
I fosfati, la polvere nera che inquina la Tunisia
Il mercato dei fertilizzanti per l’agricoltura industriale inquina e prosciuga una valle del Sud della Tunisia. Le comunità di Gafsa denunciano l’impatto devastante sull’ambiente dell’unica attività che offre occupazione nella regione
23.10.24
Cumuli di terra nera ammassati ai bordi della strada costellano il percorso che serpeggia tra le montagne al confine tra Tunisia e Algeria, dalla città di Gafsa a quella di Redeyef e poi fino alla frontiera. Il nero del terriccio contrasta con le distese pre-desertiche color ocra. Cade dai camion che percorrono le curve ad alta velocità, dalle altitudini fino a valle.
Questa polvere scura modella il paesaggio, ma anche la storia di questa valle situata a più di 400 chilometri a sud di Tunisi fin dalla fine del XIX secolo, quando il geologo militare francese Philippe Thomas, in missione per conto di Parigi nei territori coloniali, scoprì l’esistenza di un grande deposito di roccia fosfatica tra le montagne che oggi segnano il confine.
L’inchiesta in breve
- I fosfati costituiscono la base dei fertilizzanti fosfatici, tra i più comunemente utilizzati in agricoltura intensiva. L’estrazione di questo minerale considerato materia prima strategica dall’Ue ha un costo ambientale molto elevato
- La Tunisia ospita la quarta riserva mondiale di fosfati nella regione di Gafsa, al confine con l’Algeria. Con la guerra in Ucraina, il prezzo dei fosfati è aumentato fino a 350 dollari a tonnellata. La Tunisia vuole rilanciare la sua produzione
- La produzione di fosfati contribuisce al 4% del PIL, ma non ha ricadute economiche su una delle regioni con il tasso di povertà più elevato. Per questo, fin dal 2008, il bacino minerario di Gafsa è teatro di proteste e manifestazioni
- I tagli dell’acqua corrente alla popolazione e agli agricoltori sono ricorrenti, ma i pozzi della Compagnia dei Fosfati di Gafsa pompano fino a 70 litri d’acqua al secondo che confluiscono nelle laveries, grandi bacini usati per purificare il minerale
- I fanghi di scarto delle laveries sono altamente inquinanti e rilasciano sostanze tossiche che causano la morte della fauna e della flora delle oasi ai piedi del bacino minerario
- Il fosfato raffinato si presenta come polvere nera. Spesso il vento la disperde nell’ambiente, causando malattie e problemi respiratori alle comunità locali
I fosfati sono un minerale poco conosciuto, ma cruciale per l’Europa poiché ampiamente utilizzati per la produzione di fertilizzanti fosfatici, tra i più comuni in agricoltura intensiva. La Tunisia ne esporta grandi quantità anche verso l’Unione europea, in particolare verso la Francia, l’Italia, la Spagna e l’Irlanda.
Ma se i fertilizzanti tunisini garantiscono la produttività dei nostri campi, gli abitanti del bacino minerario tunisino – la quarta riserva mondiale di fosfati – pagano il prezzo di un secolo e mezzo di sfruttamento minerario, che lascia profonde tracce sul territorio e sui corpi di coloro che vi abitano.
Per la famiglia Ben Hmida, residente nel cuore della città operaia di Redeyef, parlare di malattia è diventata una stancante abitudine. Seduto tra sua madre e suo padre su un divano ricoperto da un telo decorato con motivi floreali, Muaid, quattordici anni e occhi neri, osserva in silenzio i genitori mentre estraggono da una cartellina azzurra le decine di prescrizioni mediche che si accumulano da quando ha due anni.
«Vedete, ha bisogno di tutti questi medicinali», spiega sua madre Souad sfogliando le ricette mediche. «Ecco la fattura della clinica privata dove è stato ricoverato a causa di una grave carenza di ossigeno».
Muaid è cresciuto circondato dai fosfati: la finestra della sua camera si affaccia su una cava, il cortile della sua scuola su un deposito a cielo aperto, la strada verso casa costeggia cumuli di rifiuti minerari.
Affetto da una grave forma di asma cronica, non si separa mai dal suo inalatore e, fin dall’infanzia, passa da un medico all’altro. Tutti concordano su un’unica soluzione: andarsene. «Per far stare meglio Muaid, i medici ci consigliano di partire, di trasferirci verso la costa. Ma non posso permettermi di lasciare il lavoro!», si dispera Abdelbaset, suo padre, impiegato a Redeyef.
La polvere è il nostro destino
A partire dagli anni ’80, quando le miniere sotterranee sono state sostituite da cave a cielo aperto, i Ben Hmida, come tutti i residenti del bacino minerario di Gafsa, hanno imparato a convivere con i fosfati, risorsa che rappresenta circa il 4% del PIL e il 15% delle esportazioni nazionali.
Tra gli abitanti, una parola ricorre costantemente: ghabra, che in arabo significa “polvere”. In questa valle del sud della Tunisia lontana dai circuiti turistici abituali, sfuggire alla polvere è quasi impossibile. Proveniente dalle esplosioni nelle cave che lacerano le montagne o dai depositi di fosfati a cielo aperto, è onnipresente.

Moulares (Tunisia). Un camion trasporta rocce di fosfato da Moulares a Gafsa e da qui a Gabes, sulla costa, per essere raffinato ed esportato come materia prima. Nonostante una linea ferroviaria colleghi le miniere con la costa, la maggior parte del fosfato è trasportato su strada, contribuendo enormemente all’inquinamento dell’aria e del suolo © Daniela Sala

Redeyef (Tunisia). La polvere di fosfato accumulata nella stanza di Mouaid Ben Hmida © Daniela Sala
«Maktoub. È il nostro destino», alza le spalle una madre all’uscita della scuola primaria di Redeyef, situata di fronte a un giacimento di fosfati pronti per essere inviati alla raffinazione. Un ingegnere della Compagnia dei Fosfati di Gafsa (CPG), che per ragioni di sicurezza preferisce mantenere l’anonimato ci spiega: «Negli anni ’90, il prezzo dei fosfati è aumentato, il che ci ha spinto a massimizzare la produzione. La particolarità di questa regione risiede nel fatto che gli strati di fosfato sono poco profondi e orizzontali. Li facciamo esplodere con la dinamite e poi estraiamo il minerale».
Gigante pubblico ereditato dal protettorato francese, la Compagnia – in arabo sherika, come la chiamano gli abitanti – rappresenta ormai una sorta di Stato nello Stato.
Nella valle ha preso in mano ben più che la gestione delle miniere: si occupa dei trasporti, della gestione dei rifiuti, dei servizi. Il suo simbolo, un triangolo blu stilizzato che unisce le lettere CPG, è un marchio di cui molti vorrebbero liberarsi, ma non possono. In ogni famiglia, un padre, un fratello, un figlio ci lavorano.
Se da un lato la “Compagnia” ha causato la devastazione di un territorio, dall’altro qui è anche sinonimo di occupazione.
Sostienici e partecipa a MyIrpi
«Quando bevo un caffè in terrazza, uno strato sottile di polvere lo ricopre sempre», conferma Taoufik Aïd, figura emblematica dell’attivismo a Moularès, città a mezz’ora di auto da Redeyef e anch’essa nata con l’avvio delle attività estrattive, per alloggiare i minatori e le loro famiglie.
I figli del fosfato, Taoufik li conosce tutti. Figlio a sua volta di un minatore arrivato nel bacino minerario di Gafsa negli anni ’50, ha lavorato tutta la vita nelle scuole, prima come professore, e poi come dirigente.
Oggi in pensione ma ancora attivo all’interno della società civile, membro della Rete per la Trasparenza dell’Industria dell’Energia e delle Miniere, ha visto la comunità del bacino minerario trasformarsi nel corso dei decenni: «le città sono ormai divise in due, tra chi è impiegato dalla CPG e chi era disoccupato ed è stato assunto dalla Società dell’Ambiente, che garantisce loro un falso impiego, quindi un magro salario a fine mese. I più giovani, invece, non hanno alcuna prospettiva», riassume.
Creata per volontà dell’ex dittatore Zine El Abidine Ben Ali a seguito delle manifestazioni nel bacino minerario del 2008, che hanno anticipato la rivoluzione del 2011, la Società dell’Ambiente è una compagnia pubblica collegata alla CPG, attraverso la quale, spiega sempre Taoufik, «le autorità hanno comprato la pace sociale garantendo ai manifestanti disoccupati un impiego fittizio».
I fosfati, un minerale essenziale per la transizione Ue?
L’Ue include i fosfati nell’elenco delle materie prime critiche, ovvero quei minerali fondamentali per assicurare la stabilità dei Paesi membri e la transizione energetica dei prossimi anni. Se attualmente nel 90% dei casi i fosfati vengono raffinati per poi essere trasformati in fertilizzanti, il minerale sta diventando cruciale per la produzione di batterie agli ioni di litio o LFP (litio-ferro-fosfato) usate nelle automobili elettriche.
Il costo sociale e ambientale dell’estrazione di fosfati è stato discusso alla COP28 di Dubai (2023) durante i negoziati sul cosiddetto meccanismo Loss and Damage Fund, che prevede un trasferimento di fondi per riparare i danni subiti dalle regioni di estrazione delle materie prime necessarie per assicurare la transizione.
Alla COP28, i membri dell’EITI, uno standard comune per la trasparenza e la responsabilità nei settori minerari, hanno discusso le catene di approvvigionamento dei materiali critici per la transizione energetica verde. Nel 2015, il governo tunisino ha annunciato di voler far parte dell’EITI, che implica l’adesione a un codice di condotta e maggiori garanzie di trasparenza nei processi di estrazione.
Da allora, però, a seguito di nuove nomine da parte della presidenza ai vertici del Ministero dell’energia, non è stato fatto alcun passo avanti, ha confermato l’Intituto per la Governance delle Risorse Naturali di Tunisi.
«Questa non è una soluzione, è un ricatto»
Invece di concentrarsi sulla bonifica di un territorio profondamente inquinato, che sarebbe su carta il suo mandato, la Società dell’Ambiente si limita a garantire un reddito fisso di circa mille dinari (300 euro) al mese alla generazione degli ex allievi di Taoufik, che spesso si ritrovano a impiegare il loro tempo e ad arrotondare i loro guadagni con il contrabbando o con l’agricoltura.
«Eppure, l’ambiente avrebbe bisogno dello sforzo di tutti noi», sospira Taoufik, strizzando gli occhi per guardare attraverso l’unico spiraglio di un cancello chiuso.

Al-Berka (Tunisia). Nel villaggio di Al-Berka (pozzanghera, in arabo) la società CPG ha espropriato parte dei terreni per costruire una serie di pozzi con l’obiettivo di confluire l’acqua verso le miniere e le “lavanderie”, grandi bacini utilizzati per purificare il fosfato. Come conseguenza, il villaggio è ora disabitato © Daniela Sala

Metlaoui (Tunisia). Il fiume che scorre ai piedi del canyon Thelja è completamente inquinato dal fango e dall’acqua proveniente dalla “lavanderia” di Kef Eddour causando malattie agli animali che vengono ad abbeverarsi © Daniela Sala

Mdhila (Tunisia). Un cammello giace ammalato a terra. Il proprietario, Lofti, assicura che l’animale abbia bevuto l’acqua proveniente dalla “lavanderia” di Metlaoui. Perdere un cammello rappresenta una perdita enorme per gli allevatori: ciascuno vale intorno ai 4.000 dinari (1.200 euro) © Daniela Sala
Dall’altra parte, c’è il cortile della scuola del villaggio di El-Berka, dove ha lavorato come dirigente durante gli anni dei movimenti sociali, dal 2006 al 2014.
In questo piccolo villaggio, dove un tempo si coltivavano angurie, oggi rimangono solo due o tre case abitate. Il cartello che ne indicava il nome non c’è più.
«Quelli che hanno avuto la possibilità si sono trasferiti nella vicina città di Moularès, perché qui le miniere sono troppo vicine e non c’è più acqua», spiega il professore indicando le montagne, dove il fumo delle esplosioni e il rumore dei bracci arrugginiti delle scavatrici segnalano la presenza di una cava. «Le zone rurali come questa si stanno svuotando. Nessuno studia più nella scuola di El-Berka, e tutti si ritrovano, senza un lavoro, nelle città».
A pochi metri dall’ex istituto scolastico, il filo spinato delimita il perimetro riservato ai lavoratori della CPG. Mohamed, uno degli ultimi abitanti di El-Berka che si aggira in motocicletta sull’unica strada che attraversa il villaggio, non esita a oltrepassarlo: le terre dove la CPG sta costruendo oggi il suo decimo pozzo erano un tempo le sue. Possiede ancora un piccolo appezzamento nelle vicinanze, gravemente danneggiato dalla polvere proveniente dalle cave e dalla siccità.
«Mio fratello lavora nella miniera qui di fronte. Almeno mi avvisa quando fanno esplodere la dinamite e la polvere invade i miei campi», ironizza.
Mohamed non ha ottenuto un posto alla CPG. Impiegato della Società dell’Ambiente, non ha in realtà alcuna occupazione a parte rivendere i pochi prodotti ortofrutticoli che produce – olive e pistacchi – ai grossisti che arrivano a El-Berka dalla grande città di Sfax per riscuotere il raccolto.
Ogni cinque anni, riceve una compensazione dalla CPG per i danni causati alla sua attività agricola dall’estrazione dei fosfati e dall’esproprio di una parte delle sue terre.
«Siamo ridotti a scambiare denaro per l’inquinamento: questa non è una soluzione, è un ricatto», riassume, spostandosi a grandi passi nel suo terreno, ai piedi un paio di stivali neri di gomma, la moto parcheggiata poco lontano.
Con i 16.000 dinari (circa 4500 euro, divisi a metà con il suo avvocato) che ha ricevuto nel 2020 come compensazione, Mohamed ha deciso di “recuperare la sua acqua”, investendoli per collegare un tubo d’irrigazione alla rete di canalizzazione che la CPG ha costruito sotto le sue ex proprietà familiari.
Aprendo la sua valvola di irrigazione artigianale dalla quale sgorga l’acqua convogliata dalla CPG verso le raffinerie di fosfati, si indigna: «Le mie richieste? Chiedo acqua prima ancora di chiedere lavoro. Non abbiamo più acqua per le nostre terre agricole, ma viviamo accanto a pozzi che pompano fino a 60 o 70 litri al secondo».
Le interruzioni d’acqua vicino ai pozzi
L’estrazione dei fosfati è infatti solo la prima parte di un processo che poi ne prevede il lavaggio e la raffinazione, ed è per questo che la CPG giorno e notte pompa acqua da una costellazione di pozzi sparsi nel bacino.
Una volta estratte, le rocce fosfatiche sono trasportate alle laverie e separate grossolanamente dalle impurità principali. Poi, in treno, o più spesso in camion, raggiungono i centri di raffinazione del Gruppo Chimico Tunisino (GCT) a Mdhilla, a valle del bacino minerario, o a Sfax e Gabès, lungo la costa tunisina.
Qui, la polvere nera viene raffinata tramite il trattamento con additivi chimici altamente inquinanti, come l’ammoniaca, e trasformata in fertilizzanti. Come conferma l’Osservatorio Tunisino dell’Acqua, il governatorato di Gafsa è una delle regioni in cui si protesta di più a causa della crisi idrica, con 15 manifestazioni solo nel mese di giugno 2024.
«Il caso di El-Berka non è un’eccezione. L’acqua viene accumulata in grandi serbatoi destinati al lavaggio dei fosfati mentre noi subiamo interruzioni di servizio quotidiane nelle nostre case», continua Taoufik Aïd, che oggi cerca di trasferirsi il più lontano possibile dalla stazione di lavaggio dei fosfati senza però lasciare la sua città, Moularès.
Situate nel cuore delle città minerarie, le laveries, letteralmente lavanderie, come vengono chiamate dagli abitanti, sono circondate da cumuli di scorie a cielo aperto, da un lato, e di fosfati purificati, pronti per essere trasportati alla raffineria, dall’altro. Simboli dello sfruttamento minerario, questi bacini d’acqua si ritrovano da anni al centro delle contestazioni e delle proteste.
La laveria di Redeyef, per esempio, è bloccata dal 2021 da un sit-in di abitanti disoccupati.
La chiusura della laverie contribuisce paradossalmente all’inquinamento dell’aria, perché lo stock di fosfati, abbandonato a cielo aperto, fa aumentare il livello di polveri nell’aria nei giorni più ventosi.
Esiste un piano per la delocalizzazione delle stazioni di lavaggio dei fosfati che permetterebbe di spostarle fuori dalle città, ma non è stato fatto nulla.
Il programma di modernizzazione della CPG non è mai stato portato avanti. La situazione non fa che peggiorare sia dal punto di vista sia sociale che ambientale», si preoccupa Rabah Ben Othmane, della sezione di Redeyef del Forum Tunisino dei Diritti Economici e Sociali, una delle associazioni più attive nella regione.
La giustizia, ultima risorsa
L’acqua che le laveries rubano alla popolazione locale, la restituiscono sotto forma di fanghi contaminati. I fiumi grigi che formano le acque di scarto dei processi di raffinazione, scaricate senza nessun trattamento di riciclo, scorrono lentamente dalle alture verso le oasi a valle, ecosistemi desertici molto fragili.
Lofti, un allevatore di cammelli sulla cinquantina, lo sa bene: uno dei suoi animali è finito a pascolare vicino all’immensa distesa di fango poco distante dalla stazionedi lavaggio di Métlaoui, dove l’acqua di El-Berka viene raccolta e utilizzata per lavare i fosfati. Qui, le acque di scarto che dovrebbero essere contenute da una diga che è però inadeguata, straripano sui terreni circostanti.
«Il cammello ha bevuto acqua inquinata, si è ammalato rapidamente e poi è morto», spiega appoggiato alla recinzione in bambù che utilizza come fattoria nel mezzo della pianura desertica a valle del bacino minerario, vicino alla città di Mdhilla. La morte di un cammello è una perdita economica importante per gli allevatori della zona che ancora praticano questa forma di commercio locale: ogni capo di bestiame vale circa 4.000 dinari (1.200 euro).
Il caso di Lofti non è isolato, tanto che il comune di El-Hamma, accanto al quale scorre il fiume di fango, ha presentato una denuncia contro la CPG a causa delle numerose lamentele degli allevatori, come confermato anonimamente da un dipendente durante un’intervista.
Mentre le comunità del bacino minerario affrontano senza alcun sostegno da parte dello Stato le ripercussioni ambientali di un secolo di sfruttamento minerario, i fosfati ritrovano un’importanza cruciale sul mercato internazionale.
A causa della guerra in Ucraina, che ha ridotto le esportazioni russe di fosfati, il prezzo del minerale ha raggiunto quasi 350 dollari la tonnellata nel luglio 2023 (quanto il prezzo del petrolio al barile nello stesso periodo).
Proprio a luglio dell’anno scorso, il presidente Kais Saied si è recato a Redeyef per annunciare la ripresa della produzione a pieno regime, ignorando le rivendicazioni di una popolazione già esausta. Eppure, è in queste valli che la rivoluzione del 2011 muoveva i primi passi.
Nel 2008, tre anni prima della rivoluzione che ha infiammato le piazze della regione dando inizio alle cosiddette primavere arabe, la valle di Gafsa osava pronunciare la parola giustizia sociale e contava i suoi morti e i suoi prigionieri di fronte alla dura repressione di Ben Ali.

Al-Berka (Tunisia). Mohammed osserva il pozzo costruito dalla società CPG che fornisce l’acqua necessaria per la lavorazione del fosfato. In qualità di allevatore e proprietario terreno, Mohammed ha ricevuto 16.000 dinari (4.700 euro) di compensazione dalla CPG nel 2020 ma, dice, non sono lontanamente sufficienti a coprire i danni causati dall’attività mineraria © Daniela Sala

Mdhila (Tunisia). Un fiume d’acqua scorre tra la miniera e la “lavanderia” di Mzinda, portando con sé fango e acqua contaminata dalla miniera stessa © Daniela Sala
All’epoca, gli abitanti di questa regione scendevano in piazza e per primi puntavano il dito contro il regime, chiedendo nuovi posti di lavoro e un concorso trasparente per poter lavorare con la Compagnia dei Fosfati, coscienti che «la ricchezza del sottosuolo frutta agli altri, senza alcuna ricaduta positiva per la nostra regione d’estrazione», spiega Boubakar Akremi, un volto noto della società civile della regione che ha preso parte alle proteste del 2008.
Sedici anni dopo, le rivendicazioni della popolazione non sono cambiate, ma solo evolute: la richiesta di una maggiore redistribuzione del reddito dei fosfati ora include anche rivendicazioni ecologiche, come quelle del diritto a un ambiente sano o del diritto all’acqua.
Questa regione riflette così, ancora una volta, la storia dei movimenti sociali della Tunisia, laboratorio politico del Nord Africa dove le lotte sociali si stanno trasformando in movimenti ambientalisti.
In assenza delle riforme politiche necessarie e di fronte a un clima di repressione crescente, la società civile si ritrova sempre meno in piazza e sempre più spesso nelle aule dei tribunali. Se i genitori di Muaid conservano con zelo le prescrizioni mediche del figlio è perché, con il sostegno delle organizzazioni della società civile Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali e Avvocati Senza Frontiere, hanno deciso di denunciare la Compagnia dei fosfati di Gafsa.
Nel suo ufficio nel cuore della città di Gafsa il loro avvocato Rostom Ben Jabra sa che questo caso è di grande delicatezza, poiché potrebbe «provare per la prima volta una correlazione diretta tra l’inquinamento causato dai fosfati e le condizioni sanitarie di Muaid». Su questa come su tutte le altre problematiche di questo territorio, la Compagnia dei fosfati di Gafsa non ha risposto alle domande di IrpiMedia.
Un precedente importante, che la CPG non sembra pronta ad accettare. Nell’ottobre 2023, la famiglia è stata informata che il tribunale di prima istanza di Gafsa ha respinto il caso. Ora attende le ragioni della decisione. L’obiettivo: fare appello, e continuare la lotta.
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.




