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La maxifrode russa finita in Italia tra yacht, vacanze e conti bancari

Nelle carte di Troika Laundromat i soldi del caso Magnitsky spesi nel nostro Paese. Il ruolo di Unicredit e Ubi

#OperazioneMatrioska

20.04.19

Lorenzo Bagnoli
Gianluca Paolucci

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Riciclaggio
Russia
Truffe

D.K., cittadino russo, nel luglio del 2009 invia da un conto della filiale Unicredit di Forlì 99.850 euro in un conto della lituana Ukio Bankas. L’operazione – due bonifici in due giorni, il primo da 50 mila e il secondo da 49.850 – presenta una lunga serie di anomalie.

La prima che salta all’occhio è che l’indirizzo di residenza del cittadino russo corrisponde a quello dell’aeroporto di Forlì. La seconda è che il conto al quale vengono spediti i soldi è intestato a una società del Belize legata a una maxifrode, un caso clamoroso di riciclaggio internazionale che ha occupato per anni le autorità di mezzo mondo.

La società del Belize si chiama Eviac Holding e il suo nome compare nelle indagini sul cosiddetto Caso Magnitsky. Il caso torna d’attualità oggi perché, grazie ai documenti rilasciati da Occrp sul cosiddetto Troika Laundromat – uno schema di presunto riciclaggio di oltre 4,4 miliardi di euro provenienti dalla Russia e arrivati in vari paesi d’Europa – è possibile ricostruire per la prima volta il ruolo dell’Italia come «terminale» di una fetta dei fondi del caso Magnitsky. E si scopre così che una parte di quei soldi verso l’Italia sono transitati da Ubi Banca, che ha agito come banca di corrispondenza per Ukio Bankas – l’istituto al centro del caso Laundromat, chiuso nel 2013 – nelle transazioni da e verso gli istituti tricolore.

Il fisco moscovita

Sergey Magnitsky di mestiere faceva l’avvocato. Nel 2009 è morto in carcere, per mano della polizia russa secondo il suo cliente William Browder, cittadino britannico che in Russia gestiva dal 1996 l’hedge fund Hermitage Capital Management. La storia che si cela dietro il suo decesso inizia nel 2007, anno in cui Sergei Magnitsky ha scoperto il modo in cui il Cremlino ha redistribuito 230 milioni di dollari dal fisco a società riconducibili anche a personaggi vicini a Vladimir Putin. Browder, all’epoca, si era già fatto notare a Mosca. La sua Hermitage gestiva un patrimonio da 4,5 miliardi di dollari.

Ad un certo punto, nel 2005, il Cremlino gli è diventato ostile. Browder sposta la sede moscovita a Londra per motivi di sicurezza, ma Magnitsky decide di rimanere in Russia. Nel gennaio 2007 un blitz della polizia russa mette sottosopra il suo ufficio per impossessarsi di documenti interni e del timbro, che per la legge russa equivale alla proprietà di un’azienda. Poco dopo sono arrivate finte richieste di risarcimento mosse da società che sarebbero state aperte da complici di quel raid. Queste società hanno poi depositato una richiesta di rimborso al fisco russo pari a 230 milioni di dollari, tanto quanto secondo loro Hermitage avrebbe dovuto pagare di tasse. Fatto ancor più curioso, l’intera somma viene bonificata l’indomani, attraverso un complesso giro di società offshore.

Va detto che come ogni storia di Guerra fredda che si rispetti anche quella del Caso Magnitsky ha una sua contro-narrazione. Almeno dal 2012, nei siti di notizie pro-Russia alla Sputnik, circolano articoli che considerano la vicenda un’enorme montatura per sanzionare la Russia architettata dall’amministrazione Obama. Nel 2012 infatti l’amministrazione Obama ha emanato il Magnitsky Act, una sanzione speciale per gli oligarchi russi che si ritengono coinvolti nella vicenda. Mentre il mese scorso una versione «europea» del Magnitsky Act è stata votata a larghissima maggioranza dal Parlamento di Strasburgo.

Intanto, i nomi delle società in paradisi fiscali scoperte dall’avvocato Magnitsky continuano a ritornare, ad anni di distanza dalla frode: dai Panama Papers fino al Troika Laundromat. Come la Eviac Holding e i soldi che per una volta fanno il percorso inverso e dall’Italia vanno in Belize per comprare forse una casa in Russia.

Schema Magnitsky
Le società dello schema Magnitsky in Italia © La Stampa

Il contratto per la casa

A supporto, per così dire, dei due bonifici di D. K. c’è un contratto per l’acquisto di un appartamento di 62,8 metri quadri alla periferia di Mosca. È in inglese, occupa una pagina e mezzo e contiene palesi errori: gli indirizzi di compratore e venditore sono invertiti, per dire. In tutto questo D. K. non è mai risultato domiciliato in Italia. I documenti di un’altra società italiana della quale è stato socio dal 2008 al 2012 lo danno sempre residente allo stesso indirizzo di Mosca.

Cose che potevano capitare, in quegli anni. Le norme antiriciclaggio erano meno stringenti e anche l’attenzione di banchieri e bancari agli aspetti reputazionali: «Oggi non sarebbe possibile», spiega una fonte del settore. Anche se il meccanismo delle segnalazioni automatiche esiste dal 2007 e una operazione così qualche sospetto doveva farlo sorgere. Unicredit, contattata, non ha commentato.

Fatto sta che dalle holding offshore legate al caso Magnitsky arrivano in Italia quasi 90 milioni di euro. Non è possibile dire con certezza che questi soldi siano tutti provenienti dalla vicenda denunciata da Browder. Le strutture societarie dello schema Troika potrebbero essere state infatti utilizzate da più «clienti». Ma sui 230 milioni della frode fa un bell’effetto.

I «corrispondenti»

Almeno una parte di questi soldi, secondo i documenti delle transazioni esaminati da La Stampa e Irpi, prima di arrivare in Italia sono transitati dai conti di Commerzbank, l’istituto tedesco che dovrebbe fondersi con Deutsche Bank ma che, secondo il Financial Times, potrebbe interessare anche a Unicredit e che proprio per il suo ruolo di banca corrispondente di Ukio – ovvero uno degli istituti che si occupava di compensare le transazioni in euro prima dell’ingresso della lituania nell’eurozona – è finita nuovamente nella bufera. Così come Deutsche Bank: un rapporto interno rivelato dal Guardian nei giorni scorsi dedicato proprio al caso Laundormat cita proprio il ruolo di banca corrispondente di Ukio tra i rischi per l’istituto da questa vicenda.

In una serie di transazioni verso l’Italia visionate da La Stampa, la banca di corrispondenza di Ukio Bankas verso l’Italia è Ubi Banca. «L’attività a sostegno delle imprese esportatrici ci porta ad avere rapporti di corrispondenza con banche presenti in tutto il mondo, in questo ambito Ubi era controparte di Ukio Bankas la quale deteneva un conto in euro presso di noi – replica Ubi alle richieste de La Stampa sui rapporti con l’istituto lituano chiuso nel 2013 -. Nella valutazione di operazioni e controparti Ubi si attiene alle più stringenti procedure di osservanza delle norme di antiriciclaggio in vigore in Italia e a livello internazionale».

Lo shopping

Fatto sta che da Ukio e dalle banche corrispondenti questi 90 milioni finiscono un po’ dappertutto, attraverso almeno dieci diverse società. Una delle holding, la Venta Production, pare specializzata nella bella vita. Spende un totale di 375 mila euro che vanno per il noleggio di un’elicottero da una società napoletana (10.500 euro), per il Capodanno in un albergo di lusso in Toscana (25 mila euro per due settimane) o per le vacanze estive in Sardegna. Ventiquattromila euro vanno alla Mac Events srl, che curava l’organizzazione della Mille Miglia storica fino al 2012. Zarina Group spende invece in un’altra delle eccellenze italiche, il comparto della meccanica: macchinari per l’industria e componenti o pezzi di ricambio. Con l’importante eccezione di 200 mila euro relativi ad una tranche di pagamento per uno yacht dei cantieri Mondomarine di Savona. Il pagamento più elevato – 208 mila euro – lo riceve nel 2010 una società di consulenza per design di interni di Gorizia.

Crediti

Autori

Lorenzo Bagnoli
Gianluca Paolucci

Editing

Redazione Irpi

In partnership con

La Stampa

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