Come la mafia albanese ha conquistato il mercato della cocaina nel Regno Unito
Con pazienza, astuzia e ingegno i gruppi criminali albanesi hanno assunto un ruolo di primo piano nel rifornimento di cocaina per le altre organizzazioni attive nel Paese
14 Gennaio 2022

Maurizio Franco
Youssef Hassan Holgado
Filippo Poltronieri

Per quindici anni hanno cercato di imparare dai loro maestri. Da abili contrabbandieri sono diventati indispensabili fornitori di sostanze stupefacenti. Alla violenza hanno preferito tessere una rete di alleanze. È il modus operandi delle organizzazioni criminali albanesi che, secondo la National crime agency (Nca), l’agenzia di sicurezza britannica, gestiscono una grande fetta di mercato della cocaina nel Paese, il cui totale ammonta a circa sei miliardi di sterline secondo il ministero dell’Interno inglese.

Secondo la Nca i gruppi criminali albanesi avrebbero anche favorito la creazione delle cosiddette “county line”, una rete capillare dello spaccio che percorre tutto il Regno Unito portando le sostanze stupefacenti dalle grandi città alle province costiere e dell’entroterra. Linee commerciali battute non soltanto da gang albanesi ma anche da quelle autoctone e di altre nazionalità. Solo nel mese di ottobre 2021 la polizia ha effettuato una serie di retate che hanno portato all’arresto di 1.468 persone in tutto il territorio, a sequestri di droga e contanti per un valore che supera i 2 milioni di sterline, oltre che alla requisizione di un arsenale composto da 49 pistole.

Secondo i dati del governo, il crimine organizzato ha un costo per l’economia nazionale di 37 miliardi di sterline ogni anno. Ma parlare di “danno” per l’economia restituisce un’immagine molto parziale del fenomeno, poiché il dato non tiene conto dei soldi ripuliti che vengono poi immessi all’interno dell’economia legale attraverso la compravendita di beni immobili e mobili.

Ma come è riuscita la mafia albanese a ritagliarsi un posto di primo piano nel Regno Unito? La storia del loro insediamento inizia negli anni Novanta e subisce un’accelerazione con la guerra del Kosovo: un conflitto che tra il 1998 e il 1999 ha portato a oltre 1 milione di sfollati. Centinaia di migliaia sono i kosovari che hanno lasciato il Paese e cercato rifugio tra gli stati limitrofi ed europei (una grande maggioranza si è stanziata a Tirana). Ma secondo gli investigatori britannici, molti di quelli che si sono presentati alla frontiera erano cittadini albanesi che si identificavano come kosovari per cercare una via preferenziale di accoglienza.

Un dato univoco sul numero dei cittadini albanesi residenti in Regno Unito non c’è. Nel 2019 l’ufficio nazionale di statistica ha rilasciato una stima approssimativa: sono circa 47 mila gli albanesi residenti nel Paese mentre sarebbero 29 mila i kosovari. Secondo i database del governo britannico soltanto nell’anno della pandemia, 3.071 cittadini di origine albanese avrebbero richiesto l’asilo politico.

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«Quello che hanno fatto è creare una comunità satellite di lingua albanese nel Regno Unito, parallela a quella insediatasi in altri Stati vicini, come nei Paesi scandinavi, dopo la crisi del Kosovo», dice a IrpiMedia Tony Saggers, ex capo della sezione antidroga della National crime agency. Ed è da questa comunità satellite che i gruppi criminali originari o provenienti dal Paese delle aquile hanno cercato nuove reclute facendo gioco sull’emarginazione sociale e la povertà di chi arriva nel Regno Unito e si trova a essere sfruttato come manodopera a basso costo nel settore agricolo, edile o industriale. Cocaina, prostituzione e traffico di esseri umani sono i business illeciti con i quali i boss di Tirana hanno fatto fortuna.

La strategia al ribasso per la cocaina

«I gruppi criminali albanesi si sono arricchiti con pazienza. Un tipico trafficante di droga britannico vuole fare soldi il più velocemente possibile e a ogni costo», spiega Tony Saggers. «Loro hanno invece imparato che i margini di profitto sono abbastanza alti da permettergli di dimezzare i prezzi della sostanza alla vendita, senza diminuire la qualità».

Il mercato della droga del Regno Unito è uno dei più fiorenti in Europa. Prima della pandemia generava profitti per circa 30 miliardi di euro. Una torta enorme su cui tutti vogliono mettere le mani, anche il crimine albanese. Dieci anni fa, un chilo di cocaina veniva venduto intorno ai 40 mila euro, mentre nel periodo precedente al Covid-19 il prezzo era sceso anche sotto i 30 mila euro. Le organizzazioni albanesi hanno costretto i loro competitors ad adattarsi ai nuovi tariffari per non perdere terreno nel mercato. Ma i guadagni per loro sono aumentati nel momento in cui hanno iniziato a guardare verso l’America Latina dove, nonostante lo storico dominio dei broker della ‘ndrangheta, hanno trovato contatti e opportunità.

Gli albanesi al vertice della catena criminale sono riusciti a stanziarsi in Colombia, Ecuador, Perù e Panama. Canali di accesso preferenziali guadagnati sul campo. Chi è in grado di comprare la cocaina a quattromila dollari al chilo in Sudamerica la rivende a 30 mila euro una volta sbarcata nei porti europei. Operazioni garantite da una fitta rete di funzionari e operatori portuali corrotti presenti nei più importanti snodi commerciali marittimi di Europa.

Vista dall’alto della città di Liverpool attraversata dal fiume Mersey che sfocia nel Mare d’Irlanda – Foto: Youssef Hassan Holgado

Rotterdam, Anversa, Algeciras: qui la mafia albanese è stata in grado di inserire i suoi uomini in posizioni chiave dentro i porti, che permettono di aggirare con facilità i controlli di sicurezza. Non sempre, però, va tutto per il verso giusto. Ad aprile la polizia belga è riuscita a intercettare e sequestrare un carico di 27 tonnellate di cocaina proveniente dal Sudamerica che, venduta a una media di 30 mila euro al chilo, avrebbe fruttato un giro di affari di oltre ottocento milioni di euro. Si tratta dell’operazione più importante eseguita nella storia del Paese contro il narcotraffico. Da aprile gli investigatori stanno cercando di arrestare i boss che hanno organizzato questa partita di droga e le indagini si stanno focalizzando anche su alcune famiglie albanesi, come riportano i media locali.

Il trasporto della droga

Tony Saggers ha assistito a varie indagini durante la sua carriera investigativa e ha visto metodi ingegnosi di occultamento della droga. «Di solito gli albanesi trasportano la cocaina nascosta in prodotti come banane, ananas e frutta secca, ma anche in oggetti di metallo o di legno. La sostanza è un prodotto malleabile, facile da estrarre, pulire e stoccare una volta giunta in Europa», spiega.

Kompania Bello, il cartello della droga albanese finito sotto la lente degli inquirenti con l’operazione Los Blancos del settembre 2020, e attivo in diversi Paesi europei, usava due metodi specifici per il trasporto della droga: il “sistema” e “l’asciutta”, li definiscono gli inquirenti.

Nel primo caso era necessario un container frigo e un piano di carico che potesse essere alzato e saldato nuovamente dopo aver nascosto la cocaina. La merce veniva poi raccolta una volta che la ditta destinataria del container scaricava il materiale presente al suo interno (generalmente frutta o pesce). Nel secondo caso, invece, era necessario un container semplice in cui inserire al suo interno le borse con la cocaina, decisamente più veloce. In entrambi i casi, il carico veniva recuperato dopo lo sdoganamento, fuori dal porto, e le ditte coinvolte (sia quella che spediva sia quella che riceveva) dovevano essere in qualche modo controllate dai narcos, o quantomeno questi ultimi devono avere un accesso sicuro ai magazzini dove il container viene caricato e scaricato.

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Ma c’è un altro metodo utilizzato, quello del cosiddetto Rip-off: i panetti di cocaina vengono caricati all’interno di valigie o borsoni e riposti dietro le porte del container. La merce viene poi ritirata o durante il viaggio in mare o durante la sosta nel porto, ma in questo caso è fondamentale avere persone fidate all’interno sia dei porti in uscita che di quelli in entrata che riescano a eludere i controlli. Questo sistema non necessita della complicità delle ditte coinvolte nella spedizione ma presenta maggiori rischi di essere intercettato da scanner o altri sistemi di controllo.

Chi importa cocaina nel Regno Unito di solito invia il carico nei porti olandesi o tedeschi, ma capita che venga spedito direttamente in Gran Bretagna. «Negli anni abbiamo visto l’utilizzo degli yacht che attraccano durante la stagione estiva, soprattutto nei porti della costa sud del Paese. Accade spesso che un gruppo decida di consegnare due tonnellate di cocaina a Rotterdam e cinquecento chili nei porti inglesi dove la sostanza arriva anche nascosta nelle autovetture», spiega Saggers.

Una metodologia usata non solo dagli albanesi ma anche dai gruppi autoctoni. Il 27 agosto del 2019 due cittadini britannici di Liverpool, Gary Swift (53 anni) e Scott Kilgour (41 anni), sono stati intercettati a mezzo miglio dalla costa del Galles dalla polizia di frontiera con un carico di cocaina che avrebbe fruttato 60 milioni di sterline. Nel 2020 sono stati condannati rispettivamente a 19 anni e mezzo e a 13 anni e mezzo dal tribunale di Swansea, con l’accusa di aver importato circa 750 chili di cocaina di prima qualità dal Sudamerica verso il Regno Unito. La droga era a bordo del Sy Atrevido, uno yacht comprato a Maiorca, in Spagna, nel 2018, per 50 mila sterline. L’operazione ha toccato anche altre quattro persone tra Liverpool e Loughborough.

Scontro generazionale

«Ho monitorato il traffico di stupefacenti nel Regno Unito per oltre venti anni e mi sarei aspettato un conflitto, una guerra tra le varie organizzazioni criminali con l’arrivo degli albanesi. Ma non c’è stata. Loro sono arrivati con carisma e un messaggio chiaro: vogliamo essere i vostri fornitori di cocaina ma voi non dovete scherzare con noi. C’è sempre un tono amichevole e un sottotono minaccioso nei loro discorsi», dice Saggers.

A gestire il business in Gran Bretagna, di solito, sono i luogotenenti dei boss presenti nell’Europa continentale. Negli ultimi anni però c’è una nuova generazione di gang albanesi che sta cercando di imporre il suo dominio nella capitale inglese. Si fanno chiamare Hellbanianz, e il loro potere economico è evidente nei loro profili social dove esibiscono, nascosti dai passamontagna, auto sportive, rolex, bottiglie costose di spumante e mazzette di banconote.

Il loro centro operativo è a Barking, nell’est di Londra. Nel 2016 tre di loro sono stati condannati a 42 anni di carcere. Uno dei capi della gang, Tristen Asslani, ha ricevuto una condanna a 25 anni per diversi reati, tra cui traffico di sostanze stupefacenti e possesso d’arma da fuoco.

«Le vecchie generazioni del crimine albanese hanno un profilo basso, non amano attirare quel livello di attenzione nel Regno Unito», dice Saggers. Secondo gli inquirenti britannici questi cambiamenti potrebbero creare attriti e conflitti tra la vecchia generazione che agisce in silenzio e le nuove leve a cui piace apparire sui social network, ostentando il loro potere. «Probabilmente vedremo una nuova generazione criminale di albanesi capace anche di usare armi da fuoco lungo le nostre strade», è la triste conclusione di Saggers.

I Docks del porto di Liverpool, luogo artistico e altamente frequentato anche dai più giovani – Foto: Youssef Hassan Holgado

La Liverpool mancata

Per circa trent’anni le gang di Liverpool hanno dominato il mercato illegale della droga nella contea del Merseyside, situata nella regione inglese del North West, rifornendo anche alcune piazze europee. Non a caso i clan albanesi sono riusciti a penetrare nell’entroterra inglese e in grandi città come Manchester e Londra, ma non a Liverpool. Secondo Tony Saggers c’è una ragione specifica: «Gli albanesi sono molto selettivi nel scegliere i luoghi dove possono competere e a Liverpool hanno trovato gang autoctone che si sono stabilite in città da tempo. Un’eventuale entrata degli albanesi in quel mercato avrebbe dato vita a violenza e rischiato di spargere sangue per le strade». Insomma, si è deciso di non prendere le armi perché alla fine il mercato è abbastanza grande per tutti ed è meglio non fare la guerra contro personaggi come i fratelli Fitzgibbon (Jason e Ian) soprannominati i “sopranos di Merseyside”. Hanno gettato le basi del loro potere criminali attraverso i furti, la violenza e il racket, prima di cominciare a importare grossi quantitativi di eroina dalla Turchia, cocaina dal Sudamerica e ecstasy dall’Olanda.

I due fratelli avevano il loro quartier generale in una casa inglese di un piccolo sobborgo di Liverpool. Per tre anni sono stati intercettati dalla Serious Organized Crime Agency britannica, diventando uno dei loro obiettivi principali. Nel 2013 sono stati condannati a 32 anni di carcere. I Fitzgibbon erano riusciti tramite un’altra donna interna alla famiglia a riciclare i loro proventi acquistando anche una villa in Spagna.

Non erano gli unici: l’operazione Blenheim ha intercettato una catena di rifornimento di droga tra Liverpool e Glasgow dal valore di 100 milioni di sterline. In totale sono stati inflitti 293 anni di prigione per 31 arrestati. Christopher Welsh Jnr era considerato uno dei capi dell’organizzazione e si serviva di una batteria di esperti corrieri per il trasporto della droga che dalla città portuale arrivava anche nelle città più a nord. La caratura della criminalità autoctona di Liverpool è stata evidenziata anche dalla più grande operazione contro il crimine organizzato condotta a Londra. L’hanno chiamata Operation Venetic, una delle azioni della polizia inglese che rimarranno nella storia per aver portato all’arresto di 746 persone, facenti parte di diverse organizzazioni criminali accomunate dallo stesso sistema di comunicazione: usavano cellulari criptati Encrochat. Le notizie di cronaca sono ancora in aggiornamento, ma riguardano anche diversi personaggi criminali di Liverpool e della contea di Merseyside.

Secondo Fatjona Mejdini, coordinatrice della sezione albanese della Global Initiative Against Transnational Organized Crime, «gli albanesi sono presenti nel mercato della coca nel Regno Unito, ma è esagerato dire che lo stanno dominando. Ci sono anche organizzazioni italiane, olandesi, nigeriane e tante altre. Sicuramente c’è anche della verità nella crescita delle gang albanesi, ma alcuni tabloid hanno creato un clima di stigmatizzazione verso l’intera comunità. La popolazione carceraria albanese nel Regno Unito non supera il 10%». Unacifra confermata anche dai dati del ministero della giustizia: sono circa 1.500 i carcerati di nazionalità albanese nelle prigioni inglesi e gallesi, la popolazione straniera maggiormente rappresentata. Proprio per questo il governo ha firmato a fine luglio 2021 un accordo con l’omologo albanese per trasferire alcuni prigionieri nel Paese delle aquile e concludere lì la loro pena.

Il riciclo di denaro

Il portafoglio criminale della mafia albanese è vario e presuppone anche diversi metodi di riciclo di denaro. Risalire ai loro beni è molto complicato. «Li tengono ben nascosti ai nostri occhi», dice Saggers. Secondo gli inquirenti inglesi il metodo classico utilizzato è l’esportazione di contanti all’estero, soprattutto in patria. Per farlo, si servono di servizi di trasferimento di denaro comuni come Moneygram o Western Union grazie ai quali è facile inviare denaro senza rilasciare informazioni sensibili.

«Spesso vengono corrotti i lavoratori che gestiscono il servizio di trasferimento di denaro e si possono convertire centinaia di migliaia di sterline in piccoli volumi di euro che poi vengono contrabbandati fuori dal Regno Unito», spiega Saggers. Ma per investire i soldi in Sudamerica in beni immobiliari o altre attività, il crimine organizzato si serve di diversi professionisti in grado di occultare le loro tracce.

Anche in questo caso, l’organizzazione di Dritan Rexhepi ha fatto scuola. Per trasferire il denaro in Sudamerica si serviva, tra le altre, di associazioni criminali cinesi (una prassi già osservata dallo stesso Saggers) lo stesso metodo usato anche dai più importanti narcos della nuova generazione della ‘ndrangheta, fra cui lo stesso Giuseppe “Maluferru” Romeo. I soldi in contanti per pagare la cocaina venivano consegnati in Europa, principalmente in Inghilterra e Olanda, a un referente di queste organizzazioni cinesi, e poi la stessa somma veniva consegnata in Sudamerica ai trafficanti dai referenti sul posto della stessa organizzazione, dietro uno specifico compenso. Il pagamento, quindi, avviene senza un trasferimento né fisico né elettronico del denaro tra i due continenti e risalire agli scambi è quasi impossibile. Non c’è traccia finanziaria. La somma non parte da nessun conto corrente. è un sistema basato interamente sulla fiducia, su una rete di contatti che si estende in tutto il mondo.

Camden Town, punto turistico e di ritrovo della movida londinese ricco di locali – Foto: Youssef Hassan Holgado

Recenti inchieste condotte negli Stati Uniti hanno individuato un sistema simile utilizzato però dai narcos messicani che avevano intenzione di riciclare i soldi guadagnati con la vendita della cocaina in America del Nord.

Il funzionamento è semplice ed è spiegato in un articolo di Reuters: il cartello individua il broker finanziario cinese residente in Messico. Quest’ultimo consegna ai narcotrafficanti una parola in codice, un numero di telefono da chiamare e il numero di serie unico di una banconota da 1 dollaro autentica. Il cartello poi consegna i dati al suo emissario negli Stati Uniti che contatta il numero di telefono e gli riferisce la parola segreta. I due si incontrano. Il corriere riceve i soldi e l’uomo del cartello la banconota da un dollaro come “scontrino”. I soldi ora sono in mano al corriere cinese che li consegna a un commerciante della stessa nazionalità con sede negli Stati Uniti ma che ha un conto in Cina. Quest’ultimo si tiene i soldi ma invia un bonifico equivalente a un numero bancario fornito dal corriere stesso.

Ora si ci sono due opzioni per portare i soldi in Messico. La prima prevede il pagamento a un uomo d’affari che risiede nel Paese sudamericano che poi li cambierà in pesos e li consegnerà all’intermediario del cartello. La seconda, invece, prevede l’acquisto di prodotti da consumo che poi vengono esportati e venduti in Messico. Il ricavato finale, va a finire nelle tasche del cartello.

La copertura perfetta

Per le strade londinesi e nell’entroterra britannico è facile imbattersi in autolavaggi semi vuoti. Secondo gli ultimi dati che Saggers aveva a disposizione prima di lasciare la guida dell’antidroga alla Nca, le organizzazioni criminali albanesi ne possiedono a centinaia. «Spesso abbiamo trovato sei, sette persone che lavoravano in stazioni di servizio semi abbandonate. Si tratta di una copertura per riciclare denaro ma anche di un punto di reclutamento per accogliere nuovi adepti», spiega l’ex investigatore. «Se ogni giorno paghi qualcuno al di sotto del salario minimo per lavorare in un autolavaggio e poi gli offri 500 sterline per fare il corriere di un carico di cocaina, rischi di farlo cadere in tentazione».

Uomini fedeli, grandi risorse economiche, violenza e spietatezza quando serve, contatti diretti con i produttori sudamericani: le organizzazioni criminali albanesi hanno le giuste capacità per imporsi nella geopolitica del crimine organizzato alla pari di gruppi storici. Ma fino a dove possono spingersi? Secondo Tony Saggers dipenderà anche dagli effetti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. «Se la Brexit costringe a un cambio delle rotte commerciali e i gruppi criminali albanesi importano direttamente nel Regno Unito senza passare per gli altri snodi europei, potremmo vedere corruzione e violenza nei nostri porti marittimi come accaduto in quelli di Belgio e Olanda, dove ci sono stati negli ultimi anni omicidi e sparatorie per le vie di Amsterdam, Rotterdam e Anversa».

CREDITI

Autori

Maurizio Franco
Youssef Hassan Holgado
Filippo Poltronieri

In collaborazione con

Centro di Giornalismo Permanente

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Camden Town, punto turistico e di ritrovo della movida londinese ricco di locali.
Youssef Hassan Holgado

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