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Dubai, la città dei grattacieli di carta

Il mercato immobiliare dell’emirato vive in una televendita permanente. Promesse di profitti facili e massima discrezione attraggono qualunque investitore. Sistemi di prevenzione ancora insufficienti permettono di evadere e riciclare. Anche a proprietari italiani

#DubaiUnlocked

14.05.24

Edoardo Anziano

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Dubai
Emirati Arabi Uniti
Evasione fiscale
Riciclaggio

È la sera di un giovedì di fine marzo. Gruppi di giovani, uomini brizzolati in doppiopetto e donne di mezza età in tailleur, elegantissime, passeggiano di fronte a una doppia porta scura. Alle pareti del corridoio, chiusi nelle loro teche, ci sono violini tempestati di pietre preziose, in vendita. Quando qualcuno dall’interno spalanca le ante, tutti si affrettano a sedersi, mentre musica dance fa da sottofondo a torri di vetro e cemento nel deserto, proiettate in loop su due maxischermi. 

L’evento è parte del ciclo WhyDubai, una serie di tre appuntamenti organizzata da Gabetti Middle East, un brand in partnership tra la famosa agenzia immobiliare italiana e una società emiratina, Axia Dream Real Estate. È la presentazione di Milano, che si svolge in un lussuoso hotel del quartiere CityLife, il più alla moda della città. Dalle immagini, riprese da un drone, si distingue il profilo del Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, e Palm Jumeirah, l’isola artificiale le cui fronde ospitano schiere di sfarzose ville, due dei simboli più rappresentativi di Dubai.

L’inchiesta in breve

  • Dubai Unlocked è un’inchiesta internazionale a cui partecipano 74 partner da 58 Paesi diversi coordinata da Occrp e E24. Indaga chi sono gli investitori che hanno proprietà negli Emirati grazie a una serie di leak condivisi dall’organizzazione C4ADS con i giornalisti
  • Tramite i dati di Dubai Unlocked è stato possibile individuare oltre 2.500 immobili di circa 2.000 proprietari italiani. Il valore di mercato degli immobili residenziali è di poco meno di un miliardo di euro
  • A dichiarare immobili all’Agenzia delle Entrate nel 2022 sono state però meno di 500 persone, con proprietà del valore complessivo inferiore a 200 milioni di euro. Sugli immobili non dichiarati c’è una perdita per il fisco italiano stimabile fino a 5,4 milioni di euro per la sola tassa sulla proprietà immobiliare all’estero
  • Dubai attrae perché ha un regime fiscale molto agevolato, un mercato immobiliare in netta crescita per il segmento del lusso e, soprattutto, professionisti e autorità che fanno poche domande sull’origine del denaro 
  • Nonostante gli Emirati Arabi Uniti siano stati cancellati dalla lista di Paesi a rischio riciclaggio dal Gruppo d’azione finanziaria internazionale (Gafi), il Parlamento europeo ha votato contro l’adozione della stessa misura da parte dell’Unione europea. Ong ed esperti internazionali criticano i progressi ritenuti «solo di facciata»
L’impatto

Leggi l’impatto che ha avuto questa inchiesta

La sala conferenze da 300 posti è gremita. «I perché chiari muovono le persone», apre il suo discorso introduttivo uno degli immobiliaristi di Gabetti. Acquistare un appartamento, magari ancora in fase di costruzione, negli avveniristici progetti di sviluppo immobiliare di cui pullula l’emirato è un affare. È alla portata di tutti gli investitori, come spiegano semplici tabelle, che promettono un ritorno per oltre il 10% del capitale investito da affitti a breve termine. La sensazione è di assistere a una televendita.

Quello che gli investitori non dicono

Gli speaker elencano i vantaggi di comprare una casa a Dubai: posizione strategica (il suo aeroporto è il più trafficato dal 2014), esplosione del turismo, governo stabile, sicurezza, un mercato immobiliare in perpetua crescita, visti d’oro con pochissimi requisiti per chi investe. E senza imposte da versare: comprando un immobile si paga un’aliquota del 4% sul prezzo dell’immobile al Land Department, il catasto emiratino, e basta: affitti e plusvalenze non vengono tassati.

Palm Jumeirah

Uno dei due simboli più rappresentativi di Dubai, Palm Jumeirah è un’isola artificiale le cui fronde ospitano schiere di sfarzose ville

© Ole Martin Wold

L’isola artificiale di Palm Jumeirah vista dall’elicottero © Ole Martin Wold

«La moltitudine di italiani che investe a Dubai nell’immobiliare è invogliata dall’innegabile senso di sicurezza che la città infonde; il sapere che il proprio investimento è al sicuro è il desiderio di ogni investitore», commenta Carlo Scavone, imprenditore barese che lavora a Dubai come consulente legale e fiscale per chi vuole trasferirsi nell’emirato. «L’innumerevole quantità di cantieri presenti a Dubai garantisce una immensa varietà di progetti un po’ per tutte le tasche». 

Attraverso diverse richieste di accesso agli atti, IrpiMedia ha chiesto all’Agenzia delle Entrate italiana i dati di chi ha dichiarato al fisco nel 2022 una proprietà in tutti gli Emirati Arabi Uniti. Lo hanno fatto in meno di 500 (486 per la precisione) eppure secondo i dati del leak Dubai Unlocked lo stesso anno – solo in uno dei sette emirati, Dubai – risultavano 2.022 proprietari italiani di 2.502 immobili residenziali. È una cifra per difetto: non è possibile conoscere quanti italiani li possiedano attraverso società offshore anonime.

La discrepanza tra proprietari che dichiarano al fisco e proprietari reali è in parte spiegabile con il numero di cittadini che anche per il fisco sono da considerare residenti negli Emirati e quindi pagano le tasse all’estero. Sono una parte degli iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE) negli Emirati, cioè circa 12.200 persone.

Altri, però, hanno le loro attività in Italia e usano le speculazioni immobiliari emiratine per nascondere i loro patrimoni al fisco. Attraverso il leak, IrpiMedia ha stabilito che almeno 175 degli oltre 2.000 proprietari italiani, possiedono un Emirates ID, la carta d’identità emiratina obbligatoria per tutti i residenti. Questo significa che la maggior parte degli italiani che ha acquistato un immobile a Dubai lo ha fatto da non residente. 

Fra chi ha comprato casa nell’emirato con il proprio nome, IrpiMedia ha trovato diversi uomini d’affari considerati vicini alla criminalità organizzata, ma anche imprenditori coinvolti in casi giudiziari in Italia, per reati come corruzione, truffa, bancarotta fraudolenta, evasione fiscale e appropriazione indebita.

Perché Dubai è così attrattiva?

James Henry, esperto di paradisi fiscali che insegna all’università di Yale, negli Stati Uniti, paragona gli Emirati Arabi Uniti, di cui Dubai è uno dei sette, al bar di Mos Eisley, il porto spaziale del pianeta Tatooine nella saga Guerre Stellari. In una famosa scena dell’episodio 4, Una nuova speranza, Luke Skywalker si addentra in una taverna, buia e discreta, dove hanno trovato riparo personaggi poco raccomandabili che trattano tra loro nelle più disparate lingue dell’universo.

Nessuno fa domande sulla provenienza e chi posa lo sguardo troppo a lungo è preso a male parole dagli astanti. Dubai è come il bancone di quel bar: «Entri e trovi cleptocrati, a sinistra oligarchi, in mezzo riciclatori e alle spalle venditori di materie prime russe che lo sfruttano come falla del sistema per aggirare le sanzioni», spiega Henry.

Negli Emirati il mercato immobiliare è molto vantaggioso per investitori che vogliono produrre profitto rapidamente. Nel 2023 valore delle transazioni nel segmento del lusso è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, rendendo l’emirato attrattivo sia per capitali puliti sia per quelli sporchi.

Per quanto Dubai abbia sottoscritto con molti Paesi – soprattutto occidentali – accordi per lo scambio di informazioni, mantiene ancora, almeno parzialmente, il segreto societario e bancario. Fino al 2022, gli agenti immobiliari, i broker e gli avvocati non erano nemmeno obbligati a segnalare alle autorità grandi transazioni in contanti o in criptovalute.

Cosa rivelano i dati sull’Italia?

I dati di Dubai Unlocked svelano nel 2022 oltre 2.500 immobili residenziali posseduti da italiani a Dubai. Gli economisti dell’EU Tax Observatory e del Norway’s Centre for Tax Research stimano che queste proprietà valgano sul mercato quasi un miliardo di euro. Grazie a diverse richieste di accesso agli atti inoltrate all’Agenzia delle Entrate, IrpiMedia ha scoperto che nello stesso anno il valore degli immobili posseduti da italiani in tutti gli Emirati Arabi Uniti dichiarati al fisco italiano – 645 in tutto – era di 186 milioni di euro. Cioè nella sola Dubai si concentrano in realtà immobili di proprietari italiani per oltre cinque volte il valore dichiarato in tutti gli Emirati.

Da questo dato IrpiMedia ha potuto stimare l’evasione fiscale derivante dalla mancata dichiarazione di proprietà a Dubai: nel 2022 l’Italia ha perso almeno tra i 2,7 e i 5,4 milioni di euro solo di imposta sugli immobili all’estero. 

Non tutti gli italiani che non dichiarano un immobile a Dubai sono evasori fiscali: chi è iscritto fra i residenti negli Emirati è esentato dalla dichiarazione al fisco. Sulla base dei dati di Dubai Unlocked e dell’Agenzia delle Entrate, tuttavia, risultano forti discrepanze tra:

  • il numero di italiani che dichiarano una proprietà immobiliare in tutti e sette gli Emirati Arabi Uniti: meno di 500;
  • le persone fisiche di nazionalità italiana che risultano proprietarie di un immobile nella sola Dubai secondo Dubai Unlocked: almeno 2.022;
  • il numero di italiani proprietari di immobili che sono certamente residenti a Dubai stando ai dati catastali contenuti nel leak: 175.

Perché Dubai è così attrattiva?

James Henry, esperto di paradisi fiscali che insegna all’università di Yale, negli Stati Uniti, paragona gli Emirati Arabi Uniti, di cui Dubai è uno dei sette, al bar di Mos Eisley, il porto spaziale del pianeta Tatooine nella saga Guerre Stellari. In una famosa scena dell’episodio 4, Una nuova speranza, Luke Skywalker si addentra in una taverna, buia e discreta, dove hanno trovato riparo personaggi poco raccomandabili che trattano tra loro nelle più disparate lingue dell’universo.

Nessuno fa domande sulla provenienza e chi posa lo sguardo troppo a lungo è preso a male parole dagli astanti. Dubai è come il bancone di quel bar: «Entri e trovi cleptocrati, a sinistra oligarchi, in mezzo riciclatori e alle spalle venditori di materie prime russe che lo sfruttano come falla del sistema per aggirare le sanzioni», spiega Henry.

Negli Emirati il mercato immobiliare è molto vantaggioso per investitori che vogliono produrre profitto rapidamente. Nel 2023 valore delle transazioni nel segmento del lusso è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, rendendo l’emirato attrattivo sia per capitali puliti sia per quelli sporchi.

Per quanto Dubai abbia sottoscritto con molti Paesi – soprattutto occidentali – accordi per lo scambio di informazioni, mantiene ancora, almeno parzialmente, il segreto societario e bancario. Fino al 2022, gli agenti immobiliari, i broker e gli avvocati non erano nemmeno obbligati a segnalare alle autorità grandi transazioni in contanti o in criptovalute.

Cosa rivelano i dati sull’Italia?

I dati di Dubai Unlocked svelano nel 2022 oltre 2.500 immobili residenziali posseduti da italiani a Dubai. Gli economisti dell’EU Tax Observatory e del Norway’s Centre for Tax Research stimano che queste proprietà valgano sul mercato quasi un miliardo di euro. Grazie a una richiesta di accesso agli atti inoltrata all’Agenzia delle Entrate, IrpiMedia ha scoperto che nello stesso anno il valore degli immobili posseduti da italiani in tutti gli Emirati Arabi Uniti dichiarati al fisco italiano – 645 in tutto – era di 186 milioni di euro. Cioè nella sola Dubai si concentrano in realtà immobili di proprietari italiani per oltre cinque volte il valore dichiarato in tutti gli Emirati.

Da questo dato IrpiMedia ha potuto stimare l’evasione fiscale derivante dalla mancata dichiarazione di proprietà a Dubai: nel 2022 l’Italia ha perso almeno tra i 2,7 e i 5,4 milioni di euro solo di imposta sugli immobili all’estero. 

Non tutti gli italiani che non dichiarano un immobile a Dubai sono evasori fiscali: chi è iscritto fra i residenti negli Emirati è esentato dalla dichiarazione al fisco. Sulla base dei dati di Dubai Unlocked e dell’Agenzia delle Entrate, tuttavia, risultano forti discrepanze tra:

  • il numero di italiani che dichiarano una proprietà immobiliare in tutti e sette gli Emirati Arabi Uniti: meno di 500;
  • le persone fisiche di nazionalità italiana che risultano proprietarie di un immobile nella sola Dubai secondo Dubai Unlocked: almeno 2.022;
  • il numero di italiani proprietari di immobili che sono certamente residenti a Dubai stando ai dati catastali contenuti nel leak.

James Henry, esperto di paradisi fiscali dell’Università di Yale, paragona gli Emirati Arabi Uniti alla scena del bar di Star Wars, dove si ritrovano brutti ceffi da tutta la galassia:

«Entri e trovi cleptocrati, a sinistra oligarchi, in mezzo riciclatori e alle spalle venditori di materie prime russe che sfruttano (Dubai, ndr) come falla del sistema per aggirare le sanzioni», racconta l’economista. «Sono tutti protetti dalla stessa segretezza finanziaria di fondo».

Contattate dai giornalisti di Dubai Unlocked, le autorità dell’emirato non hanno risposto. Le ambasciate emiratine di Oslo e Londra hanno rilasciato un commento per smentire il ruolo di Dubai come rifugio per capitali di origine illecita.

«Gli Emirati Arabi Uniti – scrivono – prendono estremamente sul serio il loro ruolo nella protezione dell’integrità del sistema finanziario globale».

Come è nata questa inchiesta

Questi sono i risultati dell’inchiesta collaborativa Dubai Unlocked, condotta per l’Italia da IrpiMedia. È un lavoro giornalistico di 74 partner internazionali da 58 Paesi, coordinati dalla testata finanziaria norvegese E24 e da Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), che ha scoperto come Dubai continui a rimanere un paradiso fiscale, nonostante i recenti progressi in termini di normativa antiriciclaggio.

L’inchiesta è nata da un leak ottenuto dal Center for Advanced Defense Studies (C4ADS), un’organizzazione non profit con sede a Washington che effettua ricerche sulla criminalità e sui conflitti internazionali e poi condiviso con E24 e con Occrp.

«Individui corrotti e politicamente esposti che si sottraggono alla responsabilità nei confronti dell’opinione pubblica utilizzano giurisdizioni segrete come gli Emirati Arabi Uniti per nascondere i propri patrimoni in bella mostra», dichiara C4ADS.

Scendere col cash

Per capire meglio come il settore immobiliare di lusso a Dubai può essere sfruttato per fini illeciti, durante la conferenza a CityLife ci fingiamo interessati a voler investire. Dopo qualche giorno veniamo ricontattati da uno degli immobiliaristi di Gabetti e fissiamo una videochiamata. Spieghiamo che stiamo cercando proposte interessanti per conto di alcuni clienti.

L’agente immobiliare dice di aver comprato e rivenduto personalmente case nell’emirato, con margini di guadagno anche del 60%. Tutto esentasse, grazie al regime privilegiato di Dubai. Quando solleviamo il tema della dichiarazione dei redditi l’immobiliarista dice: «Io non ho dichiarato il mio appartamento e quindi non pago niente». 

Quando chiediamo come mai risponde di non avere intenzione di pagare, soprattutto in Italia, perché già si pagano abbastanza tasse. L’Italia, dice, «non merita». Chi acquista senza trasferirsi (rimanendo quindi residente in Italia) secondo l’agente lo fa come operazione speculativa: investendo in progetti ancora in fase di costruzione, per poi rivendere gli appartamenti a un prezzo più alto quando la domanda cresce. È così che si fanno i veri guadagni.

Immobili fantasma


Il valore degli immobili posseduti negli Emirati Arabi Uniti e dichiarati da italiani all’Agenzia delle Entrate

Nel solo Emirato di Dubai, il valore effettivo degli immobili è quasi 5 volte quello dichiarato al fisco italiano in tutti gli Emirati

Dati: stime Norway’s Centre for Tax Research e EU Tax Observatory su dati C4ADS (2022); MEF (2022)

Immobili fantasma


Il valore degli immobili posseduti negli Emirati Arabi Uniti e dichiarati da italiani all’Agenzia delle Entrate

Nel solo Emirato di Dubai, il valore effettivo degli immobili è quasi 5 volte quello dichiarato al fisco italiano in tutti gli Emirati

Dati: stime Norway’s Centre for Tax Research e EU Tax Observatory su dati C4ADS (2022); MEF (2022)

Per non dichiararli all’Agenzia delle Entrate, però, gli immobili vanno pagati con sistemi poco tracciabili. Il problema a Dubai non si pone: le opzioni di pagamento più diffuse per chi vuole stare nell’ombra sono «criptovalute» oppure «full cash», ovvero «completamente in contanti, significa che se porti valigie di contanti, noi possiamo accettarle».

Lo ha spiegato un rappresentante di Damac, uno dei più grandi costruttori di Dubai, ai colleghi della tv svedese Svt, partner di Dubai Unlocked, quando a marzo si sono recati a Dubai fingendosi interessati all’acquisto di una casa.

Il massimo di cash che si può dichiarare in aeroporto è diecimila euro, quindi basta «scendere» a Dubai con alcuni amici o familiari, ciascuno con quell’importo in valigia, spiega l’agente immobiliare di Gabetti. «Volere è potere», sintetizza. 

Sia Gabetti Middle East sia Damac sono state poi ricontattate dai giornalisti per commentare le risposte fornite dai propri rappresentanti. Gabetti ha detto di avere «piena fiducia» nell’operato dei propri dipendenti, escludendo quindi «che qualcuno di loro possa aver consigliato a un potenziale cliente la modalità di pagamento in denaro contante per la compravendita di un immobile». Ha aggiunto di essere disposta a intraprendere «vie legali» se identificherà chi ha fornito queste indicazioni. L’agenzia ha anche dettagliato le sue procedure antiriciclaggio interne specificando che «ad oggi non è mai pervenuto alcun alert relativo ai nostri clienti».

Al Thanyah Fifth

Il quartiere residenziale di Al Thanyah Fifth, una delle principali comunità residenziali di Dubai

© Ole Martin Wold

Il quartiere residenziale di Al Thanyah Fifth visto dall’elicottero © Ole Martin Wold

Damac ha dichiarato ai colleghi di Svt che «proporre ai clienti di pagare in contanti» non fa parte delle proprie policy. Tuttavia, «se un cliente desidera pagare in contanti, tale pagamento sarà soggetto a una due diligence rafforzata e ad azioni di dichiarazione e segnalazione a livello locale». La società di sviluppo immobiliare ha aggiunto: «Prendiamo sul serio le vostre accuse e indagheremo sulle dichiarazioni presumibilmente rilasciate dai nostri venditori».

Cosa dicono i dati

Le informazioni alla base del progetto Dubai Unlocked provengono da una serie di leak, principalmente dal 2020 al 2022. La maggior parte proviene dal Dubai Land Department, il catasto, e da compagnie pubbliche che erogano servizi come acqua ed elettricità. I dati forniscono una panoramica dettagliata su centinaia di migliaia di proprietari a Dubai, oltre che informazioni sugli immobili e sul loro utilizzo.

I giornalisti di Dubai Unlocked hanno trascorso mesi a verificare l’identità delle persone che compaiono nei dati e a confermare lo status della loro proprietà, utilizzando documenti ufficiali, ricerche su fonti aperte e altre fughe di informazioni.

I dati hanno permesso di scoprire oltre 200 personaggi di pubblico interesse, compresi trafficanti di droga, truffatori, evasori fiscali, politici e individui sotto sanzioni. 

Le informazioni contenute nel leak sono state aggregate dagli economisti dell’EU Tax Observatory e del Norway’s Centre for Tax Research. I calcoli mostrano che i proprietari italiani sono oltre 2.000, per un valore – contando solo gli immobili residenziali – intorno al miliardo di euro. Questi numeri sono sottodimensionati, in quanto il leak è incompleto. A questi vanno poi aggiunti uffici, negozi e altre tipologie di proprietà, non incluse nella stima.

Quanto perde il fisco italiano 

L’Agenzia delle Entrate ha declinato le richieste di IrpiMedia di commentare i dati di Dubai Unlocked. La discrepanza tra proprietari reali e quelli che lo comunicano al fisco è infatti enorme, gli italiani che possiedono un immobile all’estero e lo dichiarano sono una netta minoranza. 

Chi non risiede all’estero è obbligato a versare una tassa sugli immobili posseduti fuori dall’Italia, oltre a tassare ogni plusvalenza ricavata da vendite o affitti.

Anche chi è indirettamente proprietario dell’immobile per il tramite di società schermo, senza un’attività economica reale, ricade nella normativa e sono obbligati a dichiararlo.

Secondo le analisi degli accademici al Norway’s Centre for Tax Research e all’EU Tax Observatory, gli immobili residenziali a Dubai posseduti da italiani valgono, da soli, quasi un miliardo di euro. Il valore di tutti gli immobili dichiarati nel 2022 al fisco italiano – 645 in totale, in tutti gli Emirati – è di appena 186 milioni di euro. Anche senza contare eventuali plusvalenze, il mancato gettito per lo Stato è evidente e va stimato, secondo i calcoli di IrpiMedia sulla base dell’aliquota 2022, in una forchetta fra oltre 2,7 milioni e 5,4 milioni di euro.

L’imposta sulla proprietà di immobili all’estero 2022 ha portato nelle casse dello Stato complessivamente 93,6 milioni di euro nelle casse dello stato. Le dichiarazioni mancanti che risultano dai dati di Dubai Unlocked avrebbero potuto far crescere il gettito del 5,6%.

Il mancato incasso per il fisco italiano

La mancata dichiarazione di immobili posseduti a Dubai nel 2022 ha generato un potenziale ammanco per il fisco italiano fino a 5,4 milioni di euro

Nota: Stima basata sull’aliquota Ivie 2022, assumendo che gli immobili siano posseduti al 100%, che non si tratti di prime case e che tutti i proprietari siano fiscalmente residenti in Italia)

Dati: stima IrpiMedia su dati Agenzia delle Entrate, C4ADS, Norway’s Centre for Tax Research e EU Tax Observatory (2022)

Degli oltre 2.000 italiani proprietari di immobili a Dubai, meno di 200 sono residenti

Nota: i dati sono parziali, in quanto il leak su cui si basano i calcoli aggregati è incompleto, e le stime sul numero di proprietari è calcolato solo sugli immobili residenziali

Dati: elaborazione Norway’s Centre for Tax Research e EU Tax Observatory su dati C4ADS (2022); elaborazione IrpiMedia su dati C4ADS (2022)

Il mancato incasso per il fisco italiano

La mancata dichiarazione di immobili posseduti a Dubai nel 2022 ha generato un potenziale ammanco per il fisco italiano fino a 5,4 milioni di euro

Nota: Stima basata sull’aliquota Ivie 2022, assumendo che gli immobili siano posseduti al 100%, che non si tratti di prime case e che tutti i proprietari siano fiscalmente residenti in Italia)

Dati: stima IrpiMedia su dati Agenzia delle Entrate, C4ADS, Norway’s Centre for Tax Research e EU Tax Observatory (2022)

Degli oltre 2.000 italiani proprietari di immobili a Dubai, meno di 200 sono residenti

Nota: i dati sono parziali, in quanto il leak su cui si basano i calcoli aggregati è incompleto, e le stime sul numero di proprietari è calcolato solo sugli immobili residenziali

Dati: elaborazione Norway’s Centre for Tax Research e EU Tax Observatory su dati C4ADS (2022); elaborazione IrpiMedia su dati C4ADS (2022)

Il valore medio di ciascun immobile residenziale proprietà di italiani a Dubai è oltre 360.000 euro.

«È un segnale – commenta Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia – che a Dubai investono soprattutto i rappresentanti della upper class italiana. Questi dati, più in generale, sono una conferma, l’ennesima, di come l’opportunità di occultare offshore la ricchezza, eludendo gli annessi obblighi tributari, sia soprattutto appannaggio dei cittadini più abbienti. È uno dei risvolti della globalizzazione, quello di aver concesso di fatto ai contribuenti più ricchi la facoltà di decidere dove, quando e quanto versare in imposte».

Come abbiamo stimato l’evasione sugli immobili a Dubai

Per calcolare il gettito perso dallo Stato italiano a seguito della mancata dichiarazione degli immobili a Dubai ci siamo basati sull’aliquota dell’Imposta sul valore degli immobili situati all’estero (Ivie): fino al 2023 era lo 0,76% del valore degli immobili. Abbiamo moltiplicato l’aliquota per la differenza fra il valore degli immobili a Dubai e quello delle proprietà dichiarate in tutti gli Emirati, ricavando così la forchetta di mancata Ivie incamerata dallo Stato. Il valore più basso fa riferimento al possesso dell’immobile per 6 mesi, quello più alto a tutto l’anno. Questo calcolo si basa sull’assunzione che gli immobili siano posseduti al 100%, che non si tratti di prime case e che tutti i proprietari siano fiscalmente residenti in Italia.

Il doppio sistema, dove i progressi sono di facciata

A febbraio 2024, il Gruppo d’azione finanziaria internazionale (Gafi) – un’organizzazione intergovernativa per contrastare riciclaggio e finanziamento al terrorismo – ha eliminato gli Emirati Arabi Uniti dalla lista grigia degli osservati speciali che non rispettano a pieno le regole per la prevenzione del riciclaggio di capitali sporchi. A seguito della decisione, anche la Commissione europea aveva proposto di modificare la propria lista. Tuttavia, a fine aprile scorso, il Parlamento europeo ha rigettato la proposta della Commissione, anche sulla spinta di quanto era emerso dal prequel di questa inchiesta, #DubaiSvelata.

Nonostante i progressi riconosciuti dal Gafi, però, la possibilità di pagare in contanti senza che le autorità facciano troppe domande sulla provenienza del denaro continua ad attrarre a Dubai anche profili di investitori a rischio.

«Sulla carta gli Emirati Arabi Uniti rispettano gli standard internazionali per contrastare pratiche fiscali dannose e sullo scambio di informazioni amministrative – commenta Chiara Putaturo, advisor a livello europeo di Oxfam su disuguaglianze e politiche fiscali –. Formalmente sono conformi. Tuttavia, le inchieste degli ultimi anni, gli indici sviluppati da associazioni internazionali e, da ultimo, il voto dell’Europarlamento contro la rimozione dalla “grey list” dimostrano che questi standard, nel caso degli Emirati, sono solo di facciata».

Eppure, racconta a IrpiMedia chi si è trasferito da anni a Dubai, acquistare un immobile nell’emirato non è un’operazione così immediata come lasciano intendere gli immobiliaristi più entusiasti. La compravendita può durare diversi mesi e passa tutto dal governo dell’emirato attraverso il Land Department.

Il motivo è che a Dubai esistono due sistemi economici paralleli: uno formale, più “lento”, in cui si applicano le regole, e che soddisfa tutti i requisiti internazionali. L’altro, al di fuori del sistema formale, sotto la diretta supervisione degli sceicchi di Dubai. Il sistema sotterraneo sopravvive grazie alle tangenti di criminali, persone sotto sanzioni e investitori con interessi illeciti, che non vogliono che si facciano loro domande sulla provenienza dei propri soldi.

Diversi professionisti sentiti dai giornalisti del consorzio Dubai Unlocked raccontano di jet privati carichi di soldi che atterrano a Dubai. Il denaro viene prelevato, depositato in conti speciali, e una parte finisce a disposizione degli sceicchi. Gli Emirati sono un regime oppressivo, dove la popolazione è sottoposta a sistematiche violazioni dei diritti umani e sorveglianza informatica, come denunciano da anni diverse Ong internazionali. L’erede della famiglia regnante, Mohammed bin Rashid Al Maktoum, ha impedito persino alla figlia di lasciare la città.

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Per gli stranieri che portano soldi e poche domande la vita è ben diversa:

«Le autorità di Dubai accolgono riciclatori di denaro, trafficanti di armi, evasori e le loro famiglie. Chiunque abbia soldi può venire a investire a Dubai. Siete i benvenuti, purché non facciate politica e non critichiate le autorità locali», dice un uomo d’affari che chiede l’anonimato.

I professionisti segnalano ancora poco le operazioni sospette: almeno fino al 2021 si poteva effettuare qualsiasi deposito in contanti senza che nessuno chiedesse l’origine dei fondi. Oggi le banche potrebbero fare domande, ma i controlli possono essere facilmente elusi utilizzando conti e società offshore. 

Lavanderia immobiliare

Secondo un esperto italiano di servizi offshore che chiede di restare anonimo, da almeno una ventina d’anni le compravendite immobiliari nell’emirato vengono usate per riciclare denaro. È dal 2002 che il regime degli sceicchi ha consentito agli stranieri di investire nel mattone.

«La transazione immobiliare in assoluto si presta molto al riciclaggio. È abbastanza semplice: compri una cosa a 100 la rivendi a 200 e ricicli», riassume. «Queste operazioni vengono fatte in Paesi nei quali i guadagni in termini di capitale non vengono tassati, perché a questo punto il riciclaggio è gratuito, altrimenti devi pagare le imposte. Quindi Dubai per anni si è, come dire, resa disponibile a questo tipo di transazioni».

Dubai, storia di un boom

Lo sviluppo di Dubai per come lo conosciamo oggi è iniziato fra gli anni Cinquanta e Sessanta, con l’idea dello sceicco Rashid Bin Saeed Al Maktoum, padre dell’attuale emiro Mohammed, di trasformare un villaggio di pescatori di perle in un polo attrattivo per il commercio, costruendo magazzini e grandi moli con i proventi del petrolio. In questi anni, Dubai contava meno di 60 mila abitanti e anche nelle due decadi successive, a chi l’avesse visitata, la città non sarebbe apparsa particolarmente fiorente. 

L’apertura delle prime free zones – zone franche in cui aziende straniere potevano importare ed esportare beni esentasse – e la liberalizzazione del mercato immobiliare hanno permesso la trasformazione Dubai. 

«A differenza di Abu Dhabi, che possiede oltre il 90% delle riserve di petrolio e gas degli Emirati Arabi Uniti, Dubai è uno Stato post-petrolifero – scrive il politologo Kristian Coates Ulrichsen in un report del think tank Carnegie Endowment for International Peace –. Dopo aver raggiunto un picco di 410.000 barili al giorno nel 1991, la produzione di petrolio è diminuita drasticamente. Di conseguenza, Dubai è diventata una delle prime promotrici della diversificazione economica, soprattutto nel settore edilizio e immobiliare».

Grazie a investimenti per decine e decine di miliardi di dollari in progetti di edilizia civile, nella prima metà degli anni Duemila a Dubai i grattacieli crescevano a un ritmo frenetico. Una costruzione così rapida era resa possibile grazie allo sfruttamento della manodopera indiana, pakistana e bengalese: gli «schiavi di Dubai», come li ha definiti su il manifesto Samir Aita.

Il loro lavoro serviva ad alimentare un «nuovo gioco» degli acquirenti locali e internazionali: «Comprare quasi senza capitale iniziale, versare le prime mensilità, rivendere qualche mese dopo al doppio, poi ricomprare due volte di più, e via di seguito. Una specie di meccanismo subprime, aperto sia ai residenti che agli stranieri, salvo a quelli che producono qui il reale valore aggiunto: i lavoratori asiatici a basso costo, senza diritti, importati o espulsi secondo le esigenze dei cantieri», scrive Aita. 

A una crescita così rapida ha fatto seguito una caduta altrettanto rovinosa. Avvisaglie della crisi c’erano già state nel 2006, quando la capitalizzazione in borsa delle aziende di Dubai si era dimezzata. Dei timori che la bolla scoppiasse ha raccontato in un reportage su l’Unità la giornalista e studiosa di politiche urbane Lucia Tozzi nel 2008:

«I milioni di metri cubi realizzati o in costruzione non servono a ospitare una popolazione in crescita, e neanche i pur numerosi turisti e affaristi in transito: gli appartamenti panoramici sulla Marina, le villette della Palma sono in gran parte disabitati, un puro appoggio materiale per le transazioni finanziarie».

All’inizio della crisi finanziaria globale Dubai aveva debiti per 120 miliardi di dollari. Verrà salvata solo da un prestito del vicino Abu Dhabi, che nel 2010 è diventato così l’emirato politicamente più influente. La crisi del debito però «ha anche creato spazio per flussi finanziari meno legittimi, su cui Dubai ha fatto affidamento per sostenere la propria economia», scrive ancora il politologo Ulrichsen. 

Gran parte del debito dell’emirato era generato dalle società immobiliari ormai insolventi. La società di investimento pubblica Dubai World – che stava costruendo le tre isole artificiali a forma di palma attraverso la controllata immobiliare Nakheel – era vicina alla bancarotta. Progetti immobiliari per 300 miliardi di dollari erano stati messi in pausa, ridotti o cancellati. Con la stessa velocità con cui si era schiantata, poi, Dubai ha ripreso la propria ascesa frenetica, grazie a investimenti pubblici nelle infrastrutture, mutui a tassi bassissimi e turismo, diventando ciò che è oggi.

Secondo l’esperto italiano di paradisi fiscali, chi vuole garantirsi un reale anonimato, anche a Dubai, non compra immobili a titolo personale. È alle Isole Bahamas, o alle Cayman, che vengono aperte le migliori società trust, in grado di schermare completamente l’acquirente. Chi vuole avere la massima garanzia, poi, fa intestare al trust una società alle Isole Vergini Britanniche, attraverso la quale aprire una società negli Emirati a cui poi intestare l’immobile. 

Come abbiamo già visto, spesso a Dubai gli investimenti che vengono proposti come più redditizi sono quelli “off plan”, cioè quando l’immobile esiste solo sulla carta, o è ancora in fase di costruzione. È qui che il riciclaggio funziona meglio. Tutto passa dalla società che prenota l’immobile in costruzione, pagando una caparra che verrà saldata al momento della consegna delle chiavi. 

Quando cominciano i lavori, e si diffonde la notizia che tutti i lotti di un certo progetto sono stati venduti, il valore della prenotazione aumenta. E, chi compra in seconda battuta, non direttamente dal costruttore ma da chi ha prenotato gli immobili sulla carta, è disposto a pagare di più. Ciò consente a chi rivende a prezzo maggiorato di riciclare la caparra versata, man mano che le vendite si susseguono a catena.

La Marina

La ruota panoramica di Dubai vista dall’elicottero, con i grattacieli della Marina sullo sfondo

© Ole Martin Wold

La ruota panoramica di Dubai vista dall’elicottero, con i grattacieli della Marina sullo sfondo © Ole Martin Wold

Il mercato immobiliare emiratino, garantendo profitti così rapidi, è vantaggioso per tutti: chi vende può alzare i prezzi costantemente, consapevole che attrarrà sempre compratori; chi deve riciclare capitali sporchi, infatti, ha interesse che il prezzo sia alto. Questo circolo vizioso crea un mercato anche per i guru dell’immobiliare, i predicatori che con grandi campagne comunicative persuadono a investire nei grattacieli di carta di Dubai.

Con la promessa – non sempre mantenuta – che, quando la costruzione sarà terminata, l’appartamento genererà una rendita a vita con gli affitti. Sono proprio loro, i piccoli investitori, che tengono in vita il meccanismo, come nel più classico degli schemi Ponzi. 

L’impatto dell’inchiesta

L’indagine internazionale è stata ripresa dalle principali testate italiane e internazionali, inclusi programmi televisivi di approfondimento, con particolare attenzione al ruolo della criminalità organizzata italiana.

L’inchiesta di IrpiMedia sugli investimenti della camorra nell’immobiliare di Dubai è stata tradotta da Worldcrunch, un sito che pubblica il miglior giornalismo internazionale in inglese. 

Un gruppo di parlamentari europei ha rilasciato una dichiarazione sulla rimozione degli Emirati Arabi Uniti dalla “lista grigia” dei Paesi a rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, in seguito alle rivelazioni dell’inchiesta.

L’inchiesta ha vinto un Eppy Award for Best Use of Data/ Infographics, un premio SABEW nella categoria Data Journalism, il premio Umberto Chirici e una menzione speciale al premio Rossella Minotti. È stata inoltre segnalata tra le migliori inchieste dell’anno dal Global Investigative Journalism Network.

Crediti

Autori

Edoardo Anziano

Editing

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Margherita Bettoni
Beatrice Cambarau
Celeste Gonano

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© Ole Martin Wold

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