#FinanzaVerde
Il petrolio nella finanza verde
Aggiornata il: 19 Settembre 2025
#FinanzaVerde
La spinta al contrasto della crisi climatica, che pochi anni fa aveva unito l’Europa e prodotto alcune delle più avanzate leggi e progetti mai visti in materia, ha fin da principio affrontato forti contrasti e numerosi ostacoli.
Il Green Deal europeo, approvato nel 2020, ha dovuto scontrarsi con emergenze di scala globale, dalla pandemia alle nuove guerre, che sono state spesso sfruttate dai suoi detrattori per annullarlo o quantomeno limitarlo.
Nonostante tutto, la necessità di ristrutturare il sistema produttivo affinché non continui a portare danni irreparabili all’ambiente e al clima, è un’idea ormai interiorizzata da una fetta significativa della popolazione, che è anche disposta a impegnarsi, o quantomeno a impegnare i suoi risparmi, per esercitare un’influenza positiva su questo cambiamento.
C’è stato un vero e proprio boom infatti, fra il 2020 e il 2023 in particolare, della “finanza verde”, di quegli investimenti cioè, tesi a orientare i fondi privati verso progetti ad impatto ambientale positivo. Ma c’è un conflitto di fondo alla base di questo settore: chi gestisce gli investimenti dei propri clienti, lo fa prima di tutto con il mandato di tenerli in crescita.
Per quanto le società di gestione del risparmio possano cercare soluzioni “verdi” in cui mettere i soldi, devono inevitabilmente bilanciare il rischio con investimenti ritenuti più sicuri, pena la negazione stessa della loro funzione primaria.
In teoria le politiche europee in primis e gli accordi internazionali a livello globale avrebbero dovuto rendere sempre più redditizi gli investimenti verdi, e sempre meno redditizi quelli basati su combustibili fossili o altre attività che producono un danno ambientale. Il problema è che, in questo contesto geopolitico, un chiaro orientamento globale a favore di politiche attente al clima sembra venir meno, e la finanza naturalmente non può che seguire i trend generali.
In questo progetto, composto di otto articoli prodotti in collaborazione con Voxeurop, analizziamo però come le società di gestione del risparmio non abbiano affatto rinunciato ad attirare clienti con la promessa di investimenti sostenibili, continuando a pubblicizzarsi come “verdi” anche mentre spostano porzioni significative dei loro investimenti verso le grandi aziende del petrolio. Tutto nel rispetto delle leggi: per quanto l’Europa abbia recentemente approvato normative più stringenti tese ad evitare fenomeni di greenwashing, che impediscono di usare nel nome dei fondi di investimento termini che rimandino alla sostenibilità a meno che il fondo non sia interamente composto da investimenti effettivamente sostenibili, le società di gestione del risparmio hanno risposto semplicemente cambiando nome ai fondi, piuttosto che disinvestire dalle aziende dei combustibili fossili.
Anche quando questi cambiamenti portino alcuni fondi a “scendere di categoria” nella classificazione degli investimenti verdi, non ci sono grossi limiti a come possono essere pubblicizzati, purché le informazioni sui prospetti ufficiali siano corrette.
Questo andamento mette a rischio soprattutto lo sforzo dei singoli piccoli risparmiatori di sostenere con il loro denaro le questioni che stanno loro a cuore, costringendoli a navigare con estrema attenzione l’offerta di prodotti finanziari che gli arriva, pena trovarsi a finanziare senza volerlo nuovi pozzi di petrolio in mezzo mondo.