Settori strategici: faro del Copasir sui capitali stranieri

Cina e Russia sorvegliati speciali, alta l’attenzione anche dentro i confini Ue: l’occhio ai movimenti di Francia e Germania nel settore del credito

27 Novembre 2020 | di Lorenzo Bodrero

Il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha puntato i fari sul rischio di acquisizione da parte di soggetti stranieri di quote di controllo di istituti bancari e società assicurative. Le conseguenze economiche della pandemia e le vulnerabilità strutturali dei settori creditizio e assicurativo italiani forniscono un viatico per l’arrivo di capitali dall’estero in due settori giudicati strategici per la stabilità finanziaria del nostro Paese. I due riferimenti principali sono a Cina e Russia, meritevoli di due allegati di approfondimenti in fondo alla relazione. Del primo spicca il balzo dei flussi di investimento diretti esteri (Ide) nel nostro Paese, dai 573 milioni di euro nel 2015 ai 4,9 miliardi nel 2018, con poco meno di cinquantunomila imprenditori cinesi operanti in Italia; il secondo, seppur in diminuzione, registra Ide per 1,5 miliardi di euro nel 2018 contro i 2,2 miliardi nel 2015.

A cascata, il risiko coinvolge anche le piccole e medie imprese, vera colonna portante del sistema economico italiano. Sono tre i motivi che rendono le nostre aziende particolarmente appetibili per l’ingresso di capitali stranieri: in primo luogo, l’ampio numero di quelle di piccole e medie dimensioni; poi, la loro alta specializzazione industriale, fattore particolarmente importante per soggetti di più grandi dimensioni alla ricerca di fusioni e acquisizioni; infine, la forte dipendenza delle imprese italiane dal settore bancario. Per loro natura, infatti, gli istituti di credito dovrebbero facilitare le politiche di accesso al credito adottate dal governo, specie in tempi di emergenza sanitaria.

Cosa è e cosa fa il Copasir

Il CO.PA.SI.R. è il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, sostanzialmente l’organismo di vigilanza del Parlamento sui servizi segreti. La legge che regola il funzionamento del Copasir è la 124 del 30 agosto 2007, in particolare tra gli articoli 30 e 38. Il CO.PA.SI.R. è composto da 5 deputati e 5 senatori, ripartiti in maniera tale da garantire comunque la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni e nominati entro venti giorni dall’inizio di ogni legislatura dai Presidenti dei due rami del Parlamento.

Obbligo del segreto

I componenti del Comitato, i funzionari e il personale di qualsiasi ordine e grado addetti al Comitato stesso e tutte le persone che collaborano con il Comitato oppure che vengono a conoscenza, per ragioni d’ufficio o di servizio, dell’attività del Comitato sono tenuti al segreto relativamente alle informazioni acquisite, anche dopo la cessazione dell’incarico.

Organizzazione interna

Le attività e il funzionamento del Comitato sono disciplinati da un regolamento interno approvato dal Comitato stesso a maggioranza assoluta dei propri componenti. Ciascun componente può proporre la modifica delle disposizioni regolamentari.

Le sedute e tutti gli atti del Comitato sono segreti, salva diversa deliberazione del Comitato.

Le spese per il funzionamento del Comitato, determinate in modo congruo rispetto alle nuove funzioni assegnate, sono poste per metà a carico del bilancio interno del Senato della Repubblica e per metà a carico del bilancio interno della Camera dei deputati. Il Comitato può avvalersi delle collaborazioni esterne ritenute necessarie, previa comunicazione ai Presidenti delle Camere, nei limiti delle risorse finanziarie assegnate. Il Comitato non può avvalersi a nessun titolo della collaborazione di appartenenti o ex appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza, né di soggetti che collaborino o abbiano collaborato con organismi informativi di Stati esteri.

Il Comitato

Il Comitato è presieduto da un esponente dell’opposizione.

É eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti. Se nessuno riporta tale maggioranza, si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggiore numero di voti. In caso di parità di voti è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età.

É preventivamente informato dal Presidente del consiglio dei Ministri circa le nomine del direttore generale e dei vice direttori generali del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e dei direttori e dei vice direttori dei servizi di informazione per la sicurezza.

Anche su richiesta di uno dei suoi componenti, denuncia all’autorità giudiziaria i casi di violazione del segreto. Qualora risulti evidente che la violazione possa essere attribuita ad un componente del Comitato, il presidente di quest’ultimo ne informa i Presidenti delle Camere.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, su richiesta del presidente del COPASIR, espone, in una seduta segreta appositamente convocata, il quadro informativo idoneo a consentire l’esame nel merito della conferma dell’opposizione del segreto di Stato.

L’ufficio di presidenza, composto dal presidente, da un vicepresidente e da un segretario, è eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti.

Le funzioni

A. CONTROLLO

Il Comitato verifica, in modo sistematico e continuativo, che l’attività del Sistema di informazione per la sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell’esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni.

È compito del Comitato accertare il rispetto di quanto stabilito dall’articolo 8, comma 1 (cioè che le funzioni attribuite al DIS, all’AISE [Agenzia informazioni e sicurezza esterna] e all’AISI [Agenzia informazioni e sicurezza interna] non possono essere svolte da nessun altro ente, organismo o ufficio), nonché verificare che le attività di informazione previste dalla legge 124 del 2007, svolte da organismi pubblici non appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza rispondano ai principi della presente legge.

Procede al periodico svolgimento di audizioni del Presidente del Consiglio dei ministri e dell’Autorità delegata, ove istituita, dei Ministri facenti parte del CISR, del direttore generale del DIS e dei direttori dell’AISE e dell’AISI

Ha altresì la facoltà, in casi eccezionali, di disporre con delibera motivata l’audizione di dipendenti del Sistema di informazione per la sicurezza. La delibera è comunicata al Presidente del Consiglio dei ministri che, sotto la propria responsabilità, può opporsi per giustificati motivi allo svolgimento dell’audizione.

Il Comitato può ascoltare ogni altra persona non appartenente al Sistema di informazione per la sicurezza in grado di fornire elementi di informazione o di valutazione ritenuti utili ai fini dell’esercizio del controllo parlamentare

Può ottenere, anche in deroga al divieto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti, nonché copie di atti e documenti relativi a indagini e inchieste parlamentari. L’autorità giudiziaria può trasmettere copie di atti e documenti anche di propria iniziativa

Può ottenere, da parte di appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza, nonché degli organi e degli uffici della pubblica amministrazione, informazioni di interesse, nonché copie di atti e documenti da essi custoditi, prodotti o comunque acquisiti.

Qualora la comunicazione di un’informazione o la trasmissione di copia di un documento possano pregiudicare la sicurezza della Repubblica, i rapporti con Stati esteri, lo svolgimento di operazioni in corso o l’incolumità di fonti informative, collaboratori o appartenenti ai servizi di informazione per la sicurezza, il destinatario della richiesta oppone l’esigenza di riservatezza al Comitato.

Al Comitato non può essere opposto il segreto d’ufficio, né il segreto bancario o professionale, fatta eccezione per il segreto tra difensore e parte processuale nell’ambito del mandato.

Il Comitato può esercitare il controllo diretto della documentazione di spesa relativa alle operazioni concluse, effettuando, a tale scopo, l’accesso presso l’archivio centrale del DIS

Il Comitato può effettuare accessi e sopralluoghi negli uffici di pertinenza del Sistema di informazione per la sicurezza, dandone preventiva comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri.

B. CONSULTIVE

Esprime il proprio parere sugli schemi dei regolamenti previsti dalla legge, nonché su ogni altro schema di decreto o regolamento concernente l’organizzazione e lo stato del contingente speciale del personale. Il Comitato esprime, altresì, il proprio parere sulle delibere assunte dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica sulla ripartizione delle risorse finanziarie tra il DIS e i servizi di informazione per la sicurezza e sui relativi bilanci preventivi e consuntivi, nonché sul piano annuale delle attività dell’ufficio ispettivo.

Relazioni

Presenta una relazione annuale al Parlamento per riferire sull’attività svolta e per formulare proposte o segnalazioni su questioni di propria competenza.

Può trasmettere al Parlamento nel corso dell’anno informative o relazioni urgenti.

Entro il mese di febbraio di ogni anno il Governo trasmette al Parlamento una relazione scritta, riferita all’anno precedente, sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti.

Alla relazione è allegato il documento di sicurezza nazionale, concernente le attività relative alla protezione delle infrastrutture critiche materiali e immateriali nonché alla protezione cibernetica e alla sicurezza informatica.

Dopo aver audito enti quali Consob, Banca d’Italia, Ivass, i principali protagonisti del mondo bancario, Cassa Depositi e Prestiti, Borsa Italiana e in ultima istanza il ministro dell’Economia e gli stessi servizi segreti, la relazione, presentata dal deputato Enrico Borghi (Pd) e dal senatore Francesco Castiello (M5S), sottolinea come «non tutti i principali istituti bancari sono coerenti con questa impostazione, ritenendo preferibile una strategia rivolta verso i mercati esteri». Tradotto, gli interessi delle grandi banche sembrano andare in direzione opposta rispetto agli interessi nazionali, in un settore che raccoglie l’80% dell’occupazione totale. Ciò crea un vuoto che le nostre imprese hanno difficoltà a riempire. Altre fonti di finanziamento sono infatti meno sviluppate che in altri paesi, come le obbligazioni, il private equity e le quotazioni in borsa. A chi rivolgersi dunque?

Il Copasir sorvola, ma il pensiero va all’indomani della crisi del 2008 quando le imprese più penalizzate furono quelle con meno di venti impiegati molte delle quali, oggi ancor più di allora, si sono rivolte ai mercati criminali pur di rimanere a galla. Come analizzato da IrpiMedia in un editoriale dello scorso aprile, le organizzazioni mafiose con grandi liquidità individueranno quei settori produttivi in cui immettere i propri capitali. Da forme più “classiche” di sostegno criminale quali il pizzo o l’usura, si assisterà a vere e proprie evoluzioni distorte di accesso al credito con acquisizioni di una miriade di aziende da parte delle mafie più ricche. «Questo – scrivevamo – succederà nelle aree economicamente più fragili del Paese, ma sarà uno scenario a cui fare attenzione anche nelle regioni più produttive del nord, che sono state le più colpite dal contraccolpo della pandemia».

La leva del debito pubblico per gli appetiti franco-tedeschi nel settore del credito

Con l’esposizione a ingerenze straniere verso gli istituti bancari e assicurativi è in gioco «la tenuta del sistema» economico nazionale, scrive il Copasir. Il nodo è la quota di debito pubblico detenuto dalle banche italiane, il 27%, ben oltre la media europea che si attesta al 16%. Il Comitato, punto di raccordo tra Parlamento e intelligence, definisce «preoccupanti» le voci degli ultimi mesi circa la possibile fusione di Unicredit con l’istituto tedesco Commerzbank o le banche francesi Crédit Agricole e Societé Générale.

Il nodo è la quota di debito pubblico detenuto dalle banche italiane, il 27%

La stessa Crédit Agricole non a caso è protagonista proprio in questi giorni per l’offerta pubblica di acquisto (Opa) sul Credito Valtellinese di cui la stessa banca francese detiene già una quota. Unicredit, secondo gruppo per patrimonio gestito, detiene al momento circa 44 dei 2.409 miliardi di euro di debito pubblico nostrano, oltre a quote rilevanti di crediti verso le pmi, le famiglie e le imprese medio-grandi. Gli operatori finanziari francesi andrebbero così ad aumentare la quota di debito italiano in loro possesso, al momento pari a 285 miliardi, quasi il 12% del totale.

Medesime preoccupazioni coinvolgono il leader italiano nel settore assicurativo. Anche Generali, infatti, ha rivolto l’attenzione oltralpe con la possibilità di cedere alle mire dei francesi di Axa. Dovesse concretizzarsi, l’acquisizione porterebbe in mani francesi un ulteriore 3,5% del debito italiano con, appunta il Copasir, «un rischio a livello strategico e di rilievo per l’interesse nazionale».

La paventata extraterritorialità però non riguarda solo le finanze pubbliche. Con la rapida conversione al digitale da parte del settore assicurativo e gli aspetti relativi alla tecnologia 5G, si porrebbe il problema del trasferimento, trattamento e della conservazione di dati sensibili di milioni di sottoscrittori di polizze conservati al di fuori del territorio italiano.

Occhi puntati sulla Cina

In tale scenario, non possono non ricoprire un ruolo di primo piano i capitali provenienti dalla Cina (inclusi quelli da Hong Kong e Macao). Ad un incremento del 755% tra il 2015 e il 2018 degli investimenti diretti provenienti dalla Repubblica popolare si accompagna una diminuzione delle quote delle rimesse verso Pechino, da 237 milioni di euro del 2016 a 1,4 milioni del 2020. Crescono gli investimenti cinesi in Italia e crollano le rimesse (la spedizione di denaro) verso la Cina, dunque, al netto delle quote sommerse e quindi non tracciabili di denaro contante, frutto di attività criminali e di successivo riciclaggio, dimostra come gli investitori cinesi si stiano radicando sempre più nel tessuto economico italiano, decidendo quindi di reinvestire in Italia i proventi delle proprie attività.

Sono in tutto 760 le aziende fondate in Italia da soci italiani in cui sono poi entrati soci cinesi nell’azionariato e quelle fondate da cittadini di nazionalità cinese. In totale, impiegano 43.700 persone, con un giro di affari superiore ai 25 miliardi di euro. Il settore più proficuo, sebbene conti soltanto 150 imprese, è quello manifatturiero in cui lavorano quasi tre quarti di tutti i dipendenti. Seguono poi i settori dei servizi e delle imprese commerciali. Ma, precisa il Copasir, «le acquisizioni avvengono con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici». Tra gli attori più rilevanti figura StateGrid, colosso dell’utility. Controlla il 35% di CDP Reti Spa, finanziaria delle reti elettriche italiane la quale a sua volta controlla Snam, Terna e Italgas.

ChemChina detiene invece il 40% delle quote di Pirelli & C., della quale esprime anche il presidente. La lista di conglomerati cinesi con interessi nei comparti energetico, delle infrastrutture e metallurgico non si esaurisce qui. Nel 2014 la Ansaldo Energia ha ceduto il 40% delle proprie quote alla Shangai Electric Corporation mentre quote di Eni, TIM, Enel e Prysmian sono in mano alla People’s Bank of China, l’equivalente di Bankitalia. Anche il gruppo Candy, tra i leader nella produzione di elettrodomestici, ha ceduto alle avances cinesi nel 2018 con l’acquisizione da parte della multinazionale Haier. Stesso destino del gruppo cantieristico navale Ferretti, controllato per l’85% dal colosso industriale cinese Weichai. Di recente, è sfumata l’offensiva cinese verso il terminal logistico del porto di Trieste mentre in quello di Vado Ligure (Savona) la COSCO e il porto di Qingdao controllano il 49,9% delle azioni del terminal merci. Per quanto riguarda le società quotate in borsa, detto di Eni, Pirelli e Prysmian, le società cinesi detengono quote di minoranza di Intesa Sanpaolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo e Prima Industrie.

«C’è sicuramente una parte che sfugge ai controlli, pensiamo per esempio agli investimenti nelle università o nei centri di ricerca, sono progetti che spesso esulano dalla conta degli investimenti diretti provenienti dall’estero»

Alessia Amighini

Senior researcher Asia per Ispi

Per tutte queste si tratta di investimenti esteri diretti, sono quindi esclusi e difficilmente individuabili quelli provenienti da fondi di investimento, società fiduciarie e finanziarie, le quali quasi sempre nascondono i reali titolari dei capitali. Si pensi al fondo sovrano China Investment Corporation (CIC) che realizza i propri investimenti in Europa tramite catene societarie registrate in Lussemburgo. «Da noi il problema si pone con le partecipazioni a cascata nelle grandi aziende, che possono mascherare l’ingresso di attori cinesi lungo la catena societaria», spiega a IrpiMedia Alessia Amighini, senior researcher dell’Asia per Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale.

«Lo stesso vale per alcuni soggetti europei che possono fungere da spalla per investitori provenienti dalla Cina», aggiunge. È il caso, per esempio, di Amundi, la più grande società europea di gestione patrimoniale e controllata proprio da Crédit Agricole, in trattativa per l’acquisizione di Unicredit. Un anno fa la Cina ne ha autorizzato una joint venture con la Bank of China, dando vita alla prima società di gestione patrimoniale a controllo straniero mai creata in Cina. Al contrario di tanti altri paesi, in Europa e in Italia i bilanci delle aziende oggetto degli investimenti cinesi sono pubblici, «quindi sono tutto sommato trasparenti», precisa Amighini. «Tuttavia c’è sicuramente una parte che sfugge ai controlli, pensiamo per esempio agli investimenti nelle università o nei centri di ricerca, sono progetti che spesso esulano dalla conta degli investimenti diretti provenienti dall’estero».

Editing: Luca Rinaldi | Foto: Eric Prouzet/Shutterstock

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