In principio fu Imperiale.
Spagna, agosto 2006. In una villa a Marbella, sulla Costa del Sol andalusa, si riuniscono i cognati Raffaele Amato e Cesare Pagano. Nella villa, presa in affitto, Pagano vive con la famiglia.
Per i due boss del clan di camorra degli “Scissionisti”, la prima faida di Scampia – che li ha visti contrapposti ai i figli del boss Paolo Di Lauro – si è conclusa da poco, lasciando sul terreno oltre cinquanta morti. Nella loro guerra per il controllo delle piazze di spaccio di Scampia e Secondigliano ha giocato un ruolo determinante un giovane trafficante di droga e armi che opera fra la Spagna e Amsterdam: Raffaele Imperiale, detto “Lello o’ parente”.
L’inchiesta in breve
- Raffaele Imperiale, ex broker della cocaina per la camorra, è stato uno dei primi ad accorgersi delle potenzialità di investire a Dubai, al punto da trasferirsi nel 2013 stabilmente nell’emirato, dove ha realizzato investimenti immobiliari per decine di milioni di euro
- Non è stato solo lui a investire nel mattone emiratino. Utilizzando una fuga di informazioni condivisa con Occrp dall’organizzazione C4ADS, IrpiMedia ha scoperto che diversi imprenditori, accusati di avere collegamenti con la camorra, hanno comprato residenze di lusso a Dubai
- Fra questi c’è Ciro Arianna, imprenditore napoletano in passato residente a Dubai e arrestato nel 2019 a Napoli per traffico di sigarette fra l’emirato e il capoluogo campano. È considerato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli uno dei riciclatori di Raffaele Imperiale
- Ciro Arianna a Dubai è stato proprietario di un appartamento di lusso dal valore di quasi 2 milioni di euro
- Seguendo Imperiale, nel tempo a Dubai si sono trasferiti diversi membri della criminalità organizzata campana. Tuttavia, dopo l’arresto del broker nel 2021, l’emirato sembra non essere più un rifugio sicuro per la camorra e molti sono stati arrestati
Imperiale è ancora sconosciuto alle forze dell’ordine, ma con i boss Amato e Pagano è «in estrema confidenza»: un narcotrafficante sullo stesso livello, se non più alto in grado, degli stessi capi “Scissionisti”.
Imperiale li aveva raggiunti a Marbella per parlare di investimenti. A raccontare dell’incontro di Marbella quasi dieci anni dopo sarà un collaboratore di giustizia, anche lui presente nella villa di Cesare Pagano. Quando Imperiale inizia a parlare, l’altro boss, Raffaele Amato, congeda il pentito e lo manda a preparare il caffè. Non saprà mai se e di quali investimenti parleranno i tre camorristi, ma ricorda un dettaglio: Imperiale «disse che lui era stato a Dubai e che quello era un territorio nuovo buono per fare investimenti».
L’inchiesta Dubai Unlocked
Questo articolo fa parte dell’inchiesta collaborativa Dubai Unlocked, condotta per l’Italia da IrpiMedia. È un lavoro giornalistico di 74 partner internazionali da 58 Paesi, coordinati dalla testata finanziaria norvegese E24 e da Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), che ha scoperto come Dubai continui a rimanere un paradiso fiscale, nonostante i recenti progressi in termini di normativa antiriciclaggio. L’inchiesta è nata da un leak ottenuto dal Center for Advanced Defense Studies (C4ADS), un’organizzazione non profit con sede a Washington che effettua ricerche sulla criminalità e sui conflitti internazionali e poi condiviso con E24 e Occrp.
Le rivelazioni del progetto Dubai Unlocked si basano su una serie di leak, principalmente dal 2020 al 2022. La maggior parte proviene dal Dubai Land Department, il catasto, e da compagnie pubbliche che erogano servizi come acqua ed elettricità. I dati forniscono una panoramica dettagliata su centinaia di migliaia di proprietari a Dubai, oltre che informazioni sugli immobili e sul loro utilizzo. I giornalisti di Dubai Unlocked hanno trascorso mesi a verificare l’identità delle persone che compaiono nei dati e a confermare lo status delle loro proprietà, utilizzando documenti ufficiali, ricerche su fonti aperte e altre fughe di informazioni.
I dati hanno permesso di scoprire centinaia personaggi di pubblico interesse, compresi trafficanti di droga, truffatori, evasori fiscali, politici e individui sotto sanzioni.
Questa intuizione – quando ancora solo da pochi anni Dubai aveva autorizzato gli stranieri a comprare ville e appartamenti – è decisiva. Al punto che Imperiale, all’epoca un semplice imprenditore immobiliare, lascia l’Olanda per vivere stabilmente a Dubai alla fine del 2013. Inaugurando un decennio d’oro in cui la camorra ha utilizzato sistematicamente gli investimenti nell’emirato per ripulire i proventi del traffico di droga e per sfuggire agli arresti.
Non è stato solo Imperiale, tuttavia, a investire personalmente nell’immobiliare dell’emirato. Utilizzando una fuga di informazioni condivisa con Occrp dall’organizzazione C4ADS, IrpiMedia ha scoperto che diversi imprenditori, accusati di avere collegamenti con la camorra, sono indicati come proprietari di appartamenti a Dubai.
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A quasi quindici anni dall’intuizione di Imperiale su Dubai come «territorio nuovo» per investire, la fama dell’emirato come centro di riciclaggio e rifugio per la criminalità organizzata si è ormai diffusa. Ne discutono nel 2020 alcuni presunti appartenenti alla ‘ndrangheta – la famiglia è quella dei Morabito – in una chat criptata agli atti dell’operazione Eureka, condotta dalla Procura di Reggio Calabria. Stanno valutando proprio gli Emirati come luogo ideale per trascorrere la latitanza:
«Tanti sono a Dubai (…) anche sti napoletani sono là, e non riescono fargli (sic) estradare», dicono. «Vero la se si paga si sta tranquilli».
Al sicuro
A Dubai Raffaele Imperiale insedia la sua base logistica, da cui organizza le forniture di cocaina dal Sud America per i clan campani. La sua organizzazione – secondo quanto riportato dalla stampa – ricicla il denaro sporco acquistando oro fino a 40 chili a settimana, criptovalute e, soprattutto, finanziando progetti immobiliari: Imperiale infatti, prima ancora di trasferirsi negli Emirati Arabi Uniti, aveva già investito 30 milioni di euro nell’acquisto dell’isola artificiale di Taiwan, nel complesso ancora in costruzione di The World, a largo delle coste emiratine. Dopo il suo arrivo a Dubai aveva anche commissionato la progettazione di 10 ville dal valore di 20 milioni di euro.
Consultando il verbale dell’interrogatorio di Corrado Genovese – accusato dalla Procura di Napoli di essere il «gestore della contabilità complessiva dell’organizzazione» di Imperiale – IrpiMedia ha scoperto che il narcotrafficante campano, prima di essere arrestato nell’agosto 2021, aveva a disposizione almeno due immobili nelle zone più lussuose di Dubai.
Interrogato dai Pm nel marzo scorso, Genovese spiega di essere stato invitato da Imperiale in «una villa in Jumeirah Golf Estate». Era questo, secondo la DDA di Napoli, l’ultimo indirizzo conosciuto del narcotrafficante. Si tratta di un complesso di residenze di lusso e campi da golf, dove le ville arrivano a costare anche oltre 10 milioni di euro. Lì, il contabile incontra per la prima volta Imperiale di persona e, dice, «pianificammo il “lavoro di cambisti”».
«A luglio 2020 – mette a verbale Genovese – Imperiale si trasferì in un’altra abitazione, in una nuova villa ad Emirates Hills, ove verrà poi arrestato». Emirates Hills è uno dei distretti più costosi di Dubai, dove le ville si vendono per cifre fino a 40 milioni di euro. Conosciuta come la «Beverly Hills di Dubai», è una comunità chiusa, protetta dall’esterno da un servizio di sicurezza privata.
Come raccontato dall’Irish Times – una delle testate che hanno lavorato all’inchiesta Dubai Unlocked – fra i proprietari di Emirates Hills c’è stata anche la famiglia irlandese Kinahan. Considerata dagli investigatori una delle maggiori gang di narcotrafficanti in Europa, ha posseduto nell’esclusivo complesso una villa di oltre 2200 metri quadrati, con piscina interna ed esterna e sei posti auto. I Kinahan erano in stretti rapporti con Imperiale, tanto che nel 2017 il broker napoletano ha partecipato al matrimonio di uno di loro, Daniel, al Burj Al Arab, l’hotel di Dubai a forma di vela.
A Emirates Hills Imperiale è rimasto al sicuro – nonostante la sua presenza a Dubai fosse nota – fino all’estate del 2021, quando è stato fermato perchè in possesso di un passaporto falso intestato ad Antonio Rocco. Per questo motivo verrà espulso nel febbraio 2022. Le numerose richieste di estradizione avanzate dall’Italia nei confronti delle autorità emiratine – intraprese fin da quando, nel 2016, Imperiale era indagato per riciclaggio dei proventi della cocaina trafficata dagli “Scissionisti” – sono sempre rimaste inascoltate. Anche dopo che Imperiale, l’anno dopo, era stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di reclusione.
Dal Vesuvio a Dubai
Nel suo racconto ai magistrati, Genovese fa anche altri nomi. Uno in particolare compare nei dati di Dubai Unlocked come investitore nel mattone emiratino. Si tratta di Ciro Arianna, imprenditore campano protagonista di diverse indagini della procura di Napoli.
Ciro Arianna, 38 anni, è originario di Ottaviano, piccolo comune alle pendici del Vesuvio, ma dal 2017 si era trasferito a Dubai. Tre anni dopo era stato indagato nell’operazione Blonde Arabs della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Napoli, per contrabbando di sigarette – provenienti dagli Emirati e spedite tramite container nel porto partenopeo – e arrestato nel capoluogo campano a dicembre 2019. Uno degli indagati era stato accusato di aver favorito il clan Di Lauro.
Nei dati catastali dell’inchiesta Dubai Unlocked analizzati da IrpiMedia, a nome di Ciro Arianna risulta acquistato un appartamento di lusso con tre stanze da letto. Si trattava di 143 metri quadri nella Sunrise Bay Tower, un grattacielo con vista sulle fronde dell’isola artificiale di Palm Jumeirah. La «vendita differita» direttamente dal costruttore è stata effettuata per l’equivalente di 1,7 milioni di euro il 10 novembre 2022, quando Arianna era già indagato. Ad oggi l’imprenditore napoletano non risulta essere più proprietario. IrpiMedia non è riuscita a contattare Ciro Arianna, e neppure la Procura di Napoli è stata in grado di indicarci il nome del suo avvocato.
Secondo quanto raccontato ai magistrati partenopei da Corrado Genovese, il contabile di Imperiale sarebbe entrato in contatto con l’organizzazione del narcotrafficante proprio attraverso Arianna. «Ciro Arianna lo conobbi tramite amici, e cominciai a lavorare per lui. Aveva un’azienda con cui importava a Dubai caffè, pasta, ed altri prodotti italiani».
«Poi – prosegue Genovese – costituimmo una nuova compagnia, quando aprimmo un ristorante chiamato Borbone By The Beach. (…) Ciro Arianna importava in esclusiva negli Emirati, ma anche in Oman, Qatar Arabia Saudita e Sri Lanka, il Caffè Borbone». Contattato per un commento in merito alla partnership con Arianna, Caffè Borbone non ha risposto alle domande di IrpiMedia.
Pur non essendo formalmente indagato, secondo la DDA di Napoli, che sta mappando la rete di connessioni di Imperiale, Arianna avrebbe riciclato gli «enormi profitti» del traffico di cocaina dell’organizzazione del broker della camorra. Utilizzando, come riportato in un Ordine Investigativo Europeo del 2021 letto da IrpiMedia, «un reticolo societario in grado sia di creare i giustificativi all’immissione del denaro (…) nel circuito legale sia di movimentare le somme immesse nel circuito bancario da uno Stato ad un altro».
Nei dati immobiliari di Dubai la proprietà registrata a nome di Ciro Arianna ha come contatto la mail «ciro@mimegroup.me». Mime Group, il cui acronimo significa Made in Italy Middle East è la società di Arianna che importa caffè e pasta italiana nei paesi del golfo.
Prima di partire per gli Emirati Ciro Arianna, come dichiara lui stesso sul proprio profilo LinkedIn, ha lavorato per la IL.MA Srl, un’azienda di vendita all’ingrosso di biancheria del suo paese natale, Ottaviano. Fino al 2021, è stato amministratore della IL.MA Giuseppe Arianna, classe 1955, originario di San Giuseppe Vesuviano. Anche lui è stato coinvolto dell’operazione Blonde Arabs con divieto di dimora nel comune di Napoli. Nell’ultimo bilancio disponibile, la IL.MA ha registrato utili per circa 50 mila euro.
Anche Giuseppe Arianna compare nei dati dei proprietari immobiliari di Dubai. L’indirizzo indicato nei dati del catasto di Dubai relativi a Giuseppe Arianna porta a un vicolo di Ottaviano – comune di nascita di Ciro Arianna, alle pendici del Vesuvio – di fronte a un vecchio edificio puntellato da una trave in ferro. Questo è tuttora indicato sul registro delle imprese come sede locale della IL.MA e domicilio del suo attuale titolare.
A Dubai, a nome di Giuseppe Arianna, è registrato un appartamento nella Sport One Business Tower, un ufficio di 108 metri quadri nel complesso di Dubai Sports City. L’immobile era stato comprato off plan, cioè quando era ancora in fase di costruzione, nel 2010, a un prezzo di circa 315 mila euro. Come risulta da immagini satellitari e siti immobiliari emiratini, il grattacielo non è mai stato completato. Oggi ne rimangono solo le fondamenta e non è possibile stabilire se a Giuseppe Arianna sia ancora intestato l’appartamento mai realizzato. Arianna non ha risposto alle richieste di commento di IrpiMedia.
Cattivi affari
Di grattacieli non completati e appartamenti non consegnati parla l’imprenditore casertano Vincenzo Pellegrino, che a IrpiMedia definisce il proprio investimento a Dubai, senza mezzi termini, «una minchiata». L’appartamento che ha prenotato a Dubai, infatti, doveva essere consegnato nel 2022, ma il cantiere è stato finito solo nel settembre dell’anno successivo. La consegna, quindi, slitterà, dice Pellegrino, forse al 2025.
Imprenditore del settore delle costruzioni, Vincenzo Pellegrino è imparentato con il boss della camorra Michele Zagaria, capo del clan dei Casalesi attualmente all’ergastolo. Nel 2018 Pellegrino, a processo per una vicenda di appalti in Regione Campania, è stato assolto dall’accusa di essere parte del clan. Nello stesso anno, è stato nuovamente indagato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze con l’accusa di far parte di un’associazione a delinquere. Le ipotesi di reato sono corruzione, riciclaggio e frode nell’aggiudicazione di appalti dell’Asl 3 di Napoli Sud.
Pellegrino è imputato insieme ad altri imprenditori considerati a «disposizione del clan» dei Casalesi. Alcuni degli imputati hanno patteggiato o sono stati condannati con rito abbreviato, ma senza l’aggravante mafiosa. Il processo per Pellegrino, che ha scelto il rito ordinario, è attualmente in corso, ma – come spiega lui stesso al telefono con IrpiMedia, l’aggravante mafiosa è caduta. IrpiMedia non ha potuto verificare indipendentemente la sua posizione processuale.
Al telefono con IrpiMedia, l’imprenditore edile residente a Casapesenna, in provincia di Caserta, racconta di aver investito «per divertimento», dopo una vacanza a Dubai. «Quando sono andato a vedere l’appartamento, il plastico era già tutto pronto, sembrava che ti volevano fare entrare quel giorno. È una mezza bolla». L’imprenditore casertano afferma di aver comprato l’appartamento con i risparmi di famiglia, versando circa 230 mila euro tramite bonifici bancari. Tuttavia, denuncia, a seguito di quelle transazioni verso gli Emirati gli sono stati chiusi sei conti correnti.
Nell’intervista con IrpiMedia, Pellegrino smentisce ogni accostamento con la criminalità organizzata: «basta che non ci sia la camorra – dice riferendosi ai processi in cui è stato coinvolto – perché io non sono un camorrista». Rispetto al primo processo per associazione mafiosa in cui è stato assolto ricorda: «Eravamo un gruppo di imprenditori che lavoravano in Regione Campania. Qualche imprenditore ha dichiarato che ha pagato la tangente, (…) gli hanno dato socio di fatto al clan. Io non l’ho mai pagata la camorra», infatti, spiega, è stato assolto «con formula piena».
Pellegrino racconta delle intimidazioni con cui il clan dei Casalesi taglieggiava gli imprenditori in provincia di Caserta, nei comuni di Casal di Principe, Casapesenna, Villa di Briano, Frignano.
«Oggi una ditta che paga la tangente non è regolare. Però voi immaginate un poco trenta, quaranta anni fa quando c’erano tutti questi camorristi forti come Zagaria, Sandokan (soprannome di Francesco Schiavone, ex boss dei Casalesi oggi collaboratore di giustizia, ndr), Bidognetti (Francesco, altro boss dei Casalesi al 41bis dal 1993), che ti mettevano una pistola in bocca e ti dicevano “paga perché sennò ti ammazzo”. (…) Io non ho mai pagato, le dico la verità. Però (…) trent’anni fa era così, lo Stato italiano purtroppo è stato assente, queste zone nostre sono state martoriate».
Quando gli chiediamo perché Dubai è una meta così attrattiva per investire, Vincenzo Pellegrino dice: «Tanti italiani fanno truffe e fanno imbrogli e portano i soldi a Dubai per nascondersi, e poi c’è tanta brava gente che magari c’ha un piccolo risparmio, ma nella maggior parte dei casi quelli che stanno a Dubai sono tutti truffatori che vanno a nascondere i soldi».
Il punto di svolta
Nonostante avesse a disposizione ville nei più lussuosi complessi di Dubai, Raffaele Imperiale voleva trasferirsi fuori dalla città. Lo confida nel 2020 a un presunto ‘ndranghetista, imputato per traffico di cocaina nell’ambito dell’operazione Eureka.
«Bellissimo compa il mio sogno stare in campagna. Compa qua sto cercando una cosa simile forse a settembre me la danno» scrive Imperiale attraverso la rete di messaggistica criptata Sky Ecc. «Per mettere animali e fare due pomodori. Ho trovato una terra di 30 mila metri con una casetta dentro (…) sta 200km da dubai e fuori mano».
Le motivazioni sono anche di ordine pratico: trasferirsi lontano dalla metropoli gli consentirebbe di vedere più spesso la famiglia senza mettere a rischio la sua latitanza. Imperiale, infatti, è preoccupato dopo che a Dubai l’anno precedente è stato preso Ridouan Taghi, boss della mocromafia olandese.
«Hanno preso gia quel (sic) amico marocchino che vi dissi. Adesso vogliono me compa», spiega al suo interlocutore. Negli Emirati però si sente ancora al sicuro: se non incontra la famiglia crede sia difficile che le autorità di Dubai lo riescano a trovare. «Non sono forti come le guardie italiane».
Breve storia del contrabbando sull’asse Dubai – Napoli
Da quasi un secolo il porto di Dubai è un crocevia di traffici illeciti: intorno al 1930 era il commercio di oppio. Successivamente oro, armi e munizioni di contrabbando, per diventare, negli anni Settanta uno snodo cruciale del traffico di eroina – prodotta in Pakistan e Afghanistan – verso l’Europa. Il decennio successivo vedrà la crescita esponenziale delle merci di contrabbando che passano attraverso l’emirato.
Alla metà del 2000 in Italia da Dubai arrivano soprattutto sigarette contrabbandate dalla Cina e destinate ai porti di Gioia Tauro e La Spezia. Il contrabbando di tabacchi – scriveva nel 2006 la Direzione Nazionale Antimafia (DNA) registrando un aumento dei container provenienti dagli Emirati Arabi Uniti – veniva annoverato fra le attività illecite gestite dalla camorra «anche se (…) a livelli nettamente inferiori rispetto ad alcuni anni fa».
Anche container di merci contraffatte, pure queste cinesi, attraccavano a Taranto, Gioia Tauro, Genova e Napoli facendo scalo nell’emirato. Nella relazione 2008, la DNA notava che «nel paese di San Giuseppe Vesuviano e in altri comuni limitrofi a Napoli esiste una comunità cinese di 10.000 persone, tutte provenienti da zone vicine a Shangai, che pare abbia trovato un certo accordo con la camorra locale. Le merci sono accompagnate da bollette doganali false, con indicazione di altri paesi di provenienza – es. Emirati Arabi – per eludere il contingentamento dell’importazione».
Oggi il porto di Dubai, Jebel Ali, è il più grande scalo portuale al mondo, con una superficie di 48 chilometri quadrati. Proprio a Jebel Ali e Dubai era prodotto il 28% delle «illicit white» – cioè i tabacchi lavorati prodotti legalmente in un paese con il solo scopo di venderle in un altro senza pagare le accise – sequestrate in Italia fra 2010 e 2012.
Nel 2020 la Direzione Investigativa Antimafia, nel capitolo del primo rapporto semestrale sulla criminalità organizzata campana, annotava: «Evidenze investigative degli ultimi anni confermano (…) una ripresa del contrabbando di sigarette e l’utilizzo da parte dei clan di ulteriori canali di approvvigionamento oltre a quelli tradizionali. Citando come esempio proprio l’operazione Blonde Arabs sul traffico di sigarette fra Dubai e Secondigliano, in cui sono stati indagati Ciro e Giuseppe Arianna.
Imperiale non aveva motivo di dubitare. Fra la prima richiesta di arresto e la sua espulsione dagli Emirati Arabi Uniti sono passati sei anni e tre richieste di estradizione andate a vuoto. Era rimasto latitante, «pur essendo assolutamente palese dove egli si trovi. Le indagini (…), lo hanno infatti localizzato con certezza a Dubai (EAU), luogo ove si trova ancora oggi», scrivevano i magistrati della Procura di Napoli nel 2016, anno in cui ne chiesero la prima estradizione.
Tre anni dopo era entrato in vigore il Trattato di estradizione e quello di collaborazione giudiziaria in materia penale fra il Governo italiano e gli Emirati Arabi Uniti. La Procura partenopea aveva presentato una nuova istanza per estradare Imperiale, anche questa rigettata. Solo nel 2021 verrà arrestato per porto di documenti falsi, ed espulso nel marzo 2022.
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Per quanto sia un reato “minore”, l’utilizzo di un passaporto falso, a consegnare Raffaele Imperiale all’Italia, la sua cattura è un punto di svolta. Dopo l’arresto del broker campano, Hamid Saif Al Zaabi, responsabile dell’ufficio antiriciclaggio di Dubai, aveva dichiarato in un’intervista a la Repubblica: «L’arresto di Raffaele Imperiale e di altri latitanti rappresenta un segnale preciso da parte degli Emirati Arabi Uniti».
Infatti, dopo Lello o’ parente sono stati arrestati molti altri latitanti negli Emirati, considerati appartenenti alla camorra: poche settimane dopo Imperiale è stata la volta di Raffaele Mauriello, presunto killer degli Amato-Pagano che sarebbe stato fatto venire a Dubai dallo stesso Imperiale ed estradato quasi un anno dopo l’arresto. E ancora Bruno Carbone, socio di Imperiale, sicuramente latitante per un periodo a Dubai, e Gaetano Vitagliano, che del clan Amato-Pagano è considerato il cassiere. Nel luglio dello stesso anno è stato preso Ciro Guglielmo Filangieri, boss del clan Giuliano.
Non solo la camorra
L’interesse per Dubai non è però un’esclusiva della criminalità organizzata campana. «Non solo la camorra, tutte le mafie sfruttano le criticità presenti nel Paese e riguardanti soprattutto i rapporti di collaborazione investigativa e giudiziaria con l’Italia», spiega Vincenzo Musacchio, esperto di mafie transnazionali associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies di Newark.
«Gli Emirati Arabi non hanno una criminalità organizzata autoctona – prosegue Musacchio –, tuttavia, ci sono le mafie italiane, con presenze comprovate da numerosi arresti di ‘ndranghetisti e camorristi, sono operanti anche gruppi di stampo mafioso afgano, indiano, pakistano, turco, nigeriano e albanese. Tutte queste organizzazioni riciclano il loro denaro sporco e s’infiltrano nella loro economia legale perché lì evidentemente le leggi sono maggiormente permissive rispetto ad altre nazioni».
Se la collaborazione giudiziaria con l’Italia sembra ormai consolidata, non è così per molti altri paesi, i cui cittadini sono ancora nascosti nella federazione. «Non è chiaro perché gli Emirati Arabi Uniti collaborino in alcuni casi con le forze dell’ordine per arrestare i criminali che si trovano negli EAU e in altri casi non lo facciano. Per molti versi, gli Emirati Arabi Uniti sono un buco nero per le forze dell’ordine», sostiene Jodi Vittori, professoressa di Global Politics and Security alla Georgetown University, intervistata da Occrp.
Vittori porta due esempi eclatanti: i fratelli Gupta, i «latitanti più ricercati del Sudafrica», nascosti a Dubai da sei anni, non sono ancora stati estradati, e la richiesta di estradizione è stata rifiutata perché i documenti presentati dal Sudafrica, a detta degli Emirati, non erano corretti. Allo stesso modo, Isabel Dos Santos, figlia dell’ex presidente dell’Angola, è riuscita a viaggiare liberamente dagli Emirati in giro per il mondo, nonostante su di lei penda un mandato di cattura dell’Interpol per appropriazione indebita e riciclaggio.
Secondo John Christensen, economista esperto di paradisi fiscali e co-fondatore di Tax Justice Network, «l’assenza di processi di estradizione efficaci evidenzia la misura in cui Dubai protegge i criminali con alti patrimoni».
«A tutto questo – dice Christensen – si aggiunge una serie di professionisti, tra cui avvocati, banchieri e agenti immobiliari, che si fanno beffe dei requisiti internazionali per la segnalazione di transazioni sospette e la conoscenza le origini del patrimonio dei clienti che servono».