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I data center si mangiano la terra (ancora) verde. Due casi in Lombardia

Norme e definizioni vaghe rendono i centri dati l’ultima giustificazione possibile per consumare suolo, a dispetto degli obiettivi Ue. Per le amministrazioni comunali, però, fruttano milioni in oneri e tasse

28.05.25

Anna Toniolo

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Lombardia
Politica

In Lombardia, il paesaggio dell’hinterland si somiglia un po’ in tutte le province. Il grigio è ovunque: nelle case, nelle strade, nei blocchi dei capannoni industriali. I terreni lombardi detengono il record del più alto livello di suolo coperto artificialmente. Secondo i dati al 2023 forniti dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), il 12,2% del territorio lombardo è stato convertito a usi artificiali — un valore ben superiore alla media nazionale, che si ferma al 7%. 

Ai margini dei centri abitati, qualche frammento di verde resiste ancora. Ma spesso si tratta solo di una tregua temporanea: basta una variante al Piano di governo del territorio (Pgt) e il cemento torna ad avanzare. I Pgt, strumenti di pianificazione urbanistica in mano ai Comuni, sono flessibili e modificabili. Pur vincolati da iter procedurali, vincoli e possibili opposizioni, le amministrazioni locali possono aggiornarli o sostituirli, adattandoli alle esigenze politiche e strategiche del momento. E in alcuni casi, i costruttori e i gestori di data center sembrano approfittare di questa flessibilità, utilizzando terreni ancora verdi per realizzare nuovi capannoni.

L’inchiesta in breve

  • La Lombardia è la regione italiana con il più alto consumo di suolo, con oltre il 12% del territorio coperto, e i pochi spazi verdi residui sono spesso destinati a nuove costruzioni tramite modifiche ai piani urbanistici comunali (Pgt)
  • La flessibilità dei Pgt permette rapide trasformazioni del territorio, favorendo gli interessi di costruttori e investitori, come quelli dei data center, che spesso scelgono terreni ancora verdi grazie a una normativa poco chiara e frammentata
  • In Italia manca una legge nazionale vincolante contro il consumo di suolo: la pianificazione è affidata alle Regioni, con regole diverse e livelli di tutela variabili, mentre il suolo continua a essere visto come risorsa edificabile più che ambientale
  • I data center sono in forte espansione, soprattutto in Lombardia, e pur essendo meno impattanti in termini di traffico rispetto ai poli logistici, sollevano preoccupazioni per l’elevato consumo di energia e acqua, oltre che per l’occupazione di suolo verde
  • I casi di Bornasco (PV) e Arcene (BG) mostrano come la costruzione di nuovi data center su aree destinate a servizi collettivi, verde pubblico o agricole avvenga spesso tra proteste dei cittadini e in assenza di una chiara valutazione d’impatto ambientale, sfruttando ambiguità normative e la mancanza di regole stringenti

Non è la prima corsa edilizia che attraversa la Lombardia. Negli anni ’80 era toccato alle villette per chi lasciava la città, poi sono arrivati i centri commerciali e, più di recente, i grandi hub logistici. La prima vera ondata senza regole è stata quella della logistica: rapida, intensa, senza alcuna regia della politica regionale. Fino ad agosto 2024, quando una legge della Regione ha rallentato la fame di terreni di aziende e multinazionali.

Oggi tocca ai data center: la costruzione di queste infrastrutture «è un fenomeno in crescita, e questo comporta una serie di novità e incognite – spiega a IrpiMedia Renato Bertoglio di Legambiente Pavia –. Sappiamo già che sono energivori e che consumano molta acqua per il raffreddamento, ma contestarli è difficile: non generano traffico come i poli logistici e, soprattutto, hanno a disposizione grandi capitali».

Capitali che permettono loro di offrire compensazioni allettanti ai singoli Comuni. I data center, pur diversi dai poli logistici, si muovono anch’essi in un contesto normativo poco definito: una zona grigia legislativa che permette di puntare su aree ancora verdi.

12,2%

il territorio della Lombardia
convertito a uso artificiale

7%

il territorio dell’Italia
convertito a uso artificiale

Suolo da occupare

«Attualmente l’Italia non dispone di una legge nazionale definitiva contro il consumo di suolo», chiarisce Paolo Pileri, docente di pianificazione territoriale ambientale al Politecnico di Milano. L’Italia ha assunto l’impegno di azzerare il consumo netto entro il 2050, recependo la strategia dell’Unione europea per il suolo, ma secondo Pileri mancano gli strumenti concreti per attuarlo. Nella pratica il suolo libero continua a essere visto prima di tutto come un’occasione edificabile, ogni spazio verde o non urbanizzato è ancora considerato terreno disponibile per nuove costruzioni. 

Approvata dalla Camera nel 2016, la legge sul consumo di suolo si è poi arenata in Senato e, senza una volontà politica chiara, è decaduta alla fine della legislatura nel 2018.    

«Si tratta di un tema che in Italia non è considerato ecologico, ma urbanistico», continua Pileri. Il suolo è visto dalle amministrazioni pubbliche come spazio disponibile da gestire più che come risorsa da tutelare. Di conseguenza, le decisioni sul suo utilizzo rispondono molto più a logiche di rendita (economica e politica) che di salvaguardia ambientale.

Inoltre, poiché la pianificazione urbanistica è di competenza territoriale, ogni Regione agisce in autonomia, adottando normative diverse e garantendo livelli di protezione variabili, in assenza di una legge nazionale vincolante. Questo approccio frammentato rende complicata l’attuazione di una strategia ambientale coordinata e apre la porta a pressioni locali, che favoriscono varianti urbanistiche e nuove costruzioni anche su aree ancora verdi, come avviene in diversi casi con i data center.

Nel 2024, la potenza media assorbita dai soli server e dalle apparecchiature IT dei data center in Italia era di 513 MW, il 17% in più rispetto all’anno precedente, mentre l’insieme di tutti i centri dati attivi in Italia all’inizio del 2025 occupa un’area totale di 333.341 mq. Non è stato possibile reperire dati sulla divisione in MW regione per regione, né al numero esatto di data center attivi sul territorio nazionale. Contare ogni  singolo data center potrebbe essere fuorviante perché «questo può essere un’infrastruttura molto piccola o un enorme data center gestito per esempio da Google» e questo non restituirebbe un quadro preciso della realtà, spiega Ivan Antozzi, ricercatore dell’Osservatorio Data Center.

I server e le tecnologie
dei data center hanno consumato

513 MW

in  Italia  nel 2024

In confronto, il consumo di energia elettrica di  Firenze  è stato di

466 MW

nel 2023

Oggi i data center in Italia occupano una superficie pari a

49

campi da calcio professionistico: 333.341 mq

La realizzazione dei nuovi poli della digitalizzazione italiana viene spesso presentata, nella narrazione di politici e portatori di interesse, come un’occasione vantaggiosa: una possibilità per dare nuova vita a territori dove precedenti progetti non hanno avuto successo, e allo stesso tempo un’opportunità per puntare su investimenti industriali “più sostenibili” dal punto di vista ambientale.

Mentre progetti come i parchi logistici, con il loro via-vai di merci, producono pesanti emissioni di anidride carbonica (CO2), i data center non generano traffico. Almeno in termini di mobilità e manodopera, dovrebbero avere un impatto diretto inferiore sulle emissioni di CO2, per quanto il massiccio utilizzo di energia elettrica e la presenza di generatori a gasolio da attivare in caso di emergenza abbiano comunque sollevato critiche.

Cosa sono i data center e qual è il loro impatto ambientale?

In Italia, la definizione di “data center” nei piani urbanistici è tuttora ambigua e questo si ripercuote anche sui pochi provvedimenti presi dalle Regioni, come le linee guida adottate da Regione Lombardia. 

A volte, infatti, i data center vengono assimilati ad attività produttive, in quanto ospitano infrastrutture tecnologiche simili a quelle di un impianto industriale. Altre volte sorgono in aree classificate come “artigianali di servizio” o “direzionali”, pur svolgendo attività diverse da quelle tradizionali previste per queste destinazioni, come uffici, studi professionali, laboratori artigianali o servizi di consulenza. È attualmente in discussione al Parlamento una proposta di legge delega per introdurre una loro definizione specifica e procedure di approvazione semplificate. La proposta non è ancora stata approvata.

Esiste però una definizione “tecnica”: i data center sono infrastrutture specializzate progettate per ospitare server e sistemi informatici a loro volta necessari per conservare, gestire e trasmettere grandi quantità di dati, supportando servizi digitali, cloud e internet come l’intelligenza artificiale o il machine learning. In altre parole sono vasti magazzini che ospitano pile di computer che immagazzinano ed elaborano i dati utilizzati da siti web, aziende e governi.

I data center si distinguono per proprietà, funzione e livello di servizio: da quelli aziendali interni (on-premise), a quelli condivisi tra più clienti (colocation), fino ai grandi hyperscale gestiti da colossi del cloud come Amazon o Google. Esistono anche strutture più piccole (edge), pensate per elaborare i dati vicino agli utenti e ridurre la latenza, cioè la distanza che i dati devono percorrere. 

In tutto il mondo, gli ambientalisti sollevano dubbi rispetto al massiccio uso di elettricità e acqua da parte di queste strutture o preoccupazioni sull’uso del suolo. «Falsi miti –, li liquida Luca Beltramino, vicepresidente dell’Italian Datacenter Association (Ida), l’associazione italiana dei costruttori e operatori di data center –. I data center sprecavano acqua tanti anni fa. Al contrario, oggi gli impianti sono dotati di circuiti chiusi dove l’acqua non viene sprecata». «L’Italia – prosegue – ha una grandissima quantità di zone ex industriali abbandonate» che possono essere riconvertite a data center.

Se questo è vero, il problema però è che spesso gli stakeholder non scelgono aree da bonificare perché le procedure sono costose e complesse, le infrastrutture esistenti risultano in molti casi inadeguate, e la localizzazione può non essere ottimale per connettività e accesso all’energia, oltre alla maggiore presenza di vincoli urbanistici e tempi incerti.

In Italia – insieme alla Spagna, alla Polonia, alla Svezia e alla Norvegia – sono le nuove frontiere che allettano le multinazionali e le aziende che investono in data center: una ricerca dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano ha calcolato cinque miliardi di investimenti in nuovi data center nel biennio 2023-2024, cifra che l’Osservatorio stima si raddoppi per il biennio 2025-2026. La Lombardia è la regione dove si concentrano in modo particolare. 

Cava d’inerti o data center, l’importante è capitalizzare

Bornasco è un piccolo comune della provincia di Pavia, a circa 35 chilometri da Milano. Con poco più di 2.600 abitanti distribuiti su 12 chilometri quadrati, rappresenta una delle tante realtà di campagna lombarda, lontana dal clamore urbano e dai grandi snodi infrastrutturali. Almeno in apparenza. 

Qui, su un’area di circa 165mila metri quadrati, circa l’1,3% del territorio comunale, sta per sorgere un data center gestito da Microsoft e, di recente, l’amministrazione comunale ha approvato i piani per la costruzione di un secondo su una zona verde coltivata. Questa seconda proposta è stata depositata dalla società Vld – Valtidone Logistic Development Srl che il 3 aprile 2025 ha ricevuto dalla giunta comunale l’approvazione del piano di lottizzazione, ovvero lo schema che definisce come verrà suddivisa e utilizzata l’area: dove sorgeranno gli edifici, quali saranno gli accessi, gli spazi verdi, i parcheggi. Un atto che non dà ancora il via ai lavori, ma che apre ufficialmente la strada alla realizzazione del data center.

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Nel febbraio 2024, la stessa Vld aveva richiesto una variante del Piano di governo del territorio per realizzare un insediamento logistico sullo stesso terreno. La società aveva rinunciato dopo che, nello stesso anno, la Provincia di Pavia aveva chiesto di sottoporre il progetto a una Valutazione di impatto ambientale (Via), mai avviata perché avrebbe richiesto un esborso anche da parte del Comune. 

In paese, un comitato di residenti si è attivato per difendere il territorio da infrastrutture considerate impattanti, in particolare per il consumo di suolo. Nato con il nome “No Logistica a Bornasco” per opporsi alla crescita degli hub logistici nella zona, il gruppo ha recentemente cambiato nome in “Sentinelle del Territorio” e ha ampliato il proprio sguardo: ora monitora con attenzione anche il progetto di data center proposto dalla società Valtidone Logistic Development.

Dopo che il Comune di Bornasco ha annunciato l’adozione del piano attuativo per la costruzione del centro dati proposto da Vld, il comitato “Sentinelle del Territorio”, insieme ad altri cittadini, ha presentato 18 osservazioni, alcune delle quali incentrate sulla destinazione d’uso dell’area scelta: secondo il Pgt del 2012, è una zona “polifunzionale”, destinata a servizi collettivi, aree verdi, parcheggi, uffici e attività commerciali. Niente che, secondo i cittadini, giustifichi un’infrastruttura come un data center, che richiederebbe una variante urbanistica per essere compatibile. A loro avviso, il progetto contrasta con la visione originaria dell’area, pensata come spazio integrato e accessibile alla collettività.

Il Comune ha respinto le osservazioni, sostenendo che le linee guida regionali ammettono questo tipo di insediamento e il Pgt non pone vincoli rigidi sull’uso del terreno.

La disputa rimane aperta e si gioca sull’ambiguità delle definizioni urbanistiche: da un lato i cittadini contestano l’incompatibilità del progetto con le previsioni del piano regolatore, dall’altro il Comune difende la scelta come un tentativo legittimo di valorizzare un’area da tempo in attesa di trasformazione. Una legislazione più chiara, che definisca esplicitamente in quali aree possono essere costruiti i data center, aiuterebbe Comuni e giudici amministrativi a interpretare correttamente la compatibilità urbanistica di queste infrastrutture. 

Ascolta il podcast di Newsroom

La sindaca di Bornasco, Roberta Bonetti, e la Valtidone Logistic Development non hanno risposto alle richieste di chiarimento di IrpiMedia sul progetto del data center.

Pronti, partenza. Anche senza Via

Le osservazioni dei cittadini di Bornasco, come spesso accade, hanno riguardato anche la poca chiarezza in merito agli impatti ambientali del data center. Secondo il Testo unico ambiente del 2006, la Valutazione di impatto ambientale (Via), il documento redatto da professionisti per conto di chi vuole realizzare il progetto e in seguito vagliato dalle autorità competenti, è obbligatoria per opere e interventi che, per dimensioni, caratteristiche o localizzazione, possono avere effetti rilevanti sull’ambiente, come impianti industriali, infrastrutture energetiche e grandi opere di urbanizzazione.

Stando al progetto proposto dalla Vld, il data center di Bornasco avrà una «potenza indicativa inferiore a 50 MW», escludendolo così dalla necessità di passare per una Via, come previsto dalle linee guida del ministero dell’Ambiente sull’argomento. Secondo i cittadini non ci sono dati a sufficienza per affermare con certezza che alla fine il progetto rispetterà il limite, e nonostante la Vld chiarisca che «nel caso in cui la potenza complessiva del Data Center superi i 50 MW, si provvederà all’applicazione delle procedure previste dalla normativa vigente», sostengono che la dichiarazione del proponente sia volutamente generica e strumentale per evitare il passaggio della valutazione ambientale.

Il Comune ha respinto l’obiezione, spiegando che la Via non è richiesta in questa fase di progetto e che eventuali modifiche future comporteranno tutte le verifiche e autorizzazioni previste. Nello stesso Comune, anche il polo logistico che doveva sorgere sullo stesso terreno del data center era stato abbandonato proprio a causa della Via. Cambia la natura del progetto impattante, non la vaghezza delle norme nel momento in cui è stato approvato. 

Avesse avuto una potenza superiore a 50 MW, per legge, il progetto di data center di Bornasco avrebbe dovuto essere sottoposto «a uno “screening di Via statale”, cioè un esame degli impatti, che valuta se questi devono essere approfonditi con una valutazione di impatto ambientale vera e propria o se, in presenza di alcune condizioni, possono essere escluse da questo esame», spiega a IrpiMedia Paola Brambilla, avvocata e coordinatrice della sottocommissione dedicata a queste autorizzazioni del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza ambientale (Mase). Brambilla ricorda inoltre che prima si dovrebbe effettuare la Via, che analizza gli effetti complessivi del progetto sull’ambiente, e solo successivamente procedere con le altre autorizzazioni specifiche, fino ad arrivare, alla fine, al rilascio del permesso di costruire da parte del sindaco e dell’ufficio tecnico.

In molti casi, però, questo ordine procedurale non viene rispettato: infrastrutture che avrebbero dovuto essere sottoposte a una valutazione di impatto ambientale prima della costruzione non la ricevono, e spesso progetti già realizzati si trovano a dover affrontare una valutazione postuma.

Secondo l’avvocata, la “Via postuma” è un procedimento molto complicato perché bisogna valutare tutti gli impatti dopo che l’infrastruttura è già stata costruita. «Sebbene alcuni imprenditori pensino che saltare la Via prima della costruzione sia una scorciatoia, in realtà questa pratica è un disastro» perché rende molto difficile, a volte impossibile, prevenire o mitigare efficacemente eventuali danni all’ambiente.

Ad oggi, però, non esiste un sistema di monitoraggio per le strutture superiori a 50 MW che avrebbero dovuto sottoporsi a una valutazione di impatto ambientale. Il ministero si affida quindi al buon senso degli imprenditori che si autodenunciano o ai cittadini che vigilano sui loro territori e segnalano situazioni sospette. Al momento, però, non sono disponibili dati certi sul numero di infrastrutture che si trovano in questa situazione.

Breve storia delle leggi a difesa del suolo in Lombardia

La Lombardia ha adottato una legge regionale sul consumo di suolo già nel 2014, anticipando di fatto il disegno di legge nazionale del 2016. L’obiettivo principale della norma è contenere l’espansione edilizia, promuovendo il riuso delle aree già urbanizzate, la rigenerazione urbana e una pianificazione più sostenibile da parte dei Comuni, con attenzione alla tutela ambientale. Nei fatti, però, solo recentemente, con l’adeguamento dei Piani territoriali di coordinamento provinciale (Ptcp), cui seguiranno i Pgt comunali, ci sono gli strumenti per attuarla. A rallentare il processo sono stati non solo la complessità delle revisioni urbanistiche, ma anche le resistenze locali legate agli interessi economici sulle aree edificabili.

Poi c’è «il retaggio che ci portiamo dall’inizio degli anni Duemila», ricorda Renato Bertoglio. Prima del 2005 in Lombardia erano in vigore i Piani regolatori comunali, orientati a un’espansione edilizia che ha sacrificato spesso suolo agricolo e verde. Quell’impostazione è stata poi trasferita nei nuovi Pgt, mantenendo una visione di crescita edilizia nonostante il cambiamento normativo richiedesse una svolta verso la sostenibilità.

Su questa normativa del consumo di suolo si innesta la questione dei data center. Nonostante le linee guida approvate dalla Regione Lombardia nel 2024 e le indicazioni del ministero dell’Ambiente suggeriscano – senza imporre – di privilegiare aree brownfield, cioè già urbanizzate o da rigenerare, molti investitori continuano a proporre progetti su terreni verdi. Spesso si tratta di aree che nei Pgt sono ancora classificate come produttive, anche se mai urbanizzate, rendendo formalmente possibile la costruzione. Il risultato è un conflitto tra gli obiettivi di contenimento del consumo di suolo e la pressione economica per nuovi insediamenti.

Cosa s’incassa: oneri urbanistici e Imu

I data center sono arrivati nella Bassa Bergamasca dopo che 17 piattaforme di logistica si sono già espanse senza freni nella pianura a sud di Bergamo. Sul territorio di Arcene, Comune con poco più di cinquemila abitanti, una delle controllate del Gruppo Vitali, insieme di società bergamasche che si occupa di varie attività nella filiera delle costruzioni, ha presentato nel 2021 un progetto per la costruzione di un innovation hub, ancora poco definito, ma di certo destinato a ospitare un data center.

Si tratta di un’infrastruttura da 50mila metri quadrati di superficie lorda da realizzare su un’area agricola di proprietà del gruppo da circa 20 anni grande 233mila metri quadrati. L’area coperta dall’investimento, circa il 5,5% dell’intero territorio comunale, dovrebbe portare al paese quattro milioni di euro di investimenti in opere urbanistiche.

In passato, sullo stesso terreno, il Gruppo Vitali aveva tentato di aprire una cava di inerti, senza riuscirci. Il progetto è stato oggetto di una lunga battaglia legale. Già nel 2010 il Tar lo aveva bocciato, perché la Regione non aveva coinvolto il Comune né effettuato una Valutazione ambientale strategica. Anche se nel 2012 il Consiglio di Stato aveva riaperto il caso, un nuovo ricorso del Comune ha portato nel 2015 a una seconda bocciatura da parte del Tar.

Dopo il fallimento del progetto della cava, il Gruppo Vitali si è ritrovato per anni con un terreno inutilizzato. Fino al 2021, quando ha avanzato all’amministrazione locale la proposta del data center.

Il sindaco Roberto Ravanelli aveva chiarito in una relazione che per realizzare il data center sarebbe servita una variante al Pgt, visto che l’area era agricola. L’amministrazione si era detta disponibile a valutare la proposta, a condizione che la società presentasse tutta la documentazione necessaria. La giunta comunale aveva approvato questa linea con una delibera nel luglio 2023.

L’anno successivo, il Comune di Arcene ha attivato la procedura per passare attraverso il Suap (Sportello unico per le attività produttive) per realizzare un’opera produttiva su un’area non prevista dal Pgt. Nel febbraio 2025 la giunta ha approvato un atto che dà il via alla fase operativa del progetto e alla relativa procedura burocratica. 

Chi contesta il progetto, come il gruppo di minoranza “Insieme per Arcene”, teme che dietro l’operazione si nasconda il solito consumo di suolo agricolo. L’area scelta era infatti compresa nel Parco Locale della Gera d’Adda, ma è stata esclusa dai confini del parco con il nuovo piano urbanistico, perdendo così i vincoli ambientali, ma rimanendo classificata come zona agricola. 

I critici sottolineano che paradossalmente il Comune ha nel frattempo approvato una variante al Pgt che punta al “consumo zero” di suolo, come previsto dalla legge regionale sulla rigenerazione urbana.

«In realtà, si tratta di un’area agricola non molto pregiata – spiega il sindaco Ravanelli, fermo sulla sua posizione – e solo ultimamente era stata affidata ad alcuni contadini perché si prendessero cura dell’area rimasta incolta». Secondo Ravanelli – eletto per la seconda volta nel 2024 dopo aver cambiato lista allo scopo di trovare appoggio alla realizzazione del data center – il progetto porterebbe benefici anche per le aree attorno all’infrastruttura. 

«Quell’area che adesso è agricola, di nessun pregio – prosegue – diventerà in parte urbanizzata con il data center, ma le aree laterali acquisiranno un valore molto elevato rispetto ad ora» attraverso la creazione di altre aree verdi per compensare il consumo di suolo prodotto dall’infrastruttura. Inoltre la scelta del sito è stata fatta perché il terreno apparteneva già al Gruppo Vitali e perché vicino c’è una rete elettrica di Terna, la rete nazionale ad alta tensione per la trasmissione dell’energia elettrica. 

Il primo cittadino ha anche scritto in una lettera pubblica di essere «personalmente convinto» che i data center dovrebbero sorgere su aree dismesse. «Questo non è un concetto gestibile da un Comune come il mio, ma dagli enti superiori in grado di stabilire incentivi e normative tali da consentirne l’effettiva attuazione», aggiunge, ricordando che molte aree dismesse sono bloccate da lunghe e complesse procedure fallimentari. E così si è scelta l’area ancora verde.

Oltre ai quattro milioni di oneri urbanistici, il sindaco ritiene che il pagamento dell’Imposta municipale unica (Imu) sarà un introito importante: «L’Imu per il nostro Comune deriva principalmente dai fabbricati industriali e commerciali – chiarisce – quindi oltre agli oneri iniziali che verranno subito reinvestiti, questa tassa sarà una rendita annuale disponibile per la spesa sociale».

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Il Suap dovrebbe essere uno strumento di carattere eccezionale, motivo per cui l’amministrazione di Arcene è stata criticata dopo aver annunciato l’intenzione di utilizzarlo per autorizzare il data center. Le pratiche per avviare la procedura sono in corso, ma al momento non risulta ancora formalmente attivata. Per cercare di evitarne l’utilizzo, Roberto Ravanelli ha spiegato a IrpiMedia di aver attivato contemporaneamente un processo di perequazione territoriale: grazie a questo meccanismo, previsto dal Piano territorialo di coordinamento provinciale (Ptcp), due Comuni bergamaschi – Berbenno e Gandellino – hanno ceduto ad Arcene 50mila metri quadri di potenziale edificabile.

Il Ptcp impone, infatti, ai Comuni di ridurre almeno del 25% le aree edificabili non ancora attuate, ma consente di tagliare una quota maggiore e “trasferirla” ad altri Comuni, anche geograficamente lontani, in nome di un principio di solidarietà e perequazione urbanistica. È la prima volta che un accordo di questo tipo viene siglato nella provincia di Bergamo, e potrebbe permettere ad Arcene di compensare il consumo di suolo richiesto dal progetto del data center, pur mantenendo formalmente il principio del “consumo zero” nel proprio piano urbanistico.

Chi contesta il progetto ritiene che la modifica del Pgt per costruire su un’area agricola sia l’ennesimo episodio di consumo di suolo in una zona già satura, mentre il sindaco la difende come un’opportunità di guadagno e riqualificazione. Il Gruppo Vitali ha preferito non rilasciare dichiarazioni a IrpiMedia poiché il progetto si trova in una fase transitoria. 

Il mercato dei data center in Italia manca di pianificazione a tutti i livelli

Ai cittadini spetta «un compito fondamentale», perché sono loro che «possono farsi parte attiva nel controllo dei progetti», dice Giovanni Zuntini, architetto e membro del comitato “Sentinelle del Territorio” di Bornasco. L’architetto non è contrario a priori alla costruzione dei data center, «ma progetti così impattanti necessitano di una gestione e visione sovracomunale», sostiene. E gestione e pianificazione, secondo Zuntini, non ci sono.

«Noi non siamo contrari ai data center in generale – gli fa eco, a distanza, Silvano Foresti, capogruppo di “Insieme per Arcene”, gruppo di minoranza del Comune di Arcene – ma siamo contrari alla realizzazione di questa infrastruttura nell’area individuata per il progetto». Anche in questo caso, tra i motivi della scelta di un terreno c’è la mancanza di pianificazione di come gestire il territorio. Secondo Caterina Vitali, la sindaca di Ciserano, un Comune limitrofo ad Arcene impattato dal progetto del data center, sviluppare e trasformare un suolo agricolo in insediamento industriale è in piena contraddizione con quanto richiede la legge regionale per uno sviluppo territoriale omogeneo e sostenibile.

Legge regionale che però non prevede nulla sui data center, ricorda Matteo Piloni, consigliere regionale del Partito Democratico. «Senza una pianificazione, senza una coerenza dal punto di vista del fabbisogno energetico, c’è il rischio di sovraccaricare la rete e che questa non tenga più», afferma. E in attesa di una legge nazionale, anche il Pd lombardo avanza l’esigenza di una normativa uniforme e chiara.  

Se in Lombardia c’è il vuoto, a livello nazionale non va meglio. «Finora nella costruzione di data center sono state seguite normative di altri settori, relative ad altri tipi di attività – spiega Giulia Pastorella, deputata e vicepresidente di Azione, tra le firmatarie di una proposta di legge sui data center –. L’obiettivo è fornire un quadro normativo più chiaro rispetto a molti aspetti come: la destinazione d’uso urbanistica, il codice Ateco, le procedure autorizzative, e fornire anche indicazioni rispetto al tipo di siti da prediligere per l’installazione di queste infrastrutture».

Tra le indicazioni contenute nel testo, viene ribadita l’importanza di puntare sulle aree industriali dismesse, ma resta da capire se «nei decreti attuativi il governo deciderà di imporre, invece che solo incentivare, la costruzione di data center in determinate aree», ha detto ancora Pastorella. Il rischio, però, è che sul piano normativo sia già tardi. La corsa ai data center è ormai in pieno svolgimento in tutta Italia.

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Crediti

Autori

Anna Toniolo

Editing

Lorenzo Bagnoli

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

FADA Collective

Con il supporto di

Algorithmic Accountability Reporting Fellowship di AlgorithmWatch

Foto di copertina

© The Washington Post

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