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Come si contano le vittime civili a Gaza?

Gli unici dati esistenti sono del ministero della Salute palestinese. Israele dice che sono manipolati, ma non spiega come, né dà cifre alternative. Al contrario, gli esperti internazionali difendono e apprezzano il metodo dei palestinesi

28.02.25

Elena Siniscalco

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Gaza
Guerra
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Palestina

Non esiste un modo univoco per contare le vittime civili nei conflitti. In ogni guerra, le istituzioni utilizzano metodi differenti perché diversi sono anche gli scopi del conteggio. Quello che non cambia è la necessità di assicurare che le identità dei propri morti non vadano dimenticate. La guerra a Gaza cominciata il 7 ottobre 2023 non è diversa. 

Il metodo utilizzato dal ministero della Salute di Gaza per il conteggio delle vittime civili è ritenuto valido da varie istituzioni internazionali ed esperti. Eppure non combacia con le poche informazioni fornite dalle istituzioni israeliane sul numero dei morti a Gaza, istituzioni che dall’inizio di questa guerra contestano il conteggio fornito dal ministero palestinese. Capire perché il metodo è efficiente, invece, è una delle chiavi per comprendere meglio questa guerra.

L’inchiesta in breve

  • Tra il 7 ottobre 2023 e il gennaio 2025 i morti a Gaza sono stati quasi 47mila. Il dato è del ministero della Salute palestinese, continuamente contestato da Israele. Mentre in conflitti passati le discrepanze tra i contendenti si sono ridotte sul numero di vittime dei conflitti, la situazione in questo caso è diversa: su Israele pende l’accusa di genocidio
  • Il metodo di conteggio delle vittime del ministero della Salute palestinese incrocia varie fonti, dalle segnalazioni delle famiglie alle verifiche di un team di ricercatori ministeriali. Si è dovuto adattare alle condizioni sul campo, ma è sempre stato trasparente
  • Le autorità israeliane smentiscono i numeri palestinesi ma non chiariscono su quale base. Ricercatori internazionali come il professor Michael Spagat vorrebbero confrontarsi con le cifre israeliane, «ma non esiste nulla»
  • Nonostante alcuni errori, il più clamoroso è l’episodio dell’ospedale al-Alhi, il ministero della salute palestinese si è dimostrato un’istituzione affidabile ed è il punto di riferimento per il conteggio dei morti, anche per tutte le più importanti organizzazioni internazionali che si occupano di vittime dei conflitti

Secondo il ministero della Salute palestinese, dal 7 ottobre 2023 al 19 gennaio 2025 a Gaza sono morte 46.913 persone e 110.750 sono state ferite. Dopo un anno di conflitto, a ottobre 2024, il 59% delle persone uccise erano donne, bambini ed anziani, mentre il 41% erano uomini. Di questo 41%, il 18% era tra i 18 e i 30 anni di età.

I numeri forniti dal ministero della Salute palestinese sono condivisi da varie organizzazioni internazionali. L’ufficio per il Coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) utilizza i numeri forniti dal ministero della Salute palestinese per i decessi e numeri forniti dall’ufficio stampa del governo di Gaza e dal servizio civile palestinese (Palestinian civil defense, Pcd) per le persone «segnalate come scomparse», come confermato dallo stesso ufficio Ocha a IrpiMedia. 

A livello internazionale, l’università svedese di Uppsala, sviluppatrice del più antico e completo progetto di raccolta dati sui conflitti armati, tra ottobre 2023 e maggio 2024 ha identificato oltre 30mila decessi a Gaza. Il ministero della Salute palestinese, per lo stesso periodo, aveva pubblicato dati simili. Il centro di ricerca che si occupa di aggiornare questo database utilizza un metodo di triangolazione per cui consulta media locali palestinesi e israeliani, informazioni fornite da organizzazioni locali e internazionali, e informazioni che circolano sui social media per ottenere cifre il più accurate possibile.

Il giornale scientifico Lancet si è spinto oltre, pubblicando un articolo a giugno del 2024 nel quale gli autori affermano che il numero di morti a Gaza durante la guerra in corso, contando anche le “morti indirette”, potrebbe raggiungere almeno le «186mila» persone. Significherebbe che almeno il 7,9% della popolazione di Gaza è morta dal 7 ottobre 2023 in poi. 

L’organizzazione del ministero della Salute palestinese

A Gaza è il ministero della Salute che si occupa di pubblicare aggiornamenti quotidiani sul numero dei decessi e rapporti piú dettagliati che includono liste con, dove possibile, nome, cognome, ed età dei morti. Sia gli aggiornamenti sia le liste vengono pubblicate sui canali social del ministero. 

Questi elenchi, prima del 7 ottobre, venivano generati da un team specializzato del ministero, che gestiva un database centralizzato nel quale tutti gli ospedali di Gaza inserivano dati sul numero dei morti, sulla causa della morte e sull’identità di ognuno (genere, età, numero di riconoscimento identificativo). Questi dati venivano ottenuti attraverso un metodo collaudato nelle numerose guerre che hanno colpito il territorio in passato.

I corpi arrivavano negli obitori degli ospedali, dove venivano identificati attraverso i documenti personali del deceduto e le indicazioni dei familiari. Gli obitori passavano le informazioni ai dipartimenti superiori degli ospedali, che si occupavano di inserire i dati nel database, dal quale il team dedicato definiva e pubblicava gli elenchi. Gli stessi terminali di accesso di questo database permettevano agli ospedali di accedere al registro anagrafico: se un medico aveva il nome della persona deceduta, poteva così velocemente consultare l’età e altri dettagli.

Se le identità delle persone decedute fossero false, Israele potrebbe facilmente smentire i dati del ministero della Salute palestinese perché le carte d’identità di ogni cittadino palestinese sono rilasciate dall’autorità israeliana. Eppure Israele non ha mai affermato di aver verificato l’inserimento di nominativi falsi nel database dei morti palestinesi.

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Durante la guerra, alcuni degli ospedali hanno perso l’accesso a questo database centralizzato e hanno iniziato a inserire questi dati nei loro computer senza poterli condividere con un sistema centrale. Poi hanno perso l’elettricità per via dei continui attacchi e hanno iniziato a tracciare queste informazioni per iscritto, potendole digitalizzare e integrare nel database solo successivamente. In particolare dopo gli attacchi agli ospedali al-Shifa e al-Rantisi a Gaza City, a novembre 2023, il sistema è stato gravemente danneggiato.

Mantenere e aggiornare le liste dei morti per iscritto, inclusi i loro dati personali, ha lasciato ovviamente un più ampio margine di errore vista la mancanza di centralizzazione, perché i fogli potevano andare persi. Il team ministeriale che si occupava direttamente di aggiornare il conteggio dei morti e fornire le liste con le loro informazioni personali ha dovuto abbandonare il proprio ufficio centrale e spostarsi diverse volte. 

Progressivamente, la qualità delle informazioni fornite dal ministero della Salute si è ripresa, in particolare dalla primavera del 2024, quando il team ministeriale si è potuto ristabilire in un solo luogo e ha potuto continuare a lavorare con meno interruzioni. Il ministero ha iniziato a completare i report incompiuti inserendo nuove informazioni ottenute, lavorando a ritroso sul materiale già pubblicato. Queste nuove informazioni erano in parte quelle scritte a penna durante i blackout, che potevano finalmente essere integrate, e in parte quelle ottenute attraverso un nuovo sistema, introdotto proprio durante questa guerra, per mantenere il conteggio dei morti il più accurato possibile: un documento, che si può compilare online o inviare per posta, che i familiari possono compilare in seguito a un attacco o a un bombardamento. 

Prima dell’ultima guerra a Gaza, non esisteva un documento universale che aiutasse le famiglie a mettere per iscritto, in maniera standardizzata, le informazioni relative ai propri cari deceduti. Compilando il form online o inviandolo per posta, i familiari possono ora informare il ministero di un decesso, anche a distanza di mesi. Il ministero a quel punto vaglia le informazioni ricevute. Infatti il documento non viene automaticamente dato per buono: una volta ricevuto dalle autorità, dà il via ad una verifica legale e ufficiale delle informazioni ricevute dai familiari.

Zaher Al-Wahidi, funzionario del ministero della Salute palestinese, ha spiegato nel dettaglio a IrpiMedia come funziona questo metodo investigativo per validare la registrazione di un decesso notificato dai familiari di una persona scomparsa.

Un giudice, che si avvale delle informazioni raccolte sul campo da diversi ricercatori di fiducia del tribunale (fino a quattro persone), deve confermare il decesso. Infatti una persona che viene dichiarata morta dai familiari può essere dispersa per diversi motivi: perché il suo corpo è rimasto sotto le macerie oppure perché davvero ha solo perso i contatti con i parenti. Durante questa verifica si controlla anche se i dati della persona denunciata come morta sono già stati inseriti nel sistema degli ospedali, il che significherebbe contare il decesso due volte. Si controlla anche se per caso la morte è già stata registrata, ma per cause naturali, al posto che come morte causata dalla guerra. 

I ricercatori che riferiscono al giudice, una volta escluse doppie o non corrette registrazioni del decesso denunciato dai familiari, intervistano vari testimoni per comprendere le dinamiche del decesso e decretare se la morte sia una conseguenza diretta della guerra o meno. 

La conta dei morti

I  morti  nella Striscia di Gaza in 12 mesi, da ottobre 2023 a ottobre 2024. Dati cumulativi

IrpiMedia | Dati: moh.ps | Creato con Flourish

Al-Wahidi ha fornito ulteriori dettagli sul funzionamento di questo processo al sito Drop Site News. Ha spiegato che viene inviato un messaggio a tutti coloro che hanno segnalato un decesso affinché si presentino davanti al team di ricercatori che lavorano per il giudice e al giudice. A quel punto il giudice valuta le testimonianze e le informazioni raccolte per prendere la decisione finale. Solo quando hanno appurato che la persona è morta per via di un bombardamento o di un attacco diretto dell’esercito israeliano, il suo nome viene inserito nel database del ministero.

Al-Wahidi dice che nei casi più incerti, in cui ad esempio i parenti non vedono un familiare da mesi, il processo giudiziario viene rimandato nell’attesa di avere più chiarezza, ed il nome non viene inserito nel database.

Il lavoro dei volontari del servizio civile palestinese

Il servizio civile palestinese (Palestinian civil defense, Pcd) è il servizio di emergenza il cui lavoro fondamentale sul campo è complementare a quello di conteggio del ministero della Salute. Arrivando per primi sui luoghi degli attacchi, i volontari del servizio civile sono in grado di fornire informazioni e testimonianze fondamentali riguardanti il numero di vittime. Le difficoltà per i volontari sono però sempre maggiori – i servizi sono ormai decimati e privi di molte risorse fondamentali per il loro lavoro. 

Mohamed Halabi, un volontario del Pcd, scrive a IrpiMedia che mancano «attrezzi per scavare, strumenti da lavoro, sistemi antincendio, carburante». Halabi spiega che il servizio di emergenza deve dare la priorità ai feriti durante le operazioni di salvataggio. Siccome i luoghi bombardati «potrebbero essere colpiti ancora», i volontari si occupano prima di recuperare i feriti e poi i cadaveri. In altri casi, l’esercito israeliano rimane nelle aree colpite e quindi il Pcd non può raggiungere i feriti. «Purtroppo li perdiamo», spiega Halabi. Questa testimonianza fornisce solo un’idea di quanti possano essere i corpi sotto le macerie ancora da recuperare a Gaza. 

Un altro volontario del Pcd, Mohammed Abu Loay, scrive a IrpiMedia che ormai, insieme ai suoi colleghi, rintraccia i corpi seguendo «l’odore e gli insetti». Poi porta i corpi all’ospedale più vicino affinché vengano identificati all’obitorio o da un parente. «Se non ci sono ospedali, istituiamo dei centri medici sul campo», aggiunge Loay.

Israele smentisce. Ma su quali basi?

IrpiMedia ha contattato l’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano (Idf) nel tentativo di comprendere meglio quale sia il metodo utilizzato dalle istituzioni israeliane per contare i morti a Gaza e quali siano le definizioni operative di “civile” e “miliziano” utilizzate da queste istituzioni.

Sia il primo ministro israeliano Netanyahu direttamente sia il suo ufficio utilizzano i termini “terrorista”, “combattante” e “miliziano” intercambiabilmente. Questa scelta lessicale – insieme alla mancanza di una definizione di “terrorista” o “combattente” fornita da Israele – è in linea con la generale vaghezza delle dichiarazioni delle istituzioni israeliane rispetto a dettagli concreti della guerra a Gaza. 

L’ufficio del portavoce non ha risposto direttamente a nessuna delle domande poste da IrpiMedia. Ha però fornito un commento per iscritto: «Il ministero della Salute a Gaza è controllato e diretto da Hamas, ed è quindi soggetto alla sua agenda. Di conseguenza, come è stato dimostrato e provato ripetutamente, i dati del ministero sono pieni di incongruenze e false precisazioni. Ad esempio, il ministero non tenta di distinguere tra vittime civili e terroristi, ed è noto che registra decessi non correlati al conflitto, come ad esempio le morti naturali. In ogni caso, l’Idf si impegna a mitigare i danni ai civili durante l’attività operativa in stretta conformità con il diritto internazionale. In tale spirito, l’Idf impiega una varietà di mezzi per valutare il potenziale impatto delle sue operazioni sulla popolazione civile, distinguendo tra civili e combattenti come richiesto dai suoi obblighi legali e dai suoi valori consolidati».

Nella risposta ha aggiunto anche due link a documenti prodotti dalle autorità israeliane. Il primo è una pagina di “domande frequenti” sul conflitto, aggiornata al dicembre del 2023 dove si legge che «un numero complessivo di vittime non è di per sé indice di illegalità» nel contesto del diritto internazionale, in quanto «il principio di proporzionalità negli attacchi richiede una valutazione individuale di proporzionalità per ogni singolo attacco». 

Il secondo porta alla risposta iniziale dell’ambasciata israeliana presso le Nazioni Unite all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) che il 19 giugno ha pubblicato un rapporto su sei operazioni, avvenute tra il 7 ottobre e il dicembre 2023, in cui Israele non avrebbe rispettato il diritto umanitario internazionale.

«L’Idf – si legge nel documento – sta combattendo Hamas e altre organizzazioni terroristiche a Gaza, non la popolazione civile» e quindi «l’Idf individua come obiettivi solo persone che sono membri di gruppi armati organizzati o civili che partecipano direttamente nel conflitto e beni che si qualificano come “obiettivi militari”». Nel testo, Israele riconosce che «i danni collaterali a civili e beni civili sono, purtroppo, in molti casi inevitabili nonostante gli sforzi di mitigazione», ma accusa Hamas di esserne la causa, perché userebbe la popolazione civile come scudo umano. I “beni civili” per il protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra «per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono effettivamente all’azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso».

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Insomma, sia nel commento sia nei link forniti a IrpiMedia, le autorità israeliane ribadiscono che i dati del ministero della Salute palestinese sono manipolati. Fanno riferimento sempre ai loro stessi report di contro-analisi risalenti ai conflitti passati (il caso di Margine di protezione, nel 2014, in cui l’Idf però almeno aveva introdotto una metodologia di calcolo, mai aggiornata, e una stima parziale delle vittime). Aggiungono poi che i dati palestinesi di questo conflitto sono viziati da «distorsioni e falsificazioni» come il fatto che a volte «sembrano affermare che siano state uccise più donne e bambini del numero totale di vittime riportato» mentre in altre «praticamente non ci sarebbero state vittime di sesso maschile». Ma non offrono dati diversi.

«Mi piacerebbe esaminare i dati israeliani sui combattenti uccisi [in Palestina] – commenta Michael Spagat, professore di economia alla Royal Holloway University in Inghilterra ed esperto nel conteggio dei morti durante i conflitti – ma non esiste nulla». Mentre è trasparente il tentativo del ministero della Salute palestinese di avere una metodologia verificabile che possa produrre numeri precisi e accurati dei morti nel conflitto, lo stesso non si può dire delle autorità israeliane, soprattutto stando alle dichiarazioni pubbliche dei suoi vertici, l’attuale premier Benjamin Netanyahu e l’ex primo ministro Naftali Bennett. I due hanno sostenuto in diverse occasioni che a Gaza i morti civili sono la metà, senza però spiegare le fonti a cui attingono per questo conteggio.

Action on armed violence (Aoav), un’organizzazione non governativa britannica, ha scelto di utilizzare i dati del ministero della Salute palestinese per calcolare l’incidenza dei civili sulle morti per il conflitto a Gaza e ha stabilito che si tratta del 74% del totale (dati ottobre 2024).

Un lavoro straordinario, al di là degli errori

Nessun metodo di raccolta dati è perfetto, specialmente quando i conflitti sono in corso. È successo in diverse occasioni anche al ministero della Salute palestinese.

La più clamorosa riguarda l’esplosione avvenuta all’ospedale al-Ahli di Gaza City il 17 ottobre del 2023, quando il ministero della Salute ha inizialmente affermato che l’esplosione ha causato la morte di 500 persone e ha successivamente ridotto a 471 morti e 342 feriti. Ma il missile che ha raggiunto l’ospedale non ha una dimensione tale da provocare un numero così alto di morti: «Non è possibile», commenta ad Associated Press un funzionario dell’intelligence militare francese.

Sempre ad AP, il direttore generale di un’altra struttura medica di Gaza, l’ospedale al-Shifa, dice che in base al numero di corpi che ha visto arrivare ad al-Shifa la cifra è probabilmente più vicina alle 250 vittime. I servizi segreti statunitensi, citati dalla CNN, stimano allora tra i 100 e i 300 morti. Anche Human Rights Watch, in un’indagine del novembre 2023, scrive che il rapporto morti-feriti fornito dal ministero della Salute è «insolitamente alto» e «sproporzionato rispetto ai danni visibili in loco».

Questo episodio, come altri, è stato strumentalizzato dalle autorità israeliane come prova schiacciante della manipolazione dei dati operata da Hamas a fini politici. L’opinione di esperti della materia, però, è ben diversa.

A differenza di quanto affermato dalle autorità israeliane anche a IrpiMedia, i funzionari del ministero della Salute non sono direttamente controllati da Hamas: tra i suoi dipendenti, ce ne sono anche appartenenti a Fatah, l’organizzazione di impostazione laica fondata da Yasser Arafat, e altri indipendenti, concordano le ricostruzioni giornalistiche di AP e gli esperti dell’università di Uppsala.

La coordinatrice del Conflict data program (Ucdp) dell’università svedese, Therese Pettersson, aggiunge che la reputazione del ministero della Salute palestinese par quanto riguarda la precisione dei dati è ottima. Come tutti gli altri specialisti intervistati da IrpiMedia, ci tiene a sottolineare che non è la sua opinione personale, ma un’osservazione largamente condivisa da chi si occupa di guerra e morti civili: «Non c’è ragione di credere che il ministero non sia affidabile», dice.

Il professor Spagat della Royal Holloway University ricorda che prima di questo conflitto Israele e Palestina sono state più o meno d’accordo sul numero dei morti. Non in questo caso: la posta in gioco in questa guerra è troppo alta. L’Idf dà l’impressione di essere attento a non rovinare la sua immagine, dato che su Israele pende anche l’accusa di genocidio di fronte alla Corte penale internazionale de L’Aja. Pubblica ogni giorno aggiornamenti e video delle operazioni a Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Quando una scuola o un ospedale a Gaza vengono colpiti da un bombardamento, mette a disposizione una mappa in cui conferma l’attacco e specifica che il sito veniva utilizzato «come centro di controllo di Hamas», anche in questo caso, però, senza fornire prove tangibili.

Così l’esercito israeliano giustifica le proprie azioni militari su strutture che sono sulla carta obiettivi civili, senza fornire nemmeno i numeri e le identità delle vittime. A differenza del ministero della Salute palestinese, l’approccio “caso per caso” utilizzato dall’Idf rifiuta la possibilità di poter avere dei numeri complessivi.

«Non possiamo aspettarci dei dati incontaminati», dice il professor Spagat a IrpiMedia, enfatizzando però anche che il ministero palestinese «sta facendo un lavoro straordinario» nel continuare a contare i morti con tale precisione nonostante tutte le difficoltà inerenti a questa guerra. Spagat definisce «paradossale» il fatto che il ministero della Salute palestinese sia attaccato dalle istituzioni israeliane proprio per via della sua trasparenza. «Il ministero della Salute è stato eccezionalmente trasparente nella registrazione delle vittime. Ha reso di pubblico dominio un’enorme quantità di informazioni. Questo dà a entrambe le parti molto materiale su cui concentrarsi. Dico che è paradossale perché la trasparenza dà molto carburante ai critici per attaccare le cifre sulla base dei loro difetti. Israele rivendica il numero di combattenti uccisi […]  ma queste affermazioni attirano poca attenzione perché gli israeliani non forniscono alcun dettaglio», conclude il professore.

È vero che l’articolo 2 della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio delle Nazioni Unite non identifica il numero di vittime come elemento che definisce cosa sia un genocidio. È altrettanto vero però che, in casi passati, la letteratura scientifica ha stabilito che il numero delle vittime civili ha un suo ruolo nella formulazione delle accuse di genocidio. In assenza di una spiegazione chiara delle autorità israeliane rispetto alla loro metodologia di conteggio delle vittime palestinesi, la metodologia del ministero della Salute di Gaza è ritenuta valida anche da osservatori internazionali. È con questi numeri, quindi, che bisogna confrontarsi, al di là della politicizzazione del dato delle vittime.

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Crediti

Autori

Elena Siniscalco

Editing

Christian Elia

Fact-checking

Lorenzo Bagnoli

Visuals

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

© Ali Jadallah/Anadolu/Getty

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