornalisti ha sentito numerosi esperti indipendenti e le loro risposte, messe assieme, dipingono un quadro chiaro: scarti minerali incontrollati raggiungono senza dubbio i vicini fiumi e il lago Izabal.

Il lago Izabal al tramonto.
Foto: Benjamin Thuau
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Il lago Izabal al tramonto – Foto: Benjamin Thuau

Alti livelli di ferro, nichel, manganese e alluminio sono stati rilevatii nel lago, particolarmente nelle aree vicino al canale di scolo della miniera. E un dato è particolarmente inquietante: nel centro dei 48 chilometri quadrati del lago la concentrazione di nichel è di 1.8 microgrammi a litro, mentre nella zona adiacente la miniera la concentrazione sale a 35.3 microgrammi – circa 20 volte di più.

A novembre 2017, uno studio ambientale dell’agenzia governativa di monitoraggio ambientale, rileva violazioni in 19 diverse categorie. Lo studio, anch’esso contenuto nel leak, metteva in guardia come campioni di acqua presi vicino alla miniera erano talmente contaminati con il nichel che violavano gli standard della Banca Mondiale, a cui Solway dichiarava di avere aderito.

Nonostante questo fosse una chiara violazione certificata da ufficiali governativi del Guatemala, l’azienda mineraria ha dovuto pagare solo una piccola multa.

Garcia – lo stesso funzionario di CGN che a marzo 2017 aveva scritto un report interno avvisando della perdita di acqua rossa dalla miniera al lago – ha negato l’evidenza e rinnegato il suo stesso lavoro durante un’intervista a gennaio 2022 con i giornalisti di SVT. «Non scarichiamo acqua nel lago Izabal, in nessun modo. L’evento di maggio 2017 è completamente slegato da noi», ha dichiarato, aggiungendo che fosse solo «una coincidenza» che le ipotetiche alghe e il sedimento minerario avessero lo stesso colore.

Una volta rientrati in ufficio, un dirigente di Pronico si è arrampicato sugli specchi dicendo ai giornalisti che Garcia si era dimenticato del report perchè nel frattempo aveva cambiato lavoro. In ogni caso, ripete il dirigente, l’azienda non è responsabile per la perdita di acqua rossa, piuttosto l’acqua rossa arrivava da un fiume che era esondato a causa delle forti piogge.

Ma una serie di email contenute nel leak mostrano come gli amministratori della Solway fossero piuttosto preoccupati dei monitoraggi che mostravano alti livelli di nichel e ferro nelle acque del lago.

In una email, l’amministratore delegato della Solway, Bronstein, dichiarava come campioni di acqua racconti dai pescatori a giugno 2017 mostrassero livelli di nichel e ferro nel lago Izabal tali da violare non solo gli standard canadesi e peruviani, ma addirittura i limiti – bassissimi – della legislazione nazionale guatemalteca.

«In tutti i casi, i quattro campioni eccedono questi standard per i valori di nichel, e tre di essi per il ferro. E i campioni 1 e 3 eccedono anche i limiti del MARN (il Ministero dell’Ambiente guatemalteco, ndr)», si legge in una mail del presidente di CGN, Kudryakov.

Altri esperti hanno sollevato un altro, meno visibile, problema: gli alti livelli di cromo nel sedimento sul fondo del lago. Laurence Maurice-Bourgoin, un geochimico ambientale dell’istituto francese di ricerca per lo sviluppo (IRD), ha notato come i dati mostrano una concentrazione di cromo nel sedimento che va da sei a 27 volte la soglia oltre la quale la vita acquatica viene danneggiata.

Lo smog avvolge le comuntià di El Estor.
Foto: Carlos Choc
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Lo smog avvolge le comuntià di El Estor – Foto: Carlos Choc

Maurice-Bourgoin ha spiegato che il cromo è molto spesso un prodotto di scarto dell’industria di estrazione del nichel, perchè si trova nelle stesse rocce. Una volta che la roccia è processata e il cromo scartato, poiché non solubile, tende a depositarsi sul fondo dei corsi d’acqua e dei laghi.

In questo caso però, non è stato possibile analizzare dei campioni di sedimento per capire che tipo di cromo sia questo presente sul fondo del lago Izabal: nella sua forma più pericolosa questo metallo può essere estremamente tossico, potenzialmente causando mutazioni cancerogene al DNA.

Ma non solo le acque del lago sono inquinate – i giornalisti hanno raccolto prove di emissioni che stanno contaminando anche l’aria.

Stringere mani, spostare opinioni

A causa della mancanza di monitoraggio da parte delle autorità, gli abitanti di El Estor sono l’unico punto di riferimento per raccontare cosa stia succedendo alla loro salute. «Chiunque faccia il bagno nel lago, esce sentendo prurito ovunque», racconta il pescatore Cristobal Pop. E le telecamere di SVT hanno filmato vari bambini ricoperti di bolle, soprattutto i neonati.

Il condizionatore regalato da Pronico – Foto: SVT

Paulo Mejia, direttore della clinica pediatrica CAIMI di El Estor, non vuole commentare sull’impatto della miniera sulla salute dei bambini. «Mi mancano le basi scientifiche o amministrative per dare la mia specifica opinione», ha detto ai giornalisti in visita.

Il condizionatore del suo ufficio mostra un adesivo con il logo di Pronico, l’azienda che processa il nichel nella miniera. Mejia conferma che Pronico ha donato il condizionatore e anche un nuovo veicolo, equipaggiamento medico e addirittura finanziato una nuova sala operatoria.

I dirigenti della miniera di Fénix, secondo le email contenute nel leak, sono pronti a tutto per evitare studi che leghino l’inquinamento a danni per la salute. In una discussione con l’addetto stampa della miniera, per contrattaccare la prima pubblicazione di Forbidden Stories del 2019, il direttore della miniera Kudryakov non concorda sulla creazione di un database statistico. «Causerebbe una valanga di lamentele. Lamentele che darebbero la colpa alla miniera per le malattie con la speranza di ottenere qualche tipo di indennizzo. E tutte queste lamentele verrebbero documentate al CAIMI e le statistiche sarebbero poi disponibili ai giornalisti», scrive Kudryakov.

Un bambino piccolo affetto da problemi di salute legati all’inquinamento della miniera.
Foto: SVT
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Un bambino piccolo affetto da problemi di salute legati all’inquinamento della miniera – Foto: SVT

Le “lamentele” però sarebbero giustificate. La popolazione indigena racconta di gravi problemi respiratori tra i bambini della zona, e tra i lavoratori della miniera. Il monitoraggio dell’aria fatto da parte di Solway, e che si vede nel leak, mostra livelli di particolato fine nella zona attorno alla miniera che supera di 40 volte i limiti europei, rappresentando un rischio concreto per la salute. Ma in risposta alle domande mandate dal team di questa inchiesta, l’azienda nega ogni responsabilità per l’inquinamento dell’aria, e allega le analisi atmosferiche del secondo semestre 2020 come prova.

Una infermiera che lavora presso un’altra clinica, la Parroquia Health Center, ma che chiede di restare anonima per paura di ritorsioni, spiega come purtroppo nessuno dello staff denunci perchè la maggior parte del personale infermieristico è sposato con minatori. E tra i minatori con problemi respiratori nessuno denuncia perchè verrebbe «licenziato in tronco».

Alcuni documenti contenuti nel leak dimostrano come la CGN abbia usato soldi per muovere a suo favore le opinioni delle comunità locali durante le consultazioni tenute dal governo rispetto all’impatto ambientale della miniera. Una tabella fa la lista delle infrastrutture sponsorizzate da Pronico prima delle consultazioni, con alcune voci di spesa descritte come «compera di leader delle comunità [indigene]».

In un’altra tabella, le 55 comunità indigene della zona, sono valutate in base alla loro attitudine verso la miniera, etichettate come «negativa», «positiva» o «neutrale». In circa otto mesi, 11 comunità sono passate da una posizione negativa a neutrale, e 14 da neutrale a positiva. Alla fine, solo una comunità restava «negativa».

Comunità di El Estor.
Foto: Benjamin Thuau
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Comunità di El Estor – Foto: Benjamin Thuau

Una donna della comunità Chicipate, etichettata come neutrale, ha raccontato ai giornalisti che la gente era stata pagata per parlare a favore della miniera durante la consultazione pubblica.

«Mi sono arrabbiata quando le altre donne hanno accettato 100 quetzales (13 dollari) al giorno per andare alla consultazione a dire che approvano l’azienda», ha raccontato la donna.

Un altro documento interno dell’ottobre 2019 descrive in dettaglio come Pronico abbia usato donazioni di denaro per «impedire al sindacato d