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I vecchi edifici non fanno bene al clima

Il settore residenziale ha ancora un peso enorme sulle emissioni in Europa. In Italia la situazione non migliora a causa di un patrimonio edilizio vecchio e ancora poco efficiente

#EnergyTrap

31.07.25

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

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Negli ultimi anni, in particolare dal 2021, moltissimi di noi avranno avuto il proprio palazzo, o uno vicino, circondato da impalcature. Fra ecobonus, superbonus e bonus facciate sembrerebbe che si siano spesi enormi capitali per rinnovare gli edifici del nostro Paese. Al 30 aprile 2024, erano in corso 495.469 interventi edilizi incentivati, per circa 117,5 miliardi di investimenti. Alcuni di questi “bonus”, finanziati per oltre 15 miliardi dal Pnrr, avevano come obiettivo specifico quello di rendere le nostre case più “verdi”: più resistenti alle temperature esterne, più economiche da riscaldare e raffreddare.

Avere case più efficienti consente infatti di essere meno vulnerabili alla volatilità dei prezzi dell’energia ma, soprattutto, di inquinare meno. Puntare sull’efficienza energetica, dunque, non è un costo irrecuperabile ma un investimento per l’ambiente e uno strumento contro la povertà energetica. 

Ma nonostante i lavori fatti e i soldi spesi, l’impatto degli interventi è ancora molto scarso: la riqualificazione ha riguardato circa il 4% – 5% del parco edilizio italiano.

In breve

  • Il consumo energetico degli edifici rappresenta il 44% di tutti i consumi energetici nazionali, rendendolo il settore a maggior impatto ambientale in assoluto
  • L’Europa si è posta degli obiettivi ambiziosi per ridurre drasticamente questo impatto ma, nonostante diverse misure di incentivo, il tasso di ristrutturazione ed efficientamento del parco edilizio resta attorno all’1%
  • In Italia, nonostante i numerosi bonus e incentivi, le cose non vanno molto meglio, anche se grazie al superbonus inserito nel Pnrr si è raggiunto un tasso di ristrutturazione del 4-5%
  • Il mancato efficientamento degli edifici pesa in particolar modo sulle classi meno abbienti, con un tasso di povertà energetica che raggiunge il 10% della popolazione europea, e che colpisce in Italia circa due milioni di persone
  • A rischiare di aggravare le condizioni, il costo delle misure di compensazione delle emissioni previste dall’Ue potrebbero essere scaricato dai produttori sui consumatori finali, con un aumento del costo dell’energia superiore a quello visto nei primi mesi della guerra in Ucraina

In tutta Europa, gli edifici sono vecchi e ancora poco efficientati. Secondo l’European Environmental Agency nel 2024 oltre il 30% dell’impronta ambientale europea proviene dagli edifici, un dato che evidenzia come questo settore sia ancora il più impattante in termini ambientali. Il 75% degli edifici dell’Unione è infatti considerato ancora energeticamente inefficiente, con un tasso di ristrutturazione annuo che si attesta solo attorno all’1%. Gli edifici sono responsabili del 42% del consumo energetico annuale dell’Ue e del 35% delle emissioni annuali di gas serra.

All’impatto ambientale del settore va aggiunto che l’inefficienza energetica contribuisce a mantenere i costi elevati: quasi il 10% delle persone in Ue, infatti, si trova in condizione di povertà energetica.

In Italia la situazione non è migliore: nel Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), modificato a giugno 2024, si riporta che il settore civile (edifici residenziali e commerciali) è responsabile di circa il 44% dei consumi finali di energia nazionali. Fa eco a questi dati il report Ispra di maggio 2025 su Le emissioni di gas serra in Italia: obiettivi di riduzione e scenari emissivi per cui il settore civile produce in media il 21% delle emissioni del settore energia in Italia se consideriamo il periodo dal 1990 al 2023, di cui più del 10% solo nel settore residenziale. Una percentuale che è aumentata nel 2020 fino al 27% per poi riscendere al 22% nel 2023 solo a causa di quelle che Ispra definisce “condizioni congiunturali” e cioè temperature più miti e costi elevati del gas.

Inoltre in Italia circa due milioni di persone sono in povertà energetica, il 7,7% della popolazione. 

Le nuove misure europee

Per efficientare un’abitazione ci sono diverse azioni da intraprendere: si possono rinforzare o cambiare gli infissi aggiungendo doppio o triplo vetro, si può isolare termicamente l’abitazione per evitare la dispersione del calore e gestire il riscaldamento secondo un sistema di distribuzione di calore a pavimento o a soffitto, sostituendo i radiatori. È fondamentale poi modificare le proprie fonti di energia prediligendo l’energia elettrica, attualmente prodotta circa al 50% da fonti rinnovabili, attraverso un sistema fotovoltaico o con una pompa di calore che consente di risparmiare e utilizzare energia in maniera più sostenibile.

Queste attività consentono di decarbonizzare il settore ma richiedono un impegno economico da parte dei proprietari di casa non sempre sostenibile, con un ritorno che si può misurare solo sul lungo termine. Lo spiega a IrpiMedia Francesca Andreolli, ricercatrice su energia ed efficienza energetica del think tank Ecco Climate: «La capacità di spesa delle famiglie è abbastanza limitata e questi sono interventi costosi, con dei tempi di ritorno lunghi e un beneficio non immediato. Serve un supporto dal punto di vista finanziario pubblico».

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Secondo l’Istituto per la politica europea dell’energia e del clima europeo (Iieecp) se non verranno intraprese azioni per ridurre le emissioni delle abitazioni europee i costi energetici per le famiglie a basso reddito aumenteranno in media del 19% entro il 2050 rispetto al 2019 in dieci Paesi appartenenti all’Europa orientale e meridionale, tra cui l’Italia, andando a infoltire gli oltre 41 milioni di persone in povertà energetica. 

Per far fronte alle inadeguatezze del sistema, a giugno 2025 la Commissione europea ha approvato un pacchetto di misure che ha modificato la Direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (Epbd), conosciuta in Italia come “Case green”, la cui attuazione è prevista entro maggio 2026. La direttiva vuole rafforzare l’indipendenza energetica, ridurre le bollette e diminuire il fabbisogno di investimenti nelle reti attraverso specifici obiettivi come la riduzione dei consumi energetici negli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2033.

Inoltre entro il 2030 dovranno essere a emissioni zero tutti gli edifici di nuova costruzione. Agli Stati membri è lasciata discrezionalità su come raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e su quali strumenti finanziari utilizzare, l’Italia però non ha ancora recepito la direttiva.

«L’aspetto che preoccupa di più il governo è l’efficientamento degli edifici esistenti che dovranno aumentare di classe energetica comportando un costo aggiuntivo per lo Stato e le famiglie», spiega Andreolli. «Lo scontro sulla Epbd nasce perché secondo il governo l’Europa avrebbe scaricato sulle famiglie il costo dell’efficientamento, ma dopo una fase di discussione con il Parlamento e il Consiglio si è arrivati a un compromesso. L’Europa fissa delle milestone con obiettivi intermedi, sta poi agli Stati membri decidere come raggiungere questi obiettivi con un piano di ristrutturazione di medio – lungo termine per raggiungere la neutralità climatica», continua la ricercatrice. «Il prossimo obiettivo intermedio è il 2030. La Commissione chiede che il consumo medio dell’intero patrimonio si riduca del 16% rispetto al 2020, per cui l’Italia può inserire nel conteggio anche tutti gli interventi già fatti».

Secondo un’indagine conoscitiva della Commissione ambiente sull’impatto ambientale degli incentivi in materia edilizia, che ha raccolto per alcuni mesi le audizioni di diversi soggetti tra la società civile e le imprese private, tra i numerosi ostacoli strutturali da affrontare quando si parla di efficientamento in Italia, ci sono proprio i troppi strumenti di incentivazione mal gestiti, sovrapposti e in conflitto tra loro.

Pur avendo aumentato la percentuale di efficientamento nel nostro Paese con un investimento di 62 miliardi, il superbonus ha riguardato solo il 3% degli edifici che necessiterebbero di interventi di efficientamento e, secondo quanto rilevato dalla Banca d’Italia nell’ambito dell’indagine, i benefici ambientali ripagheranno i costi finanziari in circa quarant’anni.

Per Andreolli le criticità dell’incentivo sono diverse: «Il superbonus aveva come obiettivo primario il rilancio di un settore in crisi dopo la pandemia, quello delle costruzioni, e considerava secondaria l’efficienza energetica. La risorsa poteva essere resa più efficiente in termini di costo beneficio ma non era pensata all’interno di un framework strutturale di riqualificazione ed efficientamento con finalità di riduzione delle emissioni come previsto dalla Epbd», commenta a IrpiMedia. «Se manca la capacità di pianificazione e la volontà politica, il rischio è che si continui con queste policy emergenziali che non producono benefici reali», conclude la ricercatrice. 

L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) riporta che in Italia il 74,1% degli immobili ricade nelle classi energetiche meno efficienti (E, F e G), mentre a solo l’8,1% è attribuita una classe superiore alla B. Secondo le stime della Federazione nazionale costruzioni, in Italia si dovrà quindi intervenire complessivamente su oltre 9,7 milioni di edifici oggi in classe E, F o G, circa il 75% del patrimonio edilizio residenziale.

Il ritardo nel recepimento della Epbd rappresenta per le organizzazioni ambientaliste «una scelta preoccupante che rischia di generare ulteriori ritardi e che di certo non fa bene alla transizione energetica edilizia, all’ambiente, alla lotta alla crisi climatica e ai cittadini che chiedono di vivere meglio e spendere meno in bolletta», scrivono in una nota congiunta Legambiente, Kyoto Club e WWF.

«In Europa si sta cercando di mettere in discussione gli obiettivi climatici stabiliti con il Fit for 55 ma in realtà c’è grande libertà per gli Stati su come implementare la direttiva: l’Italia può scegliere quali edifici escludere, per esempio il parco storico, e creare un piano di incentivi sul lungo termine per evitare l’impatto sulle famiglie più vulnerabili», commenta Andreolli. 

Chi ha paura dell’Ets 2

L’altro strumento messo in piedi dalla Commissione europea per far fronte alla decarbonizzazione del settore edilizio è la nuova versione dell’Emission Trading System (Ets 2), che sarà attivo a partire dal 2027 e che estende il sistema europeo di scambio delle emissioni anche al settore residenziale e ai trasporti.

Un elemento centrale dell’Ets 2 è la responsabilità a monte, per cui non saranno i cittadini o le imprese a dover gestire direttamente l’acquisto delle quote, ma i fornitori di energia (e di carburante nel caso dei trasporti), a cui verrà chiesto di monitorare, rendicontare e compensare le proprie emissioni. Come riportato dall’analisi di Legambiente e Kyoto Club sugli impatti del nuovo strumento, «questo approccio mira a semplificare la gestione amministrativa e ad aumentare l’efficacia della misura, agendo direttamente sui soggetti che immettono sul mercato combustibili fossili ma resta il tema degli impatti economici indiretti sui consumatori finali, su cui solitamente vengono trasferiti i sovrapprezzi». Una previsione condivisa dal think tank di politica economica Bruegel, secondo cui i fornitori trasferiranno il prezzo della CO2 aumentando il prezzo dell’energia.

Secondo i calcoli del think tank, nella peggiore delle ipotesi una famiglia media dell’Ue potrebbe pagare fino a 800 euro in più all’anno per le bollette energetiche. Si tratterebbe di un aumento superiore a quello causato dalla crisi energetica seguita all’attacco russo all’Ucraina.

Per evitare che i cittadini più vulnerabili debbano sobbarcarsi questa ulteriore spesa, la Commissione ha istituito un Fondo sociale clima: un recipiente per gli introiti dell’Ets 2 da 86,7 miliardi di euro istituito per proteggere le famiglie a basso reddito e più vulnerabili, di cui otto miliardi per l’Italia. Secondo l’Istituto per la politica europea dell’energia e del clima europeo (Ieecp), le risorse economiche necessarie per la ristrutturazione delle famiglie a basso reddito in almeno dieci Stati membri dell’Europa meridionale e orientale ammontano però a 140 miliardi di euro.

Il Fondo sociale per il clima si preannuncia già insufficiente ma è «un primo segnale di prezzo per guidare le scelte dei consumatori introducendo di fatto una tassa sul carbonio nei settori civile e dei trasporti», secondo la ricercatrice del think tank italiano. «Serve a ribilanciare una serie di squilibri tariffari: oggi paghiamo l’energia elettrica di più di quello che paghiamo sul gas», spiega a IrpiMedia Andreolli. «Se io riscaldo casa con una pompa di calore che riduce i consumi di 3-4 volte, perché più efficiente di una caldaia a gas, non vedrò in bolletta quel corrispettivo di risparmio in termini di costi siccome la bolletta elettrica è più alta. Utilizzo una tecnologia che è tre quattro volte più efficiente ma non ricevo lo stesso beneficio economico», conclude l’analista. 

Il patrimonio edilizio europeo invecchia male

Il principale motivo per cui è così difficile efficientare è la vetustà del parco edilizio europeo e italiano. Il consumo energetico degli edifici è la principale fonte di emissioni di gas serra e di inquinamento nel ciclo di vita di un edificio. Nel 2020, queste emissioni hanno raggiunto circa le 870 milioni di tonnellate di CO2 in Europa. La domanda di riscaldamento e raffreddamento, infatti, si abbassa solo per gli edifici di nuova costruzione e con alte prestazioni energetiche mentre i dati raccolti dal centro di ricerca Eurac ci mostrano che la maggior parte degli edifici residenziali in Europa è stata costruita tra il 1945 e il 1969. In quegli anni il settore «ha visto un’impennata a causa della ricostruzione postbellica e della crescita economica aiutata dal Piano Marshall», si legge nello studio. Secondo le previsioni dell’Eea, l’85%-95% degli edifici esistenti sarà ancora in piedi nel 2050, obbligando il patrimonio edilizio a una ristrutturazione.

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Guardando all’Europa intera, l’Austria presenta una delle percentuali più elevate di abitazioni costruite prima del 1945 tra tutti i Paesi, con un settore residenziale dominato dalle case unifamiliari. In Belgio il quadro generale è più equilibrato, con un’alta percentuale di abitazioni costruite negli anni 2000. Una situazione simile si osserva in Polonia, con una quota piuttosto elevata di edifici costruiti negli anni 2000. La Francia presenta una combinazione di edifici di età diversa e un mix di case unifamiliari e plurifamiliari. Una distribuzione simile si osserva in Italia, che ha la percentuale più alta di condomini tra tutti i Paesi europei con circa la metà delle famiglie che vivono in immobili costruiti prima del 1976, e una larga parte risalente a prima del 1991.

Durante l’indagine conoscitiva promossa dalla Commissione ambiente alla Camera, l’organizzazione Kyoto Club ha ricordato che il patrimonio immobiliare italiano è piuttosto vecchio, con l’85% degli immobili che ha superato i trent’anni e il 74,1% realizzato prima dell’entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica.

In Germania predominano gli edifici costruiti tra il 1945 e il 1969, la maggior parte dei quali sono case unifamiliari. La Repubblica Ceca, un Paese post-socialista, registra quasi la metà del suo intero patrimonio edilizio costruito tra il 1945 e il 1979, con maggioranza di case unifamiliari.

Nelle capitali, i vecchi edifici sono ancora più diffusi. A Berlino, Bruxelles e Vienna la maggior parte delle abitazioni è stata costruita prima del 1919. A Praga, gran parte degli appartamenti è stata costruita tra le due guerre. C’è stata anche una grande quantità di costruzioni tra gli anni ’60 e ’80, nell’era della costruzione di massa di edifici prefabbricati come risposta del regime socialista alla carenza di alloggi. Allo stesso modo, il dopoguerra è il periodo più produttivo a Varsavia.

Anche il tempo di costruzione e i materiali utilizzati hanno un impatto enorme sull’efficienza energetica dell’edificio. Il grafico sottostante mostra la cosiddetta categoria del “consumo finale specifico di energia” ovvero quanta energia viene fornita all’edificio, sia gas che elettricità. 

In questo caso, i dati sono raggruppati in base ai periodi di costruzione. Secondo la fotografia fatta dall’Urban Journalism Network, i dati complessivi relativi agli edifici residenziali europei mostrano che il consumo energetico specifico per il riscaldamento e acqua calda diminuisce in modo lineare nel corso dei decenni. Con l’avanzare del tempo sono stati costruiti appartamenti sempre più efficienti mentre le abitazioni costruite nel secondo dopoguerra invecchiano male, soprattutto a causa dei materiali a buon mercato utilizzati. La situazione cambia negli anni ’70 quando le costruzioni presentano i primi isolamenti termici.

Per quanto riguarda il raffreddamento degli ambienti, che rappresenta ancora una quota marginale dell’energia consumata dalle famiglie, le differenze tra i periodi di costruzione sono meno significative. Ma anche qui la situazione sta cambiando: solo tra il 2015 e il 2023 il consumo di elettricità per il raffreddamento è aumentato di oltre il 60%.

In termini di consumi negli ultimi anni poco è cambiato, con livelli stabili dal 2015. Il motivo principale è che le persone occupano più spazio utilizzando più energia. Mentre la popolazione dell’Ue è cresciuta dell’1,3% nell’ultimo decennio, la superficie abitativa occupata è aumentata oltre il 7%. Le famiglie diventano sempre più piccole mentre la dimensione media degli appartamenti aumenta favorendo un aumento dell’energia consumata. 

Secondo le stime riportate nella Strategia per le ristrutturazioni dell’Unione europea del 2020, detta Renovation Wave, il tasso complessivo di ristrutturazione in Europa è fermo all’1% all’anno. Se si considera solo la categoria dei cosiddetti “interventi profondi”, quelli cioè che aumentano l’efficienza energetica, il tasso scende allo 0,2%. Il problema non è solo la quantità di edifici ristrutturati, ma anche la qualità della ristrutturazione stessa. Come sintetizza senza mezzi termini l’Unione europea nell’Epbd, «al ritmo attuale, la decarbonizzazione del settore edilizio richiederebbe secoli. É tempo di agire».

La Renovation Wave dell’Ue si era impegnata a ristrutturare 35 milioni di edifici tra il 2020 e il 2030. Alla domanda dell’Urban Journalism Network su quanti siano stati ristrutturati finora, la Commissione europea non ha risposto.

In Italia l’introduzione del superbonus ha fatto sì che si registrasse un tasso di riqualificazione in leggero aumento rispetto al trend europeo ma i risultati non ci consentono di stare al passo con gli obiettivi. Nell’ambito dell’indagine conoscitiva della Commissione ambiente sugli incentivi edilizi, l’Ispra ha evidenziato che le misure attualmente in vigore e quelle ipotizzate nella versione attuale del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) non sono sufficienti a rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Guardando i dati storici e i nuovi obiettivi, affinché l’Italia sia in grado di riportarsi al di sotto dei target massimi consentiti, è necessario ridurre le emissioni di almeno il 30% nel periodo 2021-2030.

«Considerando il peso dei diversi settori e la rigidità dei settori non energetici, il contributo più importante dovrebbe venire proprio dal settore civile e da quello dei trasporti», hanno tirato le somme i rappresentanti dell’agenzia ambientale italiana. 

Questo articolo è parte del progetto collaborativo Energy Trap dello Urban Journalism Network.

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Crediti

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Ha collaborato

Beatrice Cambarau
Gaby Khazalova
Emmanuelle Picaud
Sarah Pilz

In partnership con

Urban Journalism Network

Foto di copertina

Bene Brandhofer
David Meidinger

Coordinamento

Gaby Khazalova
Hendrik Lehmann

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