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Ucraina, l’espansione dell’industria nucleare sotto le bombe russe

Né il fuoco ancora acceso sotto Chernobyl, né la centrale di Zaporizhzhia sempre più a rischio, sembrano frenare le ambizioni dell’industria nucleare in Ucraina, che cresce in partnership con aziende americane

#MinacciaNucleare

05.07.24

Eleonora Vio

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«Cari colleghi e amici, oggi è un giorno indimenticabile nella collaborazione tra Westinghouse e Energoatom». Il pullman per i giornalisti arriva alla centrale nucleare di Khmelnytsky, cinque ore a ovest di Kyiv, proprio all’inizio del discorso di Patrick Fragman, direttore esecutivo della nota azienda nucleare statunitense. 

Davanti a lui, c’è una platea di addetti ai lavori in abiti formali e, in fondo, una fitta schiera di telecamere. Dietro, giganteschi poster patinati mostrano come la centrale, attualmente la più piccola delle quattro in funzione sul territorio ucraino, potrebbe trasformarsi in futuro.

«Questo progetto creerà migliaia di posti di lavoro. Il nostro è un matrimonio che garantirà prosperità all’Ucraina per molti decenni a venire».

A poche ore dall’ennesimo attacco missilistico russo contro le infrastrutture energetiche ucraine, l’ottimismo di Fragman risulta poco spontaneo ma, non per questo, meno vincente.

L’inchiesta in breve

  • A marzo 2022 la centrale nucleare di Zaporizhzhia viene occupata dalle forze armate russe e passa sotto il controllo dell’Agenzia atomica russa Rosatom. La più grande centrale d’Europa, da allora, si trova sulla linea del fronte ed è oggetto di vari incidenti
  • La centrale entra a essere a tutti gli effetti parte in gioco nel conflitto. Oltre alla presenza di armamenti e personale militare in alcune delle sue aree più sensibili, i dipendenti non allineati alla nuova dirigenza imposta da Rosatom sono trattati al pari di prigionieri di guerra  
  • La preoccupazione cresce perché, oltre a Rosatom, l’unico organo a conoscere le reali condizioni all’interno della centrale di Zaporizhzhia è l’Agenzia atomica internazionale (AIEA). AIEA è a sua volta accusata di essere  influenzata dal ruolo cheRosatom svolge sul mercato nucleare globale
  • Proprio l’Ucraina, che oltre a scontare il prezzo per la catastrofe nucleare di Chernobyl, è teatro di guerra da oltre due anni, dice di voler ampliare – tramite Energoatom – la sua industria nucleare e stringe accordi con l’azienda americana Westinghouse
  • Il nucleare è prima di tutto uno strumento politico ed economico, e gli attori in gioco (Rosatom, AIEA, Westinghouse ed Energoatom) sembrano in contrapposizione ma, in realtà, concorrono al medesimo obiettivo

Anche se spesso non è riuscita a mettere in pratica ciò che prometteva, e si è dovuta confrontare con spese superiori ai profitti, Westinghouse sta accelerando la sua scalata tra le big dell’industria nucleare grazie, soprattutto, alla rapidità con cui sta stringendo accordi con i partner esteri.

«In un paio d’anni, quando i quattro nuovi reattori saranno completati, la centrale di Khmelnytsky diventerà la più potente d’Europa», afferma con tono deciso Peter Kotin, direttore dell’Agenzia atomica ucraina Energoatom, anche se, in divisa, assomiglia di più a un comandante delle forze armate. «Non appena il primo metro cubo di cemento sarà versato, potremo dare avvio a una nuova era per il settore nucleare del nostro Paese», conclude magistralmente, mentre il pubblico lo accoglie con uno scroscio di applausi. 

Come nella più tipica delle commedie teatrali, la scena cambia e pochi metri più in là una betoniera comincia a riversare il liquido grigio sul terreno. Mentre i fotografi scattano a raffica, i rappresentanti dei due Paesi si congratulano tra loro, con vigorose pacche sulle spalle. Chiunque stia assistendo all’incontro sa che quello sposalizio poco ha a che fare con motivi di ordine energetico.

L’11 aprile scorso, presso la centrale nucleare di Khmelnitsky, è stata annunciata la rafforzata collaborazione tra l’operatore ucraino Energoatom e l’azienda americana Westinghouse, con la futura costruzione di due nuovi reattori di ultima generazione © Eleonora Vio

Durante l’evento inaugurale, il CEO di Westinghouse, Patrick Fragman, afferma: «Il nostro è un matrimonio che garantirà prosperità all’Ucraina per molti decenni a venire» © Eleonora Vio

All’evento inaugurale dell’11 aprile, presso la centrale nucleare di Khmelnytsky, si sono riuniti i rappresentanti del settore energetico di Ucraina e Stati Uniti. Da sx, il CEO di Energoatom Peter Kotin, l’Ambasciatrice statunitense in Ucraina Bridget Brink, il CEO di Westinghouse Patrick Fragman e il Ministro ucraino dell’energia German Galushchenko © Eleonora Vio

«L’invasione su larga scala dell’Ucraina ha accelerato la missione della propaganda nucleare, perché ha contribuito alla crisi energetica», così riassume le contraddizioni attuali l’esperto di nucleare di Greenpeace Germania, Shaun Burnie. Mentre i russi tagliavano gli approvvigionamenti di gas all’Europa, e questa reagiva con sanzioni contro i combustibili fossili russi, c’è chi ai piani alti ne approfittava per riaprire una partita che sembrava chiusa per sempre. 

«In termini di sicurezza nucleare e politiche a suo favore, sembra che la catastrofe di Fukushima non sia mai avvenuta. L’industria nucleare sta riuscendo in maniera molto efficace a tenere separata la questione securitaria, relativa a possibili nuovi catastrofici incidenti, dai piani per la costruzione di nuovi reattori», prosegue Burnie, che ha trascorso l’ultimo decennio a studiare il caso Fukushima. «Parlare di nucleare come soluzione al problema climatico è una distrazione pericolosa».

La presenza dell’Ambasciatrice statunitense Bridget Brink all’inaugurazione di Khmelnytsky è l’ennesima dimostrazione di quanto il nucleare svolga un ruolo politico e diplomatico fondamentale.

«Ho avuto il privilegio di essere ambasciatrice in Slovacchia prima di essere trasferita qui e ho assistito a come Westinghouse abbia contribuito ad allentare la dipendenza di tanti Paesi dal combustibile nucleare russo», ha affermato di fronte a un pubblico compiaciuto. «L’Ucraina è un esempio lampante».

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Sebbene Putin conti sugli affari di Rosatom – che tra le altre cose controlla la centrale di Zaporizhzhia da marzo 2022 – per sovvenzionare la sua campagna militare in Ucraina, l’Ue non si è ancora decisa a sanzionarla. Questo perché, come già si è visto, il settore nucleare europeo dipende fortemente da quello russo e le lobby oppongono resistenza. 

Chernobyl: Il passato che non è passato

Il disastro atomico di Chernobyl è stato la prima catastrofe della mia generazione. Avevo un anno quando pullman di donne e bambini in fuga dalla nube tossica hanno cominciato a riversarsi in Italia, e conservo solo un vago ricordo degli allarmi lanciati dalle autorità e dagli esperti in Europa. Ma la sensazione di avere a che fare con qualcosa di molto più grande di noi è rimasta con me per tantissimi anni. E forse non se n’è mai andata. 

Ecco perché, quando l’esercito russo ha preso il controllo della centrale in disuso, ho seguito con apprensione gli accadimenti. Finché, ad aprile di quest’anno, non ho ottenuto i permessi per entrare nella sua “zona di esclusione”. Un’area compresa entro un raggio di 30 km dalla centrale, che dalla natura prorompente e selvaggia a nord di Kyiv conduce, di posto di blocco in posto di blocco, alla sorgente ancora pulsante e pericolosa, da cui trentotto anni anni fa è emanata la catastrofe.

Oggi il reattore numero 4 si distingue per l’involucro di cemento e acciaio che lo circonda e che ricorda i palloni d’aria compressa che avvolgono i campi da tennis durante l’inverno.

Prima della guerra, Chernobyl era diventata una meta ambita per gli amanti del dark tourism. Oggi, al pari delle altre infrastrutture energetiche ucraine, è considerata un oggetto sensibile ed è stata preclusa ai visitatori. Sebbene non sia più operativa dal giorno della catastrofe, la centrale, oltre a contenere un fuoco radioattivo ancora acceso, è anche sede di quello che, alla fine dei lavori, sarà il più grande deposito di scorie radioattive del Paese.

Una delle prime foto della centrale di Chernobyl scattata all’indomani dell’incidente avvenuto il 26 aprile 1986 © Shone/Getty

Pur essendo caduta in disuso a seguito della catastrofe del 1986, oggi nella centrale nucleare di Chernobyl lavorano ancora più di 2.000 dipendenti © Eleonora Vio

A parte l’elevata carica radioattiva, due sono le aree più sensibili in tempi di guerra: 1) il “nuovo confinamento di sicurezza” contenente il quarto reattore (epicentro dell’esplosione); 2) il deposito di scorie radioattive © Eleonora Vio

Il cosiddetto “nuovo confinamento di sicurezza” a protezione del quarto reattore, epicentro dell’esplosione di Chernobyl, è stato realizzato nel 2016 © Eleonora Vio

Mentre cammino per la cittadina-dormitorio di Pripyat, svuotata interamente nei giorni successivi al disastro, fatico a gestire il contrasto tra i grattacieli sovietici, grigi e squadrati, infestati dalle piante rampicanti, il sole che splende e il cinguettio costante degli uccellini. Quando alla fine del sentiero mi trovo nel mezzo della radura, mi blocco.

Sono all’ingresso del luna park che avrebbe dovuto essere inaugurato l’1 maggio 1986, quattro giorni dopo l’inferno, e che per quanto arrugginito sembra essere scolpito nel tempo. Faccio per appoggiarmi su una delle seggioline volanti dei “calcinculo“, quando una volpe mi fa sobbalzare, ricordandomi che è severamente vietato toccare qualunque cosa.

Non solo i tecnici dell’Ecocentre ma anche Pavlo Tkachenko, esperto di radiazioni e fondatore della ong Save Eco Bot, che monitora i tassi di radioattività in varie parti dell’Ucraina, mi assicurano che visitare Chernobyl non è rischioso. Questo sempre che l’esposizione sia limitata a poche ore, e che si stia attenti a non smuovere il terreno. Confortata anche dai marchingegni, simili a quelli degli acchiappafantasmi degli anni ’80, con cui gli addetti ci scannerizzano, mi rassereno.

Eppure Greenpeace, in un recente report, ha dimostrato come AIEA abbia sottovalutato l’impatto sul terreno del passaggio dei veicoli corazzati russi e delle trincee scavate a pochi metri dalla foresta rossa, l’area più radioattiva di tutte. Tkachenko sembra avere un’opinione diversa: «I sensori non hanno rilevato alterazioni nei livelli di radioattività», conclude sbrigativo.

Ma sia Greenpeace che Pavlo Tkachenko concordano sul rischio che Chernobyl ancora rappresenta, specie in tempo di guerra, con i missili che sorvolano gli impianti, e il confine con la Bielorussia pieno di armi tattiche nucleari rivolte minacciose contro l’Ucraina.

Il luna-park della cittadina-dormitorio di Prypiat, all’interno della Zona di Esclusione, doveva essere inaugurato l’1 maggio 1986, quattro giorni dopo la catastrofe. Il tempo lì sembra essersi fermato. Qui, la giostra dei “calcinculo” © Eleonora Vio

Gli autoscontri abbandonati, nella cittadina-dormitorio di Prypiat, all’interno della Zona di Esclusione di Chernobyl © Eleonora Vio

La ruota panoramica abbandonata, nella cittadina-dormitorio di Prypiat, all’interno della Zona di Esclusione di Chernobyl © Eleonora Vio

Da un lato, lo scintillante sarcofago del quarto reattore è sostenuto da una struttura instabile e a rischio collasso. «Se dovesse cadere all’interno del nucleo del reattore, dove sostano trent’anni di combustibile esaurito, oltre a una bomba sporca si assisterebbe a un’ulteriore dispersione di radionuclidi», spiega l’esperto di sicurezza delle centrali nucleari, Anatoly Nosovsky, mentre mi mostra alcuni tomi in cirillico sull’evoluzione dell’energia atomica.

Dall’altro, «il rischio principale è proprio il combustibile esaurito». Nosovsky prevede che ci vorranno dieci anni per trasferirlo dal precedente deposito di stoccaggio bagnato, simile a una vasca piena d’acqua, a un deposito a secco. «Senza risorse idriche per raffreddare le scorie, rischiamo una seconda Fukushima», sostiene l’esperto.

«Prima della guerra, l’Ucraina mandava le scorie in Russia. Ecco perché, inizialmente, ha costruito un piccolo deposito di stoccaggio nella centrale di Zaporizhzhia e, poi, ha deciso di costruirne uno più grande a Chernobyl». Anche in questo caso c’è lo zampino degli Stati Uniti, rappresentati da Holtec International, una ditta multimilionaria che detiene il monopolio come fornitore di contenitori per scorie nucleari.

Il piano ucraino prevede che tra dieci anni a Chernobyl siano contenute non solo le scorie del quarto reattore, ma anche quelle delle centrali di Usna Ukrainska (o Sud Ucraina), di Rivne e di Khmelnytsky. Nel frattempo, bisogna sperare che le cose rimangano quantomeno come sono.

La cittadina-dormitorio di Prypiat è stata fondata nel 1970, lo stesso anno in cui è stata attivata la centrale, ed è stata interamente svuotata dei suoi 48.500 abitanti quattro giorni dopo la catastrofe. In assenza della presenza umana la natura ha preso il sopravvento © Eleonora Vio

In entrata e uscita dai laboratori, e dalle diverse aree in cui è suddivisa la Zona di Esclusione di Chernobyl, sono stati posti dispositivi per misurare il tasso di radioattività di lavoratori e visitatori © Eleonora Vio

Il panorama nucleare ucraino

Oltre a essere stato interpretato come la prima avvisaglia dell’allora imminente collasso dell’Unione Sovietica, il disastro di Chernobyl ha avuto l’immediato effetto di porre fine alle mire espansionistiche del nucleare per scopi civili, prima ancora che militari (il Memorandum di Budapest con cui l’Ucraina acconsentì a disfarsi delle ultime armi nucleari è del 1994, ndr).

Sebbene il sistema energetico ucraino sia sempre dipeso fortemente dal nucleare, tanto che ancora oggi metà dell’elettricità del Paese deriva dalle tre centrali operative sotto controllo di Energoatom, esclusa quindi Zaporizhzhia, una volta ottenuta l’indipendenza l’Ucraina sembrava decisa ad arrestare il processo di nuclearizzazione. Finché nel ’93 un decreto legge permise ai tre reattori completati prima dell’incidente di essere avviati negli anni successivi. Nel ‘95 fu il turno del sesto reattore di Zaporizhzhia, mentre nel 2004 furono inaugurati i due più recenti esemplari del panorama nucleare ucraino, uno a Khmelnitsky e l’altro a Rivne.

Oggi, l’Ucraina conta quattro centrali nucleari operative, oltre a quella in disuso di Chernobyl, per un totale di 15 reattori. La più grande, occupata dai russi da oltre due anni, è quella di Zaporizhzhia con sei reattori. A seguire ci sono Rivne con quattro, Sud Ucraina con tre e Khmelnytsky- la più piccola – con due. Tutti i reattori sono di modello sovietico VVER (reattori ad acqua pressurizzata) e, a parte due dei quattro di Rivne, che producono 440 kw/h, gli altri hanno una potenza pari a 1000 kw/h. Grazie ai rafforzati accordi con Westinghouse del 2014, stretti pochi mesi dopo l’inizio della guerra in Donbass e dell’occupazione della Crimea, l’Ucraina è riuscita a investire in un percorso che l’ha resa quasi del tutto indipendente dal combustibile russo, usato ancora, solo parzialmente, nei reattori VVER 440 di Rivne.

Sebbene il progetto finale preveda che, grazie alla tecnologia statunitense, l’Ucraina sia in grado di produrre anche il proprio combustibile a partire dal 2026, al momento sembra solo essere passata da un tipo di dipendenza, a un altro.

Zaporizhzhya: la centrale sul fronte di guerra

Quando il 2 marzo 2022 i russi sono arrivati a Energodar, la cittadina di 50.000 abitanti nell’oblast di Zaporizhzhia dove si trova la più grande centrale nucleare d’Europa, io mi trovavo a una novantina di chilometri da lì, embedded con le Forze territoriali di difesa ucraine.

Mai prima d’ora una centrale nucleare si era venuta a trovare così vicina alla linea del fronte e, se fosse successo qualcosa, la catastrofe avrebbe riguardato l’Europa intera. Migliaia di persone erano in strada a manifestare contro l’occupazione russa e, tra di loro, c’era anche Oleg Skachok, ingegnere impiegato alla centrale dal 2008, con un passato nell’aeronautica.

Dopo l’arrivo dei loro rinforzi corazzati, i russi avevano puntato direttamente sulla centrale.

«Ricordo che hanno cominciato a sparare non solo contro il centro di addestramento all’entrata, ma anche contro la struttura che avvolge il primo reattore», mi racconta Oleg quando lo incontro a Kyiv, dove si è trasferito da qualche mese, con una cura fotografica per i dettagli. «Fortunatamente, questi contenitori hanno un rivestimento esterno e il reattore è rimasto intatto. Ma i proiettili hanno cominciato a rimbalzare da una parte all’altra danneggiando altri edifici contenenti agenti chimici, che hanno iniziato a colare sul terreno».

La situazione era totalmente fuori controllo.

«La paura più grande era che venisse colpita la stazione dell’ossigeno liquido. Riesci a immaginare cosa sarebbe potuto accadere?», Oleg prende una pausa mentre io rabbrividisco al pensiero dell’entità di quell’esplosione. «L’unica soluzione per evitare una catastrofe nucleare è stata la resa». 

Il primo incontro tra la nuova dirigenza e lo staff è avvenuto alla fine di marzo.

«È stato allora che ho realizzato che i russi non se ne sarebbero andati», racconta. «Ci è stato detto che avevamo fino ad agosto per firmare il contratto con Rosatom ma io e altri abbiamo rifiutato». Oleg si trova in bilico tra due scelte terribili. Da un lato rimanere e accettare di lavorare per i russi. Se malauguratamente accadesse qualcosa alla centrale mentre lui è altrove, non se lo potrebbe mai perdonare. Dall’altro, fuggire.

La situazione è insostenibile e prova una rabbia enorme non solo verso i russi ma anche verso chi, tra gli ucraini, ha fatto il doppio gioco per anni.

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    Vio

La serie di IrpiMedia sul nucleare, un’industria ancorata al passato che sta cercando di garantirsi oggi i finanziamenti pubblici che le servono per sopravvivere. Un “rinascimento” che rischia di travolgere le vere energie rinnovabili e ipotecare il futuro energetico del continente.

«Più passava il tempo e più diventava complicato, perché ero circondato da colleghi incaricati di passare informazioni su chi, come me, sposava da sempre la causa ucraina», racconta.

Se prima dell’occupazione la centrale di Energodar contava 11.000 dipendenti, oggi ne ha a malapena 4.000, di cui circa 2.000 impiegati di lunga data e i restanti assunti più tardi da Rosatom. Gli altri sono fuggiti nell’estate del 2022. Anche Oleg prova a scappare ma non va lontano. Quando raggiunge il varco tra i territori occupati e quelli sotto controllo ucraino, viene a sapere che il suo nome è stato inserito nella lista nera dei sorvegliati speciali, quei lavoratori ucraini che, per le loro qualità tecniche, non potevano abbandonare la centrale.

Ad agosto cresce anche la soglia del pericolo, perché tre delle quattro linee elettriche, da cui la centrale dipende per il suo funzionamento, vengono messe fuori uso dagli attacchi russi. Se venisse meno anche l’ultima linea, e per qualche motivo i generatori di backup non entrassero in funzione, dopo solo otto ore si assisterebbe alla fusione del nucleo del reattore. E con essa a una bomba nucleare, con dispersione di radionuclidi per chilometri e chilometri, su modello di Chernobyl.

Intanto i tentativi della dirigenza di piegare Oleg per fargli firmare il contratto, continuano. E aumenta in lui anche la sensazione di essere osservato.

Quando in autunno si verifica l’ennesimo incidente alla centrale e il tetto del dipartimento in cui lavora viene colpito da un missile, invece di assecondare i suoi superiori, che affermano che la colpa è degli ucraini, Oleg dimostra il contrario. Grazie alle competenze acquisite nell’esercito, riconosce che si trattava di armi a corto raggio, e le linee ucraine erano allora troppo distanti.

I pochi che ancora lo spalleggiano finiscono dritti nello “scantinato delle torture”, mentre Oleg, quello stesso giorno, viene fermato all’uscita della centrale da un agente del FSB. «“Ti teniamo d’occhio”, mi ha detto, dopo avermi scattato una foto e sequestrato il passaporto». Oleg capisce che lavorare lì dentro è diventato troppo pericoloso. Da quel giorno, non si presenta più alla centrale.

Per mesi tiene un profilo basso, sperando nell’arrivo della controffensiva ucraina. Poi, un giorno d’estate, tornando a casa con la moglie, trova la porta spalancata, il figlio sconvolto in un angolo e tre agenti in borghese ad aspettarli. Accusano Oleg di essere una spia e trascinano tutti e tre nel famoso scantinato. La moglie e il figlio ci rimangono tre giorni. Oleg otto, in cui patisce qualunque tipo di tortura.

A parte i lividi su tutto il corpo, la più sadica delle pene prevede l’uso di una barra metallica attorno alla quale gli vengono attorcigliate le dita. Quando è sul punto di cadere davanti alle provocazioni dei secondini, lo picchiano più forte. Sulla testa. Quando rinviene dal trauma quasi un mese dopo, e davanti a lui vede un russo dell’ufficio del procuratore militare, pensa di essere già morto.

Invece i russi non hanno alcuna intenzione di sporcarsi le mani. Vogliono che sia lui ad arrendersi. Ecco perché gli restituiscono il passaporto ucraino e lo lasciano andare. Oleg vuole ancora andarsene da lì ma non ci pensa proprio ad accettare il passaporto russo. La sua seconda fuga fallisce ancora, proprio per colpa dei suoi documenti ucraini.

Oleg Skachok è stao un ingegnere della centrale di Zaporizhzhya dal 2008 al 2023, quando l’impianto è già sotto il controllo dell’Agenzia atomica russa Rosatom. All’inizio rimane per senso di responsabilità, poi tenta in ogni modo di fuggire e cade vittima di abusi e violenze © Eleonora Vio

«Lavori alla centrale? No? Come mai…? E perché te ne vai?». Queste alcune delle domande che gli vengono fatte al confine, prima di essere respinto dalle guardie con un ghigno. Solo quando, a febbraio di quest’anno, dopo aver esaurito le forze e l’inventiva, si decide a richiedere il passaporto russo, riesce finalmente nella sua missione.

Oggi lavora alla centrale di Chernobyl ma «non appena possibile, tornerò a lavorare a Energodar», ci racconta, con gli occhi rossi velati di lacrime.

Quello stesso senso di responsabilità che ha spinto Oleg a rimanere a lavorare alla centrale, oggi non lo fa dormire la notte. Perché il rischio maggiore che attualmente corre l’impianto, è proprio la scarsa esperienza del personale che ci lavora.

«In condizioni normali potresti piazzare un cavallo o una pecora a svolgere quelle stesse mansioni», dice scherzando, Mikhail Schuster, esperto nucleare ed ex responsabile della pianificazione di nuovi reattori presso Energoatom. «Peccato che davanti anche al più piccolo incidente, ci sia bisogno di persone in grado di gestire l’emergenza e, oggi, le persone capaci siano pochissime». Gira voce che Rosatom abbia assunto gente a caso dalle campagne attorno.

«Come se non bastasse», e questo è Oleg a dirlo, «sono almeno due anni che non avviene nessun controllo e riparazione».

La comunità internazionale ha tirato un sospiro di sollievo quando il 13 aprile anche l’ultimo dei sei reattori di Zaporizhzhia è stato posto in condizione di cold shutdown (arresto a freddo). Questo significa che in caso di blackout, si avrebbero all’incirca due settimane per ristabilire il contatto con la linea elettrica, contro le otto ore dell’arresto “a caldo”.

Nel corso di questi due anni la centrale di Zaporizhzhia è stata soggetta a vari incidenti e le controparti si sono accusate a vicenda di averne messo a rischio la sicurezza. Informazioni confuse, e spesso contraddittorie, sono alimentate dal fatto che gli unici a sapere davvero che succede, sono i russi.

E questo nonostante da settembre 2022, alcuni esperti dell’Agenzia atomica internazionale (AIEA) siano presenti in pianta stabile all’interno dell’impianto, come spiega a IrpiMedia lo stesso portavoce dell’Agenzia, Fredrik Dahl: «Per fare tutto ciò che è in nostro potere per prevenire il verificarsi di incidenti nucleari».

«Le missioni di AIEA sono una farsa», sostiene però l’esperto nucleare Mikhail Schuster, che in passato ha preso parte alle visite di controllo. «All’epoca passavamo un mese all’interno dell’area della centrale e ciascuno di noi trenta esperti passava al vaglio ogni minimo dettaglio», spiega mentre scarabocchia numeri e sigle su un foglio. «Oggi entrano tre esperti alla volta, che una o due volte a settimana mettono insieme resoconti privi di dati tecnici, contenenti solo descrizioni generiche e sbrigative».

Il 30 maggio scorso, ad esempio, si leggeva: «Gli esperti di AIEA, stazionati nella ZNPP, la settimana scorsa hanno riferito di continue esplosioni, finché domenica si sono svegliati al suono di quattro colpi in prossimità. Gli addetti della centrale hanno informato la squadra che non si è verificato alcun danneggiamento».

La centrale nucleare di Zaporizhzhya in un’istantanea satellitare di agosto 2022 © IrpiMedia su immagine PlaceMarks

La questione si è chiusa così, senza che AIEA abbia potuto verificare direttamente lo stato dell’impianto. Esempi simili si ripetono di continuo. In aggiunta, a far dubitare dell’accuratezza delle informazioni diffuse da AIEA, sono i tentativi di sminuire le responsabilità di Rosatom sull’utilizzo di ordigni militari nell’area della centrale, oltre che sui ripetuti attacchi balistici contro l’impianto. Insieme, costituiscono due delle più basilari infrazioni degli standard di sicurezza nucleare a livello internazionale.

Già Oleg sosteneva di aver visto centinaia di soldati russi aggirarsi per l’impianto, oltre a scatole e furgoni carichi di esplosivi in alcune delle aree più sensibili. E mentre alcune fotografie satellitari mostrano crateri e tubi di razzi incastonati nel terreno della centrale, altre filtrate solo qualche mese fa sembrano dargli ragione.

La centrale nucleare di Khmelnytsky è la più piccola dell’Ucraina, con soli due reattori VVER 1000. L’Agenzia atomica ucraina Energoatom vuole ampliarla fino a farla diventare la più potente © Eleonora Vio

Il portavoce di AIEA, Dahl, conferma di essere a conoscenza di quel materiale fotografico, ma sostiene che, «per il momento non si può affermare con certezza che la centrale sia utilizzata come deposito per armamenti pesanti o come base di lancio per gli attacchi militari russi». Aggiunge però che «le squadre di esperti non hanno accesso a tutte le aree della centrale che rivestono ruoli significativi per la sicurezza nucleare dell’impianto».

Il riferimento è a tutte e sei le sale turbine, al cancello di isolamento dello stagno di raffreddamento e all’edificio per il trattamento dei rifiuti radioattivi. In pratica, tutto ciò che, se danneggiato, distrutto o malfunzionante, può causare un incidente.

Secondo l’esperto di energia nucleare Mycle Schneider, «la poca affidabilità di AIEA si riconduce a un problema di governance». A livello globale, «AIEA ha il compito di aiutare tutti quei paesi che ancora non hanno centrali atomiche a svilupparle. Visto che è proprio in paesi ancora vergini, come Egitto, Bangladesh o Turchia, che Rosatom sta investendo nella costruzione di nuovi reattori, AIEA non fa che preparargli il terreno», sostiene Schneider. «Allo stesso tempo, però, Rosatom è direttamente coinvolta nell’occupazione militare dell’impianto nucleare di Zaporizhzhya che, di per sé, è un attacco terroristico».

Gli attacchi russi all’Ucraina dal giorno dell’invasione in riferimento alle centrali nucleari © Si ringrazia Greenpeace

Schneider, e tanti come lui, sostiene che AIEA non abbia esercitato abbastanza pressione sui russi affinché l’area della centrale di Energodar – ma anche delle altre tre operative sul territorio ucraino – sia dichiarata no fly zone e interamente demilitarizzata, come vorrebbe la legislazione internazionale nei contesti di guerra. 

«È facile criticare da lontano ma la nostra presenza ha avuto un effetto stabilizzante sulla centrale», afferma Dahl. «Se il mondo non avesse avuto accesso alle nostre informazioni tempestive, indipendenti e imparziali non sarebbe venuto a sapere di tanti importanti sviluppi. Detto ciò, nonostante l’impianto appartenga all’Ucraina, è sotto il controllo russo e per accertarci che siano rispettati i criteri di sicurezza dobbiamo dialogare con entrambe le parti».

Schneider non è dello stesso parere. «Per allontanare i sospetti, non potevano almeno allontanare temporaneamente Mikhail Chudakov, capo del dipartimento di energia nucleare, visto il suo lungo trascorso come dirigente di Rosatom?», conclude infastidito.

Il nucleare come strumento politico

Gli stessi esperti ucraini che oggi parlano di terrorismo nucleare in relazione a Rosatom, e che criticano l’incerto operato dell’Agenzia atomica internazionale a Zaporizhzhia, da alcuni anni denunciano le male pratiche compiute dall’operatore ucraino, Energoatom. Non senza pagarne il prezzo.

C’è chi, come la ricercatrice nucleare dalla lunghissima fama, Olga Kosharna, è stato screditato con l’accusa di essere «una spia del KGB». Altri, come Schuster, che nonostante le qualifiche e gli anni di onorato servizio, sono stati sostituiti da un giorno all’altro.

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«Oggi, nelle posizioni chiave, non c’è un singolo professionista; solo politicanti e gente che fa di tutto per intascare quanti più soldi possibile», sbotta Kosharna.

Per Kosharna l’ampliamento della piccola centrale nucleare di Khmelnytsky è l’esempio lampante di come gli interessi energetici vengano dopo quelli di ordine politico ed economico. Al momento la centrale conta solo due reattori ma – nel piano di Energoatom – in futuro se ne dovrebbero aggiungere due di stampo sovietico VVER provenienti dalla Bulgaria e due avanzatissimi AP1000 di marca Westinghouse.

Energoatom starebbe pianificando di ampliare il suo parco centrali anche altrove, con altri 9 AP1000 e 20 reattori di piccola e media taglia.

Oltre ai problemi di ordine tecnico, c’è la questione economica: da tempo aleggia il mistero su come l’Agenzia atomica ucraina possa permettersi di sovvenzionare tutti questi reattori, quando nel solo 2023 ha chiuso con un buco di otto miliardi di grivnie (pari a € 184.400.000). Energoatom non ha voluto commentare, ma sul suo sito si legge che, almeno per ciò che riguarda i reattori VVER, «il costo è più che accettabile».

Per quanto riguarda la costruzione dei reattori americani, Kosharna ha conteggiato come tra i tempi necessari per sviluppare il piano di fattibilità, le consultazioni, i decreti legge e la realizzazione del design del reattore ci vorranno non meno di sette anni. Negli Stati Uniti, che già hanno costruito modelli simili, ce ne sono voluti dieci. Nonostante ciò, Energoatom ha sostenuto pubblicamente che porterà a compimento questa missione in cinque.

A parte questo il vero problema sono i soldi. Proprio a causa di due reattori AP1000, costruiti in Georgia e Carolina del Sud, Westinghouse nel 2017 ha dichiarato bancarotta, dopo aver sforato i costi di produzione di $13 miliardi. Eppure sul mercato ci sono varianti altrettanto efficaci, ma meno costose. Non è chiaro perché Energoatom abbia optato senza indugi – e soprattutto senza indire una gara d’appalto – sui reattori americani. Anche a questa domanda Energoatom ha preferito non rispondere.


Più in generale, «accumulare tutti questi reattori nello stesso luogo mentre la guerra continua è da pazzi», dice Kosharna, facendomi riflettere su quanto insensato sia investire tanto nel potenziare il nucleare proprio adesso. «Ma vedrete che alla fine non costruiranno niente… È tutta immagine e l’ennesimo modo per fare politica e, perché no, soldi facili».

Mentre ripenso all’inaugurazione di Khmelnytsky, e a come tutti quei sorrisi e frasi ad effetto stridano con il generale contesto in cui si trova l’Ucraina oggi, mi ritornano in mente le parole di Shaun Burnie di Greenpeace:

«Non capisco perché ci si stupisca tanto», affermava, nervoso, quasi urlando. «Già negli anni ’50 il nucleare si era rivelato per ciò che è, ovvero uno strumento diplomatico e geostrategico. Che lo si chiami sacerdozio o mafia nucleare, il principio è lo stesso. Gli attori in gioco – in questo caso Rosatom, Energoatom e Westinghouse – sembrano competere tra loro ma sono parte dello stesso organismo e lottano per il medesimo risultato».

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Crediti

Autori

Eleonora Vio

Editing

Giulio Rubino

Visuals

Lorenzo Bodrero

Ha collaborato

Illia Lukashov

Con il supporto di

Europe Ukraine Grant Desk Programme 2023

Foto di copertina

© Eleonora Vio

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