Aminata non era d’accordo, ma ammette che suo figlio Lamin «ha fatto bene a partire». Oggi, ricorda col sorriso. Allora, invece, era impaurita.
«Quello che vedevo in tv – prosegue – mi faceva paura: immagini di persone morte e barche rovesciate. Avevo tanta paura e non mangiavo nulla», dice riferendosi al lungo viaggio cui suo figlio Lamin è sopravvissuto.
Per Lamin, sono stati mesi di fatiche e violenze. Per Aminata, sono stati mesi di angoscia per il figlio e di preoccupazione per se stessa e la famiglia, privata di un importante supporto su cui contare.
«Quando è arrivato in Italia, ero contentissima: ballavo», ricorda la donna nel cortile della sua abitazione a Farafenni, nel Gambia settentrionale.
Il percorso di suo figlio è stato lungo e pericoloso, attraverso i soprusi della Libia e i rischi del Mediterraneo centrale. Avrebbe potuto essere molto più semplice, ma le politiche Ue che negano visti regolari ai cittadini di molti Paesi africani ed esternalizzano le frontiere dell’Unione, l’hanno portato a rischiare la vita.
Ciò nonostante Aminata dice di «non essere arrabbiata con l’Europa».
Il suo è un commento che può sorprendere o spiazzare, eppure sono parole che ascoltiamo di rado e che possono aiutare a capire meglio l’esperienza di tante persone che, ancora oggi e nonostante tutto, vedono nel nostro continente «un destino» e «un futuro».
L’inchiesta in breve
- Aminata non era d’accordo, ma ammette che suo figlio Lamin «ha fatto bene a partire». Ha lasciato il Gambia, è passato per la Libia e il Mediterraneo, ora vive in Italia, fa il bracciante e manda rimesse a casa ogni mese
- Aminata dice di «non essere arrabbiata con l’Europa», nonostante le politiche Ue rendano i viaggi come quelli di suo figlio irregolari e pericolosi. Per Lamin invece l’Europa rappresenta il futuro e il destino
- Lamin, infatti, è partito per l’esigenza personale di migliorare la propria vita e per quella collettiva di aiutare la propria famiglia estesa. «Non posso pensare solo a me stesso», dice. «Ha avuto un pensiero per la famiglia», aggiunge sua madre
- I figli raccontano poco alle madri. Provano responsabilità e vergogna. E così «c’è ancora l’idea che l’Europa sia un paradiso» perché «tutti vogliamo dimostrare di avercela fatta», spiega l’attivista gambiano Mustapha Jarjou
- Tra i migranti, però, cominciano a emergere anche altre visioni d’Europa. Sono meno edulcorate e più critiche, molto distanti da quella di Aminata, che comprensibilmente associa il continente solo alle rimesse del figlio
- E c’è anche chi pensa di tornare a casa. In molti, associano il rientro al successo economico. Altri, però, contestano la visione dei migranti come «macchine economiche». Vorrebbero tornare nel loro paese per «investire in conoscenza», dice Jarjou. «È una sorta di rivoluzione»
È solo una questione di destino
A usare queste parole per definire l’Europa è proprio Lamin, figlio di Aminata, nella sua casa di Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia.
È arrivato in Italia nel 2013 e ora che ha 32 anni vive in un appartamento condiviso con altri due ragazzi, insieme al suo gatto John II. Il precedente, John I, è stato investito da un’auto di passaggio poiché l’abitazione dà sulla strada. L’ingresso porta nel soggiorno, che oggi è diventato la prima camera da letto. Poi, ci sono una seconda stanza e un minuscolo cucinino, in cui Lamin prepara il domodà, uno stufato di pollo con crema di arachidi e riso, tipico del Gambia.
Vista di Farafenni, città commerciale situata lungo la dorsale Trans-Gambia, poco a sud del confine con il Senegal © Federica Bonalumi
Una delle ragioni che hanno spinto Lamin a partire è stata l’esigenza personale di migliorare la propria vita. In Gambia, ha sempre lavorato: mentre andava ancora a scuola, ha imparato a fare il saldatore e aiutava anche gli zii nei campi durante la stagione delle piogge, in cambio di riso, grano e mais. Ma non era abbastanza.
«Ci riunivamo spesso con degli amici. Alcuni di loro erano tornati dall’Europa. Avevano una moglie e un compound», dice riferendosi alle tipiche abitazioni gambiane composte da più edifici. «Pensavo solo che anche io desideravo le stesse cose e l’unico modo per ottenerle era partire», aggiunge.

Del resto, la migrazione è radicata da secoli nella storia del Gambia, un Paese piccolo e con poche risorse. «La mobilità umana ha definito a lungo il profilo sociale ed economico della valle del fiume Gambia. Lavorare, commerciare, studiare o semplicemente viaggiare lontano da casa è stata storicamente un’opzione standard, soprattutto per i giovani uomini, per garantire il sostentamento personale e familiare, la prosperità e la socialità», ha scritto Paolo Gaibazzi, antropologo dell’Università di Bologna.
Da alcuni anni, una parte di questa mobilità umana è diretta verso l’Europa, attraverso quella che tutti nel Paese chiamano backway. Il termine indica il fenomeno della migrazione irregolare verso l’Europa, attraverso la rotta atlantica o mediterranea. La via intrapresa da Lamin è quella che solitamente passa per Senegal, Mali e Burkina Faso, che attraversa il deserto tra Niger e Libia e che arriva sulle coste italiane con viaggi organizzati dai trafficanti su imbarcazioni malmesse e troppo cariche. Quei barconi che spesso affondano, come temeva sua madre Aminata.
Il progetto Mums
Mums è un progetto di Luca Attanasio con IrpiMedia, nato per raccontare la migrazione attraverso le voci delle madri di giovani che sono partiti per l’Europa. Nel corso di un viaggio in Gambia, Luca Attanasio, Federica Bonalumi e Carlotta Indiano hanno incontrato Adama, Aminata, Matou e Mariama, quindi hanno intervistato i loro figli che vivono in Italia: rispettivamente, Abdou, Lamin, Ibrahima e Jerreh.
Questa prima missione del progetto è stata sostenuta da Cncm – Coordinamento nazionale comunità per minori. Tra i migranti gambiani in Italia, infatti, sono numerosi i minori stranieri non accompagnati. Nel 2024, la nazionalità gambiana era la terza più numerosa tra i minori presenti, dopo quella egiziana e quella ucraina.
È una via pericolosa, una delle rotte migratorie più letali al mondo ma, dopo anni di visti negati da parte degli stati Ue, viene percepita come inevitabile da molti gambiani. In qualche modo, ormai, fa parte del «destino» di cui parla Lamin.
«La maggior parte delle comunità gambiane crede nella nozione di destino», ha scritto il ricercatore e giornalista gambiano Alagie Jinkang. «Se una persona muore nel deserto del Sahara o nel Mar Mediterraneo, se finisce in un campo di detenzione o in prigione, o se ha successo», prosegue Jinkang, è «una questione di destino, e nient’altro».
Iscriviti alla newsletter mensile Digest per ricevere i consigli dalla nostra redazione su ascolti, letture e visioni
Questa diffusa idea di destino, è «un fattore importante che influenza il processo decisionale in materia di migrazione, soprattutto per quanto riguarda la percezione del rischio associato alla migrazione irregolare». Lo sostiene il ricercatore della Vrije University di Bruxelles Omar N. Cham. A suo giudizio, questo credere nel destino va considerato insieme alle motivazioni socioeconomiche e quindi razionali che solitamente vengono usate per spiegare la scelta di migrare. Aiutare la propria famiglia è una di queste.
Famiglia estesa, responsabilità estesa
«La mattina lavoro un’oretta nell’orto poi vado al mercato fino al pomeriggio», Aminata siede nel cortile di casa sua, dove scorrazzano polli e caprette e sventolano i panni stesi ad asciugare. L’abitazione è la stessa in cui ha vissuto Lamin fino a vent’anni.
Il suo è un piccolo orto florido poco distante, dove coltiva pannocchie, erbe e verdure. Tutto quello che produce lo vende al mercato di Farafenni. La cittadina ha circa 25mila abitanti, si trova sull’autostrada Trans-Gambia che attraversa tutto lo Stato e, in virtù della sua posizione, ospita uno dei mercati più grandi del Paese.
«Farafenni non è un villaggio, è una capitale», scherza la donna. Con sette figli, però, la vita non è detto che sia più facile in una capitale: «Da quando è morto mio marito, è diventato difficile gestire i bambini da sola».
Prima della sua scomparsa, era il marito a occuparsi dell’orto. Aminata badava ai figli e alla casa. Ora invece il lavoro domestico lo svolge la nuora, la moglie di Lamin. Poco meno di un anno fa, il giovane è riuscito a tornare a casa per una breve visita, i cui frutti sono ora evidenti dall’enorme pancione della donna, al nono mese di gravidanza.
Le famiglie qui hanno contorni sfumati: nel cortile dove siede Aminata, oltre alla nuora, fanno capolino anche alcuni dei figli e una nipote della donna. Non è chiaro quante persone vivano stabilmente con lei, chi è di passaggio per una chiacchiera o chi resterà. La società tradizionale gambiana si basa infatti su legami di comunità che vanno al di là del rapporto moglie e marito.
La famiglia è “estesa”. Nonni, genitori, figli e nipoti vivono spesso insieme nei compound ma accolgono anche figli di parenti lontani o adottano vicini di casa che hanno bisogno di un posto dove stare o stanno imparando un mestiere. L’affidamento è una pratica diffusa e con esso anche i doveri che derivano dal crescere una famiglia allargata.
Oltre la metà della popolazione gambiana vive sotto la soglia di povertà (dati 2020, gli ultimi disponibili). «In Gambia, non c’è lavoro e, anche quando lavori, non riesci a sfamare la famiglia», spiega Lamin. Lo Stato non garantisce alcuna forma di sostegno al reddito e così si formano pratiche di mutuo aiuto.
La casa di Aminata ha un cortile in cui scorrazzano liberi, capre, polli e asinelli © Federica Bonalumi
Il campo di pannocchie vicino alla casa di Aminata © Federica Bonalumi
Mariama è anche lei vedova e madre di otto figli, di cui uno in Italia. Insieme ad altre donne, organizza una colletta da destinare a turno a chi nel gruppo ha più bisogno. «Lo facciamo per aiutarci tra di noi, perché nessuno ci ha mai aiutato», dice riferendosi allo Stato, mentre le due amiche che le siedono accanto annuiscono vigorosamente. «Quando sei povero – conferma Aminata – devi cercare per forza di fare qualcosa per te perché nessuno ti aiuta».
In questo contesto di sussistenza, molte altre madri fanno affidamento sui figli per sbarcare il lunario e l’Europa è vista come come l’alternativa all’inevitabile povertà: è il luogo da cui arrivano le rimesse, che consentono di vivere con minore fatica.
«Spero che possa fare molti soldi per aiutare tutti qui perché il lavoro che faccio ci dà giusto da mangiare per la giornata», dice Mariama del figlio, convinta. La parte di stipendio che Lamin manda a sua mamma ogni mese serve per coprire le spese della casa in cui Aminata vive con la moglie del giovane.
Lo zio di Jerreh mostra orgoglioso le mura della casa che sta costruendo grazie alle rimesse mandate dal nipote © Federica Bonalumi
«C’è una forte cultura della dipendenza: il figlio deve farsi carico del benessere dei soggetti che non sono produttivi perché non c’è alcuna forma di welfare State. Questo mette gli uomini sotto molte pressioni dal punto di vista della performatività», spiega l’antropologa e ricercatrice Viola Castellano che ha svolto numerosi lavori sul campo in Gambia sull’impatto delle politiche migratorie europee.
«Noi abbiamo una responsabilità, un dovere nei confronti dei nostri parenti, soprattutto nei confronti dei genitori», aggiunge Mustapha Jarjou. Cittadino gambiano arrivato in Italia anch’egli tramite la backway, Jarjou vive a Palermo ed è attivo nella sua comunità. Ha una forte consapevolezza sia personale sia politica della sua esperienza migratoria, e il suo punto di vista è prezioso. «Se io un giorno riesco a prendermi cura dei miei genitori allora vuol dire che ce l’ho fatta», spiega.
Questa responsabilità è stata uno dei fattori che ha portato Lamin a lasciare il Gambia. «Ha visto che il padre non ce la faceva più, per quello è partito», prova a spiegare sua madre Aminata. Lui conferma: «Prima c’era mio padre, potevo anche lavorare e mettere da parte qualcosa», poi, continua riferendosi alla malattia del genitore, «ho cominciato a sentire una spinta».
Mariama si riunisce spesso con altre donne della comunità per organizzare collette di mutuo aiuto, un gesto di solidarietà per sostenere chi si trova in difficoltà © Federica Bonalumi
La backway tra silenzi e sostegno
«Il giorno della partenza sono andato in camera di mio padre», ricorda Lamin. «Saranno state le sei del mattino, gli ho dato la mano e lui mi ha detto che avrebbe pregato per me».
La madre, invece, non l’ha salutata. Aminata racconta di essersi arrabbiata con il marito per non averla avvertita. Lui le ha risposto che «Lamin è un uomo e può fare quello che vuole», confermando la sua benedizione al figlio in partenza e investendolo così del ruolo di futuro capofamiglia.
«Mia mamma – riprende Lamin – avrebbe pianto, avrebbe detto “Come puoi andare? Tu sei il più grande dei miei figli…”. Non le ho detto niente, anche se tutti sapevano che sarei voluto partire». La stessa Aminata lo sapeva, perché ne aveva discusso col figlio nei mesi precedenti. «Dicevo a mia madre: “Andrò in Europa, prega per me, quando arriverò starai meglio”, ma lei mi diceva di non andare, che le persone muoiono in questo viaggio», ricorda il giovane.
Nel collezionare il denaro per partire, Lamin si è rivolto anche ad Aminata: «Le ho chiesto dei soldi, ma senza dirle la verità, abbiamo concordato che mi avrebbe dato qualcosa “per un business”». Ed è sempre la madre che lo ha aiutato anche a raccogliere il denaro necessario per pagare il riscatto in Libia, quando è stato imprigionato: «Ha collezionato piccole somme da vari zii e zie, poi è andata a chiedere un contributo all’intero villaggio, è lei che mi ha aiutato», spiega.
È solo una questione di destino
Lamin è partito alla volta dell’Europa quando aveva 20 anni. Ha attraversato il Senegal, il Mali, il Burkina Faso e poi il deserto tra Niger e Libia, per poi imbarcarsi per la traversata del Mediterraneo.
«Quello che vedevo in tv – dice sua mamma Aminata – mi faceva paura: immagini di persone morte e barche rovesciate. Avevo tanta paura e non mangiavo nulla».
«Quando è arrivato in Italia, ero contentissima: ballavo», ricorda la donna.
«Sono africano»
È il titolo della canzone scritta da Ibrahima. Come Lamin, vive a Barcellona Pozzo di Gotto da sette anni e lavora in un negozio di Kebab.
La narrazione dell’Europa che viene fatta dai gambiani della diaspora a chi è rimasto nel Paese africano risulta ancora molto diversa dalla realtà.
Ibrahima parla di «razzismo», spiega che quando cammina «alcune persone cambiano strada», per evitarlo.
Anche Ibrahima apre alla possibilità di tornare, «per emergere con la musica», la sua grande passione.
Che siano più o meno consapevoli dei progetti di viaggio dei loro membri, le reti familiari gambiane pagano costantemente per consentire ai loro giovani di arrivare in Europa. Alcune famiglie, spiega l’antropologa Pamela Kea, lo considerano un «investimento collettivo». Se un giovane arriva in Europa, le condizioni dei suoi parenti potrebbero migliorare sensibilmente. Lo sa chi parte, lo sa chi resta.
«Non ero d’accordo che facesse questo viaggio, è rischioso», dice Aminata. «Ma – aggiunge – ha fatto bene a partire perché ha avuto un pensiero per la sua famiglia».
«Ora ci sono solo io che posso aiutare la mia famiglia», dice Lamin. Suo padre è mancato dopo che lui è arrivato in Italia. «Non posso pensare solo a me stesso – continua – Se ho cibo e un lavoro, devo pensare anche ai miei fratelli e alle mie sorelle, chi lo farà se non lo faccio io?».
Lamin, nella sua stanza a Barcellona Pozzo di Gotto che divide con il suo gatto John II © Federica Bonalumi
L’Europa non è come la immaginavamo
La vita in Europa però non è facile. Lamin ha vissuto brevemente in Germania e, poi, soprattutto in Italia. Qui la precarietà lavorativa ha generato in lui una certa disillusione rispetto alle reali possibilità di inclusione. Una delle poche parole italiane che usa è «la campagna», il primo luogo di lavoro per molti migranti, noto per la brutalità dello sfruttamento.
Dopo il suo arrivo, ha provato a fare il saldatore senza successo, poi il muratore, ma la paga era pessima. Ora lavora nelle campagne del messinese insieme a una schiera di altri migranti nella sua stessa condizione: «Se vieni qui fuori la mattina alle sei ne trovi tanti come noi, in bicicletta, in motorino, pronti per andare in campagna», dice indicando la strada.
Il suo connazionale Ibrahima, che abita anche lui a Barcellona Pozzo di Gotto e lavora in un negozio di Kebab, parla di «razzismo». Spiega che, quando cammina, «alcune persone cambiano strada», per evitarlo. I giovani gambiani del posto raccontano che quando vanno in spiaggia, i bagnanti italiani li tengono a distanza, trattandoli come se fossero dei venditori ambulanti. Aggiunge un altro amico di Lamin: «Quando ho un problema, magari esco, piango da solo. Non racconto nulla a mia madre».
La narrazione d’Europa che viene fatta dai gambiani della diaspora a chi è rimasto nel paese africano risulta, quindi, ancora molto diversa dalla realtà. «Da una parte se raccontassimo le nostre difficoltà non ci crederebbero, c’è ancora l’idea che l’Europa sia un paradiso. Dall’altra c’è la vergogna. Tutti noi vogliamo dimostrare di avercela fatta», spiega l’attivista Mustapha Jarjou.
Persone in movimento
Mustapha Jarjou è nato in Gambia, è arrivato in Italia dalla Libia nel 2015, e oggi vive e studia a Palermo. Fa parte della giovane organizzazione Gambian Association in Palermo, ma dice di non voler rappresentare solo i gambiani. «Ci rivolgiamo a tutti quelli che credono nel diritto del movimento, nella solidarietà e nella dignità della persona», spiega. Sia lui personalmente sia l’associazione collaborano con molte realtà della società civile palermitana. «Quello che facciamo qui non è limitato alla comunità migrante ma si rivolge alla comunità in generale», aggiunge.
Jarjou si definisce un attivista «per le persone in movimento». Non usa il termine “migranti”, né quello di “rifugiati”. La sua è una scelta comune tra molti attivisti, non solo a Palermo e non solo in Italia.
Il discorso pubblico e politico, infatti, tende a distinguere tra “migranti” e “rifugiati”, con i primi che si muovono solitamente per motivi economici e i secondi che invece fuggono da situazioni di pericolo, come guerre o persecuzioni. In realtà, non è facile distinguere in maniera così netta le motivazioni che spingono le persone a partire e non è facile definire lo status di una persona mentre questa è in movimento.
Per questo, le accademiche Annick Pijnenburg e Conny Rijken, in un testo del 2020, hanno messo «in discussione la dicotomia tra “rifugiati” e “migranti”» e, proprio come Jarjou, hanno usato il termine «“persone in movimento”».
Secondo le due giuriste dell’Università di Tilburg, nei Paesi Bassi, quella delle persone in movimento sarebbe una «categoria generale che comprende una più ampia gamma di mobilità umana». Una categoria per la quale è «necessario uno standard di protezione di base» che, per Pijnenburg e Rijken, dovrebbe comprendere «i diritti alla mobilità, alla sicurezza e alla dignità e i diritti alla protezione legale».
Così, nell’immaginario di molte madri di migranti gambiani, l’Europa è vista come un luogo di possibilità, e non come una delle cause dei pericolosi viaggi dei figli. Come Aminata, anche Mariama dice di «non essere arrabbiata con l’Europa» perché, aggiunge, «non so lì come funziona». «Almeno lì i nostri figli hanno la possibilità di lavorare e così aiutano la famiglia qui. Quindi posso soltanto dire grazie», aggiunge un’altra donna con un figlio in Italia.
Tornare a casa
Tra chi ha vissuto la migrazione, però, cominciano a emergere anche altre visioni d’Europa, per ora minoritarie, più complesse e politicizzate. Jarjou, ad esempio, distingue tra l’Europa come luogo in cui poter migliorare le proprie condizioni di vita e l’Europa come soggetto politico.
«Qui ci siamo resi conto che essere neri è un crimine, per me è inaccettabile che qualcuno non possa fare delle prove mediche o l’esame di terza media perché non ha il permesso di soggiorno», argomenta. A suo parere, tra i migranti della diaspora gambiana arrivati negli anni più recenti, c’è una maggiore consapevolezza della pericolosità del viaggio ma anche delle politiche europee in materia di migrazione e delle reali condizioni di vita in Italia.
Viaggiare costa, ma lavorare sul campo è fondamentale.
Regala l’adesione a MyIrpi+
e ricevi in omaggio la nostra T-shirt IrpiMedia.
Diventa una fonte.
Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza.
«Adesso c’è una nuova generazione che sta sfidando le narrazioni del passato», dice riferendosi all’immagine paradisiaca di Europa veicolata dai racconti edulcorati di molti migranti gambiani alle famiglie rimaste in patria. Secondo Jarjou, per contrastare la migrazione irregolare è necessario «raccontare». «Non dare una falsa narrazione dell’Europa ma raccontare che ci sono delle difficoltà. È una responsabilità: non possiamo dire alle persone “non venite”, ma dobbiamo dire la verità», conclude.
Un racconto nuovo e onesto della realtà della migrazione si lega, nelle parole di Jarjou, con una diversa visione del rientro nel proprio Paese.
Lamin, dopo oltre un decennio in Italia, pensa al ritorno, ma non adesso. Per lui, l’Europa è un luogo ancora difficile, ma pur sempre il luogo del destino e del futuro. «Vorrei una casa, un’auto, portare qui mia moglie e crescere i nostri figli senza che debbano patire quello che ho patito io, voglio fare il mio lavoro di saldatore e lasciare la campagna. Questo è il mio sogno», afferma con convinzione. Anche Ibrahima apre alla possibilità di tornare, «per emergere con la musica», la sua grande passione. «Non ti senti a casa quando sei qui», aggiunge.
«Casa è casa», concorda Lamin. «Però l’Europa è il mio destino perché sono venuto qui a cercare un futuro. Quando avrò un futuro potrò tornare a casa», dice riferendosi probabilmente al momento in cui avrà sufficienti risorse economiche per garantirsi una vita tranquilla nel suo Paese d’origine.
È un’idea molto diffusa nella diaspora, non solo gambiana. Jarjou però spiega che c’è anche chi vorrebbe rientrare a casa portando “conoscenza” e non solo “soldi”.
«Non è facile fare questa scelta», dice. A suo giudizio, infatti, i migranti vengono visti dai loro connazionali che rimangono in patria come «una macchina economica» che deve produrre rimesse. «Le persone che restano in Europa sono ancora molte, Tornare per investire in conoscenza per alcuni potrebbe significare che non ce l’hai fatta. La società – conclude – potrebbe isolarti, per questo è una sorta di rivoluzione».
Le inchieste e gli eventi di IrpiMedia sono anche su WhatsApp. Clicca qui per iscriverti e restare sempre aggiornat*. Ricordati di scegliere “Iscriviti” e di attivare le notifiche.







