• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Formati
    • Serie
    • Inchieste
    • Feature
    • Editoriali
  • Speciali
    • Inchiestage
    • Fotoreportage
    • Video
    • Podcast
  • Archivi
    • Archivio generale
  • IrpiMedia
    • Membership
    • SHOP
    • Newsletter
    • IrpiLeaks
    • Editoria
    • Redazione
  • Irpi
    • APS
    • SLAPP
    • Dona
  • In English
    • Investigations
    • Donate
  • Social
    • Facebook
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    • YouTube
IrpiMedia

IrpiMedia

Periodico indipendente di giornalismo d'inchiesta

  • Home
  • Menu
  • MyIrpi
  • Login

Niger, l’uranio dei tuareg per il nucleare francese

Il nucleare, che si vende come “energia verde”, ha in realtà una filiera ad altissimo impatto ambientale. In Niger le miniere della francese Orano producono combustibile per i reattori francesi, lasciando enormi danni per l’ambiente e la popolazione locale

#MinacciaNucleare

03.07.24

Marco Simoncelli

Argomenti correlati

Energia
Inquinamento
Niger

Nella penombra di un ufficio dalle pareti verdi, Almoustapha Alhacen, 67 anni, è ricurvo su dei documenti. Indossa un tagelmust (turbante) bianco e un boubou tuareg turchese brillante che spicca nell’oscurità. Con un dito tiene il segno mentre l’altra mano sostiene un paio di occhiali attraverso cui si intravede uno sguardo meticoloso e concentrato. Prende una valigetta in alluminio al cui interno c’è uno scintillometro, strumento con cui si misurano i livelli di radioattività.

Dopo aver controllato le batterie, prende la valigetta e monta in macchina per immettersi nelle strade di Arlit, una cittadina di quasi 200 mila abitanti situata nel Nord del Niger. Ha ricevuto una chiamata per alcuni rifiuti “sospetti” comparsi nel mercato di ferraglie cittadino ed è lì che è diretto per verificare.

L’inchiesta in breve

  • Nella regione di Agadez, in Niger, le miniere di uranio della società francese Orano diffondo da decenni materiali radioattivi nelle comunità locali
  • Materiali di scarto delle miniere sono esposti a cielo aperto, e i venti del Sahara spingono le polveri ovunque
  • Secondo le ricerche di ong internazionali, confermate dai documenti interni delle aziende minerarie, la contaminazione è arrivata anche alle falde acquifere, e potrebbe intaccare le riserve di acqua potabile
  • Il tasso di mortalità per infezioni respiratorie vicino alle miniere, è il doppio della media nazionale. Orano, proprietaria della miniera, continua però a sostenere che non ci sono anomalie
  • Orano ha promesso bonifiche e messa in sicurezza dei materiali pericolosi, ma gli attivisti locali raccontano che per ora è stato fatto troppo poco
  • Il destino delle bonifiche è messo in dubbio anche dalle relazioni internazionali. Dopo il colpo di stato di un anno fa infatti, il nuovo governo non vede di buon occhio la Francia, e vuole limitare la presenza delle aziende dell’ex potenza coloniale 
  • Orano ha già perso una concessione importante, e se dovesse abbandonare anche la zona di Agadez potrebbe lasciare lì una situazione potenzialmente disastrosa

Lasciamo il suo ufficio per raggiungere il mercato. Arlit è in una zona arida ai margini del Sahara nella regione di Agadez. Ovunque tanta polvere e rifiuti di plastica, oltre al via vai caotico di tuk tuk, moto e camion. Ad eccezione di qualche bottega, l’economia della zona gira tutta attorno all’attività mineraria.

L’attivista Almoustapha Alhacen all’interno della sede dell’Ong Aghirin’Man da lui fondata nel 2002 per tutelare i diritti della popolazione di Arlit e Akokan e denunciare l’impatto ambientale delle miniere © Marco Simoncelli

Il mercato di ferraglie di Arlit dove Almoustapha Alhacen e la sua Ong hanno spesso rinvenuto oggetti di scarto dei siti minerari estremamente contaminati da radiazioni © Marco Simoncelli

Lo scintillometro dell’attivista Almoustapha Alhacen misura livelli di radiazioni 10-20 volte superiori al normale nella pavimentazione del vecchio deposito della compagnia di trasporto SNTN nel centro di Arlit © Marco Simoncelli

Almoustapha Alhacen cammina all’interno della cittadina di Akokan con sullo sfondo un pick up della Guardia nazionale nigerina. Arlit e Akokan si trovano in una regione insicura a causa della presenza nel Paese di cellule di cartelli jihadisti legati ad Al Qaeda e allo Stato Islamico © Marco Simoncelli

Riuscire a visitare questi luoghi è un’esperienza rara per i giornalisti, sia per via della cronica insicurezza causata dall’estremismo islamico che affligge il Sahel, ma soprattutto perché gli interessi politico-economici delle autorità locali osteggiano i visitatori stranieri. Il fatto che IrpiMedia sia qui è del tutto eccezionale. Solo una breve finestra temporale causata dal golpe militare avvenuto circa un anno fa l’ha reso possibile.

In questa landa desolata, dove una volta passavano solo bestiame e carovane, gli insediamenti permanenti sono nati solo dopo la scoperta degli enormi giacimenti di uranio, che vengono sfruttati da oltre 50 anni.

Arlit e la sua cittadina satellite Akokan sono nate così, dal nulla. Le imprese minerarie francesi hanno creato centri per accogliere le migliaia di famiglie di operai di cui avevano bisogno. È stata la loro presenza a innescare la sedentarizzazione delle comunità nomadi. Lo stesso Almoustapha dice di essere nato a Aouderas un villaggio a 350 km di distanza nel deserto. È stato suo padre, un carovaniere, a decidere di stabilirsi qui quando lui era bambino.   

Mentre racconta, la macchina si addentra nei meandri cittadini finendo nella zona dei meccanici e sfasciacarrozze.

Facchini e tuttofare spingono carriole e caricano moto con pezzi di ricambio recuperati tra le montagne di ferrivecchi. Almoustapha viene accolto da uno dei proprietari che dice di aver acquistato da alcuni ragazzi un carico di ferraglie senza sapere dove le avessero raccolte. Così lo ha chiamato, per sicurezza. Almoustapha prepara lo scintillometro e inizia a cercare in un cumulo di tubature arrugginite.

«Questa volta lo strumento non segna livelli pericolosi di radiazioni», afferma sollevato.

Il vecchio tuareg svolge questa attività con altri membri dell’Ong Aghirin’Man fondata da lui stesso nel 2002 per proteggere i diritti della popolazione e denunciare l’impatto ambientale delle miniere. Negli anni di attività dell’Ong sono state rinvenute tonnellate di ferraglie radioattive in circolazione nei mercati e poi riutilizzate.

«A volte superano di centinaia di volte i livelli normali di radiazioni beta-gamma o sono contaminate da cesio 137. Sono scarti di manutenzione che vengono dalle due miniere vicine», afferma.

Ad appena qualche chilometro di distanza infatti sorgono i due siti minerari attorno a cui vive la cittadina. La miniera della Somaïr, attiva dal 1971, è un ampio giacimento sedimentario a cielo aperto con una profondità di 50-70 metri che ogni anno produce 2.000 tonnellate di uranio. La Société des mines de l’Aïr (Somaïr) che la gestisce è al 63,4% di proprietà della Orano e 36,7% di Sopamin (Société du patrimoine des mines du Niger).

Orano è un’azienda statale francese specializzata in combustibili nucleari nata nel 2018 dallo smantellamento della grande multinazionale francese Areva che aveva gestito le cose qui per decenni. 

Il secondo sito, chiamato Akouta, si trova ad Akokan, a circa sette km da Arlit. Anche in questo caso lo sfruttamento è in mano alla Orano che detiene il 59% della Compagnie minière d’Akouta (Cominak) mentre il 31% è della Sopamin e il 10% della spagnola Enusa (Enusa Industrias Avanzadas SA).

Questo giacimento ha prodotto 75 mila tonnellate di uranio da quando ha iniziato le attività nel 1978. In questo caso si tratta di una miniera sotterranea profonda oltre 200 metri con una rete di gallerie tra le più grandi al mondo da oltre 250 km.

L’attività mineraria in questi due siti è stata al centro di tante controversie negli ultimi 20 anni per via della gestione poco trasparente delle società estrattrici, le quali sono state spesso denunciate per la loro negligenza in materia ambientale e sociale, e hanno poi dovuto dare spiegazioni.

In questi mesi la Orano, a cui tutto fa capo, si trova in ulteriore difficoltà per via del logoramento delle relazioni tra i militari al potere e la Francia. Attivisti come Almoustapha e la società civile sono preoccupati per ciò che l’azienda potrebbe lasciarsi alle spalle se dovesse essere cacciata all’improvviso.

Lasciato il mercato di ferraglie l’attivista vuole mostrare uno di quelli che lui chiama «point chaud» (punti caldi) da lui scoperti in città.

Il vecchio deposito della compagnia di trasporto SNTN nel centro di Arlit è formato da capannoni abbandonati con all’interno bus arrugginiti e uffici decadenti. Gli abitanti lo attraversano di continuo come scorciatoia, capre e asini ci vengono a pascolare e gruppi di ragazzini giocano spesso nell’area.

Un cartello stradale in un incrocio ad Arlit, Regione di Agadez (Niger), indica la direzione per la città satellite Akokan non lontano dalla miniera della Cominak chiusa ne 2021 © Marco Simoncelli

Almoustapha indirizza lo scintillometro su alcuni punti della pavimentazione. Il segnale acustico dello strumento inizia ad aumentare e sullo schermo appaiono livelli 10-20 volte superiori al normale. L’attivista spiega che la pavimentazione del deposito è stata compattata usando materiali di scarto delle miniere.

«Questa zona andrebbe bonificata, come tante altre in città», afferma.

Negli anni sono stati scoperti numerosi casi in cui materiali radioattivi sono stati utilizzati nella costruzione di edifici. Dice Almoustapha: «Abbiamo trovato questa situazione anche di fronte a uno degli ospedali. Ci sono persone che vivono costantemente esposte senza saperlo perché la radioattività è dentro le mura delle loro case». 

Gli attivisti si sono rivolti alle autorità e alle compagnie minerarie che nel 2010, con molta riluttanza, avevano lanciato il cosiddetto “plan compteur” che prevedeva di sensibilizzare e rafforzare il monitoraggio radiologico e di mappare le anomalie in città e bonificare, demolendo e ricostruendo se necessario.

Secondo Orano, le varie fasi del piano che ha riguardato Akokan sono terminate lo scorso marzo. L’azienda afferma di aver trattato più di 40 abitazioni, mentre i lavori sarebbero ancora in corso ad Arlit. Tuttavia, secondo attivisti e membri della comunità, attualmente ci sarebbero ancora decine di abitazioni segnalate come pericolose e la mappatura non sarebbe stata conclusa. A loro avviso, mentre Orano afferma di aver controllato oltre 5.000 edifici, non c’è chiarezza sul numero di quelli individuati come radioattivi, il che rende opachi i risultati del programma.

Sostieni IrpiMedia

Accedi alla community di lettori MyIrpi

«Purtroppo questo è solo la punta dell’iceberg», afferma Almoustapha mentre conduce la macchina a nord ovest, verso i quartieri ai margini della città. L’attivista indica quelle che sembrano colline, a distanza di un chilometro o meno.

«Li dietro c’è la miniera della Somaïr e quelle che si vedono sono montagne di rocce e materiale derivante dagli scavi. Sono milioni di metri cubi e sono a un passo da noi».

Nell’estrazione dell’uranio a cielo aperto si fa largo uso di dinamite ed enormi macchinari di movimento terra e gli scarti vengono accumulati ai lati del sito. Non si tratta di rocce e polveri comuni. Questi detriti, pur non contenendo quantità di uranio interessanti all’estrazione, contengono abbastanza uranio e suoi discendenti da emettere quantità pericolose di radioattività nell’ambiente. 

Almoustapha fa notare che dietro le prime colline si vedono enormi cumuli di colore grigio con venature giallastre e bianche:

«Quelli invece sono fanghi radioattivi. Ora… non serve ricordare che qui siamo nel Sahara, c’è sempre vento e durante le tempeste di sabbia la polvere si sparge nell’aria ovunque, anche quando non si lavora o non si fanno brillare delle cariche di esplosivo. Tutto questo avviene da decenni». 

I fanghi radioattivi derivano dal processo di lavorazione della roccia estratta dal sottosuolo. Attraverso vari passaggi chimici di lisciviazione, viene estratto il cosiddetto “Yellowcake” (U308 con impurità) che poi verrà arricchito e trasformato in combustibile per le centrali nucleari.

Quello di questi siti viene trasportato via terra verso il porto di Cotonou, in Benin, per poi proseguire via mare fino a Le Havre dove sarà poi trasformato in combustibile nucleare nelle due raffinerie della Orano a Malvesì e Pierrelatte.

Montagne di rocce e materiale derivante dagli scavi della miniera della Somair. Questi detriti, pur non contenendo quantità di uranio interessanti all’estrazione, mantengono ragguardevoli presenze di uranio e suoi discendenti © Marco Simoncelli

Ancora uno scorcio dei quartieri periferici di Arlit, dove si può vedere la distanza (in alcuni punti di circa un km ) tra le abitazioni e i siti minerari © Marco Simoncelli

«Tutto questo resterà… resterà per migliaia di anni», afferma adombrato Almoustapha. Anche lui è stato impiegato per decenni nelle due miniere. Nel 1978, appena maggiorenne è stato assunto dalla Cominak e poi è passato alla Somair dove ha lavorato fino al 2015.

«Era un lavoro durissimo. Ero sempre a contatto con la polvere che mi ha quasi ucciso». Alla fine degli anni Novanta si è ammalato di tubercolosi, perciò venne addetto al controllo delle radiazioni. «È stato allora che mi sono reso conto di tutto ciò che stavamo vivendo. Ho capito che non ci stavano dicendo la verità. Gli operai più esposti erano i primi ad ammalarsi e a morire». 

Nel 2000, mentre era ancora impiegato, ha iniziato l’attivismo in miniera e fuori. Da allora sono iniziati i problemi con l’azienda, che ha tentato di licenziarlo, e con le autorità locali, che lo hanno osteggiato apertamente, ma è anche da quel momento che le verità nascoste dalle aziende minerarie hanno iniziato a venire alla luce.

L’Ong ha coinvolto gli esperti francesi della Commissione di ricerca e informazione indipendente sulla radioattività (Criirad), che svela i rischi associati alla radioattività e sul suo impatto su salute e ambiente. Altre organizzazioni che si sono occupate del caso come Greenpeace e Sherpa hanno chiesto consulenza al Criirad per effettuare le analisi.

Per il Criirad, così come per Greenpeace, che lo denunciò in un rapporto nel 2009, la popolazione di Arlit è soggetta a una contaminazione radioattiva cronica presente nell’ambiente da decenni. Secondo gli attivisti anche l’acqua consumata nei centri abitati sarebbe stata intaccata dalle miniere. Infatti, stando alle rilevazioni del Criirad, le falde acquifere contengono «un indice di radioattività alfa da 10 a 100 volte superiore ai valori raccomandati dall’OMS e una contaminazione da uranio e altre sostanze chimiche», spiega un ingegnere del Criirad.

I ricercatori sono anche venuti in possesso di un rapporto redatto dalla Cominak nel 2020 in cui si evince che le acque contaminate rischiano di raggiungere i punti di pompaggio dell’acqua potabile destinata ad Arlit. Oltre alla radioattività, i metalli pesanti come l’uranio hanno un grado elevatissimo di tossicità, estremamente pericoloso specialmente per le falde acquifere. Gli attivisti ebbero accesso a documenti interni di Areva dove si confermava la presenza di alti livelli di contaminazione. Anche Greenpeace ha confermato queste analisi.

Uno scorcio dei quartieri di Arlit. L’economia cittadina gira tutta attorno all’attività estrattiva dell’uranio nelle miniere situate a poca distanza. I servizi pubblici sono scarsi, mancano scuole e ci sono solo due ospedali attivi © Marco Simoncelli

Un altro scorcio di Arlit. La cittadina è trafficata, caotica ma soprattutto polverosa. Durante le frequenti tempeste di sabbia le polveri provenienti anche dalle vicine miniere si spargono ovunque © Marco Simoncelli

È un elemento ancor più inquietante se si considera che di per sé l’estrazione di uranio necessita di grandi quantità di acqua. Ci vogliono centinaia di milioni di litri d’acqua ogni anno per separare l’uranio dagli altri minerali. Quell’acqua contaminata non potrà più essere potabile.

L’acqua viene dalla falda acquifera del Tarat. Si tratta di una falda fossile e quindi la risorsa non è facilmente rinnovabile. Occorrono migliaia di anni o più prima che si riempia di nuovo. Di conseguenza, secondo gli attivisti e ricercatori, le miniere stanno portando a un impoverimento delle risorse idriche in una regione, il Sahel, dove la crisi climatica sta già avendo effetti gravi in termini di pluviometria e siccità.

La società Orano, e prima ancora Areva, ha sempre affermato che tutto è a norma e certificato sin dai primi anni 2000. Sul suo sito web la compagnia conferma la sicurezza per i suoi operai, analisi periodiche di aria e catena alimentare, la presenza di un programma (Aman) per il controllo delle falde idrogeologiche e infine afferma che il consumo di acqua è diminuito del 35% in 15 anni, ma tutte queste affermazioni sono frutto di analisi e rilevamenti prodotti dalle imprese stesse o commissionati e che, secondo gli esperti indipendenti, presentano «diverse imprecisioni» e dei «coefficienti di valutazione indatatti».

«Orano è molto abile nel fornire informazioni sommarie ma sufficienti a distorcere la realtà e facendo credere al grande pubblico che in Niger non ci sia inquinamento e che tutto sia nella norma, mentre le prove scientifiche, spesso prodotte da loro stessi, li smentiscono», spiega l’ingegnere Bruno Chareyron, direttore del laboratorio Criirad che si è occupato personalmente del caso Arlit-Akokan. 

Per lo studioso esiste una «imbarazzante discordanza» con la realtà: «Ad Arlit e Akokan ci sono persone che vivono in un ambiente ad alta radioattività fin da bambini ed è preoccupante il fatto che non tutti gli impatti siano stati documentati». Il Criirad dovrebbe prelevare più campioni ed effettuare visite e analisi, ma tutto ciò richiede risorse e autorizzazioni difficili da ottenere.

Una visuale dall’alto del minareto della moschea di Agadez, un punto di riferimento delle carovane risalente al 1515. La città di Agadez è da sempre considerata la porta del deserto del Sahara © Marco Simoncelli

Un allevatore tuareg si avvia con i suoi dromedari al mercato di bestiame di Agadez, capoluogo dell’omonima regione nel nord del Niger. Storicamente le popolazioni di questi territori alle porte del deserto del Sahara hanno sempre vissuto di commercio, carovane e allevamento di bestiame © Marco Simoncelli

Recentemente i riflettori si sono riaccesi sul caso perché nel marzo del 2021, dopo 47 anni di attività, è stata chiusa ufficialmente la miniera della Cominak. La notizia ha provocato angoscia nella società civile. Oltre 1.400 persone sono rimaste senza impiego. Ad impensierire, però, è soprattutto l’eredità ambientale che si lascia alle spalle il sito.

Si dovrà, infatti, provvedere a lavori di bonifica di oltre 20 milioni di tonnellate di fanghi radioattivi che oggi si trovano a cielo aperto a pochi km dai centri abitati.

La Orano ha fatto una serie di promesse affermando che si occuperà dei suoi ex dipendenti e che bonificherà l’area mettendo al sicuro i rifiuti tossici con un sarcofago di argilla di tre metri. Un’opera approvata dalle autorità nigerine che durerà più di 12 anni e costerà 95 miliardi di franchi CFA (quasi 145 milioni di euro) 

Tuttavia la società civile resta molto scettica. Secondo gli attivisti il guscio di argilla non resisterà a lungo alle intemperie e non risolve il rischio di infiltrazione del sottosuolo. Per Chareyron il problema è alla base e difficile da risolvere ormai:

«È stato scioccante vederli [i fanghi] riversati sul terreno all’aria aperta, perché sarebbero dovuti essere stoccati in dei siti confinati sin dall’inizio». 

Vicino all’ingresso della miniera c’è la cittadina di Akokan, eretta negli anni 70 come un grande compound per ospitare i quadri della Cominak e gli operai. Le case hanno tutte la stessa struttura e sono pitturate di intonaco color cremisi chiaro con porte azzurre. Su ogni stipite ci sono ancora oggi numeri e sigle corrispondenti al “grado” del dipendente a cui era assegnata, come «RA, résidence africaine».

La strada d’ingresso nella cittadina di Akokan, costruita per accogliere gli impiegati della miniera di Akouta gestita dalla Cominak, a circa sette chilometri da Arlit © Marco Simoncelli

Ora che la miniera è chiusa, è ridotta a una cittadina fantasma sospesa nel tempo. Sotto i portici, gli ingressi di quelle che un tempo erano botteghe per i dipendenti sono sbarrati. Tutti i muri degli edifici sono pieni di crepe a causa delle vibrazioni della dinamite. È un’ambientazione distopica dalle strade deserte, se non fosse per qualche gruppetto di anziani intenti a dibattere attorno a un thé. 

Aichatou Boubacar Kadri sta spazzando l’ingresso di una delle poche tavole calde ancora presenti. Due anni fa ha perso il marito di soli 42 anni, un meccanico della Cominak che aveva lavorato per 15 anni in miniera. 

«Si chiamava Hachimou e ha sempre lavorato sotto terra. Lo avevano licenziato in ottobre poco prima della chiusura e poi richiamato per la bonifica, ma ha iniziato a star male. Febbre, tosse… all’ospedale non hanno saputo dire cosa avesse. È morto in poco tempo e non so il perché». 

Almoustapha ascolta il racconto della donna e spiega come molte persone muoiano senza che venga fatta una diagnosi completa, per mancanza di mezzi, e spesso vengono rimandate a casa con valutazioni mediche «discordanti e superficiali». 

#MinacciaNucleare

Scopri la serie
  • #MinacciaNucleare
    Feature

    Un affare di Stato

    01.07.24
    Indiano
  • #MinacciaNucleare
    Feature

    A caccia di soldi

    01.07.24
    Indiano
  • #MinacciaNucleare
    Feature

    Lalaland

    01.07.24
    Indiano
  • #MinacciaNucleare
    Feature

    Una storia d’amore militare

    01.07.24
    Indiano
  • #MinacciaNucleare
    Feature

    Russia, l’elefante nella stanza

    01.07.24
    Indiano
  • #MinacciaNucleare
    Inchiestage

    Niger, l'uranio dei tuareg per il nucleare francese

    03.07.24
    Simoncelli
  • #MinacciaNucleare
    Inchiestage

    Ucraina, l’espansione dell’industria nucleare sotto le bombe russe

    05.07.24
    Vio

La serie di IrpiMedia sul nucleare, un’industria ancorata al passato che sta cercando di garantirsi oggi i finanziamenti pubblici che le servono per sopravvivere. Un “rinascimento” che rischia di travolgere le vere energie rinnovabili e ipotecare il futuro energetico del continente.

Al momento ci sono solo due ospedali a disposizione della popolazione, quello della Somair e quello della Cominak, la cui gestione è stata poi affidata nel 2021 al governo nigerino.

Greenpeace e Criirad nel 2009 hanno avuto accesso a uno studio condotto nel 2000 dalla stessa Cominak in cui si dichiarava che il tasso di mortalità per infezioni respiratorie nella città di Arlit (16,19%) era doppio rispetto alla media nazionale (8,54%). Tuttavia la Orano (e prima Areva) continua a sostenere (anche attraverso studi commissionati) che non ci sono patologie causate dal lavoro tra i suoi dipendenti, né anomalie statistiche di mortalità. 

Secondo il ricercatore Chareyron «si tratta di affermazioni assurde, perché l’incidenza di queste patologie nei siti minerari è provata ovunque nel mondo. Date le condizioni di lavoro che hanno prevalso per decenni in queste due miniere, è assolutamente impossibile che non ci siano stati casi».

La vedova Aichatou Boubacar Kadri ad Akokan (Niger). Due anni fa ha perso il marito di soli 42 anni, un meccanico della Cominak che aveva lavorato per 15 anni in miniera © Marco Simoncelli

Da quando la miniera della Cominak ha chiuso per esaurimento nel 2021, Akokan è diventata una cittadina fantasma, molte attività hanno chiuso e tanti dipendenti sono rimasti senza impiego © Marco Simoncelli

Aichatou fornisce una serie di indicazioni per raggiungere la casa dove abita un ex-operaio della Cominak, gravemente malato. La porta viene aperta da Bibata, una donna sulla cinquantina che assiste il marito Issaka Al Zouma che ha lavorato in miniera per 38 anni. L’uomo dalla corporatura massiccia non è lucido, ha difficoltà ad alzarsi dal letto e viene sorretto da uno dei suoi figli. Bibata spiega che ha problemi alle gambe e difficoltà respiratorie, oltre a soffrire probabilmente di Alzheimer. 

La donna che dice di non potersi permettere le cure mediche «Un tempo quando lavorava, era coperto dall’azienda, ora non più», dice. 

La Orano afferma che gli abitanti di Arlit e Akokan «beneficiano di cure mediche gratuite» nei due ospedali, ma diverse testimonianze raccolte tra la comunità raccontano una realtà ben diversa.

Quello della Cominak ad Akokan dal 2022 non è più gratuito per i maggiori di cinque anni e manca di strumenti medico-sanitari adeguati. Mentre in quello della Somair, senza il pagamento di un ticket di ingresso (1500 CFA) non si entra e qualsiasi tipo di analisi o medicinale non presente nella struttura deve essere pagato.

Per gli ex-impiegati delle miniere la Orano promette un monitoraggio medico gratuito, ma non viene applicato a tutti e viene fatto solo una volta ogni due anni  il che non è sufficiente per degli ex minatori, secondo Aghirin’Man e la società civile. Ci sarebbero poi migliaia di lavoratori delle ditte subappaltatrici che, secondo Almoustapha, «non hanno diritto a nulla, nonostante abbiano lavorato nelle stesse condizioni di esposizione radioattiva dei dipendenti diretti».

«Non ci aiuta nessuno da anni. Non c’è più niente qui ad Akokan, solo miseria. Ci hanno abbandonati», si lamenta Boukari Mahaman che nel frattempo si è affacciato all’ingresso per venire a trovare l’amico malato Issaka. Anche lui è un vecchio operaio della Cominak di 62 anni e ci chiede di seguirlo nella sua abitazione per mostrarci documenti e contratti di impiego che risalgono agli anni ’80 quando ancora si lavorava senza protezioni.

«Hanno iniziato a fornirci qualcosa a fine anni ’90 quando avevano bisogno di essere certificati per dire che tutto era in regola, ma non era così», spiega.

Issaka Al Zouma, ex operaio Cominak oggi malato, viene aiutato ad uscire dalla sua stanza da suo figlio e sua moglie Bibata ad Akokan (Niger) © Marco Simoncelli

All’interno della sua abitazione ad Akokan, Boukari Mahaman, ex-operaio Cominak mostra a uno dei suoi figli la foto di un grande macchinario minerario simile a quelli da lui utilizzati quando lavorava nelle miniere di uranio © Marco Simoncelli

Issaka Al Zouma, ex operaio Cominak per oltre 38 anni, si guarda allo specchio nella sua abitazione ad Akokan. È affetto da diverse patologie tra cui probabilmente l’Alzheimer © Marco Simoncelli

L’anziano oggi ha problemi di vista e di respirazione, e non può permettersi le visite mediche dato che ha alcuni nipoti e dei figli a carico tra cui una giovane ragazza disabile affetta da una grave malformazione che è riuscito comunque a mandare a scuola.

«Questo è ciò che fanno le radiazioni. Nel centro abitato ci sono molti disabili che sono nati così. Alcuni sono morti e altri sono vivi, fa parte della quotidianità», dice Boukari, che dedica diverse ore al giorno all’insegnamento per figli e nipoti in casa dove ha allestito una lavagna.

«Se non hai studiato non puoi difenderti e avere un futuro. Devono avere almeno il minimo di istruzione se un giorno vogliono passare il concorso ed entrare in miniera». Nonostante i rischi e le conseguenze, Boukari spera comunque che in futuro lavorino anche loro nel settore.

Come l’uranio ha cambiato la cultura nigerina

Oltre mezzo secolo di attività estrattiva «ha stravolto la vita delle comunità tuareg nomadi che hanno abbandonato in parte usi e costumi per diventare minatori e hanno inoltre dovuto accettare l’arrivo di altre comunità come gli hausa invitate sul posto dal Sud per iniziare l’industrializzazione. Ciò ha creato anche risentimento e instabilità come dimostrano le rivolte tuareg degli anni 90», afferma Emmanuel Grégoire, ricercatore esperto dello sfruttamento uranifero in Niger dell’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD) in Francia.

Dopo essersi illusi che «il metallo del futuro», come lo presentavano i francesi alla fine degli anni ’60, avrebbe cambiato la loro vita, oggi nella regione di Agadez non c’è stato uno sviluppo diversificato che permetta altre prospettive di vita.

«L’idea che lavorare nell’uranio porti stabilità economica, nonostante i gravi problemi di salute, è molto radicata nella comunità perché le prime generazioni che iniziarono a lavorare nell’uranio guadagnarono bene», spiega Grégoire, ma ciò non ha permesso prospettive lungo termine perché «le ricadute economiche sono state molto volatili per via del crollo del prezzo dell’uranio in varie fasi storiche».

Il Niger è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo (189° su 193 nella classifica di indice di sviluppo umano), con livelli di accesso a elettricità (18%), istruzione e sanità molto bassi. Eppure, questa nazione è tra i più importanti produttori di uranio al mondo (7°), e il secondo fornitore dell’Unione europea (25% nel 2022) in cui la Francia è il principale cliente. 

Nonostante il Niger sia uno stato indipendente dal 1960, lo sfruttamento del prezioso uranio, iniziato una decina di anni dopo, ha sempre coinvolto direttamente o indirettamente Parigi e le sue aziende.

La Orano ha chiuso il 2023 con ricavi di quasi cinque miliardi di euro, in aumento del 13% rispetto all’anno precedente, anche grazie alla crescita esponenziale del prezzo dell’uranio sui mercati internazionali. Lo “yellowcake” di recente ha toccato punte record (oltre 100 dollari la libra a gennaio).   

Secondo gli ultimi accordi di sfruttamento firmati nel 2014 le royalties nigerine sull’uranio sarebbero pari al 12% del valore del minerale estratto. A ciò vanno aggiunte le tasse a cui sono sottoposte le aziende e i dividendi pagati dalle società di cui lo Stato nigerino è azionista. Ciononostante la Orano nel 2022 ha dichiarato di aver versato alle autorità nigerine solo un totale di 9,6 miliardi di franchi CFA (circa 14,7 milioni di euro).

Lo sguardo di Boukari Mahaman. Nonostante i danni ambientali e i problemi di salute il vecchio operaio è convinto che il settore minerario rappresenti una buona opportunità di impiego per i suoi figli e nipoti © Marco Simoncelli

Gli avvenimenti dell’ultimo anno potrebbero però aver rotto definitivamente questa struttura di relazioni. 

Quando nel luglio del 2023 il colpo di stato nella capitale Niamey ha spodestato l’ex presidente Mohamed Bazoum (fedele alleato dell’Europa), la giunta militare salita al potere, il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) guidato dal generale Abdourahamane Tiani, ha fatto del cambio del rapporto con l’ex potenza coloniale uno dei suoi principali mantra.

Le relazioni bilaterali con la Francia si sono notevolmente deteriorate per non dire interrotte del tutto. L’Ambasciatore francese ha lasciato il Paese in pochi mesi e con lui i militari dispiegati per lottare contro traffici e jihadismo.

L’attenzione degli analisti si è subito rivolta verso gli interessi energetici ed economici di Parigi che per molti potevano essere messi in discussione, anche perché alcuni dei gruppi più estremisti filo-russi e anti-occidentali della società civile avevano subito chiesto al CNSP di stracciare gli accordi minerari con la Orano. E così è stato.

Il 20 giugno scorso, con un comunicato il governo nigerino ha annunciato di aver revocato alla Orano il permesso di sfruttamento del giacimento uranifero di Imouraren (80 km a sud di Arlit), considerato tra i più ricchi al mondo (riserve stimate di oltre 200 mila tonnellate) e sul quale nel 2023 era stato rinnovato l’accordo per l’inizio dei lavori di estrazione fissato nel 2028. 

Scopri MyIrpi

Sostienici e partecipa a MyIrpi

Negli uffici del “Prisme”, la sede di Orano a Châtillon (Parigi) non si è mai nascosta l’intenzione di voler restare in Niger. Ciononostante non si è potuto far altro che prendere atto della decisione di Niamey anche se l’impresa si riserva «il diritto di impugnare la decisione davanti agli organi giudiziari nazionali o internazionali competenti».  

Qualche mese prima del colpo di stato di un anno fa, la Orano aveva firmato anche un altro accordo con l’ormai ex-governo che sanciva l’estensione fino al 2040 delle operazioni della Somaïr ad Arlit fino al 2040. Quindi le attività estrattive ad Arlit non dovrebbero fermarsi per ora a meno di ulteriore colpo di scena.

Contattato da IrpiMedia dopo l’annuncio, Almoustapha ritiene necessaria la rinegoziazione dei contratti di sfruttamento perché iniqui, ma non pensa che «trovare un sostituto migliori automaticamente le cose» e non nasconde la preoccupazione per il futuro: «Orano potrebbe andarsene via senza prendersi le responsabilità dei danni fatti…anche se ormai sono irreparabili».

Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.

Crediti

Autori

Marco Simoncelli

Editing

Giulio Rubino

Ha collaborato

Tcherno Abarchi
Moussa Adoum

In partnership con

Fada Collective
PlaceMarks

Foto di copertina

© Marco Simoncelli

Condividi su

Potresti leggere anche

#MinacciaNucleare
Inchiestage

Ucraina, l’espansione dell’industria nucleare sotto le bombe russe

05.07.24
Vio
#EnergyTrap
Feature

Gli esclusi del Superbonus

12.12.25
Veresani
#DesertDumps
Inchiestage

Espulsioni a catena: storie di migranti abbandonati più volte nel deserto

24.09.25
Papetti, Riva, Soldà
#EnergyTrap
Feature

I vecchi edifici non fanno bene al clima

31.07.25
Cicculli, Indiano

Logo IRPI media
Logo IRPI media

IrpiMedia è una testata registrata al Tribunale di Milano n. 13/2020.
IRPI | Investigative Reporting Project Italy | Associazione di promozione sociale | C.F. 94219220483
I contenuti di questo sito sono distribuiti con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale 4.0 Internazionale.

  • Serie
  • Inchieste
  • Feature
  • Editoriali
  • Inchiestage
  • Fotoreportage
  • Video
  • Podcast
  • Newsletter
  • IrpiLeaks
  • Irpi
  • Cookie Policy
WhatsApp Facebook X Instagram LinkedIn YouTube
Gestisci consenso Cookie
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferences
The technical storage or access is necessary for the legitimate purpose of storing preferences that are not requested by the subscriber or user.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Gestisci opzioni Gestisci servizi Gestisci {vendor_count} fornitori Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
{title} {title} {title}