Estradato il narcotrafficante albanese che faceva affari con i clan romani

La presenza dei clan albanesi nel sottobosco della Capitale è un tema ancora poco noto. Grazie all’estradizione di Dorian Petoku, fornitore di cocaina per diverse gang romane, gli inquirenti puntano ad approfondire le indagini
12 Ottobre 2021 | di Maurizio Franco, Youssef Hassan Holgado, Filippo Poltronieri

Dorian Petoku, uno dei narcotrafficanti albanesi più conosciuti a Roma, è stato estradato da Tirana. Secondo quanto appreso da IrpiMedia, dopo tre anni di querelle giudiziaria è stato consegnato alle autorità italiane lo scorso 7 settembre. A dare comunicazione della sua estradizione, finora tenuta riservata, è la procura generale di Tirana. La notizia è confermata anche dal suo avvocato Ardian Visha, molto conosciuto in Albania: tra gli altri ha difeso ex ministri e procuratori indagati per presunte connessioni con la criminalità organizzata.

La notizia della consegna di Petoku non passerà inosservata negli ambienti criminali della Capitale. Il suo nome appare nelle carte di diverse indagini condotte dalla Procura di Roma, tra cui Brasil low cost e Grande Raccordo Criminale.

Dorian Petoku, è nato in Albania nel 1988 a Lezhë (Alessio), un agglomerato urbano di circa 113 mila abitanti e teatro di una vivace scena criminale. Secondo un report del Global initiative against transnational organized crime network «i gruppi criminali di Lezhë sono stati attivi nel traffico di esseri umani, nel traffico di droga e nel traffico di armi». Alcuni di questi hanno operato anche in Italia e nei Paesi Bassi. I soldi derivanti da proventi illeciti vengono riciclati principalmente nel settore del turismo e nella ristorazione, vista la posizione strategica della cittadina sulla costa adriatica. Ma qui non ci sono solo criminali di medio calibro. Secondo il rapporto «le principali famiglie criminali dell’area hanno stretti legami con i politici».

Non si può dire lo stesso di Petoku, sconosciuto, a quanto si apprende, alla polizia locale. Ma all’ombra del Colosseo il narcotrafficante albanese è stato capace di fare affari con personaggi di spessore come Salvatore Casamonica, esponente dell’omonimo clan romano, Fabrizio Fabietti, considerato il braccio destro di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, e Piscitelli stesso, uno dei fondatori del gruppo ultras Irriducibili che ha animato per anni la Curva Nord della Lazio fino al suo scioglimento nel febbraio 2020, legato alla camorra romana di Michele Senese e ucciso il 7 agosto del 2019 in un agguato nel parco degli Acquedotti di Roma.

L’iter giudiziario

A seguito dell’arresto in Albania nel gennaio del 2019, l’estradizione di Dorian Petoku si è rivelata tutt’altro che semplice, nonostante i vari accordi bilaterali in materia in vigore tra i due Paesi. Il motivo è dovuto ad alcuni rallentamenti burocratici prima e ad altri dovuti alla pandemia poi che hanno rischiato di far scadere i termini di custodia cautelare facendo automaticamente cessare la richiesta di estradizione. Si arriva così al 7 settembre del 2021 quando le autorità albanesi hanno consegnato ai loro omologhi il giovane narcotrafficante sulla base delle accuse contenute nell’operazione Grande Raccordo Criminale.

Anche a Tirana, come nel suo paese natale di Lezhë, il nome di Petoku è quasi sconosciuto. La stessa Spak, l’istituzione per la lotta al crimine organizzato e alla corruzione creata nel 2019, riferisce di non essere a conoscenza del caso di Dorian Petoku. Una cosa però è certa: la decisione finale della suprema Corte albanese, che dovrebbe contenere le ragioni per cui l’estradizione è stata accettata, ad oggi risulta ancora riservata.

Non deve stupire che Petoku, per quanto un ingranaggio cruciale in importanti strutture internazionali di narcotraffico, sia sconosciuto agli inquirenti albanesi. La sua carriera infatti nasce e si sviluppa principalmente in Italia, a Roma.

La sua ascesa nella Capitale parte dalla frazione di Acilia e nasce dai legami con alcuni dei suoi connazionali. Petoku è stato a lungo il luogotenente di Arben Zogu, alias “Riccardino” o “Ricky”, attualmente in carcere per vari reati tra cui estorsione e traffico internazionale di stupefacenti. Zogu, tra l’altro cugino di Petoku, era stato un vero e proprio pioniere della criminalità albanese in Italia. Era stato capace di integrarsi con facilità nella malavita romana grazie anche ai rapporti stretti nel carcere di Avellino nel 2013 con Rocco Bellocco, ritenuto uno dei boss dell’omonimo clan di Rosarno. Ad Acilia, Zogu era riuscito a fare affari grazie alle slot machines con l’aiuto dei fratelli Guarnera che, in collaborazione con la criminalità albanese, avevano replicato nei dintorni di Roma le stesse logiche delittuose del gruppo camorristico che faceva capo a Mario Iovine, affiliato ai Casalesi.

L’arresto di Zogu, secondo gli inquirenti che hanno condotto l’operazione Brasil low cost, avrebbe aperto un vuoto che ha facilitato l’ascesa di Dorian Petoku a capo di un’organizzazione albanese dedita al narcotraffico nel litorale romano e nello specifico nelle aree di Acilia, Ostia e Infernetto. Un potere, quello di Petoku, ostentato anche sui social network, in particolare su Instagram, dove fino al 2018 pubblicava foto di pistole semiautomatiche e mazzette di banconote.

Grande raccordo criminale

Stando alle carte della Procura di Roma, Petoku è uno dei fornitori di cocaina del sodalizio romano al cui vertice c’erano Fabrizio Fabietti e Fabrizio Piscitelli. Sulla morte di Piscitelli le indagini sono ancora in corso ma tra le piste setacciate dagli investigatori, una conduce proprio a Tirana. Secondo quanto riportato dal L’Espresso l’uomo, vestito da runner, che ha sparato in pieno giorno a “Diabolik” seduto su una panchina, sarebbe un cittadino albanese. Non solo. Si tratterebbe della stessa persona che ha giustiziato Selavdi Shehaj in spiaggia a Torvaianica, nel settembre dell’anno scorso. D’altronde i legami tra Piscitelli e le gang albanesi venivano già menzionati nell’indagine Mondo di Mezzo, in cui emergeva come il noto capo ultrà si servisse spesso di un gruppo di picchiatori albanesi.

Chi era Fabrizio Piscitelli?

Fabrizio Piscitelli, conosciuto meglio come “Diabolik”, nasce a Roma il 2 luglio del 1966 e viene ucciso da uomo libero il 7 agosto del 2019 in pieno giorno su una panchina nel parco degli Acquedotti di Roma. Gli inquirenti stanno ancora indagando su mandanti ed esecutori di un omicidio di cui si è parlato a lungo negli ambienti criminali – e non solo – della Capitale. L’unica certezza, per ora, è che il killer di Piscitelli è un professionista esperto, capace di uccidere con un solo colpo sparato alla nuca da una pistola calibro 7,65 e dileguarsi senza lasciare traccia. Secondo quanto rivelato da L’Espresso il killer sarebbe di origine albanese e sarebbe stato torturato e ucciso in madrepatria, punito per l’omicidio di Piscitelli e per l’esecuzione in spiaggia a Torvaianica di Selavdi Shehaj, seconda vittima del presunto assassino venuto dall’Est. Notizie che però non sono ancora confermate in maniera ufficiale dagli investigatori.

Il nome di Fabrizio Piscitelli a Roma nord lo conoscono tutti. Tra i fondatori del gruppo ultras di ispirazione neofascista degli Irriducibili che supporta la squadra della Lazio, la sua fedina penale comincia a riempirsi con l’arresto avvenuto nel 2013. L’accusa in questo caso era quella di gestire un giro di traffico di stupefacenti tra l’Italia e la Spagna. Per quell’indagine i giudici lo hanno condannato a 4 anni e 2 mesi. Ma non è l’unica condanna che riceve. Nel gennaio del 2015 infatti, viene condannato in primo grado a tre anni e due mesi di carcere insieme ad altri ultras per tentata e reiterata estorsione nei confronti del presidente Claudio Lotito. Secondo l’accusa, Piscitelli e i suoi compagni hanno cercato di denigrare la figura del patron della Lazio attraverso cori e striscioni esposti in Curva Nord oltre che con minacce rivolte a lui e alla moglie, con l’obiettivo di fargli pressione per cedere alcune quote societarie ad una società farmaceutica ungherese.

Secondo gli investigatori, Piscitelli ha avuto legami importanti con la famiglia dei Senese a partire dai primi anni Novanta. Relazioni che lo hanno consacrato nello scenario criminale romano, tanto che il suo nome spunta anche nelle carte dell’indagine Mondo di Mezzo per le sue relazioni con la batteria di Ponte Milvio, una squadra di picchiatori dedita al recupero crediti.

Il suo passato criminale sembrava concluso ma dopo la sua morte il nome di Diabolik spunta in altre due indagini della procura di Roma: quella relativa all’operazione Grande Raccordo Criminale e quella dell’operazione Tom Hagen. Riguardo alla prima indagine, Piscitelli è accusato di essere a capo, insieme a Fabrizio Fabietti, di un sodalizio dedito al narcotraffico e alle estorsioni, e in cui Petoku è uno dei più importanti fornitori di cocaina. Nel secondo caso, invece, secondo le ipotesi degli inquirenti Piscitelli avrebbe trattato una pace tra la famiglia degli Spada di Ostia e il gruppo criminale di Marco Esposito, detto Barboncino, uomo legato al clan dei Triassi. Una pace per cui sia Piscitelli che Salvatore Casamonica, esponente dell’omonimo clan romano, avrebbero fatto da garante. Questa sua mediazione tra i due diversi clan è stata per mesi al centro delle ipotesi degli investigatori che stanno indagando sulla sua morte, di cui, ad oggi non se ne conoscono né il mandante e né il killer.

Stando alle carte, Petoku organizzava e gestiva la consegna della cocaina attraverso corrieri fidati. Ma il suo coinvolgimento andava ben oltre. Secondo le intercettazioni degli investigatori italiani avrebbe partecipato a una delle spedizioni punitive con l’obiettivo di riscuotere un credito di centinaia di migliaia di euro dovuto al gruppo capeggiato da Fabietti. Un rapporto di fiducia, quello tra Petoku e Fabietti, che offriva a sua volta al sodale albanese i servigi dei suoi picchiatori: una squadra che annoverava tra le sue fila anche ex pugili, assoldati per il recupero crediti.

La droga arrivava a fiumi e i panetti di cocaina dell’organizzazione erano molto apprezzati dalla clientela romana di Monte Mario e dintorni. Gli affari del gruppo di Fabietti però sono stati interrotti nel novembre del 2019, quando la Guardia di Finanza, su mandato della Procura di Roma, ha eseguito 51 ordinanze di custodia cautelare e sequestrato circa 250 kg di cocaina e 4.250 kg di hashish per un giro di affari che avrebbe fruttato circa 120 milioni di euro. A gennaio 2021 i pm romani hanno chiesto un totale di 400 anni di carcere per 37 imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga aggravata dal metodo mafioso, estorsione, riciclaggio e possesso di armi.

Brasil low cost

Chi fossero, risalendo la catena, i fornitori di cocaina di Petoku è un po’ meno chiaro, ma un’altra operazione italiana offre un indizio importante. L’operazione Brasil low cost, eseguita il 30 gennaio 2019, sembra la trama di un film d’azione americano. Agenti infiltrati svizzeri e della Drug enforcement administration (Dea), un informatore italiano, detto il “francese”, tutti intenti nel bloccare uno dei più grossi carichi di cocaina mai tracciati: 7 tonnellate che dal Sud America avrebbero inondato le strade di Roma.

Ai vertici dell’organizzazione che si preparava a importare questo carico così importante, secondo gli inquirenti italiani, c’erano Salvatore Casamonica (arrestato prima di questa operazione, nell’ambito dell’indagine Gramigna contro il clan autoctono romano), Tomislav Pavlovic e infine Dorian Petoku.

Anche il nome di Pavlovic, montenegrino, non è nuovo. Emerge nell’indagine Mondo di mezzo come un profilo criminale di primo livello. In Brasil low cost sono coinvolti anche Silvano Mandolesi, braccio destro di Salvatore Casamonica, e Marcello Schiaffini. Attraverso un aereo in partenza da San Paolo, in Brasile, la droga doveva giungere in Europa per poi essere smistata a Roma e dintorni. Per eludere il controllo delle forze dell’ordine, Petoku e gli altri sodali comunicavano con telefoni BlackBerry contenenti un sistema sofisticato di criptazione denominato PGP (Pretty good privacy) che rende illeggibili i testi dei messaggi in caso di intercettazioni. Neanche questo però è bastato per metterlo al sicuro. Dorian Petoku è stato arrestato dalla polizia albanese che ha eseguito un mandato di cattura internazionale nel cuore di Tirana, in un ristorante nell’area dell’ex Block, come riportato da media locali.

L’indagine Brasil low cost non arriva ad accertare chi fossero i nomi dei fornitori di cocaina sudamericani a cui Petoku e gli altri si appoggiavano, ma Pavlovic viaggiava frequentemente in Sudamerica, specialmente in Perù, Ecuador e, ovviamente, Brasile. Lo scalo scelto per la partenza della droga inoltre, l’aeroporto di Sao Paulo, è notoriamente sotto il controllo del Primeiro Comando da Capital (PCC) uno dei più importanti cartelli di trafficanti di tutto il subcontinente Latino-Americano.

A oltre un mese dalla sua estradizione, la consegna di Petoku e una sua eventuale collaborazione con gli investigatori italiani è l’occasione giusta per fare luce sulle rotte internazionali del narcotraffico, indagare sui legami tra gruppi organizzati italiani e stranieri, e ottenere maggiori informazioni sull’ascesa della criminalità albanese, a Roma e in Europa. Questa, dopo anni di manovalanza al servizio di organizzazioni criminali storicamente operanti nel settore, sembra essersi ritagliata un ruolo di primo piano nel mercato mondiale delle sostanze stupefacenti, con broker fidati nei Paesi produttori in Sud America, e una presenza sempre più importante nei porti di Rotterdam e Anversa, primi in Europa per sequestri di cocaina.

Le gang albanesi garantiscono efficienza, omertà e un pugno di ferro nel gestire i traffici, e si propongono ormai come attori protagonisti negli equilibri del narcotraffico internazionale.

Ha collaborato: Centro di Giornalismo Permanente | Foto: Tirana – Filippo Poltronieri | Editing: Giulio Rubino

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