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Come la stampa italiana ha venduto i bond poco sostenibili di Eni

Oltre 300mila persone hanno sottoscritto un’obbligazione Eni pubblicizzata come “verde” dalla grande stampa italiana. Potrebbero aver contribuito, senza saperlo, al riscaldamento globale.

#FinanzaVerde

26.03.25

Giorgio Michalopoulos
Stefano Valentino

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Il 16 gennaio 2023 il colosso petrolifero italiano Eni ha lanciato sul mercato nazionale un’obbligazione «legata ai propri obiettivi di sostenibilità». Si tratta in generale di titoli finanziari (bond in inglese) acquistabili da investitori piccoli e grandi, che garantiscono alla data di scadenza la restituzione della somma originaria versata più un tasso di interesse fisso.

Nel caso specifico, quella proposta da Eni ha una durata di cinque anni. Annualmente paga all’investitore una cedola lorda del 4,3% vincolando l’azienda a raggiungere certi obiettivi ambientali: l’aumento della capacità di produzione di energie rinnovabili e la riduzione delle emissioni. Se questi obiettivi non vengono raggiunti entro i tempi stabiliti, l’azienda si impegna a pagare un ulteriore 0,5% di interesse alla scadenza del titolo.

L’inchiesta in breve

  • Nel gennaio 2023 Eni emette obbligazioni “legate alla sostenibilità”, che sul mercato dei risparmiatori raccolgono un grande successo
  • Il risultato è anche merito della promozione che questa iniziativa riceve sui giornali italiani. Nel solo mese di gennaio infatti, le cinque maggiori testate italiane pubblicano oltre 30 articoli che promuovono il bond di Eni
  • Spesso il linguaggio usato dalle testate è potenzialmente fuorviante: si parla di “green bond”, che è un termine specifico, quando il bond di Eni è solo un “Sustainability linked bond”, un tipo di obbligazione con molte meno regole
  • Infatti un “Sustainability linked bond” non vincola l’impresa a usare i fondi raccolti per progetti ambientali specifici, ma solo a raggiungere generici obiettivi climatici, parzialmente raggiungibili anche solo comprando carbon credits
  • In contrasto con la celebrazione ricevuta dai giornali, l’agenzia di rating Moody’s infatti giudica l’iniziativa di Eni in modo molto meno positivo, dandogli un punteggio basso (4 su scala da 1 a 5 dove 1 è il massimo) per contributo alla sostenibilità

È stato indubbiamente un grande successo per l’operazione, che puntava a raccogliere in prima battuta un miliardo di euro. Dopo aver ricevuto offerte per dieci volte tanto (secondo quanto dichiarato dalla stessa azienda), ha incrementato il valore complessivo dell’obbligazione a due miliardi, raccolti in soli cinque giorni.

Lo straordinario risultato ha senz’altro beneficiato anche dall’enorme eco che il bond ha ricevuto dalla stampa italiana: «Eni lancia il primo green bond. Per i piccoli investitori rendimenti minimi al 4,3%. Cosa sapere e come sottoscrivere» titolava La Stampa; «Eni, via alla sottoscrizione delle obbligazioni sostenibili per i piccoli risparmiatori», scriveva invece La Repubblica. Nel gennaio 2023, i cinque maggiori giornali italiani (Corriere della Sera, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Stampa e Avvenire) hanno pubblicato ben 32 articoli nei quali si approfondivano le caratteristiche del titolo, dando anche indicazioni su come investire.

Un articolo al giorno

I 32 articoli di giornale sui green bond di Eni pubblicati dalle testate italiane nel mese di gennaio 2023

IrpiMedia | Fonte: Elaborazione degli autori su dati raccolti da siti online e uscite su carta dei quotidiani

Contemporaneamente, il colosso petrolifero acquistava 71 spazi pubblicitari sulle medesime testate, promuovendo l’obbligazione con immagini di prati verdi e pale eoliche.

Tuttavia, come spesso accade, il diavolo sta nei dettagli, nonché in una copertura quantomeno benevola nei confronti del prodotto finanziario. È quanto emerge analizzando la reale – e discutibile – “sostenibilità” dello strumento presentato dal colosso petrolifero.

Glossario

Bond o obbligazione: è un titolo di credito emesso da una società o un ente pubblico. Per chi lo possiede si tratta di un investimento che dà diritto al rimborso (più gli interessi) alla scadenza. Per chi li emette è un modo per raccogliere liquidità sul mercato.

Green bond o obbligazione verde o sostenibile: è un’obbligazione la cui emissione è legata ad attività che devono avere un impatto ambientale positivo. 

Sustainability-linked bond: è un’obbligazione la cui emissione è legata a obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale o di governance (Esg), che sono misurati attraverso indicatori chiave di rendimento (Kpi).

Credito di carbonio: è un certificato che dà diritto a emettere una tonnellata di CO2 o una quantità equivalente di gas serra. Governi e aziende possono venderne o acquistarne sul mercato.

Carbon credits e fumose promesse

Esistono i green bond ed esistono i sustainability-linked bond (Slb). I primi occorrono per finanziare progetti ambientali specifici e la loro emissione è normalmente ancorata al raggiungimento di un obiettivo chiaro e definito, come la realizzazione di un parco eolico o la dismissione di un impianto inquinante; per i secondi è sufficiente che l’azienda soddisfi degli indicatori chiave di rendimento, i Key performance indicators (o Kpi).

I bond emessi da Eni sono, contrariamente a quanto a volte presentato dai giornali, del secondo tipo, e sono legati nello specifico a due obiettivi. Il primo è l’aumento della produzione di energia rinnovabile di cinque gigawatt (GW) entro il 2028 (l’obiettivo finale di Eni è di 15 GW nel 2030); il secondo riguarda la riduzione entro il 2025 del 65% rispetto al 2018 delle emissioni “dirette”, derivanti cioè sia dalla produzione e raffinazione di petrolio e gas (identificate internazionalmente come Scope 1) sia dall’energia consumata da Eni stessa (Scope 2).

Come spiegato, si tratta dunque di sustainability-linked bond e non di green bond, con buona pace dei titolisti nazionali. Sebbene le informazioni relative agli indicatori chiave di rendimento siano stati effettivamente riportati in maniera fedele dalla stampa nazionale, un investitore meno avvezzo alla materia potrebbe essere indotto a credere che i suoi risparmi vadano concretamente a finanziare un’attività meritoria, mentre tecnicamente quei fondi potrebbero essere investiti in uno qualsiasi dei progetti di estrazione ed esplorazione del Cane a sei zampe.

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Analizzando il rapporto Eni sulla sostenibilità 2023 infatti, si può vedere come le emissioni che Eni ha promesso di ridurre con questo bond (Scope 1 e Scope 2) corrispondano solo al 2,2% delle sue emissioni totali, mentre la stragrande maggioranza delle emissioni causata da Eni sono quelle dette Scope 3. Inoltre, parte dell’obiettivo del bond può essere raggiunto non già incidendo concretamente sulle emissioni, ma compensandole con l’acquisto di crediti di carbonio (si veda il box con il glossario).

La diminuzione del 65% delle emissioni Scope 1 e Scope 2 rispetto al 2018 richiede a Eni di non emettere più di 5,18 milioni di tonnellate di CO2 nel 2025: infatti tra il 2022 e il 2023 (anno di emissione del bond) i crediti di carbonio acquistati da Eni sono quasi raddoppiati. Dal 2019 Eni ha aumentato esponenzialmente l’acquisto di crediti di carbonio, da 0 a 5,9 megatonnellate di CO2 equivalente (MtCO₂) nel 2023.

Categorie di emissioni

Scope 1: emissioni dirette (produzione e raffinazione di petrolio e gas) dell’impresa

Scope 2: emissioni dirette associate al consumo di energia acquistata dall’impresa

Scope 3: emissioni indirette provenienti da fornitori a monte e clienti a valle

Emissioni upstream: emissioni generate dalle attività che precedono le emissioni Scope 1 e Scope 2 nella catena di valore, come la produzione e la fornitura di energia o di materie prime.

Sommando le emissioni Scope 1 e Scope 2 del 2023 con i crediti di carbonio acquistati da Eni, si ottengono esattamente le emissioni di CO2 del 2018 che Eni ha promesso di ridurre del 65% entro il 2025. In parole povere, «i progressi di Eni verso il raggiungimento dell’obiettivo legato alle obbligazioni sostenibili, riguardante la riduzione delle emissioni nette Scope 1 e Scope 2, sembrano essere stati ottenuti principalmente attraverso l’utilizzo di crediti di carbonio» spiega a IrpiMedia Josephine Richardson, direttrice generale e responsabile della ricerca dell’Antropocene Fixed Income Institute, centro di ricerca specializzato tra le altre, in ricerche sulle obbligazioni legate alla sostenibilità come quella lanciata da Eni.

Sotto gli occhi di tutti

«I green bond hanno molto successo perché le persone li capiscono» aggiunge Richardson: «È un’etichetta molto semplice. Alla gente piace l’idea di dare soldi a un’azienda e sapere come verranno utilizzati, per esempio, per costruire un parco eolico. In questo modo, sapranno di aver contribuito direttamente a questo progetto». Ed è proprio questa la direzione verso la quale sembra essersi mossa la stampa nazionale, con poche eccezioni, nel raccontare il prodigio verde delle obbligazioni Eni.

Secondo un rapporto della ong Reclaim Finance, per ogni euro investito nell’energia rinnovabile, Eni ne investe 12,9 in energia fossile. Dal 2024 al 2027 la società prevede di investire annualmente l’84% di risorse fossili e solo il 16% in rinnovabili.

«Applicando questa proporzione ai proventi ottenuti con l’obbligazione, Eni potrebbe aver investito 1,68 miliardi nel business as usual, ovvero le attività legate al petrolio e al gas che, secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Ipcc), andrebbero drasticamente diminuite per rispettare l’Accordo di Parigi», commenta Antonio Tricarico, campaigner per la finanza pubblica e le multinazionali di Re Common, associazione attiva in campagne per una transizione giusta. Abbiamo chiesto più volte a Eni di commentare l’ipotesi di Tricarico ma non abbiamo mai ottenuto risposte.

In molti degli articoli analizzati gli obiettivi di sostenibilità vengono descritti in maniera vaga, spesso utilizzando termini inglesi e non tradotti. «Condizione del Net Carbon Footprint Upstream», «Emissioni nette dell’upstream Scope 1 e Scope 2», «Net Carbon Footprint Upstream (Scope 1 e Scope 2) pari o inferiore a 5,2 MtCO2eq al 31 dicembre 2025 (-65% rispetto alla baseline del 2018)» sono alcuni dei modi in cui gli articoli hanno presentato gli obiettivi di sostenibilità senza integrare informazioni utili alla comprensione.

Se gli articoli avessero integrato una spiegazione mostrando anche i dati sulle emissioni di Eni, i lettori e gli investitori avrebbero potuto capire che da questa obbligazione sono escluse il 91% delle emissioni di Eni, e cioè le Scope 3, quelle generate dai fornitori e dai clienti, come ad esempio quelle derivanti dalla combustione del petrolio venduto da Eni per produrre beni e servizi. «Includere anche le emissioni generate dai fornitori e dai clienti dell’azienda (il cosiddetto Scope 3) sarebbe stata l’occasione per un’obbligazione legata alla sostenibilità con un forte impatto», commenta Richardson.

Le emissioni Scope 1 e Scope 2 upstream ed emissioni totali. Il dato del 2,2% di riduzione prevista delle emissioni risulta dal rapporto tra emissioni nette upstream ed emissioni nette globali © Rapporto di sostenibilità Eni 2023

Eppure non si può certo sostenere che maggiori e più dettagliate informazioni fossero troppo difficili da reperire. A descrivere i limiti dei titoli obbligazionari emessi da Eni è la stessa Moody’s, una delle più prestigiose agenzie internazionali specializzate nella valutazione del rischio di credito, che nella sua valutazione del piano finanziario di Eni legato alla sostenibilità evidenzia come «l’impatto sulla sostenibilità della riduzione di queste emissioni sia limitato».

In particolare, l’agenzia di rating definisce «relativamente ristretto» l’ambito del KPI 2 (riduzione delle emissioni Scope 1 e Scope 2 upstream), il che «limita la sua rilevanza». Peraltro, osserva Moody’s, «gli investimenti futuri della società condurranno a effetti di carbon lock-in», generando cioè investimenti (come ad esempio quelli su infrastrutture legate a combustibili fossili) che per dar frutto costringeranno l’azienda a rinviare la transizione verso fonti alternative.

Il punteggio di sostenibilità (SQS) realizzato da Moody’s del piano finanziario di Eni. Il giudizio globale è «medio», corrispondente a 4 su una scala di 5 dove 1 è il massimo
Il punteggio di sostenibilità (SQS) realizzato da Moody’s del piano finanziario di Eni. Il giudizio globale è «medio», corrispondente a 4 su una scala di 5 dove 1 è il massimo © Second Party Opinion on Eni’s Sustainability Linked Financing Framework

La classifica dei giornali italiani sulle obbligazioni Eni

Nei giorni della sottoscrizione gli investitori non hanno potuto tenere in conto queste limitazioni perché nessuno degli articoli pubblicati dalle cinque maggiori testate per diffusione nazionale ha menzionato queste informazioni, nonostante lo scarso impatto ambientale positivo e la scarsa rilevanza delle emissioni dirette e indirette prevista dal bond Eni fosse già evidente nel rapporto sulla sostenibilità 2022.

Dall’analisi fatta da Voxeurop, in collaborazione con Greenpeace, emerge un approccio giornalistico incompleto e privo di verifica dei dati nei 32 articoli pubblicati dalle testate nel mese di gennaio. Altri otto articoli con le stesse caratteristiche sono stati pubblicati dalle agenzie Ansa e Askanews. Inoltre, sui quotidiani dei giornali considerati nello stesso periodo sono stati dedicati, come detto, ben 71 spazi pubblicitari a Eni con richiami alla sostenibilità. Le testate hanno dato spazio a tutte le informazioni inerenti il bond, chi più chi meno, ma nessuna ha intervistato esperti del settore, voci critiche o analizzato i dati per capire se i target di sostenibilità dell’azienda fossero credibili.

Ancora, nel 37% degli articoli presi in esame l’obbligazione di Eni è stata presentata come «obbligazione sostenibile», «green bond» o «obbligazione verde». Termini inappropriati, come detto, in quanto si tratta di strumenti di credito completamente differenti da quello presentato agli investitori.

Se il giornalismo ha avuto un approccio quantomeno accomodante con il gigante degli idrocarburi, le domande critiche sono invece arrivate dal mondo della finanza: il 10 maggio 2023 la Fondazione finanza etica, come azionista critico di Eni e membro della coalizione Shareholders For Change, ha chiesto all’azienda perché non fossero state inserite le emissioni Scope 3 – emissioni indirette generate dai fornitori – nell’obbligazione legata alla sostenibilità.

«I Kpi [indicatori chiave di rendimento] che includono le emissioni Scope 3 hanno come prima data target il 2030 e quindi non sono stati utilizzati per le obbligazioni “Eni sustainability-linked 2023/2028” che scadranno nel 2028», ha risposto Eni. Appena cinque giorni dopo, il colosso ha emesso un’altra obbligazione con scadenza decennale (2033). Per questo titolo però non ha scelto un Slb, ma un’obbligazione tradizionale, priva di vincoli ambientali di sorta. Non sembra quindi esserci una strategia a medio termine per affrontare il grosso delle emissioni attribuibili a Eni, le Scope 3.

Voxeurop ha contattato i giornali fornendo una lista degli articoli analizzati e chiedendo quali fonti siano state utilizzate per la stesura dei testi, se sono state utilizzate fonti alternative ai comunicati stampa dell’Eni, se gli articoli fossero stati sollecitati dall’Eni. Nonostante le ripetute sollecitazioni nessuna testata ha risposto alle richieste.

Anche l’occhio vuole la sua parte

Colline verdi e prospere, discrete turbine eoliche e uno slogan efficace: «Con le obbligazioni Eni legate alla sostenibilità, transizione e crescita sono possibili». La campagna promozionale varata da Eni per – e intorno – all’emissione dei titoli è stata imponente. Questa è passata innanzitutto dal paginone che promuove lo strumento in sé, ripetuto trenta volte nell’arco di un mese sulle principali testate nazionali. Si aggiungono le pubblicità generiche dell’azienda, anch’esse caratterizzate da sfondi verdi e slogan che richiamavano a «Sicurezza & Cambiamento» oppure a «Stabilità & Trasformazione», portando il numero complessivo di spazi pubblicitari a 71.

Non deve stupire: la stessa azienda, durante l’assemblea del 10 maggio 2023, ha dichiarato di aver dedicato un maggiore importo rispetto al 2021 agli investimenti pubblicitari sui mezzi d’informazione italiani, principalmente a seguito dell’emissione obbligazionaria collegata ai target di sostenibilità. Non ha tuttavia indicato gli importi e, a oggi, non ha risposto alla nostra domanda in merito all’ammontare delle spese pubblicitarie, né a nessuna delle altre domande inviate.

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«Gran parte di questo approccio acritico (da parte delle testate, ndr) è dovuto alla capacità di pressione che ha Eni sui mezzi di comunicazione», commenta Roberto Giovannini, editorialista di Materia Rinnovabile e giornalista ambientale con un passato a La Stampa per la quale è stato ideatore e coordinatore dell’inserto Tuttogreen. «I giornalisti praticano una sorta di autocensura e il giornalista di settore sa che Eni ti sta pagando lo stipendio tramite le pubblicità».

Nel complesso la classifica di contenuti stilata comprende tutti gli articoli pubblicati dalle testate, sia online che sui quotidiani, e tutte le pubblicità (generiche e specifiche sulle obbligazioni sui quotidiani), pubblicate nel mese di gennaio 2023. Il Sole 24 Ore è primo in classifica. La testata di Confindustria ha dedicato 11 articoli e 16 pubblicità a Eni nel mese di gennaio. Seguono La Stampa (22), Corriere della Sera (21), La Repubblica (18) e infine Avvenire (15) su cui si leggono 13 pubblicità e due piccoli inserti dedicati ai “green bond” Eni nell’edizione cartacea.

Un recente rapporto della Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) rivela che il 50% dei risparmiatori italiani è interessata agli investimenti sostenibili. Di questi, l’81% fa un utilizzo medio-alto dei giornali per informarsi. Purtroppo per loro, la crisi economica che colpisce la stampa da ormai un quarto di secolo fa sì che i giornali abbiano sempre meno mezzi per raccogliere e verificare le notizie.

«Stiamo osservando un impoverimento generale dell’industria che ha provocato un impoverimento generale della qualità delle redazioni e dei prodotti giornalistici. Tutt’oggi ci sono centinaia di articoli che parlano di maltempo quando dovrebbero parlare di crisi climatica. Così diventa molto difficile per il lettore capire le questioni ambientali», chiosa Giovannini.

Il connubio tra stampa e industria fossile non risale a ieri, e sembra che Eni abbia anni di esperienza alle spalle, come raccontava già nel 1972 Giorgio Steimetz, alter ego di Guglielmo Ragozzino, nel libro Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente (Ami editore): «La pubblicità, così configurata, perde molto mordente come presa di mercato, rende probabilmente quanto basta per far tornare il conto, non è produttiva secondo le buone regole degli investimenti accessori. Si tratta più esattamente di un affare ottimo senza dubbio di natura politica. Eni paga con la pubblicità una quota altissima del costo grezzo di un prodotto chiamato silenzio».

Questo articolo fa parte della serie di inchiesta sulla finanza verde di Voxeurop. È stato realizzato con il sostegno dello European Media and Information Fund (Emif) e di Journalismfund Europe. Non riflette necessariamente le posizioni dell’Emif e dei partner del Fondo, la Fondazione Calouste Gulbenkian e l’Istituto universitario europeo.

Riceviamo e pubblichiamo

1-I sustainability linked bond (SLB) non sono strumenti misteriosi e opachi inventati da Eni per operazioni finanziarie basate sul greenwashing,  ma una tipologia di emissione molto diffusa a livello internazionale in molteplici settori di attività (energia, telecomunicazioni, beni di consumo, finanza). Questi strumenti sono diversi dai green bond (GB), come spiegate nell’articolo, hanno un modo differente di legarsi alla sostenibilità (i SLB legano il costo del denaro agli obiettivi di sostenibilità, i GB vincolano il prestito a un singolo progetto green), e l’investitore può scegliere tra due differenti opzioni in base alla propria strategia di investimento. Eni ha scelto di utilizzare il SLB e ne ha descritto in modo dettagliato il funzionamento e le condizioni nel relativo prospetto informativo e nella propria comunicazione pubblica, tanto è vero che siete stati perfettamente in grado di riportarne le caratteristiche. Il fatto che gli autori dell’articolo descrivano il lancio del SLB Eni come una sorta di circonvenzione di incapace con la complicità dei media ai danni di chi investe, denota quantomeno scarsa conoscenza del mondo finanziario, se non – non ce ne vogliate – malafede degli autori. Gli investitori sapevano benissimo in che cosa stavano investendo, e ne è derivata una richiesta enormemente al di sopra delle aspettative e nel giro di pochissimo tempo.

2-Eni conferma totalmente gli obiettivi di decarbonizzazione che si è data nella propria strategia (zero emissioni nette al 2050, zero emissioni nette Scope 1 e 2 al 2035, zero emissioni nette delle attività upstream al 2030, con relativi obiettivi intermedi che potete trovare sul sito eni.com), e la quota di investimenti che la società sta dedicando ai propri business low e zero carbon è in linea, da un lato, con questi obiettivi, e dall’altro con un’ indispensabile solidità finanziaria che le consente di crescere e intraprendere con equilibrio la transizione stessa. Peraltro, fare coincidere gli investimenti di Eni nella transizione energetica con le sole rinnovabili è fortemente sbagliato, ed è un approccio che rischia di fare fallire la transizione stessa dal momento in cui trascurano tutti gli ambiti a elevate emissioni non elettrificabili. Eni infatti investe anche in altri business legati alla transizione, come biocarburanti, cattura e stoccaggio della CO2, biometano, chimica bio e circolare. Infine, non abbiamo mai potuto apprezzare da parte di chi comunica che Eni investe “troppo poco” nella transizione energetica un’adeguata analisi industriale e finanziaria a sostegno di eventuali strategie alternative e migliorative: il che significa che stiamo parlando solo di slogan.

3-Notiamo come due attori che hanno preso parte alla realizzazione dell’articolo da voi pubblicato siano Greenpeace e Re:Common, tramite le parole del Signor Tricarico. Teniamo a ricordare che Greenpeace Italia e ReCommon hanno fatto causa a Eni sui temi relativi al clima, e che Eni stessa ha promosso, senza alcuna richiesta monetaria risarcitoria,  un’azione civile per diffamazione nei loro confronti a fronte delle false e gravissime accuse mosse contro la Società di commettere crimini nell’esercizio della propria legittima attività d’impresa. Ed è riscontrabile come le inaccettabili accuse mosse nel contesto della causa intentata da Greenpeace e ReCommon abbiano alimentato una violenta e pericolosa campagna d’odio nei confronti di Eni e dei suoi dipendenti. Ricordiamo inoltre che ReCommon non solo risulta tra i firmatari dell’esposto ai PM che avviò le indagini, ma tentò anche di costituirsi parte civile contro Eni (tentativo rigettato dal Tribunale) all’esordio del procedimento per corruzione internazionale relativo all’acquisizione del blocco Opl245, in Nigeria, terminato con l’assoluzione in via definitiva di Eni e di tutti gli imputati perché il fatto non sussiste, e i cui riverberi sulla relativa gestione sono tuttora all’attenzione del pubblico. Non vogliamo infine commentare nemmeno le specifiche dichiarazioni del Signor Tricarico, nei confronti del quale Eni ha depositato presso la Procura di Roma atto di denuncia-querela per il reato di diffamazione aggravata. Questo a significare che in alcun modo intendiamo avere un confronto con questi soggetti al di fuori del rigoroso contesto di un’aula giudiziaria.

Ufficio stampa Eni

Crediti

Autori

Giorgio Michalopoulos
Stefano Valentino

Editing

Giulio Rubino
Raffaele Angius

Fact-checking

Giulio Rubino
Raffaele Angius

Visuals

Lorenzo Bodrero

In partnership con

Voxeurop

Con il supporto di

Foto di copertina

© Alexander Pohl/Getty

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