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La grande truffa degli investimenti immobiliari a Dubai

Grattacieli mai finiti, vendite in perdita e affitti che non coprono le spese. Investire nel mattone emiratino può essere molto meno luccicante di quanto vogliono far credere i guru dell’immobiliare

#DubaiUnlocked

24.05.24

Edoardo Anziano

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Negli anni Settanta e Ottanta Paolo Bernasconi è stato procuratore a Lugano e Chiasso, nel Canton Ticino. Da magistrato ha indagato su alcune delle più torbide vicende finanziarie dell’epoca, dal banchiere Michele Sindona al fallimento del Banco Ambrosiano. Si è occupato anche del filone svizzero dell’inchiesta Pizza Connection – insieme al pool antimafia di Palermo e all’FBI – facendo condannare i riciclatori che consentivano a Cosa nostra siciliana di ripulire i proventi della vendita dell’eroina negli Stati Uniti. 

Dismessa la toga, da decenni esercita come avvocato, continuando a occuparsi di finanza e affari, seguendo anche ciò che chiama «il lato oscuro della medaglia»: i crimini finanziari.

In un’intervista con IrpiMedia, racconta della sua esperienza con quella che, secondo alcuni giornali, è la «nuova Svizzera»: Dubai. La nomea di piazza finanziaria per affari facili e redditizi, senza controlli e senza tasse, ha attratto nell’ultima decina di anni investitori e consulenti finanziari da tutto il mondo. «C’era un commercialista di Lugano che mi diceva – racconta Bernasconi riferendosi a qualche anno fa – “di questi tempi sul volo da Milano a Dubai sembra di essere a Lugano perché parlano tutti dialetto ticinese”. Questo dice tutto».

L’inchiesta in breve

  • Grazie a un leak condiviso dall’organizzazione C4ADS, IrpiMedia ha individuato dozzine di imprenditori accusati di reati finanziari che hanno investito nei grattacieli di lusso a Dubai. Non tutti, però, ne hanno ricavato profitti milionari
  • Diversi grattacieli in cui hanno investito su carta centinaia di italiani non sono mai stati completati, portando anche ad accuse di truffa o evasione fiscale. Vari proprietari hanno raccontato a IrpiMedia di quotazioni stazionarie e di affitti bassi, che non compensano l’investimento
  • «Normalmente a Dubai questi palazzi non finiscono mai perché in realtà sono stati fatti con l’obiettivo di fare riciclaggio, non per una vera attività immobiliare», ha spiegato a IrpiMedia un imprenditore che ha avuto a che fare con l’emirato 
  • La corsa all’oro del real estate emiratino mostra le proprie contraddizioni: dall’appartamento in periferia in affitto a poche centinaia di euro alla suite in un albergo di lusso in vendita per qualche milione  
  • Dal boom delle vendite su carta sono usciti vincitori i pionieri, che hanno rivenduto rapidamente prima che il progetto fosse completato e, eventualmente, riciclato soldi sporchi 
  • Chi è arrivato dopo – come in uno schema Ponzi – ha pagato caro con la speranza di fare soldi con gli affitti. Senza sapere di star solo pagando i profitti di chi è venuto prima di loro

Molti cittadini italiani e svizzeri, spiega Bernasconi, si sono trasferiti a Dubai e da laggiù, utilizzando società emiratine, hanno messo in atto truffe raccogliendo investimenti in Italia e in altri Paesi europei per poi dirottarli su conti negli Emirati.

«Quando fioccano le denunce penali (…) la grossa difficoltà che nasce è quella della cooperazione tra le autorità penali, nel senso che è necessario raccogliere informazioni presso le banche degli Emirati Arabi, fare interrogare persone che sono residenti negli Emirati Arabi».

E questo, spesso, diventa un ostacolo insormontabile.

«Qui vedo la risposta di molti procuratori pubblici i quali dicono: “ormai ho rinunciato a mandare domande di collaborazione alle autorità negli Emirati Arabi” perché non si riceve risposta. Ricordo una rogatoria che avevo visto personalmente dove, dopo molti mesi, le autorità penali di Dubai rispondono al Pubblico Ministero di Lugano dicendo: “Cominciate a mandarmi tutti i vostri documenti con vidimazione autentica su ogni pagina”. Erano centinaia di pagine».

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Così quello che è un paradiso fiscale, con le sue free zones a tassazione nulla e il suo segreto bancario, è diventato famoso per essere anche un paradiso penale, dove gli autori di crimini – soprattutto i cosiddetti “colletti bianchi” – possono continuare a fare affari persino se ricercati nel proprio paese d’origine. 

Già nel 2022 IrpiMedia, utilizzando dati inediti sui proprietari immobiliari di Dubai condivisi con OCCRP dall’organizzazione C4ADS, aveva scoperto fra gli investitori italiani diversi imprenditori con alle spalle accuse di corruzione, truffa e riciclaggio. Oggi, grazie a ulteriori ricerche e un nuovo leak, IrpiMedia ha individuato a Dubai dozzine di uomini d’affari accusati di reati finanziari. 

Non tutti, però, hanno fatto profitti milionari. Anzi.

L’inchiesta Dubai Unlocked

Questo articolo fa parte dell’inchiesta collaborativa Dubai Unlocked, condotta per l’Italia da IrpiMedia. È un lavoro giornalistico di 74 partner internazionali da 58 Paesi, coordinati dalla testata finanziaria norvegese E24 e da Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), che ha scoperto come Dubai continui a rimanere un paradiso fiscale, nonostante i recenti progressi in termini di normativa antiriciclaggio. L’inchiesta è nata da un leak ottenuto dal Center for Advanced Defense Studies (C4ADS) – un’organizzazione non profit con sede a Washington che effettua ricerche sulla criminalità e sui conflitti internazionali – e condiviso con E24 e OCCRP.

Le rivelazioni del progetto Dubai Unlocked si basano su una serie di fughe di informazioni, principalmente dal 2020 al 2022. La maggior parte proviene dal Dubai Land Department, il catasto, e da compagnie pubbliche che erogano servizi come acqua ed elettricità. I dati forniscono una panoramica dettagliata su centinaia di migliaia di proprietari a Dubai, oltre che informazioni sugli immobili e sul loro utilizzo. I giornalisti di Dubai Unlocked hanno trascorso mesi a verificare l’identità delle persone che compaiono nei dati e a confermare lo status delle loro proprietà, utilizzando documenti ufficiali, ricerche su fonti aperte e altre fughe di informazioni.I dati hanno permesso di scoprire centinaia personaggi di pubblico interesse, compresi trafficanti di droga, truffatori, evasori fiscali, politici e individui sotto sanzioni da tutto il mondo.

I principali risultati dell’inchiesta sono riassunti in questa lista di domande frequenti.

Grattacieli fantasma

Diversi proprietari italiani, intervistati da IrpiMedia, hanno parlato di ritardi nella costruzione e di affitti bassi, che non rendono profittevole l’investimento iniziale. 

Consultando gli archivi dei quotidiani, emerge una serie di investimenti fallimentari, che hanno portato anche ad accuse di truffa o evasione fiscale. Si trattava di comprare off plan, cioè in corso di progettazione, appartamenti che, una volta completati e messi in affitto, dovevano garantire alte rendite annuali. Il problema è che i lavori non sono mai stati finiti. 

È il caso della presunta truffa legata all’investimento nel grattacielo Donna Towers di Dubai. I promotori, che garantivano una rendita dell’8% annuo, si sarebbero intascati 680 mila euro di cinque investitori di Roma, ai quali non sono mai stati consegnati i loro appartamenti. Iniziata nel 2008, la costruzione della coppia di torri da 35 piani si era fermata.

«​​Solo ritardi nei lavori, che sono ripresi, dovuti alla crisi immobiliare a Dubai. E tutti i soldi intascati finanziano il progetto», dichiarava nel 2016 l’avvocato che seguiva i broker. Otto anni dopo, le Donna Towers sono ancora «in progress».

Sorte ancora peggiore è toccata ai 160 clienti che hanno investito nel grattacielo Dolce Vita. L’investimento era stato proposto da una società bergamasca fra il 2008 e il 2010. Oggi quel progetto è stato «cancellato», rimane solo lo scheletro in calcestruzzo dei 24 piani previsti. Oppure nel progetto My Tower, in cui un centinaio di italiani avevano investito 10 milioni di euro. Anche questo non è mai stato finito.

Secondo un imprenditore che ha avuto a che fare con Dubai ed è esperto di giurisdizioni offshore, non è un caso che alcuni grattacieli a Dubai non vedano mai la luce. Il punto di partenza è l’acquisto su carta, un meccanismo che consente di moltiplicare facilmente le plusvalenze.

«Quando dalla carta si passa alle fondamenta, cioè arrivano i trattori, tu puoi pretendere che il valore dell’immobile stia salendo perchè sono cominciate le costruzioni», spiega l’imprenditore a IrpiMedia. Quindi puoi rivendere l’immobile in costruzione a una cifra più alta di quella a cui lo hai comprato. E così, man mano che si viene a sapere che gli appartamenti stanno andando a ruba, aumentano le plusvalenze – e potenzialmente il riciclaggio di capitali sporchi. Sempre tutto su carta, senza un reale interesse a che i progetti vengano effettivamente completati.

«Normalmente a Dubai questi palazzi non finiscono mai perché in realtà sono stati fatti con l’obiettivo di fare riciclaggio, non per una vera attività immobiliare».

Vendite in perdita

Mara Calderaro, originaria di Maratea, era ricercata dal 2018 per associazione a delinquere finalizzata a vari reati fiscali. Inserita nell’elenco dei 100 latitanti pericolosi, è stata arrestata dalla Guardia di Finanza di Roma negli Emirati Arabi Uniti nel 2022. Proprio a Dubai era stato fermato anche il suo ex compagno, il faccendiere Gabriele De Bono, accusato di riciclaggio. A De Bono – che a Dubai aveva, secondo le accuse, una residenza fittizia – erano stati sequestrati beni per 40 milioni di euro, nonostante secondo la GdF fosse quasi sconosciuto al fisco italiano. 

IrpiMedia ha scoperto che nell’emirato a Mara Calderaro era intestata una proprietà a Jumeirah Bay Tower, un grattacielo a uso uffici di 218 metri e 47 piani che fa parte di un complesso di torri che si specchiano in tre laghi artificiali, di fronte alla Palma. 

L’ufficio ha cambiato proprietà diverse volte, sempre deprezzandosi: nel 2012 era stato venduto all’equivalente di 133 mila euro. Quasi dieci anni dopo il prezzo era già sceso di 40 mila euro. 

Dalle informazioni contenute nei dati di Dubai Unlocked, a Calderaro è stato rinnovato il permesso di residenza negli Emirati ininterrottamente dal 2017 a oggi, ovvero anche quando era ricercata. La sua carta di identità emiratina è tutt’ora valida. Dopo la pubblicazione della notizia dell’inserimento di Calderaro nella lista dei latitanti pericolosi, l’avvocato Marco Casalini aveva precisato che la sua assistita non fosse «assolutamente latitante». 

La Procura di Roma ha fatto sapere a IrpiMedia che il processo nei confronti di Calderaro – per associazione a delinquere finalizzata alla falsa fatturazione e al riciclaggio – è tutt’ora in corso di fronte alla sesta sezione penale del Tribunale capitolino. Il legale di Calderaro non ha risposto alle domande di IrpiMedia.

Prezzi bloccati

Talvolta, le zone a ridosso del deserto hanno poco a che fare con gli esclusivi grattacieli della costa. Il complesso residenziale di International City, per esempio, situato alla periferia di Dubai, è uno strano mix di architettura occidentale e stile mediorientale: condomini di quattro-cinque piani senza il vetro e l’acciaio delle torri del centro, dipinti con colori tenui e caratterizzati dalle tipiche finestre traforate mediorientali. 

Qui, nell’area di Italy Cluster, il finanziere Raffaele Mincione ha comprato un piccolo appartamento, di cui è tuttora proprietario. Mincione è stato condannato nel 2023 in primo grado, insieme ad altre 10 persone, dal Tribunale dello Stato della Città del Vaticano per peculato, autoriciclaggio e corruzione tra privati. Il processo riguardava investimenti finanziari ad alto rischio effettuati per conto della Santa Sede.

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La pena per Mincione è di cinque anni e sei mesi di reclusione, ottomila euro di multa e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il tribunale ha ordinato la confisca, al finanziere e ai suoi coimputati, di oltre 300 milioni fra profitto dei reati e danni in favore dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.

Un portavoce di Mincione, in risposta a una richiesta di commento di IrpiMedia, ha dichiarato che il finanziere ha sempre rispettato tutte le leggi e ha presentato appello contro la condanna. 

A Dubai Mincione ha investito nell’immobile off plan, cioè quando esisteva solo sulla carta, nel lontano 2010. All’epoca aveva pagato l’appartamento di 45 metri quadri solo 55 mila euro. Oggi, a distanza di oltre dieci anni, ne vale poco di più, circa 75 mila. L’affitto, poi, non ripaga neanche la spese di manutenzione e le tasse: quest’anno l’inquilino versa l’equivalente di appena 375 euro al mese. 

Per molti anni i cittadini di International City si sono lamentati dell’odore proveniente dall’impianto di trattamento delle acque reflue di Al Aweer. Le esalazioni del depuratore, situato a un centinaio metri dal quartiere residenziale, avevano persino fatto scendere gli affitti – riportava nel 2018 il Khaleej Times, il più vecchio quotidiano in inglese degli Emirati. 

Comprare casa in un albergo

Spostandosi dalla periferia alle turistiche spiagge affacciate sul Golfo Persico, la scena è molto diversa. Five at Palm Jumeirah è un albergo di lusso situato sul “tronco” della Palma, l’isola artificiale costruita di fronte alla Marina di Dubai. Offre una «presidential villa» con cinque stanze da letto e piscina privata che viene definita «the ultimate celeb-worthy stay», ovvero un’esperienza di lusso degna di una celebrità.

Qui nel 2017, poco dopo che l’hotel era stato completato, ha comprato una suite Massimo Severoni, imprenditore romano ex presidente del Microcredito Italiano. Oltre 150 metri quadri con due stanze da letto, per poco più di un milione di euro. Oggi proprietà simili vengono vendute ad almeno 1,6 milioni. Sul catasto emiratino, sebbene di proprietà di Severoni, la proprietà risulta «bloccata».

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L’anno successivo, Severoni ha fatto un secondo investimento: un appartamento di quasi 160 metri quadri con due camere, a 20 minuti di macchina dall’hotel di lusso, nel grattacielo Al Bateen Residences. Si tratta di uno dei pochi grattacieli di Dubai con accesso diretto alla spiaggia. Il manager romano lo ha pagato 690.000 euro, oggi il valore è quasi raddoppiato. Questa proprietà, sul Dubai Land Registry, è ancora di Severoni ma attualmente è «ipotecata». Dal 2019 fino a fine 2023 l’appartamento è stato affittato per circa 3.300 euro al mese. 

Nel 2020, la Procura di Roma ha chiesto il suo arresto perché Severoni si è indebitamente appropriato di quasi mezzo milione di euro, fondi pubblici stanziati dalla Regione Lazio e affidati al Microcredito Italiano – presieduto da Severoni – per il supporto alle piccole imprese. Il fermo di Severoni non era stato effettuato, perché l’imprenditore nel frattempo si era già trasferito a Dubai. 

Nella relazione regionale, si legge che, come denunciato dai successori di Severoni, «in esito ad una lotta interna per la governance della società, il presidente uscente, dott. Massimo Severoni, ha operato una distrazione di fondi, principalmente ai danni dei conti correnti dedicati all’operatività affidata in base agli accordi con Lazio Innova (ente della Regione Lazio che eroga contributi alle imprese, ndr)». I soldi pubblici sarebbero poi finiti in una rete di società all’estero riconducibili allo stesso Severoni.

Dopo alcuni mesi, però, l’ex presidente del Microcredito Italiano è ritornato spontaneamente in Italia ed è stato messo ai domiciliari. Nel 2021 Bankitalia – che già aveva cancellato la società dalla lista degli operatori di microcredito – ha emesso una multa di 30.000 euro nei confronti di Microcredito Italiano per «carenze nell’organizzazione e nei controlli in materia di antiriciclaggio» e, l’anno seguente, Severoni è stato condannato dalla Corte dei Conti del Lazio a restituire l’intera somma di cui si è indebitamente appropriato: 498.900 euro.

Contattata da IrpiMedia, la Corte dei Conti ha fatto sapere che «l’azione di recupero delle somme […] è in fase di esecuzione». Massimo Severoni non ha risposto alle domande di IrpiMedia, e anche Microcredito Italiano ha declinato la richiesta di commento.

Al vertice della piramide

L’ufficio nel grattacielo di lusso che si deprezza continuamente; le quotazioni stazionarie dell’appartamento in periferia, affittato per poche centinaia di euro; i grattacieli mai completati; gli appartamenti mai consegnati; ma anche la possibilità di comprare intere suite in alberghi di lusso per qualche milione: la corsa all’oro dell’immobiliare emiratino si mostra in tutte le proprie contraddizioni. 

Dal boom delle vendite su carta sono usciti vincitori i pionieri, quelli che si sono presi il rischio di esplorare una frontiera ancora sconosciuta ormai più di quindici anni fa. Sono quelli che hanno comprato quando esisteva solo il progetto, rivenduto rapidamente e, eventualmente, riciclato i propri soldi sporchi.

Chi è arrivato dopo – come nel più classico degli schemi Ponzi, quello delle truffe piramidali – ha comprato a prezzi alti e si è tenuto una proprietà virtuale con la speranza di fare soldi con gli affitti. Senza sapere di star solo pagando, in alcuni casi, i profitti di chi è venuto prima di loro.

Crediti

Autori

Edoardo Anziano

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Margherita Bettoni
Beatrice Cambarau
Celeste Gonano
Simone Olivelli

In partnership con

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