La corsa della finanza verde, che in pochissimi anni era sembrata in grado di attrarre enormi capitali, finanziando la transizione verso un modello sostenibile di economia, sembra oggi rallentare notevolmente. Nonostante, almeno fino alla fine dell’anno scorso, gli studi mostrino una chiara preferenza dei piccoli investitori verso i fondi sostenibili e responsabili, a livello macroscopico sembrerebbe essere iniziata un’inversione di tendenza: a novembre dello scorso anno l’agenzia di rating Morningstar, le cui analisi sono estremamente influenti nel mondo dei fondi di investimento, registrava ancora un crescita del mercato dei fondi ESG (Environmental, Social, and Governance, che dovrebbero valutare dove investire anche in base alla sostenibilità), che hanno nell’ultimo trimestre del 2024 raggiunto i 3,3 trilioni di dollari come patrimonio globale.
Ma nel primo trimestre del 2025, per la prima volta dal 2018, si registrano in Europa significative uscite dai fondi articolo 9, i più ambiziosi e regolamentati, con 8,6 miliardi di dollari di “deflusso” da questi verso altri fondi.
In breve
- Nonostante un apparente rallentamento globale della corsa alla finanza “verde”, le aziende sembrano ancora cercare di attirare investitori presentando i propri fondi come sostenibili
- Con l’entrata in vigore delle nuove linee guida dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) però, tese a limitare i fenomeni di greenwashing, molti fondi sono costretti a cambiare nome
- JP Morgan, la più grande banca dal mondo, sta adottando politiche pienamente in linea con questo trend. Per anni ha presentato come sostenibili i suoi investimenti nonostante i suoi investimenti nelle aziende del fossile abbiano superato i 4 miliardi di dollari nel 2025
- Dopo aver pubblicizzato ampiamente la sua adesione all’Accordo di Parigi fin dal 2015, ha progressivamente tolto dai suoi canali ogni riferimento agli impegni presi
- Oggi però continua a dichiarare di voler aiutare i propri clienti «a raggiungere i loro obiettivi di decarbonizzazione», anche se non sembra aver intenzione di disinvestire dai grandi progetti del fossile
Naturalmente, la situazione geopolitica, le priorità dei governi occidentali e i rischi connessi alla volatilità dei mercati sono indicati come le cause principali di questa ritirata, ma pesa moltissimo, viste le nuove linee guida di Esma (l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati) contro il greenwashing, entrate in vigore lo scorso maggio, un diffuso fenomeno di rebranding.
Banche di investimento e altri gestori di patrimoni infatti, stanno abbandonando la dicitura ESG dal nome dei loro fondi, visto che nonostante abbiano sempre cercato di esaltare gli aspetti “verdi” dei loro prodotti finanziari, fin troppo spesso quei fondi nascondono anche investimenti nelle energie fossili.
La multinazionale statunitense JP Morgan, la più grande banca al mondo e una delle più grandi società di gestione patrimoniale, che offre servizi finanziari in più di un centinaio di Paesi, è un esempio da manuale di questa parabola della finanza “verde”.
Da un lato infatti la banca sta ritrattando buona parte dei suoi impegni sul clima, ma non sembra voler rinunciare del tutto all’attrattività di una dichiarata attenzione agli obiettivi climatici, che continua a campeggiare sui prospetti esplicativi dei suoi fondi e nella sua strategia pubblica di sostenibilità.
Dopo la firma dell’Accordo di Parigi sul clima nel 2015, la società ha dichiarato l’intenzione di allineare i propri investimenti e la propria impronta operativa agli obiettivi dell’Accordo, che promuove un percorso verso basse emissioni di gas serra e uno sviluppo resiliente ai cambiamenti climatici.
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In un articolo pubblicato a ottobre 2020, JP Morgan spiegava di lavorare «per sostenere la transizione, aiutando i nostri clienti a raggiungere i loro obiettivi net zero».
Nel 2021, anno in cui è entrato in vigore il Regolamento europeo sulla finanza sostenibile (Sfdr), JP Morgan Asset Manager, sussidiaria del gruppo JP Morgan Chase, è anche diventata uno dei membri fondatori della Net Zero Asset Managers Initiative, iniziativa (oggi sospesa) per arrivare a zero emissioni di gas a effetto serra entro il 2050.
Nel maggio dello stesso anno, Jamie Dimon, Ceo di JP Morgan, ha scritto un post sulla piattaforma LinkedIn affermando che: «Dobbiamo tutti continuare a impegnarci per affrontare il cambiamento climatico; rimane una delle questioni più critiche del nostro tempo».
Queste affermazioni, unite alla promozione di fondi finanziari come «US Research Enhanced Index Eq ESG» e «Global Income Sustainable», sembrano suggerire un impegno genuino e costante nella transizione verso un’economia sostenibile.
Ma le cifre raccontano un’altra storia.
Miliardi di dollari finanziano carbon bombs
Secondo i dati della London Stock Exchange Data & Analytics infatti, all’interno dei fondi di investimento che JP Morgan Asset Management definiva come “verdi”, gli investimenti nei combustibili fossili sono aumentati passando da 3,3 miliardi di dollari nel 2023 a 4 miliardi di dollari all’inizio del 2025.
Gli investimenti “verdi” di JP Morgan nelle società fossili
Gli investimenti totali di JP Morgan in società per l’estrazione di idrocarburi tra il 2023 e il 2025, in miliardi di dollari
IrpiMedia | Dati: Elaborazione Voxeurop su dati London Stock Exchange Data & Analytics | Creato con Flourish
Dallo scorso maggio, le diciture “ESG” o “sostenibile” sono scomparse dal nome di diversi di questi fondi, in linea con le nuove normative, ma JPM può comunque continuare a usare questi termini sui suoi prospetti informativi e sul suo sito internet, pur aggiungendo nel suo report di sostenibilità un disclaimer in cui spiegano che i termini “sostenibile”, “ESG” o simili sono usati in base a «criteri definiti internamente all’azienda».
Le major fossili che attirano la maggior parte degli investimenti di JPM sono ExxonMobil (1,1 miliardi di dollari), Shell (515 milioni di dollari), ConocoPhillips (460 milioni di dollari), EOG Resources (447 milioni di dollari), Chevron (307 milioni di dollari), TotalEnergies (218 milioni di dollari) e BP (159 milioni di dollari).
Questi investimenti vanno contro le indicazioni dell’Agenzia internazionale dell’energia, che ha esortato a non investire nella produzione di nuovi combustibili fossili.
JP Morgan e le società fossili
Dettaglio degli investimenti di JP Morgan Asset Management nelle società fossili al primo trimestre 2025
IrpiMedia | Dati: Elaborazione Voxeurop su dati London Stock Exchange Data & Analytics | Creato con Flourish
ExxonMobil, beneficiaria della maggior parte dei fondi, è apertamente coinvolta in nuove attività di esplorazione. Inoltre, gestisce 16 siti già operativi che, durante il loro ciclo di vita, genereranno oltre un gigatone (1 miliardo di tonnellate) di CO₂.
Questo enorme aumento di gas serra rende questi progetti di estrazione di gas, petrolio e carbone vere e proprie “bombe di carbonio” (in inglese carbon bombs).
La definizione implica il superamento della soglia del miliardo di tonnellate di CO₂; per fare un paragone, nel 2023, le emissioni di gas serra dell’intera Unione europea sono state pari a 3,4 miliardi di tonnellate di CO₂.
Per calcolare l’impatto delle emissioni prodotte dall’industria petrolifera, vengono considerate non solo le emissioni dirette, risultanti dalle attività produttive, ma anche quelle indirette. Infatti, l’impatto sul clima di questa industria, dipende fortemente dalle emissioni prodotte a monte della produzione del petrolio (fornitori e costruzione di impianti) e soprattutto da quelle a valle, prodotte dai clienti che bruciano i prodotti della compagnia petrolifera in auto, aerei o centrali elettriche.
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Le emissioni dirette rientrano in categorie (o scope) classificate come scope 1 (derivanti dalla produzione e raffinazione) e scope 2 (energia consumata dall’azienda stessa). Quelle indirette, che invece vengono tutte classificate nello scope numero tre. Sono proprio le emissioni del terzo scope che possono rappresentare oltre il 90% del totale di una compagnia.
Secondo l’Absolute Impact Report di Carbon Tracker, ExxonMobil, ConocoPhillips ed EOG (tutte aziende finanziate da JP Morgan) non hanno fissato alcun obiettivo per il 2050 che bilanci le emissioni dello scope 3.
«Nessuna di queste grandi compagnie petrolifere e del gas ha obiettivi per le emissioni che possano essere considerati in linea con quelli di Parigi», ci spiega Olivia Bisel, analista associata presso il think tank londinese Carbon Tracker.
Gli obiettivi verdi falliti di JP Morgan
Analisi, secondo il rapporto Paris Maligned di Carbon Tracker, degli investimenti di JP Morgan nelle società fossili e la loro conformità con gli obiettivi imposti dall’Accordo di Parigi
IrpiMedia | Dati: Rapporto Paris Malign | Creato con Flourish
L’impatto dei finanziamenti
Oggi, nella sezione “Impact”, JP Morgan dichiara ancora di voler finanziare 1000 miliardi di dollari per iniziative per il clima, e propone di aiutare i propri clienti «a raggiungere i loro obiettivi di decarbonizzazione».
Come spiega il rapporto sulla stewardship del 2024, JPMAM preferisce declinare questo impegno ambientale verso le aziende con una grande domanda di combustibili fossili, ritenendo più efficace agire sulla domanda per ridurre le emissioni globali. Nel caso delle aziende energetiche (come quelle finanziate dai fondi green), JP Morgan dà più importanza alla trasparenza e alla gestione dei costi, per capire se queste aziende possano generare valore anche in uno scenario futuro a basse emissioni, e quindi con una domanda minore di combustibili fossili.
In un’intervista alla rivista Business Insider, Yo Takatsuki, responsabile globale della stewardship degli investimenti di JPMorgan Asset Management (ed ex giornalista), è stato categorico sul dovere della sua azienda: «Penso che un aspetto della stewardship, così come dell’essere un buon giornalista, sia la capacità di porre domande difficili e chiedere conto alle aziende delle loro azioni».
Tuttavia, il rapporto sulla stewardship di ExxonMobil non fa alcun riferimento alla decarbonizzazione né al disinvestimento dai progetti “bombe di carbonio” o da attività esplorative. JP Morgan ha chiesto più trasparenza alle aziende del fossile in cui investe, dato che tali informazioni aiuterebbero gli investitori a comprendere i costi legati agli obblighi legali di bonifica dei siti locali una volta terminati i progetti.
Ma a queste dichiarazioni che sembrano confermare l’impegno di JP Morgan sul clima coincide anche la decisione di abbandonare la Net Zero Asset Managers Initiative nel marzo 2025.
In una pagina del sito web dell’azienda, oggi eliminata, la compagnia vantava la propria partecipazione all’alleanza per il clima: «In qualità di membro della Net Zero Asset Managers Initiative, J.P. Morgan Asset Management si impegna a collaborare con i propri clienti per raggiungere i loro obiettivi di decarbonizzazione».
Olivia Bisel, analista del think tank inglese Carbon Tracker, sottolinea come al di là del contenuto delle dichiarazioni di JP Morgan, queste da sole diano poche garanzie agli investitori che sperano di avere un impatto positivo sulla crisi climatica: «Le divulgazioni sono un punto di partenza importante per informare gli investitori, ma non garantiscono che un’azienda sia allineata agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. I gestori patrimoniali che affermano di essere in linea con l’accordo di Parigi dovrebbero piuttosto intraprendere azioni concrete. Solo con azioni reali da parte delle compagnie petrolifere e del gas sarà possibile ridurre le emissioni. […] Gli investitori non possono affermare di essere allineati all’Accordo di Parigi se anche il loro portafoglio d’investimento non è pienamente allineato».
Gli esperti stimano che il 68% delle emissioni globali di CO₂ sia causato dalle industrie dei combustibili fossili. Secondo un rapporto di Influence Map, la maggior parte delle aziende produttrici di combustibili fossili ha estratto più idrocarburi nei sette anni successivi all’Accordo di Parigi che nei sette anni precedenti.
«Se JP Morgan Asset Management vuole davvero impegnarsi nella decarbonizzazione, deve fissare dei limiti chiari, basati sulla scienza del clima», secondo Lara Cuvelier dell’ong Reclaim Finance. «E la scienza è chiara: in uno scenario a emissioni net zero non c’è spazio per nuovi progetti di petrolio e gas. Non è chiaro in che modo la strategia attuale contribuisca alla decarbonizzazione».
JP Morgan ha declinato di rispondere alle nostre domande.
Questo articolo è pubblicato in collaborazione con Voxeurop; fa parte di un ciclo di inchieste sulla finanza verde e realizzato con il sostegno dello European Media and Information Fund (Emif).
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